Nepal: semi seri

L’USAID (l’ente governativo americano per la cooperazione internazionale) e il governo nepalese hanno pensato di incrementare la produzione agricola di mais proponendo un progetto pilota con semi OMG della Monsanto (20.000 contadini di Nawalparasi e Kavre). E’ scoppiato un putiferio che  ha riproposto, almeno nei dibattiti, una questione fondamentale, non solo per il Nepal, quella dell’emergenza almentare. Si noti che la Monsanto già fornisce vende semi trangenici in Nepal dal 2004.

Il dibattito parte da alcune osservazioni ovvie, circondato dai due paesi a più alta crescita demografica e di popolazione del mondo (Cina e India) nei quali l’industrializzazione sta sottraendo terra e manodopera all’agricoltura, il Nepal, in piccolo, sta seguendo la stessa traettoria, al posto dell’industrializzazione c’è la migrazione. Ciò all’interno del  problema globale:  chi produrrà da mangiare per il mondo e quanti saranno esclusi dall’aumento prevedibile (in scarsità d’offerta) dei prodotti alimentari. Già adesso su 7 miliardi d’umani (6 nel 1999), si stima che almeno 2 se la passino male. Un problema che il Nepal si sta ponendo nel suo piccolo.

Trenta milioni d’abitanti (contro i 9,5 mio del 1960), 50% della popolazione impegnata nell’agricoltura, 35% del PIL, crescita calante del 2% annuo, solo il 25% della terra coltivabile, produttività inferiore alla media degli altri paesi asiatici (coltivazioni troppo piccole e senza infrastrutture), produzioni maggiori riso e mais che con l’olio di semi di mostarda coprono il 75% delle calorie consumate dalla popolazione. Il Nepal non è autosufficiente, deve importare riso (circa USD 7 mio annui), vegetali, latte e anche le semenze per continuare il ciclo agricolo.

Questi dati sono confermati dalla realtà. Chi và nei villaggi trova pochi giovani, campi sminuzzati e scavati nelle colline, aratri di legno tirati dai buoi, l’acqua solo durante i monsoni, e, nelle piane del Terai, scene che ricordano la Bibbia. E’ stimato che una famiglia contadina resiste per 7\8 mesi con i raccolti e con una dieta basica fatta da dal bhaat (riso e verdura), dido (polenta) e una gallina alla settimana. Un tempo la gente integrava il reddito facendo il muratore, nelle fabbriche di mattoni o di tappeti, il portatore nei trekking. Oggi migrando e pagando fior di soldi alle agenzie di collocamento, spesso abusive. Del resto scuole, elettricità, banche, sanità sono servizi minimi o inestistenti nel 70% del Nepal e, dunque, uno che prospettive ha. In queste condizioni è difficile fare investimenti nell’agricoltura da parte dei contadini e, a volte, addirittura comprare le semenze.

Dal  1950, l’industria dell’assistenza ha avuto come obiettivo centrale lo sviluppo dell’agricoltura, irrigazione, sostegno produttivo e finanziario ai contadini con scarsissimi risultati, come abbiamo visto. Hanno provato di tutto, sprecando montagne di soldi: produzione pilota di olive, risultato con 8 litri prodotti e tanti esempi del genere . L’unica coltura alternativa è nata dall’iniziativa privata con il caffè. Anche sui semi non si scherza, in parte dovrebbero essere fornite dalla FAO e dal governo ma la distribuzione è spesso fatta in ritardo, con semi scadenti, con criteri clientelari, favorendo la corruzione (parliamo di aiuti internazionali sempre). Addirittura queste pratiche, nel 2010, sono finite sotto inchiesta dall’Asia Human Right Commission con l’accusa di aver provocato carestie in alcune regioni del Nepal.  Tutti rilievi già fatti, fra l’altro da uno studio danese nel 2007 .

Anche la Monsanto (come la FAO) ha una brutta fama, iniziata con il Vietnam e gli erbicidi e finita con l’ormone bovino rBGH, controlla il 30% del mercato agro-chimico mondiale ed è accusata di speculare sulle crisi alimentari per vendere più sementi ibride. Mi dice Rabind, lavora al Ministero dell’Agricoltura (coinvolto nel progetto),  che già almeno il 30% della produzione di mais è con semenza ibrida e che ciò, in assenza di banche dei semi organizzati, rischia di far sparire le specie locali, ridurre la bio-diversità. Aggiunge che è vero che i semi ibridi portano ad un aumento considerevole nel primo raccolto, ma non sono utilizzabili in seguito e obbligano all’acquisto di nuovi, rischiano di contaminare quelli locali (è accaduto nel Terai lo scorso anno con la perdita dei raccolti e la rovina dei contadini che avevano importato “terminator seeds” dall’India), impongono maggior uso di fertilizzanti chimici. Tutti costi che possono diventare insostenibili per i contadini. Ma, conclude, niente può fermare queste importazioni se in India le sementi ibride stanno sempre più diffondendosi, basti pensare che su 22.656 di semi d mais necessari, solo l’1% è fornito da enti registrati.

