Nepal: aumentano gli aiuti internazionali e la povertà

Trattative policentriche per raggiungere un accordo che consenta, il 2 agosto, di dare un governo al Paese. Tutti sono per un esecutivo d’unità nazionale, comprese le ambasciate indiane e americane, che stanno svolgendo un impropria attività politica, ma non c’è accordo sulla leadership. Congresso e Maoisti permangono divisi ed è iniziato un forsennato corteggiamento ai partiti Madhesi (United Democratic Madhesi Front (UDMF) che vogliono l’autonomia della parte meridionale del Nepal, il Terai. Ipotesi attuale:  che gli 82 deputati autonomisti votino il candidato maoista, il governo avrebbe la maggioranza ma il paese si spaccherebbe sia a livello politico che etnico. Nel Terai la maggioranza degli abitanti, composta da altri gruppi etnici chiederebbe una miriadi di entità autonome (Limbu, Tharu, Kiranti, etc.) e inizierebbero casini senza fine.

Straziante instabilità che perdura da quattro anni (nei precedenti 12 il paese era in conflitto civile). Possiamo immaginare le condizioni delle istituzioni e dell’economia già descritta in altri posts. Di fatto il governo controlla a stento gran parte del paese, specie la cintura meridionale (Terai) ai confini con l’India. Oltre i problemi di sicurezza sociale, di applicazione delle leggi, un governo inesistente non riesce a dare vigore a politiche sociali, di riduzione della povertà. Di miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Nei giorni scorsi il Primo Ministro dimissionario Nepal s’è recato a celebrare il centenario del più antico ospedale nepalese, il Bir Hospital, ospitato in un fatiscente palazzo Rana nel centro di Kathmandu. Nei giardini ormai svaniti languono decine di persone in attesa di un posto letto, altre chiedono soldi per comprare le medicine o pagarsi qualche cura. Nei villaggi è ancora peggio perché gli ospedali magari distano chilometri a piedi e gli Health Post non hanno niente, compresi i medici. Nel discorso il Primo Ministro ha fatto autocritica per le morti di diarrea dello scorso anno, ma il problema permane con l’inizio d’epidemie a Rukum, Nepalgunj, Baglung. Niente di nuovo sono millenni che questo accade.

Eppure, malgrado le scarse capacità di gestione generale dello stato nepalese, i donatori internazionali hanno raddoppiato, nell’ultimo anno, “grant and loan” al paese, gettando nel calderone la cifra record di 1 miliardo di euro (riferisce il Foreign Aid Department del Ministero delle Finanze). Questi fondi sono stati utilizzati al 86% per coprire le spese correnti del governo (27,45% dell’intero budget statale), pochi e solo nominali per sviluppare il paese sistema sanitario, infrastrutture, agricoltura, gestione delle acque, educazione, etc.). Infatti qualcuno si domanda che fine hanno fatto questi fondi data l’estrema fragilità dello stato. “Nepal has been unable to utilise foreign aid in the past few years” ha dichiarato Posh Raj Pandey che era membro della Commissione (Nepal Planning Commission-NPC) incaricata di programmare l’utilizzo degli aiuti internazionali. Quindi, se lo dice lui…

La domanda che si pongono in molti è: questo immenso flusso di denaro ha prodotto, grazie ai gestori locali e internazionali, significativi miglioramenti per la gente comune. Cioè, in sintesi, è diminuita la povertà causa di decine di danni collaterali (malattie, migrazione, emarginazione sociale, traffico di esseri umani, bassa scolarità, etc.). Risulterebbe di no anche se la sua quantificazione, come tante cose nella cooperazione internazionale, è fumosa. La Nepal Planning Commission tira acqua al suo mulino e dichiara che la “poverty has reduced considerably from 20034 level”, cioè loro hanno lavorato bene. A livello quantitativo hanno ragione, il reddito pro-capite è aumentato, ma se per comprare una carota costa il doppio di cinque anni fa il reddito reale s’è, in realtà, dimezzato. Ed è quello che è accaduto in Nepal (come in altri paesi poveri). Si stima che l’1% d’aumento dei prezzi dei generi alimentari (e in Nepal sono raddoppiati negli utlimi 5 anni) produce un aumento del 1,6% dei poveri fra i gruppi marginali. Tant’è che anche la World Bank ha aumentato il limite minimo della soglia di povertà portandolo da USD 1 a USD 1,5 al giorno.

