Nepal: monarchici alla riscossa

L’ex Re Gyanendra è, ormai da mesi, su Facebook e conta oltre 2018 amici. La foto non è un granchè ma la sua pagina è molto vistata e commentata. Per il resto se ne sta tranquillo, a parte qualche giro in India, nella sua residenza collinare di Nagarjuna. In questi giorni, invece, i suoi seguaci sono in piazza.

Bloccata Kathmandu e dintorni, qualche rissa, 30 macchine danneggiate, 200 arresti e oggi tutti intorno al pallazzo del governo (Singh Durbar). Il partito monarchico ha raccolto solo 8 seggi nelle elezioni per l’Assemblea Costituente (su 601), oggi chiede il referendum per definire il futuro dello stato nepalese. Monarchia, reintroduzione dello stato Hindu, nazionalismo sono le caratteristiche dominanti del Rastrya Prajantra Party (National Democratic Party). Il simbolo è una mucca (il Dharma hindu), i leaders sono vecchi esponenti del Panchayath e dei governi d’emergenza di Gyanendra. Surya Bahadur Thapa, più volte primo ministro nella monarchia senza partiti che ha governato il Nepal dagli anni ’60 al 1990; Kamal Thapa, ministro degli interni, nell’anno dell’emergenza (2005-2006) arrestato dopo la rivoluzione e accusato di aver favorito torture e carcerazione illegittime. Adesso, un po’ scalcinati, siedono anche loro a gambe incrociate intorno ai palazzi del potere insieme ai contadini giunti da tutto il Nepal che ancora rimpiangono il buon monarca Birendra, ucciso nella “strage reale” del 2001.

Nei villaggi, malgrado i maoisti, i vecchi contadini ancora tengono, insieme alle foto delle divinità, quella dei sovrani che, come gli dei, comparivano dal cielo a bordo di un elicottero. Nel gran casino post-conflitto, che solo ora sta,  faticosamente, calmandosi, i monarchici stanno raccogliendo qualche consenso di fronte al nulla (come capacità di governo) degli altri partiti. Questo spiega la grande partecipazione popolare in queste giornate di protesta anche della gente di Kathmandu. Bello contento, Kamal Thapa spiegava alla folla che l’Assemblea  Costituente “ had no mandate to decide on the key issues such as monarchy, federalism and secular state. These issue must be presented to the people through a referendum”.

Così con l’arrivo dei monarchici, la tregua per i Kathmanduties (gli abitanti della capitale) è finita. Si era sperato in un pò di tranquillità dopo la ripresa del dialogo fra governo e maoisti, di poter usare la macchina, prendere i bus, taxi, van senza problemi e andare tranquilli al lavoro. Niente, sono comparsi i monarchici a fare nuovo casino.

Vita difficile; il blocco del traffico per gli scioperi s’aggiunge ai rifornimenti di benzina a singhiozzo, del gasolio per i generatori (quando manca la luce) ai problemi di rifornimento d’acqua.  La gente guarda sempre più incazzata i bianchi jeeponi delle NU e delle grosse INGO che possono sempre circolare alla faccia delle code per prendere 20 litri di gasolio o dei bandha (scioperi) ricorrenti. Sheetal Kumar scrisse un articolo sugli “elefanti bianchi”, Pajero, Patrols, Land Cruiser che girano fra hotels e supermarket della capitale con qualche burocrate a bordo. Si domandava perché le jeep della FAO non erano fra le risaie, quelle di Save The Children nei villaggi con i bambini, quelle dei difensori dei diritti umani nei distretti sperduti dove la gente è incarcerata e picchiata senza una ragione o nelle zone di confine dove chi vuole muoversi per lavorare è trattato come una bestia. Troppa fatica e scomodità, meglio aiutare i beneficiari scambiandosi idee, progetti e pensatone negli alberghi della capitale.

