Che mattone: storie dal Nepal

Bakthapur era una delle tre antiche capitali dei regni che dividevano la Valle di Kathmandu. Fu costruita sul pendio di una bassa collina e ricorda una conchiglia, uno dei simboli di Vishnu, divinità cara ai sovrani che l’edificarono dal 1200. E’ stata splendidamente restaurata negli anni ‘70 dalla cooperazione tedesca e fu set del film di Bertolucci, Piccolo Buddha. Bella e quasi intatta: le macchine non possono entrarci e i turisti pagano una bella sommetta (25 dollari) per visitarla. Parte dei soldi raccolti è destinata al mantenimento dei monumenti, costruiti da dinastie di regnanti arricchiti con i dazi e balzelli delle carovane che da qui passavano per raggiungere il Tibet.

Vi soggiornarono, all’inizio del 1700, i gruppi di missionari italiani (gesuiti e capuccini) che cercarono con scarso successo di convertire i nepalesi ma ci lasciarono, in compenso, bellissimi racconti di quei tempi. I poveretti abitavano in una casa donata loro dal sovrano e curavano più i corpi che l’anima degli abitanti “queste genti avevano in orrore l’abito turchino oscuro o nero che portavamo e il cappuccio del quale dicevano che portavamo il naso d’elefante dietro le spalle, rendevamo terrore a tutti quanti anche agli animali. E per questo motivo ci davano delle grandissime ingiurie. Anche la barba non piace ai nepalesi che considerano i monaci quali musulmani e, perciò malvisti” racconta uno di quegli strani ed eroici viaggiatori.

 Bakthapur s’estende oltre la parte antica, fino ad allungarsi nelle strada supertrafficata (e in fase d’allargamento con finanziamenti cinesi) che porta a Dhulikel a da lì ai confini del Tibet (Kodari Road). Fino agli inizi degli anni ’80 si passava in una galleria d’alberi e si poteva viaggiare in filobus. Alberi e fili, tagliati e sostituti da costruzioni fatiscenti, polverose, inquinate. Sempre in quegli anni, il paesaggio (vallate ondulate di risaie) iniziò ad essere riempito di alte ciminiere fumose in cui cuociono i mattoni pieni, fatti d’argilla, per il boom edilizio di Kathmandu. Questa nuova attività si collega allo storico artigianato della zona (particolarmente della cittadina di Thimi) specializzato nella produzione di vasi e manufatti. In questa parte della Valle il terreno è rosso ed è facile l’estrazionela d’argilla .

Nel corso degli anni le fabbrichette di mattoni sono moltiplicate e un esercito di formiche sta erodendo piane e colline per estrarre il materiale. Tant’è che la gente di Bakthapur è stufa ed ha iniziato a protestare “150 houses of Kalitar and local Gyan Jyoti Lower Secondary School were at risk of landslide following the excessive excavation of the soil”. Raccontano di scavi abusivi che mettono a rischio le case che sprofondano, dei fumi che inquinano la valle, del continuo movimento di grossi e fumosi camions che salgono e scendo fra le strade medioevali. Insomma un grande business incontrollato che inizia a creare problemi.

Oltre all’ambiente e alla sicurezza del suolo. la costruzione di mattoni è un enorme sfruttamento di donne e bambini. Le fabbriche iniziano a lavorare a pieno ritmo dopo i monsoni, nella stagione secca (da ottobre-novembre, katik in nepalese) quando i raccolti nei campi sono terminati. Dai villaggi delle colline (io ricordo Kavre), scendono a Bakthapur intere famiglie per scavare l’argilla, cuocere e trasportare i mattoni. A maggio-giugno, con l’inizio delle piogge, i migranti se ne tornano ai loro campi per prepararli ai raccolti. Costo del mattone circa 6 rupie; guadagno medio di una famiglia di 4 persone (compresi i bambini) circa 10.000 rupie (euro 100) al mese. Ogni 1000 mattoni prodotti ricevono circa 500 rupie (5 euro); prodotti di norma in un giorno da una famiglia (media procapite 300-350 mattoni). Se il mattone si rompe la paga è dimezzata (un tempo non veniva pagato) Possiamo immaginarci dove vivono, cosa mangiano e se i bambini vanno a scuola. Si lavora a tempo, senza contratti, andando e tornando dai villaggi quando non c’è lavoro.