Qualcuno (Oxford University) ha cercato di quantificare i trend di povertà utilizzando sistemi un po’ più raffinati (multidimensional approach) che prevedono la valutazione di una serie di indici (sanità, accesso all’acqua, proprietà, elettricità, etc). Queste stime dicono che la povertà non è affatto diminuita ma riguarda fra il 50 e il 60% dei nepalesi (indici Word Bank 55%-indici NPC 26%). Insomma butta male e si vede anche perché nessuno ha governato flussi e processi. Per esempio le rimesse degli emigranti (30% del PIL) hanno prodotto enormi diseguaglianze fra le persone e le aree urbane e rurali. Un recente rapporto della Banca Centrale nepalese racconta una realtà già vista. I soldi dei migranti finiscono, in buona parte, ai ricchi dei villaggi per pagare prestiti e mantenimento delle famiglie lasciate lì. I money lenders li investono nelle proprietà immobiliare di Kathmandu o di altri centri urbani. L’unica industria che tira. Governanti e cooperatori internazionali (che in Nepal, come in altri paesi poveri detengono grande potere) hanno fatto rendere poco i miliardi di euro (le nostre tasse) investiti nel paese. Non sorprende che la gente comune li consideri entrambi (politici e cooperanti) dei malfattori.

Nepal, non si trova il Primo Ministro

E domani si rivota all’Assemblea Costituente per eleggere il 43° Primo Ministro del Nepal. Ieri situazione di stallo che, sembra, destinata a ripetersi. I tre maggiori partiti hanno presentato propri candidati e nessno è riuscito a raggiungere la soglia dei 300 voti necessari. I 22 partiti piccoletti si sono astenuti come i partiti Madhesi (82 seggi) e cercano di mercanteggiare le migliori condizioni. Quasi tutti gli eletti presenti, alla faccia del monsone che sta spazzando via strade e ponti.

Questi i risultati: UCPN Unified Communist Party of Nepal (maoisti) con candidato il leader supremo Pushpa Kamal Dahal (Prachanda) che ha ottenuto 242 voti (tutti gli altri si sono astenuti); NC (Nepali Congress) Ram Chandra Poudel ha ottenuto 124 voti; UML (United Marxist and Leninist-comunisti moderati). Inferocito il candidato del UML (United Marxist and Leninist-comunisti moderati) Jhala Nath Khanal che, malgrado l’appoggio dei maoisti, non è riuscito a coinvolgere il Congresso in un governo d’unità nazionale da tutti auspicato. Adesso è incazzato come una biscia e auspica (e lavora per) un’altra fumata nera per le nuove elezioni di venerdì. “We will not vote in favor of any candidate in the next round of voting”, ha dichiarato gettando nella disperazione chi auspica una soluzione veloce della crisi (cioè tutti).

Giochi di potere, correnti, lotta fra personalità politiche stanno frastornando la gente comune che si domanda perché il Congresso che sta appoggiando il governo dimissionario dell’UML non abbia appoggiato il candidato dello stesso partito. Adesso tutti a corteggiare i partitini che fanno i preziosi per ritagliarsi fette di potere. Addirittura il leader maoista Prachanda ha incontrato l’ex ministro degli interni del governo di Re Gyanendra, considerato fino a ieri responsabile di uccisioni e sparizioni durante il conflitto civile per farsi appoggiare dal suo manipolo di deputati. Come ovunque, per beccare un po’ di potere tutto diviene lecito. Anche i separatisti Madhesi (86 voti) hanno ritirato fuori il “madesh mudda”, l’identità nazionale dimenticata quando il loro ministro dell’educazione prendeva le tangenti dagli insegnanti. Anche qui si mercanteggia.