E, l’amico Sheetal, si domandava perché i burocrati dell’industria della solidarietà non viaggiavano, dando l’esempio, su piccole macchine elettriche dopo tanto parlare di sustainable development, anti-poverty schemes, human rights invece che spendere in benzina e inquinare la Valle. Magari Kathmandu usciva dalla triste classifica che la colloca fra le 10  città più invivibili (in quest’ordine) del mondo insieme a Harare (Zimbabwe); Dhaka (Bangladesh); Algeri (Algeria); Port Moresby (Papua Nuova Guinea); Lagos (Nigeria); Karachi (Pakistan); Douala (Camerun); Kathmandu (Nepal); Colombo (Sri Lanka); Dakar (Senegal).

Tutto spinge la gente a protestare ed oggi fuori dal coro (dal sistema di corruzione) ci stanno solo i monarchici. Quando si vede così tanta gente inneggiare alla monarchia, chiedere il  ritorno al passato viene da pensare a come i partiti stanno gestendo questo periodo di transizione che poteva essere, veramente, di speranza e ricostruzione. Il School Sector Reform Program (SSRP), che ha ricevuto immensi finanziamenti dai donatori internazionali (Finland, European Union, AusAid (Australiani) Agency for International Development), è stato sospeso. Finalmente i donatori si sono accorti che il Ministero dell’educazione è una immensa slot machine che riempe di soldi i  suoi burocrati. La corruzione è tale che addirittura il Tarai Madhes Democratic Party (TMDP) is all set to recall Education Minister Ram Chandra Kuswaha from the cabinet following charges of corruption. Quando si legge che il ministro vendeva i posti d’insegnante di sostegno per Rs. 300.000 (euro 3000) in tutto il Nepal. Alcuni ex-ministri usavano a babbo le auto della NEA (l’Enel locale), gli ex militari maoisti chiedono donazioni obbligatorie per sopravvivere. Qualcuno, raramente,  finisce in gabbia come il Direttore delle Dogane, Khem Raj Bhattarai, condannato a 1 anno dopo aver trafugato Rs. 20 milioni. Qua si và più all’ingrosso rispetto ai sistemi più raffinati della civilissima Italia.

Buona notizia per i viaggiatori dovrebbe riprendere il bus Kathmandu- Lhasa, economico e avventuroso.

Haiti: soldi, confusione, business

Adesso l’Avatar ( creazione del sistema partitico) Bertolaso dirà che il suo indagamento è dovuto a un complotto diretto da Hillary Clinton a causa delle sue critiche alla gestione degli interventi ad Haiti. Come sempre risulta più facile valutare fuori di casa che non in casa, però solo in quel caso,  non si può dargli torto. Vediamo come sempre un po’ di dati.

L’industria dell’assistenza sta raccogliendo fondi paragonabili a quelli dello Tsunami (2004) che ammontarono a più di USD 14 miliardi. Allora era anche Natale. Tutti quei soldi superarono i danni stimati di circa il 30%, cioè USD 4 miliardi non furono utilizzati per le vittime (vere o inventate delle Tsunami). Non sapendo più come spendere i soldi, il marketing umanitario s’era concentrato sulle barche ai pescatori e allora tutti a portare barche e barconi magari non utilizzabili a causa dei fondali e delle maree.

Si calcola che ogni sopravvissuto allo Tsunami ricevette circa USD 7000. Nello stesso periodo chi in Somalia moriva di fame (riceveva USD130 di aiuti pro-capite) o chi era alluvionato nel Bangladesh (USD 3 procapite) era fuori dalla copertura dei media (e, dunque, dell’industria dell’assistenza). Si calcola che il 60% delle medicine inviate ad Aceh (Indonesia) siano state distrutte (con costi relativi) perché non utili o con prescrizioni scritte in lingue incomprensibili per il personale locale, dopo aver impegnato persone e spazi per lo stoccaggio. Magari parte di quelle medicine, con un lavoro un po’ più organizzato e professionale, potevano essere utilizzate per contrastare la silenziosa emergenza normale che provoca (per malnutrizione, infezioni, malattie curabili) la morte di circa 9 milioni di bambini nel primo mese di vita ogni anno.  Ad Haiti sono stati inviati oltre USD 500 milioni dagli USA (che hanno rimpatriato 88 haitiani) e dalla Gran Bretagna Pound 365 milioni. Già siamo arrivati a oltre USD 1500 per ogni terremotato.

