Nepal: si riapre la storia del massacro reale

parasParas Bir Bikram Shah Dev era il principe ereditario del Nepal. Un ragazzotto che girava come un pazzo per le strade di Kathmandu su un jeppone nero, investiva qualche pedone, si picchiava nelle discoteche. Veste come un mafioso dei film e porta una lunga coda di cavallo (pony tail) e perenni occhiali scuri. Ora vive a Singapore con la famiglia e si racconta che anche lì, malgrado non abbia l’assoluta impunità che godeva in Nepal e che sfiori i 40 anni, faccia la solita vita da vitellone.
Anche il Re suo padre non lo sopportava più e, da anni, si pensa di far saltare la linea ereditaria a favore di qualche nipote di Gyanendra. I nepalesi, a parte qualche bulletto di Gongabu, non lo sopportavano e ne avevano paura. Il rischio che accedesse al trono è una delle cause dell’eliminazione della monarchia.
Re Gyanendra, tornato dal suo lungo viaggio in India, è stato accolto da una folla di fotografi, giornalisti e monarchici all’aeroporto di Kathmandu non ha lasciato dichiarazioni sugli incontri avuti con i politici indiani e neanche ne farà sull’intervista del figlio comparsa sul giornale di Singapore New Paper.
Paras, fra le mille voci che circondarono il massacro della famiglia reale del 2001, fu uno degli accusati della strage. Alla gente era antipatico come il padre, il sovrano ucciso Birendra era amato e poteva favorire una rapida introduzione dei maoisti nella politica, ponendo fine al conflitto. L’inaspettata ascesa al trono di Gyanendra (considerato un reazionario), unico superstite della famiglia insieme al figlio Paras, ampliava le mille voci sul suo coinvolgimento.
Gli stessi maoisti, allora in pieno conflitto, dichiararono che l’uccisione di Birendra era opera delle forze reazionarie, dei servizi segreti indiani in cocca con l’assolutista Re Gyanendra (che infatti impose la legge marziale nel 2005) e che una task force segreta dei maoisti era in contatto con Re Birendra per giungere a una soluzione pacifica. Oggi, il governo del maoista Prachanda, ha dichiarato che vuole riaprire l’inchiesta sul massacro reale.
La prima ragione dell’intervista è allontanare i sospetti sul suo coinvolgimento nel massacro ma, al tempo stesso, conferma che all’interno della famiglia reale (e dei consiglieri) vi era una fazione che si opponeva alle aperture democratiche di Re Birendra, fin dalla concessione della Costituzione e del pluripartismo nel 1990. Questa fazione raccoglieva, fra gli altri, il principe ereditario Direndra (l’autore del massacro), Paras stesso e Gyanendra. Tutte persone escluse da Birendra da ogni decisione per le loro posizioni estremiste; si racconta che lo stesso Direndra era prossimo ad essere escluso dalla successione.
Paras conferma che i rapporti fra padre e figlio erano pessimi e s’aggravarono per l’opposizione della famiglia al suo matrimonio con la bella Devyani Rana. C’è da aggiungere che entrambi i rampolli bevevano come spugne e che si fumavano canne a ripetizione.
La novità dell’intervista è l’introduzione del denaro come ulteriore elemento che ha scatenato la pazzia del principe Direndra. Racconta Paras che all’epoca, era in ballo un affare da USD 15 milioni per l’acquisto di armi per l’esercito ‘The Nepali army was looking for a new weapon to replace the Belgian SLR. Dipendra liked the German Heckler & Koch G36 assault rifle, as opposed to the battle-tested Colt M16,’
Com’è tradizione in Nepal il Principe voleva farsi una cresta sulla fornitura ‘That, to me, was the real trigger. The deal would have probably been for about 50,000 rifles, which at US$300 ($454) apiece, would work out to about US$15 million.
Anche lì i soldi non bastavano mai, Direndra voleva lasciare il Nepal e sposare Devyani,  il papà, visto come si comportava, gli aveva tagliato i fondi. Ma, mi dice l’amico Rajendra, rispolverando una delle mille congetture di quei tempi, se il principe assassino Direndra (non un gran cervellone) fosse stato spinto, condizionato, aiutato dai nemici del buon re Birendra a compiere la strage per ristabilire (contando sugli aiuti indiani, USA e inglesi) la monarchia assoluta e combattere, con più decisione, la sacra guerra contro il terrorismo?

Oggi (31\3) i giornali riportano le prime reazioni all’intervista di Paras: Dichiara un generale in pensione But it was a time when there was already an embargo on selling weapons to Nepal,”. As a result there was an understanding among them not to sell lethal weapons to Nepal. Even the Americans were not giving us Colt in that situation. So the question of receiving commission in a situation when both the weapons could not be bought, only god knows, conclude il generale. Però, qualche temo dopo  Nepal later managed to acquire more than US $ 29 million in military funding, from the US, including the transfer of 20,000 M16 assault rifles. Even the HK G 36 rifles ended up in Nepal, as outlined by Jane’s Infantry Weapons 2003-4, despite reports of the German government’s denial to provide arms citing human rights issues. Però i tedeschi che coerenti difensori dei diritti umani.

Il Nepal non si placa

frammenti A furia di picchiarsi, da mesi, c’è scappato il morto. Un giovane dirigente del CPN (UML), il partito comunista nepalese moderato, è stato ucciso a Butwal, orribile città commerciale e di confine. Scontri, coprifuoco, distruzione della sede maoista ad opera dei militanti inferociti. Le accuse contro Sujit B.K, un leaderino locale della sezione giovanile maoista, la Young Communist League (YCL). I due partiti sono insieme al governo e il ministero degli interni è Bam Dev Gautam, (UML) già contestato dai militanti per la sua arrendevolezza verso le violenze dei maoisti.

