Niente costituzione, anche in Nepal la vecchia politica ha fallito

Non ce l’hanno fatta. Dopo 4 anni di continui rinvii alla mezzanotte di ieri l’Assemblea Costituente ha fallito il suo mandato. La classe politica, qui, come in molte parti del mondo non è stata in grado d’amministrare il paese, di riformare le istituzioni, di creare le condizioni per lo sviluppo, di scrivere la Costituzione.

La rupia nepalese (trascinata da quella indiana) ha raggiunto il minimo storico verso le valute forti, anche con l’euro disastrato, rompendo la soglia di Nrs. 112, la benzina (quando si trova) raggiungerà il massimo di Nrs. 150 al litro; tutto sta aumentando. Le migliaia di persone che affollavano Naya Baneshwor, dovè c’è il palazzo dell’Assemblea, hanno sperato fino all’ultimo in una buona notizia che permettesse al Nepal d’iniziare a muoversi dopo decenni di stallo politico e, di conseguenza economico.

Niente, solo segnali negativi come i gruppi di Tamang, Limbu, e agli altri Janajati (gruppi etnici) che chiedevano un federalismo basato sulle razze e, dall’altra parte, Bhaunus, Chetri e Thakuri, Dasnami che lo chiedevano su basi religiose (o almeno, come si diceva ieri “based on mixed identity), infine i Madeshi che, chiedevano il rispetto della promessa fatta dai maoisti per averli nel governo, di uno stato unico nel Terai. Tutti divisi, con le loro fasce identificative sui testoni e le loro bandiere. Triste simbolo di una divisione creata e strumentalizzata dalla politica che, se non gestita, potrà avere conseguenze tragiche per il Nepal. Qualche botta con la polizia quando il rakshi ha superato il mezzo litro nello stomaco di qualche manifestante.

E, adesso, il nulla. Nessuno sa cosa fare. L’unica proposta sensata sembra quella dei maoisti (avanzata dal primo ministro Baburam Bhattarai) che vorrebbero andare ( a novembre) a nuove elezioni per rifare l’Assemblea e questo accadra’ dopo l’ok del Presidente.
Gli altri partiti s’oppongono ma non propongono niente. Ieri, fin dalle prime ore della mattina, è stato un susseguirsi di riunioni e di anda e rianda fra Baneshwor, Baluwatar (sede del Primo Ministro) e Sital Niwas, la sede del Presidente della Repubblica; in strade super presidiate dalla polizia. Ulteriore alternativa è, in base all’art. 64 della Costituzione provvisoria, la dichiarazione dello stato d’emergenza e l’estensione di altri sei mesi dell’Assemblea. Sarebbe la quarta estensione, giudicata già illegale dalla Corte Suprema ma voluta, sembra, dalla maggioranza degli attuali deputati. Oggi, ironicamente, cade la festa della repubblica.

Possiamo contare solo, sull’eterna morbidezza dell’Asia, per sperare che la situazione non precipiti.

Si complica la vita del Buddha Boy

Tempo fà, avevamo scritto un post sul Buddha Boy, il ragazzo Tamang,  Ram Bahadur Bamjan. Eravamo stati a vedere l’evento e qualche perplessità era nata. Oggi la situazione s’è ulteriormente incasinata.

 ”Hetauda è una città che ricorda l’India, case e bazar allungate lungo la strada e da qui inizia il “corridoio industriale” che finisce a Birgunj e poi in India. Piccole aziende tessili e chimiche che fabbricano merci su licenza internazionali esportate in India grazie al vantaggio competitivo derivante dall’ assoluta libertà degli imprenditori. Il gran botto ha avuto anche qui conseguenze: crisi produttive, vertenze sindacali, scontri fra lavoratori e polizia (con qualche morto). Un tempo qui era tutta giungla malarica, bonificata negli anni ’60 e abitata, originariamente, dai Tharu (considerabili tribali) e, nei secolli, da migranti indiani (gli odierni Madhesi) e dai poveri delle colline (Tamang, Magar e impoveriti Bhaun e Chetri). La giungla ancora resiste, assalita dall’uomo, ai margini della strada e lì c’infilammo per una stradina che portava al luogo dove meditava il Buddha ragazzo.

