Nepal, cade il governo… e chi se ne frega

Dopo un estenuante (per il paese) agonia è caduto il governo formato da 22 partiti di Madhav Kumar Nepal, durato 13 mesi. Risultati zero, solo un saccheggio dello stato e delle donazioni internazionali. La colpa dei maoisti, ha dichiarato nel suo discorso alla nazione il vecchio politicante. Niente di nuovo, come in Italia la banda dei politici, il PM Nepal s’è aggrappato alla poltrona per sfruttare fino all’ultimo il potere, fregandosene del disastro della sua gente. Le colpe sempre degli altri.

In tutti i partiti s’affilano i coltelli per la successione: compare l’uomo forte dell’UML (vicino ai maoisti) Jhala Nath Khanal; fra i maoisti il leader Prachanda si lamenta che cercano di fargli le scarpe; il Congresso, silenzioso, spera ma non ha leader adeguati dopo la morte del grande corruttore Koirala.

Gli scenari: i maoisti hanno pressato e hanno vincolato il funzionamento dell’incostituzionale Assemblea Costituente (prorogata sine die) a un governo d’unità nazionale, soluzione più plausibile. Il problema è chi lo dirigerà e può darsi che salterà fuori un personaggio minore, una specie di portaborse. Ma la politica è insabbiata fino a che l’Assemblea non varerà la costituzione, si andrà alle elezioni e uscirà un governo rappresentativo e legalmente autorevole. Ci vorrà ancora un anno, come minimo. Per adesso si cercherà di barcamenarsi, evitando tensioni e scontri. Non si prevedono grandi miglioramenti per la vita della gente comune ma, forse, neanche peggioramenti.

La realtà è purtroppo questa: i segretari dei VDC (Village Development Committee), i comuni\villaggi stanno dando in massa le dimissioni, bloccando la burocrazia locale. Minacce, salari non pagati, legittimità discussa, sono le ragioni. Il Terai allo sbando con continui omicidi per rapine, estorsioni, scontri fra bande (5 nell’ultima settimana). La crisi alimentare aumenta. Si è celebrato il National Paddy Day (il giorno del riso) ma negli ultimi 10 anni il Nepal è diventato un paese che deve importare. Quest’anno mancano 316,465 tonnellate per coprire i fabbisogni alimentari; lo scorso anno ne mancavano solo 132,914. La produzione è calata dell’11%; quest’anno il governo (allo sbando) non ha distribuito i fertilizzanti, nessun intervento è stato fatto per assicurare un controllo delle acqua a fini d’irrigazione.

Eppure l’agricoltura contribuisce (ancora) al 30% del PIL e il riso è il 50% di tutta la produzione e copre il 40% della dieta dei nepalesi. Sparisce la terra coltivabile per le nuove costruzioni, non ci sono interventi efficaci per l’irrigazione, sperimentazioni (come per esempio in Cambogia) su nuove tipologie di riso ad alta produttività, non esistono incentivi o piani d’aiuto\finanziamenti agevolati\crediti per gli agricoltori. Anzi le banche finanziate a questo scopo, scompaiono con i soldi. La gente lavora nelle risaie come 1000 anni fa, l’acqua arriva solo se il monsone è favorevole (e l’anno scorso non lo è stato). Dove interviene la cooperazione internazionale la gente non lavora più la terra, aspetta il riso bianco regalato, disdegna la coltivazione di patate, se ne impippa se le risaie e le terrazze crollano. Tanto, forse, qualcuno arriva e  regala un po’di sacchi di riso.

Risultato: circa 1,6 milioni di persone a rischio carestia. Se digitiamo su Google, Agricuture Projects Nepal, saltano fuori centinaia di progetti, alcuni iniziati addirittura negli anni ’50. Miliardi di euro in fumo, per rendere la gente affamata e non autosufficiente. Altro che politici e cooperanti, i maoisti avevano ragione a voler fare la rivoluzione e, infatti, chi se ne frega se è caduto il governo. Poco cambia.

