Nepal: dimenticare il conflitto… e le vittime.

febbraio 4, 2010

Mi scrive Licia e fa tornare in mente gli anni del conflitto (1996-2006), segnalandomi un Rapporto che racconta di torture, violazione dei diritti fondamentali odierne,  nell’ormai squassato Terai nepalese. Avvenimenti che si sperava conclusi, nuove vittime che si sommano a quelle di allora.

Durante il conflitto tutto in Nepal sembrava congelato: rapporti sociali, spazi, tempo e distanza. Non si poteva viaggiare o si rischiava di rimanere bloccati per coprifuoco improvvisi; nei villaggi c’era tensione, paura di parlare, di crearsi dei nemici, di subire vendette da maoisti o esercito. Contadini ricchi e poveri dovevano ospitare gruppi di maoisti, fare donazioni o ingraziarsi i militari dell’esercito. Il vino (anche quello fatto d’orzo o riso) era vietato, come l’altro divertimento nazionale: il gioco d’azzardo. Si consumavano vendette al’ombra della guerra civile per prestiti non resi, veri o falsi adulteri. Chi era sospettato di spionaggio, stregoneria, infedeltà coniugale, gioco d’azzardo era randellato e, alcuni, ci hanno rimesso gambe o testa.

Come sempre chi più pagava il conto del conflitto erano i poveri, cioè l’80% del Nepal contadino sparso nei villaggi delle colline o nelle piane del Terai; controllato dai maoisti e attaccato dall’esercito. I maoisti forzavano la gente alle donazioni, a volte li obbligavano allo spionaggio o all’arruolamento. I militari dovevano fare statistica con il numero di maoisti uccisi o catturati e allora organizzavano razzie nei villaggi (magari mitragliando dagli elicotteri su gruppi di contadini e studenti) o sparavano impauriti a donne e bambini che raccoglievano legna nei boschi. Noi dovevamo comunicare all’esercito quando tenevamo un’assemblea in qualche scuola per evitare che fosse considerata un’assemblea maoista e magari trovarci con insegnanti e ragazzi presi a mitragliate. Si contano pochi scontri diretti fra esercito e guerriglieri maoisti, nessuno delle due parti aveva interesse né voglia di combattere. I primi controllavano di giorno le strade principali e le città più importanti, i secondi se ne stavano sulle colline a guardarli, per poi compiere qualche attacco alle sfigate forze di polizia e portargli via i moschetti.

Fortunatamente tutto è finito senza grandi bagni di sangue. Si contano 11.000 vittime dirette nei dieci anni di  conflitto che attendono giustizia e, le famiglie, qualche compenso oltre a quelli formali celebrati nella giornata dei Martiri. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riconosciuto 937 persone scomparse nei campi maoisti o nelle prigioni dell’esercito e della polizia, di cui non si sa più niente e di cui, costantemente, le famiglie chiedono notizie. E giustizia, ma sono solo contadini senza soldi né conoscenze. Povera gente, senza potere che rischia di incrinare il fragile patto che si sta costruendo fra ex-nemici per governare il Nepal (con il beneplacito dei donatori internazionali). L’interesse della maggioranza e di quelli che contano è di evitare i casini, rimettere l’economia in movimento. La giustizia può aspettare come è accaduto in Cambogia. Inoltre, il fluire delle cose, tipico dell’Oriente, sta portando via parte della violenza individuale e collettiva nata durante la una guerra civile. Anche i maoisti ufficiali si sono calmati in questi ultimi giorni; tutti stanno iniziando a scrivere la nuova costituzione; i capoccioni delle Nazioni Unite distribuiscono ghirlande di fiori ai combattenti maoisti che lasciano i campi. Molti di questi finiranno, senza alternative di lavoro e reddito, nelle bande di criminali che saccheggiano il Terai.

Per i famigliari dei dispersi e per le vittime del conflitto bastano un po’ di Commissioni, Disappearance Bill, Human Right Directorate (Forze Armate), o petizioni. Nel concreto poco lo stato sta facendo per assicurare giustizia e dare un segnale complessivo di fine dell’impunità e, come dicono i santoni dell’industria dell’assistenza, ristabilire la rule of law. Pochi del resto sono nel mondo gli esempi di giustizia data alle vittime di una guerra civile  (forse il Ruanda) dove spesso gli esecutori sono protetti dai mandanti o dai complici ancora al potere. Il caso della Cambogia è un esempio ma anche in Nepal chi dichiarò lo stato d’emergenza (2001) e diede direttive e mano libera all’esercito sono stati i Deuba, i Koirala, i Nepal che ancora governano il paese. E chi ha favorito o non evitato violenze dall’altra parte sono gli attuali leader dell’opposizione maoista. Visto così le vittime hanno poche speranze se non quella di manifestare, protestare ed essere utilizzate come raccatta soldi dalle varie ONG.

Fino ad ora, a parte le solite parole, poco si è fatto per denunciare e processare i responsabili di torture e violenze o, come detto in gergo, di gravi violazione dei diritti umani. E’ stato provato che centinaia di persone sono sparite ad opera dell’esercito regolare e solo 162 militari sono stati puniti. Niente si è fatto verso i militanti maoisti. Alcuni casi sono clamorosi come quello del Maggiore Niranjan Basnet, condannato da una corte civile nel 2008 per l’uccisione di una ragazza (15 anni) di Kavre, insieme a tre commilitoni. Mentre gli altri sono stati condannati e perseguiti, il maggiore è stato spedito (a fini protettivi) nelle Forze di Pace delle Nazioni Unite in Chad. C’è voluto oltre un anno perché stato nepalese e Nazioni Unite s’accorgessero dell’”errore” e fatto rimpatriare, lo scorso dicembre, il militare. Migliore è stata la sorte del generale Toran Bahadur Singh (potente, protetto e con un sacco d’informazioni) che è diventato vice-comandante del Nepal Army. Durante il conflitto (2003-2004) comandava le forze speciali (paracadutisti) del Bhairavnath Battalion (2003-04), con caserma a due passi dalle maggiori ambasciate. Lì dentro sono sparite almeno 50 persone e qualche centinaio sono state torturate. Il suo ufficiale operativo era il colonnello Bhanu Pratap Bahadur Chhetri che oltre a razziare i villaggi, si divertiva a torturare i prigionieri, tant’è che è uno dei pochi ufficiali superiori dell’esercito finito sotto la corte marziale. La promozione del Generale Toran Bahadur Singh ha suscitato le proteste dei “major donors—the US, the UK and other EU countries—and UN human rights agency OHCHR had demanded Singh’s suspension” ma, come accade ovunque, tutti se ne sono fregati. Anche per questi conta mantenere buone relazioni con i politici al potere che, a loro volta, devono proteggere i pezzi grossi con cui sono stati complici in arraffamenti (spese dell’esercito) o a cui è stata lasciata mano libera durante il conflitto. La stabilità prima di tutto.

Si tenderà ad insabbiare e a far dimenticare le storie ora raccontate nei giornali e i volti di vecchi contadini con in mano la foto di un figlio o di un parente scomparso. Mi viene in mente la scrittrice indiana Mahasweta Devi che ha scritto un best-sellers una decina d’anni fa (da cui è stato tratto un film) raccontando la storia di Draupadi, una donna della tribù dei Santal catturata, torturata e stuprata dai militari indiani nel ventennale conflito con i maoisti indiani. Per non dimenticare in Nepal sono stati portati nei villaggi i film Frames of War e il Photo Exhibnition Tour. Ormai è lo stato (formato sia dai maoisti che dai governanti di allora) che deve far finire l’impunità, smetterla con le protezioni, far funzionare la giustizia. Se no, come sta accadendo nel Terai, l’impunità dirige i comportamenti dello stato e dei suoi oppositori. L’impressione che smuovere le acque in questo campo non faccia piacere a nessuno, troppi problemi, troppe implicazioni, troppi segreti. Un po’ di parole e di relazioni da parte dei donatori internazionali e delle organizzazioni umanitarie possono bastare per placare le acque, in attesa che il tempo addormenti i parenti delle vittime. Ci sono tante storie ancora non raccontate ma solo sussurrate sul conflitto che riguardano un po’ tutti, compresi i donatori internazionali che, eventuali processi ai pezzi grossi, potrebbero far uscire.