Sono contate circa 500 fabbriche di mattoni (in massima parte concentrate nelle vicinanze di Bakthapur, che impiegano 400.000 lavoratori di cui, si dice, l’8% sono minori (una parte degli oltre 1.000.000 di bambini dai 6-14 anni che lavora). Nella “filiera di produzione” i bambini sono impiegati per riempire le forme e timbrare il mattone, portare il tè ai lavoratori (dalle quattro di mattino), portare legna per i forni, trasportare i mattoni, fare da mangiare (le donne producono). E’ stimato che un ragazzino (o ragazzina) guadagna al mese 1800 rupie (euro 18). Il movimento di lavoratori è organizzato da un intermediario (naiki) che anticipa\presta parte del salario nei villaggi. Il reddito agricolo basta a mantenere una famiglia per 6-8 mesi, nella norma (senza malattie, spese straordinarie, matrimoni). Chi non riesce\vuole emigrare dai villaggi di Kavre finisce qui o s’indebita.

Ovviamente ci sono volumi di leggi, convenzioni internazionali, comitati che dovrebbero regolare il lavoro minorile (e non solo) ma niente sembra cambiare. Come scrive nel suo ultimo rapporto l’UNCTAD (agenzia delle NU per il commercio) the assistance extended by developed countries for the economic growth and development of least developed countries (LDCs) has failed to yield concrete results. Si era provato a proporre l’attivazione di scuole ed asili per i bambini dei lavoratori, la sperimentazione di forme meno inquinanti per produrre mattoni (Compressed Earth Blocks-CEB) ma ricercare percorsi diversi costa fatica.

Cambogia, tragedia sul fiume

Ultimo giorno della grande Festa dell’Acqua, oltre un milione di persone giunte a Phnom Penh dai villaggi per incontrare parenti e amici, vedere le gare dei barconi sul fiume, mangiare e divertirsi. Nei giorni precedenti le gare dei lunghi barconi colorati; nella notte la sfilata di quelli straordinariamente illuminati.

Durante questa settimana, il lungo fiume è chiuso al traffico, la gente s’accalca nelle strade del centro, s’affolla intorno ai  banchetti di zuppe e dolciumi. Questo è il Water Festival la più importante e sentita festa cambogiana. I fiumi si muovono, il Mekong e il Tonle Sap invertono le direzioni della corrente per qualche strana ragione. E’ il fiume il centro della festa che saluta l’inizio della stagione secca e saluta il monsone.

Serpentoni colorati, i Signori delle Acque asiatici, adornano la città e le barche. Gran massa di gente che si muove e s’accalca, ogni anno senza incidenti di rilievo; quest’anno la tragedia sul ponte di ferro che porta a Diamond Island, proprio di fronte al favolesco Palazzo Reale. I morti sono stati quasi 400 e oltre 300 i feriti. Il vicino Calmette Hospital s’è riempito all’inverosimile di gente soffocata nella calca o uccisa dai cavi elettrici che illuminavano il ponte. Oggi i parenti disperati attendono notizie di feriti e dispersi.

E’ lo “ stampede”, il panico generale che, apparentemente senza ragione, induce tutti a fuggire e a schiacciarsi. La grande paura che serpeggia in tutte le feste religiose d’Asia quando tanta gente (a volte infervorata dalla fede, non è il caso della Cambogia) s’accalca e si muove. Il giorno dopo, si racconta, che una delle cause può essere stata la paura che il ponte, sovraffollato, fosse sul punto di crollare. Voci, smentite, sono circolate secondo cui i militari hanno cercato di bloccare la folla usando cannoni d’acqua e aumentando i morti fulminati dai cavi elettrici posti sul ponte.

