Nepal, s’affilano i coltelli

aprile-2006Il 24 aprile è stato l’anniversario della Jana Andolan II, la rivoluzione dei rododendri del 2006. E’ diventata una festa nazionale che, però, a parte gli statali e quelli delle organizzazioni internazionali nessuno ha festeggiato. Negli stessi giorni, nessuno se ne è accorto, s’è sparsa la voce di un colpo di stato da parte di un settore dei militari. Piani precisi per arrestare tutti gli esponenti politici sono stati pubblicati dai giornali; poi è emersa, l’ipotesi probabile che fosse un invenzione dei maoisti per sbarazzarsi del gran capo delle forze armate, il generalone Rookmangud Katwal. L’operazione non è, però, sembrata funzionare perché, fino ad ora, gli altri partiti non hanno abboccato a consentire la sua rimozione.
Il paese è un po’ stremato: i raccolti sono stati scarsi, manca di nuovo la benzina, gruppi divisi di Tharu (uno dei leader più oltranzisti, ex-maoista è stato arrestato) hanno ripreso le manifestazioni nel Terai bloccando i rifornimenti alla capitale.
Su tutto il caldone d’aprile, nemmeno una goccia d’acqua, un gran polverone inquinato e autobotti che girano per la città per rifornire gli utenti.
Il generale (che comunque andrà in pensione fra sei mesi) è considerato, dall’opposizione del Congresso e da parte del partito al governo UML (comunisti moderati) l’ultimo bastione contro un ipotetica dittatura del maoista Prachanda.
Lui s’oppone all’entrata dei miliziani (19.000 uomini) nell’esercito regolare, alla messa a riposo di una dozzina di generali (da rimpiazzare con fedeli al governo), alla ufficializzazione dell’Esercito Popolare; clamorasa la protesta dell’esercito negli ultimi Nepal Game a cui hanno partecipato squadre del PLA (People Liberation Army).
Che voglia ritagliarsi uno spazio politico per sé stesso dopo il ritiro, data la pochezza dei personaggi dell’opposizione è l’ipotesi più probabile ma non è escluso che vi sia un intento più immediato, cioè favorire le spaccature nella maggioranza di governo.
L’esercito rimane l’unica struttura organizzata e funzionante del paese e, dunque, una forza potente e per ora unita. Anche al suo interno, però, si stanno aprendo varchi favorevoli al potere. Il vice capo delle Forze Armate Kul Bahadur Khadka. S’è proposto come alternativa e ha già dichiarato che le proposte maoiste, relative all’integrazione dell’Esercito Popolare, sono accettabili. Il mistero è chi pagherà un esercito già sovradimensionato e due forze di polizia (le spese per le forze di sicurezza si succhiano il 18% del PIL).
E’ dell’ultima ora la proposta salomonica dell’UML di rimuovere tutti i contendenti: il ministro della difesa maoista e i due generali.
Intanto il carro del Rosso (Rato) Machendranath, Signore e Controllore del prossimo monsone, stà per iniziare il suo viaggio nella Valle. Se il suo altissimo pinnacolo reggerà, forse, alcuni problemi si risolveranno, se cadrà (come accadde l’anno scorso) i tempi duri per il Nepal sono destinati a continuare. Contemporaneamente sono sfilati ieri sera 5.000 maoisti che hanno richiesto il controllo civile (cioè del governo) dell’esercito.