Anche per lo Tsunami, come in ogni disastro umanitario seguito dai media, la carovana dell’assistenza si mosse in massa:  fece finti filmini di propaganda, grandi articoli ma, secondo gli esperti, commise sempre gli stessi errori che hanno prodotto (e producono) minore efficacia negli aiuti e minori benefici per le vittime. Those NGOs or well-intentioned individuals without experiences and capacity quikly overcrowded Aceh and Sri Lanka confusing the local authoritie and adding frustration of the population with unmet expectations and pledges. Tutte le organizzazioni vogliono mettere la loro bandiera sui luoghi del disastro e, ognuno la mette dove vuole (magari intasando zone e lasciandone scoperte altre), possibilmente dove è più visibile. Arrivano materiali inutili che bloccano le vie di comunicazione, migliaia di esperti internazionali (da alloggiare,  sfamare, proteggere) spesso scoordinati e molte volte poco esperti.

Eppure tutti hanno visto (e scritto) che nelle grandi tragedia (Tsunami, terremoto di Bam in Iran, Pakistan) è fondamentale che sia la gente locale ad essere attrezzata, a muoversi perché loro conoscono i posti, le persone, la lingua. La maggior parte dei sopravissuti è stata trovata da gente del posto che magari scavava con le mani. Gli esperti consigliano di concentrare gli aiuti sui volontari medici locali, sulle strutture esistenti, piuttosto che inviare medicine, apparecchiature e medici senza un minimo di coordinamento. The International community should provide logistical and material support before sending espatriate teams that are unfamiliar with area and its health problems. A Bam, i costosi ospedali da campo, arrivarono una settimana dopo quando gran parte dei feriti era già ospitata in ospedali locali. A Milot (75 chilometri da Port-au Prince, l’ospedale poteva ospitare 100 pazienti con 20 medici haitiani con specialisti in traumi e ortopedia ma nessuno se ne è accorto. Qualcuno dice che siccome la stampa arriva solo nelle capitali e zone limitrofe anche l’assistenza internazionale preferisce concentrarsi lì. Targeting easy-to reach populations is the result in over-concentration of NGOs on the most visible beneficiaries.

In questi giorni da Haiti alcune ONG hanno chiesto tende, ne sono arrivate 49.000, poi altri hanno bloccato la richiesta (troppo costosa la gestione) dicendo che era meglio avere più economiche sistemazioni temporanee (teli di plastica) in attesa di iniziare a costruire le transitional homes (baracche dal costo di USD 1000). Niente di nuovo visto che l’80% delle tende inviate in Pakistan (2005) non erano waterproof e dato che nessuno sà cosa fà il vicino. Addirittura l’autorevole Lancet scrive Polluted by the internal power politics and the unsavoury characteristics seen in many big corporations, large aid agencies can be obsessed with raising money through their own appeal efforts. Media coverage as an end in itself is too often an aim of their activities.

E aggiunge: Perhaps worse of all, relief efforts in the field are sometimes competitive with little collaboration between agencies, including smaller, grass-roots charities that may have better networks in affected countries and so are well placed to immediately implement disaster. Anche nei disastri riscontriamo I soliti limiti dell’industria dell’assistenza: incapacità, disorganizzazione, cialtroneria. Anche a Haiti si vedono sempre gli stessi crimini, diffusi ovunque, nei paesi poveri,  la compravendita dei bambini. Anche ad Haiti vediamo frotte di esagitati delle sette cristiane che spacciano certificati di battesimo in cambio di riso. Vediamo che si sta creando, come ovunque, nei disastri umanitari un business, gente in passerella, vittime dimenticate. Mamma mia dobbiamo dare ragione al super-raccomandato e testimonial  della partitocrazia (fra l’altro anche del vituperato, in questo blog,  CCS Italia) Bertolaso. Che tristezza.