Ci accolse una specie di parcheggio assediato da bancarelle in legno che vendevano tè e dal baat, per i molti pellegrini che venivano anche dall’India. Più avanti altre bancarelle gestite da un gruppo di Tamang della Om Namobuddha Protection Commitee, con videocassette ed altri souvernirs. Eravamo un po’ perplessi quando c’avvicinammo al recinto che circondava l’immensi pipal sotto cui era seduto, nel mudra della meditazione il ragazzo. Sugli alberi le colorate bandiere della preghiera. Un monaco e un ragazzino (compagno di giochi del neo-Buddha) ci raccontarono la sua storia che non differiva di molto da quella di tanti ragazzini Tamang.

Raccogliemmo tutte le informazioni, guardammo a lungo il ragazzo, fummo infastiditi dal micro-business che stava nascendo e non giungemmo a nessuna conclusione. Il ragazzo stava immobile per delle ore, al freddo, con bestie che s’aggiravano sul corpo (forse mangiava la notte) ma era comunque un fatto strano, misterioso da inserire fra i molti che segnano l’Asia Nei mesi seguenti il ragazzo scomparve, giustamente, infastidito dalla bolgia; i suoi seguaci del Comitato furono accusati di intascarsi soldi e vendere miracoli; il ragazzo dichiarò che lui non era un buddha, ma più modestamente un boddhisatva (coloro che rinunciano al Nirvana per contribuire alla liberazione degli altri)”.

Un pò di tempo è passato e il gruppo di Tamang che circondano il ragazzo si è organizzato nel  Bodhi Shrawan Dharma Sangh. La famiglia di Ram Bahadur Bamjan è stata esclusa e quando, in questi giorni, ha cercato di parlare con il Buddha Boy ( in meditazione nella foresta di Halkhoriya) delle malefatte dei suoi seguaci è stata respinta a calci nel sedere. Ora c’è la polizia che indaga a seguito di una denuncia di una ragazza slovacca che ha dichiarato di essere stata rapita e violentata dai seguaci del ragazzo. Un’altra donna  nepalese sembra ancora sequestrata nell’Asrham gestito dai suoi adepti.

Meno poveri nel mondo…. se lo dice la World Bank

ImmagineBello, patinato e anche utile, per avere un quadro della palla in cui viviamo, è il Rapporto Annuale della World Bank sullo stato del mondo. Lettura faticosa, da cui emerge una sintesi: la povertà, secondo la WB, è diminuita. Per poverissimi intendono tutti coloro che vivono con meno di USD 1,25 al giorno (circa USD 36 al mese), che erano 1,94 miliardi nel 1981 e 1,28 miliardi nel 2008. Il dato nasce da un analisi fatta su un campione di 850 famiglie in 130 paesi, appunto nel 2008 e dai dati analizzati per gli anni precedenti.

Ma un altro dato, forse più significativo dice che dal 1981 al 2008, il numero di persone che vivono con meno di USD 2 al giorno è passato da 2,59 miliardi a 2,44 miliardi, cioè, pur prendendo con le pinze queste statistiche, il numero è diminuito solo marginalmente. In tutto, si tratta di oltre 3,72 miliardi di persone che sono povere. Vivere in qualsiasi paese del mondo con 300 o 600 dollari al mese significa far la fame, se esageriamo il reddito pro-capite stimato di una famiglia di 5 persone.

Poiché sono statistiche (i mangiatori di polli), cerchiamo di verificarle nella realtà. 600 dollari al mese significano circa Nrs 50.000 in Nepal e sono in pochi quelli che li guadagnano; un insegnante non arriva a Nrs. 15.000. La situazione è simile in molti paesi in via di sviluppo e questi sono i “garantiti”, in paesi dove il lavoro ufficiale è un miraggio. Questa cifra, con gli aumenti dei generi alimentari, dei prodotti petroliferi (riscaldamento, alimentazione e trasporti) e degli affitti degli ultimi anni non permette di finire il mese. Consideriamo, poi, che nella maggioranza dei paesi più poveri sanità gratuita e previdenza non esistono. Immaginiamo quelli che un lavoro garantito non l’hanno, i contadini che vivono dei raccolti, i risciomen, i portatori, chi ha un negozietto o i migranti che guadagnano USD 500 al mese. Mi sembra, dunque, che i dati della WB siano ottimistici.

