Nepal: semi seri
gennaio 26, 2012 3 commenti
L’USAID (l’ente governativo americano per la cooperazione internazionale) e il governo nepalese hanno pensato di incrementare la produzione agricola di mais proponendo un progetto pilota con semi OMG della Monsanto (20.000 contadini di Nawalparasi e Kavre). E’ scoppiato un putiferio che ha riproposto, almeno nei dibattiti, una questione fondamentale, non solo per il Nepal, quella dell’emergenza almentare. Si noti che la Monsanto già fornisce vende semi trangenici in Nepal dal 2004.
Il dibattito parte da alcune osservazioni ovvie, circondato dai due paesi a più alta crescita demografica e di popolazione del mondo (Cina e India) nei quali l’industrializzazione sta sottraendo terra e manodopera all’agricoltura, il Nepal, in piccolo, sta seguendo la stessa traettoria, al posto dell’industrializzazione c’è la migrazione. Ciò all’interno del problema globale: chi produrrà da mangiare per il mondo e quanti saranno esclusi dall’aumento prevedibile (in scarsità d’offerta) dei prodotti alimentari. Già adesso su 7 miliardi d’umani (6 nel 1999), si stima che almeno 2 se la passino male. Un problema che il Nepal si sta ponendo nel suo piccolo.
Trenta milioni d’abitanti (contro i 9,5 mio del 1960), 50% della popolazione impegnata nell’agricoltura, 35% del PIL, crescita calante del 2% annuo, solo il 25% della terra coltivabile, produttività inferiore alla media degli altri paesi asiatici (coltivazioni troppo piccole e senza infrastrutture), produzioni maggiori riso e mais che con l’olio di semi di mostarda coprono il 75% delle calorie consumate dalla popolazione. Il Nepal non è autosufficiente, deve importare riso (circa USD 7 mio annui), vegetali, latte e anche le semenze per continuare il ciclo agricolo.
Questi dati sono confermati dalla realtà. Chi và nei villaggi trova pochi giovani, campi sminuzzati e scavati nelle colline, aratri di legno tirati dai buoi, l’acqua solo durante i monsoni, e, nelle piane del Terai, scene che ricordano la Bibbia. E’ stimato che una famiglia contadina resiste per 7\8 mesi con i raccolti e con una dieta basica fatta da dal bhaat (riso e verdura), dido (polenta) e una gallina alla settimana. Un tempo la gente integrava il reddito facendo il muratore, nelle fabbriche di mattoni o di tappeti, il portatore nei trekking. Oggi migrando e pagando fior di soldi alle agenzie di collocamento, spesso abusive. Del resto scuole, elettricità, banche, sanità sono servizi minimi o inestistenti nel 70% del Nepal e, dunque, uno che prospettive ha. In queste condizioni è difficile fare investimenti nell’agricoltura da parte dei contadini e, a volte, addirittura comprare le semenze.
Dal 1950, l’industria dell’assistenza ha avuto come obiettivo centrale lo sviluppo dell’agricoltura, irrigazione, sostegno produttivo e finanziario ai contadini con scarsissimi risultati, come abbiamo visto. Hanno provato di tutto, sprecando montagne di soldi: produzione pilota di olive, risultato con 8 litri prodotti e tanti esempi del genere . L’unica coltura alternativa è nata dall’iniziativa privata con il caffè. Anche sui semi non si scherza, in parte dovrebbero essere fornite dalla FAO e dal governo ma la distribuzione è spesso fatta in ritardo, con semi scadenti, con criteri clientelari, favorendo la corruzione (parliamo di aiuti internazionali sempre). Addirittura queste pratiche, nel 2010, sono finite sotto inchiesta dall’Asia Human Right Commission con l’accusa di aver provocato carestie in alcune regioni del Nepal. Tutti rilievi già fatti, fra l’altro da uno studio danese nel 2007 .
Anche la Monsanto (come la FAO) ha una brutta fama, iniziata con il Vietnam e gli erbicidi e finita con l’ormone bovino rBGH, controlla il 30% del mercato agro-chimico mondiale ed è accusata di speculare sulle crisi alimentari per vendere più sementi ibride. Mi dice Rabind, lavora al Ministero dell’Agricoltura (coinvolto nel progetto), che già almeno il 30% della produzione di mais è con semenza ibrida e che ciò, in assenza di banche dei semi organizzati, rischia di far sparire le specie locali, ridurre la bio-diversità. Aggiunge che è vero che i semi ibridi portano ad un aumento considerevole nel primo raccolto, ma non sono utilizzabili in seguito e obbligano all’acquisto di nuovi, rischiano di contaminare quelli locali (è accaduto nel Terai lo scorso anno con la perdita dei raccolti e la rovina dei contadini che avevano importato “terminator seeds” dall’India), impongono maggior uso di fertilizzanti chimici. Tutti costi che possono diventare insostenibili per i contadini. Ma, conclude, niente può fermare queste importazioni se in India le sementi ibride stanno sempre più diffondendosi, basti pensare che su 22.656 di semi d mais necessari, solo l’1% è fornito da enti registrati.