Tragedia per la Cambogia che stà attraversando un buon momento, almeno nella capitale, riempita di capitali cinesi, coreani e thailandesi che soffiano nella bolla speculativa edile. Il vecchio primo ministro Hun Sen, sembra più calmo rispetto agli anni dei feroci attacchi all’opposizione e ai difensori dei diritti umani, l’economia scorre e anche il suo incontrastato governo che, con le buone o le cattive, ha inglobato la debole opposizione. Qualcuno lo ha accusato d’impreparazione rispetto all’immane tragedia, ma le feste in Asia sono incontrollabili quando  muovono milioni di persone. Penso al Kumbha Mela che lascia dietro sempre qualche morto o alle migrazioni di pellegrini a marzo nell’indiano Uttar Pradesh quando intorno all’Ashram di Mangar morirono oltre 100 persone per il crollo di un portale causato dalla pressione della folla o nel 2008 altri 150 morirono salendo al tempio di Naina Devi nell’Uttar Pradesh, quando si sparse la voce che parte della collina stava franando.

Storie da Haiti

Mi scrive Gilberto, dopo il suo volontariato ad Haiti e racconta quello che si è visto in tutte le aree dove ONG e Nazioni Unite hanno messo su il loro carrozzone (Nepal, Cambogia, Darfur, Congo, etc.), soldi sprecati, autoreferenizamento, popolazione (a parte gli ammanigliati locali) scontenta, interventi inefficaci, iper utilizzo di personale inutile.

Arrivai a Porte-au-Prince (PaP) il 12 maggio 2010 esattamente quattro mesi dopo il terremoto, per aiutare, a titolo personale, degli amici e altra gente a ristrutturare quando più possibile le case. Le prime immagini nel tragitto aeroporto -Petionville mi risvegliarono i ricordi della mia infanzia: la Milano bombardata.

E’ stato questo il mio quarto soggiorno in Haiti (il primo nel 1976) ed è durato due mesi e mezzo, quando sono ripartito poco o nulla era cambiato; i lavori di sgombero avanzavano lentamente e le squadre di sgombero con picco e pala dei programmi Cash for Work ( 5$ / giorno) già in giugno erano meno visibili. (Nessuno non ha mai pensato di inviare ruspe, gru e camion ?)

Inutile aggiungere esempi di malfunzionamento di tutti gli interventi. L’impressione che ho avuto dai contatti con le ONG é di un funzionalismo assoluto con costi operativi elevatissimi. Per fortuna alcune organizzazioni che operano nel settore sanitario lavorano in maniera autonoma e i loro interventi sono almeno efficaci e con pochi sprechi. Il CIRH (Comité Interimer pour la Reconstruction de Haiti- Bill Clinton) con il mandato di coordinare i progetti e gli investimenti di piu di dieci miliardi è divenuto operativo solo a meta luglio (sei mesi dopo l’evento).

Le cifre??? Non credo che ci sia una persona che possa validare le cifre delle somme promesse e ricevute … del loro impiego e i risultati degli interventi nella capitale o nelle regioni sinistrate. INVERIFICABILE!!! In luglio c’erano a Port-au-Prince 45 rappresentanze delle `«Croix Rouge; Croissant Rouge; e ufficialmente 125 organizzazioni ONG, ma realmente nessuno conosce la cifra nemmeno approssimativa.

In quanto alla ricostruzione … non é per domani, ho lavorato direttamente alla riabilitazione di case adattandomi ai materiali che si poteva trovare e comprare … a prezzi che aumentavano ogni settimana a causa della rarità e pure la mano d’opera `pseudo specializzata’ si fa rara, gli affitti delle case disponibili sono cari dai $ 1500 ai $ 3000 al mese e anche qui la presenza delle ONG ha fatto aumentare la domanda.

In luglio il governo haitiano ha aperto un concorso per 250.000 abitazioni popolari (dico bene duecentocinquantamila)il che é inverosimile con i materiali e manodopera disponibile costruirne 25.000 per anno. In agosto é iniziata la fase di ricollocare i campeggi in altre zone con la fornitura di capanne in legno o altre soluzioni provvisorie in previsione della stagione degli uragani, per fortuna Tomas è stato mite (La Croce Rossa: 7500 unita per la zona di Leogane +-18metri quadrati per famiglie di 6-8 persone).

