Tibet chiuso fino ad aprile

tibetCome previsto, la Cina ha chiuso per un mese il Tibet ai turisti stranieri. Questo riportano gli operatori nepalesi che operano da Kathmandu, piuttosto depressi per il calo degli affari. Authorities asked tour agents to stop organising foreigners coming to Tibet for tours until April 1. Già avevamo parlato di una progressiva chiusura del Tibet a testimoni stranieri (diventa complicato anche per i giornalisti) in previsione del 50enario della Rivolta di Lhasa del marzo ’59.
Anche i turisti presenti a Lhasa devono lasciare la città. Come spesso accade il Tibet non è ufficialmente chiuso ma entrarci è impossibile.
Dall’altopiano giungono notizie di una crescente tensione non limitata dai regali fatti dal governo regionale alle famiglie tibetane per festeggiare il Losar, le statistiche diffuse sull’aumento dei redditi dei tibetani, sullo sviluppo della Regione Autonoma, sulle case nuove consegnate ai nomadi dell’Est. Le Forze di sicurezza aumentano nelle città, dopo scontri registrati a Litang e in alcuni centri del Quinquai.
La chiusura ai turisti, o l’ordine alle agenzie di Lhasa di non organizzare viaggi o il blocco di fatto dei permessi, testimonia le difficoltà cinesi a controllare pacificamente la situazione, del resto già preannunciata dal Dalai Lama, un mese orsono e ribadita nel suo comunicato in occasione delle festività.
Per i tibetani tutto diventa difficile in questo Losar, premuti dagli attivisti del boicottaggio e dai cinesi. Gli amici riportano che a Lhasa si festeggia in tono minore, con un po’ di paura e di tristezza per l’impossibilità di risolvere pacificamente la questione tibetana, e per le vittime immolate per questo obiettivo.

La Notte di Shiva, fiumi di fumo a Pashupatinath

shiva-ratriSolita grande festa, la più spettacolare e incasinata, è la Notte di Shiva (Shiva Ratri) celebrata nella luna scura di Falgun (normalmente fine febbraio-marzo) quest’anno il 23 febbraio.
Centinaia di migliaia di persone sono giunte a Pashupatinath da ogni parte del sub-continente indiano. Allungate in code infinite per due giorni, insieme a migliaia di Sadhu , gli asceti erranti della tradizione hinduista, sconvolti e quasi sempre incazzati.
Il grande tempio che ospita il sacro Linga (simbolo fallico che rappresenta Shiva) e i ghats che accompagno le ceneri dei defunti verso il Ganga e purificano i viventi dai peccati accumulati, erano pieni di lumini, e di gente. Il Linga è stato coperto, ininterrottamente, di latte, riso, fiori, polvere rossa e dall’energia dei fedeli.
Il Signore dell’Himalaya, dai capelli rastra, vestito da una pelle di tigre e armato di un tridente, danzò tutta la notte per la gioia di aver sposato la splendida Parvati. Altri dicono che in questa notte Shiva danzò il Tandava, la Danza della Distruzione.
In questi giorni compaiono sulla collina migliaia di suoi devoti, i Sadhu, conciati allo stesso modo, sono sparsi sulla collina. Tutti li vogliono fotografare, nudi, cosparsi di latte, di cenere (per rappresentare l’uscita dalla materia), con pietre sollevate con il pene o serpentoni intorno al collo. Certi chiedono qualche rupia per le foto, altri diventano matti se sono fotografati e riempono i fedeli di polvere dei defunti, l’inseguono con i forconi, li insultano. Girano tonnellate di ganja, litri di alcol e molti sono fuori di testa. Questa è la festa, da sempre.
I Sadhu raccontano : We are the soldiers of Shiva and like him we dissociate ourselves from worldly pleasures. The ash we spread on our bodies is our clothing. We take ganja and charas and remain in a trance just like our Lord Shiva, i capelli incrostati e attorcigliati rappresentano il caos che governa quest’epoca di Kali Yuga”
Sempre c’è stato gran movimento in questa festa ma, un tempo, al centro vi era più la fede che non la voglia di far casino. Gli anziani cantavano e danzavano fino a che i fuochi con cui si riscaldavano non s’esaurivano, a Pashupatinath come in tutti i templi di Shiva in Nepal, scambiandosi piatti di dal bhaat, frittelle, coppe di chang (alcol fatto in casa). Le famiglia andavano al tempio con le offerte, dopo grandi mangiate con gli amici; i bambini  giravano per le case a raccogliere qualche soldo per le frittelle.
Oggi, i ragazzini nepalesi arrivano in gruppo, contando che, questa notte, tutto sia permesso: sconvolgersi di fumo e alcol, dare la caccia alle ragazze (che stanno alla larga dalla festa), rompere le palle ai Sadhu. Ogni tanto scoppia qualche rissone che vede coinvolti i santoni o i compagni delle ragazze (anche qualche occidentale). Mi diceva l’amica Nilima che “ci sono troppi sconvolti, non si può mai sapere cosa succede… ho paura ad andarci .” Tante famiglie se ne stanno casa o vanno a fare le devozioni alla mattina presto.
Nella notte, oltre qualche grida dei molestati, sale l’eterno mantra Om Namah Shivaya, in onore del Dio della Distruzione, incaricato di rigenerare il mondo, rivoluzionarlo e, perciò, amato dalle caste più umili. Quest’anno, poi, ci sarà il grande Kumba Mela di Allahabad, dove ogni 12 anni vi è la grande corsa allo Yamuna e al Gange, per lavare i peccati di tutte le  vite. Obbligatorio è precederlo, per i shivaisti, con la visita a Pashupatinath.
Alla mattina, i più sconvolti, dormono fra i templi con qualche scimmia che gli salta intorno. Ogni anno si cerca di quantificare le quintalate di hashish che girano e che sono in continuo aumento. Il Nepal rimane il maggior produttore dell’Asia con la metà del quintale di fumo sequestratodalla polizia asiatica nel 2008.
Fin qui niente, ma aumenta anche l’uso di altre droghe, non tradizionali e più pericolose. Proprio in questi giorni, si racconta che nel Terai (intorno a Bara) sono riprese le coltivazioni di oppio, (come ai tempi dell’impero inglese). Il tutto si è visto in un documentario della Sagarmatha TV.
L’International Narcotic Control Board (INCB), in un recente rapporto, ha collocato il Nepal come fra i primi paesi asiatici per malati di HIV/AIDS dovuti a uso di eroina. L’assenza dello stato e i confini bucati per oltre 10 anni (di conflitto) hanno favorito il commercio e, forse, la raffinazione dell’oppio proveniente dall’India. Poco tempo fa, quasi due chili di anfetamine sono state sequestrate all’aeroporto. I nigeriani avevano superato gli australiani come numero di turisti, attendevano i business giocando a pallone a Lainchor, poi qualcuno è stato beccato con droga e monete false e il turismo d’affari è stato bloccato.
Sembrava che, dopo l’importazione dell’eroina negli anni ’70, i Janki occidentali che s’aggiravano persi a Freak Street e gli imitatori nepalesi che sono morti fino alla fine degli anni ’80, il triste fenomeno (passato di moda in occidente) fosse cessato.