Dai villaggi del Nepal, i disastri delle ONLUS italiane

donna-e-bambinoStagione brutta per i raccolti in Nepal, il monsone è stato debole e il mais e il riso sono scarsi. Si stima un calo della produzione agricola intorno al 20-30% cioè due-tre mesi in meno d’autonomia alimentare per le famiglie. Situazione più grave nei distretti collinari centro-occidentali dove è abituale il deficit alimentare. Le solite ragioni: l’agricoltura dipende dalle piogge monsoniche niente è stato fatto malgrado ingenti investimenti internazionale da decenni per migliorare il sistema idrico (conservazione, pozzi, tanks, etc.) e l’ irrigazione dei campi. Il Nepal è uno dei paesi con le maggiori risorse idriche mondiali ma queste non vengono gestite. Un recente studio di un gruppo di economisti nepalesi (Is foreign aid working?) riporta che nel periodo 1990-2005 oltre il 50% degli aiuti internazionali sono stati destinati a sviluppare il settore energetico, l’agricoltura e il water management (7 miliardi di dollari). A Kathmandu si usano le vecchie fontane, la luce manca per 12 ore al giorno, nei villaggi non si riesce a fare raccolti sufficienti per sopravvivere e la gente deve camminare per chilometri per raccogliere l’acqua per bere e fare da mangiare.
Questa è anche la situazione dei villaggi del Timal (Kavre) dove iniziammo a lavorare nel 2003, anche lì è tutto secco e i raccolti sono stati scarsi. Fa caldo, e, forse per questo la gente sembra più incazzata.
Se non altro, prima del 2007, qualche progetto funzionava per assicurare educazione, salute, integrazioni alimentari a bambini e famiglie. L’unico che và avanti un po’ incasinato è quello per portare l’elettricità alle 60.000 persone che vivono in quest’area, solo grazie alle comunità .
Incontro insegnanti, gente dei villaggi con cui abbiamo lavorato e condiviso esperienze per anni e mi parlano con rabbia e amarezza della progressiva chiusura di tutte le attività iniziate allora: niente più distribuzione due volte all’anno di materiale didattico a 6000 bambini; licenziamneto per decine d’insegnanti; fine del progetto sanitario, delle visite mediche e delle analisi fatte a oltre 4000 bambini e 300 famiglie, dell’idea di creare un sistema assicurativo per garantire ricovero ospedaliero gratis, niente più integrazioni alimentari per 850 bambini degli asili, , fine delle classi di sostegno per i ragazzi sponsorizzati da sostenitori italiani iscritti nelle scuole secondarie, fine del supporto all’unica scuola superiore costruita nella regione (10+2) scuole costruite e non finite (come quella di Chapakori, ne avevamo già parlato) e via discorrendo.
Adesso mi raccontano, l’Ospedale di Dhulikel si è stufato di lavorare con questi cialtroni di mandare gruppi di medici a visitare i bambini dei villaggi quindi l’intervento sanitario per i bambini si è ridotto a : “arriva un dentista di una clinica privata di Kathmandu, ci guarda i denti, dice dobbiamo fare questo e quest’altro e poi arco barsa betulla (ci vediamo l’anno prossimo). La gente ride quando li vede arrivare e pensano a quanto questi spendono per non fare niente.
Breve descrizione della situazione in risposta ai numerosi sostenitori di bambini nepalesi che sperano di far qualcosa per i bambini di Kavre (Timal) tramite l’ ONLUS italiana CCS Italia (Centro Cooperazione Sviluppo) nelle scuole di Naryansthan Thulo Parsel Bolde Pediche, Chapakori, Sarsyurkarka. Le sigle sono NCS, NKS, NN (tutte), NSB NSH, NT (tutte), NBD, etc.
Misfatti scritti da tempo dagli operatori locali, alcuni dei quali licenziati per questo, e dallo stesso Social Welfare Council (l’ente governativo, oggi finalmente ristrutturato incaricato di vigilare e controllare le presunte attività delle INGO). Nei giorni scorsi Evaluation Team del Social Welfare Council ha fatto il giro dei villaggi riscontrando e ufficializzando in un rapporto questo disastro e ripetendo cose già scritte l’anno scorso. Gli scrocconi in Italia se ne fregano basta raccogliere soldi.
Eppure i soldi arrivano, come anni orsono, ma si fermano a Kathmandu e in Italia.
Su 100 euro che uno sponsor italiano versa 45 sono usati dalla sede italiana per stipendi, viaggi, meetings, consulenti per la qualità (avanti e indietro per i paesi) per il webmarketing, per la comunicazione, per i progetti, per incontri di team building per decine di persone a Rapallo.
Dei 55 euro che arrivano in Nepal più della metà sono mangiati da una banda di 25 persone locali pagate mediamente (1000 euro+benefits) e da un inutile espatriato o missionario laico (euro 2500 netti+benefits). Questi fanno gran cooperazione a favore degli hotels a 5 stelle con meeting e workshop (basta guardare il sito e le attività contenute nell’AIN, l’associazione delle INGO nepalesi). Dati tratti dal Bilancio 2007 di CCS Italia ONLUS).
Per i bambini dei villaggi ne restano meno di 25 e neanche questi arrivano e non si sa dove vadano a finire.

Poiché parte degli attuali amministratori del CCS fanno parte del sistema politico-affaristico (dal PSI in poi) che ha saccheggiato da decenni l’Italia alla faccia dei cittadini non sorprende che lo stesso avvenga per i beneficiari nepalesi. Applicano gli stessi metodi.
Qua, però, spero che la gente s’incazzi e fortutamente, ciò sta avvenendo.
Un preside mi racconta che la Country Director nepalese tale e furba Chanda Raj (euro 1500 mensili+benefits, (mentre il maoista Prachanda primo ministro ne guadagna 750) si vede 1 volta all’anno, troppa polvere e fatica. E, aggiunge bisognerebbe mandare la sua foto ai sostenitori italiani visto che i soldi destinati ai nostri bambini se li prende lei.
Poi con una faccia di merda, questi delinquenti si presentano nei villaggi e propongono un accordo con le scuole che prevede un versamento annuo (medio) di Rs. 80.000 (euro 800) per assicurare educazione, libri, insegnati magari a 200 bambini sostenuti. Cioè euro 4 per ogni bambino su 252 versati all’anno da un sostenitore italiano.
Questa proposta è fatta dai funzionari nepalesi di CCS Italia che guadagnano, per gozzovigliare a Kathmandu, euro 1000 al mese. (in un paese in cui il reddito procapite è euro 600 all’anno)
Con questi soldi dati alle scuole, mi dice un insegnante questi pagano una persona per fare le lettere e le foto dei bambini sostenuti da spedire in Italia, per raccogliere soldi per stipendi e prebende ai funzionari nepalesi e italiani di CCS Italia.
La gente dei villaggi è presa in giro da un gruppo di delinquenti e incapaci. Mi chiedono cosa possono fare, perchè tutto quello che si faceva prima per bambini e famiglie è stato distrutto.
Non ho parole. Se non contribuire a far conoscere questi misfatti ai sostenitori italiani che già mi hanno scritto esprimendo dubbi sulla capacità e serietà di CCS Italia (del resto basta leggere la pochezza delle attività nel loro giornalino).
Non è facile trovarle, ma sicuramente, ci sono associazioni migliori dove donare ed esprimere solidarietà.

