Sapore d’antico a Kathmandu: Bryan Adams e bandiere rosse

Per la prima volta un artista internazionale ha suonato a Kathmandu riempendo il Dasharath Stadium (19 febbraio). Fino ad ora gli amanti della musica rock dovevano andare in India a vedere qualche raro concerto. “Bryan Adams Visited Nepal – So can YOU!” queste magliette erano vendute a Thamel per cercare d’inquadrare il concerto nelle manifestazione per l’anno del Turismo 2011, non c’entrava molto in realtà. Per favorire il turismo sarebbe stato meglio abbassare il costo e allungare la durata dei visti, diminuire i costi dei permessi per le aree protette (Dolpo, Mustang), essere più accoglienti, insomma. Infatti i primi due mesi di flussi non sono un granché.

Il concerto è stato però un successone di cui s’è parlato un mese prima e si continua a parlarne. Il canadese Bryan Adams e il suo gruppo (che non mi sembra più in gran voga in occidente) ha raccolto giovani da tutto il Nepal, ha ricevuto una strepistosa accoglienza, applausi, deliri da superstar. Il costo del biglietto (nrs. 6000\euro60) equivale alla metà di uno stipendio mensile di un insegnante ma non è stato un limite all’afflusso di persone, oltre 18.000 che hanno osannato il cantante. Lui non è stato da meno: ha cantato e suonato per oltre due ore, s’è fatto coinvolgere dall’entusiasmo del pubblico, ha lodato il paese che l’ha ospitato, ha suonato con abilità l’armonica in Im ready e tutti si augurano che sia l’inizio di una stagione di concerti di stars internazionali in Nepal. Tutto un po’ sorprendente, come mi racconta un giovane amico, visto che il più noto successo di Adams, The summer of 69, è stata scritto 15 anni orsono.

Una grande festa, comunque, che ha fatto risaltare due elementi del nuovo Nepal già segnalati in questo blog. Il primo:  la moda della musica e del ballo occidentali è esplosa nella middle class nepalese. Sono sempi popolari il bellissimo festival del jazz d’ottobre (Jazzmandu) e l’esplodere di scuole di ballo latino a Kathmandu. Il secondo è l’emersione  della nuova borghesia cioè dei figli dei nepalesi (in gran parte di Kathmandu) arricchitesi immensamente nell’ultimo ventennio di boom edilizio, cioè da quando cento metri di risaia dal valore di poche centinaia di dollari è iniziato a costarne centinaia di migliaia. Sono le stesse persone che riempiono i Mall di negozi comparsi a decine negli ultimi anni e che hanno permesso al primo (il Bhat bhateni) di triplicare le sue dimensioni. In un paese in cui i giovani sono in perenne movimento per sopravvivere, studiare, lavorare (decine di migliaia di nepalesi sono senza sostegno diplomatico nei paesi arabi in rivoluzione) dalle colline alle città, dalle città alla capitale e da questa all’estero, finalmente s’è visto una migrazione solo per divertirsi.

Sullo sfondo, sempre uguale, la politica che dovrebbe assicurare futuro, valori ed opportunità ai giovani nepalesi. Tutto sempre uguale. I maoisti vogliono il ministero degli interni e più potere, senza queste garanzie dichiarano che non faranno parte del nuovo governo. Gli alleasti UML sono spaccati all’interno fra favorevoli all’alleanza e contrari (la vecchia guardia), il Congresso (all’opposizione) lavora per favorire le divisioni.

I maoisti tornano a minacciare di sollevare le piazze (gente sempre più stanca), tornano le minacce di rivoluzione, d’armi al popolo.Il Seven Points Agreement fra i due partiti alleati solo dieci giorni fa vacilla e con esso un percorso ragionevole per risolvere i problemi (irrisolti da 5 anni) relativi alla nuova costituzione ( annessi e connessi). L’incontro in Cambogia dell’inutile International Conference of Asian Political Parties (ICAP), destinato a rafforzare i rapporti pacifici fra i partiti nepalesi  è stato cancellato mentre a Kathmandu, il capo dell’ala dura maoista, Netra Bikram Chand, è stato nominato capo di una nuova organizzazione “people´s volunteers” destinata a mobilitare le masse. Rumori di nuove tensioni, bandiere rosse nelle piazze e di nuovi ritardi verso un governo stabile.