In tutto questo movimento , per ora, inutile l’unica cosa  ferma è l’economia del paese. Negli ultimi quattro anni le esportazioni si sono ridotte di 2/3 e alcuni settori come il tessile sono praticamente crollati (nel mese di giugno l’export verso gli USA, principale mercato del tessile, è stato pari a zero), le piccole imprese artigiane hanno visto ridotto gli ordini dall’estero di oltre il 30%. Si salva solo il caffè che è diventato una moda in Giappone. La bilancia dei pagamenti è talmente sbilanciata che solo le rimesse degli emigranti riescono ad assicurare valuta pregiata per acquistare petrolio, riso, medicine.

Magra consolazione la pioggia che, forse, assicurerà buoni raccolti rispetto al secco 2009. Anche qui si contano sequele di frane, smottamenti, villaggi strappati via, fiume che sono sull’orlo di saltar fuori (come ogni anno il Rapti River). E tutto il corollario d’epidemie di tifo e difterite. Durante il monsone il Nepal torna indietro di 50 anni, le strade scompaiono, i villaggi s’isolano, la gente muore per una febbre. Forse addirittura peggio di 50 anni orsono, almeno allora le terrazze erano curate, gli alberi non esportati di nascosto in India, i canali per le acque tenuti a posto. Si contano decine di morti, migliaia di famiglie senza più un tetto sia nelle montagne e colline (Kavre, Dolpo che nelle pianure (Bardya, Nawalparasi, Banke). Anche qui scorriamo il web alla voce “disaster management nepal” e troviamo centinaia di progetti e organizzazioni che operano (e spendono da anni). E poi qualcuno si ricorda della grancassa sul cambiamento climatico, di Copenaghen  o la vendita dei futuri disastri ha già prodotto gli utili sperati?

Aggiornamenti: anche la seduta di venerdì non ha prodotto risultati, l’accordo fra i partiti non c’è. Si attende il 2 agosto per le prossime votazioni.

Intanto nell’ultimo mese (con monsone) sono stati contati 367 incidenti con decine di morti, le strade non reggono. Oggi a Saljan, un altra frana con 5 morti.

Bloccate le adozioni internazionali in Nepal, troppi orfani di carta

L’Italia e Spagna (al centro delle polemiche per adozioni internazionali finte) s’accodano ad altri paesi occidentali (Canada, Danimarca, Germania, Francia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Regno Unito) sospendendo le adozioni internazionali dal Nepal.

L’anno scorso il governo varò una nuova legge diretta a evitare l’abituale compravendita di bambini che aveva portato già, nel 2007, al blocco delle pratiche. Era immaginabile che la legge restasse sulla carta e il business nelle mani di arcinoti trafficanti. Ne avevamo già parlato evidenziando come in un paese in cui tutto è provvisorio (governo, Assemblea costituente, ministri e ministeri) e fuori controllo, poco erano le speranza che questa delicata materia fosse seriamente regolamentata. Il ministero del Welfare e le varie commissioni incaricate di vigilare non funzionano e il business è rimasto, interamente, nelle mani dei gestori di falsi orfanotrofi e associazioni varie. Fra i paesi in cui il fenomeno delle adozioni internazionali è più diffuso e contestato è, forse, la Cambogia che sta cercando di controllare e limitare il fenomeno.

Nel febbraio di quest’anno, una delegazione di legali del Conference on Private International Law, mise nero su bianco in un rapporto questa situazione e, subito, diversi paesi bloccarono le adozioni, per ultime Spagna ed Italia. Qualche mese fa un bel documentario di Terres des Hommes aveva reso pubblico (e spettacolare) il business degli “orfani di carta” (Paper Orphans è il titolo del documentario). A Patan la proiezione, con gran pienone di salvatori dei bambini.

La storia raccontata è tragicamente vera e diffusa. Famiglia povera sperduta nei villaggi delle colline, soldi zero, qualche funzionario di un Associazione che offre al bambino la possibilità di mangiare e studiare a Kathmndu, il suo inserimento in un orfanotrofio\home, e l’inizio del processo di vendita a qualche ignara famiglia occidentale. Nel caso raccontato nel documentario la madre si è mossa con vigore creando una querelle internazionale fra Spagna e Nepal.

