FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).

Trasparenti come bottiglie di latte: onlus, bilanci, comunicazione

bambino mozambicoA volte alcune sensazioni, parole, fatti, comportamenti danno il senso di un ambiente, di una tipologia di persone e delle loro teste. Se si finisce in un osteria dove tutti gridano, bestemmiano, s’inciuccano, si danno cazzotti e puzzano come capre, la sensazione è quella che è meglio cambiare posto e che la gente, magari brava, sarebbe comunque da evitare. Questo pensiero me l’ha veicolato una mail di Serena (una ragazza che ogni tanto commenta, con intelligenza questo blog). Leggiamolo:

Ciao Enrico, ieri sera mia sorella Elena viaggiava sul web e ha incontrato il blog di tale Beppe Cacopardo che si autoprofessa “consulente strategico e operativo di Comunicazione, Marketing Sociale e Fundraising, professionale ed etico”. Un po’ trombone, come prima sensazione. Fin qui niente, il Beppe fa un elogio del sito del CCS di cui tu hai parlato nel post scorso e di cui, giustamente, hai segnalato che si fanno tanto chiacchiere su trasparenza e altro ma il bilancio è stato nascosto. Esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare e fanno molte ONLUS e ONG. Poiché questo Beppe è un consulente (si presume pagato) della stessa organizzazione, pubblicizza con enfasi il loro sito e si occupa di queste cose, mia sorella ha messo un commento in cui chiedeva il perché della segretazione del bilancio. Il Beppe non l’ha pubblicato malgrado la sua retorica su trasparenza, comunicazione, etica e via predicando. Tu me lo spieghi? Una battuta: ma questi del CCS fra un Tutti a Tavola e “se sono magnati una pasta“, pensano solo a mangiare?

Cara e paziente Serena di cacopardi è pieno il bel mondo della cooperazione. La prima idea che mi viene è che l’omino (non in senso fisico perché pare ben messo) potendo offrire, come scrive nel suo sito in terza persona, “Come attestano i risultati di numerose case history, l’organizzazione nonprofit che sceglie la sua collaborazione sa di poter contare su una consulenza professionale….” sia stato un po’ intimidito del risultato della brillante campagna di Direct Mail forse dallo stesso partorita e allo stesso retribuita. Il “case history” non è stato incoraggiante: spesi euro 85.569 più euro 28.000 per “consulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassati euro 9.616, Se fossi tu il responsabile di questa operazione non cercheresti di nasconderla anche ai parenti?     Figurati se il cacopardo ti pubblica il commento, lui è un teorico della trasparenza.

Siccome questi dati sono nel bilancio (se così si può definire) di  CCS Italia ONLUS e nessuno lo può vedere (forse solo i sostenitori) noi facciamo liberi tutti e lo pubblichiamo nei docs (a fondopagina)

Ma l’ambiente da osteria non si ferma qui. Ricorderai Andrea di Promodigital , lui si autodefinisce marketing and social media strategist in Linkedin,  in tempi più semplici era un venditore di spazi pubblicitari. Anche lui prometteva mari e monti, chiarezza e trasparenza, informazioni e notizie poi è sparito come un vampiro all’alba. Scriveva il 16 marzo 2009, un po’ piccato: In realtà non c’eravamo dimenticati di te e darti le informazioni che ci hai richiesto e che siamo ben lieti di darti a breve. Infatti siamo riusciti ad organizzare un incontro nella sede di CCS per avere ulteriori informazioni sulla loro causa e abbiamo richiesto la possibilità di avere i bilanci da te domandati…. Andrea”. La campagna di Web Marketing è costata solo euro 29.424 e gli ingenui bloggers,  che hanno copiato  il messaggio del CCS nel loro sito,  pensavano fosse tutta opera pia.  

Cosa strana nel bilancio della ONLUS: oltre le spese sopra elencate, troviamo altri euro 16.693 per “personale di comunicazione” ma cosa vuol dire? Non hanno già 27 persone dichiarate come dipendenti e con stipendi messi a bilancio (in parte spalmati sui progetti per far figurare più fondi ai beneficiari, a dir la verità) e, dunque, questi soldi dove sono finiti?

