Natale è passato, prima Copenaghen e il nuovo business del “climate aid“, momenti d’oro per l’industria dell’assistenza. Come soldi non se l’è passata male neppure nel 2009, malgrado le previsioni di un calo delle donazioni a causa della crisi. Individui e governi hanno continuato a pompar denaro e il calo del settore è stato solo di un 5-7%, meno del previsto. Bene si è mossa, l’OMS (organizzazione Mondiale della Sanità) che ha fatto bingo (come già fece con l’influenza delle galline) con questa dei maiali, assorbendo soldi e favorendo le case farmaceutiche per nulla.
La somma (a livello planetario e italiano) per cercare di ridurre povertà e disastri è, dunque, rimasta più o meno immutata. Chiaro che la domanda è: questa massa di denaro è ben investita, cioè produce risultati decenti per i beneficiari? Risposta apparentemente facile, più soldi ci sono più gli interventi dovrebbero produrre risultati positivi per i derelitti di mezzo mondo (questo dicono i burocrati dell’industria). Purtroppo non è così, almeno ce lo dicono studi e analisi fatte in tutto il globo, oltre che la nostra piccola esperienza. Partiamo dal generale, dal macro. Altra domanda ma donare fà la felicità più del donatore o del beneficiario? (fuori gara gli operatori delle varie organizzazioni che sono i più felici). Vediamo un pò.
In media ogni anno oltre USD 110 miliardi finisce nei paesi poveri nel nome della cooperazione allo sviluppo e questo (+o-) da oltre 50 anni. Gli studi dicono che per la maggior parte dei paesi africani (che sono fra i maggiori beneficiari degli aiuti) hanno visto la crescita del reddito pro-capite pari a zero. In più è stato rilevato che la mal gestione di questo denaro da parte dei burocrati (privati e pubblici) dell’industria dell’assistenza ha provocato effetti negativi nei sistemi economici dei beneficiari (e quindi nella vita delle persone che si vorrebbero aiutare). Elementi segnalati sono: diminuzione degli incentivi alla produzione (specie agricola e relativo calo della produzione), disencentivi all’innovazione, distorsione dei consumi (favorendo le elites metropolitane), aumento delle disparità sociali ed economiche, consolidamento di oligarchie e e sistemi politico-affaristici (corruzione). E’ stato inventato il termine “dutch desease” per dimostrare che gli aiuti internazionali (mal gestiti) producono una diminuzione delle esportazioni dei prodotti a più alta intensità di lavoro (tessile, manifatturiero povero) In other words, aid tends to make a country less competitive (reflected in an overvalued exchange rate) which in turn depresses the prospects of the more exportable sectors. Nel nostro piccolo avevamo notato qualcosa per Cambogia e Nepal, paesi fra i più aiutati del mondo. (gli studi citati sono di di Maren 1971, Bauer 200, Svensson 2000, Knack 2001 e 2004, Djankov 2006).
Ovvio che il fiume di soldi qualche miglioramento lo genera, se non altro aumentando i redditi e i consumi dei privilegiati nei paesi poveri, ma l’impatto dell’investimento sui risultati farebbe chiudere qualsiasi azienda privata. Abbiamo citato in altri posts (e nei docs) anche rapporti degli stessi operatori che, di fronte all’evidenza, indicano in più della metà i progetti falliti. Donatori e beneficiari (si parla delle burocrazie governative e delle elites locali che gestiscono la cooperazione) hanno interessi diversi da quelli dei beneficiari diretti (cioè i cittadini). Il potere e benessere dei primi è dato da tre elementi: aumento costante dei fondi (struttura e apparente intervento); poco lavoro e impegno; burocrazia (giustificare l’utilizzo dei fondi). Ovviamente i processi di selezione del personale devono rispondere ai requisiti di questa triade (a cui s’aggiunge nepotismo e clientelismo) e dunque ciò moltiplica l’inefficienza. Ovvio che parliamo a livello di sistema e generalizzando, anche se molti dei pochi operatori buoni che abbiamo conosciuto hanno preso la porta.
