Tutti zitti: lettera di Fernanda Contri

 E’ dura la vita dei blogger, specie quando si muovono politici, magari un po’ scaduti, ma sempre ben installati nei sistemi di potere che collegano e muovono affari, giustizia, politica, stampa,  in un ambiente piccolo e ben organizzato come Genova.

L’avvocato Contri mi scrive come Presidente di CCS Italia ONLUS, una delle sue  numerose cariche, associazione che ha subito qualche critica (come altre ONLUS) in questo blog. L’avvocato Contri è più nota per la sua lunga carriera politica, nelle varie istituzioni divise fra partiti, fra cui la prestigiosa e ben remunerata Corte Costituzionale.

Vediamo cosa scrive la lettera arrivata il 18/11/09:

Egregio Sig. Crespi

Ci risulta che è in atto da tempo da parte Sua un’opera di denigrazione nei confronti della nostra Associazione e dei nostri collaboratori attraverso ripetuti contatti con i nostri partner istituzionali, oltre che con una attività di comunicazione sul canale internet.

Le rendiamo noto sin d’ora che una volta raccolte le prove di questo Suo comportamento non potremo tollerare la prosecuzione di questa Sua illecita attività.

Le ricordiamo che Ella ha da poco concluso una transazione col CCS e che questa la impegna a un comportamento corretto nei nostri confronti.

La avvertiamo pertanto che nel caso in cui Lei non desistesse, ci vedremo costretti a procedere nei Suoi confronti

                                                            La Presidente (di CCS Italia)

                                                                   Fernanda Contri

Sarò un po’ prevenuto verso chi nella vita si è mosso solo nel sistema politico, sbaglierò. Ma il tono della lettera e il grande timbro minaccioso che chiude la sentenza\proclama, mi sembrano un po’ arroganti,  “non potremo tollerare la prosecuzione”.  E simbolici. per  politici abituati a ritenersi onnipotenti, viziati dallo stuolo di portaborse e clientes che li circonda e  adula per qualche prebenda o protezione. Alla mente arrivano anche i toni usati dal governo cinese, sudanese o iraniano quando “avvertivano” della censura sul Web.

La lettera dimentica  alcuni diritti (che certi chiamano fondamentali):  la libertà di esprimersi, scrivere, pensare e parlare. Cosine scritte nella costituzione italiana, convenzioni europee e internazionali. Infine, la lettera\editto mi ricorda, quando gli appartenenti alle varie alte caste  dicono ai vigili che gli danno una multa meritata: Lei non sa chi sono io (“la avvertiamo”)

Posso immaginare che, l’avvocato Contri e i suoi amici (alcuni inseriti con parenti nella ONLUS) siano stati disturbati dalle critiche sulla capacità e efficienza del CCS; ma, da persone democratiche, di sinistra, liberali e impegnate nel sociale e nella politica, un cittadino s’aspetterebbe una replica, magari dura, sugli argomenti trattati. E’ triste, non tanto per me, quanto per la democrazia (sempre santificata) sentirsi intimidito, quasi minacciato, specie da persone che hanno potere e lo possono usare nelle forme più diverse.

 Altra cosa un po’ triste è che la Contri (e i suoi apostoli) non sembrano tanto interessati agli argomenti sollevati da questo blog (che vorrebbero censurare). Non hanno mai risposto, nel merito, quanto e se i soldi donati al CCS siano utilizzati bene a favore dei bambini del Nepal, della Cambogia o del Mozambico, non scrivono al blog, magari incazzati, per contraddire, rettificare, discutere (come hanno fatto altre Associazioni).

L’impressione è che il fastidio (e relative intimidazioni) sia generato dai danni (potenziali) alla loro immagine pubblica di santoni, garanti, salvatori dell’umanità.  E, per inciso e nel merito, la “transazione conclusa” non prevede, per me, impegni di nessuna natura, oltre che relativi agli aspetti economici e lavorativi della stessa. Insomma, sembra che s’arrabattino per sfuggire al confronto sulle critiche avanzate.

Nel blog è semplicemente scritto o riportato quanto visto, segnalato,  da  “partners istituzionali”, operatori, gente dei villaggi o valutato e criticato quanto riportato nei numeri scritti nel loro bilancio . Nessuno ha mai risposto sui conti (che ci appaiono un pò stravaganti); perchè le spese di struttura sono aumentate fino a creare una perdita; perchè sono dettagliate spese di comunicazione incredibilmente elevate in rapporto a  entrate ridicole. Consideriamo che eventuali sprechi ed inefficienza non provocano danni alla Contri (e ai suoi amici) ma ai bambini e alle comunità del Nepal (e di altri paesi). Nessuno li obbliga a rispondere su queste opinioni, ma almeno che non vogliano censurarle. 

E’ questa l’ “illecita attività” di cui parla la lettera. Cosa vorrebbe la Contri, che buttassi le lettere nel cestino, che non parlassi più del CCS (o altre onlus), che non esprimessi le mie (e di altri) opinioni. Vuole che chiuda questo blog o vuole che qualcuno del suo giro si muova per chiuderlo.

Io so cosa vorrei dalla Contri, semplicemente che rispondesse, nel merito, alle opinioni e fatti scritti nel blog, come si usa fra persone civili in un paese democratico. Evitando, se possibile, intimidazioni e censure. Lo spazio del blog è sempre aperto. Se no, buona notte alla trasparenza (sempre sbandierata sul sito del CCS e del settore umanitario) e ai diritti dei cittadini.

Spero che l’avvocato Contri capisca che le cose scritte sulle ONLUS non mi portano nessun beneficio, carriera, immagine, non ho necessità di file di poltrone o persone adulanti per sostenere il mio ego. Vorrei solo dire la mia e dare spazio a quella povera gente che il CCS ha deluso, riducendo opportunità e speranze. Sperando che le critiche avanzate producano qualche cambiamento nei metodi del CCS (e di altre ONLUS) e un po più di benefici per bambini e  persone dei villaggi. Questa gente, con cui ho lavorato, ha dignità  e merita di avere spazio, parola almeno in questo blog. Perché non hanno potere, devono parlare sottovoce per non perdere lavoro o finanziamenti per i progetti che, loro, hanno costruito.

La Contri non ha bisogno di “raccogliere prove” di quella che lei definisce “attività illecita”, gliele dò io (per ragioni di spazio solo una minima parte).

Brani tratti da alcune  mail o lettere inviatemi da operatori, organizzazioni locali, persone dei villaggi del Nepal, della Cambogia e del Mozambico (prove a disposizione) 

“They said (gli abitanti dei viallaggi ndr) to Simone, why you cut our +2 teachers, copy, book etc and so on. Simone said them, now country director is Mrs. Chanda Rai. And they said who is Chanda Rai, they said we don’t know because she never visit our schools and our community”.

