Nepal 2011, un’occasione per andarci
dicembre 23, 2010 6 commenti
Cerchiamo di dare un piccolo aiuto al Nepal allargando l’informazione sul prossimo Anno del Turismo: il 2011. Obiettivi, raggiungere 1 milione di turisti (oggi meno di 500.000), rilanciare l’immagine del paese segnata dalla guerra civile e dalla situazione caotica post-conflitto. Lo slogan: “Once is not enough” cioè una sola visita non è abbastanza, slogan neanche sbagliato. L’operazione era già stata tentata nel 1998 con l’obiettivo di raggiungere 500.000 turisti meta che fu raggiunta solo nel 2007 (un anno dopo la fine del conflitto iniziato nel 2006). Allora vi fu un minore dispiegamento di mezzi; oggi si è tentato veramente tutto, compresa la partecipazione a numerose (e costose) fiere fra cui quella di Shangai.
Da allora, molto è cambiato. 12 anni sono un epoca per un paese come il Nepal che è entrato nel mondo moderno solo alla fine degli anni’60. In meglio: maggiore attenzione per il turismo, più infrastrutture, più organizzazione, più servizi anche nelle aree remote. In peggio: il paese è meno governato, più instabile e insicuro, le aree turistiche sono state in parte rovinate dalla crescita incontrollata di lodge, alberghetti hotel; Kathmandu ha perso il fascino del passato, soffocato da costruzioni, inquinamento e macchine. Il normale passaggio verso la modernità è stato brusco; il Nepal è cresciuto economicamente, si è modernizzato è diventato più simile all’occidente (perdendo parte della bellezza di persone e cose) ma tutto troppo di corsa (anche questo è purtroppo nella natura) in maniera confusa, incontrollata non imparando dagli errori fatti da noi. Le ricchezze artistiche e maturali che sono una delle maggiori ricchezze di una nazione sono state trascurate, abbandonate, in parte dilapidate. C’è da dire che né i governanti né i donatori internazionali (che sovvenzionano da decenni lo stato nepalese) non hanno fatto niente per regolare la crescita e salvaguardare templi, luoghi, percorsi di trekking; inserire il patrimonio del paese in un progetto turistico economicamente produttivo.
Le aree più distrutte sono state quelle dove maggiore è stato il flusso turistico, quelle un tempo più belle e facilmente raggiungibili: la capitale (un tempo una meravigli,a considerata la Firenze dell’Asia), ad eccezione di Bakthapur; il lago di Pokhara e le zone di montagne più frequentate, l’area dell’Annapurna e dell’Everest. La rovina ambientale e naturale di questi posti è una delle motivazioni per cui il turismo fatica a decollare, dopo gli anni del boom conclusi alla fine degli anni ’80. Un turista deve faticare per girare Kathmandu, trovare i posti più affascinanti fra smog, macchine, case fatiscenti. Và a Pokhara e trova un lago inquinato e una fila di alberghi e tristi negozietti, sale verso l’Annapurna e incontra una strada in cui salgono jeeps puzzolenti e bus scassati. Insomma, anche in questi posti bellissimi, un po’ di fascino s’è perso. Non per niente si cerca di dare visibilità al Nepal delle colline (il più bello e reale) dimenticato dai tour operators, ai circuiti alternativi di Kavre, Rara Lake e altri; al Terai (compreso Chitwan e la giungla che è sempre bellissima) alle aree logisticamente difficili come il Dolpo. Anche Kathmandu ha propri percorsi e luoghi alternativi e ancora intatti che dovrebbe essere compito del turista scoprire, girando a zonzo, senza seguire le solite rotte.
Il Nepal è ancora bello e merita, come dice il Tourism Board, più di una visita. Oltre al marketing turistico qualcosa hanno cercato di fare per migliorare l’accoglienza: sono stati costruiti due nuovi hotels a 4 stelle (vicino all’aeroporto e a Pulchowk, (i primi dopo 10 anni), si sta organizzando l’Himalayan Trail (un lunghissimo trekking a tappe che segue tutte l’Himalaya), si parla di visti gratis, si mette un po’ a posto Kathmandu.
Pensare che il turismo in Nepal iniziò solo, negli anni’50, grazie a un esule, ballerino, avventuriero russo di nome Boris Lissanevicth (suo figlio vive ancora a Kathmandu). Dopo viaggi in tutta l’Asia si stabilì a Calcutta dove aprì il famoso Club 300, divenne amico dell’esule Re nepalese Tribhuvan che quando tornò in patria lo chiamò per aprire il primo hotel di Kathmandu (parte del palazzo che ancora oggi è lo Yak and Yeti Hotel). Nel 1953 il Nepal s’aprì al primo gruppo di turisti accompagnati dalla Thomas Cook and Son, un articolo del Times dell’epoca racconta l’evento. Boris visse vent’anni nella capitale, accompagnò la nascita di quello che sarebbe diventato uno dei business più importanti. Si divertì come un matto, racconta, s’arrabbiò come un matto per risolvere i mille problemi, finì anche in prigione (distilleria d’alcol clandestina) “ la piccola finestra della cella era diventato una meta di moda sempre piena di gente che guardava il primo europeo finito in prigione. Una faccia si sostituiva all’altra e mi passava davanti la moltitudine d’etnie del Nepal. Poi mi arrivò una lettera del nuovo sovrano Mahendra che mi ordinava di preparargli il pranzo della sua cerimonia d’incoronazione. Fui liberato ed accolto come un eroe in giro a Kathmandu, avevo ordinato 50.000 galline, 12.000 montoni, centinaia di tonnellate di riso, lenticchie e verdure.
