Cambogia: diritti umani sfioriti

Una strada è bloccata a Phnom Penh, c’è un matrimonio. Centinaia d’invitati mangiano zuppe varie, pesce, riso, carne, s’inciuccano, ridono a volte litigano e finisce a botte. Comunque, alla fine, tutti ballano muovendosi in circolo e agitando le mani. Il tutto dura tre giorni e tre notti. In Cambogia il matrimonio è una grande festa, forse la più importante e costosa di tutta la vita.

Ed un grande affare per ristoratori, sarti, parrucchieri. Tantè che lo stato (Ministro del Lavoro) si è messo nel business ed aprirà una specie di centro per i matrimoni in grado d’ospitare 2500 persone, con immense tavolate su due piani. Uno esiste già più piccolo ma questo sarà uno spettacolo, promettono e, infatti, costa USD 1 milione. il posto (Phnom Penh’s Meanchey district) e il nome (Modern 2 Centre, dalla strada National Road 2) non sono un granchè ma il costo per invitato, in questi momenti di crisi è di soli USD 17 tutto compreso.

Anche la gran setta dei parrucchieri cambogiani risorge nel periodo invernale (più popolare per oi matrimoni) e acconcia in modi strabilianti i capelli, naturalmente splendidi, di spose ed invitati. Una potenza a Phnom Penh, tant’è che brigano per organizzare il campionato mondiale della categoria che quest’anno si tiene a Manila e gestito dalla Asia Pacific Hairdressers and Cosmetologist Association (APHCA).  Nella foto la campionessa nazionale.

La moglie arriva a casa dello sposo in una macchina simile a un albero di natale, vestiti con abiti eleganti (lui), sgargianti lei. Monaci suonano i cimbali, fanno girare un po’ d’incenso, la sposa lava i piedi del marito, vengono tagliati i capelli come sacrificio per la buona riuscita del matrimonio. Monaci e oracoli decidano la data e ciò li rende ancor più simili ai matrimoni indiani, nepalesi, e di gran parte dell’ Asia. Matrimoni arrangiati, spesso, dai parenti ma non per questo riescono male. Si dice che circa il 30% delle spose parla/incontra il marito solo il giorno del matrimonio. Sui giornali si legge spesso di suicidi di giovani innamorati che vedevano la loro storia bloccata dalle famiglie. Non è una cosa nuova perchè i Khmer Rouge obbligavano le donne (si dice 250.000) a sposarsi in base a ragioni di partito, economiche, di ripopolamento. Come in tutta l’Asia accade che gli sposi siano giovanissimi, bambini. La dote, a volte, distrugge l’economia domestica della famiglia della sposa.

Sui matrimoni sono nati ogni tipo di business, tant’è che l’anno scorso il governo sospese i permessi alle donne cambogiane che volevano sposarsi con gli stranieri, preoccupato dal crescente numero di donne abbandonate e tornate in patria in miseria. La stessa International Organization for Migration (IOM) segnalava la gravità del problema. Si scoprì un vero e proprio business specie con la Corea del Sud, che fruttava qualche centinaio di dollari alla moglie ma migliaia alle agenzie. Solo nel 2007, 1800 donne finirono in Corea, molte furono rispedite indietro (senza un soldo) dai mariti scontenti.

Ovviamente ci sono leggi, convenzioni internazionali, organizzazioni a protezione dei diritti umani che dovrebbero vigilare, controllare, reprimere gli abusi. Diritti dell’uomo, uno dei cavalli di battaglia (prima dei cambiamenti climatici) dell’industria dell’assistenza un po’ sfioriti in questa parte del mondo.

Pochi giorni fa 20 profughi Uighuri sono stati rimandati in Cina, dopo che avevano chiesto asilo politico a seguito della repressione nello Xinjiang, dello scorso luglio.L’UNCHR (organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati) se n’è fregata altamente (o è esemplare nell’incapacità) e i venti poveretti finiranno in qualche gattabuia cinese (se va bene). Il governo cambogiano è stato ripagato con una serie d’accordi che faranno fluire ben USD 1,2 miliardi. Nell’ ottobre 2008 l’UNHCR aveva dichiarato la Cambogia “paese modello” per aver siglato la convenzione sui rifugiati del 1951. Ricordiamo che qui le Nazioni Unite spendono qualche miliardo all’anno e dovrebbero, dunque, aver qualceh potere.

Qui vicino, in Thailandia, dove aver sbattuto in mare 1000 Rohingya l’anno scorso, adesso stanno rispedendo in Laos 4.000 profughi Hmong (tante donne e bambini). Questa popolazone delle montagne del Laos (e Vietnam) è ancora in lotta per far valere i propri diritti. Questi sono i discendenti dei combattenti anti Pathet Lao (comunisti laotiani) che furono ingaggiati dalla CIA per combattere i guerriglieri vietnamiti, cambogiani e laotiani durante la guerra del Viet- Nam. Ben 300.000 lasciarono il Laos dopo il 1976, la metà di rifugiò in USA. Il Primo Ministro thailandese Abhsit (si racconta che voglia fare un colpo di stato) ha assicurato “these Hmong will have a better life”. Non preoccupiamoci, l’UNHCR vigila (negli hotels di Bangkok) tant’è che durante la deportazione (avvenuta senza giornalisti e con camions militari) ha “intervistato” alcuni profughi definendoli “people of concern” cioè a rischio di persecuzione. Il buon Abshit se ne è fregato.

Natale a Kathmandu

Stelle di Natale alte come alberi, un pò di freddo, collane di fiori (malla) per augurare buona fortuna a divinità e uomini. Cesti di mandarini (zundalà).