In sintesi, cara Serena, nel bilancio dichiarano d’aver speso euro 244.236 (oneri di promozione e comunicazione) e nel bilancio sociale di averne incassati 51.000 (altri 102.509 provengono dall’8per mille 2006). Non serve  pagare auditors certificatori come PKF per capire che hanno fatto una bella cazzata,  perdendo  euro 190.000 (soldi che qualche ingenuo sperava di aver inviato a un bambino del Nepal, della Cambogia o del Mozambico). Del resto lo stesso è accaduto l’anno scorso  con una perdita di euro 160.000 (forse anche lì c’era un cacopardo).  

Non sorpende che qualcuno, fra i donatori, se ne accorge e fugge (-20% nel 2007 e 25% nel 2008) e che nuovi non ne arrivino 1775 nel 2007 (risultati da campagne effettuate da altra direzione nel 2006) e 849 nel 2008.  Bilancio fallimentare. E, cara Serena,  il cacopardo (teorico della comunicazione CCS)  non pubblica il gentile messaggio di tua sorella.  

Il resto sono chiacchiere da osteria (o bilanci certificati che è lo stesso).

Notizia dell’ultima ora, il sito del CCS (24/09/09 ore 18) è stato aperto per accedere al bilancio. Siamo i guerriglieri della trasparenza, cara Serena (dopo soli due posts). Quindi, continueremo e terremo i bilanci nel blog. Non si sa mai che ci ripensano.

Qua se magna: ong, onlus e bilanci

magna-mozambicoQualche anticipazione, in questo post, che approfondiremo in altri. Tanto in Nepal c’è il Dashain (la festa più importante) e tutto si ferma. I maoisti riempiono i mercati insieme ai sostenitori del governo e fermano manifestazioni, scioperi, pietronate ai membri dell’UML e del Congresso (i partiti maggiori che reggono il paese). Il monsone sta finendo (un po’ scarso e arrivato in ritardo) preannunciando una stagione calda e secca, con problemi seri per l’agricoltura. Che sia il surriscaldamento del pianeta? Può darsi ma, per ora risposte certe non ce ne sono. In compenso, il business della cooperazione internazionale si sta già muovendo, come è costume con gran workshops, convegni, reports, in Nepal (come ovunque, (Bangkok, Copenaghen, Bonn, Barcellona, e via per il mondo). Il famelico circo dei burocrati delle Nazioni Unite e delle INGOs ha fiutato il business e un altro settore per mantenersi, quello del climate change. Iniziano a produrre reports, analisi inventate, progetti cartacei per succhiare soldi ai donatori (cioè a noi che paghiamo le tasse e a qualche ingenuo che ci crede e molla qualche soldo). Il Nepal, con i suoi immensi ghiacciai,  che da decenni si stanno restringendo come una maglietta lavata alla temperatura sbagliata, è uno dei palcoscenici centrali per la grande recita. Qualcuno già allarga le tasche come gli inutili della piramide sull’Everest e qualche NGO italiana che s’è attaccata al carro.

Non per niente è sceso in campo il Gran Visir degli scrocconi, l’ex segretario delle Nazioni Unite (super contestato al tempo: gran giro di mazzette per Oil For Food, alla faccia degli iracheni, in cui rimase invischiato anche il figlio Kojo, nome che è tutto un programma). Il furbacchione, come tutti i politicanti bolliti grandi e piccoli (Prodi, Craxi e i meno noti Stefano Zara, Fernanda Contri) s’è infilato in qualche organizzazione umanitaria. Kofi, da buon astuto commerciante, ha fiutato il filone e ha sfornato un bel rapporto (dal titolo immaginifico e con un po’ di morti per condirlo, lui dice 300.000 all’anno per i cambiamenti climatici), per raggranellare qualche spicciolo (e scampoli di visibilità) per il suo fantomatico Global Humanitarian Forum: The report (The Anatomy of a Silent Crisis’) launched by Kofi Annan, President of the Global Humanitarian Forum, in London .

Queste notizie e le prime informazioni che giungono dall’amico Max da Londra su una sua sommaria analisi di alcuni bilanci (appena depositati) da ONLUS\ONG nostrane, spiegano il titolo del post. Ho preso spunto concreto da una NewsLetter (che dovrebbe raccontare le attività dell’Associazione) di CCS Italia Onlus. “Enrico and Andrea si sono “magnati ‘na pasta” con alcuni rappresentanti paese delle principali ONG italiane presenti in Mozambico (CESVI, ISCOS, CIES, Share…) per sentire le loro esperienze nel Paese”. Niente di male, per amordiddio in realtà, ma dà un po’ il senso del sistema. L’originale è a disposizione e mi è stato inviato da un collaboratore pentito (che comunque s’è beccato una lauta liquidazione, tanto sono soldi dei bambini).