Cambogia: soldi che spariscono

scuola-cham-cambogiaI giornali dell’Asia (India, Viet-nam, Thailandia, Nepal) hanno dedicato poca attenzione al processone di Phnom Penh ai residui Khmer Rouge. Questo conferma lo scarso interesse giuridico per la  messinscena. Ma appena iniziato il carozzone ha iniziato a piangere miseria. L’evanescente portavoce della Corte, una delle tre, (vedi foto), ha  gridato al rischio bancarotta e all’impossibilità di pagare i numerosi funzionari che gravitano attorno alla struttura. According to the court’s revised 2005 cambogia portavoce cortebudget, the court needs an additional US$44.1 million on top of an original estimate of $56.3 million to see the court through to the end of 2009. Ricordiamo che la Corte è già costata USD 62 milioni. Per adesso grandi schermaglie procedurali.

Soldi buttati nella spazzatura in un paese in cui il 40% della popolazione vive con USD 1 al giorno e che s’aggiungono ai molti sprecati dall’industria dell’assistenza, fra l’altro,  nella sanità e nell’educazione (come vedremo in prossimi post). Nella combutta, storica, fra governo e donatori s’inserisce la durissima denuncia dell’organizzazione Global Witness di Londra in cui si accusa le elites politiche, legate al Primo Ministro Hun Sen, di accappararsi le sostanziose royalties pagate dalle multinazionali che stanno sfruttando le risorse naturali del paese (una delle cause della scacciata dei contadini dalle loro terre). Il denaro proveniente da petrolio, carbone, gas naturale, legname è sparito e spartito  “behind closed doors “ alla faccia del futuro sviluppo del paese e dei bisogni fondamentali della popolazione. Tutto ciò mentre i donatori internazionali  (USD 1 milione nel 2009) si divertono nei baretti della capitale (dico io) e chiudono gli occhi di fronte a widespread corruption, mismanagement and nepotism (dice Global Witness). Più di 75 compagnie, incluse Chevron, BHP Billiton PLC, stanno sfruttando le risorse del paese e hanno pagato milioni di dollari al governo. Nessuno sa quanto, precisamente, e dove sono finiti questi soldi.

Nel 2007 Transparency International ha collocato la Cambogia al numero 162 su 179 paesi per livello di corruzione. Può essere che Global Witness ce l’abbia con Hun Sen che li scacciò dalla Cambogia nel 2007 dopo un ‘altro durissimo rapporto sulla corruzione ma, in effetti, si nota che per i comuni cittadini i bisogni fondamentali che lo stato dovrebbe fornire sono assenti, anzi peggiorano. Nel sistema sanitario si prevede la privatizzazione delle strutture pubbliche e il resto è affidato a contractors (spesso ONG) che forniscono servizi scadenti o inesistenti (come vedremo in un prossimo post). Il sistema educativo non decolla, malgrado i milioni di dollari iniettati dai donatori, tant’è che da ultimi rapporti emerge che, a causa della crisi e delle spese indirette per l’educazione, sta aumentando il numero di drop-out (abbandoni scolastici), specie nei villaggi e fra le bambine. Insomma, il rapporto di Global Witness, denuncia che l’intenso sfruttamento delle risorse naturali non sembra destinato ad assicurare un futuro per il paese. Il Governo, chiaramente smentisce e dà vaghe assicurazioni. Hun Sen non si tira indietro e attacca, a testa bassa, l’industria dell’assistenza già definita “just long term tourist” che attaccano il governo per attirare donatori. Allarga il tiro, accusando i “long noses” (occidentali) di dare consigli non richiesti e di scaricare sui paesi poveri costanti accuse di corruzione, dimenticando che il loro malgoverno ha generato il disastro economico mondiale che tutti stiamo pagando.

Torna alla carica con la legge del  2006, legittima anche se discutibile, per regolarizzare le oltre 2000 NGOs presenti in Cambogia, richiedere reports e conti. Ci fu una sommossa dei soggetti (lo stesso avvenne in Nepal nel 2005). Lo slogan, ben visto dalla gente comune, fu che stava per finire il “paradiso per le ONG e i loro dirigenti” e rifletteva una realtà, segnalata dalla stessa Action Aid che stimò, nel 2005, che il monte salari degli oltre 700 funzionari espatriati che vagavano per la Cambogia era identico a quello usato per stipendiare 160.000 funzionari pubbblici. Cose note e già segnalate da Sophal Ear, nel suo libro The Political Economy of Cambodia, Aid and Governance, che aggiunge che le ONG gestiscono un mucchio di business (dai baretti, ristoranti, negozi di abbigliamento e artigianato fino a strutture sanitarie e scolastiche) It’s all a business and this is just another way to avoid taxes, mantenere apparati e garantire prebende e soldi agli appartenenti alla casta politica (qui chiamata okhnas). Per adesso regole poche anche perchè l’interesse, come ovunque, lega i burocrati delle ONG stranieri a quelli locali, di norma parenti e amici dei politici e dei potenti.

Anche gli italiani non se la passano male, abbiamo segnalato, in un post precedente che CCS Italia (una ONLUS italiana che opera dal 2006 in Cambogia) ha speso nel 2008 euro 115.000 di struttura (case, macchine, stipendi) su euro 215.000 raccolti per i bambini fra i sostenitori italiani.