C’è da dire che, in effetti, visibilmente, girando per le strade di Kathmandu, Phnom Penh, Maputo, Nairobi, Hanoi o Dar Salaam la gente, almeno materialmente, sembra passarsela meglio (altro discorso valutare se la qualità della vita era, in fin dei conti, meglio prima). Telefonini, vestiti simil-occidentali, megastore sono diffusi. Ma ciò è accaduto solo in certe aree del mondo e specie nelle città. Nell’ultimo decennio, molti paesi chiusi e\o diretti da oligarchie corrotte sono stati aperti, dalla spinta della gente, alle potenzialità del libero mercato, pensiamo alla Cina, al Sud Africa, Tanzania, Kenia, Brasile e alla stessa India per citare i più grandi ( e a quello accaduto in Egitto, Libia, etc.). Ciò ha prodotto il fluire della ricchezza verso nuovi settori della popolazione fino ad allora esclusi e a coinvolgere nello sviluppo paesi vicini (Vietnam, Mozambico, Zambia, etc.).

La globalizzazione, l’apertura dei mercati, la diffusione delle tecnologie e della comunicazione ha sicuramente allargato conoscenze e opportunità, ma solo in alcune aree del mondo, dove in effetti la povertà è sicuramente diminuita. Ma queste sono proprio le aree del mondo dove meno è intervenuta la World Bank e, tutta, l’intera industria dell’assistenza. Dove i loro interventi sono stati più massicci, Nepal, Sahel, Etiopia, Somalia, Congo, Africa Centrale, etc. i risultati sono stati notevolmente inferiori o addirittura, in certe aree citate, la situazione è peggiorata. L’assistenza internazionale ha frenato lo sviluppo autonomo e le forze, seppur, inique del libero mercato. Inoltre, i grandi operatori umanitari mondiali che dovrebbero contribuire a rendere più equo il sistema economico (fra cui la WB, le Nazioni Unite, l’industria dell’assistenza privata) non sono stati neanche in grado di favorire una distribuzione più giusta degli effetti delle liberalizzazione dei mercati e della globalizzazione.

Uno studio indica che il numero degli individui con patrimonio finanziario superiore a 1 milione di dollari infatti è aumentato in termini di popolazione e ricchezza nel 2010, superando i livelli pre-crisi del 2007 in quasi tutte le regioni. Gli ultra milionari sono aumentati del 8,3%, la ricchezza da loro gestita del 9,7%. Chi sul globo ha un patrimonio di oltre 30 milioni di dollari ha registrato un aumento pari al 10,2% nel 2010 e la sua ricchezza è cresciuta dell’11,5%. Cioè la ricchezza globale è aumentata ma si è anche concentrata. Quindi, quando la WB conclude il rapporto dicendo “the first Millennium Development Goal of halving estreme poverty from its 1990 level has been achieved before the 2015 deadline”. E’ meglio nascondere il portafoglio perchè si rischia che, sbandierando il “successo”, l’attuale industria dell’assistenza chieda nuove donazioni.

La bomba di Kathmandu

E’ iniziata una caccia all’uomo per catturare il terrorista (che ha rivendicato con nome e cognome) dell’attentato, il più grave avvenuto a Kathmandu che ha provocato tre morti e numerosi feriti. Si chiama Dev Raj Lama alias Bishwo Kranti , 37 anni e proviene da Hile, Dhankuta un paesino fra le colline del Nepal orientale. La cosa curiosa è che il soggetto, già ritenuto responsabile del piazzamento di altre bombe a Kathmandu (2009) e a Dhading (2008),  è stata rilasciato dal carcere dietro pagamento di una cauzione di sole Nrs 60.000 (euro 6.000). Si dichiara il portavoce del Samyukta Jatiya Mukti Morcha (Unified Ethnic Liberation Front ) e ha dichiarato che l’attentato “ è per protestare contro l’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi”.