Nebbia ad Haiti

Un pò di grancassa durante l’anniversario del terremoto poi sta per scendere l’abituale nebbione sull’utilizzo degli immensi fondi donati per ricostruire e Haiti e proteggere gli haitiani dalle conseguenze del sisma. Vogliamo raccogliere un pò di notizie e di racconti giunti in questi mesi dall’isola, giusto per distinguerci. 

 Per adesso l’epidemia di colera ha provocato 4549 morti (dice il Ministry of Public Health and Population –MSPP). Fra poco c’è il carnevale e un gran movimento di gente (anche ad Haiti la gente si diverte, vive e ride), speriamo che qualcuno pensi alla prevenzione. Oltre un milione di persone continua a vivere nei campi profughi (si prevede ancora per un paio d’anni) e alcuni di questi sono stati lasciati senza acqua e assistenza (Canaan, Delmas, etc.). Ci scrivono da Haiti: Si,  molte tende son state rimpiazzate per delle capanne ( dai 18 ai 24 m2) in legno e compensato, ma secondo le cifre officiali restano 810 000 persone da alloggiare, il periodo delle piogge é alle porte. Più della metà dei detriti non ancora eliminati impedisce la ricostruzione e la vita normale.

Parliamo di oltre USD 10 miliardi arrivati sull’isoletta per gestire l’emergenza post-terremoto (alloggi, sanità, acqua) e, per logica elementare, si dovrebbe calcolare quanto l’investimento ha reso ai beneficiari. L’impressione (in assenza di dati poiché solo il 10% delle organizzazioni ha fornito qualche rendiconto) è che, come ovunque nelle emergenze umanitarie,  gran parte dei fondi siano stati utilizzati per far stare meglio gli operatori dell’industria dell’assistenza. Anche qui, come sempre, le organizzazioni scrivono nei rapporti che sull’isola sono arrivati l’80% dei fondi donati per i progetti ma poi se sono spesi per salari ai funzionari, macchine, strutture, viaggi, affitti, nessuno lo saprà mai. Certo , quello che resta e arriva ai beneficiari, magari con progetti confusi e inefficaci, è meglio di niente.

Del gran pasticcio se ne accorge il Parlamento europeo che denuncia “  i limiti del sistema degli aiuti internazionali in un paese che beneficia di un apparato umanitario massiccio”, dei “limiti” se ne accorge anche il console onorario italiano e l’avvocato haitiano Evel Fanfan, presidente dell’organizzazione Aumhod, nei giorni scorsi in Italia, nonchè i giornalisti e gli studiosi più attenti. Anche nel blog raccogliamo qualche racconto: poche sono le decisioni e l’azione manca. Bisogna ammettere che non ci sono soluzioni miracolo, qui non c’é da rifare, ma tutto da fare! Un paio di settimane fa ho partecipato ad una esposizione per la ricostruzione, partecipo con una equipe di Haitiani , vi garantisco che c’erano dei progetti da fantascienza. Per il momento la ricostruzione si focalizza sull’ investimento della classe agiata in alloggi da affittare a prezzi favolosi alle ONG.

Situazione che non sorprende visto che i  “ricostruttori” sono Bill Clinton, che copresiede con l’ex presidente Bush la fondazione Clinton-Bush, l’attore Sean Penn, che a sua volta ha aperto una fondazione per gli aiuti umanitari a Haiti e che da poco è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dal presidente haitiano René Préval, il Club di Madrid, guidato dall’ex primo ministro spagnolo Felipe Gonzalez e l’ex primo ministro francese Lionel Jospin .Tutto coordinato dai burocrati internazionali della contestata  Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti .Gente che ad Haiti ci và solo e forse. in elicottero.