Un giro a Gerusalemme

Tutte uguali, nuove o antiche, le case di pietra chiara di Gerusalemme. Un gran colpo d’occhio che sembra dare un segnale d’ordine, purtroppo solo apparente. Le pietre vengono dalla West Bank, chiusa da un muro (facilmente valicabile) e da incongrui posti di frontiera. Anche per andare a Betlemme bisogna fare un lungo giro perchè, a discrezione, le guardie di frontiera bloccano i taxisti, spesso inferociti. Sulla città galleggia un dirigibile per controllare le funzioni religiose del venerdì musulmano. Nelle moschee possono entrare solo gli over 50 per evitare pericolosi assembramenti. Sotto l’immenso pianoro del Monte del Tempio (Haram Ash Sharif) dove i musulmani pregano, gli ebrei posano il capo e biglietti di desideri fra le enormi e antiche pietre del Muro del Pianto. Intorno chiese ortodosse, monachi francescani, muezzin, che intonano inni vicino al Santo Sepolcro, un miscuglio di religioni e di sette. La gente comune, ebrei e arabi, fanno compere nell’elegante e laico Mall di Marmilla, sicuramente stanchi di secoli di scontri e insicurezza.

Come cugini litigiosi ebrei e arabi (la stirpe di Abramo), non riescono a convivere e a prosperare in questa terra. Negli ultimi 60 anni poco sembra essere cambiato. I palestinesi dei Territori non hanno nulla da perdere (lavoro, prospettive di vita) e sono incazzati con il mondo; gli israeliani vivono in un continuo assedio, impauriti e, quindi, incapaci di relazionarsi con i vicini. Anche qui le Nazioni Unite sfilano con i gipponi bianchi da decenni, tutti buttano soldi in Palestina ma la situazione economica nei Territori è precaria ed è una delle cause delle tensioni. In questi giorni a Betlemme conferenza dei donatori per stanziare un altro miliardo di dollari; a Gerusalemme incontro internazionale di perdigiorno mondiali per analizzare le conseguenze della guerra sui bambini. Queste attività non migliorano la vita oltre il muro che, anzi, è in continuo peggioramento. Il lavoro non esiste, la gente ciondola nelle strade senza prospettive, specie i giovani. A Gaza, sottoposta da embargo da tre anni, un abitanti su cinque vive di aiuti internazionali e gli abitanti sono 1.400.000. Fiumi di soldi spesi, in teoria, per creare condizioni vita accettabili per i palestinesi e togliere acqua agli estremisti e ai disperati.

Ma, dice la gente, che la comunità internazionale, come ovunque nel mondo, ha aiutato solo i capoccioni politici: la cricca di Arafat (la moglie se la spassa a Parigi) e adesso quella di Abu Mazel (due figli controllano le principali industrie nei territori) e, anche, Hamas fu finanziata dagli israeliani per premere nelle trattative con l’OLP. Non sorprende che la pace non faccia comodo a chi prospera sulle tensioni e la povertà. Musulmani e ebrei di Gerusalemme riescono, però, a intravedere la luce oltre il tunnel. Immaginano che turismo, industrie e commerci possano rendere la gente di qua e al di là del muro più prospera, più integrata. Non servono strateghi internazionali per capire che se si ha qualcosa da perdere (casa, lavoro, futuro dei figli) magari si cerca più la pace che la guerra. Lo dicono i taxisti parlando dei palestinesi dei Territori.

La gente comune che ho incontrato, ebrei e arabi, o, come dicono alcuni arabi ebrei e arabi musulmani, vorrebbero che almeno i propri figli, che magari studiano nella stessa scuola, possano costruire il proprio futuro in pace. Gerusalemme è, ora, tranquilla, contrariamente ad altri paesi musulmani e le manifestazioni europee. L’affaire delle navi dei pacifisti non ha provocato tensioni. Dal mio punto di vista personale questi sembra che m’inseguano, quest’inverno mi hanno bloccato il Cairo e adesso rischiato di provocarmi problemi in Israele.

