Soli al mondo: i maoisti del Nepal.

Pensiamo ai maoisti nepalesi, gli unici al mondo ad avere qualche potere politico e la maggioranza di voti in un paese. Per di più confinante con quella che dovrebbe essere la loro patria ideologica che, come vedremo, li ha sempre  visti come grandi rompipalle.

Durante il conflitto civile (1996-2006), i guerriglieri non ricevettero nessun aiuto dai cinesi né logistico (passaggi alle frontiere o santuari) né economico (finanziamenti e armi). Anzi Pechino fu fra i pochi governi a rifornire di armamenti il Nepal durante l’embargo (2005-2006) deciso dagli occidentali e dall’India dopo il “colpo di stato” di Re Gyanendra. I maoisti prendevano le armi agli squinternati poliziotti dei villaggi, i soldi dai contadini tramite donazioni e dalle rapine e mantenevano un tenue collegamento (santuari) con i maoisti indiani.

La Cina, con tanti casini interni e minoranze incazzate, ha sempre avuto l’interesse che il Nepal fosse stabile, non fungesse da base per attività politiche e militari dei tibetani e limitasse l’influenza indiana. Un risultato pienamente raggiunto durante i  50 anni di  monarchia come quando l’esercito nepalese (nel 1974) collaborò a distruggere i guerriglieri tibetani Khampa che operavano nel Mustang e nelle regioni settentrionali del Nepal. Addirittura il loro leader fu imprigionato e giustiziato a Kathmandu. L’astuzia dei sovrani fu di mantenere una equidistanza fra le due superpotenze vicine, muovendosi verso l’una o l’altra in base alle convenienze di Kathmandu. Una strategia che dovrebbe essere seguita dai confusi governanti attuali.

Quindi Pechino vide con enorme fastidio l’insorgenza maoista e la considerò un elemento di disturbo,  di rischio per la stabilità del Nepal  e di potenziale scusa per gli indiani per occupare (in forme diverse) il paese. Nel 2005, l’Ambasciata cinese di Kathmandu emise un comunicato richiedendo ai guerriglieri di non abusare del nome di Mao; nello stesso anno il portavoce del ministero degli esteri  Kong Quan dichiarò “this group (i maoisti nepalesi) has nothing to do with China, and we felt indignant that they usurped the name of Mao Zedong, the great leader of the Chinese people.” La stampa cinese li definiva ribelli e i maoisti nepalesi per reazione parlavano dei  leaders cinesi come revisionisti e reazionari. Insomma i rapporti non erano brillanti. Come ovunque nel mondo, Pechino pensava più al denaro che alle comunanze ideologiche e a tutti gli osservatori sembrava stravagante  l’idea di una rivoluzione proletaria; non si era più negli anni ’50 o ’60.

L’atteggiamento dei cinesi iniziò a cambiare quando i maoisti emersero come principale realtà politica del paese dopo al rivoluzione e la fine della monarchia nel 2006 nell’ottica sempre dei propri interessi non certo per ragioni di comuni ideali.  Prachanda, fino ad allora tenuto lontano come la peste,  fu invitato come ospite d’onore alla chiusura dei Giochi Olimpici (2008) e flussi di funzionari iniziarono a muoversi fra i due paesi.  Obiettivo dei cinesi firmare un nuovo trattato d’amicizia che consentisse una più fluida presenza commerciale cinese e un mutuo controllo delle frontiere (e dei tibetani di Kathmandu).

Per adesso niente si è concretizzato anche a causa della paura cinese di rimanere impegolati nel caos nepalese. Esperti da millenni nell’arte del bilanciamento, i cinesi mantengono buone relazioni con tutti i partiti (esponenti invitati a Pechino) e attendono che ,dal disordine, esca un interlocutore stabile. E’ di oggi la notizia  che Transparency International (TI), ha retrocesso il Nepal fra I paesi più corrotti del globo piazzandolo alla 146°(nel 2009 era 143°) su 180 paesi.  L’Assemblea Costituente non è riuscita (ed è il 13° tentativo) ad eleggere un nuovo governo.

Per questo sono un po’ a disagio per l’affetto dimostrato dai maoisti nepalesi (esempio le attività dirette a farli entrare a pieno titolo nel SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation ) . Un appoggio troppo esplicito ai maoisti (anti-indiani) significherebbe aggravare i rapporti con l’India.

Per ora i cinesi si muovono come sempre, con il commercio e gli aiuti internazionali. Rimane aperta la proposta di costruire una seconda Ring Road intorno a Kathmandu e stanno completando (USD 20 milioni) la strada commerciale che attraversa l’Himalaya dall’antica città-mercato tibetana di Kyirong a Syabrubesi. Un altro buco nella catena montuosa che ha obbligato il primo ministro Kuma Nepal a ribadire: Tibet is an integral part of China and the soil of Nepal will not be allowed to be used against Tibet and China”. Lui è dell’UML, un partito considerato appoggiato dall’India.