Contemporaneamente mi scrive un altro ex collaboratore del CCS dal Mozambico: del ccs le notizie non sono buone, non fanno quasi niente, aiuto ai bambini quasi zero, i soldi se li mangiano in stipendi, affitti di casa e ufficio, automobili diesel, manutenzione. Vuoi sapere l’ultima, un dipendente mozambicano se comprato un land cruiser pajero costo 40000-50000 dollari, benzina, 6 cilindri .Antenna parabolica in casa, e una piccola famiglia da mantenere 10 persone. E aggiunge, parlando della costruzione delle scuole: quando lavoravo io le scuole che costruivamo costavano un terzo rispetto a quelle fatte da loro; i loro costi sono uguali a quelli di un’impresa, ma loro non pagano iva contributi per i lavoratori tasse ecc. Come potresti giustificare i land cruiser costruzione di case e altro?

Dalla Cambogia aggiungono: come è possibile che chiedano ai sostenitori euro 7.000 per costruire 1 (una) classe (vedi loro sito) di 20\30 mq con un costo di euro 280 al mq. (in campagna dove i costi sono più bassi) quando un cambogiano ha un reddito procapite di euro 600 all’anno. Per una famiglia e una casa di 60 mq servirebbe il reddito totale annuo di 30 anni per costruirsela. Notizie tristi che ci inducono a preparare un post con alcune informazioni utili a tutti: quanto costa costruire una scuola in Nepal, Mozambico e Cambogia. Quando lavoravo in Nepal mi ero fatto fare un progetto,  da una società privata,  sul prototipo di una scuola primaria ( 5 classi, aula segreteria, bagni e serbatoi per l’acqua), e il costo totale ammontava (rivalutati) a euro 18.000.( Il progetto è a disposizione). Cosine che è utile sapere quando si guarda un bilancio di una ONLUS\ONG.

Il caro Max mi anticipa che, rispetto alla sua analisi (sempre limitata) fatta lo scorso anno si registrano alcune curiosità: Save The Children Italia ha ancora il bilancio fermo al 2007; Intervita pubblica un dei bilanci più sintetici mai visti (Conti Chiari, hanno il coraggio di scrivere nel sito); quello di CCS Italia è segretato e visibile solo ad utenti dotati di passwords (alla faccia del processo avviato a fine 2006 dal nuovo Consiglio Direttivo e orientato a perseguire la massima trasparenza, come scrivono nel sito). Altri bilanci, in fase d’analisi, sono invece molto descrittivi come quello di TDH e Amici dei Bambini. Almeno fra quelli visionati. La chiarezza formale è già un passo, visto il settore. La sostanza, mi anticipa Max, è spesso e purtroppo un’altra cosa

Registra, inoltre, il dato generale del calo dei finanziamenti, aumento dei costi di marketing, diminuzione dei fondi destinati ai beneficiari, a causa dell’aumento delle spese fisse (in rapporto al calo d’entrate) della struttura. Di gran moda i Bilanci Sociali, carichi di fotografie dei beneficiari e di maree di parole autoreferenzianti, nonché, a volte,  di immani polpettoni, per confondere i donatori; qua c’è lo zampino della schiera di Fund Raisers, professione cresciuta negli ultimi anni e affollata da espulsi dal mondo del lavoro. Scoppiata, anche la moda, delle certificazioni di qualità e degli auditors di bilancio. Un fenomeno già tristemente noto per il profit dove il controllore è pagato dal controllato con i risultati visti (Parmalat, Cirio, banche americane e via discorrendo). Anche qui è l’immagine, la forma e il marketing che impera.

Poi, come anticipazione, ci sono casi tristi come quello dei poveretti (specie i beneficiari e i sostenitori) di CCS Italia e della schiera di consulenti (web marketing, fund raising, comunicazione) che paga con i soldi, teoricamente, destinati ai bambini sostenuti. Lì hanno investito euro 85.569 per una brillante campagna di Direct Mailing (che fa il paio con il Tutti a Tavola dello scorso inverno) ricavandone euro 9.616 (scrivono nel loro bilancio segreto). Eppure avevano usato un testimonial d’eccezione, l’onnipresente (dai socialisti craxiani ai giorni nostri) e inossidabile Fernanda Contri, l’eterno e ben remunerato protettore del sistema genovese. Forse per questo, da quando è Presidente del CCS e testimonial dello stesso, l’organizzazione perde il 20% di sostenitori all’anno. Si dice che sarà la prima poltrona da cui fuggirà per sua volontà. Il resto nei prossimi post.