A Kathmandu, da giorni bloccata per gli scioperi degli studenti contro l’aumento e la penuria di benzina e gasolio, quando fu pubblicizzato il progetto a novembre hanno protestato un centinaio di persone; nel 2009 la crisi dei raccolti nel Terai obbligò migliaia di contadini a salire a Kathmandu a chiedere aiuto, protestando per settimane davanti a Singh Durbar, allora l’USAID e la società civile sono state a casa. Per evitare che i contadini sperino nei facili raccolti ibridi e rovinino se stessi e i terreni, sarebbe utile che il caso Monsanto fosse l’inizio una politica seria e concreta d’aiuto alle  comunità. Comprso il sostegno alle cooperative e User Group locali impegnati nella gestione comune delle acque, dei terreni, della vendita dei prodotti agricoli. E, riguardo alle sementi, l’aiuto a chi già si muove in questa direzione come le Seed Cooperatives comunitarie (Lamjung, Tanahun, etc.) che fanno quello che dovrebbe fare  la classe dirigente (e i donatori internazionali che la mantengono) cioè creare banche delle sementi per assicurarne qualità e quantità ai contadini. Fortunatamente, grazie al clima, il raccolto invernale è stato buono e i prezzi dei prodotti agricoli è aumentato marginalmente (considerando l’aumneto dei costi di trasporto) ma la media d’aumenti degli ultimi 5 anni supera, comunque, il 18%.

Anche sei nepalesi sulla Costa Concordia

Poverini, magari era la prima volta che vedevano il mare ed è finita male per i sei nepalesi imbarcati sulla Costa Concordia. Fortunatamente salvi e ripescati dopo qualche ora in un isola vicino al Giglio.

Prakash Mohan Bhattarai era in vacanza con la sua famiglia per vedere il paese a cui ha dedicato il suo business a Pokhara (Pokhara Macaroni Product Pvt Ltd), altri due forse lavoravano come tanti asiatici nei servizi di pulizia, magazzino o sicurezza della nave (salario euro 700 al mese). It was a horrible experience. The elevator did not work as there was no electricity. We climbed down hurriedly to catch a motorboat. There was such a panic that we could not even think of anything other than finding a rescue motorboat, racconta.

Ora sono sulla via del ritorno in Nepal. La storia insegna che a volte sono meglio I dilettanti come Noè che i professionisti, anche per navigare.

“Down with NGO thieves”, scrivono sui muri d’Haiti

Da Haiti scrive Francesco, è l’anniversario del terremoto, sono stati spesi miliardi di euro dalle oltre 10.000 ONG e dalle decine di enti nazionali e internazionali dell’industria dell’assistenza. Risultati: incredibilmente inferiori agli investimenti e al rumore della grancassa del aidmarketing. Lo dicono tutti, anche gli organi ufficiali. Nel frattempo, mentre tutte queste immense risorse erano dispiegate, 7000 morti di colera. La povertà gestionale, la spiega, dai campi profughi, Francesco, volontario, fuori dal sistema.

La mia paura, come quella della gente, è che si ripeta quanto accaduto in tante parti del mondo dove i campi profughi sono diventati un business. Per l’industria dell’assistenza che continuava a procacciarsi denaro per mantenerli; per gli operatori che bivaccano e guadagnano fior di soldi; per i governi che trattengono parte dei fondi; per la mafie che si creano per spartirsi gli aiuti e per gli abitanti più furbi che approfittano dei soldi che girano. Qua sta ripetendosi quanto denunciato in altre situazioni analoghe. Basti pensare che solo Save The Children spende USD 200.000 al giorno di stipendi per funzionari locali; si calcola che almeno 15.000 haitiani lavorino, nelle forme più diverse per le ONG e tanti per fare nulla all’interno dei campi. Per i donatori dei messaggini questi sono soldi spesi per la ricostruzione di Haiti.

Quanta gente cìè ancora nei campi profughi è difficile stimarlo nell’approssimazione generale, si pensa almeno 650 mila persone in 800 campi che dà provvisori stanno diventando schifose baraccopoli, senza servizi, senza sicurezza, senza prospettive per gli abitanti. L’ultima moda è di costruire delle casupole di compensato (costo euro 7000) destinate a sfasciarsi con le piogge e dare l’impressione di stabilità dove tutto dovrebbe essere solo una sistemazione d’emergenza, per ricostruire le case e dare opportunità alla gente rifugiata di tornare alle loro attività, nella capitale e nei villaggi. Nel 2011 sono stati spesi USD 1.500 per ogni rifugiato, il doppio o il triplo del reddito pro-capite annuo.