Cina, Nepal, Asia

Gran movimento di leaders politici nepalesi in Cina: il leader maoista Prachanda, il Vice Presidente Jha, in settembre un gruppone di ex comandanti dell’esercito maoista. Si sta concludendo l’immenso (e sembra perfettamente organizzato) Expo di Shangai, un perfetto show della potenza della nuova Cina, dove lo stand nepalese (una valle di Kathmandu in miniatura) ha riscosso un successone con oltre 2 milioni di visitatori.

I cinesi ricambiano, questa ricerca di relazioni più intense, con una jumbo delegazione composta da una trentina di vice-ministri (guidata dal v-premier He Yong), arrivata a Kathmandu a settembre. La Cina sta aumentando enormemente la sua presenza economica in Nepal. Sembra  sia realmente intenzionata a proseguire la Qinghai-Tibet Railway fino ai confini nepalesi; crescono i turisti (+20% mensile) e uomini d’affari che stanno diventando i più numerosi visitatori di Kathmandu;  gli aiuti internazionali dei cinesi (mai vincolati) sono, e non da oggi, rilevanti per mantenere lo squinternato (e sempre carente di risorse) stato nepalese.

Ogni tanto scoppia qualche casino, come nelle intercettazioni (non si capisce chi abbia la tecnologia per farlo) del responsabile degli esteri maoisti che richiedeva a un non meglio identificato cinese la bella sommetta di euro 300.000 (in rupie) per acquistare qualche deputato e indurlo a votare per il candidato maoista, nella corsa attuale per formare un governo. Dubito che i cinesi abbiano tanto a cuore i maoisti nepalesi come non li hanno considerati durante la decennale guerra civile. Come scrive Oliver August (Il Fuggiasco di Xiamen), loro sono pratici, duttili e assolutamente privi d’ideali. Pensano al business e sottoscriverebbero patti con chiunque per incrementarlo.

Per adesso la politica cinese ha successo in Nepal. Non è che i cinesi siano ben visti dalla popolazione (anche perché come ovunque tendono a viverne staccati) ma, sicuramente sono più apprezzati come business e potenziali finanziatori. I cinesi non hanno ideologia, se ne impippano di Mao e dei maoisti nepalesi che considerano, al pari di tutti gli altri partiti (e un tempo il sovrano) utili per i loro disegni. Questo li aiuta a mantenere buoni rapporti con tutti i partiti nepalesi, come si è visto per l’unanimità degli atteggiamenti contro i profughi tibetani e l’attenzione dei governanti di Kathmandu verso una delle paronoie cinesi cioè la sicurezza delle frontiere. In effetti, la Cina è la sola potenza emergente circondta da tre potenze nucleari (Russia, India e Pakistan( e da due potenziali (Giappone e N.Corea); mezzi failed states quali Kyrgystan e Nepal, tra l’altro prossimi alle turbolente regioni autonome del Tibet e del Xinjiang; infine un sacco di dispute territoriali non ancora sistemate con l’Indai (frontiere del Nord-ovest) e Giappone (Diaoyutai Islands). Non soprende che ogni occasione è buona per estendere influenza e controllo e i nepalesi sono ben disponibili.

Il mood verso gli indiani permane (come sempre) pessimo: i maoisti li accusano di spionaggio e pesante ingerenza negli affari nazionali; la gente comune di sfruttamento delle risorse idriche e dei poveri migranti che attrarversano le frontiere e co-responsabili delle bande di malviventi indiani che hanno fatto comunella con quelli nepalesi, facendo aumentare a dismisura i rapimenti random, le estorsioni, le rapine nel Terai, dove ogni tanto ci scappa il morto. L’India è limitata nella sua inflenza in Nepal, da questa generale antipatia e dal radicato antagonismo con i maoisti (e pieno appoggio al Congresso) Al . Atteggiamento che spinge i maoisti nepalesi ad ottenne supporto politico ed economico dai cinesi, cercando di convogliare risorse per investimenti (diretti a far diminuire la potenza economica indiana in Nepal) da cui trarne vantaggi politici e magari personali, questo spiega il flusso di visite verso Pechino. C’è, inoltre da dire, che il vecchio Hu Jintao dovrebbe mollare nel 2013 e il suo delfino il V.Presidente Xi Jinping deve essere conosciuto ed onorato per intensificare i vitali flussi economici (specie nel futuro) per il Nepal; l’India, in ogni caso, è più attenta al proprio mercato interno, prima di tutto.