Bandiere rosse a Kathmandu

Oggi pomeriggio, New Baneshwor, vicino al palazzo della Constituent Assembly, piena di gente e bandiere rosse, come non se ne vedono in nessuna parte del mondo. Kathmandu e tutto il Nepal bloccato per il terzo e ultimo giorno di sciopero generale. Picchetti ovunque per impedire agli uffici d’aprire e ai mezzi di circolare. Chi tenta è malmenato. Sergio, barba e capelli lunghi, si è rimesso l’eskimo del ’68.

Qualche reduce di quei tempi rinasce nel Nepal anacronistico del 2009 (2066 anno locale) e gongola quando il lider maximo Pushpa Kamal Dahal (Prachanda) arringa studenti, contadini, membri della cosiddetta società civile, donne danzanti con gli abiti etnici, e promette di riprendere scioperi ed agitazioni a Natale. Pugni chiusi, falci e martello, tanta demagogia mentre il paese affonda e, come scritto, non solo per colpa dei maoisti.

Dahal è incazzato con gli indiani e riprende un esempio già usato, il governo nepalese è un fantoccio, un robots controlled by remote control, cioè New Delhi. Non ha tutti i torti ma il Nepal non può prescindere dai rapporti con il potente vicino. Le merci arrivano da Calcutta, gli investimenti da Bombay, il 90% delle esportazioni finisce in India, dove si acquista il petrolio (pagato a singhiozzo e ricevuto uguale) e tutto il resto (compreso il riso). Quindi ora dice che non parlerà più con i nepalesi ma, anche lui, andrà a Delhi to hold “decisive talks” with India and not the current “puppet government” to solve the prevailing political deadlock in the country. Lo stesso fanno da mesi i governativi.

“In the past, we wanted to hold talks with the institution of monarchy as it was the lord of the political parties during that time,” grida Prachanda, “India has now become the lord of the ruling political parties, and so we are also ready to hold talks with them.” I rapporti fra maoisti e monarchia durante il conflitto sono ancora tutti da esplorare e, molti, dicevano che fra i due apparenti nemici ci fosse una sorta d’accordo di spartizione per tenere fuori i cosidetti partiti democratici. Si racconta che l’esercito interveniva marginalmente e che era previsto un accordo diretto fra maoisti e sovrano per uscire dal conflitto, prima che nell’aprile 2006 i partiti (con il beneplacito dell’India e degli occidentali) facessero precipitare la situazione a Kathmandu. Infatti, nel resto del paese controllato dai maoisti, poco si mosse e gli stessi non parteciparono, nella prima fase, alla “rivoluzione dei rododendri”.

Ribadisce lo slogan del momento cioè ristabilire la “civilian supremacy” che tradotto significa liberarsi del Presidente della Repubblica (accusato di voler un governo d’emergenza militare), rimettere in circolo la sua Armata Popolare, entrare nel governo. E’ ritornato “feroce” (questo uno dei significati del suo nome) per l’opinione espressa, nei giorni scorsi, dal comandante delle Forze Armate indiano che ha ribadito la contrarietà all’entrata dei maoisti nell’esercito nepalese. Ha pure contestato l’acquisto di armi dall’India ma non quello dalla Cina. Ha ribadito un tema caro ai nepalesi quello antindiano, India is dictating political affairs in Nepal and we continue to fight for national sovereignty and integrity.

Intanto a Sanku, parte orientale della Valle di Kathmandu, gli abitanti stanchi dei blocchi hanno malmenata qualche quadro maoista. La Federation of Nepalese Chambers of Commerce and Industry (FNCCI), ha dichiarato che non verranno pagati I salari degli scioperanti (come richiesto dai maoisti) e ha pubblicato un elenco di imprenditori malmenati in ogni parte del paese per impedirgli di aprire fabbriche e negozi. Il Primo Ministro Madhav Kumar Nepal ha chiamato al telefono Prachanda, invitandolo a riprendere il dialogo. Lo stesso, si racconta, hanno fatto gli onnipotenti indiani dalla loro ambasciata di Lainchour. Il vecchio Palazzo Bianco e decrepito che fu l’ambasciata imperiale inglese vedrà ancora passare la storia del Nepal.

Nepal, maoisti alla carica

Tutto fermo in Nepal durante il secondo giorno (tre previsti) di sciopero generale organizzato dai maoisti. Era stato promesso per il 10 dicembre e poi rinviato per i colloqui (falliti) con i partiti di governo. Sciopero, in Nepal, significa che nessun veicolo può circolare (neanche le moto e a volte i risciò e i carretti);  anche le ambulanze, in realtà, spesso, usate come taxi collettivo, sono sottoposte a controlli. Gruppi di manifestanti armati con nodosi bastoni picchettano le strade e gli uffici, bruciano qualche copertone, litigano con quelli che vogliono forzare i blocchi con le scuse più disparate. Ogni tanto si lasciano andare, malgrado le richieste dei vertici, a qualche atto di vandalismo contro le auto, le moto e i negozi. Chiuso tutto, uffici, negozi, teashops, venditori ambulanti. Insomma il deserto.

Contemporaneamente (come accadde in Italia da parte della Lega Nord) sono state proclamate stati autonomi in tutto il Nepal con l’opposizione degli stessi residenti; solo  propaganda e pressione.

A Kathmandu le strade sono deserte, ieri qualche tafferuglio con la polizia, pietronate contro l’auto del ministro del turismo Shatrughan Mahato, in viaggio verso l’aeroporto per raccogliere il primo ministro Nepal di ritorno da Copenaghen; durante gli scontri con la polizia a Banashwor sono stati picchiati alcuni giornalisti e un parlamentare del Congresso. Nel pieno centro a Putilasadak (area universitaria), gli studenti del Shanker Dev Campus si sono scontrati con la polizia, una trentina i feriti.