“Now it’s hard for me to work in ccs”

 “people from CCS Projects is making money”

 “I told some positive things and more negative things, especially the number of staff in Katmandu.”

 “CCS stop the donation with out any reason. Now change new committee. all are political man. they not good.

“they all are eating money and using for staff facility”

“I met some of the previous officers (del SWC, l’organismo governativo che controlla l’operato delle ONG in Nepal, ndr) who have seen our Child health and Shakti Electricity projects from SWC. The evaluation what have done is not satisfied”

“The original image of CCS is being changed and a new image is being emerged which is not creating a very happy feeling in us”

“they want to discontinue all the salaries paid by us to teachers and hostel staff”.

“If you are succeeding to find out some other organization to support us, we will surely leave partnership with CCS”.

Corrono le Borse, si ferma la Cambogia (e altri)

Mentre le Borse continuano a correre in tutto il mondo e la liquidità (iniettata dai governi) le fa rifiorire (insieme alle banche e agli operatori finanziari), sembra diversa la realtà nel mondo produttivo, per chi ci lavora e per le economie più fragili.

Scendiamo nella calura della Cambogia dove sta passando l’euforia della corsa alle costruzioni, dei capitali stranieri che spingevano corruzione, land grabbing, dislocazione della produzione. In questi dieci anni di corsa (il PIL aumentava del 10% all’anno), il governo ha accumulato oltre USD 600 milioni di dollari (al netto di quelli intascati dal sistema politico) e ora, in molti, chiedono che li tiri fuori per assicurare qualche ammortizzatore sociale in una situazione di crisi.

Nei paesi neo-globalizzati non esistono stimoli per l’economia, protezioni all’industria, sostegni ai lavoratori. In questi paesi chi non ha più lavoro deve arrangiarsi, tornare con la coda fra le gambe a coltivare mais e riso nei villaggi o migrare. La Cambogia, come altri paesi simili, stava entrando con fatica nel mondo economico spinta dai due più strutturati vicini Thailandia e Vietnam, dalla Cina che delocalizzava il tessile e da altri paesi asiatici (fra i quali spicca la Corea del Sud) che investivano nell’esplodente mercato immobiliare con l’intento di fare una nuova Bangkok, a costi minori. Il Governo di Hun Sen gongolava e, senza tanti scrupoli, spediva via i contadini dalle terre comuni (land-grabbing) per affidarle agli investitori internazionali che volevano legno pregiato, gomma e altre risorse naturali e i poveracci dai quartieri da ristrutturare di Phnom Penh. Nelle fabbriche tessili e chimiche i lavoratori avevano i salari più bassi dell’Asia.

Chiaramente, come ovunque, il decennio d’oro ha portato immensi e ineguali benefici, concentrati nel sistema politi-affaristico che domina la Cambogia, come altri paesi simili. Le città hanno visto un aumento di macchine, baretti, prostituzione, case moderne, grattacieli. Dalle campagne arrivavano giovani per cercare fortuna, impoverendo ancora di più il sistema economico e sociale, nel 70% della Cambogia fatto di villaggi di palafitte circondate da risaie non è cambiato nulla, almeno in meglio. Poi la crisi, creata e voluta da lontani trafficanti, con l’immediata conseguenza di un crollo delle esportazioni calcolato mediamente del 44% nei paesi più svantaggiati (dato WTO).

 La shining Phnom Penh fatica a diventare la nuova Bangkok e attrarre aziende e uomini d’affari nei nuovi grattacieli lungo il fiume. Aumenta, invece, lo dicono le statistiche e le frequentazioni il numero di ragazze nei baretti,  aumentano quelli che cercano d’arrangiarsi. Le fabbriche tessili dei cinesi stanno chiudendo a raffica, ormai non si riesce più ad esportare e a trovare manod’opera disposta a lavorare per USD 100 al mese. L’export (specie verso gli USA) crolla del 15 % al mese, ornai da più di un anno e il settore sembra ormai morto (crisi strutturale). 77 fabbriche sono state chiuse (e parte dei guadagni riportati nei paesi investitori, altre 53 hanno sospeso le attività, solo dall’inizio del 2009, dicono dal Ministry of Labour , oltre 30.000 persone sono rimaste senza posto di lavoro, cioè circa 150.000 persone senza reddito. Nelle fabbriche tessili lavorano in maggioranza donne (ragazze) che cercano di mantenersi e passare qualche dollaro alle famiglie nei villaggi. Il 56% della popolazione cambogiana è sotto i 25 anni e spera di trovare un futuro.

Quindi, i dance bar  pieni  di di ragazze, più del solito, che cercano di racimolare qualche dollaro (guadagno medio di una bar girls USD 500-600 al mese) o di trovare un fidanzato, possibilmente occidentale. Le tensioni della crisi economica , (la ricchezza vista e non presa, le disparità, e la mancanza di opportunità) scendono nel sociale e aumentano gli episodi di violenza il Ministry of Women Afairs ha dichiarato che rate of domestic and sexual violence is 22 percent and it is increasing. Il Police Blotter (cronaca nera del Phnom Penh Post) aumenta lo spazio e non racconta solo d’efferate vendette a base di acido gettato in faccia ai rivali d’amore o a scannamenti per questioni di gioco o di soldi ma anche di bande armate di AK-47 che assaltano  i negozietti. Four robbers armed with AK-47s robbed a store vendor in Siem Reap province’s ; A man was arrested in Battambang province’s Ratanak Mondol district after he tried to rape a woman who was washing her clothes at a river on Friday; Two men were arrested for beating up a blind beggar in Phnom Penh’s Dangkor district … tosteal him 11,500 riels (USD 3) e così via.

Intanto nelle campagne scoppiano rivolte contadine per impedire che gli portino via la terra, nel povero distretto di Rattanakiri, a Kampong Thom, Oddar Meanchey. E’ il fenomeno del land grabbing, comune a tutti i paesi poveri anche africani, con l’appoggio (pagato) dei governi. Compagnie multinazionali (spesso cinesi),  nazionali ammanicate,  si prendono la terra migliore per sfruttare le risorse naturali (legno, gomma, minerali) o produrre cereali o riso per i loro mercati in deficit alimentare. In Cambogia tutti i documenti legali di proprietà furono distrutti dai Khmer Rossi e, oggi, la terra è di fatto proprietà dello stato che ne fa quello che vuole. Intorno a Shianoukville, immensi appezzamenti sono inutilizzati ma recintati e di proprietà di pezzi grossi legati a Hun Sen, si attende la speculazione turistica per venderli.

