L’articolo via mypodcast
I mass meeting dei partiti sono tutti uguali: tanti Magar, Gurung, Tamang, Madeshi sotto i palchi e Bahun (Brahmini), Chetri (guerrieri) e Newari (gli abitanti di Kathmandu) belli grassi sopra. Sotto, gente che mangia le frittelle incartate nei giornali, si passa borraccioni d’acqua, alla fine qualche canto e danza. Molti sono scesi dai villaggi delle colline o saliti dal Terai (spesa pagate dagli organizzatori) in bus sovraccarichi ma festosi. Si fanno una gita a Kathmandu, la capitale, guardano negozi e superstore da lontano, visitano gli antichi templi, incontrano i parenti migrati in cerca di fortuna.
Una vecchia canzone nepalese raccontava il sogno di un innamorato: portare la sua fidanzata (kanchi) a Kathmandu in giro per i templi. Oggi magari i giovani sognano Doha, Kuala Lampur o Seul.
Dal palco sempre i soliti discorsi, roboanti ma simili per tutti partiti: attacchi vibranti agli avversari, minacce di nuove rivoluzioni o proteste, promesse di sviluppo, inni alla vittoria democratica per la cacciata del simbolo, Re Gyanendra, del feudalesimo.
Il feudalesimo è rappresentato, specie dai maoisti, dal Bahunbad (il sistema di potere delle caste più alte: Brahmini, Chetri e Newari) o la Bahun halimuhali (egemonia). Un potere, gridano da anni, destinato a finire; le classi che hanno occupato il paese, responsabili della povertà e dell’esclusione, di corruzione e nepotismo, saranno rimpiazzate dagli esclusi nel Naya (Nuovo) Nepal.
Tutto vero, il paese è bloccato dal nepotismo di questi gruppi ma il Primo Ministro Prachanda, il suo vice e Ministro delle Finanze Baburam, e il capo del Partito CP Gajurel sono tutti maoisti e tutti brahmini. Così come all’opposizione con il clan dei Koirala con il vecchissimo Grija, il delfino Shushil Koirala e l’astro nascente Govinda Raj, lo stesso nei comunisti moderati Jhalanath Khanal and KP Oli. I capi degli studenti universitari che si picchiano tutti i giorni si chiamano Lekhanath Neupane (il maoista) e Pradip Poudel (Congresso) sono entrambi brahmini. Nepotismo e scambi di favore non sono cambiati. Prachanda è sempre al centro del gossip popolare (come tutti i potenti del passato). Gran bevute e mangiate che l’hanno ingrassato come un vitello, il letto regale della sua residenza ed, ora, un tabloid in lingua nepalese (Naya Patrika) racconta delle terza macchina a disposizione del PM, una Toyota da euro 100 mila.
A discesa questi nomi sempre uguali, che indicano l’appartenenza alle caste alte, riempiono le firme nei giornali (anche le lettere dei lettori), la burocrazia statale, l’esercito e la polizia, l’Università. Si calcola che l’80% dei posti di potere sia occupato da Bahun, Chetri e Newari che rappresentano il 30% della popolazione.
Lo stesso fra i dirigenti locali delle INGO (che dovrebbero favorire le classi svantaggiate), li’ si arriva al 100%, basta scorrere la lista dell’Associazione (AIN). Abbiamo segnalato la vergogna della NGO CCS Italia che ha rimpiazzato, con salari esorbitanti, l’organizzazione Tamang che gestiva i progetti con una banda di Bahun e Chetri.
Un sistema che, malgrado cambiamenti politici ed economici, è rimasto quasi intatto poiché gli appartenenti a queste caste hanno potuto godere di una rendita (fatta d’educazione, viaggi all’estero, rete di conoscenze, denaro accumulato) che li continua a favorire nell’accesso ai posti migliori.
Qualcosa è cambiato fra gli eletti nell’Assemblea Costituente dove, rispetto ai parlamenti precedenti, è sensibilmente aumentato il numero degli appartenenti ai gruppi più svantaggiati. Il problema è che, almeno fino adesso, il loro ruolo permane succube rispetto ai dirigenti dei partiti bhaun e chetri . E’ anche curioso che non sia riuscito a trovare, fra centinaia di reports e studi generici, un’analisi dei mutamenti avvenuti fra gli eletti nel Parlamento, dovrò studiarmi le liste.
Le relazioni sociali sono sicuramente cambiate di più rispetto al sistema di potere, specie nelle città. Ora sono i soldi che determinano la posizione sociale più che l’appartenenza al gruppo castale o etnico; da ciò più liberi i rapporti d’amicizia, le frequentazioni, i matrimoni.
Le migrazioni e, anche la propaganda maoista, hanno incrinato gli schemi sociali tradizionali anche nei villaggi Sulle colline le differenze di casta sono state sempre più morbide rispetto all’hinduizzato Terai dove permangono discriminazioni e tensioni sull’accesso ai pozzi comuni, alle feste religiose e ad altri avvenimenti sociali. Ogni tanto scoppia qualche scontro su queste questioni.