L’economia degli aiuti e dell’assistenza (invece che dello sviluppo) sta annullando l’economia agricola dell’isola e ha indotto i contadini a venire nella capitale ad allargare il numero dei rifugiati che, nel gran marasma della distribuzione d’aiuti, almeno riescono a sbarcare il lunario. Pochi i soldi investiti nei villaggi e fuori dalla capitale per sostenere economia e servizi per le persone nelle comunità d’origine. Si spendono milioni di euro ma anche a Port au Prince rimangono macerie nelle strade ed il simbolo dell’inefficienza degli aiuti, il diroccato palazzo presidenziale. Hai ragione se devo fare una stima su 100 progetti che ho visto (quasi tutti concentrati sull’educazione e la sanità) solo una decina hanno un senso, sono in fase di completamento, non sono costati cifre iperboliche. L’eccellenza è qui minima, come l’impegno serio verso i beneficiari anche da parte degli operatori internazionali.

Per mantenere in piedi la baracca di uffici, macchine, stipendi, case, viaggi aerei degli espatriati và via oltre il 30% dei soldi che arrivano qui (già al netto di quelli trattenuti per i costi amministrativi in italia o negli altri paesi), più c’è tutto il personale locale, la corruzione, i costi sovrastimati. I cosidetti operational costs, in un industria privata raramente superano raramente il 22%. Gli affitti nella capitale sono saliti alle stelle, le jeep bianche delle organizzazioni internazionali sono il mezzo più diffuso, i bar dove gli espatriati s’inciuccano e trombano sono le altre, uniche, nuove fonti di business per gli haitiani. Questo è accaduto ovunque, in Kenia, Congo, etc. dove tante organizzazioni umanitarie hanno trovato fonti di reddito.

Tu avevi citato il libro-denuncia della Linda Polman, L’industria della solidarietà, anche qui tutto è come sempre. Non sorprende che sulla strada verso l’aeroporto sia comparsa la scritta “Down with NGO thieves” o Aba ngo voles (in francese), che dovevo fotografare.

Ho letto della storia scandalosa dei 2 o 9 milioni scomparsi dal Consorzio Agire (che già aveva cercato di soffiare la pubblicità della costruzione di un ospedale alla seria Fondazione Rava) ma l’accaduto, a parte il truffone, non è differente da tante altre organizzazioni. Il terremoto d’Haiti è stata la grande, e forse ultima dato il disincanto dei donatori , occasione per l’industria dell’assistenza di fare il pieno di soldi pur non avendo le capacità e competenze per spenderli, per dipiù una raccolta, forse superiore, alle reali esigenze. Per molti è stato il modo per salvare i bilanci per almeno un decennio per altri d’investirli e cavare profitto per mantenere le strutture. Qualche giorno fa, qualche centinaio di persone, funzionari delle ONG e beneficiari coscritti sono sfilati nella capitale per chiedere maggiore trasparenza nella gestione dei fondi internazionali. La cosa curiosa che uno degli organizzatori era Action Aid, uno dei membri fondatori e dirigenti del Consorzio Agire. Che, posso dire, non è un simbolo né di efficienza né di trasparenza. Marco De Ponte, burocrate di Action Aid ha dichiarato: “La fiducia nei grandi donatori internazionali è stata tradita”. Lui è presidente e legale rappresentante del Consorzio Agire che ha dato 9 milioni di euro per la gente di Haiti a un promotore finanziario radiato dall’albo.”

Sono andato un po’ a verificare quanto racconta Francesco dal campo e mi sono imbattuto sul Web in tante considerazioni simili. Our concern is that we are using up the relief funds faster and longer than we anticipated,” dice Sam Worthington, presidente di InterAction, un ombrello di ONG americane. “The cost of running camps is enormous. It is a massive and costly enterprise.” The United Nations Development Program and the World Food Program also spent $60 million hiring Haitian camp dwellers to do odd jobs.  Doctors Without Borders dichiarano che” transportation alone cost $19 million”; World Vision, dichiara di aver speso $24 million in costi di gestione e ”program management”. That’s about 22 percent of the money the group spent here. If you come to Haiti now, it looks like the earthquake happened yesterday,’‘ ha dichiarato Karl Jean-Louis, di Haitiaidwatchdog.org/. e aggiunge “To me, the money went to expatriate operational costs. If you can’t see it, it’s going somewhere.”

Le Monde scrive che ad Haiti sono passati oltre euro 5 miliardi (fra donazioni di stati e privati), molti, come abbiamo scritto non sono mai arrivati, il governo haitiano ha ricevuto 1 centesimo di ogni euro stanziato ed è, di fatto, escluso dalla ricostruzione. L’articolo ha come titolo “La ricostruzione avanza al passo di una tartaruga”, intanto la gente inizia a scappare. Una boat people con 112 persone è naufragata, proprio sotto Natale.