Processo ai Khmer Rouge: entrino gli imputati

cambogiaPoco interesse fra la gente comune desta la prossima apertura del processo ai superstiti Khmer Rouge, altri sono i problemi per i pratici e concreti cambogiani, impegnati a sopravvivere nella crisi economica che ha segato via le industrie tessili e il turismo. La Corte, inoltre, riscuote poca credibilità e appare come un invenzione della burocrazia internazionale per fare un po’ di spettacolo per i media, placare qualche coscienza e rastrellare un po’ di soldi dai donatori. La sequela di scandali che l’hanno investita è diretta conseguenza del comitato incaricato di formarla e gestirla composto dal Governo Cambogiano (11 su 100 nella classifica mondiale della trasparenza) e le Nazioni Unite (su cui c’è poco da dire).
La banda che ha gestito la Corte (vedi glossario) è dall’inizio sottoposta a continue denunce di corruzione che, dato i gestori, sono state costantemente insabbiate. Ultimamente la Phnom Penh Municipal Court ha sospeso il processo per corruzione in corso e, ancora più clamoroso, la delegazione delle UN incaricata di investigare sulle accuse non ha reso pubblico il rapporto né fatto una conferenza stampa ma solo emesso il solito comunicato generico: the parties agreed on the need to strengthen the ECCC’s human resources management, including anti-corruption measures (10\12\2008). Per riassicurare i donatori e convogliare nuovi fondi, il bilancio della Corte è stato sottoposto ad uditing della Deloitte (nota per le certificazioni in Italia per Parmalat, Cirio, Volare, Freedomland) che ha riscontrato il solito ordine perfetto.
Queste premesse rafforzano il disinteresse  della gente cambogiana che tende a vivere il presente e a dimenticare quegli anni terribili. In 20 anni di guerre sono state falciate vie intere generazioni, storia, documenti pubblici, cultura, sistema sociale e chi è sopravvissuto, e le nuove generazioni, hanno sviluppato, nel bene e nel male, un istinto pratico, basato su poche priorità: avere soldi e qualche potere. Per questo, a me è sempre sembrato, di vivere in un paese liquido dove tutto è in vendita: territorio, esseri umani, politici, stato, rapporti sociali. Valori, tradizioni, cultura, regole sono secondarie e ininfluenti di fronte alla priorità della sopravvivenza, possibilmente al meglio. La Cambogia non ha neanche una propria moneta (si usa il dollaro). Rimane il mito della Grande Cambogia, dell’impero Khmer, da sempre sfruttato dai governanti (compresi i Khmer Rouge) per smuovere la gente.
Già nel 1991, Terzani scriveva ” il sistema economico che è stato introdotto nel paese è un assoluto laisser faire capitalista, La sola ideologia è la sopravvivenza“. Leggere gli articoli di Tiziano Terzani (nel libro Fantasmi) si percorre la triste storia recente della Cambogia raccontata con amore e stupore doloroso e si comprende l’attualità del paese e della sua gente.
Si coglie, anche, l’inutile ipocrisia del processone che si sta aprendo a Phnom Penh che, come scrive Philip Short (autore della monumentale biografia di Pol Pot e fra studioso della storia cambogiana) “If reconciliation were the aim, there are other ways of going about that, as South Africa has shown,” “This tribunal has nothing to do with reconciliation. How can the condemnation of a few elderly men, no matter how appalling their acts, reconcile people in the villages with those who, during KR times, murdered their relatives, and who still live a few houses away from them.
Ripercorerre la storia della Cambogia negli ultimi 20 anni, insieme a Terzani, è utile per inquadrare il presente. Fra il 1970 e il 1973, i B52 americani spazzavano, in una guerra non dichiarata, i villaggi della Cambogia (la prima delle tante war of terror) provocando almeno 1 milioni di morti e la conseguente vittoria dei Khmer Rouge. Due milioni di morti (presunti) durante la pazzia di Pol Pot (1975-79), poi ancora guerra nel 1979 con l’arrivo dei vietnamiti e l’insediamento del governo di cui faceva parte l’attuale Hun Sen. Per altri 14 anni è continuata la guerra civile con gran parte del Paese sotto il controllo di gruppi armati: Khmer Rouge, repubblicani di Sao Sann, e guerriglieri di Re Shianouk.
Questi gruppi hanno operato grazie agli aiuti occidentali, cinesi e thailandesi (solo gli USA spendevano USD 20 milioni all’anno) mentre fino al 1991 il resto del paese era sottoposto ad embargo.
Eserciti e Signori della Guerra, racconta Terzani, in un suo articolo al Corriere della Sera nel 1991, che hanno il solo interesse a mettere le mani su questo fiume di dollari che gli occidentali fanno arrivare ai profughi.
E’ utile ricordare che l’appoggio dato dalle potenze occidentali (e dalla Cina) ai Khmer Rouge è stato finanziario, militare e politico e che le Nazioni Unite hanno visto fino al 1990 un Khmer Rouge a rappresentare la Cambogia nel bel Palazzo di Vetro quale rappresentanti del Coalition Government of Democratic Kampuchea di cui ministro degli esteri era l’imputato Khieu Samphan.
Lo stesso Khieu Samphan, e altri dirigenti dei Khmer Rouge, è stato protetto dalle NU quando una folla infuriata cercò di linciarlo a Phnom Penh nel 1991. Fino all’ultimo minuto l’UNTAC (l’organo delle NU incaricato di organizzare le elezioni in Cambogia) ha trattato con i Khmer Rouge nell’intento di farli partecipare alle prime elezioni democratiche (tenute nel 1993). La decisione di continuare la guerriglia portò allo dissoluzione dell’ Angkar (“l’organizzazione” come era chiamata durante il terrore) nel 1998. Allora morì Pol Pot e i suoi complici s’arresero. Chissà se avessero partecipato alle elezioni delle NU forse qualche imputato sarebbe ancora al governo, come accadde per molti Khmer Rouge di secondo piano e terzo piano (fra cui l’attuale primo ministro Hun Sen).
Non sorprende che, con questo passato, a pochi cambogiani interessi il processo, gestito dai complici degli accusati e organizzato per soddisfare l’opinione pubblica e la stampa internazionale. Tutti sanno, in Cambogia, che Hun Sen ha mercantaggiato per limitare l’azione del tribunale e il numero degli accusati. E, che, forse il convertito cristiano Duch (Kaing Guek Eav), il pazzo (teneva dettagliati archivi delle vittime) di Tuol Sleng , sarà l’unico che verrà processato. Per gli altri, vecchi e svaniti, sarà stato l’opportunismo e l’ipocrisia a prescrivere i  reati.
Il Human Rights Centre dell’ University di Berkeley ha condotto un sondaggio in Cambogia (settembre-ottobre 2008, oltre 1000 interviste in 24 province) rivelando che che l’85% degli intervistati ha “little or no knowledge“sull’attività della Corte; e il 23% la ritiene corrotta. Questo considerando che, tutte le famiglie cambogiane, hanno almeno un congiunto vittima dei Khmer Rouge.
L’esempio della Extraordinary Chambers of the Courts of Cambodia ( ECCC) sta, inoltre, dando un pessimo modello di giustizia internazionale e conferma la fragilità del sistema giudiziario cambogiano.
Centinaia si persone del villaggio di Lor Peang (Provincia Banteay Meanchey), senza alcuna speranza nella giustizia, come migliaia d’altri nelle medesime condizioni in tutta la Cambogia, hanno organizzato riti collettivi per lanciare una maledizione a chi gli aveva rubato la terra (in questo caso la compagnia KDC, intrallazzata con il governo). We prayed and burned incense and cursed whoever stole our land to perish” ha dichiarato uno dei partecipanti al Post. “One person who stole our land died in a traffic accident last year after we made a similar curse,” . La giustizia non funziona e si ricorre ai metodi tradizionali, che sia questo un modello da esportare.

