Nepal 2011, un’occasione per andarci

Cerchiamo di dare un piccolo aiuto al Nepal allargando l’informazione sul prossimo Anno del Turismo: il 2011. Obiettivi, raggiungere 1 milione di turisti (oggi meno di 500.000), rilanciare l’immagine del paese segnata dalla guerra civile e dalla situazione caotica post-conflitto. Lo slogan: “Once is not enough” cioè una sola visita non è abbastanza, slogan neanche sbagliato. L’operazione era già stata tentata nel 1998 con l’obiettivo di raggiungere 500.000 turisti meta che fu raggiunta solo nel 2007 (un anno dopo la fine del conflitto iniziato nel 2006). Allora vi fu un minore dispiegamento di mezzi; oggi si è tentato veramente tutto, compresa la partecipazione a numerose (e costose) fiere fra cui quella di Shangai.

Da allora, molto è cambiato. 12 anni sono un epoca per un paese come il Nepal che è entrato nel mondo moderno solo alla fine degli anni’60. In meglio: maggiore attenzione per il turismo, più infrastrutture, più organizzazione, più servizi anche nelle aree remote. In peggio: il paese è meno governato, più instabile e insicuro, le aree turistiche sono state in parte rovinate dalla crescita incontrollata di lodge, alberghetti hotel; Kathmandu ha perso il fascino del passato, soffocato da costruzioni, inquinamento e macchine. Il normale passaggio verso la modernità è stato brusco; il Nepal è cresciuto economicamente, si è modernizzato è diventato più simile all’occidente (perdendo parte della bellezza di persone e cose) ma tutto troppo di corsa (anche questo è purtroppo nella natura) in maniera confusa, incontrollata non imparando dagli errori fatti da noi. Le ricchezze artistiche e maturali che sono una delle maggiori ricchezze di una nazione sono state trascurate, abbandonate, in parte dilapidate. C’è da dire che né i governanti né i donatori internazionali (che sovvenzionano da decenni lo stato nepalese) non hanno fatto niente per regolare la crescita e salvaguardare templi, luoghi, percorsi di trekking; inserire il patrimonio del paese in un progetto turistico economicamente produttivo.

Le aree più distrutte sono state quelle dove maggiore è stato il flusso turistico, quelle un tempo più belle e facilmente raggiungibili: la capitale (un tempo una meravigli,a considerata la Firenze dell’Asia), ad eccezione di Bakthapur; il lago di Pokhara e le zone di montagne più frequentate, l’area dell’Annapurna e dell’Everest. La rovina ambientale e naturale di questi posti è una  delle motivazioni per cui il turismo fatica a decollare, dopo gli anni del boom conclusi alla fine degli anni ’80. Un turista deve faticare per girare Kathmandu, trovare i posti più affascinanti fra smog, macchine, case fatiscenti. Và a Pokhara e trova un lago inquinato e una fila di alberghi e tristi negozietti, sale verso l’Annapurna e incontra una strada in cui salgono jeeps puzzolenti e bus scassati. Insomma, anche in questi posti bellissimi, un po’ di fascino s’è perso. Non per niente si cerca di dare visibilità al Nepal delle colline (il più bello e reale) dimenticato dai tour operators, ai circuiti alternativi di Kavre, Rara Lake e altri; al Terai (compreso Chitwan e la giungla che è sempre bellissima) alle aree logisticamente difficili come il Dolpo. Anche Kathmandu ha propri percorsi e luoghi alternativi e ancora intatti che dovrebbe essere compito del turista scoprire, girando a zonzo, senza seguire le solite rotte.

Il Nepal è ancora bello e merita, come dice il Tourism Board, più di una visita. Oltre al marketing turistico qualcosa hanno cercato di fare per migliorare l’accoglienza: sono stati costruiti due nuovi hotels a 4 stelle (vicino all’aeroporto e a Pulchowk, (i primi dopo 10 anni), si sta organizzando l’Himalayan Trail (un lunghissimo trekking a tappe che segue tutte l’Himalaya), si parla di visti gratis, si mette un po’ a posto Kathmandu.