Ma la cosa più triste é lo scoraggiamento e scetticismo generale della popolazione. Attualmente con tutte le nazionalità che sono rappresentate nella MINUSTAH, NU e ONG?  Port-au-Prince é una vera Babilonia di lingue, di idee e di modi operativi. In Haiti la maggioranza della popolazione parla solo il ‘creole’ Se si vuole ricostruire PaP … che si incominci con le fogne…Se si vuole aiutare Haiti a svilupparsi … che si incominci ad aiutarla a sviluppare le sue risorse umane …Una disgrazia non arriva mai sola, ecco la seconda; il colera!

Da Haiti, lo scaricabarile

Ad Haiti, come ovunque nel mondo, (leggere il libro di Linda Polman, L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra, fra gli altri), il gran carrozzone della cooperazione internazionale s’è mobilitato in massa, raccogliendo immensi fondi che l’hanno salvato dal calo delle donazioni dovute alla crisi globale. Purtroppo, ancora uina volta, ha però speso male quanto gli è stato donato. Le cronache di questi giorni e le testimonianze da Haiti rappresentano una situazione  in cui tutto appare fuori controllo. Gli stessi governanti locali, di fatto esautorati dalla burocrazia della cooperazione dopo decenni di finanziamenti sprecati, non riescono a controllare niente e, per di più, sono concentrati nelle prossime elezioni del 28 novembre.

Già i racconti dei primi giorni dell’intervento facevano rabbrividire: viveri bloccati all’aeroporto, risse per ottenerli, concentrazione d’interventi nella capitale, abbandono delle aree rurali, tende finte e tutto il resto nella più completa confusione. Casi limite molti, ma ecco comparire la Regione Sicilia che spende 12, 5 milioni di euro per comprare succo d’arancia per i terremotati di Haiti poi dirottati al Banco Alimentare prima che marcisse.

Oggi, mi scrivono da Haiti, poco è cambiato. Gli unici che si sono strutturati (con i soliti jeepponi, case e ville, salari da favola) sono la massa dei cooperanti (ONG e UN) e qualche scroccone locale. Chi mi scrive e cerca di lavorare nell’isola parla di un 10% di attività sensate e concrete, gestite da persone seriamente impegnate. Si parla di ospedali e scuole costruite ma vuote per essere rivendute ai donatori, campi profughi nel caos, compravendita di bambini, mafie locali. La gente locale è esasperata, utilizzata per raccogliere fondi superiori alle necessità, li vede sprecati. Poi, addirittura, scoppia un epidemia di colera (oltre 1000 morti, 15.000 contagi), malattia comparsa sull’isola solo con un caso nel 1960. La rabbia si catalizza sulle Nazioni Unite e sui caschi blu, addirittura obbligati e a sparare sulla folla per difendersi. Cose da pazzi, intanto i disordini stanno continuando a Cap Haitien, di fatto isolata dal resto del paese. Ma già nei mesi precedenti, mi raccontano, la tensione era alta nella capitale e nei campi profughi, l’insicurezza dilagava. Proprio dai campi profughi, gestiti e creati dalle organizzazioni internazionali e dal  grande slum di Citè Soleil sembra partita l’epidemia. Presto estesa a nord, a Cap Haitien, Port de Paix, Gonaives, Gros Morne; un caso è stato rilevato nella vicina Repubblica Domenicana.

La stampa internazionale parla da mesi dell’improvvisazione che regna nell’isola e della scarsa efficienza degli aiuti, lo raccontano i cooperanti più seri ma il segnale che l’incapacità è al culmine arriva quando qualcuno dei Grandi Scrocconi delle NU inizia a criticare l’intervento. Ed ecco Edmond Mulet, il capo del the United Nations Mission in Haiti, che dichiara “”We created this Republic of NGOs, almost 10,000 NGOs, some of them are extremely responsible and doing good work, but many, many other ones are there, and nobody knows what they do, and nobody knows where the money comes from or is going to.” “And we have created these parallel structures, in education, in health services, in all sorts of responsibilities that the Haitians should be assuming themselves”. Come sempre in queste circostanze è iniziato lo scaricabarile e le NU accusano le ONG di confusione, di dispersione delle risorse, di mancanza di professionalità; le ONG accusano le NU di aver saltato le autorità locali, di sprecare soldi in funzionari, di accentrare le operazioni rendendo tutto meno efficace. Per il colera sono finiti in fondo alla catena dello scaricabarile i 1000 militari nepalesi impegnati nel MINUSTAH.

