Dove c’è un uomo, uno solo, lì siamo anche noi, dove c’è memoria del passato lì troveremo la modulazione nuova delle stesse illusioni, degli stessi archetipi dello spirito umano. Giuseppe Tucci
Le nuvole del monsone si rincorrono nel cielo e solo poche immagini non vengono sottratte alla vita. Case d’argilla colorata dai tetti di paglia sono raggruppate ai margini delle terrazze di riso, corsi d’acqua ruggenti scavano la loro via fra le colline. Piane pietrose cercano di congiungersi all’altipiano tibetano, creando varchi fra i picchi dell’Himalaya.
Quando l’aereo scende, bucando le nuvole, compare un ampia valle divisa fra risaie verdi e abitazioni di mattoni rossi. I tetti dorati delle pagode e il bianco degli stupa brillano sotto qualche timido raggio di sole.
Il vecchio e piccolo aeroporto bianco è stato sostituito con una nuova imponente costruzione rossa; ricorda quanto è cambiato il Nepal dalla prima volta che l’incontrammo. Poi la solita gioiosa improvvisazione. Un viaggi di sole dieci ore e si abbandona la fredda organizzazione occidentale, la fretta, le ansie.
Modernità e tradizione si s’incontrano e si scontrano senza equilibrio. Lunghe file di macchine, risciò, portatori, mendicanti, businessman, Case di cemento armato e palazzi di legno intarsiato.
Forse, nella sua essenza, Kathmandu è ancora il luogo affascinante e misterioso che entusiasmò i viaggiatori del passato.
Dai gradini del tempio tornano in mente la folla di sciamani colorati che saliva cantando verso il sacro lago di Gosainkund, il cerchio delle donne Sherpa che danzavano nel Solo Khumbu, gli scherzi dei portatori mentre faticavano con i nostri carichi sui sentieri dell’Annapurna.
Camminando fra colline e montagne s’incontra il Nepal antico, originale, retto, senza turbamenti.















