Lumbini: Buddha e turismo

Lumbini è nel profondo Terai, ora freddissimo (31 morti per il freddo) e nebbioso, proprio sui confini con l’India. Ci andai più o meno 20 anni orsono, viaggiando sulle strade diritte e sconnesse della pianura, sorpassando carri trainati da buoi dalle lunghe corna, guidati da baffuti contadini. Un ricordo medioevale. Passai fra campi di girasoli, riso e colza, qualche spruzzo di giungla, un po’ di fabbriche vicino alle città diroccate. A Lumbini non c’era niente, solo delle antiche fondamenta di mattoni, la vasca e la statua della Natività del Buddha. Neanche un albergo, solo una guest house poco accogliente.

Ora tutto è cambiato, monasteri dai tetti dorati, stupa bianchi e hotels accoglienti e ancora si vorrebbe migliorare. Lumbini raccoglie quasi 1.000.000 di visitatori all’anno, nella maggioranza nepalesi e indiani ma, adesso anche tanti cinesi. Dopo costanti battaglie con l’India è ormai consacrato il luogo di nascita del principe Siddharta Gautama che nel 642 AC, rinunciò al Nirvana per rinascere nel Samsara ed insegnare il Sentiero verso la Liberazione ai poveri umani. Maya Devi fu la madre, fiori di loto dorati, santi e Rishi (saggi) accolsero il ritorno di colui che, secondo molte tradizioni buddhiste, è l’ultimo di una lunga serie di Buddha. Ora si aspetta Maitreya il Buddha del Futuro, per risolvere i problemi di questa era confusa. Lumbini era un piccolo villaggio raccolto intorno a una pozza d’acqua che ancora oggi segnala il luogo della Natività. Proprio lì, qualche secolo dopo l’imperatore buddhista Ashoka mise uno dei suoi innumerevoli pilastri (249 dc). Come spesso è accaduto in Asia, invasioni e natura fecero dimenticare il luogo (e per molti secoli anche il buddhismo, almeno in India) fino al 1895 quando un gruppo di archeologi tedeschi lo riscoprì. Da allora una lunga diatriba con L’india che voleva in Kapilvastu (nei suoi confini) il luogo di nascita dell’Illuminato.

Nell’ultimo decennio grazie a Giappone, Corea del Sud, esuli tibetani e in ultimo Cina il posto ha ripreso vigore, anche turistico. Gli hotel decenti sono aumentati e, adesso, con a capo il maoista Prachanda un apposito Comitato cerca di racimolare USD 30 milioni per rendere il luogo un centro internazionale di pace e di turismo. L’idea è quella di ampliare le strutture alberghiere, costruire un aeroporto internazionale, facilitare i collegamenti stradali con l’India. Può apparire strano che sia il Lumbini Tourism and Dev. Commitee locale che quello nazionale siano diretti da maoisti, ma l’operazione e il luogo possono portare prestigio.

Addirittura Prachanda è volato a New York per chiedere l’intervento economico delle Nazioni Unite (con poco successo). In precedenza un’organizzazione cinese (Asia Pacific Exchange and Cooperation Foundation) e l’UNDP avevano firmato un accordo per realizzare strutture alberghiere, peccato che il governo nepalese non fosse stato avvertito e, giustamente, ha bloccato tutto. Le molte scuole buddhiste vorrebbero qualche loro rappresentante a capo di questi Comitati, sono preoccupati che Lumbini sia trasformato in Disney World e indispettiti dalla loro esclusione. Già hanno protestato pubblicamente.

Il Nepal Tourism Year 2011 sta finendo con risultati mediocri e Lumbini potrebbe essere una nuova proposta turistica per il 2012.  Dati non brillanti nel 2011 ma incoraggianti. Il  numero di   turisti ha raggiunto il massimo storico quasi 550.000 (non sono confermati i dati di dicembre) con un incremento del 21,5 rispetto al 2010. Ma i commercianti di Thamel e di Basantapur si lamentano (come del resto in ogni parte del mondo). L’aumento ha riguardato in massima parte turisti cinesi e indiani che portano poco business. Gli occidentali sono stabili (ed è già un buon risultato) ma spendono solo negli hotels le 7\8.000 rupie (70/80 euro) considerate la spesa media giornaliera anche per l’artigianato. Un po’ in grigio, dunque, i risultati che pagano la perdurante instabilità politica, l’aumento dei costi e l’assenza complessiva di una politica (visti, percorsi, permessi, organizzazione, preservazione, aree pedonali, etc.) per il turismo. Malgrado gli aumenti, il Nepal rimane alla 115 posizione (su un totale di 190 paesi) come accoglienza turistica alla pari del Bangladesh e della Mongolia. Insomma si può migliorare.