Solite storie come le attività collaterali alla raccolta fondi: libri. mostre fotografiche, concerti (Music for Haiti questa sera al Victory Morgana Bay), monumenti, conferenze, giochi di società (pagati con soldi UE). A livello locale, dal gran business non potevano tirarsi fuori i due candidati alle prossime elezioni del 20 marzo: Appearing before the Interim Haiti Recovery Commission (IHRC) former first lady Mirlande Manigat and popular musician Michel Martelly urged the international community to set a timetable for ensuring that the aid reaches the country quickly. Soldi che la politica utilizzerà per mantenersi al potere (come ovunque è accaduto quando gli aiuti internazionali sono piovuti), per  mantenere ed  espandere le burocrazie nazionali. Processo che s’intravede già adesso; infatti una delle critiche più diffuse ad Haiti è che le organizzazioni di base locali (nonchè l’industria nazionale)  siano di fatto escluse dalla gestione dei fondi e che chi ci lavora risucchiato da maxi stipendi negli uffici delle organizzazioni internazionali.

Infine notizie strane: i prezzi dei generi di prima necessità sono aumentai di oltre il 30% nell’ultimo anno, malgrado le donazioni di prodotti alimentari (in molti casi, qui come ovunque nelle tragedie umanitarie passati al mercato nero). Le ragioni: il colera (che ha bloccato gli spostamenti da alcune zone agricole interne), l’enorme aumento di forti consumatori occidentali (si calcola in oltre 100.000 operatori internazionali, compresi i turisti della cooperazione), le abituali speculazioni. Altra notizia da verificare il colosso dell’agrotecnologia Monsanto ha donato 500 tonnellate di mais ibrido e sementi vegetali. Sembrerebbe che le semenze ibride siano mono-semina e che per i prossimi raccolti i contadini, dovrebbero comprare nuovi semi dalla Monsanto.

Per concludere un articolo del Sole 24 Ore (7\2\2011) racconta di un calo generale delle donazioni alle ONLUS nostrane, finito l’effetto mediatico su Abruzzo e Haiti. Ma la società che ha fatto lo studio (IPR Marketing) segnala un altro effetto, forse dovuto alla pessima gestione dei fondi in entrambe le circostanze, cioè che i donatori si fanno un pochettino più furbi e, forse, iniziano a controllare.

Anche in Nepal tanti ciccioni

Quando si parla di “effetti della globalizzazione” si è concentrati su quelli economici: ricchezze che si gonfiano e si concentrano nelle mani di pochi, diseguaglianze crescenti in tutti i paesi, redditi maldistribuiti, crisi alimentari. La World Bank segnala un altro indicatore di sperequazione, l’aumento dei grassoni in un paese, come il Nepal, dove il “food shortage” è un problema che riguarda oltre 1.600.000 persone (aumentate del 30% nell’ultmo biennio). E’ di questi giorni la notizia che per cercare di avere riserve per evitare le abituali carestie nelle regioni occidentali, la Nepal Food Corporation (NFC) sta preparando, per la prima volta negli ultimi 10 anni, una gara internazionale per acquistare 250,000 quintali di riso (si conta sulla Cina poichè il Sona Mansuli indiano è considerate di scarsa qualità). Non è il  momento migliore poiché il prezzo di quello buono è aumentato del 18% nell’ultimo anno.

Ma senza riso non c’è pasto per i nepalesi; al Daal Bhat (riso, lenticchie, verdure e a volte pollo) non si può rinunciare ed è mangiato almeno due volte al giorno. La dieta spiega il Rapporto della Banca Mondiale che segnala l’aumento (a dire il vero in tutta l’Asia) di malattie tipicamente occidentali: diabete (c’è anche un Giorno del Diabete indicato dalle Nazioni Unite il 19 novembre), malattie al cuore, obesità. Il titolo del Rapporto  impressiona: Capitalizing on the Demographic Transition: Tackling Non-communicable Diseases in South Asia .