Come detto non è storia nuova, da sempre i militanti maoisti e dell’UML si scontrano; tant’è che quest’ultimo ha formato una lega giovanile per contrastare l’analoga formazione maoista. I due partiti hanno lo stesso elettorato potenziale e, dunque, si fanno una violenta concorrenza. L’UML è stato succhiato dai maoisti durante le ultime elezioni e ha perso il 30% dell’elettorato. La storia dell’UML è simile a quella di tanti partiti comunisti, passati dalla guerriglia (anni’60), alla clandestinità e alla violenta opposizione alla monarchia (anni’80), al governo (anni ’90 e oggi). Corruzione, nepotismo, incapacità hanno fatto, poi, perdere al partito consensi e credibilità. Fortissimo nei villaggi delle colline, dove controllava quasi tutte le amministrazioni locali (sciolte durante il conflitto e mai più ricostituite) è stato il serbatoio dei quadri e dei militanti maoisti, in una progressiva diaspora.

Il vecchio leader Nepal (uno dei grandi corrotti nepalesi insieme al suo compare Koirala del Congresso) è stato defenestrato dopo la sconfitta elettorale e il partito è entrato nel governo. We joined the government to correct the nature of Maoists and help the peace process. We will not stay in the government if they don’t correct themselves,” ha dichiarato il nuovo leader Khanal davanti ai militanti inferociti durante i funerali di Prachanda Thaiba a Butwal. Ha, poi, aggiunto, davanti all’Assemblea in sessione (dopo mesi d’inattività)  party has no intention to opt out of the government right now, invitando i militanti to strongly oppose “Maoist atrocities“. Risultato di questa politica: zero.

Sintesi di questa triste storia è il confermarsi di alcune questioni: i maoisti non hanno alcun controllo sui militanti e le organizzazioni periferiche come ha dimostrato la storia della restituzione, promessa dai dirigenti, delle terre sequestrate ai legittimi proprietari durante il conflitto ma insabbiata dalla base. I comunisti moderati non hanno ancora una sponda (Congresso, India) per sganciarsi dal governo a guida maoista e proporre un alternativa, bisognerà aspettare le elezioni in India, perché il Grande Fratello inizi a muoversi. Per adesso si accontentano di stare all’opposizione nelle piazze e nei roboanti proclami, ma spartirsi qualche dividendo nel governo.

Ma l’elemento  più grave è che il paese, specie il Terai, è fuori da ogni controllo e che il governo di Kathmandu sembra governare solo nella Valle e nelle immediate vicinanze. Fuori, è peggio che ai tempi del conflitto dove l’ordine era assicurato, nel bene e nel male dai maoisti, ora comandano gruppi politici, mafiosi, etnici locali, banditi.

Fatto segnalato più volte dagli impotenti industriali nepalesi che, ancora si struggono sui milioni di dollari persi nell’ultimo anno per i 120 giorni di sciopero che hanno bloccato il paese. I disordini e i blocchi della circolazione, e dunque delle merci, sono ormai costanti, per una ragione o per l’altra, nel Terai. Ingenuamente hanno proposto ‘banda free nation’ for a year, cioè niente scioperi per un anno. Il problema è che nessuno, anche volendo, è in grado d’implementare questa decisione.

sunshinePorterò un po’ sfiga, però dopo aver parlato della pessima gestione (ad opera di esperti internazionali) della KUKL la società che dovrebbe erogare l’acqua a Kathmandu, l’Asian Development Bank (che co-finanzia la società che sta assetando i Kathmanduties) ha cacciato per incompetenza il Direttore generale e Finanziario (due espatriati) che aveva nominato. Bisognava morire di sete. Chissà se saranno senz’acqua e senza luce anche i nuovi palazzoni di 10 piani da oggi in vendita a Sukedara (nella parte a nord della Valle). Sono i primi complessi residenziali costruiti a Kathmandu e gli appartamenti saranno vendutida euro 20.000 a 60.000, non poco anche per chi lavora all’estero o per chi succhia i soldi degli aiuti internazionali. (il reddito pro-capite rimane intorno agli € 800 annui)

 

Kathmandu: compare il santone volante

yogiAi margini della Valle di Kathmandu è comparso un ‘altro personaggio mistico, lo Yogi Krishna Prasad Dhakal . Un ragazzo di 24 anni che da settimane si è rifugiato alle pendici delle colline che salgono verso l’Helambu. Aveva studiato fino all’ultimo grado delle superiori, lasciato la scuola e iniziato a lavorare nei campi del suo villaggio. Il ragazzo è salito nella capitale qualche mese orsono, durante lo Shivaratri e non è più tornato a casa nel distretto di Dadhing. Vestito d’arancione ha iniziato la difficile strada dello Yogi,  colui che abbandona la materia per raggiungere il Nirvana in questa vita.E’ un bhaun (brahmino) impoverito e, quindi, segue una strada per i suoi antenati, sicuramente più ricchi e considerati, tradizionale.
Medita, distribuisce tika, prashad, dicono che guarisce da piccole malattie ed è già diventato un altro mito stile il Buddha Boy, di cui si sono perse le tracce.
Qualcuno ha già gridato al miracolo dicendo che è diventato invisibile per 15 minuti.
Dopo aver meditato in grotte, boschi, spazi aperti ha deciso di appendersi a una specie di gabbia e meditare per aria. Lo chiamano l’hanging Baba e già si è formato un Comitato per coordinare la raccolta dei devotees are offering him cash daily. The amount is multiplying by the day. Hence, the management committee has been formed for the yogi’s welfare. Anche qui  astuti Tamang, come intorno al piccolo buddha di Bara per accogliere qualceh migliaio di fedeli.
Paese in crisi, si provano tutte le strade. Bisogna andarlo a vedere.