L’industria dell’assistenza

Si è aperta una corsa d’iscrizioni da parte di NGO (non-governmental organization)  in Nepal. Gli uffici scalcinati del SWC (Social Welfare Council) sono presi d’assalto da benefattori dell’umanità. Il passato segretario di uno degli enti più inutili e corrotti, Dr. Chewamg Uamgel Lama è stato sospeso per irregolarità e corruzione come altri suoi predecessori. Il SWC dovrebbe controllare se le NGO  locali e internazionali operano veramente, come spendono i soldi e come sono reali i progetti proposti. Basta qualche amico e qualche migliaio di rupie per essere meglio di Kofi Annan e superare ogni verifica.

Con la bella stagione (novembre dicembre) hanno chiesto di essere registrate ben 720 NGO locali che hanno portato il numero di quelle teoricamente attive a 34.000, più 202 INGO (cioè le  internazionali). In pratica una ogni 872 abitanti e 8 per ogni villaggio del Nepal. In media con altri paesi come Haiti (10.000), India ( calcolate oltre 3,5 milioni) e Pakistan (100.000). C’è da dire che questo aumento è indirettamente proporzionale alla gravità dei problemi, dato che durante le fase più acute del conflitto (2003-2006) INGO e NGO tendevano a scomparire. Ultima cosa il Nepal, adesso, è il luogo ideale per farsi un curriculum e passare qualche anno di vacanza pagata. 

Questa è l’industria dell’assistenza che corre per spartirsi circa euro 2 milioni all’anno donato dai poveri dei paesi ricchi ai ricchi dei paesi poveri, come diceva una vecchia, ma ancora attuale, frase. Da dividere, insieme al governo, vi è poi la massa delle donazioni dell’ODA (Official Development Assistance) cioè i fondi provenienti dalle nostre tasse e incanalati tramite le agenzie governative e il sistema delle NU e delle Banche per lo sviluppo. Qua piovono euro 550 milioni all’anno (172 nel 1980) di cui il 60% finisce nelle casse dello stato per coprire il deficit, circa il 10% finisce in forma varie di corruzione o in benefits per i burocrati, il resto finisce investito in progetti, spesso non conclusi o insensati. Basti pensare i fondi destinati ogni anno alla ristrutturazione di strade e ponti, al controllo delle acque, alla sanità e chiedere alle migliaia di vittime ogni anno per incidenti stradali, frane, diarrea, inondazioni. Parte di questi sono stanziati ma non utilizzati per la cronica instabilità politica, come è accaduto per i fondi destinati allo sviluppo del commercio (Aid for Trade). Ancora in questi giorni, dopo il ritiro di uno dei partiti Madeshi, anche il governo Bhattarai sta pericolosamente scricchiolando, sotto le accuse di corruzione e incapacità.

I maggiori donatori istituzionali sono, nell’ordine, il Giappone, la Gran Bretagna, la Germania e gli USA sta emergendo la Cina che ha raddoppiato i fondi negli ultimi due anni raggiungendo la somma di euro 25 milioni nel 2011 (centrali idroelettriche e strade), con l’intento di esercitare una forte pressione per annullare i movimenti dei tibetani in esilio in Nepal. I settori più di moda e dove circolano più soldi sono quelli del “climate change”, “community development (?)” e gli eterni dalit (intoccabili), sempre marginalizzati ma produttori di reddito per le classi alte che dirigono al 90% le NGO quasi tutte ben salde a Kathmandu

Non è il caso di riproporre, l’antico dilemma sulla qualità dell’utilizzo di questo denaro, sulla sua efficacia per intervenire sui problemi delle persone comuni, sulla gestione centralizzata e in mano al sistema politico-affaristico della capitale, sulla dipendenza e corruzione che questo flusso incontrollato crea. Ne abbiamo parlato in altri post. Tant’è che da decenni, in Nepal come ovunque dove opera su scala massiva l’industria dell’assistenza, si pubblicano studi e report su “aid effectivness”, “aid policy” e via discorrendo che cercare di capire perché gli investimenti rendono tanto poco.

Ma una cosa è ancor più fastidiosa: in Nepal funzionavano antiche istituzioni informali che gestivano controversie, risorse, piani di sviluppo. Erano un tempo una vera “società civile” creata dal volontariato e dagli interessi comuni, ben diversa dalle elites urbane che si spartiscono, oggi, cariche e soldi dell’assistenza internazionale, riproducendo metodi e sistemi occidentali. C’era il consiglio del villaggio (Gram Parishad), il Pancha Bhaladami (i cinque anziani incaricati di dirimere dispute per la terra o i raccolti), il Chumlung (l’assemblea di villaggio) e l’Amal Khot (una specie di tribunale del villaggio), il Guthi (una specie di parrocchia che gestiva terre e risorse collegate ai templi).