Un ragazzo nepalese alla NASA

luna-sull himalayaUn ragazzo nepalese, Rajendra Bhatta (30 anni), ha iniziato a lavorare alla NASA as satellite calibration scientist. Bella e rara storia di migranti che dà un po’ di respiro nella cascata di notizie preoccupanti. Famiglia felice che racconta con orgoglio il percorso di Rajendra, che inizia dalla remota e dimenticata cittadina di Bhimdatta, persa nell’estremo ovest poverissimo nepalese, ricordato solo per gli scontri fra fazioni politiche e i continui blocchi della Mahendra Highway fatti dagli abitanti abbandonati dallo stato.
I giornali riportano la notizia in prima pagina e, nella bella ma incasinata primavera di Kathmandu, la gente ne parla come uno dei pochi successi attuali del paese, tanto più che Rajendra si diplomato al Pulchowk Engineering Campus, un istituto che, faticosamente, cerca di lavorare al meglio.
Certo i Bhatta appartengono alla casta dei brahmini , gli avi erano Pandit (maestri) e, rispetto ad altri, avranno avuto più opportunità per far studiare a Kathmandu il loro ragazzo e, poi, fargli finire gli studi alla South Dakota University. Comunque, non è stato sicuramente un percorso facile.un-nepalese-alla-nasa
Una bella storia che si contrappone alla notizia della chiusura della Momento Apparels Garment Factory, una delle più grandi aziende nepalesi che impiegava 400 persone, in massima parte donne. Aperta 12 anni fa a Jhapa (Nepal orientale) ha fatto la fine di molte aziende più piccole, strozzate dall’aumento dei costi a causa della mancanza d’elettricità (euro 6000 al giorno per diesel), dagli scioperi continui, blocchi delle strade e dall’insicurezza complessiva. Per di più gli USA hanno eliminato il duty free sulle importazioni di tessile dal Nepal. Lunghe file di macchine da cucire ferme e nuovi blue collars costretti, nelle immense difficoltà del momento, a cercare un posto all’estero. Si calcola che oltre 70.000 nepalesi abbiano perso il lavoro nella cd. economia formale (cioè con regolari contratti) e altre decine di migliaia nella più diffusa economia informale.
Le prospettive prevedono una crescita del PIL del 3,5% e un inflazione del 13% che, tradotti, significano perdita di potere d’acquisto e blocco dello sviluppo. I villaggi e i campi torneranno ad essere la principale e unica fonte di reddito e di sopravvivenza per tanti nepalesi.
Come ovunque, la politica si barcamena incapace prima e dopo d’intervenire nella crisi. Come già indicato  s’accentua, nelle difficoltà, l’incapacità della leadership e aumentano le tensioni fra i partiti.
Nei maoisti, come preannunciato, il discusso  ex-ministro Matrika Yadav ha promosso una scissione accusando i maoisti (Unified CPNM) di Prachanda di nepotismo, corruzione e revisionismo. Ha formato un nuovo partito riproponendo il vecchio nome. (Partito comunista maoista-CPN-M), raccogliendo molti scontenti e esclusi.
L’altro maggiore partito della coalizione (UML) affronterà il vicino congresso diviso fra due schieramenti in lotta per il potere. E’ chiaro che tutti queste battaglie frenano, ulteriormente, la capacità già scarsa del governo.
Intanto giù nel Terai, malgrado tante parole, gli alluvionati di quest’estate vivono ancora in capanne nella foresta. Colmo di sfiga un incendio ha bruciato i rifugi di 250 famiglie.
Tutti fuori a Basantapur per prendere il sole e ad assaggiare l’arrivo del caldo, con la preoccupazione che se non pioverà, come è probabile fino ad aprile, mancherà l’acqua e anche l’elettricità.

I cinesi stanno chiudendo il Tibet

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24\2\2008 : ll messaggio del Dalai Lama per il Losar

Il Governo cinese sta progressivamente chiudendo il Tibet in previsione del 50° anniversario della rivolta anticinese del 1959. Ulteriore tensione nasce dalla loro intenzione di proclamarla Festa della Liberazione.

Agli inizi di marzo del 1959, dopo 9 anni d’occupazione cinese, tensioni e scontri, crisi alimentari, arresti e uccisioni, tentativi di mediazione con le truppe occupanti, a Lhasa si sparse la voce che i cinesi volevano rapire il Dalai Lama.
La cronaca di quei giorni è raccontata dallo stesso Dalai Lama, allora bambino, nelle decine di biografie pubblicate.
Circa 30.000 tibetani si riunirono, il 16 marzo, intorno alla residenza estiva (Norbulinka) per proteggere il Dalai Lama; il giorno successivo un’altra dimostrazione di massa si tenne sotto il Potala. Il 17 marzo i cinesi iniziarono a sparare colpi di artiglieria contro la folla riunita al Norbulinka e il Dalai Lama fuggì in India, su consiglio del suo Cabinetto e del potente oracolo di Stato.
Nei giorni sucessivi scontri e battaglie coinvolsero tutta Lhasa e i monaci dei grandi monasteri nei pressi della città. Da mesi la guerriglia del popolo Kham (Tibet orientale) combatteva contro i cinesi.
I monasteri di Lhasa furono bombardati. Secondo le fonti tibetane in esilio circa 87.000 persone furono uccise, 25.000 arrestate e iniziò una dura repressione nel Tibet occupato. Migliaia di tibetani seguirono l’esempio del Dalai Lama e si rifugiarono in India e Nepal.
I cinesi accusarono la CIA di aver fomentato i disordini e, in realtà, gli americani per una decina d’anni finanziarono gruppi guerriglieri Tibetani che operarono dal Nepal e nel Tibet orientale. Finanziamenti che cessarono, bruscamente, con l’inizio della politica del ping-pong e l’avvicinamento USA-Cina nei primi anni ’70.
Ogni ann0, con particolare violenza lo scorso, nelle aree tibetane vengono ricordati questi avvenimenti e si assiste a scontri fra tibetani (specie giovani) e polizia.
Quest’anno i cinesi stanno preparandosi per tempo e hanno vietato agli stranieri l’accesso alle province occidentali del Gansu, Sichuan and Qinghai epicentro dei disordini dello scorso anno, con almeno centinaio di vittime (i cinesi riconoscono 22 morti).
Come avevamo segnalato in altri post, nei giorni scorsi sono aumentati i  controlli della polizia a Lhasa in prossimità del Losar, i controlli nelle lodges, hotels, internet cafès, conclusi con l’arresto di un centinaio di persone. La giustificazione cinese è stata la lotta all criminalità (ben presente a Lhasa a dire il vero) ma il successivo obbligo di registrazione degli stranieri ha chiarito lo scopo finale dell’iniziativa.