Nepal: la giornalista Uma Singh non è dimenticata

 uma-singhAnche in Nepal (forse meno che in Occidente) si tende a dimenticare scandali, disastri, morti, mi dice Rajendra (l’amico giornalista, una delle categorie più a rischio attualmente in Nepal).  Aggiunge, noi non vogliamo dimenticare Uma Singh, la giovane giornalista uccisa nel Terai. Un gruppo di suoi colleghi è sceso a Janakpur dove la ragazza viveva per capire e ricordare a distanza di qualche mese le ragioni dell’accaduto; capire chi potrebbero essere i mandanti e gli esecutori.
La polizia, mi dice Rajendra, ha fatto la solita confusione per allontanare i sospetti dal gruppo maoista (ora ex maoista) legato al potente ex ministro Yadav, limitando le indagini a to a property dispute, and Uma Singh was killed because she allegedly had the title to a large part of the family’s assets, mainly land.
Il Rapporto dell’ International Federation of Journalists (IFJ) però ripercorre le ultime inchieste della giornalista e racconta delle espropriazioni di terra durante il conflitto, delle richieste e delle pressione per la restituzione ai legittimi proprietari durante l’attuale fase di transizione verso la democrazia.
Si parla di oltre 10.000 ettari di terra ancora sotto controllo di gruppi maoisti locali non restituita ai legittimi proprietari. La gente protesta, inutilmente,  malgrado tutti ritengano la restituzione delle proprietà uno degli elementi decisivi per far decollare il processo di riconciliazione nazionale.
Uma Singh scrisse in un suo articolo sul mensile in lingua nepalese Sarokar, lo scorso ottobre, The Maoists have not returned the seized land in Siraha district even three months after Maoist chairman and Prime Minister Pushpa Kamal Dahal directed his party cadres to do so.
Pubblicò la lista delle terre espropriate e i nomi dei proprietari con l’obiettivo di rendere giustizia alla gente di Siraha e Danusha, i distretti del Terai maggiormente coinvolti in questa vicenda.
Nello stesso articolo indicò nell’allora Ministry of Land Reforms, Matrika Yadav uno dei capibanda della regione, il responsabile della mancata soluzione del problema. Yadav ha, da qualche mese, lasciato il Partito Maoista, perché troppo “riformista”, e ha costituito una sua formazione politica di estrema sinistra legata ai gruppi armati politico-mafiosi che controllano gran parte del Terai.
La terra espropriata è finita a suoi amici, parenti, elettori.
Quindi, conclude il Rapporto, le cause della morte di Uma Singh sono da ricercarsi nel suo lavoro di giornalista, nelle sue inchieste, nelle interviste fatte a tanta gente, nelle denuncie di un sistema mafioso, nella difesa, concreta, dei diritti delle persone.
The problems that women journalists faced were Uma Singh’s special focus and she was, through her commitment and courage, an example for many younger women who chose to enter journalism after the 2006 transition to democracy.
Rajendra, ricorda ancora l’impotenza, la tristezza e la paura del giorno in cui una banda di maoisti assaltò il suo giornale e, anche allora,  l’impunità degli aggressori.

Il Nepal come il Ruanda?