India: le immense elezioni

elezioniindiaSono iniziate le lunghe elezioni indiane (dureranno un mese). Una riga di candidati (1425) si contende i voti di oltre 700 milioni di persone. Una cosa incredibile se pensiamo che dalle ultime (2004) gli elettori sono aumentati di 42 milioni. I maoisti indiani vogliono imporre il boicottaggio e hanno iniziato ad attaccare seggi e polizia nelle regioni nord-orientali dove sono più forti (16 morti). La gente comunque vota e l’affluenza è alta. Nei villaggi ancora i voti si comprano e vendono:  i potenti minacciano e promettono, i poveri gli toccano i piedi e si fanno imporre le mani sulla testa, biglietti da 100 rupie (1,5 euro) bastano a comprare qualche voto. Nelle città i mezzi sono più moderni: la televisione, i divi di Bollywood e i giocatori di cricket.
Dagli amici indiani (delle città) giungono previsioni a favore del Congresso che, malgrado tutto, dà più garanzie alla borghesia urbana per mantenere il paese sulla strada di un rallentato sviluppo (quest’anno si stima solo 5% di crescita del PIL).
Per me l’India è troppo grossa e queste elezioni paurosamente immense. Centinaia di partiti locali (fra i quali sembra emergere come terzo polo di Kumari Mayawati, la donna che ha governato lo stato più grosso dell’India (Uttar Pradesh) e che dirige il partito dei Dalit (gli intoccabili, 20% della popolazione) il Bahujan Samaj Party. In realtà, nelle liste, ci sono più brahmini che Dalit. E la moltitudine di candidati e di dichiarazioni contraddittorie che fanno già presagire l’abituale compravendita (potere e\o soldi) degli eletti.
Al comando dei due gprincipali partiti e delle rispettive coalizioni, due grandi vecchi: Manmohan Singh (Partito del Congresso), 77 anni, attuale capo del governo e Lal Krishna Advani, capo BJP (Bharatya Janata Party) di 81 anni.
Advani era uno dei leader principali della RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh-Forza vVolontaria Nazionale) una delle organizzazioni nazionaliste hindu che generò il BJP, implicata nella morte del Mahatma Gandhi. In tempi più recenti, Advani marciò su Ayodhya nel 1992, contribuendo a scatenare la ” rivoltà hindu” e il massacro di centinaia di musulmani i nel 1992. Non sorprende che ciò preoccupi per le tensioni che si potrebbero creare se a BJP government will make Christians and Muslims feel like second-class citizens.
Poi c’è la Babi Brigade, tanti giovani candidati che vorrebbero rappresentare gli elettori con meno di 35 anni, il 65% della popolazione.
Anche qui, nella marea, saltano fuori come in un film di Bollywood,  il Buono Rahul Gandhi (Congresso) e il Cattivo Varun Gandhi (BJP). Cugini e ultimi rampolli (sui 35 anni) della dinastia iniziata da Nerhu che ha sempre governato, direttamente o indirettamente l’India. Most are Pamela Andersons of politics, cashing in on the oomph factor. ‘Babewatch’ rules. Pamela had silicone in her breasts. Desi Babes have silicone in their brains, scriveva di luesti ragazzotti  un editoriale del Times of India.
Rahul, bello e solare, fa discorsi di estremo populismo sempre ben accettati nella provincia. Varun è finito in galera per aver minacciato i musulmani di distruzione, con il disco sacro di Vishnu, anche qui un po’ di successo fra le alte caste delle campagne, chs stanno perdendo prestigio, potere e ricchezza.
Varun è figlio di Sunjay Gandhi, il figlio prediletto di Indira, gran trafficone, e istigatore del periodo dell’Emergenza (1975) nel quale preparò le liste degli oppositore da imprigionare o ammazzare. Il grande silenzio della democrazia indiana come lo definì V.S. Naipaul. Anche allora l’altro figlio Rajiv (padre di Rahul) rappresentò il Bene, riportando l’India alla normalità, malgrado il matrimonio con Sonia (“la spia del Vaticano” come è definita dagli ultrà Hindu).
Come nei film e nei cicli cosmici indiani, anche qui, nella mondanità delle elezioni tutto si ripete. Sulle note dell’inno del Congresso, ‘Jai ho…” , la canzone del film Slumdog Millionaire, il Congresso si prepara a vincere, assicurano dall’India, anche se, come scrisse lo scrittore indiano Arundhati Roy dopo la vittoria del Congresso nel 2004, But even as we celebrated, we knew that on nuclear bombs, neoliberalism, privatization, censorship, big dams–on every major issue other than overt Hindu nationalism–the victorious Congress Party and the nationalist Bharatiya Janata Party (BJP) have no major ideological differences. Un po’ come ovunque si celebra il rito ottocentesco della democrazia, forse oggi divenuta forma.
Le elezioni indiani sono attese dai politicanti nepalesi: una vittoria del BJP porterebbe a una ripresa dei fragili tentativi monarchici e a un  inasprimento delle tensioni con il governo maoista; la vittoria del  Congresso è vista con speranza dall’opposizione (Congresso e militari) per avere una forte sponda per proporre alternative al governo. In attesa degli eventi tutti vanno in Cina a cercare soldi ed aiuti, si vocifera di un suggerimento di Pechino per unire i due partiti comunisti al potere (maoisti e UML) per giungere a un forte partito comunista sul modello di quello governante in Cina. In Nepal tutto può accadere anche che i militanti dei due partiti smettano di picchiarsi e s’uniscano per il potere. L’avvicinamento con la Cina non è partito, comunque, bene. Il trattato d’amicizia fra i due paesi proposto e inviato in questi giorni da Pechino, ancora parlava di Kingdom of Nepal, suscitando ilarità nei giornali d’opposizione nepalesi. Sicuramente i cinesi preferivano quel tipo di governo, meno incasinato