Pensare che il turismo in Nepal iniziò solo, negli anni’50, grazie a un esule, ballerino, avventuriero russo di nome Boris Lissanevicth (suo figlio vive ancora a Kathmandu). Dopo viaggi in tutta l’Asia si stabilì a Calcutta dove aprì il famoso Club 300, divenne amico dell’esule Re nepalese Tribhuvan che quando tornò in patria lo chiamò per aprire il primo hotel di Kathmandu (parte del palazzo che ancora oggi è lo Yak and Yeti Hotel). Nel 1953 il Nepal s’aprì al primo gruppo di turisti accompagnati dalla Thomas Cook and Son, un articolo del Times dell’epoca racconta l’evento. Boris visse vent’anni nella capitale, accompagnò la nascita di quello che sarebbe diventato uno dei business più importanti. Si divertì come un matto, racconta, s’arrabbiò come un matto per risolvere i mille  problemi, finì anche in prigione (distilleria d’alcol clandestina) “ la piccola finestra della cella era diventato una meta di moda sempre piena di gente che guardava il primo europeo finito in prigione. Una faccia si sostituiva all’altra e mi passava davanti la moltitudine d’etnie del Nepal. Poi mi arrivò una lettera del nuovo sovrano Mahendra che mi ordinava di preparargli il pranzo della sua cerimonia d’incoronazione. Fui liberato ed accolto come un eroe in giro a Kathmandu, avevo ordinato 50.000 galline, 12.000 montoni, centinaia di tonnellate di riso, lenticchie e verdure.

Dalle poche centinaia di turisti degli anni ’50 (scalatori, cacciatori di tigri, ricconi) il numero crebbe a 200.000 negli anni 70’ (con tanti freakkettoni), 300.000 negli anni’80, fino ai quasi 500.000 attuali. Momenti brutti furono gli anni fra il 2000 e il 2005 quando il numero ridiscese bruscamente intorno alle 300.000 visite (a causa del conflitto). Da sempre, circa il 30% dei visitatori sono indiani (viaggi di nozze, affari, casinò), 10% pakistani, bangladeshi (piccoli business), da qualche anno sono aumentati i cinesi (10%) e quelli provenienti da altri paesi asiatici ricchi (Giappone, S.Korea, Singapore) circa il 10%. I più spendaccioni e i gruppi organizzati occidentali sono circa il 40% dei visitatori (gli italiani 8000 all’anno). I turisti si fermano pochi giorni (media 10) e spendono USD 75 al giorno. Un business che porta valuta pregiata (USD 500 milioni annui), un buon reddito per lo stato (visti, permessi vari per trekking e scalate) e per i circa 2 milioni di persone che vivono intorno a questo business.

Dai villaggi, negli anni d’oro dei trekkng, scendevano i contadini impiegati a fare i portatori e i cuochi nelle spedizioni. Gli Sherpa del Khumbu sono diventati una delle etnie più ricche, grazie alle spedizioni e alle scalate. Poi c’è l’artigianato. Il flusso turistico ha lanciato nel mercato mondiale le pashmine, i tessuti e i tappeti, per anni le voci più importanti e redditizie dell’export nepalese, oggi quasi scomparse.

Per questo c’è da augurarsi che la crescita degli arrivi dell’ultimo anno (media +20% mese) si consolidi e che il 2011 dia un po’ di soddisfazione, almeno in questo settore, alla gente del Nepal. Certo che la situazione politica non aiuta e sembra destinata a riproporre formule di governo che escludono i maoisti, premesse di future tensioni, con l’ipotesi di nuove elezioni politiche. Di questo ne riparleremo

Microcredit crunch

Passeggiava orgoglioso con il bufalo al guinzaglio fra strade e sentieri di Thulo Parsel, sulle colline di Kavre in Nepal. Lo accompagnò come un parente nella sua casa di fango colorata per farlo vedere alla moglie e ai bambini, intorno razzolavano qualche capra e gallina. Per Pasanag Tamang un bufalo era un rendita (latte per circa euro 600 annui), uno strumento di lavoro (per l’aratura), una fonte di proteine per i suoi bambini e un investimento, sempre monetizzabile. Costo circa euro 1500, che era stato finanziato da un progetto di microcredito gestito da Comitato Scolastico (genitori ed insegnanti) della sua comunità.