Nepal, che tempi…

indrajatra1Gran folla, come ogni anno all’Indra Jatra, una delle grandi feste che salutano la fine del monsone e la speranza di buoni raccolti. Nella Piazza (Basantapur) tutto il Nepal che conta, compresi i dignitari stranieri, una volta compariva in pompa magna il detronizzato sovrano. Tutti sul balcone colonnato del Gaddi Baitak, l’antica costruzione neoclassica bianca che chiude un lato del vecchio Palazzo Reale. Anche quest’anno le feste porteranno casini.

Il Primo Ministro Madav Kumar Nepal è arrivato dopo essere stato preso a pietronate dai giovani maoisti che contestavano (ormai da mesi) il suo governo e non solo, visto che i poveri preti saliti dall’India del Sud, per gestire lo spirito (e la materia) nella santissima Pashupatinath devono girare sotto scorta. C’è da dire che le critiche al governo sono condivise da tutti. In 100 giorni è riuscito a moltiplicare solo il numero dei ministri per accontentare i 22 partiti e partitini che lo sorreggono. Dei lavori per la nuova costituzione (ragioni delle elezioni dell’Assemblea che lo ha nominato) non si sa più niente, lo zucchero è scomparso in prossimità delle feste e i prezzi decollano. Nelle strade i maoisti imperversano con bandiere nere contro l’evanescente governo e il loro leader tornato il Feroce Prachanda minaccia sommosse di piazza. Come ovunque nel globo la gente sbattuta nelle strade con promesse, aspettative slogan e demagogia (qui altra non può più neanche lavorare per i continui scioperi e manifestazioni).

Sulle note, un po’ scontate d’Image (di John Lennon), l’amico Sanu (in piena festa in quanto Newari d’alta casta) mi diceva che i sognatori nepalesi si sono svegliati e non immaginano più, come negli anni ’90, un paese moderno e socialmente giusto, ma attendono solo l’occasione per migrare. I nepalesi sono alla frutta, compresi quelli ben piazzati.

Nell’ Indra Jatra, la folla cresce con l’avvicinarsi della sera. Intorno ai templi danzano con antiche maschere propiziatrici i sacerdoti della comunità newari (buddhisti e hinduisti tantrici),  i Pulukeshi (danzatori mascherati da elefante) sono inseguiti dai bambini, altri preti (Banda) preparano e benedicono il carro di legno colorato della piccola Kumari che, frastornata, viene trascinata fuori dalla sua dimora. Le grandi facce di Bhairava (emanazione di Shiva), protettore della Valle sono scoperte e oggetto di offerte e venerazioni. Nominalmente è il tradizionale Dio vedico Indra (il faccione è esposto a Indrachowk) al centro della festa, nei tempi antichi egli governava il ciclo delle Acque, il Cielo, Tuoni e Saette. Poi Shiva, Buddha, Vishnu l’hanno fatto diventare una loro emanazione. Per buona parte della notte la piccola Kumari gira sul carro di legno per le strette medioevali del centro cittadino, per confermare l’antico legame fra lei, la Madre Terra, e gli uomini.

La storia non finisce qui poiché fra qualche giorno ( a fine settembre) inizia il Dashain, la più importante festa del Nepal hinduista che, come per noi a Natale, porta al ricongiungimento delle famiglie. Torneranno i migranti carichi di enormi pacchi, televisori, videoregistratori, regali e paccottiglie varie e con qualche soldo per dare respiro alle famiglie rimaste nei villaggi. Troveranno un paese sempre più incasinato che si regge, in gran parte sulle loro rimesse. Se dovranno viaggiare sulla East-West highway (lo stradone che congiunge est e ovest del paese) dovranno stare attenti ai briganti (dacoit), moltiplicati negli ultimi tempi, che saccheggiano bus, camion e macchine. Un altro segno dei tempi.

Africa in movimento

poorTorno dall’Africa con un po’ d’ottimismo. Giro breve, niente di approfondito ma quando si va in un paese (o in un continente) si respira l’aria, si sente il sottofondo fatto di persone e cose. Poi si legge e si cerca d’informarsi. Alcuni paesi hanno ridotto (quasi dimezzandola) la percentuale di affetti da HIV (Malawi Tanzania). Nel dimenticato Gabon (perso nell’Africa occidentale) il presidente Omar Bongo (nome da favola) è rieletto e, malgrado qualche critica, senza violenze. In Kenya stanno lanciando telefonini a ricarica solare. Il Mozambico resiste, malgrado un sistema finanziario inefficiente, con tassi di crescita asiatici (+7%) e sta scoprendo (per venderlo) ingenti riserve di carbone che potranno assicurare redditi enormi per il paese.