Nepal: cannabis per uscire dalla crisi

gennaio 27, 2010

Un ministro (Minister for Local Development, Mr. Purna Kumar Sherma) scende nel Terai Nepalese per ispezionare le strade e si trova immerso in coltivazioni profumate di canabbis. Non è la stagione di massima fioritura (settembre-ottobre) ma l’impatto è notevole. Siamo nel distretto di Udyapur: fra distese  di sesamo, risaie, bufali giganti che trainano aratri e carretti. Nei campi marginali, che non sono pochi, alte, verdi, rigogliose piante di cannabis. Almeno 20.000 persone integrano i loro guadagni (e di fatto sopravvivono) con queste coltivazioni poi esportate (di contrabbando) a Jayanagar in India, passando per le incontrollate Kamala Hills.

Un chilo d’erba è venduto per Nrs 1500 in Nepal (euro 15),  dieci volte meno rispetto a quanto s’ottiene vendendolo in India. L’erba del Terai è considerata fra le più pregiate. Un khatta di terreno (circa 70 metriquadri) può rendere fino a euro 1000 all’anno, che da queste parti è un patrimonio e non comparabile con altre coltivazioni. La polizia locale chiude gli occhi e riempie le tasche anche se, ogni tanto, distrugge qualche campo per giustificare la propria esistenza. C’è da dire che ai tempi d’oro dell’oppio fu lo stesso impero inglese (quando governava in India ed esportava oppio in Cina) a piantare in queste regioni delle coltivazioni che poi, un po’ ridotte e più nascoste, hanno resistito fino ai tempi d’oro dell’eroina. Per rimanere nel settore, la cannabis cresce naturalmente in gran parte del Nepal e nelle regioni nord-occidentali del Dolpo viene lavorata la resina per produrre quintalate di hashish, anche questo esportato da sempre.

Come scritto in altri posts, i paesi neo-globalizzati fanno fatica e la gente s’arrangia. In Nepal l’inflazione, il costo del denaro (tasso interbancario dal 9% al 17% in quattro mesi, di fatto un cash crunch), i costi dei terreni e delle case (aumentati del 100% nell’ultimo biennio), la crisi della poca industria grande e piccola,  ha aumentato la povertà. Del resto non contrastata, come più volte ammesso dallo stesso governo, dalle politiche pubbliche e dei donatori internazionali. La percentuale di produzione industriale sul totale del PIL è scesa dall’11 al 6,8%, ciò significa che non vi è speranza di trovare un lavoro neanche nel prossimo futuro per questo oltre 400 persone al giorno (in massima parte giovani) migrano dal Nepal. Ma tanti contadini di queste parti non sanno neanche dov’è Calcutta per cui non è facile andarsene.

Un amico raccontava la storia di un migrante delle colline che doveva andare a Bombay per lavoro: gli hanno fatto pagare il doppio del prezzo di biglietto ferroviario, l’hanno trattato alla frontiera come un criminale, non aveva mai visto un treno, non ha mangiato per 48 ore perché aveva paura che qualcuno lo avvelenasse (addormentasse) per rubargli i soldi. Fortunatamente a Bombay qualcuno è venuto a prenderlo alla stazione se non sarebbe ancora là.

I pochi osservatori non frullati dalle beghe politiche segnalano che il dato della diminuzione della produzione industriale è grave, sia a livello di sistema (il Nepal non pone le basi per creare ricchezza) sia per le persone visto che l’occupazione in questo settore (già striminzito) è passata da 213.000 nel 1992 a 169.000 nel 2008. Solo nel tessile il numero di occupati s’è dimezzato negli ultimi 10 anni. Una corsa indietro rispetto a qualsiasi percorso di sviluppo. E’ anche inimmaginabile, però, prevedere un percorso di crescita se due banche a ciò dedicate e finanziate da donatori occidentali quali la Public Dev. Bank e la Infrastructure Dev. Bank, hanno visto i vertici azzerati, per truffoni dei dirigenti, da parte della Banca Centrale (Nepal Rastra Bank). Niente di nuovo visto ciò che succede ai vertici delle banche occidentali (perdite pagate dai contribuenti e premi ai managers responsabili) o anche nel top management italiano (distribuire dividendi con il bilancio in perdita e farsela ripagare da cassa integrazione e incentivi statali).

Non sorprende, dunque, che qua sotto nel Terai la gente s’arrangia per vivere. C’è un flusso continuo di poverelli che ogni giorno traversano la frontiera per offrire lavoro, qualche merce (a volte hashish ma come biasimarli), comprare povere cianfrusaglie in India e poi rivenderle. Al confine (aperto) sono trattati come pezzenti o criminali. In questi giorni poi ancora peggio perché i poliziotti indiani vogliono vendicarsi delle bandiere  bruciate dai maoisti nelle città di confine. Addirittura a Jogbani (prima cittadina indiana dopo la nepalese Biratnagar) importante posto di transito, gruppi d’indiani hanno manifestato contro i maoisti (ma come sempre accade contro tutti i nepalesi) per difendere l’identità nazionale. Gente che non sa cosa fare come chi, in Nepal, fa l’antindiano. Più a nord nell’Upper Karnali, i maoisti hanno minacciato di bloccare la costruzione della centrale idroelettrica che dovrebbe produrre 300MW e completata all’80%, la ragione: è costruita da imprese indiane (ma con personale nepalese che rischia il posto). Intanto a Kathmandu le ore di blackout programmate per mancanza d’energia sono arrivate a 11 al giorno.


Louise Mushikiwabo e il dimenticato Ruanda

gennaio 23, 2010

Speriamo di non rivedere le strade intorno a Rani Pokhari piene di spazzature come qualche mese fa. Perché il problema diventa, ormai ricorrente a Kathmandu. Per il resto tutto tranquillo i maoisti vedono il High Level Political Mechanism come un governo alternativo e d’unità nazionale in cui sono compresi, litigano e si picchiano con l’UML, quindi tutto nella norma. Gli scioperi (almeno i loro sospesi) e l’Assemblea Costituente che ha ripreso, lentamente, i lavori. Proposta: dividere il Nepal in 14 province autonome (non ho letto i dettagli), evento pericoloso e che ha già suscitato proteste da numerosi gruppi etnici. Qui vedremo.

 Anche in Cambogia nulla di nuovo, a parte il va e vieni dell’ex-primo ministro ora ricercato thailandese, il magnate Thaksin Shinawatra (ora vive in Dubai) . Grande amico del primo ministro cambogiano Hun Sen, accolto con tutti gli onori ufficiali, fatto considerato grave dal governo thailandese che ritiene che Thakshin voglia utilizzare la Cambogia come base delle sue operazioni politiche e non solo. Negli scorsi giorni sono state sparate un po’ di granate contro il quartier generale dell’esercito, determinante per la sopravvivenza del governo.

Poiché il titolo di questo blog è Look The World, diamo un occhiata a cosa succede in posti, presto dimenticati. Mi è capitato fra le mani un numero di Newsweek che, come è in uso negli States a fine anno, fa una classifica dei personaggi più rilevanti del 2010. Uno di questi è stata Louise Mushikiwabo, ministro degli esteri del Ruanda. Questo paese è sparito dalle pagine dei giornali italiani come sempre quando è finita la sensazione e c’è, magari, da approfondire. Il nome seduttivo della Ministra non è mai comparso sulla stampa italiana. Non è una novità anche per altre questioni. Eppure la decisa Louise sta contribuendo a raddrizzare, e bene, un paese sfasciato (circa un milione di morti nel 1994), in guerra con i paesi vicini e senza più niente (stato, economia, istituzioni, legge).

Cosa è successo in questo breve periodo. Il Ruanda è entrato nel Commonwealth “We have become a country of openess” dice Louise nell’intervista a Newsweek. Si sta pensando di costruire una ferrovia (porto di Mombasa- Kampala) per facilitare il transito delle merci (tea, caffè, prodotti agricoli, oli vegetali e importare tecnologie e prodotti alimentari) in tutta l’Africa sud-orientale. Un progetto decisivo specie per i paesi senza sbocco al mare come il Ruanda, Burundi e Uganda. “We are looking to integrate more fully in the Esat African community, where we are opening a huge market for Rwandan products”. Anche il turismo è aumentato, malgrado la crisi generale, in tutta la regione compreso il Ruanda. Colline, gungle, gorilloni sulle montagne, questo prometto il sito ufficiale Discovery a new african dawn“. Può essere una buona idea, mi racconta chi c’è stato per lavoro.

