Nepal, alle 5 pm (forse) il nuovo governo

Bene, dopo il gra tira e molla fra i partiti e all’interno degli stessi si è giunti, ancora una volta a un accordo. In questo caso si chiama Five Points Agreement e dice, in sintesi, che i tre partiti maggiori formeranno un governo d’unità nazionale sotto la guida di Bhattarai (maoista) per concludere (entro il 27 maggio) la nuova costituzione. Dopo,  il paese verrà guidato alle elezioni da un nuovo governo guidato dal partito del Congresso. Ieri notte tutti i ministri hanno presentato le dimissioni. Fuori dal governo e in perenne opposizione a tutte le ipotesi di disegno costituzionale rimangono i maoisti duri di Baidya.

 Tutti hanno segnalato la positività di questo passaggio che dovrebbe accelerare i tempi per definire la nuova forma di stato e, teoricamente, ridurre le tensioni. Noi (amici e conoscenti) crediamo che tutto sia destinato ad incasinarsi ancora, anche se speriamo nel contrario. Il problema attualmente più grosso è l’ipotesi federale del nuovo stato, cioè la divisione in 7, 10 o 12 regione autonome (ogni partito dice la sua) che sta sollevando proteste da parte di vorrebbe (giustamente) uno stato unitario e i movimenti dei molti gruppi etnici (newari, magar, tharu, limbu, tamang, sherpa, gurung, etc.) che vorrebbero una moltitudine di regioni etniche. Se si dovessero creare regioni o province basate su basi etniche o religiose il paese sarebbe diviso in più di 100 regioni e i gruppi più numerosi (Gurung 17% della popolazione, Sherpa 22% e Tharu 22%) dovrebbero avere macro-province, evento destinato a frantumare il paese. In uno stato fragile, socialmente, politicamente ed economicamente, l’aumento dei centri di spesa e di decisioni non sembra la soluzione migliore. Specie quando bisognerebbe iniziare ad avere qualche idea su come spendere i soldi dei donatori per iniziare a creare opportunità per il 60% dei cittadini che vive con meno di USD 1,5 al giorno.

Il crescere del fattore etnico, solo marginalmente presente nei decenni passati, è responsabilità dei maoisti che hanno strumentalizzato le divisioni durante il conflitto, creando strutture militanti tamang, tharu, limbu in contrapposizione con le elites dominanti (brahmini, chetri, newari).  La bomba di Janakpur (diventate 5 le vittime) e il gruppo che ha rivendicato l’attentato (Terai Mukti Morcha-Fronte di liberazione democratico del Terai) è uno delle decine di gruppi politico-malavitosi nati dalla disperazione di ex-guerriglieri disillusi ,come il suo fondatore Rajan Mukti che strumentalizzano le divisioni.

A Kathmandu fioriscono le iultime, bellissime, jarcanda, che un tempo segnavano i viali della capitale.

Facebook investe a Kathmandu

Forse un colpo di scena smuove l ’IT Park costruito 7 anni fa (prima dei governi democratici) a Banepa. Mark Zuckerberger, co- fondatore di Facebook, è a Kathmandu, gira per Thamel come un giovane turista irriconoscibile (ma alloggia al lussuoso Radisson). E’ in vacanza proveniente dalla Thailandia e diretto in Tibet (appena riaperto) ma non dimentica, speriamo per i nepalesi, il business.

Banepa, allungata sulla strada che porta a Dhulikel e poi al confine tibetano di Kodari, è una antica città di commerci. Case e negozi allungati lungo la strada (in fase d’allargamento), intorno, un tempo, colline e risaie. Da Panepa una strada porta a Panauti dove tre fiumi s’incontrano (thirta) ed è perciò considerato un luogo proprizio, con qualche antico tempio frequentato dai devoti. Su questa strada l’IT Park.

Oggi anche qui si è costruito molto e l’idea fu di creare una Silicon Valley nepalese. Il progetto originario prevedeva la costruzione di una moderna città satellite, dotata di tutti i comfort, compreso un eliporto. Come spesso accade i soldi, anche dei donatori, sono finiti e dopo il primo investimento di USD 3 milioni tutto è stata lasciato all’inventiva e al lavoro di una decine di newcom informatiche, create da giovani nepalesi. Qualche nuova applicazione, utile per Facebook, sembra sia stata inventata e, per Zuckerberger “Cheap and skilled manpower, a decade tax holiday for investors like us and subsidies on import of appliances and hardware offered by the government of Nepal make it a perfect deal”.

Il primo passo dovrebbe essere l’acquisto della struttura per circa 50 milioni dollari, poi il progetto di farla diventare un centro di produzione e ricerca per tutta l’Asia (dove Facebook è fortissimo) se i politici non ci mettono le zampe, potrebbe essere una grande opportunità per il Nepal.

L’investimento potrebbe essere l’inizio della creazione di centri di ricerca (non solo IT), capaci di attrarre capitali, creare posti di lavoro qualificati, diffondere conoscenze concrete. Questa sarebbe la strada della nuova cooperazione internazionale, non l’assistenza, ma quella di favorire la creazione di business, diffondere conoscenze e opportunità imprenditoriali, favorire investimenti e scambi fra vecchi e nuovi mercati.