Un lavorone della Williamson (The role of Incentives and information) illumina sui sintomi dell’inefficienza del sistema, derivanti, scrive lei, dal letargo burocratico e dall’assenza d’incentivi del personale sia fra i donatori che fra la burocrazia beneficiaria. La Williamson segnala che la mancanza d’incentivi e controlli sostanziali ai burocrati dell’industria dell’assistenza provoca: duplicazione di progetti (e di spese inutili), una burocrazia distante dai bisogni dei beneficiari e impelagata in una ragnatela di obiettivi immaginari. Cita un Rapporto delle Nu sui MDGs che propone 54 indicatori, per 18 obiettivi, 36 raccomandazioni per 449 interventi. Ricorda che un funzionario medico delle NU consuma, per riempire le richieste burocratiche, stilare reports, e relazione fra il 50 e il 70% del suo tempo.
Il meccanismo che guida l’assistenza internazionale (sia pubblica che privata) è politico e burocratico: burocrazia, procedure, certificazioni, reports, protocolli che impediscono trasparenza ed efficienza. In Nepal nelle scorse settimane c’è stata la solita riunione dei donatori da cui sono emerse le conferme agli studi citati duplicazione di progetti e perdita di controllo dell’utilizzo dei fondi. Gli stessi burocrati del governo hanno dovuto riconoscere in dichiarazioni pubbliche The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge Indu Ghimire (dello stesso ministero), nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali. L’Himalayan Times chiude l’articolo citando “A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget”.
A Doti (west Nepal), ogni anno ci sono decine di morti per diarrea, manca l’acqua potabile. Qualche mese fa, in pompa magna, donatori e funzionari governativi hanno inaugurato un progetto idrico. Oggi leggiamo The locals claim that the government employees of the concerned office had taken 20 to 40 per cent commission for approving the project. The consumers also claimed that millions of rupees were spent on such projects designed without proper studies. Infatti l’acqua non arriva. Solo a Kathmandu operano più di 20 ONG per i bambini di strada ma il fenomeno, a detta dei reports delle stesse, è in crescita. In Cambogia, grazie alle pressione dei contadini, la World Bank si è accorta che il suo progetto di USD $ 38.4 milioni, iniziato nel 2002, e diretto to disseminate land titles and create an “efficient and transparent land administration system for the Kingdom, è fallito e ai contadini viene sottratta la terra sotto il loro naso.
Scendiamo fra noi. In Italia sono donati ogni anno circa 6 miliardi di euro dai privati (300 milioni da aziende, circa 45.000) per la solidarietà. Il 14% và alle associazioni di ricerca medica ed assistenza, il 20% agli aiuti internazionali\emergenze, il 3% ad associazioni per l’adozione a distanza. In Italia ci sono circa 20 milioni di donatori con una media di versamenti di euro 180 annue che mantengono in vita un sistema di 21.000 ONP (organizzazioni no-profit) con oltre 1.000.000 di operatori. 239 ONG ricevono fondi anche dallo stato (pochi) e dall’UE e mantengono 5500 operatori.
Questo sistema ha un passato eroico (in molti casi), nasceva da un esigenza diffusa di solidarietà, di partecipazione e si è formato, infatti, all’interno della sinistra e del sindacato. Quando quest’ultimi si sono strasformati (sintetizziamo) in sistemi politico-affaristici votati all’automantenimento, il sistema dell’assistenza ha patito la stessa involuzione. Come il sistema dei partiti, l’industria dell’assistenza ha messo da parte ideali e passione per diventare uno dei tanti serbatoi di potere e clientele, di creazione di consenso, insomma un business politico ed economico. Parole e immagine, come per i partiti (di cui molte ONG sono, di fatto, emanazione), la trasparenza reale (dettaglio dei bilanci, attività, etc.) è inferiore persino a quella dell’industrie private, comprese le famigerate banche ed assicurazioni.
