I nuovi migranti, dall’Europa all’Africa

In un altro post avevamo parlato dei nuovi “Leoni d’Africa”, i paesi che trainati dai BRICs (come il South Africa o la Nigeria) o per le enormi risorse naturali saranno le potenze economiche del futuro, vedi Mozambico ed Angola. L’Europa è in decadenza , la ricchezza e il commercio si è spostato verso l’Oriente e, nei prossimi anni, andrà verso l’Africa. Non siamo ancora ai migranti europei che partono con i barconi da Lampedusa per cercare fortuna nello sviluppato Maghreb, in Tanzania, o più a sud, ma una migrazione è già in corso dai paesi europei più disastrati.

Negli ultimi anni i portoghesi che sono andati a cercare fortuna in Mozambico sono stati oltre 25.000, con un incremento del 30% rispetto a tre anni orsono. Stesso incremento in Angola dove il numero di portoghesi che vi lavorano è di oltre 70.000 secondo l’ Emigration Observatory di Lisbona. Una migrazione confermata anche dall’aumento delle rimesse dalle ex-colonie verso il Portogallo: sono raddoppiate dal Mozambico (da 2.741.000 a 4.654.000) e quelle dall’Angola di oltre il 20% (da 134 MIO a 147 MIO). In questi due paesi, in fase di riassestamento dopo guerra, pacificazione, socialismo reale, vi è un immenso sviluppo supportato da ingenti capitali stranieri (cinesi e sud-africani) e la continua scoperta di risorse naturali (ultima quella del gas fatta dall’ENI in Mozambico). Non conosco l’Angola che mi sembra ancora un po’ incasinata ma il Mozambico è un ottimo posto per viverci. Così sembra che la pensino i giovani portoghesi, laureati e professionisti, che sono andati a Maputo, Beira, fra le spiagge a nord di Nampula o di Benguela in Angola (posti che si stanno aprendo al turismo di massa).

A Maputo, sul lungomare affascinante e decadente, hanno sempre resistito i vecchi coloni portoghesi nei loro localini a suonare il fado e a mangiarsi immensi piatti di verdure e patate. Oggi, i giovani portoghesi, aprono ristoranti e vinerie di lusso per i locali che hanno fatto i soldi con i commerci o migrando in Sud-Africa, la corruzione sulle risorse naturali e scroccando dalle donazioni internazionali.

Il clima è buono, i mozambicani sono simpatici, il mare è bello e, quindi, è meglio lottare lì per sopravvivere che non nella decrepita e tartassata Europa. Un flusso che inizia a preoccupare i governi che vedono sottrarre posti di lavoro ai propri cittadini. L’Angola più rigida sta pensando a regole più severe per l’ottenimento di permessi di lavoro.

Ma il fenomeno della migrazione non riguarda solo il ritorno dei portoghesi nei posti dove Vasco de Gama e Diogo Cao iniziarono a impiantarsi 500 anni fa, ma è più vasto. E’ segnalato che almeno 100.000 (su 11 MIO d’abitanti) portoghesi hanno migrato nel 2011 e, nell’altro paese marginale (Spagna) almeno 37.000 persone hanno lasciato il paese nel 2010. In entrambi i casi flussi verso le ex-colonie anche dell’America Latina. E noi che facciamo, ce ne andiamo in Etiopia e in Somalia?

Nepal: fratture continue

Quando qualcuno in Nepal proclama un bhanda (sciopero) o chakra bhanda (sciopero delle ruote) non è uno scherzo, nessuno può circolare. Negli anni li hanno proclamati un po’ tutti: maoisti, congresso, UML, monarchici, studenti e adesso è il turno dei molti comitati che difendono i vari gruppi etnici o castali. Quando c’è un bhanda se qualche mezzo cerca di forzare il blocco è fritto. Le auto sono prese a pietrate, alle moto vengono portate via le chiavi e , a volte, bruciate; i veicoli dei giornalisti, di norma, incendiati. Anche le ambulanze sono guardate con sospetto perché, spesso, diventano un bus collettivo. Gli unici che possono circolare, di solito, sono i risciò che fanno affari d’oro. Per l’economia è un disastro perché ogni rifornimento è bloccato (già di solito manca benzina, cherosene e corrente elettrica).