Facebook è popolare nella Valle come tutti i social network. Proprio qualche giorno fà il leader dei gay nepalesi ha scritto a Zuckerberger per introdurre il terzo sesso fra le opzioni d’identificazione. Internet è diffusissimo, dagli inizi, nella Valle di Kathmandu, e uno dei mezzi principali per comunicare con i tanti migranti. I tassi di diffusione sono stati impressionanti (dai primi Internet point negli anni 90’ e considerando che la telefonia tradizionale è iniziata alla fine degli anni ’80) con oltre 4,5 milioni di utilizzatori (quasi tutti con sistemi wireless) cioè il 20% della popolazione (considerando che circa il 70% vive nei villaggi).

Intanto a Kathmandu, scortato da una folla immensa, sfila l’altissimo pinnacolo ddel carro di Seto Machnedranath, Regolatore dei prossimi monsoni, la divinità protettrice di Newari di Kathmandu. Se il pinnacolo non cade, non tronca fili elettrici e arriva intatto a Bungamati, l’anno sarà propizio. Per adesso è ancora in piedi.
Ci siamo uniti volentieri allo scherzo del 1 Aprile fatto dal giornale Himalayan, con l’ augurio
che tutto cio’ possa, un giorno realizzarsi e che Facebook investa veramente a Banepa.

Vocabolario della cooperazione internazionale

Il mondo dell’assistenza internazionale vive, come altri microcosmi, di propri codici e frasi fatte. Queste le ritroviamo in tutti i progetti e reports per giustificare le spese. Questa è la traduzione dei termini secondo William Easterly, tratti da disincantati operatori.

beneficiaries” : the people who make it possible for us to be paid by other people

bottom-up” : don’t ask someone what might work, just make something up instead @thejoeturner

baseline : a point which is so low that positive results are the only possible outcome @ANLevine

accountability for results”: we keep all our promises by issuing new promises @bill_easterly

“bottoms-up development”: downing single-malt whiskey in one shot at Davos @Arvind11d123

civil society involvement”: consulting the middle class employee of a US or European NGO @dangay

community capacity building” : teach them what they already know @fauvevivre

demand-driven approach”: you create the demand and then you respond to it

empowerment” : what is left when all the quantifiable variables give no significant results @MarianaSarastiM

entrepreneurial” : vaguely innovative and cool, but definitely nothing to do with the hated “market” @jselanikio

experienced aid practitioner” : has large number of air miles in account @thejoeturner

expert” : I read a book about the place on the plane @savo_heleta

field experience” : I can’t bear DC anymore @MarianaSarastiM

gender” : counting how many women attend your meeting @liamswiss

Global North” : White academics; “Global South” : Indian academics @Isla_Misty

innovation” : we’re sexy, you want to be associated with us @DarajaTz

leverage” : we’re not paying for all of this @katelmax

low overhead” : volunteers run headquarters @thejoeturner

low-hanging fruit”: we were already going to achieve this anyway @Global_ErinH

mainstreaming” : forgetting @swampcottage

microfinance” : not as good as sub-prime lending @lippytak

meetings: our grant said we had to host an event @Global_ErinH

per diem”: what we have to pay local officials to attend our meetings @Afrophile

participatory stakeholders : people who should solve their own problems @UCGHR

participation” : the right to agree with preconceived projects or programs @edwardrcarr

partnering with other institutions” : we’re raising barriers to entry @JustinWolfers

political will” : I have no comprehension of the incentives faced by the people who I wish would do stuff I want @m_clem

practical solutions : photogenic solutions @thejoeturner

pro-poor : the rich know best @james_tooley

RCT : research method yielding same results as qualitative work at 10 times the cost –@texasinafrica

rent-seaking behavior” : everything not nailed to the floor will be stolen- @charcoalproject

outreach” : intrude @langtry_girl

ownership” : we held a workshop @dangay

raise awareness : no measurable outcome @jonathan_welle

scale-up” : It’s time for follow on grant @HunterHustus

sensitize” : tell people what to do @zw1tscher

sustainable” : will last at least as long as the funding @thejoeturner

tackling root causes of poverty : repackaging what we’ve already done in a slightly more sexy font @thejoeturner

UN Goals”: making up targets for problems we don’t understand paid for with money we don’t have @jacobhorner

Tanti siti web nel mondo contro la corruzione

Qualche tempo fa scrivemmo un post sul sito indiano I Paid a Bribe, in cui chi aveva subito grandi o piccoli soprusi poteva raccontare la sua storia. L’idea di un sito,  che rendesse pubblici e a disposizione anche delle autorità (nel caso in cui qualcuno decidesse d’agire) i casi di corruzione,  è stata un invenzione dei due coniugi Ramanathan a cui si aggiunsero amici e gruppi d’opinione. Come l’Italia in Europa, l’India è uno di paesi più corrotti del mondo, come già segnalato da Transparency International. Poiché la classe dirigente e i funzionari da essa  delegati sono simili in tutto il mondo, l’India ha esportato questo modello di denuncia pubblica.