Vita da bambini, in Nepal

In Cambogia è impressionante vedere tanti giovani, lì un’intera generazione che adesso sarebbe di mezza età è stata spazzata via dalla pazzia dei Khmer Rouge, ma in tanti paesi in via di sviluppo i giovani sono la maggioranza della popolazione. In Nepal su circa (si sta preparando un nuovo censimento, l’ultimo fatto un po’ raffazzonato è del 2001) 26 milioni di abitanti circa 10 sono ragazzi che vanno a scuola o cercano d’andarci. Nei villaggi delle colline, abbandonati da chi può lavorare in città o all’estero, sono l’elemento essenziale del paesaggio e dell’economia. Lavorano nei campi, vanno con le famiglie a fare mattoni a Bhaktapur, portano sulle spalle erba, legna e acqua su è giù per i sentieri. Lavano indumenti nei fiumi, giocano con pietre, pezzi di plastica arrotolati per fare un pallone, s’arrampicano sulle corriere per passare il tempo.

Le scuole sono essenziali, a volte catapecchie, noi ne abbiamo costruite 6 nell’area Thimal con il contributo della popolazione e sono costate (chiavi in mano) circa euro 18.000 l’una (5 classi, sala riunioni, servizi igienici, tanka per l’acqua, banchi e lavagne) . I materiali usati sono locali (terra, pietre) rafforzati da cemento, legno, tondini di ferro acquistati in città. Queste scuole s’integrano con il paesaggio, sono economiche e salubri (rispetto a quelle di cemento armato) e costano poco. Per gli abitanti dei villaggi è un incentivo a mandare i loro figli nelle strutture che hanno contribuito a costruire. Questa nota per segnalare a tutti i perplessi che finanziano associazioni varie quanto può costare una scuola in un paese povero.

Poi è chiaro che un associazione fa quello che vuole, spargendo sui costi reali della costruzione o del progetto, quello del personale (in Italia e all’estero) e allora quattro blocchi (classi) di cemento in un villaggio del Mozambico possono costare più di euro 50.000 (vedi progetto CCS Italia ONLUS) cioè quasi il reddito procapite annuo delle 130 famiglie dei bambini ospitati. Adesso, poi, è partita la carovana degli umanitari per Haiti ed ecco che si vuole costruire scuole anche lì con ProgettoMondo.Mlal, che ha tanti bei progetti su diritti umani, sviluppo sostenibile, rafforzamento delle capacità locali, formazione (in massima parte finanziati dal Ministero degli Esteri o UE cioè le nostre tasse), e via discorrendo,  fra cui spicca uno in Mozambico chiamato “Diritti in carcere”, i beneficiari teorici (Organizzazione di corsi per la realizzazione di orti e di allevamento di animali da cortile all’interno del carcere; Organizzazione di corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale in sartoria, falegnameria e serramenteria all’interno del carcere, fra l’altro) sono 3.000 carcerati;  il costo del progetto euro 1.900.000, cioè euro 633 per ogni carcerato (reddito procapite annuo in Mozambico euro 654). Come stanziare in Italia euro 31.000 per fare qualche corso di riabilitazione ai detenuti, forse è meglio darglieli direttamente così mettono su un attività. Come sempre belle parole ma nessuna descrizione dettagliata dei costi sostenuti. Ma queste sono altre storie, le ha scritte bene  Linda Polman, L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra (Bruno Mondadori, 2009) di cui parleremo in un prossimo post.

Torniamo ai bambini del Nepal,su cui molti mi hanno scritto per conoscere la situazione: adottarli, sostenerli, come stanno, etc. Visitiamo le scuole dei villaggi dove gli insegnanti s’aggirano nelle classi dettando per gran parte della lezione a bambini chini sui banchi; il 90% degli insegnanti non parla inglese e una buona parte ha come madrelingua il dialetto locale. I più preparati  provengono dal Terai, e lì fuggono appena possono. Tanto, fra scioperi e feste , le scuole sono chiuse per più di 150 giorni all’anno. Gli insegnanti sono magari brava gente, qualcuno  ha aperto un negozietto nel villaggio, presta soldi. e che al 98% non parla inglese. I direttori sono in massima parte brahmini o chetri (le caste alte) e vivono nei villaggi come esiliati di “lusso”, sotto-considerando popolazione e bambini  locali. Conclusione non vi è grande interessamento per la qualità dell’insegnamento, tantè che molti esperti seri la considerano “one of the weakest in the world”.