Intanto a Dar es-salaam sono state poste le basi (gennaio 2010) per una maggiore integrazione della Comunita’ dei Paesi dell’Africa orientale (EAC) sul modello dell’Unione Europea. Bel progetto, poiché l’integrazione economica è l’unica via per limitare conflitti e sviluppare forme integrate di relazioni politiche. Si è firmato un trattato per formare un Mercato Comune, per smuovere e sviluppare le economie. Il paese è ancora sostenuto al 60% dagli aiuti internazionali, ma “we cannot live on someone else’s tax money forever. Aid is important, and aid for Rwanda has worked. But your mind becomes more creative when you look for a way to get yourself out of poverty”. Parole chiare come tante altre scritte e dette da questa donna. Insomma belle notizie da quel posto dimenticato, addirittura sono riusciti a stanziare USD 100.000 per non restare indietro nella gara di solidarietà per il disastro naturale (che si somma al disastro abituale) per la povera Haiti, di cui parleremo a bocce un po’ più ferme.

Si aggiustano anche le relazione con i vecchi padroni coloniali francesi (a febbraio il Sarkosi scenderà laggiù). Accuse e contraccuse sulle responsabilità dell’inizio dei massacri. I francesi (il giudice francese, Jean-Luis Bruguiere) attribuì all’attuale presidente Paul Kagame la responsabilità dell’attentato nel quale perse la vita il suo predecessore, Juvenal Habyarimana, evento che diede inizio alle violenze. Il rapporto del giudice provocò la rottura dei rapporti diplomatici con Parigi nel 2006. Oggi, un altro rapporto di esperti ruandesi, attribuisce l’attentato a una fazione interna al partito del defunto presidente Juvenal Habyarimana , Hutu Power, contraria alla spartizione di poteri su base etnica voluta dal defunto presidente. Quest’ultimo Rapporto ruandese smentisce uno del 2008 in cui s’accusava esplicitamente il governo francese di aver fornito armi e sostegno alla fazione e di essere implicata nello scatenarsi del genocidio. Insomma come spesso accade in questi disastri umanitari, la verità è difficile da trovare, seppellita sotto interessi, relazioni politiche, odi. Continuano, intanto, ad essere re-impatriati presunti e reali criminali, fuggiti nei paesi vicini e specie in Zambia, con cui è stato firmato un accordo per estradarli.

Dice la Mushikiwabowe have surpassed our own expectations because 15 years ago there was no country”. Solo morte, desolazione e disperazione. Stiamo tornando alla normalità grazie a “homegrown solutions”. Parla delle Gacaca Community Courts (specie di tribunali comunitari) “there was no classic justice system that would have adressed the terrible genocide. Gacaca has absolutely helped bring about reconcilation. La Mushikiwabo ha vissuto in USA per circa 20 anni è tornata per collaborare alla ripresa del suo paese, ha scritto un libro dal bel titolo: Rwanda Means the Universe: A Native’s Memoir of Blood and Bloodlines, che racconta, fra l’altro, la strage della sua famiglia.


India connection

gennaio 14, 2010

Fa freddo in Nepal, alla mattina si è toccato 0 gradi, nelle montagne (Jomosom, Jumla) anche -5, nel Terai si è sfiorato lo zero con gran nebbioni mattutini. Fredddissima anche la situazione politica , specie nella pianura, Parsa. Bara, Rautaht (Terai centrale) 4 morti fra i maositi e funzionari dello statio. Guerra politico-mafiosa fra i separatisti armati del Tarai Mukti Morcha (JTMM) e i maoisti; fine dei  colloqui fra i sei gruppi armati attivi nella regione e il governo. Queste le cause della ripresa della rivolta etnico-religiosa, ovvio c’è chi soffia sul fuoco.

 A Kathmandu il capo (incarcerato) del Nepal Defence Army (NDA) Ram Prasad Mainali (ora in fase di conversione cattolica), ha confessato che il suo gruppo è responsabile dell’attentato sanguinoso alla chiesa di Kathmandu lo scorso maggio (2 morti e diversi feriti) e di altri attentati nella capitale e nel Terai. I finanziamenti li riceveva dai gruppi integralisti hindu. Gli stessi (Bharatiya Janata Party -BJP-, Rastriya Swayamsevak Sangh (RSS), Bajrang Dal e Shiva Sena party) che spingono per la restaurazione del Nepal come stato hindu, ripropongono la monarchia e protestano per l’avvicinamento con la Cina. Il leader del Rastriya Swayamsewak Sangh (RSS) Mohan Bhagwat ha dichiarato durante una funzione religiosa che “ Beijing was trying to tighten its hold on Nepal which India must counter through a firm diplomatic strategy”.

Nel Terai s’agitano gruppi religiosi fondamentalisti hindu, probabilmente supportati da parte dei servizi segreti indiani. Intanto le forze speciali indiane Seema Sukhakshya Bal (SSB) hanno impedito all’esponente maoista Ram Bahadur Thapa di visitare la diga di Khurdalotan e I territori attigui che, secondo i nepalesi, sono stati in parte fagocitati dall’India. Nei mesi scorsi decine di famiglie nepalesi furono allontanate dalla zona con la forza dallo stesso SSB. Anche il leader Prachanda è sceso nel Terai, a Mihakali, dove si sospetta che parti di territorio siano stati inclusi nei confini indiani. Durante la visita sono volate parole grosse contro il governo indiano “ We just want equal treatment, not big brother and small brother” ha dichiarato ribadendo che l’India sta manovrando  contro l’inserimento dei militari maoisti nell’esercito e controllando l’attuale governo. Ha infine ribadito una vecchia questione cioè che I trattati in vigore devono essere rivisti specie quello del 1950 (Peace and Friendship Treaty) che determina i rapporti economici e commerciali fra i due paesi (copie oggi bruciate pubblicamente da attivisti maoisti).

Si apre un nuovo fronte nella già caotica situazione nepalese. I maoisti che soffiano sul nazionalismo e gruppi filo-indiani (sostenuti dai partiti integralisti hindu e, probabilmente, da settori dei servizi segreti) che auspicano un Terai indiano o qualche forma d’intervento da parte dell’India a protezione degli abitanti della regione (in massima parte d’origine indiana) e della sicurezza dei confini. L’India ha sbagliato un po’ di calcoli. Ha favorito la caduta di re Gyanendra (aprile 2006) per liberarsi una volta per tutte dalla nazionalista dinastia, ha sperato che nelle elezioni dell’aprile 2008 i maoisti uscissero sconfitti, ha lavorato per rimpiazzarli con i partiti a lei più vicini (Congresso e UML) non favorendo il ricambio della loro dirigenza (da sempre corrotta e inefficace). Ora si trova con un altro paese confinante allo sbando. A Kathmandu continuano a circolare banconote e passaporti indiani falsi che molti pensano provenienti dai servizi segreti pakistani. Dalle frontiere può entrare e uscire qualsiasi cosa e persona. 20.000 guerriglieri maoisti indiani potrebbero avere sicuri santuari. Ora stanno cercando d’evitare l’ultima tragedia (dal loro punto di vista) cioè l’arruolamento degli ex-guerriglieri maoisti nepalesi nell’esercito regolare, una delle poche istituzioni su cui gli indiani contano.

Sicuramente sono in corso trattative, incontri, mercanteggiamenti vari fra Delhi e i maoisti. Questo può spiegare perché Prachanda stia agitando la “questione nazionale” (national indipendence and civilian supremacy è il nuovo slogan) pericolosamente per premere sul governo indiano. Sono tornate fuori vecchie storie come quella secondo cui buon re Birendra sia stato ucciso da un complotto manovrato dall’India perchè troppo indipendente da Delhi. Lo stesso, qualcuno raccontava, è accaduto per il leader dell’UML (comunisti moderati) Madan Bhandari scomparso in un misterioso incidente d’auto nel 1993. Fra la gente gli indiani non sono ben visti: turisti supponenti girano per la capitale e programmi radiofonici e televisivi indiani che riducono i nepalesi a caricature, i migranti considerati poco. Antipatie diffuse che ogni tanto sfociano in qualche tumulto anti-indiano a Kathmandu.