Che dire, già in altri post, avevamo concordato con chi dice che l’adozione internazionale deve essere l’estrema risorsa per dare opportunità a un bambino. Prima dovrebbe esserci l’intervento e il potenziamento delle strutture comunitarie d’accoglienza e sostegno, poi, eventualmente, l’adozione interna. Alcuni Rapporti dicono che il 60% dei bambini chiusi in orfanotrofi non sia in realtà orfano, ma infilato nelle fabbriche d’adozioni come il Bal Mandir e altri. Sarebbe bello che parte della somma (fra i 20 e i 30 mila euro) che un genitore adottivo spende nelle pratiche andasse nei villaggi per offrire soluzioni, meno traumatiche, ai bambini in difficoltà. Questo non accade e, a Kathmandu, si raccontano molte storie di personaggi (magari anche vicini alle ambasciate occidentali) diventati ricchi con questo business.

Quando le ONLUS s’incazzano

Tanto per mantenerci aggiornati: come sempre quando si toccano le ONLUS qualcuno s’incazza. Eppure si scrive semplicemente di numeri presi, fra l’altro, dai loro patinati bilanci sociali; a volte con qualche accenno positivo, sempre con l’intenzione che qualcosa migliori. Sempre per dare risposta ai donatori che scrivono mail o commenti perplessi sull’effettivo utilizzo del  loro obolo.

Quando si parla di bilanci, soldi o efficacia dei loro progetti si rischia sempre di scatenare ire funeste da parte della casta dei santoni e salvatori del mondo. Cosa un pò ripugnante perche queste Associazioni sbandierano   trasparenza, diritti umani, libertà e altre belle chiacchiere sui loro siti e proclami.

Il corpo del reato è l’ultimo post pubblicato sui bilanci delle ONLUS impegnate nella cooperazione internazionale, sostegno e adozione a distanza. L’indice accusatore è stato puntato contro Agoravox (il giornale in rete) che pubblica i miei posts. L’accusatore tale Alex Giusella impegnato ad aiutare il mondo dal ( immagino ben remunerato con i soldi donati per i bambini) Ufficio Stampa di Aiutare i Bambini ONLUS. La foto del post semplifica una frase “ma vai a lavorare“.

L’accusa: “A parte il tono generale che trovo francamente squalificante già dall’incipit (cito testualmente: “Noi, come ogni anno, diamo un occhiata a questo florilegio di numeri e dichiarazioni d’intenti, spesso con conati di vomito”), l’articolo cita più volte “aiutare i bambini”, sempre attribuendo alla nostra attività dati e cifre assolutamente falsi, che non corrispondono al vero e a quanto da noi pubblicato sul nostro Bilancio Sociale 2009. Potete rendervene conto voi stessi, prendendo visione del nostro Bilancio Sociale 2009 pubblicato anche sul nostro sito internet già da diverse settimane E continua l’eroico salvatore del mondo “L’articolo in oggetto è pertanto diffamatorio. Secondo la vostra Politica editoriale di cui ho preso visione sul vostro sito, non avreste dovuto pubblicarlo. Sono pertanto a richiedervi la rimozione dell’articolo stesso o una sua smentita. Sarebbe auspicabile anche una seria indagine da parte vostra sul tema affrontato nell’articolo (impiego dei fondi raccolti da ONG e organizzazioni non profit in genere) e una seria verifica dei prossimi articoli che l’utente dell’articolo in oggetto vorrà pubblicare. Resto in attesa di una risposta e di una soluzione in tempi brevi. Diversamente saremo costretti a intraprendere le azioni necessarie alla tutela della nostra reputazione.” Poi il censore ha riscritto e riminacciato.

Bè era, per me, più prestigioso il patetico tentativo di censura praticato da Fernanda Contri (ritiranda ex-presidentessa di CCS Italia), almeno lei aveva fatto una bella carriera nel faticoso mondo degli inutili e dannosi (politicanti e affini) mentre il povero Giusella si è, almeno per ora, fermato nel’Uffico Censura di Aiutare i Bambini.  Come sempre non si entra nel merito ma come i presunti appartenenti a caste sopraelevate dai comuni mortali si minaccia. Eppure in altri post  passati si era parlato bene del bilancio di altre organizzazioni, e, poi, a parte i Giuselli vari  la matematica non è un opinione.