A Dharan (est Nepal) , invece, i militanti maoisti si sono messi a ripulire le strade della città, sorprendendo i poliziotti già pronti alla zuffa. A Parasi (Terai centrale) i commercianti hanno picchettato gli uffici dei maoisti per protestare contro l’ impossibilità di lavorare.

Un bilancio non brillante con una cinquantina di feriti e un centinaio d’arresti nella  prima giornata di sciopero, oggi sembra tutto più tranquillo. C’è un senso di disperazione in questa mossa dei maoisti che trova di fronte dei muri di gomma da parte degli altri partiti e una progressiva ostilità delle popolazione che vorrebbe sopravvivere. Irresponsabilità è il commento più diffuso diretto contro  tutta la classe politica. Il governo è per definizione responsabile dello stato del paese, dell’eslusione del partito di maggioranza relativa (i maoisti) ma quest’ultimi s’abbandono ad atti di violenza, intimidazione che stanno giustificando la sua esclusione. Continuano, in sordina incontri e colloqui per uscire dalla crisi. Si parla, addirittura, di un governo d’mergenza comandato dal Presidente della Repubblica, il falco Yadav, e appoggiato dall’esercito. Sarebbe la tragedia. Poi si discute del suo relegamento a un ruolo decorativo e a ulteriori concessioni ai maoisti nel disegno della nuova costituzione. Sembra di essere al mercato di Asan Tole dove si contratta e litiga per qualche rupia. 

 Lo stato del paese imporrebbe un governo di unità nazionale, ma più che una formula servirebbe assunzione di responsabilità da parte dei partiti e la rinuncia a fette di potere. Per adesso non si vede ancora la luce.

In questa situazione d’emergenza istituzionale, sociale ed economica sconcerta vedere che l’unica cosa che si muove è l’acquisto di armi (non-lethal, cioè veicoli, comunicazione, equipaggiamento, etc) sia dalla Cina (vendute oltre Euro 2,5 milioni) e dall’India (pagate cash al 40%) . Ma dove li trovano i soldi e a chi vanno le mazzette.

Qui, come nell’intera Asia, l’armamento è una fonte di potere e di business. L’India ha quasi 4 milioni di soldati (più 1 milioni di paramilatri) e spende USD 33 miliardi all’anno per la difesa. I paesi intorno non scherzano come spese militari: Pakistan $4.8 miliardi, Bangladesh $830 milioni, Nepal $100 milioni e Burma $30 milioni (sorprende un po’ le basse spese di questo stato definito canaglia). Media del 30% della popolazione che vive con meno di USD 2 al giorno, che dire.

Quando il Natale è difficile, ONLUS italiane in Nepal

Qualcuno mi ha scritto per chiedermi se la lettera di Fernanda Contri (autorevole esponente della vecchia partitocrazia) mi abbia fatto desistere dallo scrivere su ONLUS, ONG e enti vari dell’industria dell’assistenza.

Mi chiedono se le parole intimidatorie dell’avvocato (di sinistra, liberale, difensore dei diritti) hanno provocato un autocensura, preventiva alla minacciata censura promessa nello scritto. Bè, direi di no. Scrivo quanto accade qualcosa o qualcuno mi induce a farlo con informazioni e\o commenti. Poi, nello specifico, riguardo alla gestione triennale di CCS Italia Onlus (con la presidenza Contri e amici), ho già prodotto documenti e testimonianze a sufficienza su ciò che giudico (come tanti beneficiari e sostenitori) pessima sia per la qualità che quantità di spese a favore dei bambini di Nepal, Cambogia e Mozambico.

E, infatti, ecco che sento una ragazza nepalese di nome Dikchhpa, presidente di una piccola ONG di Kathmandu che raccoglie bambini abbandonati nella capitale ma anche in posti lontani come il Dolpo, Rukum, li porta nella sua piccola Home ,  cerca di farli studiare e di dare qualche opportunità. Dikchhpa è una ragazzona d’alta casta che proviene da una cittadina delle colline, si muove freneticamente per andare da una parte all’altra del Nepal, dove la chiamano per raccogliere bambini orfani, abbandonati, al limite della sopravvivenza. Lei li ospita in un piccolo appartamento e cerca di assicurargli un po’ di affetto e di speranza. Non è organizzata, è fuori dai circuiti delle ONG popolari e d’immagine, non fa grandi cose, non è brava a pubblicizzarsi come altre nepalesi impegnate nella cooperazione, non ha rapporti con occidentali, non parla bene l’inglese, fa quello che può. Ha iniziato con qualche soldo della sua famiglia, con molta fatica, poi i parenti l’hanno considerata una figlia perduta (non si sposa, è impallata con i bambini, non cerca d’entrare nelle Nazioni Unite o in qualche grossa ONG) e la famiglia l’ha abbandonata.

L’avevamo fatta entrare in un circuito di ONG locali che gli assicurava qualche aiuto per mantenere i 19 bambini della sua Home, avevamo ricevuto promesse d’appoggio da parte delle donne in carriera di altre organizzazioni, ma tutto è finito nel nulla (chi è introdotto pensa solo a sé stesso anche in Nepal e in questo settore). CCS Italia ONLUS, mi scrive, ha cessato di finanziare la sua associazione, non ha proseguito nel lavoro di networking per rafforzarla, insomma, come la sua famiglia, l’ha abbandonata. Non c’è immagine da vendere.

When you worked in NGO in Kathmandu , Nepal at that time you help my organization . I found you are so kind, helpful… Still there is not any support from INGO but i am doing work. CCS also stopped support. yes they all are eating money and using for staff facility. they changed all staff. CCS Italy stop the donation with out any reason.  Now change new committee. all are political man. they not good. so i am facing big problem, . now 17 kids are going school . but no school bag, no shoes , no stationary , no admission , no tifin.