Ma i rapporti con l’India sono fondamentali specie adesso che si sta mettendo in piedi un oleodotto che permetterebbe (se i nepalesi pagassero) un flusso costante di petrolio nel paese, senza più le consuete penurie derivanti da blocchi dei traffici o scioperi vari; contemporaneamente si sta discutendo una nuova via commerciale per le merci passante per il Bangladesh e non più solo per il congestionato porto di Calcutta. Questioni importanti per un paese landlocked come il Nepal. Come ovunque, soffiare sul fuoco del nazionalismo può essere una via veloce per raggranellare consenso ma anche una pericolosa deriva.

Unisce, ancora, la fede. Migliaia di nepalesi hindu (fra cui il leader del partito di governo il comunista-moderato Jhala Nath Khanal stanno scendendo ad Haridiwar, dove quest’anno si celebra l’immenso festival del Maha Kumbh Mela, sulle sponde del Gange e sulle scalinate (ghat) note come “Orme di Dio”. Ogni 12 anni milioni di fedeli, decine di migliaia di Sadhu devono bagnarsi (snan) nel giorno propizio di Makar Sakranti (martedì 12) nella sacra Ganga per purificarsi dai peccati di questa e altre vite e raggiungere la purezza. Lo stesso accade, con minori benefici in altri parti dell’India come a Sagar dove nella corsa vero il fiume sono morti 7 fedeli. Io ero stato ad Allahabad, forse 24 anni orsono e lo ricordo come un incubo, sadhu esaltati che spingevano via con i forconi i pellegrini per raggiungere il fiume, persone esaltate pronte a calpestare ogni cosa per toccare le acque all’ora propizia, elefanti adornati che trasportavano Guru adorati, un mare di persone in perenne movimento e, anche, lì qualche decina di morti. Un casino tale che la polizia bloccò le strade d’accesso per impedire ai fedeli di arrivare.

Il periodo sacro e propizio durerà fino ad aprile, ma questi sono i giorni più benefici prossimi alla nuova luna. Shiva e il Sole (l’inizio della fine dell’inverno) sono da propiziare. Dai mitici libri dei Veda (dai queli dipartono le molte scuole hindu) si rintraccia Haridivar (cittadina commerciale abitualmente di 200.000 abitanti). Qui, quando ancora dei e demoni (asura) lottavano, cadde un goccia di sacro amrit (la bevanda sacra degli dei) che Garuda stava portando al suo Signore Vishnu. Altre gocce caddero a Allahabad, Nasik e Ujjain, luoghi sacri e sedi cicliche della grande festa. Comunque, per i più comodi, è possibile ricevere per posta un po’ d’acqua dal fiume sacro con una donazione on-line a Iskon (costo USD 101), che con il ricavato fornirà pasti caldi ai pellegrini del festone.


Nepal: paese ed economia in bilico

gennaio 11, 2010

Ogni volta che c’è uno sciopero, specie se prolungato, i produttori di latte e vegetali sono fregati. Questi prodotti non possono raggiungere i mercati, essere lavorati e, dunque, agricoltori e allevatori perdono milioni di rupie. Dall’inizio del 2010 ce ne sono stati già tre, proclamati da diversi partiti.

Lo sciopero significa blocco totale delle circolazione, ricordo che durante i blocchi, il latte veniva buttato nelle strade e si formavano fiumi bianchi sulle carreggiate. Immagini pietose in un paese dove il reddito degli agricoltori e allevatori è di sopravvivenza. Se i prodotti alimentari non arrivano quelli che ci sono aumentano di prezzo. Se andiamo al mercato di Kalimati, deserto nei giorni di sciopero, vediamo l’aglio o le cipolle salite da Rs 36 per kg a 40. All’ingrosso i cavolfiori sono passati da 18 a 22 rupie al Kg. I pomodori da 18 a 22. Il prezzo dei cilindri di gas (riscaldamento e cucina) è passato da Rs. 900 a 1500 in due anni (quando si trova).

Scioperi e mancanza di governo dell’economia hanno fatto crescere l’inflazione (inflazione +16,4) e fatto diminuire il già debole potere d’acquisto della media dei nepalesi. L’attuale reddito procapite (USD 410) permette di comprare meno cibo rispetto al 2008 (quando era 380), secondo alcune stime è addirittura inferiore, in termine reali a quello del 1973. Fermi o falliti anche i progetti di riduzione della povertà: Likewise, the government’s priority programmes — education for all, health for all, safe drinking water and sanitation — have failed to meet people’s needs and expectations, spiega  Bharat Devkota del Center for Economic Development and Administration (CEDA). Paese allo stremo e gli attuali colloqui fra i partiti restano uno dei pochi segnali positivi. Anche perché altri grossi nuvoloni si stanno presentando sull’orizzonte economico.

Le rimesse dei migranti sono calate dell’11% nell’ultimo trimestre così come le esportazioni (-14%) e gli investimenti stranieri (FDI-Foreign Direct Investment). Si continua a comprare oro (come negli anni ’80) per rivenderlo in India ed è diventato (come valore) una delle voci più importanti fra l’import (+168% rispetto al 2008). La Banca Centrale combatte imponendo tasse sull’ acquisto, comprando rupie indiane per sostenere il cambio (passato da 95 a 106 rupie per un euro in due anni) e gettando liquidità in un sistema esausto. Nell’ultimo report sull’economia (di questi giorni) la Banca Centrale (NRB) segnala che Nepal´s two major export pillars — readymade garments and woolen carpet — recorded yet another decline of 25 percent and 38 percent respectively during the period.

Il turismo regge anche se non cresce rispetto al 2008 (+1,1), ma i maggiori aumentii sono cinesi (+51,4) e in genere asiatici (20% del totale), in tutto 378,120 turisti di cui 80.000 se ne sono andati in trekking (quasi tutti sull’Annapurna). La valuta pregiata esce e non entra, la bilancia dei pagamenti è in serio deficit, il sistema industriale (se così si può dire) non esporta, non è competitivo e non c’è liquidità per gli investimenti. Inflazione e stagnazione dell’economia sono i guai peggiori che possano capitare a un paese; i tassi d’interesse interbancari sono schizzati al 13,28%, livello mai raggiunto.

Crisi che ricade sulle famiglie che, negli ultimi anni, hanno iniziato a indebitarsi per acquistare auto, mobili, generi di consumi e case. La bolla speculativa nell’edilizia (i prezzi delle abitazioni e terreni aumentano del 100% all’anno in alcune aree) ha già fregato alcune banche e rischia di estendersi alla gente comune.

Chi ha i soldi (migranti ricchi) vende a Kathmandu per acquistare negli USA dove, incredibilmente, i prezzi sono più convenienti (oltre 500 richieste d’esportazione di valuta nel 2009). Il ritorno della democrazia e gli appetiti dei diversi partiti hanno rempito le aziende, i ministeri gli enti pubblici di raccomandati messi lì a distribuire prebende. Gli aiuti internazionali, come sempre, spariscono nel nulla. Dopo gli anni d’investimenti (90-95) il Nepal è precipitato nella classifica della World Bank ed è finito fra i paesi in cui è più difficile fare business.

Eppure, qui vicino , nel confinante Bihar indiano è partito un  “new miracle economy “ con una crescita dell’economia superiore all’ 11% (media indiana per il 2009 8,5%). Il Bihar era considerato fino a poco tempo fa uno degli stati indiani più sfigati: povero, corrotto e pieno di delinquenti (così erano considerati in India i bihari) . Ora sta uscendo dagli stati più arretrati, il gruppo del ‘BIMARU’ ( Bihar, Madhya Pradesh, Rajasthan e Uttar Pradesh), e sta facendo concorrenza a quelli più avanzati come il Gujarat. Secondo la World Bank è uno degli stati indiani “easiest place to start business”.

Tutta l’India comunque continua a tirare ed attrarre investimenti stranieri, malgrado la crisi, it was found that India achieved a growth of 85.1 per cent in foreign direct investment flows in 2008, the highest increase across all countries, scrive l’UNCTAD nel suo rapporto annuale.

Copiare gli incentivi alle imprese del Bihar, sfruttare il traino indiano sono opportunità per il Nepal se vuole aumentare il proprio PIL (crescita prevista nel 2010 un misero 5,5%) e ridurre povertà e squilibri. Senza soldi sarà difficile fronteggiare i rischi di penuria alimentare causati dalle poche piogge monsoniche del 2009 (inferiori del 60% alle necessità), acquistare riso e grano all’estero per coprire l’11% di mancati raccolti.