La riposta: La frase “90% dei fondi destinati ai progetti d’aiuto ai bambini” si trova a pag. 5.6 del loro patinato Bilancio Sociale. I numeri citati nell’articolo nel Bilancio Sintetico )

Le cifre contestate:

 -Immobilizzazioni finanziarie euro 1.196.965 (ca +15 rispetto al 2008) e pari al 30% dei proventi annui (donazioni ricevute)-

-Oneri da raccolta fondi (spese per marketing): euro 593.569 -

-Oneri di supporto generale (personale, oneri di gestione?, etc.): euro 674.161

 -personale e collaborazione per progetti: euro euro 258.315

Totale euro 1.526.045 (su un totale di donazioni ricevute di euro 3.575.781 (cioè il 42,6% dei soldi destinati ai bambini).

Possiamo considerare (volando bassi) che per mantenere le strutture all’estero (38 sedi e altrettanti uffici, telefoni, viaggi, personale locale, macchine e moto, etc.) spendano altri 350.000 euro  ed ecco arrivare la mitica e diffamatoria cifra del 56%. Queste cifre non sono opinabili come potrebbe esserlo (a livello qualitativo) qualche loro progetto a Pondicherry, a Kathmandu o a Shianoukville. Non ci sarebbe niente di male a spendere queste cifre, basterebbe dirlo o scriverlo. Ma sono troppo suscettibili questi salvatori dell’umanità.

Un ultimo pensiero ad Agoravox. Un bel giornale in rete che tuona con numerosi articoli contro corruzione, sprechi, politici incapaci, Berlusconi, libertà di stampa e via discorrendo. Tutto pubblicato quando si stà sul generale (generico) ma quando si tocca qualche casta o sottocasta sembra ritornare l’antica regola della stampa italiana “ma chi ce lo fa fare” e allora zitti tutti. Infatti l’articolo è stato tolto (dopo essere stato pubblicato) ha ricevute 68 consensi dai moderatori (chi deve approvare l’articolo) contro 2 (cioè il 98%). Gran paese l’Italia.

Aggiornamento: Agoravox ha ripubblicato l’articolo, un bel gesto.

Lago D’ Aral: un bel disastro

Mi spedisce un amico.

Caro Ermanno, sono Victor, oggi voglio raccontarti la mia storia, dato che finora ti ho detto poco di me. Vivo a Moynaq, in Karakalpakstan, repubblica autonoma dell’Uzbekistan, un tempo ridente cittadina sulle rive del Lago d’Aral, il quarto lago più grande del Mondo, oggi ad oltre 80 km da quello che resta delle sue rive, dopo che cinquant’anni orsono il lago ha cominciato a morire e a ritirarsi lentamente, ma inesorabilmente. Come me, del resto.  Ti scrivo con le mie ultime forze rimaste, ho poco da vivere, ormai, i miei polmoni hanno respirato per decenni la sabbia del fondo del lago, contenente pesticidi, antrace e chissà quale altra diavoleria gli uomini hanno gettato nel lago che ora non esiste più. Tu che scrivi per web e riviste potrai diffondere questo mio messaggio ed informare l’opinione pubblica di quanto sta accadendo in questo lembo dimenticato di Asia.

Mio padre faceva il pescatore, come tanti, qui da noi. Ricordo ancora quando salivo da bambino sulla sua barca, orgogliosa e maestosa come lui, solcare le acque non sempre tranquille del lago, spesso agitato dai forti venti che spirano incessantemente da nord / nord-ovest. Avrei voluto seguire le sue gesta, replicando un gesto antico, che da generazioni si ripeteva come un destino ineluttabile, cui nessuno del mio popolo avrebbe potuto sottrarsi. Il lago d’Aral, del resto, era sempre stato generoso con i pescatori delle sue rive, che raramente tornavano a casa a mani vuote. Ora la sua barca è adagiata sul fondo prosciugato del lago salato, insieme ad altre centinaia di pescherecci, scheletri arrugginiti che testimoniano del più grande disastro ambientale per causa umana che la storia ricordi. Tutto iniziò negli anni ’50, in piena guerra fredda, quando i burocrati dell’U.R.S.S. dovevano contrastare ad ogni costo gli Stati Uniti d’America in ogni campo, anche per quanto riguardava la produzione di cotone. Fu allora che le autorità sovietiche ordinarono di deviare il corso dei due principali immissari del Lago d’Aral, il Sir-Dar’ja e l’Amu-Dar’ja (conosciuto in precedenza come Oxus): e così il deserto del Turkmenistan, molti chilometri più a sud, riprese a fiorire dagli anni ‘60, ma il Lago d’Aral venne condannato a morte.