dollaroHa girato per Kathmandu, una delle gran sacerdotesse dei diritti umani, Navi Pillay (UN High Commissioner for Human Rights). Un giudice che si è fatto le ossa nei periodi duri dell’apartheid sud-africano difendendo i prigionieri politici, poi le brutte compagnie nelle Nazioni Unite l’hanno, forse,  un po’ deragliata.
A Kathmandu ha fatto diversi dichiarazioni apparentemente disomogenee: ha paragonato la situazione dei diritti umani a quella del Ruanda e ha richiesto il prolungamento della missione dell’ OHCHR (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights), uno dei molti enti inutili che permettono ai turisti della cooperazione di beccarsi lauti stipendi senza combinare niente. Questo ente s’affianca a OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), UNMIN (UN Mission in Nepal) e ai soliti UNDP, UNHCR e UNICEF nel teorico compito di difendere i diritti umani, moltiplicando e duplicando progetti.
Tutti questi enti non sono ancora giunti, in anni di apparente lavoro,  ad un identificazione precisa del numero delle persone scomparse (ad opera di maoisti, esercito e polizia) durante il conflitto (il numero varia da 500 a 1000 persone) ma, cose ancor più grave, non è stata data alcun compensazione a chi è stato espropriato di terra e casa né individuato alcun colpevole.
Non per niente le vittime protestano (davanti ai cancelli sbarrati delle UN), chiedono giustizia e non ottengono nulla. L’unico processo che si è aperto a carico di un funzionario di polizia è dovuto all’opera di un avvocato privato.
Navi Pillay aveva lavorato nel Tribunale sul genocidio in Uganda, il solito carrozzone che in dieci anni di presunte attività ha scovato cinque colpevoli per massacri, stupri e violenze che, in 100 giorni, hanno provocato fra gli 800.000 e il 1.000.000 di morti.
La tragedia del Ruanda ha in comune con il Nepal solo l’ inutile presenza delle Nazioni Unite; qui, fortunatamente, pur con le gravi conseguenze del conflitto, non si è giunti alla distruzione morale e fisica di un popolo.
Inoltre, in Nepal, il problema della difesa dei diritti umani è, certamente, il riconoscimento delle vittime e dei colpevoli nella fase conflittuale ma, è altrettanto prioritario l’oggi,  mi diceva l’amico avvocato Sapkota, “qui la gente è priva della protezione dello stato, deve affrontare da sola bande di criminali, estorsori, diritti elementari negati in un clima di assenza di legge e di impunità generale“. Abbiamo, poi,  dei casi clamorosi in tema di diritti fondamentali negati (cibo, lavoro, casa) come quelli dei Kamaya, gli schiavi liberati nel 2000, con grandi feste delle ONG e dei difensori dei diritti umani. Da anni i poveri Kamaya, protestano costantemente, perché sono rimasti sì, senza padrone, ma anche senza la terra promessa malgrado i milioni di dollari spesi per progetti, training e reports sulla loro condizione. (ne parleremo in un prossimo post). Il richiamo al Ruanda può servire per rendere la situazione più appetibile per i donatori internazionali; se chiude la OHCHR, il dipartimento della Pillay perde soldi e potere.
Nelle scorse settimane si era, inoltre, aperta una battaglia  (fra le varie agenzie delle Nazioni Unite) per accaparrarsi i fondi (euro 12 milioni dell’Unione Europea di cui 5 all’OHCR nel 2006 e USD 5 milioni nel 2007 per UNDP) per “gestire” la fase post-conflitto, finanziare la NHRC (Nepal Human Right Commission) e pagare gli stipendi ai funzionari internazionali (a casa c’è la crisi). La chiusura dell’OHCHR sarebbe manna per le altre agenzie, di qui il viaggio lampo della Pillay, per mettere pace fra i vari capibastone e premere sui poveri nepalesi per richiedere l’estensione del truffone.
Hanno fatto qualcosa questa gente (compresa la super-finanziata NHCR)? Magari non sono obiettivo, vediamo cosa si dice in giro: When OHCHR produced a report about disappearances it was very comprehensive, although many people remain missing,” dice Bhola Bhattarai, di Amnesty International.
E’ la solita politica delle NU e affini, segnalare il problema, raccogliere fondi e non risolverlo.
But, the answer is quite clear. It does nothing. Except for preparing and publicizing long boring reports with numbers and digits and recommendations with “should must and ought”, OHRC absolutely does nothing.
Lo stesso presidente della National Human Rights Commission (NHRC) Kedar Nath Upadhyaya, ha riconosciuto la sua impotenza the lack of implementation of NHRC’s recommendations and the continued indifference towards those recommendations have raised question over the utility and need of the commission itself . E qui balla qualche milione di euro.
Il Dr. Rokaya, membro della NHRC aggiunge In the changed context, we can manage even in the absence of the OHCHR-N. The role of UN body was not much effective, as no right violator was punished under its recommendation. E qui ballano altri milioni di euro.
acquaA Kathmandu per fortuna è piovuto ma la gente continua a rimanere senza acqua, la società (KUKL) che provvede alla distribuzione (affidata ad esperti stranieri) dichiara che la rete idrica è sfasciata, inquinata, e strutturata per servire 1\3 della popolazione. La parziale privatizzazione ha reso le cose peggiori, fortunatamente continuano a funzionare le antiche dhara (le fontane pubbliche) costruite 1000 anni fa. In questi giorni le NU stanno celebrando la giornata dell’acqua (e dei soldi buttati, USD 300 milioni in progetti inutili solo in Africa secondo l’International Institute for Environment and Development)

Basta prender soldi: no profit e banche

citi-bankWall Street è ripiegato su se stesso, anche i ristoratori indiani, al centro del boom economico e delle frequentazioni delle schiere di managers, analisti, venditori di titoli, stanno un po’ boccheggiando. Questa gente sfila per le strade come ladri beccati in castagna, con le teste basse e il viso segnato. Tanto, iniziano a perdere il posto di lavoro, fra i primi,  i colletti bianchi high-tech, giunti dall’India e dall’Europa. Si è salvato Vikram Pandit, dal 2007 CEO della Citi Bank, e uno dei primi americani d’origine indiana a salire così in alto nel sistema bancario USA. Un ipotesi, che l’abbiano messo lì per fargli la festa, visto che, secondo Clara (e i suoi conoscenti) non avrebbe l’esperienza per gestire la più grande banca del mondo.
Clara vive a New York, sta facendo uno stage in una banca e mi scrive un po’ preoccupata dal suo ufficio di Manhattan: un pò meno lavoro, meno soldi circolanti e dunque rischio di tornarsene a casa. E’ diminuito lo stress delle trimestrali che hanno obbligato tutti, per anni, a concentrarsi sui risultati a breve e non a lungo termine: una delle cause del botto finanziario. Ha letto il post su banche, dittatori e criminali di stato, ladri di risorse naturali, distruttori di ecosistemi (alcuni dei quali con i conti nella Citi Bank) e vuole dire la sua.
Clara racconta che  Citi Bank era già nota (anche in Italia) per una certa disinvoltura del suo management e il rapporto Undue Diligence: How banks do business with corrupt regimes, ben s’inserisce nel suo ruolo nello scandalo Parmalat e nella condanna per la truffa (USD 14 milioni) ai danni dei propri correntisti, scoperta in California nel luglio 2008.
Fra le Zombie Bank che sono moltiplicate negli USA, la Citi è il caso più clamoroso e quella che s’è beccata USD 50 miliardi (+ garanzie per 301). In a better world, Citi would have long ago been put into bankruptcy, scriveva il Wall Street Journal senza aggiungere che questa banca, come altre, non era stata sottoposta a nessun controllo grazie ai contatti con la mafia politica di Washington.
Fortunatamente, dopo aver perso nel 2008, l’87% del suo valore in titoli ha riscoperto la social responsability cancellando l’ordine per l’acquisto di jets privati per i suoi top executives, ma non sembra però aver rinunciato, malgrado il giusto linciaggio mediatico, alla ristrutturazione degli uffici (sempre per i top) per USD 20 milioni. Alla faccia dei contribuenti americani, dei profughi di Wall Street e dei milioni di persone a cui è stata pignorata la casa.
Con questo curriculum ecco comparire la Citi Bank nel sito Una buona causa.it, in cui una ventina di ONLUSNGO (fra cui quelle citate in questo blog:  CCS Italia Intersos) cercano di rastrellare qualche spicciolo. Poi da chi arriva non ha importanza.
La schiera di fundraiser, che rispondono un pò piccati, a qualche critica sul web marketing delle organizzazioni no-profit (ONP), saranno sicuramente in grado di  collegare il curriculum della Citi Bank a “Vuoi rendere il mondo un posto migliore? Combattere i cambiamenti climatici? Migliorare il benessere degli animali? Combattere le malattie?”
Lo slogan straordinariamente definito di Una buona causa.it (shopping per un mondo migliore). Clara ed io pensiamo, sempre. di stare in un altro mondo.