Nepal: chiudono anche i gesuiti

studentFino al 1918 non c’erano scuole in Nepal, i Rana (i principi despoti che governarono il Nepal fino agli anni ’50) non le ritenevano necessarie, come ogni altro servizio per il popolo. I ricchi se ne andavano i n India o in Europa a studiare .   Un Rana “illuminato”  (Chandra Samsher) creò la prime scuola  pubblica ma pur sempre riservate alle elites a Kathmandu. Ancora esistono le costruzioni bianche nel centro di Kathmandu vicino a Rani Pokhari, il Tri-Chandra College . Gli insegnanti erano indiani, gli studenti poche decine. Prima solo i figli dei numerosi Rana (comunque qualche centinaia) potevano frequentare la Durbar High School e ricevere un educazione inglese. Monasteri, ashram, guthi, insegnavano ai bambini delle caste alte il sanscrito e il Dharma.
Poi nel 1949 salì a Kathmandu, a piedi dal Terai, il gesuita Marshall Moran che fondò il St Xavier’s College che divenne la scuola migliore del Nepal e finì per accogliere 1700 studenti (dalle primarie al college) e rappresentare un esempio di qualità e organizzazione educativa.
Fr. Moran fu il primo gesuita che entrò in Nepal dai tempi dei missionari marchigiani del 1700 ma contrariamente a loro, né lui né quelli che lo seguirono, tentarono mai di fare i predicatori. La legge nepalese lo vieta ma, contrariamente ai fondamentalisti cristiani protestanti alcuni dei quali furono arrestati, nessun problema sorse con gli astuti gesuiti. Il college formò i ricchi di Kathmandu ma accolse anche qualche poveraccio con le borse di studio. Il pacifico e serenosacerdote americano divenne un istituzione fra i pochissimi occidentali che vivevano nella capitale e fu l’unico che, grazie alla sua passione di radioamatore, informava il mondo sul Nepal sbarrato fino ai primi anni’60.
Fr. Moran salì in Nepal dalle missioni di Patna su richiesta di uno degli ultimi e migliori esponenti della dinastia, il primo ministro Mohan Shumsher Jung Bahadur Rana (lo stesso che accolse lo studioso italiano Giuseppe Tucci e altri scholars europei). Moran fu il primo occidentale che ottenne la cittadinanza nepalese nel 1956, visse sempre a Kathmandu e morì a Delhi nel 1992.father-moran
La scuola ha rafforzato negli anni il suo prestigio, come altri analoghi in India, i gesuiti (molti oggi provenienti dal Kerala e Orissa) sono riusciti ad espandere le loro attività e i cattolici nepalesi sono, oggi, qualche migliaia . Anch’io ho collaborato per alcuni progetti educativi dedicati a bambini Chepang con diversi missionari cattolici e ho trovato poco fervore missionario e tanto impegno verso le persone.
Ieri il College è stato chiuso a tempo indeterminato dopo continue proteste degli insegnanti della una nuova sigla sindacale Nepal Institutional School Teachers’ Union – began a dharna (blocco) in front of the school gate in Jawalakhel, near the zoo, forcing the school authorities to shut down the school indefinitely. The union has 12 demands, which include more pay and less working hours. Riportano i giornali.
La scuola è un istituzione nel campo educativo, sempre aperta anche durante il conflitto, la sua chiusura è simbolica e ha segnato, per molti kathmanduties, un altro passaggio negativo per la situazione del paese.
Per rimanere nel campo educativo non è decollato (come è accaduto per quello sanitario) il progetto governativo diretto ad assicurare l’alfabetizzazione per tutti entro il 2011. Know letters, get literate
Mancano i libri di testo, problemi sulla selezione clientelare dei volontari da impiegare, mancanza di fondi come per la sanità (medicine gratis negli Health Post dei villaggi). Ogni tanto da anni, qualche governo, lancia l’idea,  aggancia qualche donatore ma, dopo un pò di chiacchiere e workshops, tutto rimane sulla carta.
Il problema esiste dato l’elevato numero di drop-out dal ciclo scolastico, specie nei villaggi (su 100 studenti delle primarie solo 30 finiscono il ciclo secondario), per cui, secondo le ottimistiche statistiche, circa 8 milioni di nepalesi (30% della popolazione dai 15 ai 60 anni) sono ufficialmente analfabeti.
Ma, come spesso accade,  i progetti partono dall’alto, dal centro invece che dalle comunità. Il solito errore importato dall’ industria dell’assistenza internazionale.

Maoisti e separatisti ai confini dell’India

treninoAi margini del Nepal, nella Gorkhaland (lo stato indiano del West Bengala) e nel turbolento Bihar c’è movimento.
Nella regione del Dooars sono riprese le proteste del Gorkha Janamukti Morcha (GJM), uno dei gruppi politico-militari che chiede uno stato autonomo per gli indiani d’origine nepalese. I giornali raccontano che un gruppo di locali contrari al GJM ha attaccato con frecce, lance e bastoni gli attivisti del GJM, 100 case distrutte, prima dell’intervento dell’esercito. Un centinaio di donne arrestate a Siliguri durante gli scioperi degli autonomisti.
Abbiamo raccontato la storia della Gorkhaland, parte di quello che era un tempo il Grande Nepal. A metà giugno l’intera regione di Darjeeling, Kalimpong, Bagdogra, Siliguri (colline e piane intorno al fiume Tista) ai confini nord-orientali del Nepal (nord Bengala), è stata bloccata dagli attivisti del Gorkha Yanamukti Morcha, il movimento che rappresenta la maggioranza nepalese nell’area. Anche allora scontri con la minoranza bengalese (Jana Chetana) che non vuole lo stato autonomo.
Qui i nepalesi vivono da centinaia di anni e sono maggioranza. Parlano un nepalese più morbido e allungato di quello originario e da portatori, soldati e lavoranti nelle piantagioni hanno raggiunto un relativo benessere grazie al commercio con la madrepatria. Lepcha e tibetani sono altre piccole minoranze con un unico antogonista: i bengalesi che controllano politica ed economia.
I nepalesi di Darjeeling hanno sempre mantenuto rapporti, politici, economici e culturali, con Kathmandu. Arrivavano nella capitale nei mesi estivi un po’ altezzosi verso i cugini originari. Disponevano di più opportunità (educazione), denaro e anche di costumi più liberi (specie le ragazze si raccontava) rispetto al Nepal di qualche anno fa.
Il posto è bello: una lunga strada s’arrotola fra le colline e congiunge la pianura, Siliguri, alle città arrampicate di Darjeeling, Kalimpong e Gangtok, la capitale del Sikkim. Il fiume Tista ha aperto la strada che sale quasi a raggiungere l’immensa montagna del Kanchenjunga, il Protettore.
Queste terre appartenevano al Grande Nepal prima degli accordi con l’Impero anglo-indiano nel 1860 e da queste parti si firmo il trattato di Sigauli che fissò gli attuali confini del Nepal. Fra le varie clausole anche l’impegno del Regno himalayano a fornire un certo numero di soldati mercenari, poi chiamati Gurkha storpiando il nome della cittadina\regno da cui partirono i sovrani Shah unificatori del Nepal. Ciò confermò la fedeltà del Regno himalayano all’Impero britannico già dimostrata durante l’Ammutinamneto del 1856.
Già negli anni ’80 scoppiò una violenta protesta autonomista, schiacciata dall’esercito. Oggi il movimento è ripreso con vigore riaprendo una spinosa questione per il Governo indiano quella delle minoranze etniche, castali e religiose presenti nei grandi stati dell’Unione che, in molte situazioni, chiedono autonomia. Ogni tanto i separatisti bloccano la National Highway; che, oltre che impedire i rifornimenti verso il Sikkim, dove i locali nepalesi vorrebbero unirsi alla Gorkhaland, sospende le principali attività economiche della regione cioè il commercio di tè e il turismo (in massima parte indiano) che considera, malgrado l’eterna pioggia, Dajeerling una meta di villeggiatura (come già fu per gli inglesi).
Fermato anche il trenino, il Toy Train, risalente alla colonizzazione, che sale a passo d’uomo ripidi tornanti da Siliguri, Kurseong, Ghoom fino a Darjeeling.