Superato il titolo, i dati sono significativi: la cattiva alimentazione è diventata responsabile del 60% dei decessi in Asia, aiutata dal fumo e dall’abuso di alcol (in cui il Nepal è il primo in Asia). Le malattie che stanno diventando più comuni sono, appunto, quelle dell’eccesso di cibo pieno di amidi. Il Rapporto si conferma da solo, girando per le strade di Kathmandu (specie nei palazzi del potere). Ciccioni bloccati su seggiole o sprofondati in poltrone diroccate; risciò men che aumentano le tariffe al loro avvicinamento; critiche al leader maoista Prachanda per il suo imbolsimento dovuto, si dice, a gran libagioni e bevute.

Un tempo il pancione era un segno di potere e ricchezza, oggi aumentano le palestre e la gente che fa jogging. Tibetani e nepalesi stanno sfondando le misure considerate sane: massimo 102 cm. di circonferenza vita (adulto maschio); 88 cm. (adulto femmina). Un altro colpo ai miti e all’estetica del Nepal.

Almeno il Nepal, riesce ad avere un nuovo governo

Dopo sei mesi il Nepal ha un nuovo Primo Ministro dopo sei mesi di ripetuti tentativi d’elezioni. Si è chiusa l’alleanza fra UML (comunisti moderati) e Maoisti sul nome di Jhalanath Khanal, leader UML e considerato, da sempre conciliante, con il nuovo alleato. Il vecchio primo ministro Nepal (sempre dell’UML) si ritira chiudendo una fase politica, quella dei vecchi leaders emersi dalla prima rivoluzione del 1989.

Khanal è relativamente giovane (61), viene dal lontano Ilam (est Nepal, la terra del tè) ha studiato Scienze Politiche alla Tribhuvan University di Kathmandu (non in India come molti altri) è stato in carcere alla fine degli anni ’70 durante le lotte per la costituzione. Comunque un altro brahmino al potere. Ha ricevuto la maggioranza richiesta ( 368 voti; Ram Chandra Poudel del Congresso 122 e il capo del Madhesi People’s Rights Forum-Democratic Bijaya Kumar Gachchhadar soli 67. Il Congresso è, per ora, finito all’opposizione e i maoisti hanno dichiarato, ritirando dalla competizione il loro leader Prachanda, The maoist party was sacrificing once again for the sake of the nation and people by supporting Khanal to end the status quo. Il 21 gennaio un militante maoista schiaffeggiò l’attuale Primo ministro durante una manifestazione.

Si formerà un governo di coalizione che comprenderà i piccoli partiti e i maoisti come già avvenne nel 2008 (durata un anno). Ma forse oggi qualcosa è cambiato, i maoisti sono meno bellicosi e il paese è allo sfascio. Anche l’India deve accettare che è difficile cercare di governare lasciando fuori il partito di maggioranza relativa. E’ un passo avanti, la gente è contenta ma nei partiti maggiori s’aggregano già gruppi dissenzienti che si cercherà, forse, calmare con la distribuzione dei ministeri. Il Nepal ha bisogno di un po’ di stabilità per cercare d’agganciarsi al motore indiano (e anche cinese) e trovare fonti di sviluppo. Per raggiungere questo obiettivo sono tante le emergenze da affrontare in tempi brevissimi: la nuova costituzione, l’assetto dello stato, il sistema elettorale; la sistemazione accettabile degli ex-guerriglieri; la ripresa del controllo dello stato sul territorio e sull’economia. Non è poco.