Giro queste mail alla cara Contri, che magari potrebbe usare il suo tempo, invece di scrivermi, per verificare queste situazioni, come le molte altre segnalate direttamente alla sua organizzazione da beneficiari e sostenitori. Le mail di Dikchhpa sono disponibili come “prove dell’opera di denigrazione”.  

Buon Natale ai bambini di Dikchhpa.

Grandi sistemi: fermi

Si fa un gran parlare di ridurre la povertà nel mondo, le disparità fra paesi poveri e ricchi attraverso un commercio internazionale più equo e solidale. L’organismo che dovrebbe lavorare a questo scopo è il WTO (World Trade Organization) che, dopo l’inizio a Doha nel 2001, si era prefissata l’obiettivo entro il 2010 di ridurre barriere doganali, sussidi all’’agricoltura, dazi e balzelli per facilitare il commercio specie dai mercati più marginali.

Un attività importante, specie in questa fase, in cui il commercio internazionale è calato sensibilmente (10% a livello mondiale); nei paesi più poveri si calcola il  40% (dati WTO). I più colpiti i settori ad alta intensità di lavoro (manodopera a basso costo) quali il tessile e il manifatturiero di base. Le conseguenze sono state brutte per i meno garantiti (cioè la maggioranza della popolazione) come abbiamo scritto in altri posts. Le aperture ai commerci e la diminuzione di barriere fisiche e tariffarie richieste dallo stesso WTO a paesi quali la Cambogia e il Nepal negli ultimi anni, li ha resi più vulnerabili alle peripezie dei vampironi di Wall Street (e delle altre borse e banche occidentali). In questi paesi i vantaggi delle liberalizzazioni vanno nelle tasche di pochi e ricchi, gli svantaggi in quelle di tanti e poveri. Niente di nuovo.

Come detto il WTO dovrebbe avere un compito decisivo e concreto quello di smuovere merci, persone e servizi, di creare un nuovo sistema del commercio internazionale diretto a favorire, per lo sviluppo, i paesi più arretrati. Dovrebbe essere seguito, pressato da tutti i combattenti a favore dei poveri (ONG, UN, etc.), invece, il vertice di Ginevra ha raccolto l’attenzione  solo di quale giramondo della contestazione, pochi giornalisti. Tutto il mondo della cooperazione, dell’industria dell’assistenza e dei difensori dei poveri aveva gli occhi e le tasche aperte sul nuovo business del climate change e sui milioni di dollari che pioveranno da Copenaghen.

Anche gli svizzeri se ne sono impippati del vertice. A Ginevra sono abituati al via vai dei burocrati delle Nazioni Unite (hanno un sacco d’uffici lì) e poi, da qualche tempo, gli svizzeri sono un po’ assediati da chi vuole svuotare le loro banche per riportare a casa i soldi dei propri cittadini, da scudi fiscali europei, da compravendite dei nomi di correntisti\evasori dai paesi vicini. All’inizio di dicembre (quando è iniziato il vertice WTO) stavano preparando il referendum sui minareti che s’è rivelato un ulteriore disastro per l’immagine del paesino del cioccolato e delle banche. Con imbarazzo, il governo ha cercato di sminuire l’effetto, di giustificare il voto per non far incazzare gli esportatori di petroldollari. La stessa opinione pubblica più sensata (che non è andata a votare) è rimasta esterefatta. Gli italiani (i ticinesi) hanno dato l’esempio votando per 2\3 a favore del blocco dei minareti.

Quindi la riunione ministeriale ha seguito l’esempio di tutti e si è  conclusa, come spesso accade, nothing substantive was done to resolve the differences to free global commerce. If we don’t make progress soon, we will miss our 2010 target and that would be a great loss for the global economy and the world’s poorest come hanno dichiarato, fra gli altri, gli indiani. Tutti hanno puntato il dito sul caro Obama che ha altre priorita (Afghanistan, sanità USA, etc.).    I bei discorsi fatti su un nuovo ordine economico mondiale sono rimasti fermi. Tanto gli indiani dei villaggi, che non riescono a pagare gli usurai e si buttano nei fiumi, non sono suoi elettori.

Risultato ufficiale dell’incontro “ ci vediamo fra tre mesi” per un nuovo Round (qui li chiamano così) per ridiscutere se e quando togliere, per esempio, i sussidi all’agricoltura in USA e UE che sono una delle cause principali del distorsioni nel mercato alimentare, per le quali a rimetterci sono, ovviamente, i più deboli.

Anche a Copenaghen, poco si sta muovendo Cina e USA litigano, i rappresentanti (numerosissimi) dei paesi marginali (guidati dagli africani) hanno abbandonato i lavori, They refused to continue negotiations unless talks on a second commitment period to the Kyoto Protocol were given priority over broader discussions on a “long-term vision” for cooperative action on climate change. Possiamo prevedere che, l’unico risultato concreto, sarà lo stanziamento di qualche miliardo di Euro per sanare la coscienze dei paesi inquinatori, saziare un po’ di governanti di quelli in via di sviluppo, creare qualche nuova agenzia delle NU e far contente un po’ di NGO che hanno fiutato la preda. Come scritto in altro post le cose piccole e concrete (pozzi, acqua potabile, controllo del traffico e dei combustibili, argini nei fiumi, risboscamenti comunitari, sostituzione del legno per cucinare e riscaldare, etc) non fanno spettacolo.

E’ partito anche il primo ministro nepalese Nepal a capo di una delegazione di 90 persone (costo USD 150.000), l’India ha 34 delegati e la Cina 38. Il PM Nepal ha risposto contrariato a un giornalista che chiedeva spiegazioni sul gruppone, we paid for so many delegates since we wanted Nepal to make a good impression. Ah, va bè.