Da Koollywood a Cannes. Film dal Nepal

maitigharL’ultimo film di successo internazionale con la partecipazione nepalese fu Caravan (Himalaya) girato dal francese Eric Valli e candidato, addirittura all’Oscar. Un bel film che raccontava la vita e i paesaggi del Dolpo.
Qualche altro bel documentario è stato presentato, a volte, nelle diverse rassegna che si tengono a Kathmandu ma non era mai andato oltre i circuiti turistici (Karma, Living Goddess). Nell’ultimo Kathmandu International Mountain Film Festival (scorso dicembre), era stato presentato Chaukath (la soglia, l’inizio) del regista debuttante Dipak Rauniyar che aveva preso il terzo premio e, oggi, è stato ammesso al Festival di Cannes. Allora furono proiettati diversi film fra cui quello che ebbe maggior successo internazionale, The Sari Soldiers, un bel documentario sulle storie di sei donne durante il conflitto (ma in questo caso fu una co-produzione diretta da una americana).
Invece Chaukath è interamente nepalese ed è costato solo Rs. 100.000 (euro 1000). E’ una storia delicata di donne perse nelle tradizioni e nell’arretratezza del Terai. Nell’hinduismo integralista e povero le donne hanno poco diritti, a volte, neanche quello di nascere. Con qualche speranza, fragile, che il Nuovo Nepal riconosca loro un ruolo più ecquo.
Il regista Rauniyar nacque a Biratnagar, una delle grosse città commerciali sprofondate ai confini con l’India e il film è stato scritto con Asha Magarati, che recita anche come protagonista.
E’ un grande successo per i due ragazzi perché in Nepal pochi investono sui film d’autore nenache le diverse televisioni commerciali e statali.
Il circuito di Koollywood è, in piccolo, simile a Bollywood dove mafie, politici, e affaristi muovono il mercato. Nell’ultimo anno l’industria cinematografica nepalese ha prodotto 25 films commerciali e impiegate circa 1000 persone. Unico film di successo che si ricordi è stato Sano Sansar (Piccolo Mondo) che ha sbancato nei cinematografi nepalesi ed è stato esportato in 20 paesi. Girish Giri, uno dei pochi critici cinematografici raccontava con un po’ di enfasi che questo film: “Directors such as Nembang have created a new kind of viewer of movies in Nepali language. These movies made by Nembang and Dahal target the urban Nepali youth.”
Quarant’anni orsono fu girato il primo film nepalese, sponsorizzato da Re Mahendra per raccontare la storia della sua dinastia. Maitighar è un film cult per i nepalesi e le canzoni che reggono il gran polpettone.
Come ovunque, i cinematografi hanno perso gran parte del loro fascino. Un tempo funzionavano oltre 450 sale in Nepal ma ne restano meno di 200. Fino alla metà degli anni ’80, il cinema era un avvenimento e lunghe file s’accalcavano ai botteghini con abili bagarini che vendevano i biglietti dei film indiani più popolari. Dentro tutti partecipavano alle scene schierandosi con i bravi e sbeffeggiando i cattivi,  per oltre quattro ore.
Dai villaggi scendevano verso le città in bus o a piedi intere famiglie per il rito cinematografico del sabato.
Poi, prima le videocassette, poi i DVD e le antenne satellitari piazzate anche con batterie nei villaggi senza elettricità, hanno reso tutto fin troppo semplice.