Passiamo al Bihar, dove le zone confinanti con il Nepal sono un centro di contrabbando di uomini, merci (addirittura preservativi) e armi. Gli indiani sono preoccupati per il passaggio di armi e terroristi destinati ad alimentare i molti gruppi separatisti, integralisti, estremisti che si muovono nell’India dei contrasti.
Oggi un gruppo di 200 Naxaliti (i maoisti indiani) ha attaccato un contingente di polizia nel villaggio di Mahuliatand uccidendo 10 militari. Armi automatiche nuovissime, perfetta organizzazione militare ha portato a uno dei più sanguinosi attacchi degli ultimi anni.
Siamo in periodo elettorale e tutti si agitano, compresi gli integralisti hindu nella loro violenta battaglia contro i pub e la festa di S. Valentino.
La ripresa delle attività dei maoisti indiani ripropone l’eterna questione delle fonti d’approvvigionamento. C’è chi dice che dietro vi sia la Cina, chi addirittura il Nepal, altri la rete internazionale del terrorismo islamico.
Io escluderei la Cina, che neppure aiutò i maoisti nepalesi strategicamente più utili ma, anzi, fornì armi all’esercito di Re Gyanendra (unici al mondo durante l’anno di stato d’emergenza); escluderei anche il Nepal, almeno a livello ufficiale, poiché sarebbe un rischio troppo grosso ed inutile per il fragile governo di Prachanda. Fra l’altro ieri è stato gambizzato il segretario particolare (Shakti Bahadur Basnet) del Primo Ministro proprio sotto casa. Molte le ipotesi: gruppo terrorista del Terai, vendetta di qualche famigliare di scomparso durante il conflitto o di qualcuno a cui non sono state restituite le proprietà, vendetta privata.
Quindi il Nepal ha problemi più gravi che non aiutare i Naxaliti; può darsi che qualche ex-guerrigliero senza lavoro e senza speranze abbia ingrossato le file dei maoisti indiani. Più probabile che, per vie traverse, magari passanti per i confini bucati del Nepal, arrivino armi dalle reti pakistane-kashmire-afghane.

La storia dei maoisti indiani e il loro nome Naxaliti deriva dalla rivolta di Naxalbari, in Andhra Pradesh del 1967.
Contadini, Dalit (intoccabili) e Adivasi (abitanti delle foreste) sotto la guida dei maoisti occuparono terre e crearono una specie di repubblica comunista che resistette mesi agli attacchi della polizia e delle milizie dei proprietari terrieri. Il movimento, diviso come tante cose in India, si sviluppò in tutta l’area nord orientale dell’India (Bihar, Orissa, Bengala) e, con fasi, alterne portò all’unificazione dei vari gruppi regionali nel Partito Comunista Maoista Indiano -CPI (M) che continua a combattere la sua guerra contro polizia, milizie speciali (Greyhound), esercito.
Un libro del premio Nobel d’origine indiana Naipaul (Semi Magici) racconta la storia di un bollito indiano anglicizzato che torna in India e si mette a vagare nelle foreste con un gruppo di questi guerriglieri.
Secondo I dati ufficiali, oggi i maoisti controllano un corridoio di foreste e villaggi che va dai confini orientali del Nepal fino all’India centrale e il governo definisce il movimento “single biggest internal security challenge
Questo corridoio è fatto di migliaia di villaggi e foreste dove l’India democratica non è mai arrivata e il potere è nella mani dei proprietari terrieri e di  funzionari corrotti. I fattori che hanno portato al successo dei maoisti in Nepal (aumento del divario fra ricchi e poveri, corruzione, inefficienza del governo, centralismo, disinteresse verso le aree più povere) sono, in India, su scala continentale.
Negli ultimi mesi, l’intelligence indiana (fra i settori governativi più criticati dopo Mumbai) ha indicato i confini del Bihar con il Nepal come una delle aree più pericolose. Gli indiani hanno fatto, da sempre pressioni sul Nepal per controllare le moschee nelle aree di confine, proliferate negli ultimi anni, per limitare le molte organizzazioni musulmane caritative del Terai e hanno spesso compiuto operazioni di polizia contro delinquenza comune e politica fregandosene dei confini. Addirittura hanno preso possesso di alcune aree nelle regione orientali, oggi al centro di una disputa. Poi fanno sempre saltar fuori qualcosa per rinforzare le loro richieste di controlli. Nei giorni scorsi, un ex-militare indiano accusato di un attentato nel Maharastra, ha confessato, fra l’altro, che fu scritturato da Re Gyanendra (malvisto dagli indiani come tutta la dinastia) per formare un gruppo armato diretto a costituire uno stato Hindu in Nepal.
Insomma, per gli indiani, il piccolo e incasinato vicino è una altra fonte d’insicurezza che aumenta l’instabilità dell’intera regione

La casta (in Nepal)