Sistemi che scricchiolano

Mi segnalano questo articolo di Pino Giglioli comparso nell’ottobre 2009 su “Il Fatto Quotidiano”, lo pubblichiamo perchè si ricollega a quanto già scritto relativamente ai sistemi di potere  transpartitici che coinvolgono anche ONLUS come CCS Italia o l’Ospedale Pediatrico Gaslini e l’intera città di Genova (tutti malgestiti e sofferenti). La  cosa che a me disturba è che questo andazzo italiano ricade negativamente non solo sui cittadini italiani ma anche su beneficiari lontani e più sfigati. Uno spaccato di un  sistema che scricchiola. Un articolo che sembra un oroscopo riuscito. E che si ricollega alla cronaca di questi giorni ai vari portaborse come Bertolaso, suoi protetti e protettori.  

“Si chiama Donato Bruccoleri, ed è il nuovo consigliere di amministrazione dell’ospedale pediatrico più importante d’Italia: il Gaslini di Genova. Bruccoleri in realtà fa il farmacista a Sestri e non ha esperienza specifica ma il sindaco del Pd, Marta Vincenzi, lo ha prescelto. Bruccoleri è cugino di primo grado dell’onorevole Salvatore Cuffaro, parlamentare dell’Udc ed ex presidente della Regione Sicilia. Un doppio legame familiare. Anche la moglie di Bruccoleri, Maria Linda Cuffaro, titolare di un’altra farmacia, è cugina del senatore. “Sono onorato di essere cugino di Totò”, spiega lui, “ma non ho tessere e mi spiacerebbe se ci fossero speculazioni sulle mie parentele”. Dopo la precisazione, Bruccoleri aggiunge un dettaglio: “sono amico di Rosario Monteleone”, cioé del segretario dell’Udc ligure.

La nomina del cugino di Cuffaro insomma potrebbe inserirsi nel serrato corteggiamento del Pd nei confronti dell’Udc, senza l’appoggio del quale il governatore Claudio Burlando non vincerà mai le prossime elezioni regionali. Due settimane fa era toccato a Raffaele Bozzano, anche lui vicino a Monteleone e socio di Franco Lazzarini (praticamente un gemello siamese di Burlando). Il presidente della Regione Liguria (nonché candidato alle elezioni del 2010 per il centrosinistra) va avanti per la sua strada e, a chi gli rinfaccia di occupare poltrone chiave con logiche politiche, risponde con un’altra nomina. E non stiamo parlando di una storia locale. La Liguria, con la Puglia, è uno dei nodi del potere di centrosinistra che da più di un decennio ha il suo fulcro in Massimo D’Alema. Nel curriculum del neo-consigliere Bozzano (un broker assicurativo dai modi svelti, già bollato dai consiglieri di centrodestra Matteo Rosso e Gianni Plinio come “sprovvisto dei requisiti di legge e della professionalità specifica in campo medico-scientifico”), mancava un titolo che forse doveva essere valutato. Non parliamo dell’appartenenza al Sovrano Ordine Militare di Malta. Bozzano è stato presidente e consigliere della più grande società privata di brokeraggio assicurativo italiana, la Italbrokers di Genova (di cui detiene ancora un consistente pacchetto azionario). Tirando qualche filo si scopre che la nomina di Bozzano è soltanto la punta dell’iceberg del potere di Burlando. L’iceberg emerse per un attimo nel 2006 quando il presidente della Regione fu beccato a guidare contromano su uno svincolo autostradale. Il Governatore era alla guida di un’auto intestata a Franco Lazzarini, numero uno di Italbrokers e intimo di D’Alema che in quel periodo condivideva con Burlando anche un’abitazione nel quartiere più chic di Genova (“pago un affitto di mercato”, garantì il politico).