Elezioni in Nepal: i maoisti si confermano

drshekharkoirala1Malgrado tutto (comprese le mie previsioni) le elezioni suppletive (6 membri dell’Assemblea Costituente) hanno confermato la resistenza dei maoisti, che, oltre a mantenere i seggi ottenuti alle ultime elezioni, hanno preso un seggio al partito del Congresso, l’ unica opposizione. Anche l’UML, i comunisti moderati in perenne lotta, anche violenta ,con i maoisti, sono riusciti a guadagnare un seggio che non avevano, sempre a spese del Congresso. Grandi feste per gli eletti, riempiti di polvere rossa si sindur ed elezioni sostanzialmente regolari.
Insomma, gestire il potere paga, pure qua, anche se l’Assemblea è bloccata dall’ostruzionismo dell’UML che, ancora, protesta per l‘uccisione di un suo militante, e le accuse fra i vari partiti aumentano d’intensità -Prachanda è un pazzo dice il leader Congresso Deupa- i giornalisti sono pagati dai reazionari dice il PM Prachanda – i maoisti vogliono un dittatura violenta dicono quelli dell’UML). Il test è significativo poiché hanno votato circa 400.000 persone, in gran parte nelle regioni meridionali, quelle che in cui vi sono più problemi di sicurezza e instabilità.
Oggi a Sunsari vi sono stati scontri fra polizia e i profughi dell’alluvione (scorso agosto) del fiume Koshi che attendono ancora una sistemazione. Kathmandu è rimasta bloccata per lo sciopero degli studenti maoisti.
Una presunta strega è stata torturata vicino a Patan, per costringerla a confessare le sue fatture contro alcuni abitanti. Il torturatore era il preside della scuola locale. Queste sono le notizie mentre si avvicina la fine dell’anno, il 2065.

Naples o Nepal, incredibili storie di migranti

somaliI nepalesi, sappiamo, sono abituati a proteste di ogni genere. In questi giorni è il turno dei famigliari di un giovane steso da un auto dell’ Ambasciata americana che chiedono compensi, e lamentano (forse a torto, l” abbandono da parte dell’ investitore. Fatto strano perché di norma le auto degli stranieri dovrebbero essere assicurate. Ma ancora più strano è trovare gruppi di rifugiati somali a protestare davanti alla sede del Governo, il grande (e bello) Palazzo bianco del Singh Durbar, ereditato dai brillanti principi Rana.
La storia ha dell’ incredibile. Un gruppo di 72 per fuggire alla tragedia di Mogadiscio s’ affida a un’ agenzia di trafficanti d’ esseri umani (Hayat Agency) che gli promette, in cambio di una somma di denaro di migrare a Napoli (in inglese Naples), da lì s’ apriva l’ Eldorado della ricca Europa.
Invece di finire a Naples il gruppo di esuli finisce in Nepal per un banale errore di pronuncia,  di comprensione o il solito truffone. I found that I had been cheated only after I had landed in Nepal, a place that I’ve found to be far different from what I’d imagined Italy ‘s Naples to be, racconta ai giornali uno degli ingenui migranti.
Ciò accadde nel 2006 e da allora vivono come rifugiati a Kathmandu, sostenuto con un sussidio di Rs. 4500 (euro 45) che permette poco anche  qui.
I loro cartelli chiedono di non essere dimenticati (come sta accadendo da tre anni) e di trovare futuro e lavoro in un posto che dia qualche prospettiva in più del Nepal, anch’ esso terra di poveri migranti.
A Thamel la polizia è intervenuta contro un gruppo di dimostranti tibetani arrestandone una trentina. Protestavano per le sentenze di condanna a morte di due partecipanti alle dimostrazioni del marzo 2008 a Lhasa (l’ auspicio probabile è che verranno tramutate, come per altri 5 condannati , in anni di detenzione).
Il governo cinese sta manovrando con estrema durezza sia in Tibet che nel paludoso mondo della diplomazia internazionale per isolare il Dalai Lama. Anche il bulletto Sarkosy (dopo il Sudafrica) si è umiliato davanti al premier cinese Hu Jintao, firmando una dichiarazione sull’ appartenenza del Tibet alla Repubblica Popolare, nell’ ultimo vertice dei G 20.
Il governo nepalese aveva anticipato, prendendosi una riga d’insulti dai moralisti internazionali, questa politica tragicamente realistica. Come Sarkosy saranno felici anche i tour operator nepalesi che hanno visto un calo del numero dei turisti a causa della chiusura del Tibet, la sua riapertura promette l’ arrivo di qualche dollaro\euro in più.