In Nepal: studenti in piazza, politici in India

pneumaticoFra meno di un mese ci saranno elezioni integrative dell’Assemblea Costituente, un buon test per vedere se i partiti di governo e, specialmente, i maoisti subiranno perdite di consensi dopo i primi 10 mesi di governo, non brillanti.
In questi giorni fra immensi disordini, scontri e qualche bomba (il tutto ha provocato un morto a Jhapa (Terai orientale) hanno avuto luogo le elezioni dell’ Free Students’ Union, organizzazione rappresentativa degli oltre 400.000 studenti delle università pubbliche: Tribhuvan University (TU) e Mahendra Sanskrit University (MSU), composte, rispettivamente, da 160 colleges e 13 affiliati, distributi a Kathmandum Pokhara e nel Terai.
La FSU fu costituita nel 1979 e fu, un primo segnale, dell’inizio del processo di democratizzazione in Nepal concluso con la costituzione del 1990. Allora, migliaia di studenti, protestarono in tutto il paese, si picchiarono con polizia ed esercito per chidere la fine del regime monarchico senza partiti del Panchayath.
Oggi, con la democrazia, le cose sono cambiate e si picchiano fra di loro. Scontri, abbastanza regolari, fra le tre sigle principali in cui si riuniscono gli studenti NSU (partito del Congresso), ANNISU-R (Maoisti) and ANNFSU (UML-comunisti moderati). Anche se gli ultimi due sono insieme al governo non hanno risparmiato pestaggi trasversali.
Ai gruppi tradizionali si sono uniti gli studenti etnici: Limbuwan Students’ Council (LSC) che per non restare indietro ha distrutto il Campus di Panchtar; altri gruppi  chiedevano rappresentanze su base proporzionale e regionale.
Insomma, una settimana di scontri anche con la polizia che hanno bloccato la Valle di Kathmandu e molte città e strade del Terai.
I risultati delle elezioni segnalano un fatto significativo, cioè la vittoria degli studenti affiliati all’UML, i comunisti moderati dati per eterni sconfitti dopo le scorse elezioni; membri del governo ma in posizione spesso dissidente.
Segnali che vedremo se saranno confermati nelle prossime elezioni di medio-termine di aprile, importanti per capire quanto i maoisti abbiano stancato la gente e quanto l’opposizione può premere.
In questo contesto s’inserisce l’ andirivieni di esponenti politici nepalesi e dell’ex-re Gyanendra in India. Anche lì ci saranno a breve le più importanti elezioni generali.
I nazionalisti hindù del BJP fanno, come tradizione, sponda a Gyanendra che spera in un appoggio indiano per rimettere in pista il piccolo principe Hridayendra principe Hridayendra come futuro e potenziale nuovo sovrano al posto del pazzo Paras (figlio di Gyanendra). Il piccoletto è ben visto dalla popolazione e, forse, se questa operazione fosse stata fatta un anno orsono, la monarchia sarebbe ancora, almeno formalmente, al potere. Il sovrano ha avuto incontri con Sonia Gandhi e  con diversi esponenti politici del Congresso indiano.
Anche l’ex-primo ministro Koirala e la sua corte è sceso in India per tramare qualche piano, visto il soggetto. Questi movimenti hanno insospettito i maoisti che li hanno ripetutamente bollati come richiesta d’ingerenza negli affari nazionali, fino a convocare l’ambasciatore indiano e nominare un maoista (ex preside di una scuola) ambasciatore del Nepal in India, scontentando tutti.
Si sussurra che l’opposizione (Congresso, esercito e, in futuro partiti Madhesi) stiano cercando un appoggio indiano per dare una spallata vigorosa al governo maoista, contando sulla crescente disaffezione della gente e sul caos che regna nel paese. Anche l’altro partner di governo l’UML (ancor più oggi con il successo fra gli studenti) sembra pronto a lasciare la barca, piena d’acqua,  guidata dal maoista Prachanda.
Malgrado quanto scritto in giro, la Cina se ne impippa del Nepal e dei maoisti al governo. Certo, cerca, d’infastidire l’India, di allargare i commerci della sua spazzatura, di non avere fastidi dai tibetani\nepalesi, di esercitare un certa influenza (che, comunque, ha da secoli sempre esercitato); ma solo pochi pazzi possono pensare a un estensione del suo controllo\egemonia sul Nepal. Troppi i legami sociali, culturali, geografici, linguistici, ed economici con l’India. Infatti non lo pensano neanche i maoisti che hanno sempre cercato di rassicurare l’India durante le loro stravaganti manovre con i cinesi (esercito, ferrovia, zone economiche, trattato d’amicizia). Per cui Congresso ed esercito possono lavorare tranquilli.