Durante il conflitto i maoisti hanno molto valorizzato le differenze etniche e castali; hanno formato gruppi guerriglieri etnici e castali, hanno giocato (fin troppo) sul federalismo. Oggi si stanno pagando i frutti di quella politica, unita al secolare disinteresse dello stato verso le etnie escluse.
La moltitudine di sigle terroristiche del Terai, le continue proteste etniche (in questi giorni i Tharu bloccano la regione), il razzismo che sta emergendo verso i Madhesi da parte degli altri gruppi, il progressivo egoismo locale sono i risultati. Con queste premesse, la soluzione federale (basata sulle etnie) da alcuni suggerita per il Nuovo Nepal sarebbe la soluzione peggiore e porterebbe alla disgregazione dello stato.
Ci sono in Nepal 59 gruppi etnici, che i development workers identificano come “other backward communities“, mi racconta un po’ scazzato per la definizione Salam Tamang. Ma i Tamang, Newar, Magar, Rai, Limbu, Thakali, Sherpa and Gurung have their own distinct (even sophisticated) culture, language, religion, customs and traditional social structures and mores, mi dice. Anche se sono stati esclusi deliberatamente dal sistema di potere negli ultimi due secoli. Rais and Limbus of the eastern hilly districts, Gurungs of mid-western hills, Newars in Kathmandu, Tamangs, Tharus and Madhesis in the plains and Dalits across the country still hold a deep grudge (forte risentimento) against the State for this.
In gran parte del Nepal, specie nei villaggi delle colline, dove vivono etnie di tradizione buddhista le differenze castali sono state storicamente lievi. Lì la
terra è spezzettata, non ci sono latifondisti, e i Brahmini sono money lenders e commercianti; alcuni sono poveri che coltivano come tutti gli altri la terra. Come retaggio della tradizione gli è rimasto un velo d’arroganza e, qualche anziano Tamang, Gurung o Magar che ancora gli si appella con l’onorifico Sir. Anche nei villaggi, però ancora oggi, gran parte degli insegnanti, presidi, segretari comunali sono Bahun.
La storia che questi insegnanti spiegavano (nell’ultimo anno qualcosa è cambiato nei libri di testo) era quella dei conquistatori Gorkha, i guerrieri guidati dai brahmini e niente si raccontava sugli antichi regni locali dei Mitjila, di Lamjung, di Kirat, o dei Tamang.
Il potere, come del resto in India, è stato sempre nelle mani dei sacerdoti e guerrieri/governanti Chetri (in Nepal sono stati affiancati i Newari, gli abitanti di Kathmandu a loro volta divisi in caste e sottocaste).
Questi gruppi hanno codificato in leggi, costumi e tradizioni il loro potere sul resto della popolazione d’origine mongolica (Gurung, Tamang, Limbu, etc.) e sui gruppi castali d’origine indiana (Dalit, Marwari, etc.).
Legge fondamentale fu il Muluki Ain (1854) scritto dal capostipite della dittatura secolare dei Rana ( Jung Bahadur) dopo il suo viaggio in Europa dove capì come sottomettere, attraverso leggi e codici.
L’insieme di norme del Muluki Ain regolava ogni aspetto della vita sociale del Nepal (matrimoni, proprietà, diritti) e incorpora in un sistema legale le discriminazioni sociali e annullò l’autogoverno delle diverse comunità.
In testa i Thagadhari, coloro che indossano la Sacra Corda (Bahun, Chetri, alte caste Newari); Namasyane Matwali (bevitori d’alcol non schiavizzabili) qui hanno inserito le tribù guerriere che hanno aiutato i sovrani Gorkha nella conquista del Nepal (Magar, Gurung) e le caste più basse dei Newari; Masyane Matwali (schiavizzabili bevitori d’alcol) tutti i gruppi d’origine tibetana (Sherpa, Tamang, Dolpali, Limbu, Chepang), i Tharu del Terai; Pani (acqua) nachalne (non prendibile)choichoto halnu naparne, sono le caste impure (da cui non prendere cibo a acqua) ma avvicinabili, in cui furono inseriti i musulmani, gli europei, le caste basse newari e hindu; Pani nachalne chiochoti halnu parne, (gli intoccabili) in cui finirono i lavoratori più umili raggruppati nei Dalit (fabbri, sarti, pellai, macellai, musicisti, etc.).
Ovviamente la scala dei diritti e delle garanzie scendeva in base all’appartenenza di casta.
In questo contesto legislativo e culturale, i Nakchuche (nasi lunghi come sono chiamati i bahun) hanno consolidato il loro status, hanno avuto accesso a diritti per secoli (educazione, viaggi, reti sociali, vantaggi politici ed economici, etc.) da cui tutti gli altri erano esclusi. I discendenti hanno avuto così vantaggi culturali competivi che hanno mantenuto fino ad oggi e gli hanno permesso di essere ancora casta di potere.