Centinaia di studi, racconti, rapporti ripetono sempre le stesse parole: Il flusso di denaro mal gestito porta a: duplicazione d’interventi, mancanza di soccorsi nelle aree remote, concentrazione dei fondi e delle attività nella capitale, aumento della corruzione, mafia della cooperazione e degli appalti, deperimento dell’agricoltura e delle esportazioni. According to a study by the Center for Economic and Policy Research, Haitian farmers provided 47 percent of the country’s rice in 1988. By the 2008, the figure had dropped to 15 percent. In un rapporto recente su  NPR’s Planet Money, reporters described how bags of American rice are still being sold in Haitian markets . The massive influx of free foreign food undercut local agriculture, reducing prices and hurting farmers’ incomes, scrive Oxfam International in un rapporto di ottobre, aggiungendo there was still too little emphasis on developing the island’s agriculturally based economy.

Nella Repubblica delle ONG (oltre 10.000 organizzazioni presenti più tutta la banda delle NU) sono girati oltre USD 5 miliardi con la previsione di un raddoppio nei prossimi anni. Secondo le stime internazionali (e le richieste delle stesso governo haitiano per nulla considerato in tutta l’operazione) ne sarebbero bastati la metà. Un altro Rappresentante del Segretario Generale dei Diritti Umani (di chi?), Walter Kaelin, racconta dell’emergenza stupri nei campi profughi, del ratto dei bambini venduti, dell’insicurezza diffusa, con 15.000 soldati dell MINUSTAH (caschi blu delle NU) impegnati sul campo per controllare circa 1,3 milioni di persone ancora nei campi.

I donatori si riuniscono negli alberghi della capitale, spettacolo triste ovunque, e rappresentano  oltre 50 paesi, un parlamento. Autoincensamento, promesse, progetti grandiosi (di solito irrealizzabili o inutili) e qualche pazzo che parla di Haiti’s “second independence o “Haitian Renaissance. Intanto fuori dagli hotels dei donatori, nei campi profughi e nelle campagne dimenticate, ti scoppia una bella epidemia di colera dopo che gli stessi hanno speso oltre USD 70 milioni solo per sanità e acqua. Ma la colpa è dei nepalesi. Per fortuna hanno fatto i controlli e in una dichiarazione della MINUSTAH clearly denied the source of Cholera to the Nepalese military camp) that the tests were analyzed by an independent laboratory and that it follows previous tests conducted on Friday, 22 October, and Tuesday, 26 October, which also proved negative. Almeno loro, forse, si salvano dal disastro.

L’India è avanti…

Nel paese delle tangenti e delle mazzette è nato un sito (ipaidabribe.com) in cui vengono raccolte, grandi e piccole corruzioni. 200 rupie per accettare una denuncia del furto di un telefonino, 10.000 per registrare un appartamento, 300 per non beccarsi una multa per il tubo di scappamento della macchina. Queste sono fra le migliaia di storie raccontate nel sito  collocate vicino ai proclami, leggi, authority, discorsi fatti dai politici per arginare, limitare, debellare il fenomeno. C’è da dire che, in India, i salari dei dipendenti pubblici, i costi di multe e certificati, sono talmente bassi che una sopratassa è, ancora sostenibile, per i poveri cittadini.

Una bella idea che serve a fare un po’ di “outing” e, più importante, a creare una sorta d’archivio della corruzione (sono conservati anche i grandi processi pubblici), in modo che, come spesso accade da noi, tutto non sia dimenticato. Secondo Trasparency International, l’Italia ha un indice di corruzione simile all’India ma come per l’umidità bisogna vedere come è percepito.