Non per niente, l’Eurisko (in una generica indagine sul settore) ci dice che la ragione più importante per l’abbandono della donazione non è la mancanza di soldi ma quella di informazioni e trasparenza. Le normative che regolano il settore sono vecchie e tagliate per piccole entità. Oggi vi sono ONLUS che fatturano centinaia di milioni di euro e sarebbe necessario che fossero stabiliti criteri particolari per redigere i bilanci. Non bastano le dichiarazioni come quella in cantiere dell’ Agenzia delle ONLUS (massimo 30% dei fondi per la struttura) se non vi sono obblighi di dettagliare l’utilizzo del restante 70%. La stessa Agenzia è simile alle altre Authority italiane, grandi dichiarazioni, controlli sulla carta, assenza d’analisi, cifre sul settore, proposte sensate.
Abbiamo tracciato il percorso di euro 100 donati in Italia, abbiamo visto che ufficialmente le Associazioni dichiarano che più o meno 30 sono spesi per la struttura e il marketing ed il resto destinato a “progetti”, ma nessuno dettaglia la spesa di questi 70 (in molti casi parte di questi rimangono in Italia). Noi abbiamo immaginato che almeno 30 siano spesi per personale espatriato (o italiano destinato a seguire i progetti in Italia) e locale, 20 per mantenere la struttura nel paese beneficiario (affitti, macchine, etc.), 5 per spese di comunicazione, training, reports, etc. (spesi in Italia e nei paesi). Insomma ben che vada ne restano 15 per i beneficiari o realmente per “i progetti”. Ma questi dati quanto costa costruire una scuola (nel dettaglio: mattoni, cemento, manodopera, lamiere per il tetto, impianto idraulico, etc), quanto è la quota di spesa per il personale della ONG incaricata di seguire la costruzione, le quota di spese di gestione ( benzina, macchina, pasti, studio del progetto, etc) neanche Sherlock Holmes riesce a trovarli. In altri paesi ciò avviene.
Franco (un sostenitore deluso di CCS Italia ONLUS) mi domanda ma cosa deve fare un donatore, allora. Io penso che dare soldi sia solo la prima parte (e la più facile) di un impegno verso uno o più beneficiari. Fermarsi qui è fare l’elemosina, soddisfare il proprio ego. Un donatore che ha a cuore il proprio bambino o progetto sostenuto deve fare come un azionista di una società privata cioè controllare, premere e chiedere come è stato investito il suo capitale. Un modo, anche, per migliorare, le forme di comunicazione delle ONLUS\ONG, oggi solo formali (certificazioni, bilanci sociali, fiumi di parole). Alternativa: donare a un progetto vicino o verificabile personalmente. Dalle ONLUS nostrane bisogna accettare ciò che arriva, cioè qualche lettera standardizzata (del bambino sostenuto), un regalino comprato all’ingrosso e un report generico sulle attività svolte. Chi si aspetta di più, allo stato attuale, non può che restare deluso e chi chiede di più è considerato un rompicoglioni.
Non è tutta colpa delle ONLUS, l’assenza di un quadro normativo ad hoc (dal punto di vista civilistico, contabile e dei bilanci), il terrore di veder contestato l’utilizzo dei fondi e di perdere finanziamenti, le obbliga ad esagerare gli aspetti formali a discapito della sostanza (cioè l’efficacia degli interventi a favore dei beneficiari).
Due studiosi (Arvin e Lew) forse non sapevano cosa fare e hanno scritto uno studio (pieno di formule matematiche) con il titolo Happiness and Foreign Aid. Lo studio rientra nel filone di moda di verificare un elemento da aggiungere a quelli materiali (reddito, produzione, etc.) cioè il coefficiente di felicità. Il succo della ricerca è che “it is better to give than to receive aid” cioè è più felice il donatore che il beneficiario. Visto i risultati di tanti progetti non sorprende.
Nepal: cannabis per uscire dalla crisi
gennaio 27, 2010 7 commenti
Un chilo d’erba è venduto per Nrs 1500 in Nepal (euro 15), dieci volte meno rispetto a quanto s’ottiene vendendolo in India. L’erba del Terai è considerata fra le più pregiate. Un khatta di terreno (circa 70 metriquadri) può rendere fino a euro 1000 all’anno, che da queste parti è un patrimonio e non comparabile con altre coltivazioni. La polizia locale chiude gli occhi e riempie le tasche anche se, ogni tanto, distrugge qualche campo per giustificare la propria esistenza. C’è da dire che ai tempi d’oro dell’oppio fu lo stesso impero inglese (quando governava in India ed esportava oppio in Cina) a piantare in queste regioni delle coltivazioni che poi, un po’ ridotte e più nascoste, hanno resistito fino ai tempi d’oro dell’eroina. Per rimanere nel settore, la cannabis cresce naturalmente in gran parte del Nepal e nelle regioni nord-occidentali del Dolpo viene lavorata la resina per produrre quintalate di hashish, anche questo esportato da sempre.