Jude Howell (London School of Economics) scrive che “”From the mid-1990s onwards NGOs units metamorphozed into civil society departments and donor agencies sprouted civil society projects, civil society officers, civil society experts, and civil society challenge funds. Donor agencies began to draw up civil society strategies and develop indicators and methodologies for assessing the nature of civil society and the impact of their support initiatives.

Dopo il conflitto, come ovunque, le NGO sono state lottizzate dai partiti e fungono da collettori di fondi, in forme dirette ed indirette, verso gli stessi, ciò è comodo per i donatori : non hanno problemi, giustificano le spese a casa come date a strutture locali, si tengono buoni i potenti di turno, si relazionano con dirigenti “occidentalizzati” e già introdotti nel sistema dell’assistenza; non devono correre e discutere nei villaggi. Intanto basta il passare del tempo, i telefonini, il computer, internet, la diffusione delle conoscenze di base, i soldi della migrazione per migliorare le condizioni di vita materiale delle persone e, per l’industria dell’assistenza, prendersi il merito

Tasse e balzelli

Siamo all’inizio dell’anno e i conti non tornano nelle economie di molti paesi. In Italia ri-scopriamo l’evasione fiscale, soldi che fossero entrati sarebbero finiti nelle spese illimitate dello stato che anche Monti ha difficoltà a ridurre.

 Anche in Nepal si scopre che la media delle entrate fiscali è solo il 13,2% del PIL contro una media dei LICs (Low Income Countries) del 15,2%. Anche qui il problema è lo stesso,  le spese dello stato sono arrivate a superare del 24% il valore del  PIL e possono essere coperte solo  dagli aiuti internazionali, creando dipendenza e corruzione.

Anche in Nepal (con molte più giustificazioni) come in Italia un evasione così diffusa si spiega con due ragioni: il sistema fiscale non funziona (in Italia si parla da decenni di una sua riforma); vi sono settori dell’economia (Subsistence Sector) che se pagassero le tasse non avrebbero di che mangiare: venditori di strada, portatori, negozietti vari, risciòmen, etc.

 Se il sistema fiscale non funziona (nel caso Italia per la massa di norme, adempienze, incongruenze) è facile corrompere funzionari, evadere IVA e tasse varie, infilarsi nelle pieghe di norme inefficienti. A Thamel nessuno dà una ricevuta e lì è il meno, basta pagare qualche migliaio di rupie al mese per allontanare i controllori, ma lo stesso avviene, con somme enormemente superori, per le industrie più grandi, banche e finanziarie. False fatture, rimborsi dell’IVA, finte esportazioni non sono solo un problema italiano ma, come riferisce un mio amico imprenditore, uno dei modi di fare business in Nepal. Limitare gli interventi solo con più  controlli e controllori non sembra la soluzione neanche qui, “se i controlli aumentano,” mi dice, “sarebbe un problema perché aumenterebbero anche i costi delle bustarelle date alle maree di controllori ”. In entrambi i paesi la logica indurrebbe a dire che il sistema non funziona di fronte a evasioni così imponenti..

C’è da dire che i cittadini nepalesi pagano poche\niente tasse e in cambio hanno altrettanto poco dallo stato; in Italia si sborsa (tutto incluso) quasi il 60% e si ottiene poco (e si avrà sempre meno). Per cui i  nepalesi se ne stanno, gli italiani sono un po’ incazzati. Gli studi dimostrano che una tassazione equa non può superare il 35% del reddito se no si crea un disincentivo a produrre, lavorare, pagare le tasse. I nepalesi devono arrivarci, in Italia devono pensarci.

Si segnala, inoltre, che un sistema fiscale inefficiente (anche se con livelli di tasse basse come il Nepal) non favorisce neanche gli investimenti esteri perché non vì è la trasparenza necessaria per investire nè le risorse necessarie a co-investire da parte delo stato. In Asia, è il Vietnam che ha il tasso PIL|tasse più elevato (sempre la metà dell’Italia) ed è anche il paese che attrae più investitori esteri.

Mentre in Italia si parla di cooperative, enti religiosi, ONLUS che hanno trattamenti fiscali privilegiati in Nepal s’inizia a discutere se tassare le oltre 34.000 NGO e 250 INGO (la grande industria dell’assistenza).

Kathmandu in costruzione

Chi ha visitato Kathmandu solo 20 anni fa stenta a ritrovarla, chi c’è passato negli anni ’70 o ’80 pensa di essere finito in un altro posto. Ha difficoltà a ritrovare i luoghi,  un tempo da favola (Swayambhu, Bodha, i tanti Tole della città vecchia) e oggi compressi fra scatole di cemento.