Dal 1960 ad oggi, il Lago si è ridotto oggi del 90 %, mentre la superficie coltivata a cotone è aumentata solo del 20 %, a causa della progressiva desertificazione dell’ambiente e della crescente salinizzazione del suolo, che viene sempre più contaminato dal sale, dai pesticidi chimici e dai fertilizzanti che le autorità fornivano a piene mani agli agricoltori, per cercare di incrementare i raccolti di cotone che, ironia della sorte, si dimostra di qualità mediocre. Perché tu possa comprendere le dimensioni di quanto è accaduto, pensa che è come se un lago grande una volta e mezza l’intera Pianura Padana, dove vivi tu, si fosse quasi del tutto prosciugato. A cinquant’anni di distanza, i risultati di tale disastro sono i seguenti: Il clima, non più mitigato dal lago si è notevolmente irrigidito: le piogge si sono fatte sempre più rare e d’inverno, i gelidi venti siberiani portano la temperatura anche a -35 °, mentre d’estate, il torrido vento del deserto può fare arrivare la colonnina di mercurio prossima ai 50 ° centigradi. I dati sono ancora più sensazionali, se si considera che qui siamo soltanto al quarantatreesimo parallelo, più o meno come la vostra Firenze. Tutti i principali porti pescherecci si sono ritrovati a distanze sempre crescenti dal lago, che un tempo vantava 24 – 25 specie di pesce ed ora soltanto 2 o 3, anche a causa del notevole aumento della salinità dell’acqua.

In più, in quella che un tempo era l’isola di Vozroždenie ha avuto sede per decenni un’installazione militare sovietica, dove venivano condotti esperimenti di armamenti chimico-batteriologici, utilizzando numerosi animali come cavie. Per effetto dell’abbassamento del livello del lago, oggi l’isola è collegata alla terraferma e nel 2002 è stato effettuato un primo intervento di bonifica, coordinato dalle autorità del Kazakistan e dell’Uzbekistan con l’ausilio di consulenti statunitensi, ma c’è chi sospetta che numerosi bidoni contenete antrace ed altre sostanze chimiche pericolosissime siano ancora stipati in alcuni bunker sotterranei: vero o falso che sia, rimane il fatto che tracce di antrace siano state trovate in un’area molto vasta della zona. Le colonie di ratti che un tempo vivevano sull’isola, contaminate dall’antrace, stanno migrando verso il deserto meridionale, con conseguenze disastrose sull’intera catena alimentare della zona. Molti bambini tra i residenti nella zona nascono malformati, la mortalità infantile è aumentata di circa 10 volte, la quasi totalità delle donne soffre di anemia, sono in aumento esponenziale i casi di tumore alla gola, di cancro al fegato, di tubercolosi, di malattie respiratorie, come quella che mi ha colpito e che mi affligge ogni giorno di più.

Polveri contenenti una mistura tossica di sabbia, sale e pesticidi e altri veleni hanno ormai raggiunto persino alcuni ghiacciai dell’Himalaya, a centinaia di chilometri di distanza. Diverse specie animali che vivevano in prossimità del Lago sono scomparse, e quello che era il quarto lago più grande del mondo è ora diviso in due bacini: quello più settentrionale, il “Piccolo Aral” e il resto del lago, di cui sopravvive un’esile striscia nella sua parte più occidentale. Nel 2005 le autorità kazake hanno avviato un progetto di riqualificazione della parte settentrionale del lago: è stata costruita una diga per isolarlo dal resto del lago e nel 2008 Il “Piccolo Aral” è stato ricongiunto al suo affluente, il Sir-Dar’ja, attraverso un rigoroso sistema di controllo degli sprechi di consumo d’acqua per le irrigazioni. Per noi uzbeki, invece, nessuna buona notizia: le piantagioni di cotone, infatti danno molto più lavoro di quanto non ne desse il lago ai nostri pescatori e recentemente alcune compagnie petrolifere hanno scoperto sul fondale ormai secco alcuni interessanti giacimenti di gas naturale. Non c’è più alcuna speranza di far rinascere quello che un tempo costituiva l’avamposto più orientale di quel grande Oceano che comprendeva anche il Mediterraneo ed il Mar Nero e che ritirandosi, lasciò sulla sua strada il Mar Caspio e il nostro povero Lago d’Aral. Oggi ci rimane soltanto il macabro e morboso turismo dei visitatori incuriositi dal lago in secca e dagli spettri d’acciaio consumato delle navi arenate nella crosta di sale.