La cosa ha funzionato e, nel giro di pochi anni, tutte le famiglie più povere del villaggio (quelle senza animali di grossa taglia) avevano il loro bufalo ricomprati con la restituzione del primo capitale, la scuola aveva seguito i pagamenti (senza problemi) e con gli interessi (il 10%, quelli normalmente praticati dai money lenders arrivano al 80% su base annua) aveva comprato banchi, libri per i bambini. Ogni anno, sotto un enorme pipal nei presi della scuola, tutte le famiglie della zona verificano le spese effettuate, controllavano quello che aveva fatto il loro Comitato, discutevano di piccoli progetti futuri. Quello che si chiama community auditing. Li era piccolo, controllato, inserito in attività di sviluppo più ampie e tutto ha funzionato.

Purtroppo ciò non sta accadendo nei paesi (India e Bangladesh) che hanno visto la più ampia diffusione del micro-credito nell’ultima decade. Dal 2003 al 2009 il numero dei micro-debitori è salito, in India, da 1 milione a 26,7 milioni, sorpassando il Bangladesh, dove il micro-credito in forma strutturata nacque. Gli operatori finanziari privati e no-profit hanno annusato il business e sono stati finanziati dalle banche istituzionali e dalla Banca Mondiale. Le società più dinamiche SKS Microfinance (George Soros e Vikram Akula), Spandana Sphoorty Financial, Basix & Share Microfin Ltd, hanno visto i profitti crescere del 100% annuo, le azioni volare in borsa, i redditi degli operatori moltiplicarsi. Sul tappeto sono rimasti i clienti (come ovunque) che però in India e Bangladesh hanno magari perso tutto quello che avevano, compreso il bene vitale della terra.

Mi raccontano amici che hanno lavorato nei villaggi dell’Andhra Pradesh (dove il 30% dei microcreditori indiani vive e il 20% non riesce a pagare), del Bihar o del Bengala che arrivavano 4-5 operatori di microcredito al giorno, aggiungendo ai contadini prestiti su prestiti per ripagare i vecchi. Gli importi erano bassi, USD 2000-3000 ma gli interessi raggiungevano il 50%. Poi, contrariamente, ai tradizionali usurai dei villaggi sparivano per ricomparire con minacce, carte bollate e poliziotti quando qualche rata saltava. Allora non c’era niente da fare si prendevano le pentole, il risciò, la macchina da cucire, il tetto appena comprato, il bufalo e infine la terra e la casa. Nessuno pensava a sviluppare il contesto sociale ed economico perché i contadini potessero produrre, vendere, aprire attività sostenibili in ambienti economici e sociali fragili. In alcuni villaggi c’erano venti donne con la macchina da cucire nuova che, ormai, facevano abiti solo per loro stesse, decine di risciò fermi nella piazza del paese, un sacco di telefonini, televisori (magari funzionanti con una vecchia batteria).

Poi la bolla esplodeva e i  soldi erano finiti (magari per ripianare altri debiti, per migrare in città, per pagare dote e matrimonio delle figlie) e i redditi creati dall’investimento nulli,  arrivava la disperazione. Chi non reggeva, non migrava,  si buttava nel primo fiume in piena  o si beveva un litro di veleno per i topi. Uno studio ci dice che malgrado il costante abbandono dell’agricoltura (circa 8 milioni di contadini l’anno) il trend dei suicidi per debiti continua a crescere ed è stimato in oltre 16.000 vittime all’anno. There were no major changes in the trend that set in from the late 1990s and worsened after 2002, scrive uno studio.

 Una bolla che oltre a soffocare i poveracci inizia a preoccupare anche le banche che nel corso dell’ultimo India Economic Summit stimano un rischio di perdite vicino ai USD 4 miliardi. Qualche banchiere parla delle stesso effetto per il sistema del subprime mortgage debacle. Si muovono anche gli stati ed ecco l’Andra Pradesh varare una legge severissima per limitare le società di micro-credito e riportare nelle mani delle agenzie statali, poco efficienti ma più indulgenti, la patata ormai bollente.