A Nairobi per entrare in una scuola secondaria bisogna allungare una trentina di dollari al preside, per passare un esame di guida in Pakistan serve oliare il funzionario con una quarantina di dollari, per avere un passaporto in Nepal bisogna mollarne un centinaio. Sono stati segnalati oltre 600.000 casi di piccola e grande corruzione e l’iniziativa sta diventando globale, come il fenomeno. In Buthan il governo ha istituito un sito simile, in Cina sono stati subito chiusi dalle autorità, in Kenia lo scorso dicembre ha già raccolto oltre 700 segnalazioni , molti altri hanno chiesto l’affiliazione il know how a quello indiano. In Kenia è stato segnalato, fra l’altro, che i funzionari vendono certificati d’identità ai profughi somali senza alcun controllo, con il rischio di favorire infiltrazioni di terroristi. Qualcosa è successo grazie alle denunce del sito indiano, il governo del Bangalore ha riformato l’Ufficio della motorizzazione per eliminare la mazzetta sulla patente. Amcora poco.

Le ultime elezioni regionali (6 marzo) indiane hanno visto la pesante sconfitta del Congresso e la stanchezza della gente verso il sistema di potere della dinastia Gandhi, e della corruzione che ha generato. A Goa, Manipur, Punjab, Uttar Pradesh e Uttarakhand e nel popoloso Uttar Pradesh vincono  il Samajwady Party (socialisti), il Bahujan Samaj Party (centro –sinistra) e il BJB (centrodestra secondo partito in India), perde ovunque, drammaticamente, il Congresso.

La gente non c’è la fa più, grande e piccola corruzione frenano la crescita dei paesi, tolgono possibilità di sviluppo e opportunità. In Italia bisognerebbe rinforzare le reti internet se qualcuno mettesse su un sito simile. Si parla sempre d’evasori. ma poco del dato che molti di questi sono corruttori (soldi neri per le mazzette) e corrotti (soldi ricevuti e non dichiarati), si è calcolato cje i soldi pubblici spesi per appalti ed acquisti sono gravati da una media del 10% di mazzette e che le immani spese dello stato sarebbero sensibilmente inferiori solo riducendo la tassa della corruzione (per non parlare degli sprechi).

water day

 Per la 19° volta si celebra, ovunque, il World Water Day “ by organising various functions across the country” è scritto nei giornali di molti paesi assetati. Fra questi il Nepal e, specialmente Kathmandu. Ironicamente il titolo della giornata è  ‘Water for cities’.

Nella stagione secca (ottobre-giugno) progressivamente l’acqua inizia a mancare per diventare un genere di lusso fra aprile e maggio. Per gran parte della città servono le autobotti per assicurare il minimo indispensabile per mangiare e bere. A Kathmandu servono 300 milioni di litri al giorno ma l’offerta è meno della metà. Le fontane pubbliche (dhara) sono state abbandonate e milioni di euro spesi dalla cooperazione internazionale (anche italiana) in progetti cartacei sull’approvvigionamento idrico. Se ne parla, si fanno comitati, report e progetti da oltre 30 anni e poi, come sempre, tutti con il secchio in mano.

Pochi sanno, e quelli che lo sanno se ne fregano, che le UN (in concorrenza con i Santi della chiesa) hanno creato una riga di International Day, ben 91 all’anno (uno ogni quattro giorni): the World Water Day on March 22, World Environment Day on June 5, Condom Day on 18 October, World AIDS Day on December 1 and International Human Rights Day on December 10 are marked to raise awareness of the respective issues. International Women’s Day on March 8, November 25 is marked as International Day for Elimination of Violence against Women, May 3 is celebrated as the World Press Freedom Day and May 17 as the World Information Society Day and November 21 as World Television Day, UN Peacekeepers Day (May 29) and UN Public Service Day (June 23), International Mother Language Day on February 21 and International Day for the Elimination of Racial Discrimination on March 21, the Week of Solidarity with the People Struggling against Racism and Racial Discrimination from March 21 to 28, Week for Solidarity with the People of Non-Self Governing Territories (May 25-June 1), World Maritime Week (last week of September), World Space Week (October 4-10), Disarmament Week (October 24-30) and the Week for Solidarity with People Struggling against Racism and Racial. La loro utilità è nulla se non una buona occasione per una mangiata e un bel discorso e per raccogliere un pò di soldi.

Anche in Nepal tanti ciccioni

Quando si parla di “effetti della globalizzazione” si è concentrati su quelli economici: ricchezze che si gonfiano e si concentrano nelle mani di pochi, diseguaglianze crescenti in tutti i paesi, redditi maldistribuiti, crisi alimentari. La World Bank segnala un altro indicatore di sperequazione, l’aumento dei grassoni in un paese, come il Nepal, dove il “food shortage” è un problema che riguarda oltre 1.600.000 persone (aumentate del 30% nell’ultmo biennio). E’ di questi giorni la notizia che per cercare di avere riserve per evitare le abituali carestie nelle regioni occidentali, la Nepal Food Corporation (NFC) sta preparando, per la prima volta negli ultimi 10 anni, una gara internazionale per acquistare 250,000 quintali di riso (si conta sulla Cina poichè il Sona Mansuli indiano è considerate di scarsa qualità). Non è il  momento migliore poiché il prezzo di quello buono è aumentato del 18% nell’ultimo anno.