Questa è anche la mia storia, perché anch’io mi sto spegnendo insieme al lago e tra pochi mesi me ne andrò silenziosamente, lasciando mano libera a chi è convinto che il business sia più importante dell’ambiente in cui viviamo. Ho deciso di lasciarti queste poche righe per dirti che non è così: la morte di Aral e di Victor saranno la testimonianza di quanto indissolubili siano la specie umana e il pianeta in cui vive. Ti lascio queste parole, come un messaggio in una bottiglia, insieme alle polveri di ciò che resta del Lago d’Aral, che vagheranno nel Mondo per ricordare la storia di un lago ucciso dall’arroganza dei potenti e quella di un bambino uzbeko, che da grande avrebbe voluto fare il pescatore . Victor

Questo è un articolo che comparirà sulla rivista BioEcoGeo, la storia è romanzata ma i fatti veri.

Stagione di ciliegie, pesche, bilanci ONLUS. Qualcosa marcisce.

E’ la stagione delle ciliegie, pesche e bilanci delle ONLUS\NGO, come per i frutti di stagione qualcuno è un po’ marcio. Noi, come ogni anno, diamo un occhiata a questo florilegio di numeri e dichiarazioni d’intenti, spesso con conati di vomito. Nessuna velleità d’analisi accurata,  solo uno sguardo per far risaltare i dati più macroscopici di come queste organizzazioni impegnate nel sostegno a distanza o nella cooperazione internazionale spendono i soldi a loro donati da milioni di cittadini. Il nostro analista ciondolone Max è a Londra, sfatta per le performance di Cappello e le cure economiche del nuovo governo conservatore. Situazione non buona nella City che non riesce a procurare i redditi del passato alla moltitudine di ex yuppies frastornati. Max mi dà, dunque, un aiuto analizzando (sempre con leggerezza) qualche bilancio.

I bilanci  del 2009 non si discostano molto da quelli già visti in altri posts per gli anni passati: spese accorpate e indecifrabili, incapacità di comprendere quanto si destina, realmente, ai beneficiari, costi di struttura e marketing (per raccogliere soldi) crescenti, il 30-40% dei fondi fermi in banche, cassa o fondi d’investimento (invece d’andare ai beneficiari). Se va bene bilanci simili a quelli di una holding più che una organizzazione sociale (sono chiamate “attività finanziarie o immobilizzazioni”).  Si riscontra, generalmente,  una diffusa crescita delle donazioni private, rispetto al nero 2008: (Aiutare i Bambini + 6%; Action Aid +5%; Save The Children + 26% ma –20% da aziende; Compassion +7%). Alcune ONLUS (TDH, e SOS Italia) non hanno ancora pubblicato i bilanci.

Ci sono poi le maglie nere che scontano la gestione approssimativa e la poca efficienza dei progetti come CCS Italia (-15 % per il secondo anno consecutivo) o ACRA (-40% da donazioni private, resistono con i soldi regalati da stato e enti vari). Si nota un aumento generale delle spese di struttura e di marketing (media +12%). Evidentemente chi più investe in pubblicità come Action Aid (18% dei fondi donati per i progetti), Aiutare i Bambini (18% dei fondi raccolti per i bambini) o Save The Children (30% dei soldi versati per i bambini) riesce più facilmente a vendere il prodotto (progetti per i poveri del mondo).