L’India cresce con ritmi del 10% annui, la classe media aumenterà del 1000% (entro il 2016), i risparmi rappresenteranno il 40% del PIL nei prossimi anni (con un potenziale immenso di consumi e investimenti), la popolazione sarà il 30% in più nel 2015.  Un paese vivo, con un economista intelligente che lo guida Manmohan Singh, e che può contare sul futuro, malgrado, nel Karnataka un padre voleva sacrificare il figlio agli dei per identificare dov’era un presunto tesoro nel campo, che qualche presunta strega è stata ammazzata nei villaggi sperduti del Bihar e, come scrive un recente rapporto, il only 18% households in rural India have access to basis amenities — drinking water, sanitation and electricity. Urban areas enjoy these facilities in 68% households”.

Sarà proprio l’obbligo di costruire infrastrutture (sistemi, idrici, strade, ponti, ferrovie, case) che renderà l’India un paese in grande movimento. Si dice (uno studio della MacKinsey) che per lo sviluppo urbano e rurale (le infrastrutture) saranno investiti nei prossimi anni USD 3 trilioni. Quando l’economia corre, la corruzione è meno percepita e la povertà destinata a diminuire. E, forse, anche la corruzione se milioni di funzionari pubblici indiani inizieranno a guadagnare qualcosa di più dei 100 USD al mese attuali.

Paesi statici (come l’Italia) e paesi in movimento anche come prestigio internazionale. Obama ha rafforzato il percorso iniziato da Bush (accordo sul nucleare civile) facendo dell’India l’alleato strategico in Asia (e nel mondo). Abolite barriere doganali e burocratiche, proposto l’entrate nell’inutile ma prestigioso Consiglio di Sicurezza delle NU, dimenticato l’antico amico Pakistan (incasinato e inaffidabile). Ribaltate le posizione della Guerra Fredda quando l’India era considerata ostile. Del resto gli investimenti indiani negli USA stanno crescendo velocemente (sono il 5° paese FDI) e il mercato indiano, per le aziende americane, è immenso e meno chiuso e controllato di quello cinese. La Cina sarà il rivale americano nella gestione complessiva (politica, economica e militare) del sistema globale, l’India non ha questa velleità.

Parlavo con un giovane imprenditore italiano raccontandogli di come l’India si stia muovendo in Nepal da potenza regionale: fabbricando dossier (campi d’addestramento dei maoisti indiani nel Nepal orientale, rendendo pubbliche intercettazioni di politici nepalesi, investendo in strade strategiche (per gli indini stessi). Da parte nepalese (anche della gente comune) persiste l’atteggiamento ostile verso l’India e gli indiani, le accuse d’ingerenza sulla stampa, le scarpe sulla testa lanciate all’ambasciatore. Ostilità storica che impedisce di cogliere opportunità.

Lui mi raccontava che anche gli italiani, per staticità cronica, non sembrano beccare le immense occasioni offerte dall’India. Il mercato Indiano copre appena lo 0,9% delle esportazioni. L’Italia si colloca soltanto al 23esimo posto tra i partner commerciale dell’India e al sesto posto tra i paesi europei. Addirittura si è mosso San Marino inviando una delegazione governativa e d’imprenditori per aprire i mercati (9\11\2010). Ma gli italiani, mi dice,  sembrano fermi, impauriti. Il sistema Paese  preferisce avere 11 consolati in Germania, 7 in Svizzera (1 ora di macchina) e tenerne 3 in Cina e 2 in India. Muoversi costa fatica.

La stangata: storie di ONLUS

Caro Enrico, Sono un sostenitore del CCS Italia da diversi anni e ho sempre letto quello che scrivevi e apprezzato il lavoro che facevi in quell’Associazione. Ho continuato a sostenere il bambino; prima di tutto per lui e poi, in realtà, perchè mi sembravi un po’ prevenuto verso di loro. Pensavo che forse esageravi, ma, fra le cose che hai scritto. una mi aveva colpito cioè il fatto che  donare per una causa è solo il primo passo ed è più importante capire se il proprio contributo è usato bene.