Ma senza riso non c’è pasto per i nepalesi; al Daal Bhat (riso, lenticchie, verdure e a volte pollo) non si può rinunciare ed è mangiato almeno due volte al giorno. La dieta spiega il Rapporto della Banca Mondiale che segnala l’aumento (a dire il vero in tutta l’Asia) di malattie tipicamente occidentali: diabete (c’è anche un Giorno del Diabete indicato dalle Nazioni Unite il 19 novembre), malattie al cuore, obesità. Il titolo del Rapporto  impressiona: Capitalizing on the Demographic Transition: Tackling Non-communicable Diseases in South Asia .

Superato il titolo, i dati sono significativi: la cattiva alimentazione è diventata responsabile del 60% dei decessi in Asia, aiutata dal fumo e dall’abuso di alcol (in cui il Nepal è il primo in Asia). Le malattie che stanno diventando più comuni sono, appunto, quelle dell’eccesso di cibo pieno di amidi. Il Rapporto si conferma da solo, girando per le strade di Kathmandu (specie nei palazzi del potere). Ciccioni bloccati su seggiole o sprofondati in poltrone diroccate; risciò men che aumentano le tariffe al loro avvicinamento; critiche al leader maoista Prachanda per il suo imbolsimento dovuto, si dice, a gran libagioni e bevute.

Un tempo il pancione era un segno di potere e ricchezza, oggi aumentano le palestre e la gente che fa jogging. Tibetani e nepalesi stanno sfondando le misure considerate sane: massimo 102 cm. di circonferenza vita (adulto maschio); 88 cm. (adulto femmina). Un altro colpo ai miti e all’estetica del Nepal.

Nepal 2011, un’occasione per andarci

Cerchiamo di dare un piccolo aiuto al Nepal allargando l’informazione sul prossimo Anno del Turismo: il 2011. Obiettivi, raggiungere 1 milione di turisti (oggi meno di 500.000), rilanciare l’immagine del paese segnata dalla guerra civile e dalla situazione caotica post-conflitto. Lo slogan: “Once is not enough” cioè una sola visita non è abbastanza, slogan neanche sbagliato. L’operazione era già stata tentata nel 1998 con l’obiettivo di raggiungere 500.000 turisti meta che fu raggiunta solo nel 2007 (un anno dopo la fine del conflitto iniziato nel 2006). Allora vi fu un minore dispiegamento di mezzi; oggi si è tentato veramente tutto, compresa la partecipazione a numerose (e costose) fiere fra cui quella di Shangai.

Da allora, molto è cambiato. 12 anni sono un epoca per un paese come il Nepal che è entrato nel mondo moderno solo alla fine degli anni’60. In meglio: maggiore attenzione per il turismo, più infrastrutture, più organizzazione, più servizi anche nelle aree remote. In peggio: il paese è meno governato, più instabile e insicuro, le aree turistiche sono state in parte rovinate dalla crescita incontrollata di lodge, alberghetti hotel; Kathmandu ha perso il fascino del passato, soffocato da costruzioni, inquinamento e macchine. Il normale passaggio verso la modernità è stato brusco; il Nepal è cresciuto economicamente, si è modernizzato è diventato più simile all’occidente (perdendo parte della bellezza di persone e cose) ma tutto troppo di corsa (anche questo è purtroppo nella natura) in maniera confusa, incontrollata non imparando dagli errori fatti da noi. Le ricchezze artistiche e maturali che sono una delle maggiori ricchezze di una nazione sono state trascurate, abbandonate, in parte dilapidate. C’è da dire che né i governanti né i donatori internazionali (che sovvenzionano da decenni lo stato nepalese) non hanno fatto niente per regolare la crescita e salvaguardare templi, luoghi, percorsi di trekking; inserire il patrimonio del paese in un progetto turistico economicamente produttivo.

Le aree più distrutte sono state quelle dove maggiore è stato il flusso turistico, quelle un tempo più belle e facilmente raggiungibili: la capitale (un tempo una meravigli,a considerata la Firenze dell’Asia), ad eccezione di Bakthapur; il lago di Pokhara e le zone di montagne più frequentate, l’area dell’Annapurna e dell’Everest. La rovina ambientale e naturale di questi posti è una  delle motivazioni per cui il turismo fatica a decollare, dopo gli anni del boom conclusi alla fine degli anni ’80. Un turista deve faticare per girare Kathmandu, trovare i posti più affascinanti fra smog, macchine, case fatiscenti. Và a Pokhara e trova un lago inquinato e una fila di alberghi e tristi negozietti, sale verso l’Annapurna e incontra una strada in cui salgono jeeps puzzolenti e bus scassati. Insomma, anche in questi posti bellissimi, un po’ di fascino s’è perso. Non per niente si cerca di dare visibilità al Nepal delle colline (il più bello e reale) dimenticato dai tour operators, ai circuiti alternativi di Kavre, Rara Lake e altri; al Terai (compreso Chitwan e la giungla che è sempre bellissima) alle aree logisticamente difficili come il Dolpo. Anche Kathmandu ha propri percorsi e luoghi alternativi e ancora intatti che dovrebbe essere compito del turista scoprire, girando a zonzo, senza seguire le solite rotte.