Kathmandu diventa un posto irreale, torna indietro di decenni senza auto, rumore, inquinamento. Sarebbe bello, ma la gente e’ incazzata; non ne può più di vedersi bloccata a casa, con i negozi in penuria di genere alimentari, qualcuno distrutto perché apre. Forzature del bhanda sono state segnalate in diverse parti di Kathmandu con scontri fra la gente e i manifestanti. Qualche volta è intervenuta la polizia con un centinaio d’arresti. Sono mobilitati oltre 6000 uomini ma gli stessi comandanti dichiarano di non essere in grado di mantenere l’ordine. Adesso è stato proclamato un nuovo sciopero, finito quello dei Chetri, Bhaunu, da parte del NEFIN (Nepal Federation of indigineous nationalities) e del Agitating Indigenous Nationalities Joint Struggle Committee (NJSC). Nel Terai inizia quello dei Mahadeshi, ma tutto il Nepal è in agitazione.

All’interno di queste organizzazioni (la cosidetta società civile) s’agitano politicanti e gente in cerca di visibilità, facili consensi, demagogia diretta a cercarsi una base elettorale per le prossime elezioni. Alle conseguenze di questa cagnara non ci pensano. Le ragioni le abbiamo viste in altri post e la sensazione è che al governo stia sfuggendo il controllo della situazione. Ormai qualsiasi soluzione si propone trova qualcuno contrario che inizia uno sciopero. Come sempre in questi casi si cerca un nemico su cui far confluire la protesta: gruppi terroristici, monarchici, potenze straniere. Questo è il senso delle ultime dichiarazioni del governo, maggiore responsabile di questo immenso casino.

Sarebbe bastato proporre la divisione in quattro province geografiche, dotate di qualche potere federale e nessuno avrebbe scoperchiato il pericolassimo pentolone avvelenato delle varie etnie.

Per la cronaca il NEFIN, l’agitatissimo comitato che sta cercando visibilità politica creando mare di casini, è stato finanziato, fra gli altri, dall’Unione Europea e dalla ONG Care, complimenti. Un altro disastro da imputare ai donatori internazionali e ai teorici della “società civile”, disvantaged groups e protection of ethnic minorities.

Oggi (23\5) una grande e bella manifestazione. Migliaia di persone sono sfilate fino a Durbar Marg (dove c’era la residenza del Re e la strada principale di Kathmandu) per chiedere un Nepal unito, pace e armonia fra le varie comunità. C’erano studenti, professionisti, genete comune distrutta dopo 3 giorni di sciopero e il crescere delle tensioni fra i diversi gruppi etnici e religiosi.
Le uniche bandiere quelle del Nepal.

Kathmandu: smart city

Thapathali, Teku erano i quartieri che chiudevano a sud la vecchia Kathmandu; c’erano templi antichi e dilapidati sulle rive del sacro fiume Bagmati. Già decenni orsono era un area abbandonata malgrado fosse d’interesse storico, artistico e religioso. Negli ultimi 20 anni, come in altri 60 insediamenti lungo i fiumi (Bagmati, , Bishnumati, Manahara) che attraversano la Valle, sono comparse le baraccopoli costruite da oltre 50.000 nepalesi fuggiti dai villaggi delle colline o del Terai per paura della guerra, mancanza di terra, cercare fortuna. Come nell’antichità gli insediamenti sono nati dove c’era acqua per lavare e per cucinare anche se imbevibile.

Scene tristi sul fiume secco e sporco, circa 300 baracche sono state demolite, le cianfrusaglie dei poveretti schiacciati dai bulldozer (comprati con i soldi dell’assistenza internazionale), bambini e donne piangenti, stracci dappertutto e giovani incazzati che si picchiavano e tiravano pietre alla polizia: 12 feriti e una trentina d’arrestati. Lì nella curva del fiume vivevano 2000 persone da oltre 10 anni, i bambini andavano a scuola, qualche fortunato genitore a labvorare, le donne cucinavano sui fornelletti a gas o cherosene, erano certi di rimanere.