Banche e signori della guerra

giornalaio a kathmanduI cervelloni della World Bank hanno pubblicato il loro annuale World Development Report (WDR) giungendo a due brillanti scoperte: la crescita economica ha aumentato il gap fra ricchi e poveri all’interno dei paesi e fra i diversi paesi;  i vari stati dovrebbero avere economie integrate per favorire uno sviluppo maggiore e duraturo.
Le proposte: aumentare le comunicazioni, infrastrutture, accordi regionali, etc. Tutte questioni note dall’indipendenza americana nel 1776. L’apparentemente svampita Susan Goldmark, (World Bank Country Director in Nepal) ha presentato con orgoglio queste scoperte, tralasciando che la WB ha sperperato miliardi di euro in giro per il mondo, con progetti faraonici, ristrutturazione economiche sbagliate, sempre focalizzate sui singoli paesi. Comunque, qualcuno ha dormito ma, alla fine, giù applausi anche se le massime autorità finanziarie mondiali WB e Fondo Monetario sono fra i maggiori responsabili del botto finanziario che stiamo vivendo.
Per rimanere nel bel mondo delle banche, ricordando il vecchio slogan del ’68, cosa è il furto in una banca rispetto alla creazione della banca stessa, mai così di moda, desta più attenzione il Rapporto di Global Witness.
Già il titolo è interessante Undue Diligence: How banks do business with corrupt regimes,” e racconta come  how by doing business with dubious customers in corrupt, natural resource-rich states,banks are facilitating corruption and state looting, which deny these countries the chance to lift themselves out of poverty and leave them dependent on aid.  Quindi, la stessa assenza di regole che ha fatto prosperare, fino all’attuale crisi, il sistema bancario (e i suoi protettori politici)ha facilitato il furto dei proventi delle risorse naturali nei paesi più poveri.
Anche in Nepal non si e scherzato quando milioni di rupie sono viaggiate da banche a prestanome di politici, spesso legati alla corona, e non sono mai tornate indietro. Qualche fallimento e un po’ di gente che s’è rifugiata all’estero, qualcuno ben protetto. Tanto ripiana tutto lo stato.
Il Rapporto ci fa fare un viaggio in Guinea Equatoriale, Congo, Gabon, Liberia, Angola and Turkmenistan (alcuni di questi paesi in default) e negli uffici di Barclays, Citibank, Deutsche Bank, and HSBC, tutte banche in prima linea a sbandierare la loro adesione a etica e social responsibility. Ma come per l’industria dell’assistenza il gap fra forma e sostanza, realtà e ipocrisia è immenso.
Nella Barclay ha  il conto Teodorin Obiang , il figlio del dittatore della Guinea quando la stampa mondiale ha accusato il regime famigliare d’essersi intascato i proventi del petrolio, lasciando lo stato in bancarotta.
La Citibank aveva come cliente Charles Taylor, criminale di guerra, gran ladrone delle risorse naturali fra Sierra Leone e Liberia; Denis Christel Sassou Nguesso, figlio del dittatore del Congo, che, mentre il paese marcisce, se la gode in giro per il mondo con i soldi del petrolio riciclati nelle banch; il  Presidente Niyazov del Turkmenistan, che ha messo in salvo milioni di dollari dalle prebende per la vendita del gas naturale. E via discorrendo.

Quindi, conclude, il rapporto banche complici nella predatoria attività di dittatori e signori della guerra, nella stabilizzazione di regimi dittatoriali, nel finanziamento d’eserciti e bande. Alla faccia delle risorse naturali a favore dello sviluppo della nazione e dei servizi ai cittadini.
Per avere un mutuo è meglio mettere su una bella banda di predoni, una proposta per il prossimo vertice del G-20 a Londra quando si parlerà del credit crunch.