Nella capitale, la gente vagola con gli infernali motorini nella più bella stagione dell’anno, i ragazzi si incontrano sotto l’immenso Ananas (il monumento all’amicizia di facciata con il Viet-Nam) prossimo al fiume, il bel mercato in stile coloniale francese ha visto scendere un po’ i clienti, vicino il nuovo Super Store pieno di ragazzini che guardano le ultime novità della moda e della tecnologia. Nessuno parla dello stanco processo ai vecchi Khmer Rossi che si trascina da più di un anno. Pochi parlano dell’ ex-premier thailandese Thaksin, gran riccone, ricercato nel suo paese per corruzione, ed accolto in Cambogia come capo di stato. Qualche storia di spionaggio, un ragazzo thailandese è finito in prigione per aver passato all sua ambasciata gli orari dei voli di Thaksin e, come tradizione, i rapporti con il potente vicino sono diventati pessimi. Addirittura si parla di blocco delle frontiere. Per adesso ci stanno rimettendo solo i contadini delle zone di confine che non riescono più ad esportare la loro povera cassava (mandioca, manioca, tapioca, yucca) nei vicini villaggi thailandesi.

Gadhimai: dea madre, sacrifici, gran bevute

gadhimaiScaduta la tregua, fra maoisti e governo il 20 novembre, continuano le discussioni. Addirittura il leader maoista Prachanda si è recato a Singapore per incontrare il Grande Vecchio del Congresso Koirala (ospedalizzato lì). Tutto si muove verso un accordo (come previsto in altri posts)  proprio nel giorno in cui si festeggia e ricorda la fine della guerra civile (1996-2006) con la firma del Comprehensive Peace Accord (CPA) fra i maoisti e i partiti democratici. Da allora si è mosso poco (stesura costituzione, smantellamento esercito maoista, riforma dello stato, ripresa economica). Si conta su un accordo ma l’attenzione di è già spostata sul piccolo villaggio di  Bariyarpur (Terai) dove stanno giungendo centinaia di migliaia di pellegrini per celebrare il  Gadhimai Mela, uno dei più importanti festival dell’India del nord (e Terai nepalese). che si tiene nel piccolo villaggio ogni  cinque anni. Qualcuno è già morto per aver bevuto come un matto, tradizione della festa, liquori contraffatti.

La zona è già nota per le apparizioni del Buddha Ragazzo e perché sarà il punto d’arrivo della prima strada a quattro corsie che dovrebbe congiungere la Valle di Kathmandu al Terai e India (finanziamenti permettendo). Intorno al villaggio,  piane foreste spelacchiate, qualche coltivazione di riso, mais, fiori gialli di sesamo, tanti bufali gobbuti e povertà. Non distante il confine indiano, la città ponte di Hetauda, grandi traffici e contrabbandi.  Le poche fabbriche del Nepal (chimica, juta, cotone) sono sull’orlo del fallimento o già chiuse come la Palmolive-Colgate e la Everest Polymers. Il distretto industriale ha perso il 45% della produzione (e dei posti di lavoro) a causa della crisi internazionale e dell’assenza di una politica economica del governo.  Qualche anno fa, si tenne una delle rare manifestazioni sindacali (proprio per una chiusura di una fabbrica) che finì con qualche morto fra gli operai.

Questo posto è, da qualche tempo, al centro dell’attenzione della stampa internazionale (specie indiana) per il gran festone del Gadhimai, una tradizione che va avanti da oltre 200 anni. Durante la festa (24-26 novembre) verranno sacrificati oltre 500.000 animali (fra cui 60.000 bufali), importati illegalmente dall’India senza controlli sanitari e doganali). Non è una novità nella tradizione hindu dove la venerazione alle divinità “energetiche” Shiva, Shakty, Kali, Durga, Devi è sempre accompagnata da sangue e morte. Gadhimai, dal volto nero e spettrale e dai grandi occhi bianchi, è una delle molti potenti emanazione dell’Energia Primordiale, Femminile e Generatrice. E’ la Madre Terra cui si deve (come in molte altre civiltà, compresa la nostra idealmente) manetenere viva la Forza offrendo sangue ed energia umana o animale (la Vita). In cambio, l’Umano, ha benefici generali (raccolti, protezione vita) e particolari (figli, mariti, potenza nel mondano, salute). Questo racconta la gente che ogni martedì e sabato sgozza polli e caproni fra gli alberi cupi di Dakshinkali (sui margini meridionali della Valle di Kathmandu), nelle migliaia di templi di Durga durante il Dashain, o sulle rive dei fiumi sacri, come al grande tempio di Kali a Calcutta. Da tempo immemorabile, questo raccontano i sacerdoti nei milioni di villaggi hinduisti del subcontinente e su questo vivono.

Le stesse speranze spingono centinaia di migliaia alla pagoda di Bariyarpur a fine novembre da oltre 200 anni, quando ancora qui governava la dinastia dei Kiranti (11-14 secolo) e Bara era parte del potente regno Mithila. Addirittura, si racconta, che il famoso tempio di Taleju a Kathmandu sia una replica di quello dedicato a Gadhimai e che la stesso culto della Kumari (la Dea Bambina, emanazione di Durga) venga da qui. I sovrani di Kathmandu scendevano nel Terai durante la festa e così fece anche l’ex re Gyanendra che oggi si è pentito e ha richiesto, insieme a animalisti, intellettuali, il Buddha Tamang , Brigitte Bardot, monaci buddhisti,  al governo nepalese (che se ne è impippato) l’abolizione della festa. Un corteo è sfilato nei giorni scorsi a Bara chiedendo di sostituire i sacrifici animali con offerte di frutta e vegetali (quello che fanno buddhisti e vishnuisti).

Si è mossa anche Maneka Gandhi (da sempre ambientalista) vedova del discusso Sanjay Gandhi e pecora nera della potente famiglia con un bello ma fragile articolo. Fragile perché le sue argomentazioni non toccano  i contadini, operai, disoccupati (il proletariato del subcontinente), che non potendo comprare i biglietti della lotteria si affida alla tradizione per continuare a sperare di migliorare le proprie condizioni o di re-incarnarsi in un ricco possidente. Scrive giustamente Maneka del business che sta dietro a tutto questo , (come ad ogni espressione rituale delle religioni), dei venditori di alcol (che s’arricchiscono durante le feste), degli onnipresenti prestasoldi che anticipano le spese dei sacrifici, dell’import ed export di animali, pellami, carne (ciò che resta dei sacrifici), e di sacerdoti che s’ingrassano a Bara come nei villaggi. Addirittua c’è un sito (non funzionante) sulla festa. Questa è ancora l’India, del resto cosa dovrebbero dire i milioni di tacchini uccisi (più o meno nella stessa data) al Thanksgiving nella civilizzata America.