Ma non scandalizziamoci, perché anche in Italia è stato descritto da molti un sistema simile, magari non solo per nascita ma per capacità di servire il potente di turno e restituire favori e protezione a discapito del bene comune. Gente così ce la troviamo anche fra i “saggi” di qualche ONLUS.
Cambogia: soldi che spariscono
febbraio 21, 2009 Lascia un commento
Soldi buttati nella spazzatura in un paese in cui il 40% della popolazione vive con USD 1 al giorno e che s’aggiungono ai molti sprecati dall’industria dell’assistenza, fra l’altro, nella sanità e nell’educazione (come vedremo in prossimi post). Nella combutta, storica, fra governo e donatori s’inserisce la durissima denuncia dell’organizzazione Global Witness di Londra in cui si accusa le elites politiche, legate al Primo Ministro Hun Sen, di accappararsi le sostanziose royalties pagate dalle multinazionali che stanno sfruttando le risorse naturali del paese (una delle cause della scacciata dei contadini dalle loro terre). Il denaro proveniente da petrolio, carbone, gas naturale, legname è sparito e spartito “behind closed doors “ alla faccia del futuro sviluppo del paese e dei bisogni fondamentali della popolazione. Tutto ciò mentre i donatori internazionali (USD 1 milione nel 2009) si divertono nei baretti della capitale (dico io) e chiudono gli occhi di fronte a widespread corruption, mismanagement and nepotism (dice Global Witness). Più di 75 compagnie, incluse Chevron, BHP Billiton PLC, stanno sfruttando le risorse del paese e hanno pagato milioni di dollari al governo. Nessuno sa quanto, precisamente, e dove sono finiti questi soldi.
Nel 2007 Transparency International ha collocato la Cambogia al numero 162 su 179 paesi per livello di corruzione. Può essere che Global Witness ce l’abbia con Hun Sen che li scacciò dalla Cambogia nel 2007 dopo un ‘altro durissimo rapporto sulla corruzione ma, in effetti, si nota che per i comuni cittadini i bisogni fondamentali che lo stato dovrebbe fornire sono assenti, anzi peggiorano. Nel sistema sanitario si prevede la privatizzazione delle strutture pubbliche e il resto è affidato a contractors (spesso ONG) che forniscono servizi scadenti o inesistenti (come vedremo in un prossimo post). Il sistema educativo non decolla, malgrado i milioni di dollari iniettati dai donatori, tant’è che da ultimi rapporti emerge che, a causa della crisi e delle spese indirette per l’educazione, sta aumentando il numero di drop-out (abbandoni scolastici), specie nei villaggi e fra le bambine. Insomma, il rapporto di Global Witness, denuncia che l’intenso sfruttamento delle risorse naturali non sembra destinato ad assicurare un futuro per il paese. Il Governo, chiaramente smentisce e dà vaghe assicurazioni. Hun Sen non si tira indietro e attacca, a testa bassa, l’industria dell’assistenza già definita “just long term tourist” che attaccano il governo per attirare donatori. Allarga il tiro, accusando i “long noses” (occidentali) di dare consigli non richiesti e di scaricare sui paesi poveri costanti accuse di corruzione, dimenticando che il loro malgoverno ha generato il disastro economico mondiale che tutti stiamo pagando.
Torna alla carica con la legge del 2006, legittima anche se discutibile, per regolarizzare le oltre 2000 NGOs presenti in Cambogia, richiedere reports e conti. Ci fu una sommossa dei soggetti (lo stesso avvenne in Nepal nel 2005). Lo slogan, ben visto dalla gente comune, fu che stava per finire il “paradiso per le ONG e i loro dirigenti” e rifletteva una realtà, segnalata dalla stessa Action Aid che stimò, nel 2005, che il monte salari degli oltre 700 funzionari espatriati che vagavano per la Cambogia era identico a quello usato per stipendiare 160.000 funzionari pubbblici. Cose note e già segnalate da Sophal Ear, nel suo libro The Political Economy of Cambodia, Aid and Governance, che aggiunge che le ONG gestiscono un mucchio di business (dai baretti, ristoranti, negozi di abbigliamento e artigianato fino a strutture sanitarie e scolastiche) It’s all a business and this is just another way to avoid taxes, mantenere apparati e garantire prebende e soldi agli appartenenti alla casta politica (qui chiamata okhnas). Per adesso regole poche anche perchè l’interesse, come ovunque, lega i burocrati delle ONG stranieri a quelli locali, di norma parenti e amici dei politici e dei potenti.
Anche gli italiani non se la passano male, abbiamo segnalato, in un post precedente che CCS Italia (una ONLUS italiana che opera dal 2006 in Cambogia) ha speso nel 2008 euro 115.000 di struttura (case, macchine, stipendi) su euro 215.000 raccolti per i bambini fra i sostenitori italiani.
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