L’articolo via mypodcast

sotto-il-palcoI mass meeting dei partiti sono tutti uguali: tanti Magar, Gurung, Tamang, Madeshi sotto i palchi e Bahun (Brahmini), Chetri (guerrieri) e Newari (gli abitanti di Kathmandu) belli grassi sopra. Sotto, gente che mangia le frittelle incartate nei giornali, si passa borraccioni d’acqua, alla fine qualche canto e danza. Molti sono scesi dai villaggi delle colline o saliti dal Terai (spesa pagate dagli organizzatori) in bus sovraccarichi ma festosi. Si fanno una gita a Kathmandu, la capitale, guardano negozi e superstore da lontano, visitano gli antichi templi, incontrano i parenti migrati in cerca di fortuna.
Una vecchia canzone nepalese raccontava il sogno di un innamorato: portare la sua fidanzata (kanchi) a Kathmandu in giro per i templi. Oggi magari i giovani sognano Doha, Kuala Lampur o Seul.
Dal palco sempre i soliti discorsi, roboanti ma simili per tutti partiti: attacchi vibranti agli avversari, minacce di nuove rivoluzioni o proteste, promesse di sviluppo, inni alla vittoria democratica per la cacciata del simbolo, Re Gyanendra, del feudalesimo.
Il feudalesimo è rappresentato,  specie dai maoisti, dal Bahunbad (il sistema di potere delle caste più alte: Brahmini, Chetri e Newari) o la Bahun halimuhali (egemonia). Un potere, gridano da anni,  destinato a finire;  le classi che hanno occupato il paese, responsabili della povertà e dell’esclusione, di corruzione e nepotismo, saranno rimpiazzate dagli esclusi nel Naya (Nuovo) Nepal.
Tutto vero, il paese è bloccato dal nepotismo di questi gruppi ma il Primo Ministro Prachanda, il suo vice e Ministro delle Finanze Baburam, e il capo del Partito CP Gajurel sono tutti maoisti e tutti brahmini. Così come all’opposizione con il clan dei Koirala con il vecchissimo Grija, il delfino Shushil Koirala e l’astro nascente Govinda Raj, lo stesso nei comunisti moderati Jhalanath Khanal and KP Oli. I capi degli studenti universitari che si picchiano tutti i giorni si chiamano Lekhanath Neupane (il maoista) e Pradip Poudel (Congresso) sono entrambi brahmini. Nepotismo e scambi di favore non sono cambiati.  Prachanda è sempre al centro del gossip popolare (come tutti i potenti del passato). Gran bevute e mangiate che l’hanno ingrassato come un vitello, il letto regale della sua residenza ed, ora, un tabloid in lingua nepalese (Naya Patrika) racconta delle terza macchina a disposizione del PM, una Toyota da euro 100 mila.
A discesa questi nomi sempre uguali, che indicano l’appartenenza alle caste alte, riempiono le firme nei giornali (anche le lettere dei lettori), la burocrazia statale, l’esercito e la polizia, l’Università. Si calcola che l’80% dei posti di potere sia occupato da Bahun, Chetri e Newari che rappresentano il 30% della popolazione.
Lo stesso fra i dirigenti locali delle INGO (che dovrebbero favorire le classi svantaggiate), li’ si arriva al 100%, basta scorrere la lista dell’Associazione (AIN). Abbiamo segnalato la vergogna della NGO CCS Italia che ha rimpiazzato, con salari esorbitanti, l’organizzazione Tamang che gestiva i progetti con una banda di Bahun e Chetri.
Un sistema che, malgrado cambiamenti politici ed economici, è rimasto quasi intatto poiché gli appartenenti a queste caste hanno potuto godere di una rendita (fatta d’educazione, viaggi all’estero, rete di conoscenze, denaro accumulato) che li continua a favorire nell’accesso ai posti migliori.
Qualcosa è cambiato fra gli eletti nell’Assemblea Costituente dove, rispetto ai parlamenti precedenti, è sensibilmente aumentato il numero degli appartenenti ai gruppi più svantaggiati. Il problema è che, almeno fino adesso, il loro ruolo permane succube rispetto ai dirigenti dei partiti bhaun e chetri . E’ anche curioso che non sia riuscito a trovare, fra centinaia di reports e studi generici, un’analisi dei mutamenti avvenuti fra gli eletti nel Parlamento, dovrò studiarmi le liste.
Le relazioni sociali sono sicuramente cambiate di più rispetto al sistema di potere, specie nelle città. Ora sono i soldi che determinano la posizione sociale più che l’appartenenza al gruppo castale o etnico; da ciò più liberi i rapporti d’amicizia, le frequentazioni, i matrimoni.
Le migrazioni e, anche la propaganda maoista, hanno incrinato gli schemi sociali tradizionali anche nei villaggi Sulle colline le differenze di casta sono state sempre più morbide rispetto all’hinduizzato Terai dove permangono discriminazioni e tensioni sull’accesso ai pozzi comuni, alle feste religiose e ad altri avvenimenti sociali. Ogni tanto scoppia qualche scontro su queste questioni.
Durante il conflitto i maoisti hanno molto valorizzato le differenze etniche e castali;  hanno formato gruppi guerriglieri etnici e castali, hanno giocato (fin troppo) sul federalismo. Oggi si stanno pagando i frutti di quella politica, unita al secolare disinteresse dello stato verso le etnie escluse.

La moltitudine di sigle  terroristiche del Terai, le continue proteste etniche (in questi giorni i Tharu bloccano la regione), il razzismo che sta emergendo verso i Madhesi da parte degli altri gruppi, il progressivo egoismo locale sono i risultati. Con queste premesse, la soluzione federale (basata sulle etnie) da alcuni suggerita per il Nuovo Nepal sarebbe la soluzione peggiore e porterebbe alla disgregazione dello stato.
Ci sono in Nepal 59 gruppi etnici, che i development workers identificano come “other backward communities“, mi racconta un po’ scazzato per la definizione Salam Tamang. Ma i Tamang, Newar, Magar, Rai, Limbu, Thakali, Sherpa and Gurung have their own distinct (even sophisticated) culture, language, religion, customs and traditional social structures and mores, mi dice. Anche se sono stati esclusi deliberatamente dal sistema di potere negli ultimi due secoli. Rais and Limbus of the eastern hilly districts, Gurungs of mid-western hills, Newars in Kathmandu, Tamangs, Tharus and Madhesis in the plains and Dalits across the country still hold a deep grudge (forte risentimento) against the State for this.
In gran parte del Nepal, specie nei villaggi delle colline, dove vivono etnie di tradizione buddhista le differenze castali sono state storicamente lievi. Lì la treterra è spezzettata, non ci sono latifondisti, e i Brahmini sono money lenders e commercianti; alcuni sono poveri che coltivano come tutti gli altri la terra. Come retaggio della tradizione gli è rimasto un velo d’arroganza e, qualche anziano Tamang, Gurung o Magar che ancora gli si appella con l’onorifico Sir. Anche nei villaggi, però ancora oggi, gran parte degli insegnanti, presidi, segretari comunali sono Bahun.
La storia che questi insegnanti spiegavano (nell’ultimo anno qualcosa è cambiato nei libri di testo) era quella dei conquistatori Gorkha, i guerrieri guidati dai brahmini e niente si raccontava sugli antichi regni locali dei Mitjila, di Lamjung, di Kirat, o dei Tamang.
Il potere, come del resto in India, è stato sempre nelle mani dei sacerdoti e guerrieri/governanti Chetri (in Nepal sono stati affiancati i Newari, gli abitanti di Kathmandu a loro volta divisi in caste e sottocaste).
Questi gruppi hanno codificato in leggi, costumi e tradizioni il loro potere sul resto della popolazione d’origine mongolica (Gurung, Tamang, Limbu, etc.) e sui gruppi castali d’origine indiana (Dalit, Marwari, etc.).
Legge fondamentale fu il Muluki Ain (1854) scritto dal capostipite della dittatura secolare dei Rana ( Jung Bahadur) dopo il suo viaggio in Europa dove capì come sottomettere, attraverso leggi e codici.
L’insieme di norme del Muluki Ain regolava ogni aspetto della vita sociale del Nepal (matrimoni, proprietà, diritti) e incorpora in un sistema legale le discriminazioni sociali e annullò l’autogoverno delle diverse comunità.
In testa i Thagadhari, coloro che indossano la Sacra Corda (Bahun, Chetri, alte caste Newari); Namasyane Matwali (bevitori d’alcol non schiavizzabili) qui hanno inserito le tribù guerriere che hanno aiutato i sovrani Gorkha nella conquista del Nepal (Magar, Gurung) e le caste più basse dei Newari; Masyane Matwali (schiavizzabili bevitori d’alcol) tutti i gruppi d’origine tibetana (Sherpa, Tamang, Dolpali, Limbu, Chepang), i Tharu del Terai; Pani (acqua) nachalne (non prendibile)choichoto halnu naparne, sono le caste impure (da cui non prendere cibo a acqua) ma avvicinabili,  in cui furono inseriti i musulmani, gli europei, le caste basse newari e hindu; Pani nachalne chiochoti halnu parne, (gli intoccabili) in cui finirono i lavoratori più umili raggruppati nei Dalit (fabbri, sarti, pellai, macellai, musicisti, etc.).
Ovviamente la scala dei diritti e delle garanzie scendeva in base all’appartenenza di casta.
In questo contesto legislativo e culturale, i Nakchuche (nasi lunghi come sono chiamati i bahun) hanno consolidato il loro status, hanno avuto accesso a diritti per secoli (educazione, viaggi, reti sociali, vantaggi politici ed economici, etc.) da cui tutti gli altri erano esclusi. I discendenti hanno avuto così vantaggi culturali competivi che hanno mantenuto fino ad oggi e gli hanno permesso di essere ancora casta di potere.
Ma non scandalizziamoci, perché anche in Italia è stato descritto da molti un sistema simile, magari non solo per nascita ma per capacità di servire il potente di turno e restituire favori e protezione a discapito del bene comune. Gente così ce la troviamo anche fra i “saggi” di qualche ONLUS.