Intoccabili

Fuori di melone: gente come Amato (euro 1.050 di pensione al giorno), deputati e senatori che si lamentano di non arrivare a fine mese, ex-membri della corte della Corte Costituzionale come la mia cara amica Contri con pensioni d’oro e benefits; più tutto il resto che questa gente succhia con posti pagati nelle Fondazioni, Autorità, Comitati di garanzia che nessuno riesce ad abolire. Oltre che fuori di melone questa gente è fuori dalla realtà,  brutta cosa  per chi ha governato e governa un paese in piena recessione. Ma la colpa non è di una classe dirigente fallimentare, una casta d’intoccabili, concentrata sui propri interessi, ma della Grecia, come dice Passera. Lasciamo perdere l’Italia se non smetto anche di scrivere in italiano per protesta.

Più nella realtà, la Corte Suprema nepalese che ha imposto, subito ubbidita, di ritirare macchine e benzina agli ex-primi ministri, lì Monti non c’è.

Mentre in Italia scorazzano quelli che sarebbero veramente da rendere intoccabili (cioè emarginarli per demeriti), in Nepal quelli veri e poveri prendono delle gran botte. A Kathmandu cresce del 54% l’uso d’internet, tutti hanno i telefonini, qualcuno usa l’IPAD ma nei villaggi se un Dalit entra in cucina viene ancora ammazzato.

Si torna indietro di 250 anni alla Legge fondamentale,  il Muluki Ain (1854),  scritto dal capostipite della dittatura secolare dei Rana ( Jung Bahadur) dopo il suo viaggio in Europa dove capì come sottomettere i governati, attraverso leggi e codici. L’insieme di norme del Muluki Ain regolava ogni aspetto della vita sociale del Nepal (matrimoni, proprietà, diritti) e incorpora in un sistema legale le discriminazioni sociali e annullò l’autogoverno delle diverse comunità. In testa i Thagadhari, coloro che indossano la Sacra Corda (Bahun, Chetri, alte caste Newari); Namasyane Matwali (bevitori d’alcol non schiavizzabili) qui hanno inserito le tribù guerriere che hanno aiutato i sovrani Gorkha nella conquista del Nepal (Magar, Gurung) e le caste più basse dei Newari; Masyane Matwali (schiavizzabili bevitori d’alcol) tutti i gruppi d’origine tibetana (Sherpa, Tamang, Dolpali, Limbu, Chepang), i Tharu del Terai; Pani (acqua) nachalne (non prendibile)choichoto halnu naparne, sono le caste impure (da cui non prendere cibo a acqua) ma avvicinabili, in cui furono inseriti i musulmani, gli europei, le caste basse newari e hindu; Pani nachalne chiochoti halnu parne, (gli intoccabili) in cui finirono i lavoratori più umili,  raggruppati nei Dalit (fabbri, sarti, pellai, macellai, musicisti, etc.).

 Ovviamente la scala dei diritti e delle garanzie scendeva in base all’appartenenza di casta e, infatti, malgrado la democrazia e i maoisti, i Dalit sono solo il 13% dei membri dell’Assemblea Costituente e non mi risulta che nessuno sia nel governo. In Nepal sono circa 3 milioni, vivono normalmente in gruppi isolati di case ai margini dei villaggi, più forte è la discriminazione nelle pianure del Terai;  più tolleranza fra le colline dove vivono Tamang , Gurung e Magar.

 In questi giorni, un ragazzo entra nella cucina di una tea house nel remoto villaggio di Jubita (distretto occidentale di Kalikot) sulla strada che porta a Humla, fra colline secche,  e due Thakuri (Chetri) lo pestano fino ad ammazzarlo. A Saptari nel sud, una famiglia è espulsa dal villaggio, picchiata perché uno dei membri ha sposato una ragazza di una casta più elevata. Spesso la differenza economica è minima fra caste alte e basse nei villaggi ed è una guerra fra poveri, per l’accesso al pozzo, per qualche pezzo di legno. In queste lotte s’intravedono non solo vecchie tradizioni ma i malesseri della povertà.