Ho visto, nei miei limiti, e quest’ anno non rinnoverò il sostegno a CCS Italia per queste ragioni. Tanto non mi piace l’atteggiamento dei dirigenti (anche verso di te, vedi la lettera di Fernanda Contri), lo stuolo di politici sempre presenti alle varie inaugurazioni, la sponsorizzazione di Bertolaso e, più importante, il deficit di bilancio per il secondo anno consecutivo, coperto con utili accumulati dalle passate gestioni. Ho verificato che negli ultimi tre anni sono aumentate a dismisura le spese per stipendi, marketing, certificazioni, corsi di formazione del personale fino ad arrivare al 65% dei soldi ricevuti.

E’ costantemente diminuita la quota destinata ai bambini bisognosi di circa il 10% solo quest’anno. Insomma gran parte dei miei soldi resta in Italia per attività che, francamente non ritengo utili. Leggo che sono stati spesi quasi 100.000 euro per ristrutturare la nuova sede (in affitto) e collocata in una zona commerciale e prestigiosa di Genova. Leggo che sono stati investiti quasi euro 300.000 in attività di comunicazione (in costante aumento da anni) per ricavarne poco più di 289 nuovi sostenitori (-185% rispetto al 2008) cioè più o meno euro 45.000. Nell’azienda in cui lavoro se qualcuno faceva un disastro del genere sarebbe stato licenziato. Noto che sono aumentati i funzionari, Segretari Generali e altri espertoni che fra stipendi e benefits costano all’Associazione euro 100.000 lordi annui (a testa).

Non è stato più pubblicato il giornale associativo che informava i donatori delle attività (forse perché non ci sono). L’ultimo numero è di marzo e sembra pubblicato solo per raccogliere fondi. Anche il sito sembra un cartellone pubblicitario in cui s’invita solo a versare, comprare, donare tanto più che le news riguardo ai paesi in cui CCS Italia interviene non sono aggiornate da maggio. In effetti, come hai scritto, sembra un Associazione in vendita, prima del fallimento. Un peccato perché quando vi aderii (2005) mi apparve efficace per aiutare, con tante idee, progetti e informazioni, i bambini. Ricordo che venivano effettuate a tutti i bambini distribuzioni di libri e quaderni e costruite scuole. Quando ho parlato con qualche operatore dell’Associazione ho percepito questo disagio e anche un loro senso di frustrazione per la scarsa operatività e  paura di perdere il posto di lavoro.

Tante iniziative mi sembrano poi non tanto in linea con gli scopi dell’Associazione (magliette, palloni distribuiti ai bambini poveri, campi dentali, club di bambini in Nepal) e anche l’apertura di un negozio, di cui si dice “gli utili saranno destinati ai bambini” ma, in questo periodo ho paura che ai bambini saranno caricate solo perdite. Ho letto il Bilancio Sociale e mi sono perso fra torrenti di parole in cui ho colto una gran voglia di giustificarsi per i mancati risultati. Poi, verso la fine, mi sono imbattuto nel dettaglio delle spese effettuate, in teoria, a beneficio dei bambini nei diversi paesi.

Sono rimasto sconcertato o, forse, non ho capito come siano stati utilizzati e a che pro questi soldi, cito: “Assicurate le funzioni di direzione ed amministrazione, e il supporto logistico e burocratico ai progetti. Realizzate attività di costruzione di capacità dell’equipe e di rafforzamento dell’organizzazione locale: in totale euro” 727.989”. Questa cifra rappresenta oltre il 30% di quanto spedito nei paesi per i bambini che sosteniamo; peraltro quasi il 60% dei soldi donati per i bambini, in una forma o nell’altra, rimane in Italia. In altre si legge: Realizzate attività di appoggio alla scolarizzazione, di sostegno alla produzione scolastica, di controllo oculistico e relativa terapia, di promozione ambientale (!!!) in favore di 8491 bambini alunne ed alunni. Spesi euro 80.666”  tutto questo con euro 9,5 a bambino ma come è possibile. Magari tu sei in grado di spiegarmelo, io intanto verserò i miei soldi a qualcun altro, sperando in meglio. Grazie, ciao Andrea Genova