La crisi del microcredito investe anche i santoni del sistema come Mohammad Yunus e la Grameen Bank con circa 7 milioni di clienti solo in Bangladesh. Articoli e studi hanno segnalato che l’approccio seguito dalla Greemen (diventata una multinazionale del microcredito) ha portato benefici solo a una minima parte dei suoi clienti. Milfor Bateman, ricercatore senior presso l’ODI (Overseasa Dev. Inst.-Londra) s’è recato nel villaggio di Jobra da dove, nel 1970, Yunus iniziò le sue attività dichiarando “poverty will be eradicated in a generation” e l’ha trovato messo male. It is still trapped in deep poverty, and now debt too. La ragione è semplice, il microcredito, senza azioni di supporto sul contest economico, sociale e culturale, sulle capacità dei beneficiari, ha portato a un moltiplicarsi di piccolo attività in un uno spazio economico, non in grado di sostenerle nel medio termine. Il ripagamento del debito, come in India, è la priorità sullo sviluppo delle comunità e degli individui e ciò ha portato anche per gli utenti della Grameen ad un impoverimento (stimato nel 45% dei beneficiari dei prestiti) e in molti casi alla perdita di terra e casa.

Anche per Yunus Il tasso d’interesse reale deve portare un profitto e non è molto differente da quello praticato dalle aziende profit con tassi del 30-40% fino al 60% in casi particolari. Un modello un po’ da rivedere come ha dichiarato Khorshed Alam, uno studioso del microcredito del Bangladesh, conclude un suo articolo “Grameen Bank’s wonderfl story of prosperity, solidarity an empowerement has only one problem: it never happened.”  

Oscar, per i bilanci delle ONLUS…

Certo che se ne sentono di tutti i colori fra le ONLUS e ONG italiane. Prima è partita la moda delle società di revisioni esterne ed ecco molte Associazioni a spendere soldi per chiedere una dichiarazione da sventolare ai donatori di una delle 5 sorelle dell’auditing: KPMG (scandali Worldcom, Xeros, Telecom, UNICEF Germania), Deloitte (Parmalat, Nortel); Price Waterhouse (Montedison, AIG), Ernst & Young (Lemhan Brothers), Standard & Poors (Parmalat). Tanto per citare qualche scandalo finanziario sulle quali vigilavano. Per le aziende private è obbligatorio come le tasse ma per le ONLUS è solo un modo per fare un po’ di fumo. L’utilità per entrambi è nulla se non qualche consiglio su come aggiustare i bilanci e non incorrere in guai.

Poi siamo passati alla Certificazioni ISO (qua i costi salgono fino a 30.000-50.000 euro l’anno), per certificare, rintracciare, ricevute scritte in nepalese, hindi, emesse da benzinai del Mali o del Congo. Anche qui i privati non possono scapparne ma alle ONLUS cosa serve certificare un ufficio in Burkina Faso dove procedure, strumenti, metodi di lavoro non possono ragionevolmente essere assimilati a quelli europei. Infine l’Oscar di Bilancio (qua servirebbe la voce di Fantozzi). Anche qui necessitano un po’ di soldi (teoricamente donati per bambini\progetti) e sponsorizzare un evento.

Ci sono società che fanno anche questo, fra le altre cose, come la FERPI (Federazioni Relazioni Pubbliche Italiane) che, in genere s’occupa di “ promuovere iniziative che elevino e approfondiscano sul piano professionale la conoscenza del ruolo delle attività di relazioni pubbliche in Italia”, cioè fanno corsi di formazione, studi e altre iniziative dirette a migliorare il marketing delle aziende. Infatti nel Comitato Direttivo siedono i responsabili della comunicazione di ENEL, Enac, di Vodafone, di Coca Cola, ENI e di qualche Banca, che, giustamente, sponsorizzano la società.

Cosa centrino le relazioni pubbliche e il marketing con i bilanci delle ONLUS e relativi OSCAR non si capisce se non leggendo una dichiarazione della giuria ““per aver dimostrato con il suo bilancio di volere e sapere comunicare non solamente i risultati economici. I numeri non sono tutto”. Affermazione che può suonare un po’ bislacca dato l’argomento anche se siamo in un paese in cui con i bilanci si fa di tutto, compreso fasciare le verdure.

Poi, però, la giuria qualche numerino sembra tenerlo in considerazione, del resto se 2+2 fa 3 anche degli esperti comunicatori non possono farlo sembrare 4. Infatti fra i partecipanti\sponsor c’era anche Centro Cooperazione Sviluppo (CCS Italia ONLUS) con gli ultimi tre bilanci in perdita che nessuno ha avuto il coraggio di premiare.