Nepal: la Cina s’allontana

Era tutto pronto per la storica visita di Wen Jiabao (primo ministro cinese) in Nepal, ieri cancellata da Pechino (forse ri-programmata per l’inizio di gennaio). Sarebbe stata una delle rare escursioni del leader cinese e un importante riconoscimento per il governo nepalese che aveva già pronta una bella serie di richieste: US$ 5 miliardi di prestiti per infrastrutture, richieste per l’accesso duty free di prodotti nepalesi al mercato cinese, investimenti per Lumbini, la Ring Road di Kathmandu e un nuovo aeroporto a Pokhara. Richieste sufficienti a desistere dalla visita.

Da Pechino dicono che importanti meeting finanziari impediscono il viaggio, fonti non ufficiali riferiscono che la visita non era fra le priorità cinese e i rischi di tensioni (e ripercussioni internazionali) con la numerosa comunità tibetana di Kathmandu (e i monaci suicidi in Tibet) abbiano consigliato un rinvio. Infine l’annuncio della visita era stata dato, in modo unilaterale dal governo nepalese, fatto che aveva indispettito la Cina.

Il Nepal, nell’ottica cinese, non è priorità. Da sempre, è considerato nell’orbita indiana e le iniziative prese nei decenni passati (costruzioni di strade, vendita di armamenti, finanziamenti) avevano lo scopo di premere e dar fastidio a Delhi. Negli ultimissimi anni sono aumentati gli investimenti privati cinesi in Nepal e il flusso di turisti, ma l’unica vera attenzione è rivolta ai profughi tibetani (oltre 20.000 concentrati a Bodhnath) e ai problemi internazionali e locali che le loro proteste provocano.

L’opposto è per il fragile governo di Bhattarai che, con la visita, avrebbe ricevuto un importante riconoscimento politico e, probabilmente, un po’ di soldi da spendere nell’economia esangue del paese (la rupia ha raggiunto il minimo storico nei confronti del dollaro e perfino dello sfigato euro). Anche per il Primo Ministro Bhattarai personalmente l’incontro con il leader cinese poteva portarlo a una riconferma nel prossimo governo di unità nazionale che si sta preparando con i due maggiori partiti d’opposizione (Congresso e UML).

Strategicamente per i nepalesi, intensificare i rapporti con la Cina riporta ai secoli passati, quando il Nepal prosperava grazie alla sua posizione strategica e ai balzelli sui commerci fra Cina ed India. Infatti, dopo aver stipulato nelle scorse settimane due accordi con l’India Bilateral Investment Promotion and Protection Agreement (BIPPA) e Double Taxation Avoidance Agreements (DTAA), il governo nepalese spera di coinvolgere la Cina nello sviluppo di una serie d’infrastrutture dirette a muovere merci da nord a sud. Già si stanno costruendo da occidente ad oriente diverse strade verso l’Himalaya: Simikot-Hilsa, a Lamagar e la Mid-Hill Highway. Si chiede ai cinesi di finanziare dei porti franchi ai confini settentrionali a Yari-Pulam, Rasuwa-Jilong, Kodari (Tatopani)-Zangmu(Khasha) e Olangchug Gola-Riwu e di costruire (se ne parla da anni) una ferrovia lungo la Kodari Road.

Purtroppo, però, i 65 miliardi di dollari (dai 3 del 2000) d’interscambio fra Cina ed India passano da altre parti. Nel 2010 i due giganti asiatici si posero come obiettivo di raggiungere, entro 5 anni, un volume d’interscambio di 100 miliardi, rafforzando il ruolo della Cina come primo partner commerciale dell’India. Il Nepal a causa dell’instabilità politica e della ristrettezza del mercato è, apparso, fino ad ora marginalizzato dallo sviluppo enorme delle economie asiatiche. Le battaglie commerciali ( e le opportunità) fra i due giganti sono in Birmania, Indonesia e in Africa.

