Cambogia: diritti umani sfioriti
dicembre 30, 2009 1 commento
Una strada è bloccata a Phnom Penh, c’è un matrimonio. Centinaia d’invitati mangiano zuppe varie, pesce, riso, carne, s’inciuccano, ridono a volte litigano e finisce a botte. Comunque, alla fine, tutti ballano muovendosi in circolo e agitando le mani. Il tutto dura tre giorni e tre notti. In Cambogia il matrimonio è una grande festa, forse la più importante e costosa di tutta la vita.
Ed un grande affare per ristoratori, sarti, parrucchieri. Tantè che lo stato (Ministro del Lavoro) si è messo nel business ed aprirà una specie di centro per i matrimoni in grado d’ospitare 2500 persone, con immense tavolate su due piani. Uno esiste già più piccolo ma questo sarà uno spettacolo, promettono e, infatti, costa USD 1 milione. il posto (Phnom Penh’s Meanchey district) e il nome (Modern 2 Centre, dalla strada National Road 2) non sono un granchè ma il costo per invitato, in questi momenti di crisi è di soli USD 17 tutto compreso.
Anche la gran setta dei parrucchieri cambogiani risorge nel periodo invernale (più popolare per oi matrimoni) e acconcia in modi strabilianti i capelli, naturalmente splendidi, di spose ed invitati. Una potenza a Phnom Penh, tant’è che brigano per organizzare il campionato mondiale della categoria che quest’anno si tiene a Manila e gestito dalla Asia Pacific Hairdressers and Cosmetologist Association (APHCA). Nella foto la campionessa nazionale.
La moglie arriva a casa dello sposo in una macchina simile a un albero di natale, vestiti con abiti eleganti (lui), sgargianti lei. Monaci suonano i cimbali, fanno girare un po’ d’incenso, la sposa lava i piedi del marito, vengono tagliati i capelli come sacrificio per la buona riuscita del matrimonio. Monaci e oracoli decidano la data e ciò li rende ancor più simili ai matrimoni indiani, nepalesi, e di gran parte dell’ Asia. Matrimoni arrangiati, spesso, dai parenti ma non per questo riescono male. Si dice che circa il 30% delle spose parla/incontra il marito solo il giorno del matrimonio. Sui giornali si legge spesso di suicidi di giovani innamorati che vedevano la loro storia bloccata dalle famiglie. Non è una cosa nuova perchè i Khmer Rouge obbligavano le donne (si dice 250.000) a sposarsi in base a ragioni di partito, economiche, di ripopolamento. Come in tutta l’Asia accade che gli sposi siano giovanissimi, bambini. La dote, a volte, distrugge l’economia domestica della famiglia della sposa.
Sui matrimoni sono nati ogni tipo di business, tant’è che l’anno scorso il governo sospese i permessi alle donne cambogiane che volevano sposarsi con gli stranieri, preoccupato dal crescente numero di donne abbandonate e tornate in patria in miseria. La stessa International Organization for Migration (IOM) segnalava la gravità del problema. Si scoprì un vero e proprio business specie con la Corea del Sud, che fruttava qualche centinaio di dollari alla moglie ma migliaia alle agenzie. Solo nel 2007, 1800 donne finirono in Corea, molte furono rispedite indietro (senza un soldo) dai mariti scontenti.
Ovviamente ci sono leggi, convenzioni internazionali, organizzazioni a protezione dei diritti umani che dovrebbero vigilare, controllare, reprimere gli abusi. Diritti dell’uomo, uno dei cavalli di battaglia (prima dei cambiamenti climatici) dell’industria dell’assistenza un po’ sfioriti in questa parte del mondo.
Pochi giorni fa 20 profughi Uighuri sono stati rimandati in Cina, dopo che avevano chiesto asilo politico a seguito della repressione nello Xinjiang, dello scorso luglio.L’UNCHR (organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati) se n’è fregata altamente (o è esemplare nell’incapacità) e i venti poveretti finiranno in qualche gattabuia cinese (se va bene). Il governo cambogiano è stato ripagato con una serie d’accordi che faranno fluire ben USD 1,2 miliardi. Nell’ ottobre 2008 l’UNHCR aveva dichiarato la Cambogia “paese modello” per aver siglato la convenzione sui rifugiati del 1951. Ricordiamo che qui le Nazioni Unite spendono qualche miliardo all’anno e dovrebbero, dunque, aver qualceh potere.