Gli appelli degli intellettuali indiani per sospendere la festa non hanno avuto successo sul governo nepalese allo sbando. Il Buddha ragazzo, Ram Bahadur Bamjan, ha promesso di essere lì durante la festa per impedire le uccisioni. Il gran sacerdote del tempio di Gadhimai, il brahmino Mangal Chaudhari ha assicurato che, progressivamente, il numero di animali sacrificati diminuirà, la polizia ha aumentato il numero di uomini impegnati per evitare che, alle tradizionali botte fra i festeggianti, qualcuno non se la prenda con i contestatori.

Torture bhutanesi

Incontro Francis è tornato dal Bhutan dove ha scroccato per una settimana vitto e alloggio a UNDP per una Conferenza internazionale su “Deepening and Sustaining democracy” (12-14 ottobre). Bel posto, tutti simpatici, paese che merita di essere visitato, assomiglia un po’ al Nepal di 20 anni orsono. Anche qui tutto è in movimento e i soldi che provengono dalla vendita di elettricità all’India hanno portato ricchezza, almeno a Paro e Thimpu (le città principali).

Tanto più, nessuno lo dice, che agli inizi degli anni ’90 hanno espulso 120.000 bhutanesi di etnia nepalese (Lhotshampa), sequestrandogli beni e case e mandandoli a languire in campi profughi nel Terai. liberando un pò di spazio e risorse.

Adesso qualcuno è entrato in programmi di “resettlement” e lentamente (20.000 fino ad oggi) sta emigrando in USA, Canada, Australia, Olanda e in altri paesi europei. La situazione nei campi è pessima malgrado le prime evacuazioni. Il WFP ha bloccato l’invio di cibo e alcuni pensano che sia un modo per forzare i rifugiati ad abbandonare i campi e indurli a smettere di chiedere di tornare nella loro patria, appunto il simpatico Bhutan.  Nessuno vuole litigare per accontentarli, così i numerosi incontri fra governi (Nepal, contro India e Buthan e  paesi occidentali donatori)  hanno prodotto niente.

Francis racconta che, oltre alla triste storia dei rifugiati, suonava strano vedere baci e abbracci fra il Primo Ministro bhutanese Jigmi Thinley e il Regional Director dell’UNDP Ajay Chhibber quando è noto che il Bhutan non è ai primi posti, per quanto possa valere, come democrazia.  L’attuale classe politica (due partiti Druk Phuensum Tshogpa- Bhutan United Party- 47 seggi e People’s Democratic Party -PDP- 2 seggi) eletta nelle prime elezioni parlamentari nel 2008 a liste bloccate (come nel passato),  è formata da appartenenti all’aristocrazia, le autonomie locali sono inesistenti, il sovrano mantiene il controllo tramite i suoi uomini eletti e la Presidenza dell’Alta Corte di Giustiza.

Poi, per amordiddio, conclude Francis la gente, almeno a Thimpu , la capitale se la passa abbastanza e la città s’è riempita di bei ristoranti e discoteche negli ultimi anni. I turisti rimangono pochi (circa 20.000 all’anno), per scelta tradizionale del governo, e vi è attenzione alla difesa della natura (circa il 60% della popolazione vive nei villaggi  d’agricoltura e allevamento).

Il Buthan, si legge nell’annuale Report sulla corruzione nel mondo (in base agli indici di percezione del fenomeno elaborati da Transparency International),  è 49° (su 180 paesi), meglio dell’Italia (63°), India (84°), Nepal (143°) e Cambogia (158°).

Poi, però, mi capita sotto le mani un libretto scritto da Tek Nath Rijal, Torture, Killing Me Softly, pubblicato in Nepal dopo il successo del suo libro precedente Nirbasan (in nepali). Il poveretto è stato 19 anni nelle prigioni del Buthan, per le sue attività pro-Lhotsampa e per “Deepening and Sustaining democracy” in quel paese. “This book describes the hell named Bhutanese prisons and is the first documentation of mind control in this part of the globe.  I have presented an account of my harrowing experiences and injustice I continue to suffer, for which the king and his regime of tyranny are mainly responsible. I have been the victim of mind control for the last 19 years,

E racconta sistemi di tortura morbidi e raffinati come il “mind-control device”. “It is an electromagnetic mind control technique, which can take full control of the person’s body and mind permanently. It uses modulated microwaves to produce audible voices in the person’s head. It is in the form of subliminal hypnotic command and the victim can be hypnotically programmed for the years without knowing. The motive of mind control is to destroy the targeted person’s life. He digresses from his goal, forgets his mission, behaves strangely with his family and relatives and can not follow his routine life. It is used to elicit the required information from the prisoner as it hypnotises him.”  Ricordiamoci un pò anche degli sfigati.

La Ruota gira per il Tibet.

la Ruota del Dharma-TibetLa visita del Dalai Lama all’antico Gompa di Tawang nel nord-est dell’India (Arunachal Pradesh) ha risvegliato un po’ di tensioni, fra Cina e India, e rimesso all’attenzione la questione, quasi spenta, tibetana.

Tanto, il posto è suggestivo. Tawang un tempo era territorio tibetano, grandi vallate e alte colline con dietro l’Himalaya, abitate dai Monpa (gruppo tribale d’origine tibetana). Per gli indiani  riporta alla memoria il conflitto del 1962 quando truppe cinesi scesero fin qua sotto. Fra colline piene di orchidee, si combattè duramente e gli indiani (fra cui i gurkha nepalesi) riuscirono, finalmente,  a bloccare i cinesi prima che scivolassero nelle piane dell’Assam.

Un armistizio e successivi accordi rimisero tutto come prima, ma la questione dei confini rimane aperta. India vorrebbe indietro 43.180 Kmq in Jammu e Kashmir, più altri 5.180 ceduti al Pakistan nel 1963. La Cina reclama 90.000 chilometri quadrati, cioè gran parte dell’ Arunachal Pradesh.

Ancora prima,  Il grande Gompa bianco di Tawang,  sdraiato ai piedi di una collina,  ospitava 600 monaci della scuola dei Berretti Gialli Geluk Pa (a cui appartiene il Dalai Lama); la leggenda vuole che il luogo in cui fu costruito il monastro-fortezza fu scelto dal V Dalai Lama (siamo intorno al 1680), grande politico e creatore del Tibet moderno, a cui l’attuale sua emanazione Tenzin Gyatso s’ispira.