Nepal: gli ultimi maoisti s’estinguono fra stato e mercato

Giustamente attratti dall’opportunità di un posto fisso (esercito nazionale), da un posto nel partito o da un finanziamento per iniziare un business, i guerriglieri maoisti (veri o falsi), abbandonano divise, rivoluzioni, libretti rossi e falci e martello (lasciandole ai contadini veri le cui condizioni sono sempre uguali) e rientrano nel mondo reale.

Lo stesso sta facendo Sanu Magar scappato dalla scuola e dal villaggio per inseguire un’opportunità e un ideale. Lo ritroviamo nel cantonment (campo) di Sindhuli, speriamo ancora per poco.

Tutto è iniziato nel 2000 quando il ragazzo aveva più o meno 15 anni. Oggi ne ha 26 è sposato con una compagna di lotta e ha una piccola bambina di tre anni. Vive fra il campo e il suo villaggio, non distante fra le colline, dove, malgrado il divieto è andato e tornato dal 2006 per aiutare la famiglia nei lavori agricoli (mais, qualche bufalo).. Uno dei suoi insegnanti era un capetto locale maoista, oggi funzionario di partito, che lo convinse con fiumi di parole e retorica a unirsi al movimento, allora in pieno sviluppo.

Da studente divenne militante, con un gruppo, un ruolo e prestigio di riporto. Iniziò a distribuire materiale fra i contadini, chiedere donazioni lasciando l’inutile ricevuta, poi salì a Rolpa (l’area roccaforte maoista) per iniziare un training militare.

Insegnanti e studenti dei villaggi furono la componente più numerosa dell’Esercito Popolare di Liberazione. Frustrati e incazzati per i bassi salari, la scarsa considerazione sociale, la mancanza di prospettive (se non la migrazione). I villaggi sono, da sempre e anche adesso, dimenticati dal potere concentrato a Kathmandu e dai furbi capaci d’installarsi nel sistema politico-affaristico che spartisce potere e denaro proveniente dal commercio e dagli aiuti internazionali. Nei villaggi non arriva niente, solo qualche burocrate pomposo. Oggi arrivano solo le rimesse dei migranti che compongono il 20% del PIL e la fonte di sopravvivenza per molte famiglie.

Negli anni in cui Sanu entrò nel PLA, altre migliaia di ragazzini lo seguirono; e nel 2001 iniziò l’escalation del conflitto (e delle vittime contate in 11.000) con il primo attacco dei maoisti all’esercito regolare e successive rappresaglie. Sanu Magar (Sanu significa piccolo ed il soprannome dato al figlio minore in tutto il Nepal) ha fatto tutto il percorso: ha sparato a qualche poliziotto, minacciato un bel po’ di contadini per avere donazioni e cibo, fatto discorsi infuocati. Oggi nella bella divisa comprata con i soldi dei donatori occidentali è ancora convinto di aver salvato il paese, di aver mandato via un re-tiranno e vorrebbe continuare il suo contributo entrando nella Nepal Army.

Questa scelta l’hanno fatta il 40% dei 17.000 ex guerriglieri verificati dal Army Integration Special Committee (AISC), l’ente governativo nepalese che ha abilmente compiuto in meno di un mese un lavoro ciò che l’UNMIN non è stata in grado di fare in 5 anni con soldi e personale dieci volte superiori.

La moglie si prenderà le 600.000 rupie (euro 600, un po’ più del reddito pro-capite annuo) del voluntary retirement con l’idea di iniziare un business integrativo alla sua paga di soldato. Altri come il suo amico Kapil e la moglie hanno scelto di lasciare tutto con il voluntary retirement e contano di diventare ricchi ben investendo le 1.200.00 rupie di loro spettanza. Addio all’idea di servire il popolo. I loro leader, si racconta a Kathmandu, hanno già da tempo iniziato questo percorso con successo spedendo i figli a studiare all’estero, piazzandosi in posti ben remunerati, costruendo belle case.

L’ottimo lavoro del Army Integration Special Committee (AISC) ha tolto un po’ di reddito al partito maoista che s’intascava 27, 5 milioni di rupie al mese (euro 275.000), grazie ai conti sbagliati dell’UNMIN che fornivano cibo e stipendio a 19.600 combattenti, contro i reali 17.000, (cioè rupie 6500 di salario e 2730 di contributo per il cibo per ogni guerrigliero). Tanto pagavano i contribuenti dei paesi occidentali. Uno scambio, più o meno tacito, con gli altri partiti che mantenevano le loro zampe nei soldoni provenienti dalle organizzazioni internazionali e dalla corruzione statale. Il gran pasticcione dell’ UNMIN Ian Martin, come in tutti i carrozzoni che si rispettano, è stato premiato e nominato Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle NU.