Qui vicino, in Thailandia, dove aver sbattuto in mare 1000 Rohingya l’anno scorso, adesso stanno rispedendo in Laos 4.000 profughi Hmong (tante donne e bambini). Questa popolazone delle montagne del Laos (e Vietnam) è ancora in lotta per far valere i propri diritti. Questi sono i discendenti dei combattenti anti Pathet Lao (comunisti laotiani) che furono ingaggiati dalla CIA per combattere i guerriglieri vietnamiti, cambogiani e laotiani durante la guerra del Viet- Nam. Ben 300.000 lasciarono il Laos dopo il 1976, la metà di rifugiò in USA. Il Primo Ministro thailandese Abhsit (si racconta che voglia fare un colpo di stato) ha assicurato “these Hmong will have a better life”. Non preoccupiamoci, l’UNHCR vigila (negli hotels di Bangkok) tant’è che durante la deportazione (avvenuta senza giornalisti e con camions militari) ha “intervistato” alcuni profughi definendoli “people of concern” cioè a rischio di persecuzione. Il buon Abshit se ne è fregato.
























Quando il Natale è difficile, ONLUS italiane in Nepal
dicembre 18, 2009 6 commenti
Mi chiedono se le parole intimidatorie dell’avvocato (di sinistra, liberale, difensore dei diritti) hanno provocato un autocensura, preventiva alla minacciata censura promessa nello scritto. Bè, direi di no. Scrivo quanto accade qualcosa o qualcuno mi induce a farlo con informazioni e\o commenti. Poi, nello specifico, riguardo alla gestione triennale di CCS Italia Onlus (con la presidenza Contri e amici), ho già prodotto documenti e testimonianze a sufficienza su ciò che giudico (come tanti beneficiari e sostenitori) pessima sia per la qualità che quantità di spese a favore dei bambini di Nepal, Cambogia e Mozambico.
E, infatti, ecco che sento una ragazza nepalese di nome Dikchhpa, presidente di una piccola ONG di Kathmandu che raccoglie bambini abbandonati nella capitale ma anche in posti lontani come il Dolpo, Rukum, li porta nella sua piccola Home , cerca di farli studiare e di dare qualche opportunità. Dikchhpa è una ragazzona d’alta casta che proviene da una cittadina delle colline, si muove freneticamente per andare da una parte all’altra del Nepal, dove la chiamano per raccogliere bambini orfani, abbandonati, al limite della sopravvivenza. Lei li ospita in un piccolo appartamento e cerca di assicurargli un po’ di affetto e di speranza. Non è organizzata, è fuori dai circuiti delle ONG popolari e d’immagine, non fa grandi cose, non è brava a pubblicizzarsi come altre nepalesi impegnate nella cooperazione, non ha rapporti con occidentali, non parla bene l’inglese, fa quello che può. Ha iniziato con qualche soldo della sua famiglia, con molta fatica, poi i parenti l’hanno considerata una figlia perduta (non si sposa, è impallata con i bambini, non cerca d’entrare nelle Nazioni Unite o in qualche grossa ONG) e la famiglia l’ha abbandonata.
L’avevamo fatta entrare in un circuito di ONG locali che gli assicurava qualche aiuto per mantenere i 19 bambini della sua Home, avevamo ricevuto promesse d’appoggio da parte delle donne in carriera di altre organizzazioni, ma tutto è finito nel nulla (chi è introdotto pensa solo a sé stesso anche in Nepal e in questo settore). CCS Italia ONLUS, mi scrive, ha cessato di finanziare la sua associazione, non ha proseguito nel lavoro di networking per rafforzarla, insomma, come la sua famiglia, l’ha abbandonata. Non c’è immagine da vendere.
When you worked in NGO in Kathmandu , Nepal at that time you help my organization . I found you are so kind, helpful… Still there is not any support from INGO but i am doing work. CCS also stopped support. yes they all are eating money and using for staff facility. they changed all staff. CCS Italy stop the donation with out any reason. Now change new committee. all are political man. they not good. so i am facing big problem, . now 17 kids are going school . but no school bag, no shoes , no stationary , no admission , no tifin.
Giro queste mail alla cara Contri, che magari potrebbe usare il suo tempo, invece di scrivermi, per verificare queste situazioni, come le molte altre segnalate direttamente alla sua organizzazione da beneficiari e sostenitori. Le mail di Dikchhpa sono disponibili come “prove dell’opera di denigrazione”.
Buon Natale ai bambini di Dikchhpa.
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