Più d’uno in città storse il naso per quell’amicizia strettissima con un assicuratore che con la sua società ha ottenuto tanti contratti da enti e società pubbliche: “Sono il broker delle Ferrovie e del Parlamento”, ha sempre ammesso Lazzarini. Già, le Ferrovie, un appalto ottenuto quando Burlando era ministro dei Trasporti: “La gara per l’affidamento era già stata impostata quando governava il centrodestra”, assicura Lazzarini. Poi ci sarebbero Vigili del Fuoco, Fincantieri, parte di Finmeccanica e Anas e via elencando. I critici fanno notare che Italbrokers gode di appoggi politici bipartisan, che oltre a Lazzarini, amico dei vertici del Pd, nel cda siedono ex socialisti e militanti del Pdl come Fabrizio Moro, ex consigliere regionale di Forza Italia e figura chiave del partito in Liguria. Insomma, una bicamerale. È soltanto l’inizio: soci e consiglieri della Italbrokers a Genova siedono ovunque.

Il presidente onorario, Fernanda Contri (ex giudice della Corte Costituzionale e militante socialista dei tempi d’oro) è diventata anche membro dell’Autorità Garante del Porto che vigila sugli appalti. Una professionista della vigilanza: Sviluppo Genova (che maneggia miliardi di euro degli enti locali) l’ha scelta per lo stesso ruolo. Non importa che Italbrokers in passato abbia avuto a che fare con la stessa società pubblica e che Gianni Pisani (socio di Interconsult che detiene quote di Italbrokers e iscritto al Maestrale di Burlando) sia stato nel cda di Sviluppo Genova. Ma è soltanto un tassello: della Italbrokers è socio anche Marcellino Gavio, il re delle autostrade, ormai figura cardine del potere ligure, con partecipazioni dai trasporti, al principale istituto di credito, la Carige.

Al centro di tutto c’è lui, Lazzarini, che, come ricostruisce il libro Capitalismo di rapina di Paolo Biondani, Mario Gerevini e Vittorio Malagutti, avrebbe avuto un ruolo nella scalata dei “capitani coraggiosi” a Telecom, appoggiata da Massimo D’Alema, al fianco di Chicco Gnutti (quello coinvolto nelle indagini sui “furbetti del quartierino”). Anche se Lazzarini riduce la storia a “operazioni svolte a titolo personale con pesanti perdite”. Oltre alla Italbrokers l’altra radice del potere burlandiano è l’associazione fondata dal presidente, Maestrale. Chi siede nella società Italbrokers spesso è membro anche dell’associazione. Scorrendo i nomi dei fondatori, infatti, oltre a Lazzarini si trovano Gianni Pisani, Alcide Rosina e Franco Pronzato (tutti soci di Interconsult che a sua volta, come si diceva prima, è legata a Italbrokers). Tra i soci fondatori dell’associazione di Burlando, uno su dieci ha ottenuto un incarico dalla Regione presieduta da Burlando.

Ma c’è di più: l’elenco – piuttosto bipartisan – comprende quasi tutte le poltrone più importanti della Liguria: dall’allora sindaco Giuseppe Pericu all’attuale rettore dell’università, Giacomo Deferrari (la società di sua moglie aveva ottenuto consulenze dal Comune di Genova e dal ministero dei Trasporti quando Burlando era in giunta e quando poi divenne ministro). Non poteva mancare Mario Giacomazzi, leader di un colosso immobiliare e presidente dell’associazione locale di settore di Confindustria. Sono soci Marco Arato, presidente dello scalo di Genova, Luigi Negri, presidente di Terminal Contenitori Porto di Genova spa. Insomma, Burlando in Liguria ha realizzato il miracolo sfuggito al centrosinistra nazionale: ha messo d’accordo impresa e mondo operaio.