Un sacco di gente è venuta a salutare il Dalai Lama, bandiere tibetane (subito rimosse dalla polizia) e della preghiera riempivano le strade di montagna che salivano nel remoto West Kameng (il distretto) rimpiazzando i turisti indiani (qui numerosi) e le troupe cinematografiche di Bollywood, che amano queste colline, cascate, ruscelli per ambientare i loro polpettoni.

La diatriba fra Pechino e Delhi è durata poco, gli indiani, astutamente, hanno fatto finta di niente “I do not visualise any conflict on the border dispute between India and China,” ha dichiarato il potente ministro delle finanze Mukherjee “We have an institutional arrangement. Though there are divergences of views but, in the form of the special representatives of the Prime Ministers of both countries, they meet regularly — up to now more than a dozen meetings have taken place,”. “Both prime ministers agreed to maintain peace and tranquillity on the border and our economic cooperation, particularly trade, which is expanding very fast,“. In effetti, essendo merci in competizione, il commercio fra i due giganti asiatici era scarso ma, il mese scorso, il PM Manmohan Singh e quello cinese Wen Jiabao hanno tenuto un incontro in Thailandia per smuoverlo. Intanto il libero mercato sta già operando, con un intenso contrabbando di prodotti elettronici cinesi attraverso le bucate frontiere nepalesi.

Aggiungiamo che il Dalai Lama aveva già visitato Tawang e il vicino Gompa di Urgelling (dove nacque il poeta gaudente VI Dalai Lama) senza tanto chiasso da parte dei cinesi che sembrano, oggi, i migliori propagandisti del governo tibetano in esilio.

La realtà è, come già scritto in altri posts, che la questione tibetana (dal punto di vista politico) è fatta solo di chiacchiere; a nessun governo interessa, crea imbarazzo (vedi visita del Dalai Lama a Roma, il prossimo 18 novembre), e non ha speranza di soluzione se non una progressiva integrazione dei tibetani (in Tibet) nell’economia e amministrazione cinese. . Il tempo per fare qualcosa è finito, per interessi geopolitici, negli anni’60 quando tutti i governi occidentali, l’India e le Nazioni Unite se ne fregarono dell’occupazione cinese.   Anche gli stessi tibetani sono ormai, naturalmente, proiettati nella realtà                     

A Lhasa i giovani tibetani vorrebbero essere integrati nell’ amministrazione pubblica, lavorare o poter migrare in cerca di fortuna. A Dharamsala (sede del governo in esilio) i giovani tibetani hanno gli stessi modelli culturali dei loro coetanei indiani e anche loro vorrebbero andarsene in Europa o USA dove tanti loro connazionali non sela passano male. In Nepal, dove tutti amano il casino, ogni tanto protestano ma poi tornano tranquilli a fare business con successo, chiedendo magari di essere considerati regolari e non discriminati dalla polizia e dalle autorità locali. Lo stesso Karmapa (terza autorità spirituale) Lama Trinley Dorje, 24 anni, s’è impallato con i videogiochi.

La questione tibetana è tenuta viva da minoranze d’intellettuali,  politici con i soldi dei  dharma people occidentali, finchè resterà di moda ovvero fino a quando non girerà la Ruota delle Vita e lo spirito dell’attuale Dalai Lama troverà sede nel corpo del suo successore (anche se le profezie dicono che lui sarà l’ultimo Oceano di Salvezza).

Allora saranno problemi. I cinesi, come è accaduto per la seconda autorità religiosa del Tibet (il Panchen Lama) imporranno un loro candidato, la diaspora tibetana si spaccherà fra i filo-cinesi di Shugden e il governo in esilio; finita la querelle la questione tibetana dimenticata. Sarà difficile trovare un personaggio carismatico e intelligente come l’attuale Dalai Lama, un periodo così adatto per diffondere gli insegnamenti di Buddha.

Vediamo cosa sta già accadendo per i musulmani Uighuri (scontri feroci nello scorso luglio nel Xinjiang. Nei giorni scorsi, ufficialmente sono stati condannati a morte 9 manifestanti “The first group of nine people who were sentenced to death recently have already been executed in succession, with the approval of the Supreme Court,” ha dichiarato Hou Hanmin, portavoce del Governo dello the Xinjiang. Qualcuno l’ha saputo, qualcuno ha protestato?                  

  E’ importante che del Tibet rimangono insegnamenti, idee di vita, suggestioni utili per tutti come ricorda il viso rilassato e sorridente del grande Buddha di legno dorato di Tawang, le antiche tanke conservate, l’armonia e bellezza del tempio.

Maoisti in Nepal, scoppia la rissa

maoisti novembre 2009Aggiornamento 13\11: Oggi si è conclusa, con una grande manifestazione la seconda fase delle proteste di piazza dei maoisti, bloccata gran parte ella città con un corteo stimato in qualche decina di migliaia di persone. Tutto in ordine e prefettamente organizzato, gruppi di ragazzotti in maglietta rossa hanno vigilato. Nel resto della città, la vita è proseguita più o meno regolarmente e la gente ha pensato a sbarcare il lunario, anche qui la politica è un pò distante dalle aspettative della gente comune. Il comizio del leaderissimmo Prachanda ha entusiasmato la folla: una tregua fino al 20 novembre e poi inizierà la terza fase, pura e dura, con un bello sciopero generale. Alternativa, tornare nell’Assemblea Costituente e mettere sotto accusa il Presidente della Repubblica Yadav, ritenuto insieme a Koirala il grande manovratore dell’esclusione dei maoisti dal governo e del mezzo colpo di stato (appoggiato dall’esercito) che lo provocò.

maoisti in nepal dai villaggiBotta da orbi oggi intorno a Singh Durbar, l’enorme Palazzo Bianco che un tempo ospitava i Principi Rana ed oggi sede di numerosi ministeri. Come ai vecchi tempi, quando i maoisti erano appena usciti dalla clandestinità, sono arrivati i bus dai villaggi di Kavre, Ramechap, Gorkha, carichi di contadini e ragazzini che sembrano in gita scolastica. Per sicurezza scuole chiuse.

Prima dell’alba, nel nebbione invernale, sono entrati nel compound del Palazzo ministri, segretari e travet per sfuggire al blocco (gherao) dei maoisti. Poi qualche migliaio di persone ha bloccato la zona, batti e ribatti e, come sempre, accade dalla parole si è passati ai fatti e sono iniziati a mulinare i bastoni (lathi) dei poliziotti.