Il Nepal è ancora bello e merita, come dice il Tourism Board, più di una visita. Oltre al marketing turistico qualcosa hanno cercato di fare per migliorare l’accoglienza: sono stati costruiti due nuovi hotels a 4 stelle (vicino all’aeroporto e a Pulchowk, (i primi dopo 10 anni), si sta organizzando l’Himalayan Trail (un lunghissimo trekking a tappe che segue tutte l’Himalaya), si parla di visti gratis, si mette un po’ a posto Kathmandu.

Pensare che il turismo in Nepal iniziò solo, negli anni’50, grazie a un esule, ballerino, avventuriero russo di nome Boris Lissanevicth (suo figlio vive ancora a Kathmandu). Dopo viaggi in tutta l’Asia si stabilì a Calcutta dove aprì il famoso Club 300, divenne amico dell’esule Re nepalese Tribhuvan che quando tornò in patria lo chiamò per aprire il primo hotel di Kathmandu (parte del palazzo che ancora oggi è lo Yak and Yeti Hotel). Nel 1953 il Nepal s’aprì al primo gruppo di turisti accompagnati dalla Thomas Cook and Son, un articolo del Times dell’epoca racconta l’evento. Boris visse vent’anni nella capitale, accompagnò la nascita di quello che sarebbe diventato uno dei business più importanti. Si divertì come un matto, racconta, s’arrabbiò come un matto per risolvere i mille  problemi, finì anche in prigione (distilleria d’alcol clandestina) “ la piccola finestra della cella era diventato una meta di moda sempre piena di gente che guardava il primo europeo finito in prigione. Una faccia si sostituiva all’altra e mi passava davanti la moltitudine d’etnie del Nepal. Poi mi arrivò una lettera del nuovo sovrano Mahendra che mi ordinava di preparargli il pranzo della sua cerimonia d’incoronazione. Fui liberato ed accolto come un eroe in giro a Kathmandu, avevo ordinato 50.000 galline, 12.000 montoni, centinaia di tonnellate di riso, lenticchie e verdure.

Dalle poche centinaia di turisti degli anni ’50 (scalatori, cacciatori di tigri, ricconi) il numero crebbe a 200.000 negli anni 70’ (con tanti freakkettoni), 300.000 negli anni’80, fino ai quasi 500.000 attuali. Momenti brutti furono gli anni fra il 2000 e il 2005 quando il numero ridiscese bruscamente intorno alle 300.000 visite (a causa del conflitto). Da sempre, circa il 30% dei visitatori sono indiani (viaggi di nozze, affari, casinò), 10% pakistani, bangladeshi (piccoli business), da qualche anno sono aumentati i cinesi (10%) e quelli provenienti da altri paesi asiatici ricchi (Giappone, S.Korea, Singapore) circa il 10%. I più spendaccioni e i gruppi organizzati occidentali sono circa il 40% dei visitatori (gli italiani 8000 all’anno). I turisti si fermano pochi giorni (media 10) e spendono USD 75 al giorno. Un business che porta valuta pregiata (USD 500 milioni annui), un buon reddito per lo stato (visti, permessi vari per trekking e scalate) e per i circa 2 milioni di persone che vivono intorno a questo business.

Dai villaggi, negli anni d’oro dei trekkng, scendevano i contadini impiegati a fare i portatori e i cuochi nelle spedizioni. Gli Sherpa del Khumbu sono diventati una delle etnie più ricche, grazie alle spedizioni e alle scalate. Poi c’è l’artigianato. Il flusso turistico ha lanciato nel mercato mondiale le pashmine, i tessuti e i tappeti, per anni le voci più importanti e redditizie dell’export nepalese, oggi quasi scomparse.

Per questo c’è da augurarsi che la crescita degli arrivi dell’ultimo anno (media +20% mese) si consolidi e che il 2011 dia un po’ di soddisfazione, almeno in questo settore, alla gente del Nepal. Certo che la situazione politica non aiuta e sembra destinata a riproporre formule di governo che escludono i maoisti, premesse di future tensioni, con l’ipotesi di nuove elezioni politiche. Di questo ne riparleremo

Nepal: paese imprigionato

 Quarto giorno di sciopero generale in Nepal e la cosa non sembra destinato a finire a breve. Gli incontri fra i tre maggiori partiti (UML e Congresso al governo e maoisti) sono arenati ancora una volta.