La cosa triste è che dal cognome (Lama) l’attentatore sembrerebbe Tamang come quasi tutte le vittime e i feriti: Lal Bahadur Tamang of Dhading, Som Bahadur Tamang.  Contadini o migranti che avevano qualche contenzioso con la corrotta NOC (Nepal Oil Corporation). E’ fra gli attentati più gravi accaduti a Kathmandu, che mi ricordi, per il numero delle vittime e il tipo d’esplosivo utilizzato;  non le soli pentole a pressione riempite di cose fatte in casa (in termine tecnico, Improvised explosive device- IED) ma materiale più sofiscato. Tre vittime ricordo, anche,  nella bomba messa nell’unica chiesa cattolica di Assumption Catholic Church a Dhobighat nel maggio 2009.

Nel passato (marzo 2011) erano esplose diverse pentole a pressione riempite d’esplosivo con solo pochi feriti, nel giugno 2010 una autobomba dopo l’ennesimo tentativo fallito di definire una costituzione; tragica la serie messa nel settembre 2007, con due bambini morti alle fermate dei bus di Sundhara e Tripureshwor;  un’altra serie di attentati nel 2008 prima delle elezioni per la Cosituente. Durante il conflitto le pentole a pressione erano di moda (2004,  36 feriti a Sundhara), fino a raggiungere la barbarie con l’esplosione del bus affollato di Badarmude (53 vittime), i cui colpevoli sono scomparsi fra i maoisti ora al potere.

Prima i maoisti, poi i pro-monarchici, infine i gruppi radicali hindu (scontenti dell’abbandono dell’hiunduismo come religione di stato)  sono stati i responsabili dei sussulti di strategia della tensione in Nepal nell’ultimo decennio. Anche adesso, solo o in combutta con servizi o gruppi politici, Bishwo Kranti s’inserisce in un periodo di grande movimento e crisi: l’Assemblea Costituente ferma, i prodotti petroliferi aumentati del 20% in un anno e introvabili, il gas per cucinare scomparso dal mercato (i cittadini assaltavano i rari camion che trasportavano le bombole), la corrente elettrica chiusa per 18 ore al giorno, fra poco, come sempre, mancherà l’acqua potabile nei quartieri meridionali di Kathmandu. La NOC è accusata di enormi corruzioni e una delle cause della crisi petrolifera decennale. Studenti, insegnanti ma anche gente comune, da mesi, nelle strade per protestare.

In prigione, in Nepal

Dilli Bazar, uno delle prigioni storiche di Kathmandu, è diventata l’abitazione di ben tre ex ministri: Shyam Sundar Gupta (accusato di rapimento) e ministro dell’informazione, Chiranjivi Wagle (condannato a 5 anni per corruzione), Jaya Prakash Prasad Gupta (Congresso, 18 mesi per corruzione) Madhesi Janaadhikar Forum-Republic. JP Gupta vuole stare in cella con Wagle. I carcerati hanno accolto gli ex ministri con una festa, sperando in un miglioramento delle condizioni carcerarie.

Dilli Bazar è uno dei primi carceri di Kathmandu, impiantato circa un secolo fa nelle stalle di un vecchio palazzo nobiliare, già allora, più che centenario. Le stalle sono le celle e il grande cortile, con un piccolo tempio buddhista, è la “piazza” dove vivono i carcerati. E’ considerato fra i migliori e qui sono stati, sempre sistemati, i carcerati occidentali: droga, contrabbando d’oro e valute, mercato nero. Dovrebbe avere 150 ospiti ne sono alloggiati 395, con 10 bagni, due stanze per la televisione. Quando facemmo un progetto nella sezione femminile della Central Jail (il più grande e vecchio carcere di Kathmandu) non mi sembrava che la vita dei detenuti fosse pessima. I grandi cortili antichi, comuni in tutte le carceri del Nepal, erano come le piazze dei villaggi, le celle (perennemente aperte) affollate e affumicate mi ricordavano i bhatti (tea house) delle montagne o gli hotel locali nei vicoli della città. Questo progetto per le carcerate (produzione di divise per i bambini degli asili sostenuti nei villaggi) crollò, come molti altri, a causa della pessima gestione della ONLUS CCS Italia. Di questi giorni la notizia che anche altri progetti di sostegno al reddito nella sezione maschile cessati in questi giorni per la cattiva gestione degli organizzatori. Far lavorare i detenuti e consentirgli di avere un reddito integrativo è raro nelle prigioni nepalesi ma fondamentale per assicurare un minimo di reddito per i carcerati e le loro famiglie e un attività che dia un minimo di senso alla loro vita.