Tutte le lievi valli di riso che circondavano la capitale (e che davano da mangiare agli abitanti) sono state riempite da case basse, alte, a scatola, a piramide. Tutte già fatiscenti dopo pochi anni e tutte attaccate una all’altra per salvare spazio. In molti quartieri (Vasundhara, l’area intorno a Pashupatinath ed altri) sembra che la foga del costruire, d’appilare abbia fatto dimenticare le strade e per chi addentra muoversi diventa un incubo. La spazzatura riempie le strade e i fiumi, l’acqua arriva regolarmente solo nei quartieri settentrionali, la luce manca per 20 ore al giorno, le fognature saltano ad ogni monsone (quando ci sono). Tutto è stato costruito alla speraindio ed è già una fortuna che quando piove a dirotto non crollino decine di case.

La terra costava poche centinaia di dollari all’ettaro, oggi ne costa centinaia di migliaia. Si parla di bolla speculativa destinata a scoppiare quando finiranno i presti facili delle banche, diminuirà la corruzione, verranno investite diversamente le rimesse dei migranti o quando ci si accorgerà che si vive meglio nei villaggi. In pochi anni è cambiata fisionomia della città, alle case che raggiungevano al massimo quattro piani iniziano ad essere affiancato qualche grattacielo e si continua a costruirne.

PHURPU TSERING GURUNG è un bravo fotografo di strada che racconta questi cambiamenti e i protagonisti: ragazzotti dei villaggi che lavorano a tappare i buchi nelle strade, a costruire case e grattacieli per poche centinaia di rupie al giorno. Vivono in baracche, mangiano tre dal bhaat smunti al giorno, bevono il rum kukri e cercano di spedire qualche soldo alla famiglia. Lui li chiama Young Builders.

2012: see the Ocean in a drop of water

 

blog report 2011

Lumbini: Buddha e turismo

Lumbini è nel profondo Terai, ora freddissimo (31 morti per il freddo) e nebbioso, proprio sui confini con l’India. Ci andai più o meno 20 anni orsono, viaggiando sulle strade diritte e sconnesse della pianura, sorpassando carri trainati da buoi dalle lunghe corna, guidati da baffuti contadini. Un ricordo medioevale. Passai fra campi di girasoli, riso e colza, qualche spruzzo di giungla, un po’ di fabbriche vicino alle città diroccate. A Lumbini non c’era niente, solo delle antiche fondamenta di mattoni, la vasca e la statua della Natività del Buddha. Neanche un albergo, solo una guest house poco accogliente.

Ora tutto è cambiato, monasteri dai tetti dorati, stupa bianchi e hotels accoglienti e ancora si vorrebbe migliorare. Lumbini raccoglie quasi 1.000.000 di visitatori all’anno, nella maggioranza nepalesi e indiani ma, adesso anche tanti cinesi. Dopo costanti battaglie con l’India è ormai consacrato il luogo di nascita del principe Siddharta Gautama che nel 642 AC, rinunciò al Nirvana per rinascere nel Samsara ed insegnare il Sentiero verso la Liberazione ai poveri umani. Maya Devi fu la madre, fiori di loto dorati, santi e Rishi (saggi) accolsero il ritorno di colui che, secondo molte tradizioni buddhiste, è l’ultimo di una lunga serie di Buddha. Ora si aspetta Maitreya il Buddha del Futuro, per risolvere i problemi di questa era confusa. Lumbini era un piccolo villaggio raccolto intorno a una pozza d’acqua che ancora oggi segnala il luogo della Natività. Proprio lì, qualche secolo dopo l’imperatore buddhista Ashoka mise uno dei suoi innumerevoli pilastri (249 dc). Come spesso è accaduto in Asia, invasioni e natura fecero dimenticare il luogo (e per molti secoli anche il buddhismo, almeno in India) fino al 1895 quando un gruppo di archeologi tedeschi lo riscoprì. Da allora una lunga diatriba con L’india che voleva in Kapilvastu (nei suoi confini) il luogo di nascita dell’Illuminato.

Nell’ultimo decennio grazie a Giappone, Corea del Sud, esuli tibetani e in ultimo Cina il posto ha ripreso vigore, anche turistico. Gli hotel decenti sono aumentati e, adesso, con a capo il maoista Prachanda un apposito Comitato cerca di racimolare USD 30 milioni per rendere il luogo un centro internazionale di pace e di turismo. L’idea è quella di ampliare le strutture alberghiere, costruire un aeroporto internazionale, facilitare i collegamenti stradali con l’India. Può apparire strano che sia il Lumbini Tourism and Dev. Commitee locale che quello nazionale siano diretti da maoisti, ma l’operazione e il luogo possono portare prestigio.