Nepal: guerriglieri immaginari

gennaio 8, 2010

 

Qualche bella notizia. Uno dei principali nodi politici sembra in via di soluzione. I partiti compresi i maoisti hanno raggiunto un accordo per smantellare in 112 giorni, l’Esercito Popolare (PLA)  e iniziare a rimettere il paese in sesto e dare un futuro a qualche migliaio di veri e finti ex-guerriglieri. Il barometro politico gira al bello.

Dimenticato il video di Shaktikhor (da uno dei cantonment in cui sono ospitati i solati maoisti), il leader Prachanda (vedi video) prendeva per il culo l’UNMIN dicendo che, in realtà, i suoi soldati erano 8.000 e non 35.000 come riconosciuto dal confusionario e costosissimo ente delle Nazioni Unite. Ragione del truffone, spillare i soldi, stanziati dai donatori internazionali per mantenere i combattenti,  a favore del partito. Una serie d’interessi convergenti hanno fatto restare 19.602 persone nei campi, in condizioni non brillanti, isolati, con la sola speranza d’entrare nello stato. Gli ex-combattenti sono povera gente (i più furbi si sono già sistemati nel partito), usati come manovalanza quando c’è da fare casino e come giustificazione per avere finanziamenti dalle varie organizzazioni internazionali (UNMIN, UNHCR e adesso anche UNICEF).

Forse qualcosa ora si è sbloccato. Lo Special Committee on Supervision, Integration and Rehabilitation of Maoist Army Personnel ha redatto un bel documento in cui si definisce il processo d’integrazione. Una parte dei combattenti (circa 15.000) saranno arruolati nel Nepal Army, Armed Police Force, Nepal Police and National Investigation Department (national intelligence), portando le forze di sicurezza a sfiorare le 100.000 unità in un paese di 20 milioni di persone, tanto pagano i donatori internazionali. Qualcuno ha riproposto anche il modello cambogiano: 70% dei diversi gruppi armati- stato della Cambogia, gruppi di Som Saan, Prince Norodm Ranariddh and Khem Rouge – dovevano essere riabilitati socialmente e il restante 30% arruolato in una nuova forza armata. Modello fallito perché nessuno disarmò e gli scontri proseguirono per anni. Chi non entrerà nelle forze di sicurezza (le uniche che ospiteranno i maoisti saranno quelle di polizia) riceveranno Rs 10,000 (euro 100 dall’UNMIN) e Rs 22,000 (euro 200) dai maoisti, più un set d’abiti civili e la promessa si training o scuola. Visto quello che è successo per le vittime e displaced del conflitto c’è il rischio che chi accetterà questa soluzione dovrà migrare o andare a rubare negli appartamenti di Kathmandu.

 Per adesso, fra gran fanfare e discorsi, è iniziato il processo di allontanamento dai campi dei finti combattenti, cioè quelli inseriti per far numero e soldi come descritto nel video. A Sindhuli (Campo di Dudhauli) dove fra gran fanfare e discorsi sono tornati civili 372 finti combattenti (di cui 170 se n’erano già andati a casa prima). Sono una parte dei 4008 (fra cui circa 500 sotto i 18 anni) arruolati, più di nome che di fatto, al termine del conflitto per aumentare il numero e fregare l’UNMIN.

Qualche giornalista occidentale male informato ha fatto un pò di spettacolo sul ritorno alla vita civile dei “bambini soldati” è la solita grande bufala, nessuno li obbligava a stare nei campi e ci stavano solo per portare a casa qualche soldo (Rs. 800 al mese) e sperare in qualche lavoro. Alcuni di questi hanno dichiarato (e sperato) di poter continuare a fare i militanti maoisti, magari stipendiati. Anche durante il conflitto, a parte qualche caso forzato, solo poche decine di ragazzini furono inquadrati nel PLA con compiti di sostegno. Molti altri giravano con fucili di legno, come un gioco. 

Fare i funzionari di partito, sarebbe una soluzione, per non trovare altre 4008 persone senza lavoro e senza speranze, magari costrette a finire a nelle bande che saccheggiano il Terai. Mentre le fanfare suonavano a a Sindhuli tre attivisti maoisti sono stati uccisi a Bara (nel Terai) in scontri fra bande politico-criminali, un altro ex-comandante del PLA s’è suicidato in uno dei campi. Il problema sociale e politico resta.


Donatori e beneficiari. Chi è più contento?

gennaio 7, 2010

Natale è passato,  prima Copenaghen e il nuovo business del “climate aid“, momenti d’oro per l’industria dell’assistenza. Come soldi non se l’è passata male neppure nel 2009, malgrado le previsioni di un calo delle donazioni a causa della crisi. Individui e governi hanno continuato a pompar denaro e il calo del settore è stato solo di un 5-7%, meno del previsto. Bene si è mossa,  l’OMS (organizzazione Mondiale della Sanità) che ha fatto bingo (come già fece con l’influenza delle galline) con questa dei maiali, assorbendo soldi e  favorendo le case farmaceutiche per nulla.

La somma (a livello planetario e italiano) per cercare di ridurre povertà e disastri è, dunque, rimasta più o meno immutata. Chiaro che la domanda è: questa massa di denaro è ben investita, cioè produce risultati decenti per i beneficiari? Risposta apparentemente facile, più soldi ci sono più gli interventi dovrebbero produrre risultati positivi per i derelitti di mezzo mondo (questo dicono i burocrati dell’industria). Purtroppo non è così, almeno ce lo dicono studi e analisi fatte in tutto il globo, oltre che la nostra piccola esperienza. Partiamo dal generale, dal macro. Altra domanda ma donare fà la felicità più del donatore o del beneficiario? (fuori gara gli operatori delle varie organizzazioni che sono i più felici). Vediamo un pò.

In media ogni anno oltre USD 110 miliardi finisce nei paesi poveri nel nome della cooperazione allo sviluppo e questo (+o-) da oltre 50 anni. Gli studi dicono che per la maggior parte dei paesi africani (che sono fra i maggiori beneficiari degli aiuti) hanno visto la crescita del reddito pro-capite pari a zero. In più è stato rilevato che la mal gestione di questo denaro da parte dei burocrati (privati e pubblici) dell’industria dell’assistenza ha provocato effetti negativi nei sistemi economici dei beneficiari (e quindi nella vita delle persone che si vorrebbero aiutare). Elementi segnalati sono: diminuzione degli incentivi alla produzione (specie agricola e relativo calo della produzione), disencentivi all’innovazione, distorsione dei consumi (favorendo le elites metropolitane), aumento delle disparità sociali ed economiche, consolidamento di oligarchie e e sistemi politico-affaristici (corruzione). E’ stato inventato il termine “dutch desease” per dimostrare che gli aiuti internazionali (mal gestiti) producono una diminuzione delle esportazioni dei prodotti a più alta intensità di lavoro (tessile, manifatturiero povero) In other words, aid tends to make a country less competitive (reflected in an overvalued exchange rate) which in turn depresses the prospects of the more exportable sectors. Nel nostro piccolo avevamo notato qualcosa per Cambogia e Nepal, paesi fra i più aiutati del mondo. (gli studi citati sono di  di Maren 1971, Bauer 200, Svensson 2000, Knack 2001 e 2004, Djankov 2006).

Ovvio che il fiume di soldi qualche miglioramento lo genera, se non altro aumentando i redditi e i consumi dei privilegiati nei paesi poveri, ma l’impatto dell’investimento sui risultati farebbe chiudere qualsiasi azienda privata. Abbiamo citato in altri posts (e nei docs) anche rapporti degli stessi operatori che, di fronte all’evidenza, indicano in più della metà i progetti falliti. Donatori e beneficiari (si parla delle burocrazie governative e delle elites locali che gestiscono la cooperazione) hanno interessi diversi da quelli dei beneficiari diretti (cioè i cittadini). Il potere e benessere dei primi è dato da tre elementi: aumento costante dei fondi (struttura e apparente intervento); poco lavoro e impegno; burocrazia (giustificare l’utilizzo dei fondi). Ovviamente i processi di selezione del personale devono rispondere ai requisiti di questa triade (a cui s’aggiunge nepotismo e clientelismo) e dunque ciò moltiplica l’inefficienza. Ovvio che parliamo a livello di sistema e generalizzando, anche se molti dei pochi operatori buoni che abbiamo conosciuto hanno preso la porta.