Casi limite CCS Italia  (tragicomico) che ha un record in quanto a spese di struttura e marketing (euro 209.000 per attività di comunicazione, 395.000 per supporto generale, 80.000 per ristrutturazioni uffici in affitto) e chiude il bilancio in rosso per il secondo anno consecutivo (2008 – 100.000; 2009 – 214.000), risultato da libri in tribunale per un’azienda privata. Le cause le abbiamo già viste in altri posts: pessima gestione dei fondi, progetti inefficaci, tante spese per fare fumo e poco arrosto e i donatori se ne accorgono.. La ragione è classica per ogni ente: quando entrano politici e portaborse lo distruggono, succhiano il possibile per poi fuggire. Anche qui sta accadendo lo stesso. L’eroica e decrepita Fernanda Contri  (già nota in questo blog per una tentata censura) ha abbandonato la barca, il suo compare Stefano Zara sta pensando di fare lo stesso, prima che il buco (non coperto come in altri business dai soldi statali) diventi colossale. I testimonial amici come Bertolaso sono stati risucchiati da massaggiatrici e case dell’Opus Dei (una delle più grandi ONLUS del mondo) e, dunque, bisogna trovare alternative per far sopravvivere chi ha distrutto l’organizzazione e le speranze dei beneficiari. Un idea c’è, ed è una novità nel settore del no-profit che merita di essere raccontata. Come per le aziende private decotte e piene di debiti si pensa di fare una fusione o cedere un ramo d’azienda. Alcuni dei dirigenti (stipendi euro 100.000 annui) provengono da ACRA, una ONG che ha, finora vissuto, grazie ai fondi pubblici (governo, UE) cioè le nostre tasse. Questi parastatali hanno pensato di lanciarsi sul mercato delle donazioni private ma hanno avuto un calo di oltre il 40% rispetto al 2008), ciò a dimostrare che non tutti i donatori sono polli. Quindi ecco l’idea di una probabile fusione, per salvare capra e cavoli.

Ma Max mi riporta ai bilanci e segnala che per esempio Aiutare i Bambini spende il 56% dei fondi raccolti (su un totale euro 3,5 milioni), per struttura e marketing, scrivendo nel Bilancio Sociale “ 90% dei fondi destinati ai progetti d’aiuto ai bambini”. Max, anglosassone, non capisce come Un-Guru (società che analizza i bilanci delle ONLUS per il Sole 24 ore) non faccia due calcoli prima di elargire premi e Oscar per i migliori bilanci o altre benedizioni di carta. Glielo spiego io, perché in Italia la stampa (e i revisori o presunti tali) cercano di non scontentare amici, potenti, potenziali clienti e, comunque, di non rompere i marroni quando non vi è un interesse diretto. Eppure i numeri sono lì, ma è più facile leggere e trascrivere le dichiarazioni delle ONLUS\ONG; anche qui (come per i progetti e le attività delle stesse);  il lavoro non piace e neanche la matematica.

Un- Guru non si è chiesta:  ma quando Action Aid dichiara “oneri per il sud del mondo” il 55% dei fondi raccolti (euro 28 milioni) che fine hanno fatto gli altri 45% o al donatore è spiegat, nel dettaglio,  come sono utilizzati  questi 28 milioni? Domande già poste e risposte scontate. Questi soldi  servono per pagare stipendi a funzionari stranieri o ai ricchi dei paesi poveri (normalmente impiegati nelle ONG), comprare macchine, pubblicare report patinati, affittare uffici galattici, pagare hotel per convention e workshop o a fare qualcosa di utile per i bambini fotografati e venduti nel loro sito e\o brochure? E di questi soldi quanto realmente vanno nei paesi beneficiari o ritornano sotto forma di stipendi ad espatriati o, peggio quando all’interno delle “spese per progetti” sono spalmati costi di struttura italiane (vedi bilancio CCS Italia) ? E’ giusto che Compassion spende il 30% dei fondi “per concerto con artisti di chiara fama”. O Save The Children dichiara in bilancio euro sette milioni per “attività di supporto” (il 30% dei fondi raccolti), che significa?

Fermiamoci qua e compriamoci un bell’anello di Bulgari così manteniamo qualche funzionario di Save The Children.