Ma oltre i casi limite; vi è qualche utilità per le ONLUS\ONG rincorrere diplomi di carta come questo e che capacità ha una società come il FERPI (bravissima nel settore della formazione dei comunicatori aziendali) di valutare qualità ed efficacia delle attività di una associazione no-profit. Che senso ha, in questo settore, badare più all’immagine che alla sostanza delle cose che si fanno a favore dei beneficiari? Domande che lasciamo ai donatori, magari un po’ stanchi di tante puttanate.

Sono interessanti i commenti relativi a Stefano Zara, attuale presidente di CCS Italia e con numerose interessenze negli affari più complessi, per i contribuenti, della città di Genova.

Sono anche interessanti i commenti all’articolo sul forum di Agoravox.

Nepal, wikileaks & salsa

Ore di luce elettrica calanti (6 ore al giorno senza luce), aumento dei prezzi del petrolio a causa dei crescenti consumi (generatori) e del costo della materia prima, oltre 100.000 giovani che hanno abbandonato il paese per cercare fortuna all’estero (+34% negli ultimi quattro mesi rispetto al 2009). Kathmandu torna Darkmandu, e la politica è sempre ferma. I congressi dei due maggiori partiti (Congresso e Maoisti) hanno visto aprirsi divisioni interne, gran dibattiti sui massimi sistemi ma nessuna decisione pratica. Il Primo Ministro sfiduciato da un semestre e leader del terzo partito se ne è andato in giro per il mondo. La costituzione, il nuovo sistema elettorale, un nuovo leader del governo non sembrano importare più a nessuno.

Il Paese si trascina, faticosamente, avanti. Sembra, di leggere, le cronache politiche italiane. Ogni tanto, davanti al simbolo del potere politico, la bianca facciata mezza liberty del Singh Durbar s’agitano taxisti, studenti, insegnanti, montanari per chiedere che si faccia qualcosa. Dietro i colonnati, ci sono i palazzi del potere, molti ministeri, uno degli uffici del Primo Ministro. Distanti dalla gente comune come i costruttori del Palazzo, i principi autocrati Rana (che governarono dispoticamente il Nepal fino ai primi anni ’60). “Naufragati nel verde, si stagliano con la mole candida contro la massa dei quartieri poveri” scriveva dei villoni dei prinicipi ancor oggi visibili nella città, Giuseppe Tucci in uno dei suoi viaggi negli anni ’30. “Si passa da salone a salone, grandi come piazze d’armi, scintillanti di marmi e cristalli e mobili colorati che a una persona di buon gusto fanno venire il mal di mare.”. Molto è cambiato da allora, le palazzine dietro la facciata sono decadenti, i ministeri un po’ diroccati, il potere è sempre distante ma nascosto non più dietro cristalli e marmi, ma dietro un infrangibile muro di gomma.

L’unico evento che scuote, senza costrutto, il magma politico è Wikileaks con i suoi “cables”. In uno sembrerebbe che il governo indiano abbia finanziato i maoisti nepalesi per contrastare il nazionalismo della monarchia. Parlando dei finanziamenti ai Talebani per indurli a impigrirsi. Parla Nirupama Rao (ministro degli esteri),  riferisce l’ambasciatore USA a Delhi Timothy J. Roemer: She observed that it had failed to bring in the Maoists in Nepal and was likely to fail for similar reasons in Afghanistan.  Pronte le smentite dei maoisti nepalesi, ma di questa ipotesi già si parlava.

La gente un po’ disperata si rimpiange il sovrano e, forse, qualcuno anche i Principi Rana del vecchio Singh Durbar. L’ex capo delle Forze armate, il generalone Katawal (inviso ai maoisti e sospettato di un tentativo di colpo di stato morbido) si muove per riunire gli scontenti, in vista di future elezioni (personaggio da seguire).

Fra buio e mancanza di prospettive non resta che divertirsi ed ecco che a Kathmandu scoppia la palla della Salsa. Qualche anno fa s’aprì, fra lo scetticismo, una Salsa Academy vicino al supermercato di Bhatbeni. I nepalesi sono timidi. Poi l’esplosione e l’arrivo di alcuni famosi ballerini spagnoli, un festival nazionale di danza a Pokhara. Oggi l’Accademia si è espansa e dai primi due fondatori (un ragazzo nepalese e un ragazza francese, oggi conta oltre 10 istruttori. Che insegnano a qualche migliaio di aspiranti ballerini.