La gente non può lavorare, muoversi, fare acquisti, la lbertà è limitata.  Le merci iniziano a scarseggiare nella capitale e i militari scortano i convogli di vegetali e riso. Nelle strade di Kavre torna a scorrere il fiume di latte, gettato via dagli allevatori che non possono consegnarlo. Scene già viste e che, a intervalli regolari, segnano il paese dal 1996. La fine della guerra civile (nel 2006) non ha ancora riportato il Nepal sulla strada della ricostruzione sociale ed economica. Lo sciopero blocca tutto, sole due ore al giorno è consentito fare acquisti (18-20), tutte le attività sono ferme ed è difficile operare anche per il sistema sanitario. Le aree urbane (Kathmandu, Pokhara, Butwal, Nepalganj, etc.) sono quelle in cui sono state concentrate manifestazione e blocchi stradali.

E’ chiaro che più lo sciopero va avanti più aumentano i rischi di tensione e scontri. A Pokhara mazzettate a chi vuole lavorare, qualche negozio raso al suolo a Kathmandu, a Bhakthapur (città da sempre calda) scontri fra militanti maoisti e dell’UML così come a Dhankuta. Mentre nel Terai botte con quelli dei partiti Madhesi come a Danusha o con la polizia (a Butwal). Nella montagnosa e remota Humla, la gente s’è scocciata e ha preso a pietronate la sede dei maoisti. Questo è il grande rischio cioè la situazione degeneri e sfugga al controllo degli alti manovratori politici.

I maoisti vogliono tenere una porta aperta alla trattativa e cercano di controllare i loro militanti e di mantenere bassa la tensione ( libertà di circolazione per turisti, mezzi d’emergenza, apertura aereoporto, circolazione di medicinali, etc.). Ma questo scioperone serve anche a rinfrancare una base sempre meno disposta a rimanere fuori dal potere o a non fare la rivoluzione; quindi se i risultati (governo d’unità nazionale a guida maoista, leadership di Prachanda) non arriveranno bisognerà giocare al rialzo.

Contemporaneamente i maoisti vogliono cercare di apparire estranei (accusando gli altri partiti) al fallimento (già preannunciato in questo blog) dell’Assemblea Costituente che terminerà il suo mandato fra 20 giorni senza aver concluso un fico secco. L’unica soluzione per  prorogare il termine è la loro entrata nel governo, qui c’è poco spazio di mediazione. Una storia (e una richiesta) che va avanti da mesi.

Questo sarà il nodo principale di tutta la questione: prorogare l’Assemblea senza l’appoggio di tutti i maggiori partiti permetterebbe a quelli restati fuori di gridare al colpo di stato, legittimando ogni protesta e contro-reazione (intervento militare). Qualcuno adombra una soluzione transitoria\tecnica ma non si capisce con chi. I 21 partiti che formano la coalizione non vogliono mollare, l’India appoggia il governo ma cerca di rimanerne fuori, le ambasciate hanno messo sotto il sistema di sicurezza (come durante il conflitto) i propri connazionali, i viaggi sono sconsigliati. Insomma, nessuno sa più cosa fare.

Di positivo c’è che lo sciopero, i blocchi del governo, le manifestazioni di massa sono state, fino ad ora, sostanzialmente pacifiche. Pensiamo che girano migliaia di persone, che un paese è imprigionato e che i militanti di tutti i partiti sono incazzati fra loro. Di negativo vi è la ripresa dei reclutamenti dell’esercito che indica che non s’intende assorbire gli ex-combattenti maoisti. Voci dai campi dicono che sono sempre più disperati e incazzati. Ipotesi: io rimango fiducioso nel gran fluire dell’Asia (e del Nepal) e credo in un governo d’unità nazionale che stenterà a risolvere i problemi ma, almeno, potrà stemperarli.

Intanto la gente s’arrangia, s’affolla nei bazar nelle ore consentite, ciondola per la città a piedi, osserva i militanti, sempre più rassegnata. I sondaggi (per quel che valgono) dicono che la maggioranza del paese vorrebbe un governo d’unità nazionale, il 70% una repubblica,  il 52% riaffermare nella costituzione lo stato hindu;  Pushpa Kamal Dahal (20.2%) and Baburam Bhattarai (14.7%) sono i leader politici più popolari. Tanti numeri ma la sensazione è che il  Paese del Sorriso s’è ulteriormente ingrugnito.

Cambogia: diritti umani sfioriti

Una strada è bloccata a Phnom Penh, c’è un matrimonio. Centinaia d’invitati mangiano zuppe varie, pesce, riso, carne, s’inciuccano, ridono a volte litigano e finisce a botte. Comunque, alla fine, tutti ballano muovendosi in circolo e agitando le mani. Il tutto dura tre giorni e tre notti. In Cambogia il matrimonio è una grande festa, forse la più importante e costosa di tutta la vita.

Ed un grande affare per ristoratori, sarti, parrucchieri. Tantè che lo stato (Ministro del Lavoro) si è messo nel business ed aprirà una specie di centro per i matrimoni in grado d’ospitare 2500 persone, con immense tavolate su due piani. Uno esiste già più piccolo ma questo sarà uno spettacolo, promettono e, infatti, costa USD 1 milione. il posto (Phnom Penh’s Meanchey district) e il nome (Modern 2 Centre, dalla strada National Road 2) non sono un granchè ma il costo per invitato, in questi momenti di crisi è di soli USD 17 tutto compreso.