Nepal: senza luce arriva il baby boom

babyboomLa mancanza di elettricità sta facendo aumentare le nascite, riferiscono gli ospedali cittadini e preannunciano un baby-boom quest’anno.  Senza televisione, computers, telefonini, e videogiochi le coppie si sono avvicinate.
Si stanno riparando i piloni nel Terai (distrutti dall’alluvione di agosto) recuperando 60MW.  Ha preso il via l’impianto idroelettrico sul fiume Marsyangdi, nella splendida valle che porta al Manaslu, aumentando la produzione elettrica di 48MW. Serve ancora molta elettricità per assicurare il fabbisogno minimo per cittadini ed industrie e iniziare a sfruttare l’enorme potenziale idroelettrico calcolato in 42.000 MW di cui oggi prodotti solo 300 (ne servirebbero 770).
La gente ha imparato a vivere senza elettricità (14 ore al giorno circa), dimostrando che è possibile organizzarsi anche senza servizi primari. Atteggiamento che rientra nella culturale e tradizionale accettazione che rende l’Asia piacevolmente statica.
Qualcuno, però, ha fatto i conti su questo progetto idroelettrico finanziato dai precisissimi tedeschi.
Per costruire la centrale sono serviti il doppio degli anni previsti (8 anni) e più del doppio dei soldi (da 130 a 233 milioni di euro). Purtroppo adesso, come sempre, inizia a mancare l’acqua nei fiumi e nelle case fino al prossimo monsone e anche gli impianti idroelettrici producono meno e due centrali private sono saltate; una (Indrawani) bloccata dagli abitanti che dicono la centrale è nostra e non vogliamo dare in giro l’elettricità, vogliamo guardare Indian Idol 4 senza tagli.
Il bottone che fece partire la centrale sul Marsyangdi  fu schiacciato, a dicembre,  dal Primo Ministro PKD (Pushpa Kamal Dahal) che è stato uno dei responsabili dei ritardi nella costruzione, bloccando i lavori e chiedendo donazioni, durante gli anni del conflitto. Allora minacciava disastri e accusava i gestori del progetto di corruzione e non aveva tutti i torti perché il raddoppio delle spese è finito nelle tasche della nomenklatura nepalese (e non solo). Ormai però tutto è fatto, perché cercare i colpevoli e, come insegna l’antica scienza della politica italiana, oggi a me domani a te.
Del resto Eighty percent of the world’s governments fail to provide adequate information for the public to hold them accountable for managing their money, according to the Open Budget Index 2008. Il Nepal ha un indice di 43, la Cambogia di 11 (su un massimo di 100) (l’Italia non è stata valutata, forse è meglio così).
Il caso della centrale sul Marsyangdi ripropone la grande questione degli aiuti internazionali e del loro utilizzo. Se ne fa un gran parlare nel 2005 è stata addirittura fatta una la
Dichiarazione di Parigi sull’efficacia degli aiuti, oltre 100 Paesi donatori e partner si sono impegnati a organizzare in modo più efficace la cooperazione allo sviluppo. Alla revisione di tali accordi è dedicato il vertice di Accra (Ghana nello scorso settembre) ancora riga di chiacchiere e dichiarazioni d’intenti. Si rilevano i problemi (100 miliardi di aiuti internazionali si perdono nelle melme burocratiche e corrotte dei paesi donatori e riceventi). Poi il solito scaricabarile “ corruzione e sprechi soprattutto nei Paesi dell’Africa riducono l’efficacia degli interventi“. Ma se ci sono corrotti, che ogni tanto saltano fuori, ci saranno anche corruttori (protetti dalle mafie delle organizzazioni internazionali) che avranno dei vantaggi e maggiori responsabilità, visto che fanno girare i soldi
A questo proposito ieri grande spolvero di falci e martello (sarebbe da organizzare una gita, se si mettessero d’accordo almeno sugli orari, dello spezzatino di flagsinistra italiana per il mass meeting del Partito Comunista nepalese (UML) che cerca di riacquistare visibilità e presenza. Nelle ultime elezioni è stato il grande sconfitto perdendo il 10% dei consensi. La sua presenza, un tempo forte nei villaggi delle colline, è scomparsa e il suo ruolo attuale nel governo appare ancora subalterno, malgrado parole e minacce, ai maoisti mentre l’opposizione è monopolizzata dal Congresso che sta riguadagnando parte dei consensi perduti. L’UML, nel decennio del primo multipartitismo (1990-2002) è stato uno dei protagonisti della stagione d’instabilità e di corruzione che ha sfasciato il paese e, giustamente, gli elettori l’hanno punito.
Sul palco belli grassi, una sfilza di brahmini (bhaun), chetri, newari che alla faccia della fine del feudalesimo e alla cacciata del sovrano continuano a malgovernare il paese. Un po’ come in Italia anche se le caste, lì,  non sono sempre determinate dalla nascita ma dalla capacità di servire fedelmente.
Una bella notizia il mandarino Ian Martin, uno dei capi della cupola delle NU, gran spendaccione (delle nostre tasse) e principale creatore di disastri post-conflitto, se n’è finalmente andato.