I reclusi percepiscono Nrs. 45 al giorno (euro 0,45) e 700 grammi di riso, Nrs 400 per una tenuta estiva e Nrs. 475 per una invernale una volta all’anno. Il resto deve essere integrato o da qualche lavoro o dai parenti che, però a volte sono poveri, vivono in villaggi lontani o cercano di stare lontani dalle Khara Gar (carceri) considerate luoghi di contagio della sfortuna.. La Central Jail (Mahottari) è divisa in Bhadra Jail, Women Jail e Central Jail (in tutto 9 blocchi) con una capacità teorica di 850 detenuti ma in realtà ne sono rinchiusi 1300. La sezione femminile, in cui operavamo, ospitava 173 donne e qualche bambino ed, era, nel complesso decente, anche come servizi igienici e acqua potabile, rispetto al resto del fatiscente complesso. La prigione, la prima del Nepal, fu installata in un vecchio palazzone centenario nel 1914. Come dappertutto il 65% dei reclusi è in attesa di giudizio, alcuni sono stati proprio dimenticati fra le crepe del sistema giudiziario inefficiente che L’Assemblea Costituente non riesce a ricreare.

Il sistema penitenziario della capitale si completa con la nuova Nakhu Jail, un po’ fuori dalla città, qui furono rinchiusi i maoisti durante i 10 anni di guerra civile. Allo loro uscita una grande festa li accolse. In tutto il Nepal sono recluse circa 10.000 persone di cui 737 donne e 488 stranieri, in massima parte indiani, qualche nigeriano e pakistano; divisi in 73 carceri sparsi nei vari Distretti. Da quelli affollati del Terai, pieni di contrabbandieri, appartenenti a bande mafiosi nepalo-indiano a quello di Lo Manthang (in Mustang) con solo 3 reclusi e qualche ubriacone. Oltre 200 minori sono sottoposti a qualche pena ma sono operativi solo 2 istituti dedicati. Entrambi sono a Kathmandu, uno a Sanotimi che ospita 83 ragazzi (5 ragazze) dai 12 ai 20 anni, gestito dall’ONG locale UCEP-Nepal. Il resto dei minori è chiuso nelle carceri normali. A Dhulikel, forse il peggiore fra le carceri intorno a Kathmandu, sono rinchiusi 110 detenuti fra cui 37 sottoposti a trattamenti psichiatrici. Sovraffollamento, mancanza di servizi igienici e d’acqua, abbandono giudiziario, assenza di diritti e potere illimitato delle guardie sono le costanti rimostranze dei detenuti quando lavoravamo nelle carceri. Si sta facendo poco sia a livello governativo (non riescono a intervenire su niente) sia delle organizzazioni internazionali.

L’OCRHA (diritti umani delle Nazioni Unite) non si è mai mossa da Kathmandu e l’uniche visite le ha fatte nei carceri della città, limitandosi a stilare il solito report fotografico. Ogni tanto scoppia qualche rivolta, specie nelle prigioni più affollate del Terai o dimenticate nelle province remote. Come a Kanchapur dove 13 detenuti stanno facendo lo sciopero della fame: a Jumkha (Sunsari, 530 detenuti) senz acqua potabile e scarsi servizi senz acqua potabile e scarsi servizi igenici e qualche caso di colera e qualche caso di colera , a Damauli (53 detenuti senza coperte per l’inverno; a Gulmi dove i secondini chiedevano una parte dei soldi dati per il cibo. Non se la passano bene neanche i Chaukidar (i guardiani) nelle prigioni più isolate perché condividono gli stessi disagi dei prigionieri.