Anche la gran setta dei parrucchieri cambogiani risorge nel periodo invernale (più popolare per oi matrimoni) e acconcia in modi strabilianti i capelli, naturalmente splendidi, di spose ed invitati. Una potenza a Phnom Penh, tant’è che brigano per organizzare il campionato mondiale della categoria che quest’anno si tiene a Manila e gestito dalla Asia Pacific Hairdressers and Cosmetologist Association (APHCA).  Nella foto la campionessa nazionale.

La moglie arriva a casa dello sposo in una macchina simile a un albero di natale, vestiti con abiti eleganti (lui), sgargianti lei. Monaci suonano i cimbali, fanno girare un po’ d’incenso, la sposa lava i piedi del marito, vengono tagliati i capelli come sacrificio per la buona riuscita del matrimonio. Monaci e oracoli decidano la data e ciò li rende ancor più simili ai matrimoni indiani, nepalesi, e di gran parte dell’ Asia. Matrimoni arrangiati, spesso, dai parenti ma non per questo riescono male. Si dice che circa il 30% delle spose parla/incontra il marito solo il giorno del matrimonio. Sui giornali si legge spesso di suicidi di giovani innamorati che vedevano la loro storia bloccata dalle famiglie. Non è una cosa nuova perchè i Khmer Rouge obbligavano le donne (si dice 250.000) a sposarsi in base a ragioni di partito, economiche, di ripopolamento. Come in tutta l’Asia accade che gli sposi siano giovanissimi, bambini. La dote, a volte, distrugge l’economia domestica della famiglia della sposa.

Sui matrimoni sono nati ogni tipo di business, tant’è che l’anno scorso il governo sospese i permessi alle donne cambogiane che volevano sposarsi con gli stranieri, preoccupato dal crescente numero di donne abbandonate e tornate in patria in miseria. La stessa International Organization for Migration (IOM) segnalava la gravità del problema. Si scoprì un vero e proprio business specie con la Corea del Sud, che fruttava qualche centinaio di dollari alla moglie ma migliaia alle agenzie. Solo nel 2007, 1800 donne finirono in Corea, molte furono rispedite indietro (senza un soldo) dai mariti scontenti.

Ovviamente ci sono leggi, convenzioni internazionali, organizzazioni a protezione dei diritti umani che dovrebbero vigilare, controllare, reprimere gli abusi. Diritti dell’uomo, uno dei cavalli di battaglia (prima dei cambiamenti climatici) dell’industria dell’assistenza un po’ sfioriti in questa parte del mondo.

Pochi giorni fa 20 profughi Uighuri sono stati rimandati in Cina, dopo che avevano chiesto asilo politico a seguito della repressione nello Xinjiang, dello scorso luglio.L’UNCHR (organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati) se n’è fregata altamente (o è esemplare nell’incapacità) e i venti poveretti finiranno in qualche gattabuia cinese (se va bene). Il governo cambogiano è stato ripagato con una serie d’accordi che faranno fluire ben USD 1,2 miliardi. Nell’ ottobre 2008 l’UNHCR aveva dichiarato la Cambogia “paese modello” per aver siglato la convenzione sui rifugiati del 1951. Ricordiamo che qui le Nazioni Unite spendono qualche miliardo all’anno e dovrebbero, dunque, aver qualceh potere.

Qui vicino, in Thailandia, dove aver sbattuto in mare 1000 Rohingya l’anno scorso, adesso stanno rispedendo in Laos 4.000 profughi Hmong (tante donne e bambini). Questa popolazone delle montagne del Laos (e Vietnam) è ancora in lotta per far valere i propri diritti. Questi sono i discendenti dei combattenti anti Pathet Lao (comunisti laotiani) che furono ingaggiati dalla CIA per combattere i guerriglieri vietnamiti, cambogiani e laotiani durante la guerra del Viet- Nam. Ben 300.000 lasciarono il Laos dopo il 1976, la metà di rifugiò in USA. Il Primo Ministro thailandese Abhsit (si racconta che voglia fare un colpo di stato) ha assicurato “these Hmong will have a better life”. Non preoccupiamoci, l’UNHCR vigila (negli hotels di Bangkok) tant’è che durante la deportazione (avvenuta senza giornalisti e con camions militari) ha “intervistato” alcuni profughi definendoli “people of concern” cioè a rischio di persecuzione. Il buon Abshit se ne è fregato.

il buco nero delle adozioni internazionali

bambinaCome previsto in altri posts, la situazione per i genitori che hanno faticato (e speso) per avere un bambino nepalese in adozione si è complicata. Il business è grande e genera appetiti contrastanti, a questo s’unisce l’abituale buco nero della burocraziazia nepalese, in cui tutto sprofonda senza avere risposte. Un bucone che s’allarga quando non vi è nessuno che comanda, come adesso. Nessuno si prende responsabilità, lo stesso però accade, leggendo la lettera sottostante (inviata dall’Associazione di genitori ADONEPAL), nel nostro magnifico e moderno paese e alle sue costose propaggini all’estero (consolato ed ambasciata in India perchè in Nepal vi è solo un console onorario).