 Gli scontri si sono estesi a tutta l’area centrale di Kathmandu e hanno coinvolto attivisti, parlamentari e leaders dei maoisti, una cinquantina ricoverati in ospedale. Nel resto del Nepal circondati e bloccati i gli uffici pubblici. Prima, dice Prachanda, una tregua per continuare le trattative poi, se non c’è accordo, inizierà la terza fase della protesta e la formazione di un governo alternativo.

Gli interlocutori (i principali leaders governativi) sono bloccati dall’influenza suina che ha colpito il Primo Ministro Nepal (ha addirittura rinunciato all’abituale gozzoviglia prevista alla FAO di Roma, per parlare, guarda un po’, degli effetti del clima sull’agricoltura) e la mummia Koirala, gran burattinaio della politica nepalese da decenni. Quelli in salute vanno e vengono da Delhi, dove l’India non sa più che fare.

Il  Grande Fratello, secondo me, vorrebbe che si mettessero tutti d’accordo per iniziare a stabilizzare il paese. Per gli indiani, con importanti investimenti, moltitudine di migrati e migliaia di chilometri di frontiera, sarebbe importante che il Nepal raggiunse, dopo 15 anni, un minimo di stabilità, che dalle sue frontiere bucate non transitassero più droga, armi, denaro falso, medicine contraffatte. I maoisti, e c’è da crederci visto i problemi che hanno, dicono che non hanno rapporti e collegamenti con i loro colleghi indiani, che sono uno dei grandi problemi della sicurezza per Delhi. La necessità di non far precipitare la situazione, le pressioni internazionali (nè alla Cina nè all’India piace l’instabilità alle frontiere), la voglia di pace della gente comune mi fà continuare ad essere ottimista su una prossima soluzione negoziata. Due segnali sembrano confermarlo: il governo ha ritirato il blocco alle manifestazioni nella capitale minacciato e la Corte Suprema ha iniziato a valutare la costituzionalità degli atti del Presidente della Repubblica  Dr Ram Baran Yadav (del Congresso e amico personale di Koirala) relativamente al suo supporto al generale Katawal entrambi invisi ai maoisti. Certo che non è facile rinunciare a parte del potere per far posto ai maoisti a parte degli attuali goevrnanti.

Ma la stampa internazionale e specie quella indiana più dell’interminabile crisi politica si è occupata del Nepal per la Grande Gadhimai Mela che si terrà a Bara (nel Terai). Fra l’altro qui è progettato che arriverà l’unica strada a quattro corsie del Nepal, collegando Kathmandu al Terai. Bara è stata anche famosa perché nelle foreste che la circondano meditava il Buddha Ragazzo. Comunque il 24 e 25 novembre arriveranno centinaia di migliaia di pellegrini (specie indiani) per il quinquennale auspicio di Gadhimai, una delle tante forme della Dea Madre, dell’energia creativa, di Kali, Durga. Durante la festa, come tradizione, verranno sacrifica milioni d’animali, fra cui, si parla, di oltre 60.000 bufali. La storia è un po’ strana per il business che ci sta dietro, decine di personaggi (fra cui il Buddha Ragazzo) hanno firmato articoli e petizioni di protesta, oggi migliaia di persone sono sfilate mangiando vegetali e chiedendo che al posto di galline, capre e bufali vengano offerte alla Dea banane e spinaci. Che in effetti sarebbe meglio. Ma ne parleremo in un altro post.

Un pezzo di Nobel in Nepal

bambino a kavreFinalmente sono riuscito a scrivere questo post su Elinor Olstrom, la prima donna che ha ottenuto un Nobel per l’economia, che ha vissuto in Nepal, che ha girato per i villaggi e che ha segnalato un sistema di gestione comunitario delle risorse ancora ben funzionante. La Olstrom ha avuto la possibilità di studiare comunità in Maine, Messico, Nepal e come si organizzavano, con regole e istituzioni, per non litigare tutti i giorni quando c’era da raccogliere la legna o irrigare i campi (How community institution can prevent conflict). Anche il suo collega, Oliver Willamson, è partito dal micro (Theory where business firms serve as structure for conflict resolution) per capire meccanismi, diversi, per gestire il macro.

La Olstrom ha girato in lungo e in largo il Nepal (dalla fine degli anni’80) e ha notato che se l’idea comune è che,  in assenza di precise norme e diritti di proprietà, le risorse comune sono sfruttate fino all’esaurimento dall’individualismo sfrenato (the tragedy of commons) ciò può anche non accadere. Ha notato che le comunità possono creare regole efficaci e procedure rispettate e condivise per un utilizzo controllato delle risorse naturali e per la loro preservazione. L’autogoverno, specie in aree remote, lavora meglio che non regole imposte da lontano. Un modello che permette di sviluppare capacità nei villaggi, sia individualmente che collettivamente, e generare ciò che è definito capitale sociale e umano.

Un modello di gestione che in Nepal continua a funzionare e regola l’utilizzo delle risorse naturali (legno, erbe medicinali, foraggio, acqua, pietre, sabbia) nelle comunità collinari dove vive il 70% del Nepal. Andiamo in un villaggio del Nepal, sulle colline, per costruire le case (e noi per le scuole) usano fango, pietre e legno, sabbia per il cemento; per cucinare i bambini vanno nelle foreste a raccogliere sterpaglie, tronchetti, rami secchi, il cherosene costa caro è trasportato a piedi, il gas non esiste così come l’elettricità. Alla sera e al mattino le bambine e le donne vanno nelle sorgenti comuni a prendere l’acqua in grandi brocche di rame (i più poveri in vecchie tanche); poi s’incontrano cespugli umani, sempre donne e bambini, con le gerle cariche fino all’inverosimile di erba e foglie per il foraggio degli animali. Gli uomini, nelle stagioni, lavorano nei campi, mettono a posto i canali, aggiustano le pipeline che portano acqua nei pressi delle case e che arriva da fumi o sorgenti. Quanto si raccoglie nelle risorse naturali comuni rappresenta il 10% del reddito di una famiglia contadina nepalese.

Nelle zone più fortunate, cioè dove vi sono più alberi il legno è venduto così come la resina dei pini o le piante medicinali. Tutte queste risorse sono comuni, ancor oggi, nel 70% del Nepal dove questa è la vita di tutti i giorni degli abitanti dei villaggi. Le foreste occupano ancora, malgrado tutto, il 40% del territorio nepalese (una parte sono ghiacciai e aree d’alta montagna sopra i 4000 metri) e sono concentrate al 50% nelle zone collinari che attraversano da est a ovest gran parte del Nepal.