BNEW: Nella mattinata è scoppiata una bomba fuori dall’ufficio della NOC (Nepal Oli Corporation) con tre vittime e diversi feriti. I terroristi dello sconosciuto Samyukta Jaytia Mukti Morcha hanno rivendicato l’attentato per protestare contro gli aumenti e la scomparsa dei prodotti petroliferi. Un tentativo di alzare la tensione dopo le proteste pacifiche di studenti e gente comune di questi giorni.

Tibet chiuso, 23 monaci immolati

Continuano ad immolarsi, giovani e disperati, i monaci tibetani. Sono ormai 23 di cui 3 monache. Gli stanno chiudendo i monasteri, non vedono opportunità in un paese cinesizzato dove il buddhismo sta diventando solo un attrazione per i turisti. Non c’è neanche speranza fuori, a parte la solidarietà a parole, la Cina è troppo potente e ricca perché l’Occidente faccia qualcosa.

L’ha capito il Dalai Lama che s’è ritirato e anche il suo erede spirituale il Karmapa che ha chiesto ai giovani monaci di cessare questi atti inutili e disperati. Lo stesso dovrebbe fare, con forza, Lobsang Sangay, il capo del Governo tibetano in esilio.

Nei monasteri sperduti di Tridu, della provincia di Aba i monaci marciano e protestano mantendno alta la tensione con gli occupanti (ormai diventati abitanti) cinesi. Nel Sichuan non hanno dimenticato gli scontri del 2008. Per evitare problemi e testimoni, come sempre a marzo ricorrenza della Rivolta di Lhasa e la fuga dela Dalai Lama nel 1959, il Tibet viene chiuso agli stranieri. Anche i pastori e venditori nepalesi si sono visti sbarrare le frontiere a Taplejung, nel Nepal orientale. 

Purtroppo non si può tornare indietro e il Tibet antico lo possiamo solo vedere e immaginare in questo documentario del 1934.

Meglio stare fermi: adozione internazionale in Nepal

Riparlare di adozione internazionale in un paese che riesce a malapena a stare in piedi è pericoloso per i bambini e anche per le famiglie adottive. Alla fine di novembre, il governo ha riaperto i meccanismi per l’adozione internazionale fissando il numero di bambini a 250. La metà circa delle richieste che normalmente arrivano. Nei mesi precedenti aveva cercato di fare pulizia nel sistema di organizzazioni e home children che si spartivano un business quantificabile in oltre un milione e mezzo di euro annui. Aveva fissato anche delle cifre: i genitori adottivi dovevano pagare USD 8.000 e agli orfanotrofi spettavano USD 5.000 (a queste cifre dovevano aggiungersi quelle imposte dal business cioè avvocati, hotel, fees per l’associazione).

Negli anni, nepalesi e organizzazioni occidentali che si erano buttati in questo business, sono  arricchiti e con essi la burocrazia nepalese che attestava con falsi certificati l’adottabilità. L’emersione di questo mercato e delle lobby che lo sostenevano e sostengono impose il blocco, a più riprese dei processi d’adozione. Gli ultimi bambini sono stati adottati nel 2010 e furono solo 54 (di cui 34 a coppie italiane). Malgrado le buone intenzioni sbandierate dal governo, la situazione non sembra granch’è cambiata tanto che gli USA continuano a raccomandare di evitare d’adottare bambini nepalesi a causa degli scarsi controlli.

C’è da dire che a causa della crisi economica, dei problemi normativi e, forse, della comprensione che l’adozione internazionale deve essere l’ultima ratio a favore del bambino, il numero delle richieste è sceso sensibilmente in USA (il principale mercato) e anche in Italia di oltre il 20% concentrandosi sui bambini provenienti dalla Russia, Colombia, Brasile, Ucraina e Etiopia.