Eppure gli investimenti dei donatori internazionali sono stati massicci dagli anni ’50 e hanno portato, se non altro, da 310 scuole primarie (1950) alle attuali 30.000 e un’alfabetizzazione di circa l’80%. Come sempre c’è chi si domanda se l’immenso flusso di denaro sia stato ben investito rispetto ai risultati, se le strutture siano sufficienti per  assicurare il diritto all’istruzione e concrete opportunità agli studenti. Basta un dato: su 100 bambini iscritti nelle scuole primarie solo il 24% finisce il ciclo di studi di cinque anni e circa il 10% non è mai andato a scuola. E questi numeri non tengono conto che i distretti scolastici forniscono dati esagerati sui bambini iscritti per beccarsi più finanziamenti e saziare l’ingorda burocrazia locale.

I programmi di formazione per gli insegnanti sono vecchi e non strutturati, i trainers sono selezionati in base ad amicizie con i funzionari locali, non ci sono programmi di supporto concreto alle famiglie (distribuzione di materiale scolastico, corsi di sostegno, etc.), si mettono biblioteche nelle scuole che nessuno usa, non ci sono controlli sull’assenteismo. Grandi progettoni, SSRP (Secondary Education Support Programme), BPEP (Basic and Primary Education Programme), Volontari per l’alfabetizzazione, Centri di Ricerca Locali (Resource Center), Teachers Education Projects sono implementati senza “follow up” come si dice in gergo, cioè spesi i soldi (in massima parte per la burocrazia nazionale ed internazionale) e chi s’è visto s’è visto.

Non sorprende che se il sistema scolastico è debole, specie nei villaggi, s’indebolisca l’intera struttura sociale e la protezione, controllo e sostegno all’infanzia. La migrazione ha frantumato famiglie, segato l’economia e la vita comunitaria. Risultato: bambini che scappano a Kathmandu per sfuggire dalla povertà, da famiglie numerose e incapaci di mantenerli, da patrigni sostitutivi e magari violenti; suggestionati dalla “metropoli” e dalle opportunità lì risedenti. Si calcolano in almeno 1500 i bambini di strada di Kathmandu che si sono organizzati in bande, fanno qualche furto, chiedono l’elemosina, sniffano colla. Oltre 200 ONG cercano di trattenerli nelle loro Home ma pochi ci rimangono. Qualche volta vanno lì a mangiare. Poco male le ONG raccolgono soldi lo stesso. Altri 5000 (meno suggestivi per raccogliere fondi) lavorano come domestici, inservienti nei negozi, portatori di tè, raccoglitori di carta o metalli. Magari qualcuno, oltre a portare il tè ai vari ministeri, sale anche negli uffici ovattati dell’ILO (International Labour Office). Ogni anno una decina di bambini (età 9-15 anni) spariscono nel nulla (solo quelli ufficialmente denunciati). AI confini con l’India centinaia sono impiegati nel contrabbando They carry goods on behalf of traders up to 30 km by bicycle. According to customs officials, state loses around Rs 80 in taxes if 10 kg of sugar is smuggled.

Se il paese soffre, i più deboli faticano ad essere protetti An investigation by international adoption law experts in November found documents were routinely falsified and children´s homes were largely unregulated, with the interests of the child often not considered at all. Scrive Republica (giornale Nepalese) il 4 febbraio, riproponendo i buchi del sistema delle adozioni internazionali, anche qui fonte di reddito per molti.

Un ex ragazzo di strada, Sushil Chetri, ha aperto un centro (Dream Home) che ospita una trentina di bambini a Kalimati (periferia sud-ovest di Kathmandu) e , sembra, che riesca a tenerli e farli studiare, contrariamente ad altre organizzazioni. Ha prodotto qualche documentario sui ragazzi di strada, con loro come attori e con questo cerca di finanziare percorsi che lui ha già provato.

Nepal: dimenticare il conflitto… e le vittime.