Sono proprio curioso di seguire qualche storia di quelli che hanno scelto l’integrazione nell’esercito, come Sanu, per vedere come saranno accolti dagli altezzosi militari o, come dice Kapil, saranno considerati come dei perdenti a cui affidare i lavori più umili. Intanto sono un po’ oltre la quota di 6.500 stabilita dagli accordi fra i partiti e si sta discutendo se e come elevarla. In cambio gli altri partiti chiedono ai maoisti di ridare le terre sequestrate durante il conflitto, i morbidi del partito hanno provato ma il duro Baidya le ha rioccupate con un manipolo di fedelissimi, riallargando la frattura all’interno del partito di governo. Sono anche curioso di seguire la storia di Kapil e del suo ritorno nella turbolenta economia di mercato, lasciate le vesti di sovvertitore per quelle d’investitore.

ONLUS: 9 milioni spariti, la colpa….del destino

Le domande che fà Titti, le faccio mie (come dovrebbero farsele i donatori delle ONG coinvolte) e aggiungo che nelle ONLUS\ONG ci sono Collegi dei revisori, Società di Certificazione, Comitati dei Garanti\saggi, Consigli d’Amministrazione, dirigenti amministrativi, presidenti, consulenti, direttori. Tutti più o meno pagati con i soldi destinati ai beneficiari. Altra domanda esistono Banche Etiche, fondi istituzionali perchè  affidare una somma ingente a una società privata da un oltre un anno sotto inchiesta?

In Italia finirà che la colpa è sempre di qualcun altro anche per 9 milioni di euro volatilizzati. Più o meno il reddito pro-capite annuo di 110.000   cittadini del Nepal.

Ho 4 domande:

1) ma a presiedere e dirigere questi enti ci sono vecchiette di novant’anni facili preda di truffatori oppure degli incompetenti? O si tratta di cialtroni? Leggo infatti su Repubblica “”Le onlus avrebbero versato 9 milioni di euro su un conto corrente di Retemanager, che poi se li sarebbe intascati, mostrando a loro falsi documenti di acquisto delle obbligazioni.”

2) Come mai si sono raccolti fondi per Haiti sapendo bene che non c’era la capacità di assorbimento in progetti per oltre 21 milioni di euro? Avidità, incompetenza o ancora cialtroneria?

3) La pezza che ci hanno messo è peggio del danno. Leggo sempre su Repubblica: “Tutti gli impegni assunti con i donatori e le popolazioni colpite da crisi umanitarie sono stati pienamente rispettati: le organizzazioni del network Agire si sono fatte carico della somma sottratta per completare i propri progetti ad Haiti, che non hanno subito né ritardi né variazioni rispetto al programmato: è quanto assicura in una nota Agire, Agenzia italiana per la risposta alle emergenze, coinvolta nella truffa”. Da dove esattamente saltano fuori i 9 milioni di euro che le ONG si sono affrettate a tirar fuori per coprire il buco? Da altre donazioni stornate, dal fondo di riserva? oppure, come sarebbe più corretto, attingendo ai beni personali degli strapagati dirigenti che per una volta pagano di tasca propria per l’errore commesso?

4) Sono state azzerate tutte le cariche degli enti coinvolti per evidente incapacità a gestire simili iniziative, mettendo al loro posto persone serie, competenti, senza tessera politica, capaci di valutare il rischio di investimento di ingenti somme di denaro che sono state temporaneamente assegnate alle ONG ma che hanno come destinazione finale la povera gente di Haiti?

Un commento finale: spero che ad Haiti vengano messi al corrente così si incazzano anche loro come stanno facendo tutti i donatori della campagna SMS, con nomi e riferimenti. Da rincorrere con il forcone.

Titti

9 milioni di euro spariti, raccolti due anni fà per Haiti

A volte è triste dire l’avevamo detto. Se ci rileggiamo i racconti fatti da Gilberto e da Titti su Haiti pubblicati in questo blog troviamo le premesse (e predette) del nuovo scandalo che ha investito l’industria dell’assistenza italiana.