 Un lavorone della Williamson (The role of Incentives and information) illumina sui sintomi dell’inefficienza del sistema, derivanti, scrive lei, dal letargo burocratico e dall’assenza d’incentivi del personale sia fra i donatori che fra la burocrazia beneficiaria. La Williamson segnala che la mancanza d’incentivi e controlli sostanziali ai burocrati  dell’industria dell’assistenza provoca:  duplicazione di progetti (e di spese inutili), una burocrazia distante dai bisogni dei beneficiari e impelagata in una ragnatela di obiettivi immaginari. Cita un Rapporto delle Nu sui MDGs che propone 54 indicatori, per 18 obiettivi, 36 raccomandazioni per 449 interventi. Ricorda che un funzionario medico delle NU consuma, per riempire le richieste burocratiche, stilare reports, e relazione fra il 50 e il 70% del suo tempo.

Il meccanismo che guida l’assistenza internazionale (sia pubblica che privata) è politico e burocratico: burocrazia, procedure, certificazioni, reports, protocolli che impediscono trasparenza ed efficienza. In Nepal nelle scorse settimane c’è stata la solita riunione dei donatori da cui sono emerse le conferme agli studi citati duplicazione di progetti e perdita di controllo dell’utilizzo dei fondi. Gli stessi burocrati del governo hanno dovuto riconoscere in dichiarazioni pubbliche The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge Indu Ghimire (dello stesso ministero), nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali. L’Himalayan Times chiude l’articolo citando “A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget”.

A Doti (west Nepal), ogni anno ci sono decine di morti per diarrea, manca l’acqua potabile. Qualche mese fa, in pompa magna, donatori e funzionari governativi hanno inaugurato un progetto idrico. Oggi leggiamo The locals claim that the government employees of the concerned office had taken 20 to 40 per cent commission for approving the project. The consumers also claimed that millions of rupees were spent on such projects designed without proper studies. Infatti l’acqua non arriva.  Solo a Kathmandu operano più di 20 ONG per i bambini di strada ma il fenomeno, a detta dei reports delle stesse, è in crescita. In Cambogia, grazie alle pressione dei contadini, la World Bank si è accorta che il suo progetto di USD $ 38.4 milioni, iniziato nel 2002, e diretto to disseminate land titles and create an “efficient and transparent land administration system for the Kingdom, è fallito e ai contadini viene sottratta la terra sotto il loro naso.

Scendiamo fra noi. In Italia sono donati ogni anno circa 6 miliardi di euro dai privati (300 milioni da aziende, circa 45.000) per la solidarietà. Il 14% và alle associazioni di ricerca medica ed assistenza, il 20% agli aiuti internazionali\emergenze, il 3% ad associazioni per l’adozione a distanza. In Italia ci sono circa 20 milioni di donatori con una media di versamenti di euro 180 annue che mantengono in vita un sistema di 21.000 ONP (organizzazioni no-profit) con oltre 1.000.000 di operatori. 239 ONG ricevono fondi anche dallo stato (pochi) e dall’UE e mantengono 5500 operatori.

Questo sistema ha un passato eroico (in molti casi),  nasceva da un esigenza diffusa di solidarietà, di partecipazione e si è formato, infatti, all’interno della sinistra e del sindacato. Quando quest’ultimi si sono strasformati (sintetizziamo) in sistemi politico-affaristici votati all’automantenimento, il sistema dell’assistenza  ha patito la stessa involuzione. Come il sistema dei partiti, l’industria dell’assistenza ha messo da parte  ideali e passione per diventare uno dei tanti serbatoi di potere e clientele, di creazione di consenso, insomma un  business politico ed economico. Parole e immagine, come per i partiti (di cui molte ONG sono, di fatto, emanazione),  la  trasparenza  reale (dettaglio dei bilanci, attività, etc.) è inferiore persino a quella dell’industrie private, comprese le famigerate banche ed assicurazioni.

Non per niente, l’Eurisko (in una generica indagine sul settore) ci dice che la ragione più importante per l’abbandono della donazione non è la mancanza di soldi ma quella di informazioni e trasparenza. Le normative che regolano il settore sono vecchie e tagliate per piccole entità. Oggi vi sono ONLUS che fatturano centinaia di milioni di euro e sarebbe necessario che fossero stabiliti criteri particolari per redigere i bilanci. Non bastano le dichiarazioni come quella in cantiere dell’ Agenzia delle ONLUS (massimo 30% dei fondi per la struttura) se non vi sono obblighi di dettagliare l’utilizzo del restante 70%. La stessa Agenzia è simile alle altre Authority italiane, grandi dichiarazioni, controlli sulla carta, assenza d’analisi, cifre sul settore, proposte sensate.

Abbiamo tracciato il percorso di euro 100 donati in Italia, abbiamo visto che ufficialmente le Associazioni dichiarano che più o meno 30 sono spesi per la struttura e il marketing ed il resto destinato a “progetti”,  ma nessuno dettaglia la spesa di questi 70  (in molti casi parte di questi rimangono in Italia). Noi abbiamo immaginato che almeno 30 siano spesi per personale espatriato (o italiano destinato a seguire i progetti in Italia) e locale, 20 per mantenere la struttura nel paese beneficiario (affitti, macchine, etc.), 5 per spese di comunicazione, training, reports, etc. (spesi in Italia e nei paesi). Insomma ben che vada ne restano 15 per i beneficiari o realmente per “i progetti”. Ma questi dati quanto costa costruire una scuola (nel dettaglio: mattoni, cemento, manodopera, lamiere per il tetto, impianto idraulico, etc), quanto è la quota di spesa per il personale della ONG incaricata di seguire la costruzione, le quota di spese di gestione  ( benzina, macchina, pasti, studio del progetto, etc) neanche Sherlock Holmes riesce a trovarli. In altri paesi ciò avviene.

Franco (un sostenitore deluso di CCS Italia ONLUS) mi domanda ma cosa deve fare un donatore, allora. Io penso che dare soldi sia solo la prima parte (e la più facile) di un impegno verso uno o più beneficiari. Fermarsi qui è fare l’elemosina, soddisfare il proprio ego.  Un donatore che ha a cuore il proprio bambino o progetto sostenuto deve fare come un azionista di una società privata cioè controllare, premere e chiedere come è stato investito il suo capitale. Un modo, anche, per migliorare, le forme di comunicazione delle ONLUS\ONG, oggi solo formali (certificazioni, bilanci sociali, fiumi di parole). Alternativa: donare a un progetto vicino o verificabile personalmente. Dalle ONLUS nostrane bisogna accettare ciò che arriva, cioè qualche lettera standardizzata (del bambino sostenuto), un regalino comprato all’ingrosso e un report generico sulle attività svolte. Chi si aspetta di più, allo stato attuale, non può che restare deluso e chi chiede di più è considerato un rompicoglioni.

Non è tutta colpa delle ONLUS, l’assenza di un quadro normativo ad hoc (dal punto di vista civilistico, contabile e dei bilanci), il terrore di veder contestato  l’utilizzo dei fondi e di perdere finanziamenti, le obbliga ad esagerare gli aspetti formali a discapito della sostanza (cioè l’efficacia degli interventi a favore dei beneficiari).

Due studiosi (Arvin e Lew) forse non sapevano cosa fare e hanno scritto uno studio (pieno di formule matematiche) con il titolo Happiness and Foreign Aid. Lo studio rientra nel filone di moda di verificare un elemento da aggiungere a quelli materiali (reddito, produzione, etc.) cioè il coefficiente di felicità. Il succo della ricerca è che “it is better to give than to receive aid” cioè è più felice il donatore che il beneficiario. Visto i risultati di tanti progetti non sorprende.


India al Cairo

gennaio 3, 2010

L’attuale transizione egiziana e ricerca di una nuova identità nazionale ed internazionale può indicare  (come segnala anche la storia) un’altro modello di stato laico, in cui diverse forme di Islam convivono con altre fedi. Qui non si sente la faida fra sciti e sunniti che uccide in Pakistan, nè le urla degli Imam che soffocano l’Iran.  Qua tutto sembra mischiato integralismo e modernità, ma senza apparenti rotture.