Un tempo c’erano i Talukadar (capi comunitari), magari qualche brahmino che sapeva scrivere e leggere o possedeva più terra degli altri, incaricato di gestire le risorse comuni. Non sempre tutto filava liscio e come sempre i più ricchi, più ammanigliati, i più istruiti comandavano e approfittavano. Ma in genere, lontani giorni di cammino dal potere, con leggi sconosciute e vaghe, la gestione comunitaria (mukhiya) nei villaggi nepalesi ha, più o meno, da sempre funzionato adattandosi alle diverse disponibilità di risorse naturali e alle strutture sociali locali.

I villaggi composti da 500-600 famiglie avevano tutto l’interesse a evitare conflitti e a gestire con buon senso i beni naturali comuni. Il sistema ha funzionato meglio nelle colline dove la proprietà è spezzettata, l’economia agricola di sopravvivenza e i villaggi (geograficamente) più isolati. Nel Terai pianeggiante, c’erano altri interessi e altri poteri più forti e i latifondisti hanno vinto creando grandi estensioni coltivabili, disboscando,  alla faccia delle comunità. Progressivamente, con la strutturazione dello stato nepalese si è cercato di regolamentare la gestione comunitaria in un processo non semplice e contrastato.

Nel 1951 sono state nazionalizzate tutte le foreste e si è entrati in un regime di “liberi tutti” che favoriva i potenti (specie nel Terai); nei primi anni ’70 si è iniziato a parlare di participatory forestry management (PFM) con alcuni progetti di gestione comunitario nel distretto di Sindhupalchok; con la prima Costituzione negli anni ’90 si è formalizzata l’istituzione degli Forest User Groups, cioè istituzioni di villaggio incaricati di gestire le risorse naturali; con il Local Self Governance Act 1998, è stato dato alle organizzazioni comunitarie (scuole, risorse, agricoltura, etc.) grandi e teoriche autonomie.

Quando la gestione comunitaria orizzontale è stata rimpiazzata da sistemi più moderni (irrigazione su vasta scala), scrive la Olstrom,  questi strumenti si sono rivelati meno efficienti (anche dal punto di vista economico) per la diminuzione degli incentivi sociali (il bene non è più  mio) che favorivano la produttività e il mantenimento.  La fine della gestione comunitaria, continua il premio Nobel, ha anche provocato la dispersione di capitale umano e sociale formatosi per gestire nei villaggi le risorse..

Non sempre tutto funziona bene, scrive uno degli studiosi nepalesi più attenti, Y.B. Malla In some places local elites and government officials continue to work togheter in limiting the access to the poor forest users, often with the tacit support of donors and NGOs”. Dove questo accade i povri sono esclusi, il legname pregiato contrabbandato e i villaggi impoveriti. La migrazione di giovani all’estero aumenta questi problemi. Ma, in genere,  valanghe di studi dimostrano che il sistema di gestione comunitario funziona,  non solo per le risorse naturali ma anche per le scuole (School Management Commitee), per costruire generatori o reti elettriche (programma governativo l’elettrificazione rurale), per la costruzione o mantenimento delle strade, pozzi (ogni villaggio costruisce o ripara il suo pezzo), nelle opere d’arte (con l’antica istituzione dei Guthi, incaricati di gestire i templi).

La potente FECUFON (Federation of the Community Forest Users) raccorda migliaia di comitati comunitari (CFUG-Community Forest Users Groups) e tratta con il governo su norme e prelievi fiscali. La gestione orizzontale delle risorse naturali permette un uso controllato e obbliga, anche per legge oltre che per buon senso.  le persone ad assumere comportamenti cooperativi e a rimboscare, controllare, spingere per l’utilizzo corretto. Nei villaggi dove i CFUG funzionano nuovi alberi sono piantati regolarmente, l’utilizzo delle risorse idriche controllato, i dirigenti sottoposti a auditing sociali.

Quando lavoravo a Kavre, i maoisti imposero una donazione ai CFUG locali e contemporaneamente, per impedirla, il governo bloccò i loro conti bancari, la cosa durò poco perché questi non erano i fighetti della cosiddetta società civile di Kathmandu, ma contadini incazzati che lavoravano, duramente, per mangiare.

Nepal: il tiraemolla dei maoisti

dal Kala Pattar-everestForse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.

In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.

Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.

Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.

Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero  centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.

Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.

In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.

Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.

L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.

Salviamo l’Africa?

africaMentre in Italia si parla poco di ONG\ONLUS, cooperazione internazionale, bilanci, progetti, spese,   in Inghilterra non si scherza. Ci informano da Londra di un articolo del Daily Mail. “The Government department in charge of eradicating global poverty spent almost £ 6million of taxpayers’ money on first-class and business-class travel in just one year.”  Cioè 6 milioni di sterline volate vie per i viaggi dei funzionari. Lassù giustamente le associazioni dei consumatori guardano. Si ritorna a parlare del DFID (Department for International Development), l’ente governativo incaricato della cooperazione internazionale che in GB (come del resto gli analoghi altrove) dispensa soldi a destra e sinistra (con priorità ai suoi dipendenti) senza curarsi di come siano spesi.

Tanti soldi in ballo per salvare l’Africa, i poveri del mondo, per eliminare fame, malattie, morte, tutto il male.  Il “big push forward in Africa to end poverty” disse Tony Blair a Davos nel 2005; intenti ribaditi nei G8  a Glebeagles e in Germania a Heiligendamm (2007) e, infine, in Giappone in cui si riaffermò tutto quanto: We are firmly committed to working to fulfill our commitments on ODA made at Gleneagles, and reaffirmed at Heiligendamm, including increasing… ODA to Africa by US$ 25 billion a year by 2010.».  Poi si voleva oltre che eliminare la povertà, making efforts to address civil war and «failed states.

Slogans fatti propri dal gruppo di rockstars capitanate da Geldof  «Make Poverty History»,  addiritturta il patinato Vanity Fair s’è messo in testa di salvare l’ Africa (2007), Madonna và in Malawi,  Bono,  Bill Gates, la Regina di Giordania Rania , tutti vogliono ridurre la povertà in Africa entro il 2015. Gran battage  pubblicitario che ha portato soldi a tutto il sistema dell’industria dell’assistenza (ufficiale, come gli amici del DFID o del World Food Programme e non governativo ONGs, come CCS Italia, Intersos, etc.).

Quando riceviamo dal Mozambico le testimonianze di operatori e beneficiari che ci scrivono:“Sono stato a Beira per mie cose, nel frattempo ho incontrato alcuni lavoratori del ccs, abbiamo parlato delle attivita svolte , non ti dico una vergogna, non hanno combinato niente, piu o meno come a Vilanculo, hanno costruito due case per professori, senza le latrine, per cui l’educazione le ha rifiutate”. Qui a Vilankulos ho incontrato quattro direttori di scuola , loro mi hanno detto che, a parte il kit escolare non hanno ricevuto. sul sito del CCS Italia ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240. Non resta che dire che non sempre un maggior flusso di soldi porta qualcosa ai beneficiari.