Come scritto in altri posts, i paesi neo-globalizzati fanno fatica e la gente s’arrangia. In Nepal l’inflazione, il costo del denaro (tasso interbancario dal 9% al 17% in quattro mesi, di fatto un cash crunch), i costi dei terreni e delle case (aumentati del 100% nell’ultimo biennio), la crisi della poca industria grande e piccola, ha aumentato la povertà. Del resto non contrastata, come più volte ammesso dallo stesso governo, dalle politiche pubbliche e dei donatori internazionali. La percentuale di produzione industriale sul totale del PIL è scesa dall’11 al 6,8%, ciò significa che non vi è speranza di trovare un lavoro neanche nel prossimo futuro per questo oltre 400 persone al giorno (in massima parte giovani) migrano dal Nepal. Ma tanti contadini di queste parti non sanno neanche dov’è Calcutta per cui non è facile andarsene.
Un amico raccontava la storia di un migrante delle colline che doveva andare a Bombay per lavoro: gli hanno fatto pagare il doppio del prezzo di biglietto ferroviario, l’hanno trattato alla frontiera come un criminale, non aveva mai visto un treno, non ha mangiato per 48 ore perché aveva paura che qualcuno lo avvelenasse (addormentasse) per rubargli i soldi. Fortunatamente a Bombay qualcuno è venuto a prenderlo alla stazione se non sarebbe ancora là.
I pochi osservatori non frullati dalle beghe politiche segnalano che il dato della diminuzione della produzione industriale è grave, sia a livello di sistema (il Nepal non pone le basi per creare ricchezza) sia per le persone visto che l’occupazione in questo settore (già striminzito) è passata da 213.000 nel 1992 a 169.000 nel 2008. Solo nel tessile il numero di occupati s’è dimezzato negli ultimi 10 anni. Una corsa indietro rispetto a qualsiasi percorso di sviluppo. E’ anche inimmaginabile, però, prevedere un percorso di crescita se due banche a ciò dedicate e finanziate da donatori occidentali quali la Public Dev. Bank e la Infrastructure Dev. Bank, hanno visto i vertici azzerati, per truffoni dei dirigenti, da parte della Banca Centrale (Nepal Rastra Bank). Niente di nuovo visto ciò che succede ai vertici delle banche occidentali (perdite pagate dai contribuenti e premi ai managers responsabili) o anche nel top management italiano (distribuire dividendi con il bilancio in perdita e farsela ripagare da cassa integrazione e incentivi statali).
Non sorprende, dunque, che qua sotto nel Terai la gente s’arrangia per vivere. C’è un flusso continuo di poverelli che ogni giorno traversano la frontiera per offrire lavoro, qualche merce (a volte hashish ma come biasimarli), comprare povere cianfrusaglie in India e poi rivenderle. Al confine (aperto) sono trattati come pezzenti o criminali. In questi giorni poi ancora peggio perché i poliziotti indiani vogliono vendicarsi delle bandiere bruciate dai maoisti nelle città di confine. Addirittura a Jogbani (prima cittadina indiana dopo la nepalese Biratnagar) importante posto di transito, gruppi d’indiani hanno manifestato contro i maoisti (ma come sempre accade contro tutti i nepalesi) per difendere l’identità nazionale. Gente che non sa cosa fare come chi, in Nepal, fa l’antindiano. Più a nord nell’Upper Karnali, i maoisti hanno minacciato di bloccare la costruzione della centrale idroelettrica che dovrebbe produrre 300MW e completata all’80%, la ragione: è costruita da imprese indiane (ma con personale nepalese che rischia il posto). Intanto a Kathmandu le ore di blackout programmate per mancanza d’energia sono arrivate a 11 al giorno.
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