A Kathmandu, da giorni bloccata per gli scioperi degli studenti contro l’aumento e la penuria di benzina e gasolio, quando fu pubblicizzato il progetto a novembre hanno protestato un centinaio di persone; nel 2009 la crisi dei raccolti nel Terai obbligò migliaia di contadini a salire a Kathmandu a chiedere aiuto, protestando per settimane davanti a Singh Durbar, allora l’USAID e la società civile sono state a casa. Per evitare che i contadini sperino nei facili raccolti ibridi e rovinino se stessi e i terreni, sarebbe utile che il caso Monsanto fosse l’inizio una politica seria e concreta d’aiuto alle comunità. Comprso il sostegno alle cooperative e User Group locali impegnati nella gestione comune delle acque, dei terreni, della vendita dei prodotti agricoli. E, riguardo alle sementi, l’aiuto a chi già si muove in questa direzione come le Seed Cooperatives comunitarie (Lamjung, Tanahun, etc.) che fanno quello che dovrebbe fare la classe dirigente (e i donatori internazionali che la mantengono) cioè creare banche delle sementi per assicurarne qualità e quantità ai contadini. Fortunatamente, grazie al clima, il raccolto invernale è stato buono e i prezzi dei prodotti agricoli è aumentato marginalmente (considerando l’aumneto dei costi di trasporto) ma la media d’aumenti degli ultimi 5 anni supera, comunque, il 18%.

























Tasse e balzelli
gennaio 7, 2012 1 commento
Anche in Nepal si scopre che la media delle entrate fiscali è solo il 13,2% del PIL contro una media dei LICs (Low Income Countries) del 15,2%. Anche qui il problema è lo stesso, le spese dello stato sono arrivate a superare del 24% il valore del PIL e possono essere coperte solo dagli aiuti internazionali, creando dipendenza e corruzione.
Anche in Nepal (con molte più giustificazioni) come in Italia un evasione così diffusa si spiega con due ragioni: il sistema fiscale non funziona (in Italia si parla da decenni di una sua riforma); vi sono settori dell’economia (Subsistence Sector) che se pagassero le tasse non avrebbero di che mangiare: venditori di strada, portatori, negozietti vari, risciòmen, etc.
Se il sistema fiscale non funziona (nel caso Italia per la massa di norme, adempienze, incongruenze) è facile corrompere funzionari, evadere IVA e tasse varie, infilarsi nelle pieghe di norme inefficienti. A Thamel nessuno dà una ricevuta e lì è il meno, basta pagare qualche migliaio di rupie al mese per allontanare i controllori, ma lo stesso avviene, con somme enormemente superori, per le industrie più grandi, banche e finanziarie. False fatture, rimborsi dell’IVA, finte esportazioni non sono solo un problema italiano ma, come riferisce un mio amico imprenditore, uno dei modi di fare business in Nepal. Limitare gli interventi solo con più controlli e controllori non sembra la soluzione neanche qui, “se i controlli aumentano,” mi dice, “sarebbe un problema perché aumenterebbero anche i costi delle bustarelle date alle maree di controllori ”. In entrambi i paesi la logica indurrebbe a dire che il sistema non funziona di fronte a evasioni così imponenti..
C’è da dire che i cittadini nepalesi pagano poche\niente tasse e in cambio hanno altrettanto poco dallo stato; in Italia si sborsa (tutto incluso) quasi il 60% e si ottiene poco (e si avrà sempre meno). Per cui i nepalesi se ne stanno, gli italiani sono un po’ incazzati. Gli studi dimostrano che una tassazione equa non può superare il 35% del reddito se no si crea un disincentivo a produrre, lavorare, pagare le tasse. I nepalesi devono arrivarci, in Italia devono pensarci.
Si segnala, inoltre, che un sistema fiscale inefficiente (anche se con livelli di tasse basse come il Nepal) non favorisce neanche gli investimenti esteri perché non vì è la trasparenza necessaria per investire nè le risorse necessarie a co-investire da parte delo stato. In Asia, è il Vietnam che ha il tasso PIL|tasse più elevato (sempre la metà dell’Italia) ed è anche il paese che attrae più investitori esteri.
Mentre in Italia si parla di cooperative, enti religiosi, ONLUS che hanno trattamenti fiscali privilegiati in Nepal s’inizia a discutere se tassare le oltre 34.000 NGO e 250 INGO (la grande industria dell’assistenza).
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