 Tesi, in grande,  sostenuta da tempo da molti, fra i più noti l’economista indiano Banerjee «my sense is that {the dramatic reduction in world poverty between 1981 and 2001} was driven largely by events in India and China, where donors had very little impact.» , l’economista zambiana Dambisa Moyo una delle ragioni dell’arretratezza dell’Africa it’s largely aid. You get the corruption—historically, leaders have stolen the money without penalty—and you get the dependency, which kills entrepreneurship. You also disenfranchise African citizens, because the government is beholden to foreign donors and not accountable to its people.

Infine l’amato William Easterly, che ha scritto un lavorone CAN THE WEST SAVE AFRICA?,  in cui si dimostra che, malgrado l’enorme gettito di soldi, incomparabile con altre parti svantaggiate del mondo (gli aiuti sono passati dal 2000 da USD 18 milioni a 38 milioni nel 2006 per un totale di oltre 714 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni),  il divario fra Africa e altre regioni in via di sviluppo si è allargato. Il livello economico complessivo di molti paesi africani nel 2006 e sceso drammaticamente rispetto al 1973, (quando si raggiunse il massimo livello di crescita economica)

Anche i dati sbandierati dai nuovi benefattori come i Gates, sembrano un po’ approssimativi come tutta la politica di cooperazione internazionale. In Ruanda, purtroppo, la malaria non è diminuita del 45% come pubblicizza la Fondazione dei  Gates ma le morti sono aumentate dal 2001 al 2006, scrive un Rapporto del WHO (2008) e in altri paesi citati dalla stessa Fondazione risulterebbe che the effects of malaria control in Zambia were “less clear,” e in  Etiopia, “the expected effects of malaria control are not yet visible.” Lo stesso Rapporto ci  ricorda (come già segnalato in altri posts)  che, date le condizioni ambientali, i metodi di analisi utilizzati e la mancanza di dati sul campo è molto difficile indicare numeri precisi.

Continuando a leggere lo studio di Easterly si scopre che, malgrado i molti problemi del continente africano, molti fundraiser  descrivono una realtà peggiore, piena di stereotipi utili a raccoglier fondi. Gli indicatori relativi a corruzione, governance, guerre non sono molto dissimili da altre regioni povere del mondo.  Non si resiste, sotto natale, a «habitual inflation of estimates of expected deaths” racconta un veterano del settore (Alex de Waal).

Fra i cardini del marketing dell’industria dell’assistenza ci sono i fantasmagorici  MDGs (Millennium Development Goals), i cui obiettivi fissati nel 2000 sono, più o meno,  gli stessi  stabiliti dal colonialista Committee of the African Research Survey nel 1938, in entrambi casi obiettivi irreali e  ben lontani da essere raggiunti. Obiettivi talmente generici che sembrano fatti apposta per fare solo un po’ di spettacolo.

Nota, invece Easterly, che cose più concrete e sostenibili nel tempo quali:  qualità dell’educazione (problema da 20 anni scritto in tutti i rapporti senza risultati), controlli sull’utilizzo degli aiuti (studi in Guinea, Cameroon, Uganda, and Tanzania stimano che fra il 30 e 70 % dei medicinali forniti dal governo, tramite aiuti internazionali, finiscano nel mercato nero); nel 2004 un’inchiesta del governo ugandese dimostrò che solo il 13% dei fondi pubblici (in gran parte provenienti da donatori internazionali) raggiungevano le scuole locali a cui erano destinati (fenomeno verificato anche in Nepal e in altri paesi).  Bastò la pubblicazione sui giornali locali delle somme destinate e mai pervenute per mobilitare genitori ed insegnanti perché bastonessero i burocrati locali. Lo stesso stavamo facendo noi in Nepal con i “community auditing”  in cui i dirigenti scolastici dovevano elencare alle comunità donazioni ricevute e spese. In molti casi per far funzionare le cose basta solo un po’ di voglia di lavorare e di fantasia.

Per rimanere nella sanità, segnala giustamente Easterly, che il gran battage sull’AIDS (sicuramente più impressionante per l’opinione pubblica occidentale e donatrice rispetto a TBC, diarrea, difterite) ha distolto risorse «levels of attention and effort directed at preventing the small proportion of child deaths due to AIDS with a new, complex, and expensive intervention.». Mentre l’AIDS causa il 3.7 % della mortalità infantile, per combatterlo viene utilizzato il 25 % degli aiuti sanitari internazionali. Per questo la prestigiosa rivista medica Lancet scrisse che 5.5 million child deaths could have been prevented in 2003.

Mentre si parla e straparla di crisi alimentare sono drammaticamente calati i progetti di sviluppo agricolo (troppo lavoro, risultati nel lungo periodo e poco attrattivi per i donatori), tant’è che la produzione pro-capita di cibo in Africa è calata sotto i livelli degli anni ’70. In molti Rapporti delle Nazioni Unite si legge: “The failure of past initiatives in agriculture led to a reduced confidence among donors in agriculture in the 1980s …and many donors have since turned to other sectors.» FAO (2006) : «Ten years later, we are confronted with the sad reality that virtually no progress has been made towards that objective.»

Gli scritti di Easterly rappresentano l’inefficacia complessiva del  “sistema” dell’industria dell’assistenza, con qualche rara eccezione, da lui stesso segnalata. Sarebbe una sana lettura per i tanti fancazzisti che ciondolano fra Nazioni Unite e INGOs, come lo sarebbe il lavoro di Robert Chambers, Poverty Unperceived che, fra l’altro, riporta alcune pratiche già segnalate in altri posts che si possono riassumere con il tremine fancazzismo, sopra citato.

Cioè, scrive in forma più sfumata Chambers,  i funzionari delle Nazioni Unite e INGOs, vivono, bivaccano nelle capitali dei paesi in cui operano, si autoreferenziano con convegni e workshops in grandi alberghi, non vanno sul campo (nei villaggi e nelle comunità), percepiscono i bisogni dei beneficiari attraverso le elites dei paesi poveri a cui hanno delegato il lavoro.

Semplifichiamo:  gran parte dei problemi di efficacia della cooperazione internazionale, evidenziati dal lavorone di Easterly,  non hanno forse causa nel fancazzismo di chi ci lavora e pensa solo al proprio mantenimento?