La baraccopoli è’ chiamata UN Park, perché sulla strada che porta ai lussuosi compound degli uffici e delle case dei burocrati internazionali. Tutti i giorni passavano da lì nelle belle jeep bianche e vedevano le baracche, i poveracci accovvacciati per terra che accendevano fuochi con qualche pezzo di legna, i bambini che uscivano dai teli, vestiti con stracciate divise scolastiche e se ne sono impippati. Unico segno d’attenzione un bel report patinato dell’Unicef (sugli urban children) e della World Bank che racconta la caotica urbanizzazione. Entrambi i rapporti suggeriscono i rimedi, senza aver fatto niente per controllare e limitare i problemi. Anche a Teku, l’unico intervento strutturato, è stato quello della polizia. Donatori e governi hanno lasciato che, per 20 anni, i problemi crescessero, non si è fatto niente per creare le condizioni perché questa gente rimanesse nei villaggi, non si è intervenuto per risanare o creare abitazioni civili.
Ora il governo promette Nrs. 15.000 e una futura, improbabile, abitazione a Bungamati. Per adesso la gente è per strada.

Dopo decenni, un bel giorno, proprio sotto il governo dei maoisti e di “servire il popolo” è venuta l’idea di creare una “shining Kathmandu” con strade larghe, centri commerciali, fioriere, giardini. Tutta la spazzatura, umana e materiale doveva essere rimossa e in fretta. Lo stesso è accaduto lungo tutte le principali vie di comunicazione verso Dhulikel e a Tankot verso Pokhara, il Terai: Kalanki-Rabhi bhawan section, Maitighar e Tinkune. Solo nelle aree centrali di Kathmandu, Baneshwor e Lazimpath, dove vivono i più benestanti, l’abbattimento è stato limitato e lento.

Niente da dire sulla necessità del make-up di Kathmandu, una delle città più scassate e caotiche del mondo, chiusa in una Valle e con un urbanizzazione velocissima, nel 1971 solo il 4% della popolazione viveva nelle città, oggi si supera il 15% ;spostamento che è avvenuto in alcune città del Terai( Birgunj, Nepalganj) ma principalmente nella piccola e urbanisticamente medioevale Valle di Kathmandu. Si è anche parlato di spostare la capitale amministrativa del paese nel Terai a Chitwan, per decongestionare la Valle. Nella foto l’espansione delle costruzioni e, parte delle poche aree bianche, sono quelle diventate slums o costruite.

Tutti questi movimenti di gente hanno provocato una bolla speculativa che ha portato gli affitti delle abitazioni più sfigate a oltre Nrs. 6000 mensili, cioè la metà del reddito di un nepalese fortunato. Acquistare una casa, anche nei nuovi casermoni della periferia, non costa meno di 300 euro al mq, con tassi dei mutui che superano il 10%. Risaie, campi di mostarda, foreste di bambù e yarcanda sono stati spianati e riempiti con blocchi di cemento. I templi, pagode, stupa che hanno resistito durante questa corsa ventennale alla costruzione sono, ora, schiacciati, nascosti, spaventati dalle brutture che gli sono comparse intorno.

In questa situazione di mercato non sorprende che alcuni squatters siano dei furbacchioni che hanno le attività e case altrove, ma sperano di ottenere la proprietà della terra occupata, seguendo promesse e protezione di politici-affaristi. Ma, la maggior parte, sono Sukhumbasi (i senza terra) di cui centinaia di ONG dovrebbe, nei loro rapporti, occuparsene. Gli insediamenti sotto il ponte che porta a Patan (Thapathali) si sviluppò dal 2006, quando i maoisti favorirono la migrazione per usare i poveracci come massa di manovra politica. Lo stesso fece l’UML (comunisti moderati) che si garantì un serbatoio di voti affittando per 20 anni (dal 2002) agli squatters (tramite le ONG locali( Society for the Preservation of Shelter and Habitation in Nepal, Mahila Ekata Samaj e Lumanti Support Group for Shelter) i terreni che sono, oggi, spianati da bulldozer e polizia.

Il sindaco d’allora, Keshav Sthapit, che si dimise per le minacce dei maoisti (ironicamente proprio per le espropriazioni) è tornato alla luce ed è diventato il responsabile della Kathmandu Valley Development Commission, con pieni poteri (e finanziamenti della Asian Dev. Bank) per rifare la città e dare un calcio nel culo agli squatters. Un tecnico.

Italia: inizio di una rivoluzione?

Ciao Enrico, Sono un impiegato con famiglia, mi piace viaggiare ma ora non ce la posso più fare. Ho il mutuo, l’IMU e tasse varie e la casa mi costa più che un affitto. Quando non arrivano spese straordinarie che mi rovinano. Avevo letto sui tuoi posts dei contadini indiani che si suicidavano perché non potevano pagare gli usurai, del progressivo appiattimento del mondo dove un impiegato di Bombay ha lo stesso reddito (basso) di uno di Milano. Questo sta accadendo,  ma in Italia la gente non s’ammazza per colpa degli usurai ma dello Stato.