Per i cinesi il Nepal, oltre che per le situazione specifiche Tibet e confine, conta come il resto del sub-continente dove sta investendo in maniera massiccia. In Sri Lanka l’immenso porto strategico di Hambantota, a Burma e in Cambogia comprando mezzo paese, in Bangladesh con gli affari e in Pakistan con le armi. L’India arranca in Asia come in Nepal. Almeno sul versante dell’influenza ed espansione economica e commerciale: China’s expanding sphere of influence could “eventually” undermine India’s pre-eminence in South Asia, s’accorgono gli osservatori più attenti. Contemporaneamente i cinesi si muovono nella cooperazione regionale come carriarmati nell’ Asean Regional Forum, BOA Forum, Shanghai Cooperation Organization e sono entrati come osservatori nel SAARC, basato a Kathmandu e voluto dall’India (per cercare di consolidare il controllo dei paesi del sub-continente).

Insomma, un gran movimento, che sottoindente una buona opportunità per i nepalesi, sempre assettati di risorse.

Appunti dal Nepal

Stanno finendo le feste, il Dashain, e il Nepal riprende a muoversi. La gente sta attendendo da mesi un governo che sia più rappresentativo di quello sfiduciato attualmente al potere. Oltre 8 tentative di elezioni del nuovo premier sono finite nel nulla. Questa questione si tira dietro una montagna di altri problemi: l’approvazione del bilancio dello stato e le politiche per combattere la povertà; la nuova costituzione e il futuro sistema elettorale e istituzionale; la definitiva soluzione dei combattenti maoisti (qualcunio si suicida, altri organizzano bande di ladroni). Tutti problemini per la gente comune.

Durante il Dashain, come è giusto, le persone hanno dimenticato i problemi. Hanno comprato, tantissima roba cinese poco cara, sono tornati nei villaggi, hanno festeggiato con mangiate e bevute e con i soliti scarifici di oltre 500.000 capre, bufali e galline.  

Hanno lasciato da parte, per finire nel grande buco del dimenticatoio, come del resto accade anche da noi, gli scandali del “videotape” (richiesta dei maoisti ai cinesi di un fondo per comprare deputati), botte fra opposti schieramenti con qualche morto, separazioni e frazionamenti dei diversi partiti,  elefanti impazziti che spazzano villaggi a Bardya, qualche scossa di terremoto a Kathmandu, epidemie di dengue (una specie di malaria) e della solita diarrea. Queste cose accadono  aI margini del Nepal, nei distretti dimenticati dalla movimentata Kathmandu.

Segnaliamo in positivo la costituzione di un super-comitatothe taskforce headed by Maoist Chairman Pushpa Kamal Dahal” e che raccoglie i leaders degli altri partiti,  che sembra intenzionata a risolvere gli oltre 250 motivi di contrasto fra i partiti che bloccano il varo della costituzione (prevista, dopo vari rinvii per il prossimo mese). Si delinea una stato federale con numerose province rette da un parlamento locale con due camere a livello nazionale. Soluzione che rischia di frammentare ulteriormente il paese e moltiplicare i centri di spesa.

Proprio i questi giorni il Ministry of Local Development ha sospeso l’ invio di fondi a “17 DDCs, 28 municipalities and 270 VDCs failed to meet the minimum conditions set by the ministry for the Local Governance Community Programme“, cioè hanno speso male, non hanno rendicontato, hanno fregato qualche centinaio di migliaia di euro destinati allo sviluppo delle comunità locali (gettati lì dai donatori internazionali).  Il federalismo sembra non pagare. Oggi il paese è diviso in   75 District Development Committees; 3,915 Village Development Committees e 58 municipalities.

Kathmandu sprizza polvere e smog da tutti i pori e si conferma, specie quando non piove, una delle città più inquinate del mondo. Un recente rapporto scritto da una delle tante organizzazioni internazionale sul “climate change” conferma alcuni dati ben presenti nelle menti dei viaggiatori in Asia. Malgrado ciò e fortunatamente i turisti continuano ad arrivare: in grande crescita cinesi (+20%), meno dinamici gli europei (+4%) rispetto a settembre 2009. Il 2011 sarà l’anno del turismo e  35.000 turisti al mese (come in settembre) sarebbero un successone.

Comunque fra i 16 paesi listed as being at “extreme” risk from climate change over the next 30 years, five are from South Asia, with Bangladesh and India in first and second places, Nepal in fourth, Afghanistan in eighth and Pakistan at 16th. Sull’Everest ogni tanto compare la nube nera in viaggio dalla Cina, i boschi continuano ad essere tagliati e il legno venduto ai paesi confinanti e le frane bloccano strade e ponti.

La cosa buffa è che un rapporto dell’UNEP cita come esempio il Nepal per la protezione delle foreste. Ma questi contaballe non leggono nemmeno i giornali, addirittura il ministro il Minister for Forest and Soil Conservation,  Deepak Bohara, in una recente intervista,  considera la deforestazione e l’assenza di controlli sull’utilizzo delle foreste comunitarie uno dei più seri problemi ecologici del Nepal, ben superiore allo scioglimento (dubbio) dei ghiacciai.

Da qui torniamo all’inizio, senza un governo capace di fare il suo lavoro (vedi Italia), liberi tutti.