Addirittura Prachanda è volato a New York per chiedere l’intervento economico delle Nazioni Unite (con poco successo). In precedenza un’organizzazione cinese (Asia Pacific Exchange and Cooperation Foundation) e l’UNDP avevano firmato un accordo per realizzare strutture alberghiere, peccato che il governo nepalese non fosse stato avvertito e, giustamente, ha bloccato tutto. Le molte scuole buddhiste vorrebbero qualche loro rappresentante a capo di questi Comitati, sono preoccupati che Lumbini sia trasformato in Disney World e indispettiti dalla loro esclusione. Già hanno protestato pubblicamente.

Il Nepal Tourism Year 2011 sta finendo con risultati mediocri e Lumbini potrebbe essere una nuova proposta turistica per il 2012.  Dati non brillanti nel 2011 ma incoraggianti. Il  numero di   turisti ha raggiunto il massimo storico quasi 550.000 (non sono confermati i dati di dicembre) con un incremento del 21,5 rispetto al 2010. Ma i commercianti di Thamel e di Basantapur si lamentano (come del resto in ogni parte del mondo). L’aumento ha riguardato in massima parte turisti cinesi e indiani che portano poco business. Gli occidentali sono stabili (ed è già un buon risultato) ma spendono solo negli hotels le 7\8.000 rupie (70/80 euro) considerate la spesa media giornaliera anche per l’artigianato. Un po’ in grigio, dunque, i risultati che pagano la perdurante instabilità politica, l’aumento dei costi e l’assenza complessiva di una politica (visti, percorsi, permessi, organizzazione, preservazione, aree pedonali, etc.) per il turismo. Malgrado gli aumenti, il Nepal rimane alla 115 posizione (su un totale di 190 paesi) come accoglienza turistica alla pari del Bangladesh e della Mongolia. Insomma si può migliorare.

Intoccabili

Fuori di melone: gente come Amato (euro 1.050 di pensione al giorno), deputati e senatori che si lamentano di non arrivare a fine mese, ex-membri della corte della Corte Costituzionale come la mia cara amica Contri con pensioni d’oro e benefits; più tutto il resto che questa gente succhia con posti pagati nelle Fondazioni, Autorità, Comitati di garanzia che nessuno riesce ad abolire. Oltre che fuori di melone questa gente è fuori dalla realtà,  brutta cosa  per chi ha governato e governa un paese in piena recessione. Ma la colpa non è di una classe dirigente fallimentare, una casta d’intoccabili, concentrata sui propri interessi, ma della Grecia, come dice Passera. Lasciamo perdere l’Italia se non smetto anche di scrivere in italiano per protesta.

Più nella realtà, la Corte Suprema nepalese che ha imposto, subito ubbidita, di ritirare macchine e benzina agli ex-primi ministri, lì Monti non c’è.

Mentre in Italia scorazzano quelli che sarebbero veramente da rendere intoccabili (cioè emarginarli per demeriti), in Nepal quelli veri e poveri prendono delle gran botte. A Kathmandu cresce del 54% l’uso d’internet, tutti hanno i telefonini, qualcuno usa l’IPAD ma nei villaggi se un Dalit entra in cucina viene ancora ammazzato.

Si torna indietro di 250 anni alla Legge fondamentale,  il Muluki Ain (1854),  scritto dal capostipite della dittatura secolare dei Rana ( Jung Bahadur) dopo il suo viaggio in Europa dove capì come sottomettere i governati, attraverso leggi e codici. L’insieme di norme del Muluki Ain regolava ogni aspetto della vita sociale del Nepal (matrimoni, proprietà, diritti) e incorpora in un sistema legale le discriminazioni sociali e annullò l’autogoverno delle diverse comunità. In testa i Thagadhari, coloro che indossano la Sacra Corda (Bahun, Chetri, alte caste Newari); Namasyane Matwali (bevitori d’alcol non schiavizzabili) qui hanno inserito le tribù guerriere che hanno aiutato i sovrani Gorkha nella conquista del Nepal (Magar, Gurung) e le caste più basse dei Newari; Masyane Matwali (schiavizzabili bevitori d’alcol) tutti i gruppi d’origine tibetana (Sherpa, Tamang, Dolpali, Limbu, Chepang), i Tharu del Terai; Pani (acqua) nachalne (non prendibile)choichoto halnu naparne, sono le caste impure (da cui non prendere cibo a acqua) ma avvicinabili, in cui furono inseriti i musulmani, gli europei, le caste basse newari e hindu; Pani nachalne chiochoti halnu parne, (gli intoccabili) in cui finirono i lavoratori più umili,  raggruppati nei Dalit (fabbri, sarti, pellai, macellai, musicisti, etc.).

 Ovviamente la scala dei diritti e delle garanzie scendeva in base all’appartenenza di casta e, infatti, malgrado la democrazia e i maoisti, i Dalit sono solo il 13% dei membri dell’Assemblea Costituente e non mi risulta che nessuno sia nel governo. In Nepal sono circa 3 milioni, vivono normalmente in gruppi isolati di case ai margini dei villaggi, più forte è la discriminazione nelle pianure del Terai;  più tolleranza fra le colline dove vivono Tamang , Gurung e Magar.