Adozioni in Nepal, riparte la compravendita?

Frank non se la passa male, lavora in un ambasciata fino alle 13, segue il noioso processo dei visti ai nepalesi ma il lavoro sporco (proteste, preghiere, assilli, timbri e moduli) lo svolge il personale locale. Di bello c’è che, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, lui è contento di stare in Nepal e dedica il suo enorme tempo libero a girare per il paese e ad informarsi su di esso.

Non si lamenta di cibo e sporcizia, non conta i giorni della fine del servizio nella “sede disagiata” (ma ben pagata), non scappa in Europa nei due mesi di vacanza, non ciondola nei parties negli hotels o nelle case blindate dei suoi colleghi. Il personale espatriato delle ambasciate (e delle Nazioni Unite) sono un mondo a parte, come nella maggior parte dei paesi poveri, sfrecciano in jeeponi con autisti, vivono in ghetti di lusso, hanno rapporti solo con i locali privilegiati al loro servizio. La città la vivono in pochi posti: hotels e ristoranti esclusivi, campi da golf. Il lavoro è un hobby, noia e alcol dilagano. Gli americani  hanno propri club esclusivi, centri sportivi e un enorme costruzione simile a un forte costata oltre USD 90 milioni, tutti si domandano cosa se ne fanno. Ogni tanto gli ambasciatori, vanno dai frastornati politici nepalesi, a spiegargli come ridurre la povertà, l’impunità, creare un sistema democratico. Durante il conflitto spiegavano a gente assediata, come risolverlo, suscitando fastidio nei nepalesi più sensati. Fortunatamente gli italiani hanno chiuso l’inutile e costosa ambasciata e, come altri paesi, lasciato solo un console onorario, uno dei 27 che hanno fatto anche un associazione.

Questa premessa per dire che, Frank suggerisce, è stato sorprendente l’intervento coordinato fatto da 12  ambasciate occidentali sui problemi (già segnalati in altri posts) dell’adozione internazionale. Cioè gli espatriati hanno lavorato. Le ragioni, spiega, sono dovuti alle pressioni (che gli hanno imposto di lavorare) da parte dei genitori adottivi (specie anglosassoni) in attesa e dalle Organizzazioni (sempre occidentali) che devono incassare dalla transazione.

Il comunicato mette, di fatto, in dubbio tutta la nuova legge e la sua applicazione, ri-suscitando preoccupanti interrogativi sull’adozione internazionale in Nepal. Confermando  che la trasparenza dei procedimenti d’adozione (malgrado la nuova legge) è ben lontana da essere raggiunta.

Ancor più  grave è la conferma che gli orfanotrofi nepalesi autorizzati a dare i bambini in adozione internazionale, hanno raggiunto il tutto esaurito. Nessuno sa se sono veramente orfani o comprati da famiglie in difficoltà dagli intermediari come è accaduto nel passato. Dice il comunicato: “The number of adoptable children dropped when adoption was suspended in 2007. But we have noticed a sudden rise in the number of such children in child homes and orphanages after the inter-country adoption was resumed in January 2009 .

Leggendo la nota verbale al governo nepalese si legge: inter-country adoptions from Nepal were not meeting international standards and practices determined by the Hague Convention” Cioè svolta nel massimo interesse per il il bambino. Cioè la legge non funziona. In effetti i meccanismi e gli organi che dovrebbero evitare la compravendita di bambini del passato sono solo sulla carta ( e le condizioni generali del Nepal non facilitano l’applicazione). 

Il Ministero Ministry of Social Affairs è allo sbando, il lavoro è affidato a dubbi e diversi comitati che dovrebbero controllare i processi pre e ante. La Child NGO Federation, parte dei processi di selezione e controllo, è una lobby votata al business e portata a favorire le adozioni incontrollate per finanziare le Home e gli orfanotrofi da cui dovrebbero partire i bambini. Come s’intende, fra le righe del comunicato,  International standards require that there should be no representation of a federation of child NGO that also represents children´s homes and orphanages. Da più parti sono stati segnalati forti  dubbi sulla veridicità dei documenti dei bambini proposti per l’adozione.

Insomma, è il previsto gran casino in cui a rimetterci sono i bambini nepalesi (realmente da adottare o no) e i genitori adottivi che investono in speranze e denaro. Dietro le quinte c’è chi manovra e guadagna, spacciandosi per benefattore. La nota è stata sottoposta dall’ambasciata tedesca a nome di 12 paesi fra cui l’Italia.