Caro Andrea, l’ONLUS CCS (Centro Cooperazione Sviluppo) è un po’ il paradigma dell’Italia. Politici e loro portaborse s’impossessano di un ente, fondazione, teatro, Alitalia. Tirrenia, Teatro di Genova lo succhiano come un leccalecca, spendono a casaccio con incuria e incompetenza (sperando nei soldi dello stato per ripianare i debiti), mettono a posto amici, pagano parcelle da favola ad avvocati loro compari e, quando hanno finito l’opera, scappano come conigli per riciclarsi da qualche altra parte. Chi ci rimette, come nel caso del CCS, sono stati prima i beneficiari e fra un po’ i dipendenti. Non esiste, almeno per ora, una cura per questa specie di parassiti. T i do due cifre tanto per evitare parole inutili.

Il CCS ha avuto 3 gestioni:

 -1988-2002: bambini sostenuti 9.445-entrate euro 2.074.000 (al 31\12\2002)

- 2002-2006: bambini sostenuti 22.548-entrate euro 4.172.000 (personale impiegato 62) al 31\12\2006;

-2006-attuale dirigenza: bambini sostenuti 13.937-entrate euro 2.724.000 (personale impiegato 116 fra cui due inquadrati come dirigenti) al 31\12\2009. Non sorprende che il bilancio sia da due anni in passivo. Nel 2010 raggiunti euro 700.000. Un bel risultato.

Democrazy

Penso a un immigrato senegalese, peruviano, marocchino che lavora, magari 12 ore al giorno su un impalcatura con un salario di fame, và in una questura, fa ore di coda è trattato come una merda, per rinnovare il permesso di soggiorno.

Mi viene in mente quel ragazzo di Roma finito in questura con qualche grammo di droga e pestato come il sale. Lo Stato in questi casi non ha telefonato.

Lo Stato (cioè i suoi rappresentanti nazionali e locali) predica (e impone) ai sudditi comportamenti e pene per contrastare la prostituzione, chiude discoteche, sberleffa i gay, tuona contro la pedofilia, sanziona gli spinelli, predica l’austerity. Parole e pene sante ma solo per gli sfigati, quelli senza protezioni, qualche potere, qualche amico. Per potenti ed amici tutto è giustificabile.

Stato in mano a uno affetto da demenza senile e da mania d’onnipotenza e da una schiera di amici, clienti, ragnatele che, spesso, uniscono chi a parole vi si oppone. Paese sputtanato nel mondo, con Mubarak costretto a smentire le farneticazioni di un bordellante. Infatti Foreign Policy (FP) titola un suo articolo sull’Italia: “Bordello State“.

Classe “dirigente” patetica tanto più che permane il più corrotto fra i paesi occidentali,  le spese dello stato (della politica) salgono sproporzionate rispetto al PIL. Risorse succhiate, sparite, debiti accumulati per il futuro che tolgono risorse per i disoccupati (tasso di disoccupazione in costante aumento), le imprese, le famiglie,(cresce a dismisura l’indebitamento di entrambi), peggiorando la qualità della vita dei sudditi. Che la situazione sia brutta è segnalato dal fatto che alcuni membri della consorteria se ne accorgano come la Marcegaglia e Draghi.

Che dire, qua si parla del Nepal (e dell’Asia) ma almeno lì lo stato non c’è: non chiede e non dà. Quando qualche politico è stato trovato in un bordello se n’è andato. Anche in Nepal il sistema si protegge e si mantiene ma, almeno, non vogliono sembrare santi. In Nepal quando si è cercato di comprare qualche voto di parlamentari (a prezzi più modici) è scoppiato uno scandalo, non ci sono ancora Fondazioni, Enti, Associazioni (con fondi dello stato) per parcheggiare trombati, venditori di seggi parlamentari e voti. Insomma i sudditi sono più liberi, con meno zavorre da mantenere anche se vivono in uno stato definito prossimo al fallimento (failing state).

In Nepal non c’è contratto fra Stato e cittadini. In Italia questo contratto mi sembra che si è rotto. Il vecchio motto che lo reggeva “no taxation without representation” sarebbe da applicare oggi, scrivendo sul prossimo 740 (e scheda elettorale): Bunga Bunga.