 In questi giorni, un ragazzo entra nella cucina di una tea house nel remoto villaggio di Jubita (distretto occidentale di Kalikot) sulla strada che porta a Humla, fra colline secche,  e due Thakuri (Chetri) lo pestano fino ad ammazzarlo. A Saptari nel sud, una famiglia è espulsa dal villaggio, picchiata perché uno dei membri ha sposato una ragazza di una casta più elevata. Spesso la differenza economica è minima fra caste alte e basse nei villaggi ed è una guerra fra poveri, per l’accesso al pozzo, per qualche pezzo di legno. In queste lotte s’intravedono non solo vecchie tradizioni ma i malesseri della povertà.

Nepal: la Cina s’allontana

Era tutto pronto per la storica visita di Wen Jiabao (primo ministro cinese) in Nepal, ieri cancellata da Pechino (forse ri-programmata per l’inizio di gennaio). Sarebbe stata una delle rare escursioni del leader cinese e un importante riconoscimento per il governo nepalese che aveva già pronta una bella serie di richieste: US$ 5 miliardi di prestiti per infrastrutture, richieste per l’accesso duty free di prodotti nepalesi al mercato cinese, investimenti per Lumbini, la Ring Road di Kathmandu e un nuovo aeroporto a Pokhara. Richieste sufficienti a desistere dalla visita.

Da Pechino dicono che importanti meeting finanziari impediscono il viaggio, fonti non ufficiali riferiscono che la visita non era fra le priorità cinese e i rischi di tensioni (e ripercussioni internazionali) con la numerosa comunità tibetana di Kathmandu (e i monaci suicidi in Tibet) abbiano consigliato un rinvio. Infine l’annuncio della visita era stata dato, in modo unilaterale dal governo nepalese, fatto che aveva indispettito la Cina.

Il Nepal, nell’ottica cinese, non è priorità. Da sempre, è considerato nell’orbita indiana e le iniziative prese nei decenni passati (costruzioni di strade, vendita di armamenti, finanziamenti) avevano lo scopo di premere e dar fastidio a Delhi. Negli ultimissimi anni sono aumentati gli investimenti privati cinesi in Nepal e il flusso di turisti, ma l’unica vera attenzione è rivolta ai profughi tibetani (oltre 20.000 concentrati a Bodhnath) e ai problemi internazionali e locali che le loro proteste provocano.

L’opposto è per il fragile governo di Bhattarai che, con la visita, avrebbe ricevuto un importante riconoscimento politico e, probabilmente, un po’ di soldi da spendere nell’economia esangue del paese (la rupia ha raggiunto il minimo storico nei confronti del dollaro e perfino dello sfigato euro). Anche per il Primo Ministro Bhattarai personalmente l’incontro con il leader cinese poteva portarlo a una riconferma nel prossimo governo di unità nazionale che si sta preparando con i due maggiori partiti d’opposizione (Congresso e UML).

Strategicamente per i nepalesi, intensificare i rapporti con la Cina riporta ai secoli passati, quando il Nepal prosperava grazie alla sua posizione strategica e ai balzelli sui commerci fra Cina ed India. Infatti, dopo aver stipulato nelle scorse settimane due accordi con l’India Bilateral Investment Promotion and Protection Agreement (BIPPA) e Double Taxation Avoidance Agreements (DTAA), il governo nepalese spera di coinvolgere la Cina nello sviluppo di una serie d’infrastrutture dirette a muovere merci da nord a sud. Già si stanno costruendo da occidente ad oriente diverse strade verso l’Himalaya: Simikot-Hilsa, a Lamagar e la Mid-Hill Highway. Si chiede ai cinesi di finanziare dei porti franchi ai confini settentrionali a Yari-Pulam, Rasuwa-Jilong, Kodari (Tatopani)-Zangmu(Khasha) e Olangchug Gola-Riwu e di costruire (se ne parla da anni) una ferrovia lungo la Kodari Road.

Purtroppo, però, i 65 miliardi di dollari (dai 3 del 2000) d’interscambio fra Cina ed India passano da altre parti. Nel 2010 i due giganti asiatici si posero come obiettivo di raggiungere, entro 5 anni, un volume d’interscambio di 100 miliardi, rafforzando il ruolo della Cina come primo partner commerciale dell’India. Il Nepal a causa dell’instabilità politica e della ristrettezza del mercato è, apparso, fino ad ora marginalizzato dallo sviluppo enorme delle economie asiatiche. Le battaglie commerciali ( e le opportunità) fra i due giganti sono in Birmania, Indonesia e in Africa.