Un bene perchè in Nepal la situazione non sembra essere cambiata: nei giorni scorsi 14 Child centres in Banke (Nepal occidentale) do not measure up to government-set norms”, cioè le condizioni dei 150 bambini ospitati erano penose. Social Development Promotion Centre, Tanwipriya Women and Children Relief Centre, Maya Sadan, Orphanage Madras Gausiya Jyabul Islam, Nawajiwan Centre, Mangal Prasad Higher Secondary School, Tribhuvan Higher Secondary School, Shelter House, CWIN Helpline, Maiti Nepal, Children Rehabilitation Help Centre (Banke Base), Apostle Children Home. Da notare che la CWIN Helpline è una ONG fra le più finanziate dalle ONG italiane ed internazionali e redattrice di voluminosi reports sullo stato dell’infanzia in Nepal. La coraggiosa Child Welfare Officer Shova Shah ha minacciato dure azioni.

Nel frattempo, dopo la decisione del governo si è rimesso in movimento il business delle adozioni, a Budhanilkanta (Kathmandu) 22 bambini sono stati recuperati dai genitori da un’altra Home in cui, è un sospetto, erano pronti per diventare orfani. Non è il caso di ripetere quanta gente si sia arricchita (nepalesi e occidentali) su questo business e sul fiorire di oltre 400 orfanotrofi, del business sui volontari (Come and live with orphans), delle case costruite, degli arrichimenti facili degli organizzatori. Ne conosciamo tanti e tutto è descritto con attenzione nell’articolo di Aquettant (TDH), uno parte della minoranza del 10% della gente veramente impegnata che opera nelle ONG. Basti ricordare che il più importante orfanotrofio di Kathmandu il Bal Mandir,  finanziato dalla ex-Regina, e centro di adozioni internazionali era in condizioni talmente pietose che la gestione è passata ad una ONG australiana (maggio 2010), quando gli operatori sono entrati sono  rimasti esterrefatti dalle condizioni dei 250 bambini.

Cambogia, finiti i soldi per il Tribunale dei Khmer Rouge

Paese strano la Cambogia dove una delle pagine più lette sui giornali è il Police Blotter dove sono raccontati i crimini più efferati della settimana e dove, insieme a Real Estate e assicurazioni, c’è anche una specie di magazine dedicato alle ONG.

Strano anche chi lo governa, l’ex Khmer Rouge, Hun Sen che, dopo aver stroncato o comprato, l’opposizione dichiara già la sicura rielezione alle prossime elezioni del 2013, un mandato già lungo 10 anni. L’opposizione frastornata o comprata resiste solo in nel discusso Sam Rainsy, in esilio a Parigi che parla di elezioni “predeterminate” . Amici, ex Khmer Rouge, famigliari sono stati piazzati ovunque in una feroce spartizione di potere, terra e industrie. Uno di questi, il suo consigliere e magnate Na Marady, ha fatto sparare sui contadini di Kratie che protestavano per l’ennesimo furto di terra, oltre 9000 ettari (incluse fattorie e case) di campi coltivati a Cassava. Qui documenti relativi alle proprietà sono stati tutti distrutti dai Khmer Rouge e il più forte (e ammanigliato) può approfittarne. Problemi, più che altro internazionali, per Hun Sen che è riuscito a creare un sistema di potere simile a Singapore che, almeno per una parte della popolazione, sta portando ricchezza.

L’imbarazzo nasce perché la Cambogia è presidente di turno dell’ASEAN e sta cercando un posto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e riceve montagne d’aiuti internazionali (malgrado gli stessi donatori, ogni tanto, critichino la democrazia imperfetta creata da Hun). Fra poco, si spera, la Birmania finirà di essere la bestia nera dei diritti umani dei paesi asiatici e il rischio che lo diventi la Cambogia.