Buon segno dal Nepal: finisce la guerra di Tharu e musulmani

la moschea di kathmanduLa guerra dei Tharu è, forse, finita con gli ultimi scontri di ieri e le ultime due vittime, uccise dalla polizia impaurita. Guerra inutile nata da una decisione del governo poi ritirata come tante in questi mesi. Migliaia di persone bloccate sulle strade del Terai, convogli scortati dall’esercito per rifornire la Valle di Kathmandu come ai tempi peggiori del conflitto.
Il paese dei bhanda (scioperi, letteralmente chiusura) ha conosciuto nuove vette con il blocco anche dei risciò, delle biciclette e dei pedoni. Tutti soggetti che hanno sempre potuto circolare e che, nel caso dei risciò, hanno salvato tanti turisti dalla perdita del volo, quando nessun altro mezzo  poteva girare.
La soluzione del problema dei Tharu s’è risolta con il cambio da ‘Madhesh’ by ‘Terai-Madhesh’ in the interim constitution and other statutes including the controversial ordinance on reservations. Questo semplice cambiamento porterà, forse, a un generale rappacificamento fra i molti gruppi che abitano il Terai e una maggiore, teorica, rappresentanza di tutte le etnie nei posti pubblici. Il riconoscimento dei diversi gruppi etnici che formano la popolazione del Terai include anche i musulmani che avevano minacciato altre proteste.
In Nepal non hanno mai creato tensione, più poveri della media, vivono in massima parte nel Terai e sono d’origine indiana. Nell’ultimo decennio sono notevolmente aumentati anche a Kathmandu. Un tempo i soli musulmani erano i molti commercianti d’origine kashmira di tappeti, pietre, scatolette di carta pressata o i Chaurate che vendevano, in bicicletta,  i braccialetti di vetro; tant’è che la moschea di Bagh Bazar non più riesce a contenerli tutti. Donne in chador si vedono nelle strade di Kathmandu solo da qualche anno. Un gran corteo ha attraversato la Valle la scorsa settimana promosso dall’ United Muslim National Struggle Committee.
Si calcola che siano oltre 2,5 milioni (10% della popolazione) di cui il 97% concentrato nel Terai e, negli anni passati, apparentemente ben integrati. Qualche protesta durante l’ultimo Hajj (pellegrinaggio alla Mecca) quando chiesero, senza ottenerlo, un contributo del governo per il viaggio dopo l’aumento dei costi delle accomodations in Arabia Saudita passati da USD 300 a USD 800. Ma qualcosa è cambiato, negli ultimi anni, nella convivenza fra i diversi gruppi religiosi; la storica tolleranza dei nepalesi è stata spezzata dal conflitto e dai mutamenti sociali e culturali del paese. I segnali più brutti giunsero nel  settembre 2007 a Kapilavastu quando in due giorni di scontri fra hindu e musulmani morirono diverse persone.
Già prima violenza ingiustificata,  sorprendente e shoccante, anche per i nepalesi, furono i disordini del settembre 2004 quando migliaia di manifestanti (in gran parte giovani) assaltarono, a Kathmandu, la moschea e gli uffici della Quatar Airlines per protestare, irragionevolmente, per l’uccisione in Iraq di 12 lavoratori nepalesi ad opera di un gruppo islamico.
Questi avvenimenti vanno contro le statistiche che raccontano di una veloce integrazione, data anche da una crescita culturale dei musulmani nepalesi, una dei gruppi tradizionalmente più svantaggiati.
Negli anni passati (2004-2005) verificammo in diversi villaggi del Terai che il trend d’iscrizione alle scuole dei bambini musulmani aumentava più velocemente di quello di altre etnie (+12%), con particolare aumento (+16%) di quello delle bambine. A ciò s’aggiunge l’incredibile aumento delle Madrase (circa 300) e delle moschee (360) che forniscono educazione religiosa e assistenza. Gli indiani hanno denunciato che molte di queste sono finanziate dall’ISI (i servizi segreti pakistani) e sono centri di formazione per terroristi ma senza mai fornire prove. Nei distretti sud-orientali di Banke, Kapilbastu, Parsa and Rautahat, i musulmani sono oltre il 50% della popolazione. Maoisti e partiti Madhesi hanno raccolto la maggioranza dei loro voti nelle scorse elezioni.
Gli storici ricordano che le prime migrazioni massicce di musulmani avvennero in Nepal dopo l’Ammutinamento del 1857, quando gli inglesi massacrarono indiani di tutte le fedi. L’allora Primo Ministro nepalese (l’epico Jung Bahadur Rana) in uno degli abituali contorcimenti della politica estera nepalese, dette asilo alla Begum di Oudh e protezione ai musulmani; dopo aver mandato i Gurkha a combattere gli ammutinati.
Da allora agricoltori, piccoli commercianti, muratori, venditori di frutta hanno iniziato a stabilirsi nel Terai, spesso per sfuggire alle violenze religiose in India. Una migrazione, per certi versi sorpendente, se consideriamo che i musulmani, in base all’antico codice civile (Muluki Ain) erano considerati fuoricasta, privi di diritti civili e sottoposti a una monarchia, costituzionalmente, hindu (fino al 2007). Gli era, inoltre, vietato il proselitismo (come per i cristiani), la Sharia e il Tanaq (diritto maschile del divorzio verbale). Solo nel 1963 (con l’abolizione del Muluki Ain) sono stati riconosciuti, almeno formalmente, parità di diritti.
Oggi, è positivo che il Governo, pur nella generale incapacità gestionale, consideri, almeno a parole, i cittadini ,musulmani al pari delle altre etnie e gruppi castali, da sempre più privilegiati di fede hinduista e buddhista. La soluzione del problema dell’etnie del Terai è uno dei primi segnali positivi, verso una soluzione dei molti conflitti politici e sociali.

Si vende la povertà sul Web?