La onlus Agire, che comprende 12 altre organizzazione del terzo settore, apre una sottoscrizione a cui partecipano nove sue associate: Save the Children, ActionAid, Cesvi, InterSos, Gvc, Terres des Hommes, Coopi, Cisp. Ma soprattutto Vis, Volontariato internazionale per lo sviluppo, ong della galassia Don Bosco. Il sistema per effettuare le donazioni è facilissimo: basta un sms per donare da 2 a 3 euro. In breve vengono raccolti 14,7 milioni di euro, cui vanno aggiunti 6,5 milioni ricevuti direttamente dai sostenitori. Oltre la metà, 11 milioni e mezzo, viene investita già nel corso del 2010 in interventi nel settore educativo, agricolo e sanitario. Parte delle somme raccolte invece viene destinata a progetti a più largo respiro (?) e, in attesa che questi vengano realizzati, rimangono in cassa 9 milioni. E qui entra in scena Dino Pasta, fondatore nel 2001 della ReteManager, società assicurativa specializzata nel «private insurance” a cui vengono affidati i soldi.

Questi nove milioni, malgrado i bisogni e le emergenze descritti dalle ONG per raccogliere fondi e salvare il mondo e i lamenti per la diminuzione dei fondi pubblici per la cooperazione internazionale, invece di essere destinati ad Haiti, alla Somalia o alle altre situazione di grave disagio, sono finiti nelle mani di una società d’investimenti privata, gestita da un personaggio già in affari con Lele Mora.

Ricordiamo che il terremoto ad Haiti è stato nel gennaio 2010, cioè quasi due anni orsono e che i bisogni erano descritti come necessari e immediati.

Pasta però nel 2010 era stato denunciato da una società di assicurazioni irlandese per cui stipulava contratti. Secondo l’accusa però a persone inesistenti, o ignare: Retemaneger versava la prima rata, incassa la provvigione e poi nessuno pagava più. Per questa accusa ieri l’uomo è stato rinviato a giudizio e la sua società dichiarata fallita”.

Malgrado queste referenze le Onlus gli hanno affidato euro 9 milioni e, infatti è scappato con la cassa , alla faccia dei sagaci dirigenti delle ONG coinvolte, dei donatori telefonici e dei bambini di Haiti a cui i soldi, prima di finire su presunti fondi d’investimento londinesi, dovevano essere destinati.

Questo evento ripropone argomenti già triti e triti in questo blog. Gran parte delle ONLUS e ONG non sono, di fatto, enti senza scopo di lucro perché i dirigenti e il personale, a volte strapagato, deve assicurasi il futuro e, come ogni imprenditore, fatturare (raccogliere donazioni) per mantenersi. Questo spiega come si raccolgono fondi oltre i bisogni e, sempre, con lo scopo di guadagnare s’investono speculativamente. Questa vicenda è esemplare.

Poichè l’industria dell’assistenza non risponde a logiche di efficienza, in assenza di verifiche oggettive (nel caso del profit il mercato) sulla qualità del prodotto (risultati per i beneficiari), nè a controlli qualitativi o quantitativi indipendenti (gli enti di controllo di fatto non esistono) anche la selezione dei managers avviene per conoscenze, camarelle politiche, circuiti autorereferenziali. Infine la necessità (per ricevere soldi dallo stato UE, fondazioni, regioni e comuni) di essere integrate nel sistema politico-affaristico locale o nazionale, impone  sponsor politici che devono restituire  favori e prebende.

Quest’ultimo scandalo conferma  incompetenza e, forse, interessi non chiari da ricondurre  In questo blog sono stati raccontati fior di casi che rientrano in queste casistiche.

Queste questioni, in assenza di un autorità indipendente di controllo efficace, dovrebbero porsele tutti i donatori. C’è da augurarsi che l’attuale strozzata economica porti a una salutare selezione di organizzazioni e di personaggi anche in questo settore. L’industria dell’assistenza dovrà affrontare il calo degli investimenti e, come altri comparti dell’economia, iniziare a ridurre benefits, salari e sprechi. Un bene, alla lunga, anche per i beneficiari.

La prevenzione dei disastri fà acqua

Puntualmente mi arriva un bollettino di rapporti e attività delle Nazioni Unite, cose curiose, buffe, interessanti.