Mi scrive Licia e fa tornare in mente gli anni del conflitto (1996-2006), segnalandomi un Rapporto che racconta di torture, violazione dei diritti fondamentali odierne,  nell’ormai squassato Terai nepalese. Avvenimenti che si sperava conclusi, nuove vittime che si sommano a quelle di allora.

Durante il conflitto tutto in Nepal sembrava congelato: rapporti sociali, spazi, tempo e distanza. Non si poteva viaggiare o si rischiava di rimanere bloccati per coprifuoco improvvisi; nei villaggi c’era tensione, paura di parlare, di crearsi dei nemici, di subire vendette da maoisti o esercito. Contadini ricchi e poveri dovevano ospitare gruppi di maoisti, fare donazioni o ingraziarsi i militari dell’esercito. Il vino (anche quello fatto d’orzo o riso) era vietato, come l’altro divertimento nazionale: il gioco d’azzardo. Si consumavano vendette al’ombra della guerra civile per prestiti non resi, veri o falsi adulteri. Chi era sospettato di spionaggio, stregoneria, infedeltà coniugale, gioco d’azzardo era randellato e, alcuni, ci hanno rimesso gambe o testa.

Come sempre chi più pagava il conto del conflitto erano i poveri, cioè l’80% del Nepal contadino sparso nei villaggi delle colline o nelle piane del Terai; controllato dai maoisti e attaccato dall’esercito. I maoisti forzavano la gente alle donazioni, a volte li obbligavano allo spionaggio o all’arruolamento. I militari dovevano fare statistica con il numero di maoisti uccisi o catturati e allora organizzavano razzie nei villaggi (magari mitragliando dagli elicotteri su gruppi di contadini e studenti) o sparavano impauriti a donne e bambini che raccoglievano legna nei boschi. Noi dovevamo comunicare all’esercito quando tenevamo un’assemblea in qualche scuola per evitare che fosse considerata un’assemblea maoista e magari trovarci con insegnanti e ragazzi presi a mitragliate. Si contano pochi scontri diretti fra esercito e guerriglieri maoisti, nessuno delle due parti aveva interesse né voglia di combattere. I primi controllavano di giorno le strade principali e le città più importanti, i secondi se ne stavano sulle colline a guardarli, per poi compiere qualche attacco alle sfigate forze di polizia e portargli via i moschetti.

Fortunatamente tutto è finito senza grandi bagni di sangue. Si contano 11.000 vittime dirette nei dieci anni di  conflitto che attendono giustizia e, le famiglie, qualche compenso oltre a quelli formali celebrati nella giornata dei Martiri. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riconosciuto 937 persone scomparse nei campi maoisti o nelle prigioni dell’esercito e della polizia, di cui non si sa più niente e di cui, costantemente, le famiglie chiedono notizie. E giustizia, ma sono solo contadini senza soldi né conoscenze. Povera gente, senza potere che rischia di incrinare il fragile patto che si sta costruendo fra ex-nemici per governare il Nepal (con il beneplacito dei donatori internazionali). L’interesse della maggioranza e di quelli che contano è di evitare i casini, rimettere l’economia in movimento. La giustizia può aspettare come è accaduto in Cambogia. Inoltre, il fluire delle cose, tipico dell’Oriente, sta portando via parte della violenza individuale e collettiva nata durante la una guerra civile. Anche i maoisti ufficiali si sono calmati in questi ultimi giorni; tutti stanno iniziando a scrivere la nuova costituzione; i capoccioni delle Nazioni Unite distribuiscono ghirlande di fiori ai combattenti maoisti che lasciano i campi. Molti di questi finiranno, senza alternative di lavoro e reddito, nelle bande di criminali che saccheggiano il Terai.