Alla Cortese attenzione della Vicepresidente della Cai, Dott. Daniela Bacchetta

e p.c. all’Onorevole Franco Frattini

all’Onorevole Carlo Giovanardi

al Ministro Plenipotenziario Vincenza Lo Monaco, Direzione italiani all’estero e politiche migratorie – Ministero degli Affari Esteri

alla Dott. Maria Teresa Vinci – Dirigente Segreteria Tecnica CAI

agli Enti; Aibi, Aipa, Airone, Amici Trentini, Anpas, Ariete, International Adoption, Naaa.

Gentile Vicepresidente, stimati Onorevoli, il Coordinamento Adonepal, che raccoglie numerose famiglie in attesa di adottare sul Nepal, è qui, ancora una volta, per fare il punto sulla situazione adozioni ed a sollecitare un vostro autorevole intervento.

Che cosa è successo dopo il blocco delle adozioni di maggio 2007: a gennaio 2009 il governo nepalese ha ricominciato ad accettare domande di adozione. Nel mese di maggio sono iniziati gli abbinamenti, circa una ventina, che coinvolgono famiglie di tutto il mondo ed anche italiane (sappiamo di 8 abbinamenti). Inoltre molteplici fonti ritengono che il Comitato abbia già abbinato un altro centinaio di famiglie.

Cosa è successo nella politica nepalese: la situazione si è di nuovo resa instabile in questi ultimi mesi a seguito alle dimissioni del primo Ministro il 4 maggio e alla formazione di un nuovo governo. Non è ancora stato nominato il Ministro per la Donna, il Bambino e gli Affari Sociali (Mowcsw). In mancanza del Ministro, come confermato anche da famiglie americane, gli abbinamenti già avvenuti non possono essere comunicati agli enti ed alle famiglie, né le famiglie che hanno già accettato gli abbinamenti possono avere l’ultima approvazione per la partenza. Non sappiamo a cosa sia dovuta la mancata nomina del Ministro del Mowcsw, ma siamo al corrente che il vice primo ministro Bijaya Kumar Gachchhadar del partito Madhesi è responsabile della nomina. All’interno del partito stesso è in corso una controversia tra due fazioni e questo sembra essere il motivo dello stallo. La controversia non è stata risolta ed è stata affidata al pronunciamento della commissione Elettorale. Il ministero è al momento privo di ministro e non è stato affidato ad interim. Inoltre esistono problemi interni alla Commissione preposta agli abbinamenti, legati alla diminuzione del gettone di presenza, che creano malumori ed hanno come reazione la scelta di non riunirsi.

Fondati timori per lo stato attuale. La nostra amara constatazione è che dopo due anni di blocco le adozioni erano appena riprese quando si sono di nuovo bloccate a causa di una lite di partito. Ci chiediamo anche se non ci siano anche altre ragioni in quanto nel passato, anche in mancanza del Ministro, il segretario era delegato con pieni poteri alla firma dei documenti per le adozioni. Il timore è che si possa profilare una situazione come quella del 2007. Ricordiamo che la maggior pare delle famiglie hanno dato mandato sul Nepal nel 2006 o nel 2007 e sono oramai logorate da una lunga attesa che sembra non avere mai sbocchi e, in più, gli orfanotrofi sono pieni di bambini e la situazione medica in Nepal peggiora di giorno in giorno con nuove epidemie.

Cosa chiediamo: a fronte di questa situazione riteniamo che una missione della Cai sia fondamentale per favorire il prosieguo delle adozioni in Nepal, per sbloccare eventuali situazioni pendenti, per portare alla diretta conoscenza del governo la difficile situazione delle coppie italiane abbinate o in attesa di abbinamento anche in mancanza del Ministro competente. Ricordiamo che proprio nel 2007 la situazione del files pendenti fu sbloccata grazie ad una documento congiunto a firma Prodi, Sarkozy, Fillon, inviato al primo ministro nepalese di allora, Koirala, che si impegnò a risolvere la situazione. E’ ovvio che l’Italia o altri Paesi non possono entrare nelle vicende politiche di uno stato sovrano, ma crediamo che il nostro Ministero degli Esteri possa sollecitare il governo nepalese a:

1. comunicare le ragioni di questo ulteriore fermo

2. creare una linea di comunicazione più ufficiale e regolare, anche per evitare il proliferare incontrollato di voci.

3. far sì che il processo delle adozioni possa essere svincolato da momenti di instabilità politica che così spesso si verificano in Nepal, così come è sempre stato in passato.

Vorremmo infine aggiungere che, dopo tante lettere che non hanno mai ricevuto risposta, speriamo questa volta in un riscontro concreto, che mostri che le famiglie non sono state abbandonate a loro stesse e che le loro voci vengono ascoltate.

In attesa di un vostro riscontro, porgiamo i nostri più cordiali saluti

Il Coordinamento Adonepal

(adonepal.italia@gmail.com)

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