Nepal e la crisi: squatters, droga e migranti

Prima partiamo con gli aggiornamenti della situazione che ha rischiato di precipitare in Nepal. Fortunatamente i maoisti hanno sospeso lo sciopero generale proclamato dal 10 dicembre. All’ultimo minuto sembra abbia prevalso un po’ di ragione e il primo ministro Nepal e il leader maoista Prachanda hanno ripreso il dialogo, dopo le tensioni e i blocchi seguiti agli scontri di Kailali. Io resto ottimista e credo (spero) in un coinvolgimento dei maoisti nel governo e nelle decisioni strategiche (forma dello stato, sistema elettorale, et.) che dovrebbe, prima o poi, prendere l’Assemblea Costituente (bloccata). Già, per questa, si parla di un prolungamento dei termini. Nei prossimi giorni Nepal volerà in India per avere l’assenso dal Grande Fratello a una soluzione negoziata. Scuole chiuse e studenti che protestano in giro per il Nepal, vorrebbero studiare ma fra feste e scioperi vola via quasi 2/3 dell’anno scolastico.  Oggi brutta storia, un’altra giornalista è stata ferocemente picchiata a Rukum ed è in fin di vita. Si tratta di Tirtha Bista che scrive per un giornale vicino al partito di governo UML ch esprime anche il Primo Ministro (Unione Marxista Leninisti- ex comunisti moderati). Durante le elezioni fu ucciso il marito Yadu Gautam candidato per lo stesso partito. La causa del picchiaggio e dell’abbandono della donna creduta morta in una foresta, le critiche scritte contro alcuni esponenti maoisti locali. Ne riparleremo.
In Nepal siamo in perenne bilico fra default e ripresa, situazione che coinvolge speranze e vita di milioni di persone. Anche qui, come in Cambogia, le conseguenze della crisi hanno ridotto i posti di lavoro, chiuso molte fabbriche (e le poche multinazionali). In Nepal, più che altrove, la totale assenza dello stato sta pesando sui più poveri e sulla situazione sociale e di sicurezza del paese. Come scritto nell’altro post su questo piccolo viaggio fra i neo-globalizzati pesa la differenza con quanto sta accadendo fra i protagonisti della crisi stessa: banche, borsa, società finanziarie che non se la passano tanto male. Se uno digita “banche speculano” sul WEB si ritrova una bella mattonata di articoli che riportano dichiarazioni ufficiali (banche centrali e governi) su manager (sempre all’ingrasso), derivati tossici (diffusi negli enti locali italiani per fare cassa e beccare provvigioni), Bad Banks con i soldi della collettività per salvare le banche dei privati. Insomma il sistema resiste e si mantiene ben in piedi, ai suoi margini, più fuori che dentro, la gente si barcamena come può.  

Pensiamo per esempio a 4 milioni di persone senza terra in Nepal (i mitici Sukhumbasi sempre citati in progetti e reports delle NU e ONG da oltre trent’anni), confratelli nella sfiga dei contadini cambogiani che si vedono sfilare via la terra da sotto il naso (land grabbing) da multinazionali in cocca coi governi. Pensiamo che il loro numero aumenta per calamità naturali, sociali (come la guerra civile in Nepal) o crisi economiche. Cosa fareste, non spacchereste tutto visto che nessuno vi sta a sentire. Qualcuno sta cercando di farlo.
Aggiorniamo sul villaggio di Kraya nella Cambogia centrale (famoso per il riso) è diventato uno dei simboli della lotta contadina contro il furto di terra da parte di multinazionali (in questo caso vietnamita, che rende la tensione più alta visto i non buoni rapporti storici con i Khmer).
E’ una storia che va avanti dal 1994, quando a un gruppo di reduci furono date queste risaie (in cambio della pensione) e che si conclude, dopo proteste, botte, arresti, petizioni e altro, con l’intervento in forze della polizia che, a suon di bastonate, stanno cercando di convincere le oltre 50 famiglie a cedere la proprietà in cambio di qualche spicciolo. Però, ed è bello, che i giornali cambogiani hanno scritto di questa gente, hanno creato un caso che, forse, servirà a rendere più consapevoli e forti le migliaia di poveracci che nelle città e nelle campagne si vedono portare via il loro lavoro di anni.
I loro colleghi di Kailali (profondo Nepal occidentale) hanno cercato di fare lo stesso occupando parte di una foresta statale. Scontri con sei morti, sciopero a Kathmandu e blocco della città con 60 arresti, tensione altissima fra maoisti e governo. Accuse ai maoisti e alla loro associazione All Nepal Squatters di aver strumentalizzato ed esacerbato le proteste, che, fra l’altro si stanno estendendo non solo ai poveri e dimenticati distretti vicini (Kanchanpur e Doti) ma anche al resto del Terai più centrale (Rupandehi, Nawalparasi e Kapilvastu). Kailali (e i distretti vicini) sono noti solo per le frane, inondazioni e diarrea che li colpisce. Saranno i maoisti o la disperazione di gente in cerca di qualche sicurezza, visto che senza terra si lavora a giornata per euro 2 o 3 al giorno (semina e raccolti). Le alternative del passato erano le fabbriche del Terai (in gran parte chiuse) o quelle indiane anch’esse ferme.
I più intraprendenti (e con almeno un migliaio di euro per pagarsi visti, intermediari e viaggio) se ne andavano negli emirati, dove la speculazione e riuscita a beccarli anche lì. Ma anche lì, specie nel  Dubai,  gira male per le decine di migliaia di nepalesi, parte degli oltre 3.000.000 di migranti in giro per il mondo. Li’ guadagnavano euro 200-300 al mese (più vitto e alloggio, per così dire), quasi tutti impegnati nella costruzione dei grattacieli rotanti, piste da sci, immensi supermarket, hotels subacquei. .Oggi, molti, sono obbligati a lasciare le palazzine\pollaio nel deserto e tornarsene a casa o imbarcarsi in qualche altra avventura sfruttata.
C’è chi si organizza in altro modo strutturando una delle più fiorenti industrie locali (almeno nel passato) quella della droga. In Nepal, fino alla fine degli anni ’70, la droga era di fatto libera e trafficata in lungo e in largo, poi aiuti internazionali, turismo e criminalità hanno indotto il governo ad intervenire, con decisione contro l’uso e lo spaccio di eroina. Nei primi anni ’80 sono stati espulsi, con retate notturne, gran parte dei variopinti freakkettoni che vivevano e morivano con questi traffici, ripulita Kathmandu, accontendando i paesi occidentali (che vedevano scomparire tanti giovani), tour operators e qualche cittadino stufo di essere rapinato. Sul terreno qualche migliaio di eroinomani nepalesi, che importarono il vizio del buco dagli occientali.
L’hashish ha resistito ancora un po’. Cresce naturalmente in quasi tutto il Nepal tant’è che un tempo le piante più grosse erano utilizzate per segnalare i buchi nelle strade, anche nel centro di Kathmandu. Nel Dolpo è curato e raccolto e viene prodotto una delle migliori qualità mondiali, a Kathmandu si riempivano sculture, sederi, stupa di legno per esportare il mitico polline. I sadhu continuano a fumarselo normalmente, anche se sono stati chiusi i localini che lo vendevano all’ingrosso e al dettaglio e , durante lo Shiva Ratri, sono imitati da migliaia di gaudenti.
Tutto era un po’ improvvisato ma ecco che, oggi, salta fuori un organizzazione nepalese ben strutturata, internazionale, ramificata che non sta subendo la crisi ma solo qualche arresto o uccisione. Anche qui la manodopera arriva dai villaggi e ai migranti più disperati. Non per niente i cognomi più ricorrenti sono Ghale, Tamang, Gurung, quelli dei contadini delle colline nepalesi. Due di loro sono stati condannati a morte da un tribunale malese, e si sospetta che them might be linked to drug syndicates operating with the involvement of or led and fostered by Nepali nationals in foreign lands secondo la United States Drug Enforcement Agency (USDEA).
Si racconta di una mafia, la Crescent Moon, in cui i nepalesi sono utilizzati per spostare eroina dal triangolo d’oro verso i mercati consumatori. Uno dei manovali di punta era  Man Singh Ghale di Nuwakot, ucciso dalla polizia nel 2005 ma ben presto rimpiazzato da altri compaesani. A Karachi opera la madrina Gopi Tamang, (proveniente dal distretto di Dhading) che è riuscita ad allargare il giro al contrabbando di rupie indiane false (forse procurategli dai servizi segreti Pakistani di cui si racconta riuscirono a rubare carta e stampi orginali dalle stamperie ucraine). La 50 enne donnina è riuscita ad estendersi fino alla Tanzania e alla Nigeria. Nel suo giro i numerosi africani che giocavano (prima dell’arresto o espulsione) tutte le mattine a pallone nello spiazzo di Lainchour. Giri simili a Bankhok, Gruppi organizzati sono operativi a Bangkok So far as we know Nepali drug traffickers have spread out as much as the Chinese, Japanese, Afghan and Burmese traffickers,” raccontano i rapporti dell’USDEA. Non per niente l’India è un po’ preoccupata delle migliaia di chilometri di confine, praticamente senza controllo.
E non soprende che la crisi faccia aumentare, come sta accadendo a Kathmandu e a Phnom Penh, gente disperata disposta a tutto per sopravvivere. Specie se i governi sono indifferenti (Cambogia) o inadempienti (Nepal) e se  qualcuno di questi disperati, poi,  fosse in grado di leggere gli articoli di giornale. Come quando si leggono le esortazioni dei principali responsabili dello sfascio come il sempre eterno ex pluri primo ministro e presidente del Congresso nepalese Girija Prasad Koirala che, con le tasche strapiene, per la millesima volta dichiara We need to intensify efforts in the mountains to eradicate poverty and promote basic and primary health, education and economic development programmes”. Ricorda qualche nostra conoscenza. E, poi, subito dopo: Copenhagen carnival is in full swing… that more than 600 Nepali are headed to Copenhagen this week including members of the donor agencies, non-governmental organisations, media and the government. Hopefully, they can all take care of Koirala’s concerns.      