Addirittura uno dei teorici della “guerra santa” e fondatore di uno dei movimenti più violenti al-Jihad (e ritenuto fra i co-fondatori del network di Al Qaeda) sembra averci ripensato. E’ Sayyid Imam Al-Sharif, in carcere dal 2001, autore del libro come Rationalizing Jihad in Egypt and the World, che è diventato una sorta di rifroma del pensiero fondamentalista islamico e una rinuncia ad ” scagliarsi contro USA e Occidente per guadagnarsi facile fama fra arabi e musulmani. A rinunciare alla distruzione, perché non vi è vantaggio nel reciproco annicchilimento“. Un tentativo di riforma ideologica dall’interno. Influente o rinnegato per gli estremisti islamici, non lo sappiamo. Sicuramente apprezzato in occidente tanto che la prestigiosa rivista Foreign Policy l’ha considerato uno dei dieci potenziali “idea maker” del 2009.

Per rimanere in tema di religioni fedi, mischiamenti sono stato a vedere la strana villa costruita dal Barone e Generale Edouard Louis Joseph Empain (1852-1929): un pezzo d’India. Il Barone era un visionario, grandi e strani progetti, in parte realizzati. All’inizio del secolo si era messo in testa di far concorrenza agli inglesi per costruire una ferrovia inter-araba, malgrado gli immensi capitali a sua disposizione, lo esclusero. Allora decise di costruire una città modello, seguendo le idee allora in voga delle “garden city”.

In quel periodo sorgevano i quartieri residenziali del Cairo come Zamalec, elegante e snob, ai margini delle città vecchia. Nel 1906 fu fondata la Heliopolis Oasis Company con l’idea di costruire una città modello nel deserto a nord-est, fuori città. Un successo, poiché ancor oggi, Heliopolis è una delle zone più esclusive della capitale. All’inizio costruirono le looro ville pascià e sceicchi, fra cui Sultan Hussein Kamel, (che governò dal 1914 al 1917). In seguito burocrati, finanzieri, il presidente Mubarak e la sua numerosa famiglia, Yasser Arafat e altri leader (comodi) dei palestinesi. Fu un successo anche economico poiché in cambio delle costruzioni il Barone ottenne le concessioni 50ennali per i trasporti e l’elettrificazione. Le conseguenze furono che vecchi quartieri artigiani e commerciali come Jamaljja videro migrare le famiglie più attive (e ricche), diventando quartieri per migrati e poveri. Mentre Heliopolis fioriva, la Cairo vecchia si riempiva di disoccupati e poveracci (nel 1947 il 20% erano disoccupati che vivevano mediamente in 2,8 persone per stanza).

L’asse urbanistico della città (anche per il ceto medio) si stava spostando verso le aree di nord-est (lo stradone che oggi porta all’immenso aereoporto). Masr el-Gedida o New Cairo divenne uno stile che univa architettura e disegni occidentali e arabi, ville e appartamenti in un nuovo stile “modern Arab style” o “Moorish style”, prototipo per altri quartieri.

Il Barone fece a modo suo e si costruì una casa suggestiva, un villone  in stile Shikkar: con torana (portali dei templi buddhisti e hinduisti) all’entrate, statue di Shiva, fiori di loto scolpiti. Un tempio d’Asia insieme a minareti, chiese copte, sinagoghe. Dall’Orissa parti questo stile che s’estese a tutta l’Asia buddhista e hinduista, fra cui Angkor Wat in Cambogia. Shikkara significa montagna, l’Himalaya fantastica e distante come vista o immaginata dai costruttori indiani. Sede di Shiva e Parvati, protettrice della sacra Bharata (India), asse del mondo con il fantastico monte Meru. Queste suggestioni furono portate dal Barone (gran viaggiatore e affarista in Indonesia) nel deserto che allora era questa parte del Cairo, e realizzate in quello che ora è chiamato Baron Palace o Qasr El-Baron. Costruito da artigiani indonesiani sotto la supervisione di famosi architetti francesi.

Oggi è chiuso dopo una lunga storia. Leggende raccontano che la costruzione ruotava seguendo il sole, di riti tantrici fra il Barone e la bellissime donne che lo circondavano (con schiere di figli illegittimi) fino a che s’innamorò perdutamente dell’elegante Yvette Boghdadli, allora una delle donne più belle del Cairo. Dopo il Barone visse lì il figlio anche lui gran gaudente. Infine negli anni ’50 il palazzo fu venduto ad una ricca famiglia saudita, che cercò di rivenderlo qualche anno orsono all’astronomica cifra di USD 50 milioni, più del budget annuale egiziano per preservare le antichità. Ovviamente nessuno lo comprò.

Da allora fu disabitato e divenne una leggenda per i cairoti. Raccontano di riti magici, rave parties, orgie, fantasmi e spiriti vaganti. Negli anni ’90 i giovani freak egiziani si rifugiavano lì a farsi delle canne, posto ideale fra mandala, immagini di Shiva, diagrammi tantrici; fino a che i genitori delle vicina scuola imposero la chiusura. Nel frattempo l’interno del Palazzo fu distrutto durante queste attività, balaustre, statue, stupendi pavimenti inatrsiati, porte dorate e scolpite, dipinti murali indiani. Il Barone s’agitava nel suo mausoleo prossimo al Palazzo, fino a che in base alla legge 117 fu, di fatto, gestito dal governo egiziano. Lo splendido giardino costruito a terrazze è sparito così come la caotica vegetazione orientale. Un guardiano siede, quasi smarrito, nell’erba secca, perso fra immagini per lui strabilianti e strane.


Iniziamo l’anno al Cairo

gennaio 2, 2010

Che ci faccio qui? Siamo incolonnati come sempre, tranne il venerdì, nelle strade del Cairo. Ci avvolge la nebbia mattutina formata da escursione termica e smog (al-Qaira è fra le città più inquinate del pianeta). Un sacco di gente in giro (anche di notte) qui vivono oltre 20 milioni di persone. Donne sunnite coperte fino ai piedi, donne scite con il solo velo, cristiane a testa scoperta, un pò il simbolo  dell’Egitto. Certo, mi racconta Jasmine, io non posso andare a ballare (solo le ragazze dell’alta borghesia vanno nelle costose discoteche degli alberghi), tante ragazze sono obbligate in casa a vedere tutto il giorno la televisione ma nei posti di lavoro e nelle scuole stiamo cambiando e obbligando le nostre famiglie a farlo. Tanti uomini soli che girano a gruppi ma anche qualche coppia giovane che s’abbraccia nascosta nelle ombre del lungo Nilo. Centri commerciali enormi che spingono per cambiare costumi e modi di vita (almeno nele grandi città), una paese, come scrivono gli esperti, in transizione. 

Capodanno, tutti in giro. Ahmed mi racconta che furono gli egiziani a organizzare le prime feste di inizio anno  (secondo lui tutto è stato inventato da loro, (pane, carta, esplosivi, pizza, caffè). Altri tempi e altra stagione. Il Nilo saliva, sempre più o meno alla stessa data, e la gente festeggiava l’anno (gli egizi inventarono il calendario di 12 mesi lunari), Opet e i molti dei del sole, della Luna, della Vita e della Morte, venivano portati sul fiume da un corteo di barche. Così mi racconta è scritto in un antico documento.

Il traffico, in questi giorni, è stato bloccato anche dai 1300 membri della Gaza Freedom March, a cui il governo egiziano, per evitare problemi con Israele, ha impedito di raggiungere Rafah e da qui Gaza. Della tragedia dello scorso anno si è parlato solo per queste manifestazione, davanti all’ambasciata USA,  francese oggi Israeliana (quattro gatti) e per gli scontri con la polizia (leggeri). Alla fine s’è mossa Suzanne Mubarak che ha concesso a 80 manifestanti (palestinesi con famiglie a Gaza) di raggiungere il confine. Sorte peggiore per il Palestina Convoy (una decina di camions con aiuti umanitari)che è dovuto tornare in Siria e raggiungere la Palestina via mare. I cairoti sono rimasti indifferenti.