Nepal: se la terra trema

terremoto a kathmanduIn India e Nepal la stampa ha seguito con partecipazione la tragedia dell’Abruzzo. La gente da queste parti è abituata ai disastri naturali (alluvioni, terremoti, frane), alla necessaria solidarietà che si crea per confortare le vittime e riparare i danni; ad accettare, seppur con dolore, le imprevedibili furie delle natura. Poi, l’Italia è vista con simpatia e, i più cosmopoliti, hanno ricordato il patrimonio storico distrutto, sparso in ogni cittadina e piccolo paese. Qualche citazione per la battuta vivere in tenda come una “vacanza in camping”. I giornali e la gente hanno ricordato i tanti terremoti che hanno distrutto vite e città nel Bihar, nel Bengala, in Nepal.
A Kathmandu, poi, ogni tanto la terra trema. Ultimamente nell’ottobre 2007 e nel febbraio 2009 (intorno al 4-5° Richter). Ancora prima, nel 1998 oltre 500 morti nel Nepal orientale e nel Bihar indiano. Insomma l’arco himalayano (in costante movimento) è una zona ad alto pericolo sismico e la Valle di Kathmandu, per le sue caratteristiche urbanistiche, è considerata ad altissimo rischio, fra le 21 città a più alto pericolo terremoti. Nel 1934 la grande tragedia, solo nella Valle si contarono 5000 morti (su una popolazione di 100.000) ma morirono oltre 15.000 persone nel Nepal orientale (luogo di frattura della crosta terreste) e nel Bihar. Gran parte di Kathmandu, case templi, furono distrutti (nella foto del tempo la Piazza di Basantapur). Allora si raggiunse magnitudo 8.4;  ancora prima terremoti, di cui non si hanno molti dati, nel 1833 e nel 1904.
Oggi, un evento del genere sarebbe una tragedia immane.
Un po’ come in Italia (dagli anni ’50), negli ultimi 20 anni a Kathmandu si è costruito a raffica senza il minimo criterio. In Italia almeno ci sono leggi che dovrebbero prevedere (spesso solo sulla carta) criteri sensati di costruzione, qui neanche quelle. Vagonate di mattoni, cemento poco armato, case simili a piramidi rovesciate, appoggiate una sull’altra, strade e ponti che si sfaldano già durante il monsone; 3.000.000 di persone accatastate nella parte centrale della Valle. Anche qui centinaia di monumenti e costruzioni storiche a cui nessuno pensa neanche per la manutenzione ordinaria.
In Nepal tutti sono abilissimi a fare dei grandi studi e, perciò, anche sul rischio di un terremoto in molti (enti nazionali ed internazionali) si sono sbizzariti. Una scossa come quella dell’Abruzzo provocherebbe 60.000 morti, il 60% delle case distrutte, il crollo di 12 su 14 strutture ospedaliere, il 50% dei ponti e delle strade distrutte, la distruzione dei già fatiscenti sistemi idrici ed elettrici.
Qui, poi, ci saranno tre autopompe dei pompieri, una cinquantina di ambulanze, e si è visto come è finito, il disaster management nazionale ed internazionale per l’inondazione del Terai.
Non ci sono neanche milioni di euro per strutturare una protezione civile come in Italia e renderla in grado di fare, pur con qualche limite, il suo dovere. Anche qui i membri delle consorterie hanno fatto poco niente per dare regole, definire responsabilità, impedire costruzioni irregolari e pericolose, pubbliche e private. Per fortuna, almeno l’Impregilo (costante attore negli scandali pubblico\privati italiani) è stata cacciata dal Nepal, dopo l’immane vergogna della diga sulla Gandaki (finanziata dalla Banca Mondiale) quando, cercò di appropriarsi di USD 50 milioni adducendo costi aggiuntivi (su un budget complessivo d’asta di 130 milioni). I meccanismi, sistemi, consorterie statali sono identici a quelli della cooperazione internazionale. Speriamo che la diga non si sfaldi come il 90% dell’ospedale di l’Aquila.
Per la prevenzione siamo, poi, senza rete mi racconta Jeevan, che ha lavorato a lungo in diverse organizzazioni operanti nel business solidale del Disaster Management. Disgustato è andato a lavorare in una banca.
Anche qui, controlli zero; case, scuole ed edifici pubblici crepati e dimenticati, nessun intervento strutturale per assicurare l’agibilità di ospedali e centri di soccorso. In compenso un gran proliferare di rapporti, relazioni, piene di sigle, spesso confuse anche per chi le scrive. Stranamente le stesse cose le dice chi dovrebbe fare qualcosa, cioè Robert Piper, UN Resident Coordinator to Nepal We desperately need to put together a plan aimed at reducing the valley’s vulnerability, and preparing the city for the inevitable, explaining that no plan exists “
Jeevan racconta che sono decenni che si parla e scrive sulla prevenzione di un terremoto, sono circolati milioni di euro, sono stati fatti centinaia di meeting e coordinamenti. Però, aggiunge, non risulta che siano previsti punti di raccolta e che su questi sia stata informata la popolazione, né che siano state costituite task forces (pompieri, esercito) con attrezzature adatte ad interventi d’emergenza, né strutture logistiche (acqua, alimentari, pronto intervento sanitario). Però è previsto il 15 gennaio, l’Earthquake Safety Day.

Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.