Tutti sull’Everest e di corsa

 Infine partono, un gruppone di 109 ministri e funzionari saliranno (in elicottero) sui 5500 metri di Kala Pattar, lo splendido balcone (pianoro) sul gruppo dell’Everest. Il posto fa piangere per la sua bellezza, circondato da Pumori, Lothse, Nuptse che nascondono il triangolo del Sagarmatha. Una corona di montagne. Sotto, i rifugi di Gorakshep, appoggiati, fra banchi di sabbia, sul pietroso ghiacciaio del Ronbuk. In fondo il Campo Base.

Questo è l’ambiente, freddo e con poco ossigeno (si calcola 1\3 in meno rispetto a Kathmandu), speriamo che nessun dei grandi vecchi ci lasci la pelle. Il percorso prevede Lukla (aeroporto), Tyangboche (monastero e acclimatamento) e infine tutti sul pianoro per poco più di 10 minuti. Lo stesso percorso che i trekkers fanno a piedi in più o meno 5 giorni. Sarà un bel via vai di elicotteri (ogni volo non potrà portare più di 6 persone) che non aiuteranno l’ecosistema che si vuole difendere. L’idea è venuta quando, nello scorso ottobre, una parte (i più sportivi) del governo maldiviano fece un consiglio dei ministri sott’acqua per sensibilizzare sul progressivo annacquamento delle isole. Così il presidente Mohamed Nasheed è stato nominato da Time, “Eroe dell’Ambiente 2009”. Meglio che niente, due guide sherpa, hanno vinto il Climate-for-Life ambassadors del WWF (Apa Sherpa e Dawa Steven Sherpa).

Tornando al viaggio sull’Everest lo organizza un amico, Suman Pandey, ben introdotto tour operator nepalese (qualche italiano magari l’ha conosciuto per le sue frequentazione al BIT di Milano) ed ex-presidente della potente Trekking Agencies Association. Lui dispone di qualche elicottero e di ottime conoscenze per cui sarà uno dei beneficiari degli oltre euro 100.000 spesi nell’operazione. L’obiettivo primario è sensibilizzare i donatori perché investano nel nuovo business del climate change, come ha già fatto la cooperazione inglese (DFID) con un versamento di 50 milioni di sterline. Obiettivi secondari, come descritto, fra le righe dal Tourism Board, fare un po’ di pubblicità all’industria turistica in lenta ripresa. Infine, tanto che ci siamo, ricordare il Nepal nel prossimo vertice mondiale sul clima di Copenaghen. Quello che penso io (e tanti nepalesi) è che l’operazione sia la solita buffonata dei politici.