Per i famigliari dei dispersi e per le vittime del conflitto bastano un po’ di Commissioni, Disappearance Bill, Human Right Directorate (Forze Armate), o petizioni. Nel concreto poco lo stato sta facendo per assicurare giustizia e dare un segnale complessivo di fine dell’impunità e, come dicono i santoni dell’industria dell’assistenza, ristabilire la rule of law. Pochi del resto sono nel mondo gli esempi di giustizia data alle vittime di una guerra civile  (forse il Ruanda) dove spesso gli esecutori sono protetti dai mandanti o dai complici ancora al potere. Il caso della Cambogia è un esempio ma anche in Nepal chi dichiarò lo stato d’emergenza (2001) e diede direttive e mano libera all’esercito sono stati i Deuba, i Koirala, i Nepal che ancora governano il paese. E chi ha favorito o non evitato violenze dall’altra parte sono gli attuali leader dell’opposizione maoista. Visto così le vittime hanno poche speranze se non quella di manifestare, protestare ed essere utilizzate come raccatta soldi dalle varie ONG.

Fino ad ora, a parte le solite parole, poco si è fatto per denunciare e processare i responsabili di torture e violenze o, come detto in gergo, di gravi violazione dei diritti umani. E’ stato provato che centinaia di persone sono sparite ad opera dell’esercito regolare e solo 162 militari sono stati puniti. Niente si è fatto verso i militanti maoisti. Alcuni casi sono clamorosi come quello del Maggiore Niranjan Basnet, condannato da una corte civile nel 2008 per l’uccisione di una ragazza (15 anni) di Kavre, insieme a tre commilitoni. Mentre gli altri sono stati condannati e perseguiti, il maggiore è stato spedito (a fini protettivi) nelle Forze di Pace delle Nazioni Unite in Chad. C’è voluto oltre un anno perché stato nepalese e Nazioni Unite s’accorgessero dell’”errore” e fatto rimpatriare, lo scorso dicembre, il militare. Migliore è stata la sorte del generale Toran Bahadur Singh (potente, protetto e con un sacco d’informazioni) che è diventato vice-comandante del Nepal Army. Durante il conflitto (2003-2004) comandava le forze speciali (paracadutisti) del Bhairavnath Battalion (2003-04), con caserma a due passi dalle maggiori ambasciate. Lì dentro sono sparite almeno 50 persone e qualche centinaio sono state torturate. Il suo ufficiale operativo era il colonnello Bhanu Pratap Bahadur Chhetri che oltre a razziare i villaggi, si divertiva a torturare i prigionieri, tant’è che è uno dei pochi ufficiali superiori dell’esercito finito sotto la corte marziale. La promozione del Generale Toran Bahadur Singh ha suscitato le proteste dei “major donors—the US, the UK and other EU countries—and UN human rights agency OHCHR had demanded Singh’s suspension” ma, come accade ovunque, tutti se ne sono fregati. Anche per questi conta mantenere buone relazioni con i politici al potere che, a loro volta, devono proteggere i pezzi grossi con cui sono stati complici in arraffamenti (spese dell’esercito) o a cui è stata lasciata mano libera durante il conflitto. La stabilità prima di tutto.

Si tenderà ad insabbiare e a far dimenticare le storie ora raccontate nei giornali e i volti di vecchi contadini con in mano la foto di un figlio o di un parente scomparso. Mi viene in mente la scrittrice indiana Mahasweta Devi che ha scritto un best-sellers una decina d’anni fa (da cui è stato tratto un film) raccontando la storia di Draupadi, una donna della tribù dei Santal catturata, torturata e stuprata dai militari indiani nel ventennale conflito con i maoisti indiani. Per non dimenticare in Nepal sono stati portati nei villaggi i film Frames of War e il Photo Exhibnition Tour. Ormai è lo stato (formato sia dai maoisti che dai governanti di allora) che deve far finire l’impunità, smetterla con le protezioni, far funzionare la giustizia. Se no, come sta accadendo nel Terai, l’impunità dirige i comportamenti dello stato e dei suoi oppositori. L’impressione che smuovere le acque in questo campo non faccia piacere a nessuno, troppi problemi, troppe implicazioni, troppi segreti. Un po’ di parole e di relazioni da parte dei donatori internazionali e delle organizzazioni umanitarie possono bastare per placare le acque, in attesa che il tempo addormenti i parenti delle vittime. Ci sono tante storie ancora non raccontate ma solo sussurrate sul conflitto che riguardano un po’ tutti, compresi i donatori internazionali che, eventuali processi ai pezzi grossi, potrebbero far uscire.