Dalle poche centinaia di turisti degli anni ’50 (scalatori, cacciatori di tigri, ricconi) il numero crebbe a 200.000 negli anni 70’ (con tanti freakkettoni), 300.000 negli anni’80, fino ai quasi 500.000 attuali. Momenti brutti furono gli anni fra il 2000 e il 2005 quando il numero ridiscese bruscamente intorno alle 300.000 visite (a causa del conflitto). Da sempre, circa il 30% dei visitatori sono indiani (viaggi di nozze, affari, casinò), 10% pakistani, bangladeshi (piccoli business), da qualche anno sono aumentati i cinesi (10%) e quelli provenienti da altri paesi asiatici ricchi (Giappone, S.Korea, Singapore) circa il 10%. I più spendaccioni e i gruppi organizzati occidentali sono circa il 40% dei visitatori (gli italiani 8000 all’anno). I turisti si fermano pochi giorni (media 10) e spendono USD 75 al giorno. Un business che porta valuta pregiata (USD 500 milioni annui), un buon reddito per lo stato (visti, permessi vari per trekking e scalate) e per i circa 2 milioni di persone che vivono intorno a questo business.
Dai villaggi, negli anni d’oro dei trekkng, scendevano i contadini impiegati a fare i portatori e i cuochi nelle spedizioni. Gli Sherpa del Khumbu sono diventati una delle etnie più ricche, grazie alle spedizioni e alle scalate. Poi c’è l’artigianato. Il flusso turistico ha lanciato nel mercato mondiale le pashmine, i tessuti e i tappeti, per anni le voci più importanti e redditizie dell’export nepalese, oggi quasi scomparse.
Per questo c’è da augurarsi che la crescita degli arrivi dell’ultimo anno (media +20% mese) si consolidi e che il 2011 dia un po’ di soddisfazione, almeno in questo settore, alla gente del Nepal. Certo che la situazione politica non aiuta e sembra destinata a riproporre formule di governo che escludono i maoisti, premesse di future tensioni, con l’ipotesi di nuove elezioni politiche. Di questo ne riparleremo




















Oscar, per i bilanci delle ONLUS…
dicembre 7, 2010 7 commenti
Poi siamo passati alla Certificazioni ISO (qua i costi salgono fino a 30.000-50.000 euro l’anno), per certificare, rintracciare, ricevute scritte in nepalese, hindi, emesse da benzinai del Mali o del Congo. Anche qui i privati non possono scapparne ma alle ONLUS cosa serve certificare un ufficio in Burkina Faso dove procedure, strumenti, metodi di lavoro non possono ragionevolmente essere assimilati a quelli europei. Infine l’Oscar di Bilancio (qua servirebbe la voce di Fantozzi). Anche qui necessitano un po’ di soldi (teoricamente donati per bambini\progetti) e sponsorizzare un evento.
Ci sono società che fanno anche questo, fra le altre cose, come la FERPI (Federazioni Relazioni Pubbliche Italiane) che, in genere s’occupa di “ promuovere iniziative che elevino e approfondiscano sul piano professionale la conoscenza del ruolo delle attività di relazioni pubbliche in Italia”, cioè fanno corsi di formazione, studi e altre iniziative dirette a migliorare il marketing delle aziende. Infatti nel Comitato Direttivo siedono i responsabili della comunicazione di ENEL, Enac, di Vodafone, di Coca Cola, ENI e di qualche Banca, che, giustamente, sponsorizzano la società.
Cosa centrino le relazioni pubbliche e il marketing con i bilanci delle ONLUS e relativi OSCAR non si capisce se non leggendo una dichiarazione della giuria ““per aver dimostrato con il suo bilancio di volere e sapere comunicare non solamente i risultati economici. I numeri non sono tutto”. Affermazione che può suonare un po’ bislacca dato l’argomento anche se siamo in un paese in cui con i bilanci si fa di tutto, compreso fasciare le verdure.
Poi, però, la giuria qualche numerino sembra tenerlo in considerazione, del resto se 2+2 fa 3 anche degli esperti comunicatori non possono farlo sembrare 4. Infatti fra i partecipanti\sponsor c’era anche Centro Cooperazione Sviluppo (CCS Italia ONLUS) con gli ultimi tre bilanci in perdita che nessuno ha avuto il coraggio di premiare.
Ma oltre i casi limite; vi è qualche utilità per le ONLUS\ONG rincorrere diplomi di carta come questo e che capacità ha una società come il FERPI (bravissima nel settore della formazione dei comunicatori aziendali) di valutare qualità ed efficacia delle attività di una associazione no-profit. Che senso ha, in questo settore, badare più all’immagine che alla sostanza delle cose che si fanno a favore dei beneficiari? Domande che lasciamo ai donatori, magari un po’ stanchi di tante puttanate.
Sono interessanti i commenti relativi a Stefano Zara, attuale presidente di CCS Italia e con numerose interessenze negli affari più complessi, per i contribuenti, della città di Genova.
Sono anche interessanti i commenti all’articolo sul forum di Agoravox.
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