Tanto il paese si sta sfaldando se il governo non scenderà a patti con i maoisti che hanno proclamato dal 10 dicembre sciopero nazionale e proclamazione di regioni autonome. Quindi sarà difficile intervenire su qualsiasi, dei molti e vitali, problemi sul tappeto. Se ciò accadrà il paese si ri-bloccherà e con esso sviluppo, interventi ecologici e tutto il resto. Nella pratica, malgrado discorsi e piani, Kathmandu è di nuovo in shortage d’acqua, benzina e gas per i l riscaldamento (almeno proteggiamo così il clima), e la spazzatura diventa incontrollabile. Anche il sacro fiume Bagmati non riesce più a contenerla e , come sempre, con poca acqua diventa una grande fogna a cielo aperto. Le macchine e i bus riempono la Valle di smog. Neanche si riesce a chiudere il centro storico. Tutti argomenti da decenni al centro del dibattito fra ONG, UN e politici senza risolvere un fico secco. Se invece di parlare del clima globale s’iniziasse a fare interventi concreti su queste questioni magari, qualcosa, inizierebbe a migliorare.

Certo i ghiacciai diminuiscono, il monsone è sempre più erratico e sega i raccolti agricoli, i fiumi straripano durante i monsoni;  ma, anche qui, nelle campagne non si fanno piccoli interventi (dighe, sistemi d’irrigazione, argini, pozzi) che potrebbero beneficiare l’ecosistema e chi ci vive e ci campa. Anche perché le conseguenze dei mutamenti climatici colpiscono, duramente, persone già al limite della sopravvivenza. E’ il caso delle vittime dello straripamento del Saptakoshi (come tutte le altre) che da decenni attendono qualche aiuto dopo che il fiume ha portato via terra e case e ora hanno bloccato i lavori di ripristino degli argini. Speculazione, povertà, corruzione spiegano perché nelle foreste del Terai sono aumentati i tagli illegali di legno pregiato (e no) e il contrabbando verso l’India degli alberi di sakhu (utilizzato per le costruzioni). Tutto in cocca con le autorità locali (magari finanziate da qualche donatore per piantarli); nei villaggi (anche dove le comunità funzionano per controllarne l’utilizzo) è sempre la legna il principale combustibile. I rinoceronti sono accoppati e venduti ai cinesi, in montagna si costruiscono strade, spesso inutili e dannose per il business del turismo, nessuno controlla, gestisce l’impatto dei trekkers ed alpinisti  (inquinamento, combustibile, cibo, plastica ) sull’ecosistema. Anche su questi temi si parla e scrive, da decenni, ma nulla si fa.

Quindi tutti a Copenaghen (summit sul clima dal 7 al 18 dicembre) a parlare e a leggere rapporti e statistiche ( già sentite a Bangkok). Rimane il fatto che i paesi ricchi (che non possono rinunciare ai consumi) e i paesi poveri (che vogliono diventare ricchi e dunque produrre) non riusciranno a trovare piattaforme comuni. Se non The “cap-and-trade” schemes, which allow countries to trade allowances and permits for emitting carbon dioxide, are “fundamentally wrong” and compare to “indulgences, come scrivono molti scienziati che ritengono le uniche proposte valutate nei lavori preparatori inutili perché inefficaci. Proprio sull’Himalaya comparve, nei mesi scorsi, un enorme nuvola di smog made in Cina, paese che ha superato gli USA nella produzione, anche, biossido di carbonio (il 24% della produzione mondiale, USA 22%). Anche l’India contribuisce, per adesso, con solo l’8%. Un’ipotesi avanzata da alcuni scienziati è che con questo ritmo (destinato ad aumentare) nel 2050 vivremo tutti più al caldo (+2 gradi).

I ricchi, dappertutto, aumenteranno la potenza dei condizionatori, i poveri avranno a che fare con raccolti più bassi, qualche inondazione, un po’ di siccità. Anche i paesi neo-globalizzati e dirigenti futuri del pianeta hanno imparato che, nella politica, bisogna fare grandi proclami per poi non fare nulla. E, infatti, l’India dichiara che sta preparando una normativa per elevare fuel efficiency standards, an increase in solar and wind energy. L’idea è di raggiungere il 5% dei bisogni energetici (che salgono annualmente del 10). Questo è l’impegno ma non accetterà nessun taglio imposto a livello internazionale. Uguale la Cina, che ha promesso un bel 15% (entro il 2020) di produzione d’energia rinnovabile, più o meno pari alla crescita dei bisogni energetici annui. Cioè tutto come prima, ma basta vedere i fumi dei carburanti delle macchine e dei bus indiani, nepalesi e cinesi per capire che anche nel piccolo (controllo benzina adulterata, obbligo di marmitte antinquinanti, gestione del traffico, mezzi pubblici), le dichiarazione udite nel pre-Copenaghen resteranno lì.

Qualche speranza c’è la dà il mercato. Case automobilistiche, elettriche, etc. devono rinnovare produzioni e smuovere il mercato. Il risparmio energetico (spinto dai governi per le stesse ragioni) può essere un nuovo strumento di marketing. Se la pubblicità e i condizionamenti muoveranno il consumatore in questa direzione sarà un buon business per i produttori (si rinnoverà il parco macchine) ma anche per il pianeta.

Altra ipotesi sarebbe, come dicono in molti, iniziare a smettere di correre e rallentare, ma nessuno ne ha voglia e neanche ce lo lasciano fare. Rallentare per se stessi e il pianeta è esattamente l’opposto di quanto stanno facendo i politici nepalesi, che invece di una bella e salutare camminata volano lassù in elicottero. Si perdono, fra l’altro, una grande e faticosa gioia.