Ahmed (di mezza età) ricorda con orgoglio Nasser, Sadat, la guerra d’Ottobre (che permise la riconquista della sponda di Suez). Altri tempi, in cui il suo paese esercitava una grande influenza non solo nel mondo arabo ma fra tutti i paesi non-allineati e quelli africani. Questa influenza l’Egitto l’ha persa nella faticosa ricerca di mantenere ed estendere il relativo benessere, di costruire grattacieli e superstrade che hanno cambiato la fisionomia del Cairo rimpiazzando le vecchie case, assalendo le piramidi. Niente di male, però la crisi internazionale (come per altri paesi marginali) ha colpito poco ma solo nelle classi più povere, diminuiti gli investimenti internazionali, aumentata la disoccupazione. E Mubarak governa da 28 anni, a suo merito il consolidamento della pace con Israele. Il 2009 è stata l’anno in cui sono morti meno israeliani per scontri o attentati , la metà dello scorso anno (15 contro 36 nel 2008) e nessuna autobomba.

Il Rais (81 anni) nel suo discorso di fine anno ha ribattuto sulle “grandi ambizioni e aspirazioni” del suo paese, ha assicurato che l’Egitto difenderà il mondo arabo “dai tentativi d’egemonia” ma anche promesso  riforme nell’opaca democrazia, e un sistema d’armotizzatori sociali (pensioni, sussidi di disoccupazione) per il suo popolo un pò stanco del suo controllo totale. L’economia funziona (crescita del 4,5% nel 2009), si sta preparando la successione di Mubarak con il figlio Gamal (tecnocrate bancario, virato in politica), i Fratelli Musulmani (e il resto dell’opposizione) sono stati con le buone e le cattive marginalizzati, ma la burocrazia controllata dal governo è onnipotente, il ricambio politico nullo (vedremo alle prossime elezioni presidenziali nel 2010) e il 30% della popolazione vive ancora brancolando intorno alla “poverty line”. La classe media nata nell’ultimo ventennio, è quella che sta soffrendo di più per salari bassi e disoccupazione intellettuale.

Non vi è più il traino del Grande Egitto, il cui ruolo è nullo nelle grandi questioni internazionali che hanno scosso il mondo arabo. Ahmed dice che ora sono i cinesi che stanno diventando la prima potenza (anche in Africa), poi Brasile, South Africa e addirittura Nigeria sembrano più influenti delle terra dei Faraoni. Ma sono i cinesi, turismo dilagante in Egitto, che più sorprendono Ahmed, abituato a considerare gli americani onnipotenti. Gli USA  spendono miliardi di dollari per combattere guerre, tentare di sconfiggere il terrorismo (ma Al Queda non è stata ancora decapitata) mentre i cinesi fanno affari. In Afghanistan, nel 2007, hanno firmato un accordo con Kabul di USD 3,4 miliardi, appropriandosi di miniere di rame (ad Aynak) in grado di soddisfare 1\3 dei loro consumi. Suscitando un pò’ d’invidia gli dico che Pakistan, Iraq ed Afghanistan sono diventati i paesi più corrotti del mondo grazia alla malagestione degli immensi fondi internazionali. Ora gli USA spenderanno USD 5 miliardi per ricostruire una parte di Bagdad. La burocrazia egiziana è fatta da dilettanti al confronto. Bè, ci saranno ancora più cinesi e iraqeni nei nostri alberghi, sorride, Ahmed.


Cambogia: diritti umani sfioriti

dicembre 30, 2009

Una strada è bloccata a Phnom Penh, c’è un matrimonio. Centinaia d’invitati mangiano zuppe varie, pesce, riso, carne, s’inciuccano, ridono a volte litigano e finisce a botte. Comunque, alla fine, tutti ballano muovendosi in circolo e agitando le mani. Il tutto dura tre giorni e tre notti. In Cambogia il matrimonio è una grande festa, forse la più importante e costosa di tutta la vita.

Ed un grande affare per ristoratori, sarti, parrucchieri. Tantè che lo stato (Ministro del Lavoro) si è messo nel business ed aprirà una specie di centro per i matrimoni in grado d’ospitare 2500 persone, con immense tavolate su due piani. Uno esiste già più piccolo ma questo sarà uno spettacolo, promettono e, infatti, costa USD 1 milione. il posto (Phnom Penh’s Meanchey district) e il nome (Modern 2 Centre, dalla strada National Road 2) non sono un granchè ma il costo per invitato, in questi momenti di crisi è di soli USD 17 tutto compreso.

Anche la gran setta dei parrucchieri cambogiani risorge nel periodo invernale (più popolare per oi matrimoni) e acconcia in modi strabilianti i capelli, naturalmente splendidi, di spose ed invitati. Una potenza a Phnom Penh, tant’è che brigano per organizzare il campionato mondiale della categoria che quest’anno si tiene a Manila e gestito dalla Asia Pacific Hairdressers and Cosmetologist Association (APHCA).  Nella foto la campionessa nazionale.

La moglie arriva a casa dello sposo in una macchina simile a un albero di natale, vestiti con abiti eleganti (lui), sgargianti lei. Monaci suonano i cimbali, fanno girare un po’ d’incenso, la sposa lava i piedi del marito, vengono tagliati i capelli come sacrificio per la buona riuscita del matrimonio. Monaci e oracoli decidano la data e ciò li rende ancor più simili ai matrimoni indiani, nepalesi, e di gran parte dell’ Asia. Matrimoni arrangiati, spesso, dai parenti ma non per questo riescono male. Si dice che circa il 30% delle spose parla/incontra il marito solo il giorno del matrimonio. Sui giornali si legge spesso di suicidi di giovani innamorati che vedevano la loro storia bloccata dalle famiglie. Non è una cosa nuova perchè i Khmer Rouge obbligavano le donne (si dice 250.000) a sposarsi in base a ragioni di partito, economiche, di ripopolamento. Come in tutta l’Asia accade che gli sposi siano giovanissimi, bambini. La dote, a volte, distrugge l’economia domestica della famiglia della sposa.

Sui matrimoni sono nati ogni tipo di business, tant’è che l’anno scorso il governo sospese i permessi alle donne cambogiane che volevano sposarsi con gli stranieri, preoccupato dal crescente numero di donne abbandonate e tornate in patria in miseria. La stessa International Organization for Migration (IOM) segnalava la gravità del problema. Si scoprì un vero e proprio business specie con la Corea del Sud, che fruttava qualche centinaio di dollari alla moglie ma migliaia alle agenzie. Solo nel 2007, 1800 donne finirono in Corea, molte furono rispedite indietro (senza un soldo) dai mariti scontenti.

Ovviamente ci sono leggi, convenzioni internazionali, organizzazioni a protezione dei diritti umani che dovrebbero vigilare, controllare, reprimere gli abusi. Diritti dell’uomo, uno dei cavalli di battaglia (prima dei cambiamenti climatici) dell’industria dell’assistenza un po’ sfioriti in questa parte del mondo.

Pochi giorni fa 20 profughi Uighuri sono stati rimandati in Cina, dopo che avevano chiesto asilo politico a seguito della repressione nello Xinjiang, dello scorso luglio.L’UNCHR (organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati) se n’è fregata altamente (o è esemplare nell’incapacità) e i venti poveretti finiranno in qualche gattabuia cinese (se va bene). Il governo cambogiano è stato ripagato con una serie d’accordi che faranno fluire ben USD 1,2 miliardi. Nell’ ottobre 2008 l’UNHCR aveva dichiarato la Cambogia “paese modello” per aver siglato la convenzione sui rifugiati del 1951. Ricordiamo che qui le Nazioni Unite spendono qualche miliardo all’anno e dovrebbero, dunque, aver qualceh potere.

Qui vicino, in Thailandia, dove aver sbattuto in mare 1000 Rohingya l’anno scorso, adesso stanno rispedendo in Laos 4.000 profughi Hmong (tante donne e bambini). Questa popolazone delle montagne del Laos (e Vietnam) è ancora in lotta per far valere i propri diritti. Questi sono i discendenti dei combattenti anti Pathet Lao (comunisti laotiani) che furono ingaggiati dalla CIA per combattere i guerriglieri vietnamiti, cambogiani e laotiani durante la guerra del Viet- Nam. Ben 300.000 lasciarono il Laos dopo il 1976, la metà di rifugiò in USA. Il Primo Ministro thailandese Abhsit (si racconta che voglia fare un colpo di stato) ha assicurato “these Hmong will have a better life”. Non preoccupiamoci, l’UNHCR vigila (negli hotels di Bangkok) tant’è che durante la deportazione (avvenuta senza giornalisti e con camions militari) ha “intervistato” alcuni profughi definendoli “people of concern” cioè a rischio di persecuzione. Il buon Abshit se ne è fregato.