Domanda ovvia, che si pongono anche in Ghana, quanto resterà per la gente comune e quando verrà incamerato dai potenti locali? I Ghanesi are also not excited because years of gold, diamond, cocoa, timber and other mineral exports has not brought any benefit to them rather they are still wallowing in chronic poverty with no access to water, healthcare, education, electricity with transport and other infrastructures crumbling. The question is will the people benefit from the oil if they could not benefit from gold and other minerals? Is there any guarantee that the people will benefit from the oil proceeds when it begins to flow in 2010? C’è da dire che in Angola, Gabon, Equatorial Guinea, Libia, Algeria, Sud Africa e anche in Mozambico (con alluminio) il drenaggio fatto dai governanti dei profitti ha, comunque, permesso che un minimo di ricchezza si diffondesse fra la gente comune, in forma ineguale e parziale ma questi sono fra i paesi con gli indici di sviluppo (e, dunque, di servizi) migliori dell’Africa.

La stessa domanda se la pone la donna nella fotografia, simile a migliaia di altre che compaiono sulle brochure delle varie agenzie e INGOs. Does she look like someone whose government has received billions of dollars in loans and grants from the World Bank or the IMF? Does she look like someone who has received financial or material help from US, Japan, Germany, Britain, France or Italy? Does she look like someone whose government receives billions of dollars in revenue from gold, oil, gas, coltan, diamond, timber, cocoa, cotton, tea, coffee, bauxite and uranium every year? Scrive Lord Aikins Adusei , critico giornalista africano.

Tutto vero ma sarà per la stagione buona e fresca ma la gente, almeno nelle città e nelle zone di costa (con più opportunità) sembra muoversi con speranza. Qualche amico africano segnala che, malgrado i drammi del continente tutt’ora aperti, il credit crunch che ha appassito le economie occidentali qui non si è sentito (anche per la povertà delle economie) a parte in Nigeria dove è scoppiato un bello scandalo bancario (con le solite implicazioni con i manovratori occidentali). Non sentendo la botta si sta proseguendo con lentezza, sussulti e rallentamenti verso un generale miglioramento delle economie e, dunque, delle condizioni primarie di vita. Gli Africani sono ormai 1 miliardo, in 2050, the African continent is expected to have 349 million youths, or 29 per cent of the world’s total, a notable rise from the nine per cent of the world’s youth in 1950. Forse, anche questo dato, tanti giovani in giro dà un immagine di speranza. Da qui un po’ di ottimismo malgrado anche in Africa, le piogge sono state scarse e i Masai del Kenia e della Tanzania sono dovuti andare a prendere qualche soldo per le famiglie (anche qui lasciate nei villaggi) negli hotels del Kenia o di Zanzibar a fare i guardiani. Ci sono i disastri non risolti, proprio dove è più attiva la cooperazione internazionale e i soldi (per i funzionari) scorrono a fiumi. 300.000 profughi somali che marciscono nei campi, il sud del Sudan dove migliaia di soldati delle Nazioni Unite, e altrettanti di funzionari di tutte le organizzazioni non riescono a fermare qualche banda di banditi che massacra donne e bambini. I jeepponi e gli alberghi costruiti in Mauritania per ospitare le bande di espatriati spediti lì a far carriera e soldi e per salvare qualche Tuareg che se la cava meglio da solo

Infatti è proprio questo il concetto, gli africani se la cavano meglio da soli, quando riescono a far funzionare il mercato e svicolare fra le mafie e i corrotti che li governano, spesso con l’appoggio della cooperazione internazionale. Esempio il capoccione Mugabe nello Zimbabwe che dopo aver fatto sparire USD 1 miliardo d’aiuti internazionali dalle casse statali e ridotto il paese in fallimento, riceve ulteriori USD 400 milioni dalla Banca Mondiale; il menzionato Omar Bongo che risulta possedere 70 conti bancari, 59 case di lusso e 18 macchine in Francia (che lo appoggia) o l’altro, Denis Sassou Nguesso del Congo che ha aperto 122 conti e possiede 24 ville in Francia e Svizzera. E via discorrendo.