L’Emirato dei Talebani e radio Mullah

swat“Vi giungemmo in tre ore e mezzo d’automobile, su un ottima strada che scavalca il passo di Macaland e poi precipita in una Valle spaziosa”,  racconta l’inizio delle sue spedizioni (dal 1956 al 1965) , Giuseppe Tucci, il più bravo orientalista italiano, che  scavò fra quelle valli e montagne trovando i resti di antichi regni buddhisti, estesi, all’inizio della nostra era, dall’Afganistan all’India.
Egli ritenne d’aver trovato la patria di Padmasambava, il mistico, magico yogi, che portò il buddhismo in Tibet ed è, ancoroggi, fra le figure più venerate e rappresentate.
Nello Swat s’incontrarono decine di popoli, idee e forme artistiche. Dall’Occidente la cultura ellenica portata dal conquistatore Alessandro, dall’oriente quella indiana, dal nord quella delle tribù Kushana. Allora la regione ancora conservava stupa, statue, opere d’arte a testimonianza di quel passaggio di fedi e popoli.
Il nome deriva dal fiume, “su cui converge tutta la regione“. Tucci si trovò bene, durante le sue numerose spedizioni, fra quei contadini e allevatori Pasthun, un po’ musulmani, tranquilli, pacifici, fuori dal mondo. (Giuseppe Tucci, La Via dello Swat)
Oggi l’amico Kamran mi scrive da Peshawar, e mi racconta che ormai la regione è un Emirato dei Talebani. Come del resto altre aree della Northwest Frontier Province (NWFP), Dir e Gilgit, Chitral alle pendici dell’Hindukush. Da questi antichi regni, partono i pazzi che stanno facendo del Pakistan un altro failed state, con attentati quotidiani. Gli USA, ogni tanto, bombardano qualche villaggio
Anche dopo i tempi di Tucci, lo Swat era una delle regioni più prospere del Pakistan grazie ai buoni raccolti di riso, frumento, frutta: al turismo e alle rimesse dei migranti. I passati Khan (prima dell’annessione al Pakistan nel 1969) avevano sviluppato un sistema educativo efficiente e diffuso.
Oggi, centinaia di persone sono state uccise, migliaia costrette a migrare, 191 scuole distrutte (di cui 122 anche per bambine), 62.000 studenti senza educazione. Gli scontri fra esercito, Talebani e fra i diversi gruppi Talebani hanno distrutto l’economia, l’agricoltura e fatto prosperare il mercato nero delle armi e dell’oppio.
Anche qui si pagano errori passati, la corruzione centralista del governo di Islamabad, lo sfruttamento a fini politici nazionali ed internazionali della regione. Tutto questo iniziò a generare agli inizi degli anni ’90 un movimento di protesta d’ispirazione islamica poi assorbito dai nascenti Talebani e dai diversi servizi segreti.
I Talebani, in massima parte d’origine Pasthun, furono il braccio armato di chi aveva interesse a tenere lontano dall’Afghanistan l’India e l’Iran che appoggiavano altri gruppi di Mujahideen afghani.
Dagli anni ’90, dallo Swat passarono milioni di armi, nacquero mafie, si moltiplicarono madrase Wahhabi. Il tiepido sufismo praticato nel passato (come del resto in Kashmir) fu soppiantato dall’ Islam più integralista. Molti Pasthun furono arabizzati e l’arabo (il linguaggio del paradiso) insegnato ai bambini.
Eppure, racconta Kamran, i Talebani (per di più divisi in gruppi più o meno oltranzisti) sono solo qualche migliaio di uomini ed è sorprendente come possano tener testa all’esercito pakistano, il settimo del mondo e finanziato dagli USA:
La gente dello Swat è stanca della guerra, degli attacchi indiscriminati dell’esercito ai villaggi, delle minacce e del clima di terrore instaurato dai gruppi Talebani, ma è impotente può solo scappare a Peshawar dove ha poco futuro.
Negli ultimi mesi i Talebani hanno attaccato ogni simbolo del governo incluse scuole ed ospedali per affermare la loro sovranità sulla regione.
A metà febbraio, questa situazione di fatto è stata riconosciuta dal governo Pakistano con un accordo di pace (con alcuni gruppi Talebani) e con l’introduzione della Sharia (Nizam-e-Adl Regulation) nello Swat.
Dai microfoni di Radio Mullah (FM 92 Mhz), i barbuti predicatori hanno goduto anche se hanno continuato ad insultare il presidente pakistano Asif Ali Zardari (chiamato gaddari, traditore), il Primo Ministro Yousuf Raza Gillani (gran somaro) e minacciando poliziotti e funzionari elencando nomi e indirizzi.
La gente dello Swat ascolta le trasmissioni per sapere le intenzione di questi pazzi; sapere se le donne potranno andare la mercato, i bambini a scuola, dove si concentreranno scontri e minacce.
Qualche versetto del corano e le Good News, i disastri che hanno colpito gli infedeli. Il povero Tucci, già pessimista sulle capacità dell’uomo di governarsi e sulla buona fede dei politici, avrebbe trovato in questi avvenimenti, un’ulteriore conferma delle sue teorie.