Wikileaks in Asia, curiosità alle stelle

In Oriente la curiosità è una fra le più grandi virtù, consente di tenersi al passo. Grande attesa, dunque, per i documenti di Wikileaks che saranno resi pubblici sul Nepal. Ghiotto è il boccone sui probabili giudizi derisori  dati dagli americani sui politici nepalesi, cosa già nota in tutti i parties delle ambasciate.  Il leader maoista Prachanda è ingrassato, beve whisky di marca e se la spassa, il vecchio Koirala era andato da oltre 5 anni, questo e quello se la spassano nei bordelli di Kathmandu, il ministro dell’educazione si becca fior di tangenti e così via. Avendo conosciuto i passati (e rintronati ambasciatori americani in Nepal) c’è veramente da aspettarsi cose succulente.

Del resto il tono generale del fiume di documenti in circolazione dà un po’ il senso di come siamo ridotti e quanta gente è pagata per frequentare feste e festini, alcolizzarsi, spettegolare e scrivere stronzate. La massa di scritti, che arricchirà giornalisti, scrittori e analisti vari, ha il grande pregio di far capire a tutti il bel mondo delle relazioni internazionali e dei personaggi che ci sguazzano. Non è però una novità.

Nel 2006, il Governo Americano aveva pubblicato sul sito della propria missione alle Nazioni Unite, una serie di rapporti (fino ad allora segreti) relativi a episodi di corruzione, mismanagement di fondi, stupri e violenze sessuali perpetrati da funzionari e militari delle Nazioni Unite in diverse parti del globo. Uscì anche un articolo sul Washington Post relativamente al Congo. L’Ufficio delle Nazioni Unite incaricato delle investigazioni ed auditing (OIOS), fino ad allora deputato ad insabbiare ogni scandalo, impazzì ma ormai il danno era fatto e si poteva solo mediare per ridurre la catastrofe. Nel 2005 fu autorizzata la diffusione dei rapporti e auditing ai rappresentanti degli stati membri e Inga-Britt Ahelunus, direttrice dell’organizzazione, passò dall’opposizione alla pubblicazione a un entusiastico appello alla trasparenza. Da allora i rapporti investigativi e gli auditing sono filtrati, ammorbiditi come yogurt scaduti. Solo nel 2009 WikiLeaks rese pubblici oltre 600 documenti delle Nazioni Unite, applaudito da Washington che, possiamo dargli torto, non vede di buon occhio il Regno degli Scrocconi, cioè le NU di cui sono i massimi contribuenti.

Tornando alle ultime rivelazioni, gli USA hanno fatto una figura pessima a livello planetario. Funzionari dell’Amministrazione hanno girato in lungo e in largo (prime visite in Cina e India) per scusarsi dell’immenso casino creato. Il mantra recitato dai poveretti è che “nei documenti non c’è niente di nuovo”. La Clinton sembra ormai rintrona nata come il marito. Adesso, ognuno, si gioca le rivelazioni a suo uso e consumo. Certamente molte di queste confermano cose già arcinote ma servono a mettere nero su bianco, fatti, fatterelli e casini che non possono essere più smentiti. Fra i tanti documenti e in attesa di quelli sul Nepal siamo andati a dare una sbirciata fra i circa 5000 documenti relativi all’India (non ancora tutti pubblicati).

A Delhi la paura è che salti fuori qualcosa su corruzioni varie ma per ora si conferma che “ISI (servizi segreti Pakistani) continued to maintain liaison and support for Taliban despite claims by the Pakistani government that ISI was swept clean of pro-Taliban officers years ago. The document charges that ISI director-general from 1987 to 1989, Gen Hamid Gul, still operates in Pakistan informally serving ISI. Prosegue il programma nucleare pakistano , uno degli incubi indiani, Russia is aware that Pakistani authorities, with help from the US, have created a well-structured system of security for protecting nuclear facilities, which includes physical protection. However, there are 120,000-130,000 people directly involved in Pakistan’s nuclear and missile programs… there is no way to guarantee that all are 100% loyal and reliable,” racconta una fonte russa. Qualche dubbio salta fuori anche sulla decisione degli USA di allargare il Consiglio di Sicurezza delle NU all’India (e al Giappone secondo contribuente del budget UN) di fronte all’opposizione della Cina.

Ci sarà da divertirsi dai files del segretissimo : Secret Internet Protocol Router Network (SiprNet)