Come in tutte le storie (d’amore, di vita, di politica) la verità non è mai agli estremi. Sicuramente, ancora una volta,  Benjamin Netanyahu, ha fatto la figura dello scemo, un opinione condivisa dai musulmani e dagli ebrei di Gerusalemme (e del resto del paese). Lì in mezzo al mare qualcuno ha dato via di testa e il Governo, invece di chiedere scusa ed aprire un inchiesta, ha difeso come un mulo qualche militare impazzito. C’è da dire che cercare di forzare il blocco di Gaza (giusto o ingiusto che sia) non è una grande dimostrazione di pacifismo o di cercare di ridurre le tensioni. Aleggia, magari pensando male, la voglia di pubblicità di questa organizzazione (Free Gaza Movement) nata da una strana donna americana e, oggi, finanziata da una associazione turca religiosa (IHH). Racconta l’International Herald Tribune, che nel palazzone al centro d’Instanbul i capi Omar Faruk e Yardim Vakfi festeggiavano l’azione israeliana “ We became famous, we are very thankful to the israeli authorities”. Da dove arrivano i soldi per finanziare l’acquisto di navi non è chiaro. I giornali israeliani hanno tirato fuori collegamenti con la Jihad islamica, rapporti dell’intelligence (?) di vari paesi occidentali, e scritto che su una delle navi (Mavi Marmara) c’era un gruppetto di delinquenti che potrebbe aver reagito con la violenza all’ arrembaggio dei militari israeliani. Tutto da verificare. Certo è che le conseguenze di questo scemenza sono gravi per lo stato israeliano. I turchi unico paese musulmano che da secoli fanno da ponte con gli ebrei, sono inferociti. Un periodo di relativa tranquillità (situazione favorevole al dialogo) in Palestina rischia d’interrompersi. I rapporti con l’eterno difensore (USA) raffreddati. L’Iran cerca d’intrufolarsi a Gaza proponendo di scortare le navi d’aiuti. Unica nota positiva di questo atto insulso è che la gente, almeno qui a Gerusalemme, l’ha collocato nell’abituale stupidità che caratterizza i militari di tutto il mondo, qui con più potere. Adesso un’altra nave (Rachel Corrie) è stata fermata prima di Gaza.  Benjamin Netanyahu ha ordinato alle forze israeliane di fermare la nave “con gentilezza e cortesia“ed è stato fatto. Errare può essere stupido ma umano.

Nepal, tranquillo mercato

Prima che spostassero il mercato dei vegetali ai margini di Ring Road, era la centralissima Asan Tole che raccoglieva i contadini che scendevano dalle colline con immensi cavoli, piccoli pomodori, mandarini (d’inverno), mele del Dolpo o della Kali Gandaki, radicioni bianchi da lasciar fermentare nel peperoncino. Qualcuno aveva uno straccetto con qualche cipolla o un fascio d’enormi carotoni. Con le biciclette stracariche di banane, manghi e frutta da posti caldi s’aggiravano i venditori indiani. Oltre agli ambulanti sedevano fuori dai negozietti venditori di spezie nascosti da sacchi colorati, di plastiche varie, di decine di tipi di lenticchie. Insomma uno spettacolo che ora si è ridotto. Le massaie mercanteggiavano con i venditori all’infinito per strappare uno sconto di qualche rupia.

Questi ricordi mi riportano all’attualità politica e all’estenuante (per il paese) tira e molla fra maoisti e partiti di governo. Tutto secondo le previsioni: l’Assemblea Costituente sarà prorogata e si varerà (fra lotte durissime per i posti di potere) un governo d’unità nazionale. Unica soluzione che produrrà un moltiplicazione della spesa pubblica per accontentare tutti. Infatti i partiti sperano nei donatori internazionali, gli eterni elargitori di prebende senza controllo. Prospettive non brillanti nel breve termine ma necessarie per giungere a un assetto politico un po’ meno incasinato. Almeno sembra che le proteste promesse dai maoisti siano, per ora, ritirate e che la gente potrà così vivere e lavorare. Asan Tole e i suoi mercanteggiamenti si è trasferito a Singh Durbar e negli altri palazzi del potere: il primo ministro non si è dimesso chiedendo una soluzione per i militari maoisti; i maoisti hanno protestato e chiedono 3600 assunzioni nella polizia. Un centinaio di giovani si è rasato a zero per protestare contro il prolungamento (illegale) dell’Assemblea. L’idea è che si rimandano le soluzioni dei problemi.

 Intanto oltre 350.000 persone sono state fregate da una compagnia d’assicurazione (Unity Insurance) che vendeva polizze  sanitarie false, un giro di una ventina di milioni di dollari che ben rappresenta l’assoluta assenze di controlli e di governo. Dimenticata la notizia proveniente dalla remota Meghalaya (Assam) dove la terra è poca e i poveri tanti, la maggiorana dell’etnia dei Kashi sta cercando di sbattere fuori i migranti nepalesi (circa 15.000). Qualche morto nei giorni scorsi, evento che si ripete da anni.  Io sono a Gerusalemme, un alto posticino sempre al centro di casini. Ne riparliamo.