Nepal: ex schiavi fregati

dalitIl 17 luglio 2000, il parlamento libera dal lavoro obbligato (schiavitù), a volte di generazioni, oltre 100.000 Kamaiya (solo 40.000 ufficialmente riconosciuti). “Mio padre, e suo padre prima di lui lavoravamo la terra del padrone, gli dovevamo molti soldi (Rs. 20.000- euro 200). Ci pagava circa Rs. 100 (1 euro) al giorno, qualcosa meno per le donne e i bambini. Tutto andava per mangiare, dormire e ripagare il debito” mi raccontava Patu Tharu, uno dei  bonded agricultural worker.
Siamo a Tinkune, fra tende di plastica, in uno spiazzo non distante dall’Assemblea Costituente, in una delle zone più trafficate di Kathmandu. Qui vivevano 300 famiglie, ogni tanto altre arrivano e partiva una dimostrazione, le più intense e quotidiane nel 2007. Le famiglie sono state scacciate sulle rive del Bagmati, oggi secco e pieno solo di spazzatura, continuano a vivere in capanne coperte di teli di plastica. Qui con nulla, Patu Tharu, chiede solo un pezzo di carta che lo autorizzi a possedere un pò di terra, lavorarla e avere da mangiare e qualcosa per far studiare i suoi figli. Non è molto ma dal 2000, governi, donatori, ONG non sono riusciti a darglielo e con lui ad altre decine di migliaia di ex-schiavi che, forse, stavano meglio con il loro padrone.
Hanno speso milioni di dollari senza mantenere quanto promesso, cioè il minimo vitale: 5 kattha di terra (600 mq), un po’ di legna per costruire una casa e Rs. 10.000 (euro 100). Tanti training, qualche libro, file di reports come hanno spesso denunciato i capi e gli avvocati delle organizzazioni delle comunità: Many NGOs and INGOs have also spent huge amounts in the name of Kamaiyas but have nothing much to show, The ministry and NGOs has spent most of the allocated money in the name of skill development training.
Pashupati Chaudhary è il presidente della Freed Kamaiyas Society e più volte ha dichiarato: Though Human right organizations and several NOGs and INGOs have been coming up with the support for Kamaiys, they are not satisfied to some NGOs misusing the issue of Kamaiyas and funding.
Meno di un terzo ha avuto qualche pezzo di terra, in molti casi lande desolate su cui era impossibile raccogliere qualcosa.
La loro storia era già cominciata male: le schiere di NGOs e donatori, che si erano gloriati per la loro liberazione (un evento naturale e già previsto con l’avvento della democrazia nel 1990), avevano diviso i Kamaiya in due liste in un caotico processo di riabilitazione. La maggior parte sono Tharu che abitano nei distretti sud-occidentali di Dang, Banke, Bardiya, Kailali, e Kanchanpur, Bardya ma cisono anche Dalit e migranti delle colline.
Da allora sembra, perché non vi sono (come per altri settori) statistiche attendibili, che 20,000 siano in attesa di ricevere qualche aiuto perché inseriti nelle liste, 10.000 sono in giro per il Nepal disperati (molti sono tornati con la coda fra le gambe dal vecchio padrone), 5000 hanno ricevuto terra insufficiente per sopravvivere, 4000 sono i fortunati che hanno un pezzo di terra e il prezioso certificato di proprietà. Altre migliaia di disperati sono forse migrati in India o raminghi per il Nepal.
Il Nuovo Nepal, è sempre diretto, fra le alte caste,  dai grandi proprietari  Yadav, da sempre, e ancor oggi, trasversalmente le elites dei partiti Madhesi, maoisti e del Congresso eletti nel Terai, continuano a promettere soluzioni e tenersi ben stretto il potere.
Migliaia di bambini continuano a lavorare come prima del 2000 in famiglie private come servi, in hotels, ristoranti, piccole fabbriche senza accesso all’educazione. L’ILO ha fondi (USD 600.000 nel 2008) per intervenire tramite il International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) ma i risultati sono minimi a parte la celebrazione, in pompa magna, il 17 luglio, del Kamaiya Liberation Day.
Stessa storia per le bambine (kamalari), vendute\affittate durante il festival invernale del Maaghi, con un contratto di leasing d’importo variabile fra Rs. 4.000-6.000 (euro 40-60). Il contratto è per un anno e le bambine vanno a lavorare nelle case dei ricchi, nei tea-shops, nei ristoranti, nelle fabbriche di tappeti e pashmine, qualcuna sparisce nei bordelli dell’India.
I parenti spiantati mantengono il contatto con la bambina solo tramite il middleman e, normalmente, continuano ad affittarla per sopravvivere. Le storie sono sempre uguali, per la dote, per comprare attrezzi o sementi, per far studiare un figlio, per un monsone stanco si chiede un prestito di poche centinaia di euro. Se non si è in grado di restituirlo si affittano i figli o si vende la terra e la casa, il che è la fine. Un contadino salariato guadagna Rs. 150 (euro 1,5) al giorno che non gli consente di vivere.
Poi, appuntamento il 17 luglio, tutti con il vestito della festa, per andare ai parties dell’ ILO (International Labour Office) per celebrare la loro liberazione e, tanto che ci sono, a uno dei numerosi workshops sui diritti umani.
In Italia raccoglie soldi e dichiara di lavorare a favore dei Kamaiya l’ONLUS Action Aid.