Uno di questi racconta che un anno fa Bangkok fu scelta come “città modello” dall’  UN International Strategy for Disaster Reduction (UNISDR), uno dei mille sotto-enti inutili delle Nazion Unite. Contemporaneamente il 13 ottobre c’è stato  l’ International Day for Disaster Reduction, festeggiato a Bangkok con l’acqua alla cintola.

Nel frattempo sono volati nella confortevole capitale thailandese centinaia d’esperi internazionali, finanziati convegni e reports, foraggiate le ONG locali legate al governo. Spesi qualche milione di euro (i conti delle NU sono opachi come le paludi di Chiangmai).

Esattamente un anno dopo l’inizio delle potenti attività degli esperti internazionali, dopo centinaia d’incontri e parole  è venuto giù un immenso acquazzone (si parla di oltre 16 miliardi di metri cubi d’acqua). Una bomba,  che poteva essere in parte contenuta dal lavoro degli esperti e dai finanziamenti spesi durante l’anno trascorso.

Come sempre non è accaduto, mi raccontano che i cittadini correvano con sacchi di riso a bloccare le acque lungo gli argini e i canali del King’s Dyke. L’acqua era salita fino a due metri, i morti sono stati 500.

Gli esperti del Disaster Managment, un po’ indietro nella prevenzione, non sono stati neanche svegli nelle attività successive per eliminare i pericoli per la salute derivanti dall’acqua stagnante.

Per fortuna, un ‘azienda privata giapponese, aveva inventato delle specie di palle di fango studiate per assorbire e purificare il putridume. Ed ecco migliaia di thailandesi, lì a fare palle di fango e gettarle nelle pozze d’acqua.

Dopo arrivano gli espertoni: Thai health officials are in talks with WHO and the UN Children’s Fund (UNICEF) about a possible independent study on mud balls in the Thai floods, said Claire Quillet, a water, sanitation and hygiene (WASH) specialist with UNICEF.

Certo, come ovunque, Bangkok ha raccolto milioni di migranti interni ed esterni, sono cresciute costruzione moderne e fatiscenti, strade per le file interminabili di macchine. La popolazione è aumentata a dismisura fino a superare i 10 milioni di abitanti. Siamo a Bangkok, nella più arretrata Genova è bastato molto meno (dopo annuali nubifragi_alluvioni_dal_1966), svendite di spazi pubblici, condoni per ponti e strutture di protezione, d’incuria da parte degli amministratori pubblici, per ritrovarsi con cinque morti.

In entrambi i casi le organizzazioni internazionali, i Comitati di Bacino, le protezioni civili, le istituzioni pubbliche, sono state sommerse.

Opacity International, corruzione nel mondo

Le cause della corruzione rampante nel settore pubblico sono da attribuirsi al letargico comportamento del governo sul controllo del crimine finanziario e della corruzione pubblica. Ciò riflette la mancanza di volontà e d’impegno da parte del governo e dei partiti politici per mantenere la legalità e il buon governo e degli istituti incaricati di combattere la corruzione

Di che paese stiamo parlando?

Del Nepal che è finito in fondo all’annuale classifica stilata dall’organizzazione berlinese Transparency International, pubblicata oggi.

In South Asia, il Bhutan è il migliore punti 5.7, seguito da Sri Lanka 3.3, India 3.1, Bangladesh 2.7, Maldives 2.5, Pakistan 2.5, Nepal 2.2 and Afghanistan 1.5.

Nella classifica generale, New Zealand prende un bel 9.5, seguita da Finland and Denmark. Somalia and North Korea (nell’indice per la prima volta) finiscono in fondo con il punteggio di 1.0 .

Gli indici, nei loro limiti, raccolgono rapporti, investigazioni, statistiche fatte da diversi organi internazionali indipendenti.

In Nepal sono sotto processo una decina di funzionari di polizia, qualcuno dell’esercito (corruzione per gli approvvigionamenti nelle missione delle Nazioni Unite in Darfur), sette politici.

In Italia non ci siamo fatti mancare niente, noi abbiamo anche giudici, ministri, qualche prete.

Infatti siamo fra i peggiori in Occidente con il punteggio di 3,9 (piò o meno ai livelli dell’India della Cina, della Bulgaria).

La gente s’è ne accorta prima di TI, sia in Nepal che in Italia, incazzandosi fin troppo poco.