In questa situazione si sta preparando un’altra lite fra il focoso primo ministro e le Nazioni Unite (spesso accusate di ingerenza negli affari interni) se i 300 dipendenti cambogiani del Tribunale (Khmer Rouge Tribunal -KTR) continueranno a sfilare per chiedere gli stipendi non pagati, tanto più che i 180 espatriati continuano a prendere i loro soldi. I donatori internazionali che in base a un interpretazione dubbia del trattato di costituzione del Tribunale hanno finora pagato volontariamente sono stanchi e, forse, si rendono conto che, dopo aver speso oltre USD 150 milioni in meno di sei anni, ciò vale 50 milioni per ognuno degli ottuagenari imputati. Insomma, forse, soldi che potevano essere spesi meglio nelle campagne della Cambogia.

 Sul processo abbiamo già scritto e il ruolo del Tribunale internazionale appare, come sempre accade in queste circostanze, inutile e schiacciato fra le esigenze di propaganda e la realtà, cioè che molti dei co-responsabili di eccidi sono stati riciclati in posti di governo.

La legge della giungla

Una buona notizia, la Suprema Corte del Nepal ha bloccato il progetto del governo (finanziato dall’Asian Dev. Bank) di costruire strade all’interno dei parchi nazionali di Chitwan e Bardya. Lì, inseguiti dai cacciatori di frodo, s’aggirano rinoceronti, elefanti selvaggi (che a volte distruggono raccolti e case), circa 3000 tigri. Nella giungla e nella savana vivono 300 specie d’uccelli, nei fiumi i coccodrilli dal muso lungo tipici di questa zona. Si gira in elefante e all’orizzonte sfila l’Himalaya. Una meta ideale per fuggire dal freddo di Kathmandu durante l’inverno, qua sotto (ai confini con l’India) solo una spessa nebbia mattutina infastidisce, durante il giorno si sta in maglietta. In estate è diverso, piove a dirotto, caldo umido, fiumi che straripano ogni anno.

Qui vivevano Tharu e Chepang, che oggi si vogliono includere, malgrado le loro proteste, nel gran mucchio dei Madeshi. Negli anni il Terai ha attratto la gente delle colline e tanti migranti dall’India che lavorano nei latifondi e nelle uniche fabbriche del Nepal sparse nella pianura.

La costituzione dei Parchi fu una felice intuizione di re Birendra nel 1973 e adesso, compresi quelli dell’Himalaya, coprono il 23% del territorio. In alcuni di essi sono state costruite delle strade (Annapurna) con conseguenze negative per il turismo. Gli abitanti sono organizzati in User Gruops per utilizzare le risorse naturali e proteggerle anche se, la situazione politica del’ultimo decennio, ha favorito il contrabbando di legno pregiato e la deforestazione. E’ abbastanza costante, anche in questi giorni, la denuncia di funzionari locali che, incaricati di proteggere le foreste, favoriscono il taglio e la vendita di alberi in India. Tre alberi di Sal valgono quanto un’auto Maruti.

L’idea della strada da Madi a Tribeni avrebbe favorito, se costruita, la progressiva distruzione dell’ecosistema già in pericolo per la scarsa attenzione del governo. Sarebbe passata fra la giungla che circonda il fiume Reu e che rimane una delle aree più pure del Nepal e dove, fra l’altro sono sistemate, le lodge più esclusive (Tiger Tops e Temple Tiger da USD 400 al giorno). Un disastro anche per i circa 30.000 turisti che ogni anno visitano i parchi.

Anche sei nepalesi sulla Costa Concordia

Poverini, magari era la prima volta che vedevano il mare ed è finita male per i sei nepalesi imbarcati sulla Costa Concordia. Fortunatamente salvi e ripescati dopo qualche ora in un isola vicino al Giglio.

Prakash Mohan Bhattarai era in vacanza con la sua famiglia per vedere il paese a cui ha dedicato il suo business a Pokhara (Pokhara Macaroni Product Pvt Ltd), altri due forse lavoravano come tanti asiatici nei servizi di pulizia, magazzino o sicurezza della nave (salario euro 700 al mese). It was a horrible experience. The elevator did not work as there was no electricity. We climbed down hurriedly to catch a motorboat. There was such a panic that we could not even think of anything other than finding a rescue motorboat, racconta.

Ora sono sulla via del ritorno in Nepal. La storia insegna che a volte sono meglio I dilettanti come Noè che i professionisti, anche per navigare.

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