L’elenco è interminabile: il Maestrale soffia forte grazie a assessori, presidenti delle Asl, architetti apprezzati dagli enti pubblici. Burlando sente la spinta e si ricorda del Maestrale quando sceglie i manager delle società chiave. Per la neocostituita Infrastrutture Liguria ha chiamato Edoardo Bozzo come presidente e Gian Poggi, come consigliere. Entrambi sono iscritti all’associazione, entrambi sono amici suoi. Entrambi sono diventati dipendenti regionali. Bozzo è anche presidente della Filse, la potentissima finanziaria regionale. Infrastrutture Liguria dovrà gestire gli appalti per la costruzione dei nuovi ospedali regionali, un affare da quasi un miliardo di euro. Due consiglieri su tre pescati tra i sostenitori del presidente sono una garanzia. Per Burlando. Questo sistema di potere ha importanti punti di contatto con quello barese emerso nelle indagini su Gianpaolo Tarantini. Per assaporare questo mix che ricorda le orecchiette pugliesi condite con il pesto ligure, bisogna partire da una storia riportata da Marco Preve e Ferruccio Sansa nel libro Il partito del cemento. Bozzano è stato consigliere della Festival Crociere proprio nel periodo in cui la compagnia fu protagonista di uno dei più grandi fallimenti della storia italiana: 300 lavoratori a casa e 260 imprese con i conti in rosso. Per Genova una piccola Parmalat.

Nel consiglio della società, oltre a Bozzano, era presente anche Roberto De Santis, soprannominato in passato anche ‘il banchiere di D’Alema’. L’uomo che, attraverso un complesso intreccio societario che passava per la società London Court è stato tra le figure chiave della Formula Bingo, costituita nel 2000 per sviluppare il nuovo gioco da un amico di Massimo D’Alema, Luciano Consoli. De Santis è anche l’uomo che vendette lo yacht Ikarus a D’Alema e ai suoi amici. Ed è l’uomo sentito come testimone in un’inchiesta del 2000 sulle escort che avevano accesso al Parlamento ai tempi del centrosinistra. Le donnine non ruotavano attorno a Tarantini ma Bari c’entra sempre. Tra gli “utilizzatori finali” c’era Franco Palmiro Mariani (presidente del porto di Bari, genovese di nascita, cresciuto con Burlando, esperto di trasporti e grande elettore di D’Alema) insieme a De Santis e Franco Lazzarini. Proprio l’amico che condivide tetto, auto e multe con Burlando.

Ma che, quando Il Giornale pochi mesi fa racconta i suoi rapporti con le escort, reagisce in stile Cavaliere: “Io le donne non le ho mai pagate e qualcuno dei miei amici, secondo me, non aveva mai visto nemmeno la figa”. Sulla vicenda Festival, De Santis assicura: “Non avevo deleghe. Avrò partecipato al massimo a tre o quattro consigli di amministrazione”. Anche se ha percepito 143mila euro in due anni. E Burlando? All’epoca del fallimento Festival qualche cronista notò tra le carte sequestrate dagli investigatori tre voci “interessanti”. Si parlava delle spese “folli” del patron della scoietà, il greco Poulides. Nell’elenco si leggeva: “Appartamento per Burlando C., 495 euro, appartamento per Lazzari F., 370 euro, appartamento per Bisio Marisa, 370 euro”. Burlando ha sempre smentito di aver ricevuto dei soldi da Poulides. “Un’omonimia”, tagliò corto. E’ senz’altro un caso, sia detto senza malizia, che compaia quel Burlando C. Così come non bisogna lasciarsi ingannare dal Lazzari F. che potrebbe ricordare Franco Lazzarini. E non bisogna pensare male notando che la madre di Lazzarini si chiama Bisio Marisa. Certo, Burlando e Lazzarini conoscevano Poulides al punto da andare insieme a cena con lui a Portofino (il 6 maggio 2003). Ma non basta una cena per montare un caso. In fondo anche Massimo D’Alema è stato a cena, insieme con altre venti persone, con Gianpaolo Tarantini e Massimo De Santis. I contatti baresi non finiscono qui. Massimo De Santis, secondo Gianpaolo Tarantini, accompagnò l’amico di Berlusconi (alla ricerca di appalti) dal “capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. (17 ottobre 2009)”