money-exchange-africa“Puntare assolutamente sull’online e puntare sulla moltitudine dei piccoli donatori. Internet rappresenta di gran lunga il modo più economico per gestire la donazione. Non svendersi, mostrare come in un periodo in cui tutti gli investimenti prospettano ritorni bassissimi, la propria causa è senza prezzo e garantisce un ritorno altissimo con l’idea di aver fatto qualcosa di buono“. Scrivono gli esperti americani di fundraising .                                                                                                                                In un altro, più nostrano,  leggo:  quando uno ha i soldi spende e compra senza nemmeno pensarci, quando uno non li ha, vuole mille spiegazioni e fa mille confronti prima di spendere e decidersi, ecco perchè nel fundraising in periodi di crisi bisogna allungare il brodo /ho dei test che mi dicono che nelle classi meno evolute mettere troppe scelte fa calare le donazioni perchè confonde. Stile un po’ vecchio, emozionale da azienda di prosciutti anni ’90, oggi anche le aziende profit pensono più a pubblicizzare la qualità del prodotto, il valore aggiunto anche alle “classi meno evolute“, che la crisi sta rendendo più consapevoli.
Questo è il mondo in cui vivono alcuni dei fundraiser (raccoglitori di soldi) per ONLU\ONG, non sorpende che poi compaiono campagne come quella già segnalata del Tutti a Tavola: sono in un altro mondo. I meccanismi e le mentalità che stanno dietro alla vendita della povertà sul WEB non sembrano tanto dissimili dalle pubblicità commerciali o dalle vendite piramidali
Che se ne impippa della partecipazione, consapevolezza, legame con il donatore (di spazio sul blog, di denaro o di tempo), di dare informazioni, spiegare i progetti, le finalità, i risultati, basta allungare il brodo. D’altro canto il cliente dona e si libera la coscienza (“ho contribuito alla salvezza del mondo”) come un tempo le Dame di Carità. Meglio di niente, ma poi non ci si può lamentare se i propri soldi sono male utilizzati, finiscono al 70% nelle spese di gestione, o i progetti non portano alcun aiuto ai beneficiari.
I bloggers sono uno dei canali oggi di moda per la pubblicità dell’industria dell’assistenza. Sono economici, un po’ vanesi e, forse, sperano in altri spot retribuiti. Qualcuno accetta per togliersi dai piedi il richiedente come quando si regala qualche centesimo al povero postulante che ti bussa al finestrino. Qualcuno, quando si rende conto del nulla che pubblicizza, si pente.
Le aziende di webmarketing setacciano i blog, senza neanche guardarli e offrono, come spot di detersivi, progetti, bambini, povertà.
L’esempio. Dopo aver espresso dubbi su  questa forma di pubblicità, parlando di due soggetti: Promodigital (società di webmarketing) e CCS Italia (cliente), mi arriva una bella mail da una ragazza di Promodigital:
“una delle cose che facciamo è mettere in contatto i brand con i blogger. In questo periodo abbiamo pensato di appoggiare una ONLUS che si occupa di migliorare le condizioni di vita dei bambini all’interno della comunità in cui vivono. (copiato dal sito dell’organizzazione). CCS ITALIA ONLUS con il nostro aiuto – mio e mi auguro anche tuo – e grazie ai blogger più influenti (l’ego s’arrapa) vuole sensibilizzare il “popolo della Rete” ponendo l’attenzione sulle problematiche che ancora oggi affliggono i Paesi più poveri.”
Poi vengono al sodo: “Per creare un effetto virale (?) all’iniziativa abbiamo anche preparato un banner che puoi adottare nel tuo blog. Il buzz (?) in questo caso non è tanto un modo per promuovere un marchio (senso di colpa) quanto un’occasione per dare il tuo aiuto ad una nobile (enfasi) causa”.
Un po’ intimidito da buzz e viral rispondo: “Sarò pagato se piazzo il banner o (conoscendo il marketing dell’ONLUS) riceverò un bambino in omaggio? E’ possibile avere dettagli, bilanci o altro sull’effettiva capacità dell’organizzazione. Io per esempio sono interessato al Nepal e mi piacerebbe sapere cosa fanno in quel paese e avere una rendicontazione delle spese effettuate e come. Questo per poter aderire in forma più coinvolta nell’iniziativa. Sono ben lieto di ospitare il CCS sul mio blog anche gratuitamente se mi fornisce informazioni dettagliate sulle sue attività. Sai non vorrei fare brutte figure”.
Il giorno dopo mi rispondono: “ti dico subito che noi teniamo a non pagare nessuno di coloro che parlano delle nostre iniziative per non influenzare il loro giudizio (?)…Quello che posso fare è informarmi direttamente con la ONLUS CCS per avere queste informazioni ed eventualmente rispondere alle tue domande. Spero di poterti rispondere in modo esaustivo”. Era il 10 febbraio 2009 e da allora sono in attesa delle informazioni richieste per offrire il mio blog in modo consapevole.
Forse è lo stesso buconero in cui finisce ogni richiesta rivolta a CCS Italia ONLUS, come quella dell’ingenuo Matteo (vedi commenti) disposto a chiedere spiegazioni sulle malpractices segnalate ai cd. “saggi” che dovrebbero dirigere l’ente.
Nello stesso buconero sono però finiti purtroppo, una quindicina di insegnanti e qualche collaboratore locale (da qualche giorno licenziato per le critiche espresse), un blog, qualche progetto a favore dei bambini.

Non è un bel periodo per le ONLUS\NGO, calo delle donazioni, disincanto per la poca trasparenza ed efficacia delle stesse. Elementi che s’ingigantiscono quando l’industria dell’assistenza privata si mischia con quella pubblica (donatori statali e Nazioni Unite) e girano tanti soldi come in Afghanistan, e in altre parti del mondo.

E’ scoppiata una querelle giudiziaria fra il Guardian (un articolo\video un po’ confuso) e la ONG italiana Intersos. Il motivo: la spese relative alla riabilitazione e ampliamento dell’ospedale Khair Khana di Kabul. La storia era già girata sul sito di una ONG  di donne afghane e sulla stampa locale  (interessanti anche i commenti) e, ancora prima, nel blog di Dr. Ramazan Bashardost (ex Planning Minister e candidato alle prossime presidenziali dallo scorso ottobre.                              Per smentire i racconti, Intersos ha messo sul sito, evento raro che dovrebbe essere normale e generalizzato, i capitoli di spesa (in forma sintetica) del progetto.
Il progetto di riabilitazione e ampliamento dell’ospedale (finanziato dalla Cooperazione italiana, cioè le nostre tasse) è costato USD 1.930.000 per 52 posti letto. I lavori sono iniziati nell’agosto 2002 e l’ospedale inaugurato nel maggio 2003, quindi molto veloci e affidati a società di costruzioni afghane.
Ogni posto letto è costato, dunque, circa USD 38.000 (il reddito pro-capite annuo, anche grazie al flusso d’aiuti internazionali, in Afghanistan è di USD 1000).
Questi i costi:  ma, purtroppo l’ospedale funziona male e sta già perdendo qualche pezzo riportano le cronache e conferma Intersos: “E’ stato fatto un errore di valutazione. Purtroppo, l’Amministrazione di Kabul non ha provveduto ai lavori di sua competenza e il Ministero della Sanità non ha assicurato sostegno, formazione e assistenza all’ospedale.”
Diciamo che a prescindere dall’articolo del Guardian e dall’uso formalmente corretto dei fondi come dichiara Intersos vi è un problemino relativo alla sostenibilità del progetto (come s’usa dire nel bel mondo della cooperazione riferendosi al suo funzionamento una volta concluso l’intervento del donatore) e alla sua utilità per i beneficiari.
Le diverse amministrazione afgane, che Intersos ritiene responsabili del mancato funzionamento corretto dell’ospedale dipendono per ogni spesa (e, dunque attività), dai donatori internazionali che buttano nel paese 8 miliardi di dollari ogni anno. Poiché il progetto vedeva Intersos operare insieme a diverse agenzie delle Nazioni Unite risulta stravagante (ma abituale) che nessuno si è preso la briga di verificare l’implementazione del progetto e di premere sulle autorità locali per la sua corretta gestione.