Forse iniziamo a renderci conto che abbiamo mantenuto, votato e apprezzato tanti Bokassa che facevano politica come si sceglie di fare il truffatore, il topo d’ appartamenti, lo scippatore. Per arricchirsi in fretta senza fatica, sulle spalle degli altri. I partiti non esistono più, sono solo centri d’affari con il loro capetto locale o nazionale e i vari clienti. Un sistema di truffatori che si dipana dal centro alla periferia, passando attraverso enti, fondazioni, authority, comitati di garanzia, inutili, con migliaia di persone e con migliaia di politici bolliti che li dirigono e che spandono corruzione. Tutto a spese di chi lavora e produce.

Lo stato non è dei cittadini ma di queste consorterie che se ne fregano della volontà dei sudditi e vivono nell’illegalità. Guarda il finanziamento pubblico ai partiti bocciato nel referendum e girato in “rimborsi elettorali” 10 volte più alte delle spese; guarda la norma che determina il numero di consiglieri regionali da sole 2 regioni rispettata e le altre con il 30-50% di consiglieri di troppo (si parla di milioni di euro buttati). Soldi che dovrebbero andare alle imprese per i crediti che lo stato non paga o alle famiglie per arrivare alla quarta (o terza settimana).

Siamo dei coglioni, ci fidiamo dei giornali italiani che incensano Monti, della Marcegaglia (grande industria) che lavora anche grazie alle commesse statali e ai finanziamenti pubblici, ai sindacati che con cassa integrazione, buone uscite, scivoli (tutti a carico dello stato) hanno collaborato con la grande industrie a farsi i cazzi propri  e fare a pezzi il Paese. Abbiamo i costi dell’energia, delle banche, delle assicurazioni, più alti d’Europa: gli azionisti e i dirigenti di queste aziende sono parte della classe dirigente di cui Monti e la sua cricca è l’ultima espressione, presentabile.

Paraculi come i vecchi democristiani, girano cifre falsificate, inventate per dimostrare che stanno lavorando “per i nostri figli” e non per difendere un sistema di privilegi e rendite di posizione di cui sono, da sempre, parte. Non sono riusciti a eliminare un solo spreco, una sola spesa inutile dello stato ma velocissimi ad aumentare tasse e alzare l’età pensionabile. I cittadini sono in guerra con questo sistema è ed è una guerra di sopravvivenza.

Non possiamo fare come i maoisti indiani e combattere nelle foreste, non abbiamo più la rabbia né le foreste ma almeno non farci prendere per il culo e non pagare più multe, tasse (chi può), balzelli. E non votare alle prossime amministrative, non scegliere fra furfanti e malfattori. Così forse questo sistema illegale crolla e si rifà tutto: selezione classe dirigente, sistema elettorale, istituzioni. Così lo stato   non funziona più. Del resto, come hai scritto, il sistema parlamentare risale al 1800.

Ciao Renzo (in vendita)

Nepal: la fine di una rivoluzione

Come spesso accade,  ideali e buone intenzione si perdono nella più semplice materia. Così sta finendo, nel nulla, la rivoluzione maoista in Nepal o, più modestamente, il tentativo di cambiare, in meglio, la classe dirigente di quel paese. Rispetto a qualche mese fa, l’ottimismo per una soluzione positiva è diminuito.

Il Partito maoista sta perdendo il controllo e la stima della sua base, perché “la dirigenza ci ha abbandonato, mette a posto parenti e amici ma scambia il destino degli ex-combattenti con benefici politici” mi racconta Upendra (ufficiale del PLA-People Liberation Army), “ i leaders sono diventati come gli altri politici, dedicati ai giochi di potere di Kathmandu e a spartirsi i soldi che erano stati destinati dai donatori internazionali agli ex- combattenti”. E’ una storia vecchia che parte dalla cresta fatta sui soldi destinati ai campi di raccolta e che sta finendo su quelli per il reintegro sociale degli ex-combattenti. “Tutti i mesi i comandanti ci chiedevano una parte proporzionale dei nostri salari e poi ci hanno obbligato a versare una parte del contributo per il ritiro, ma che fine hanno fatto questi soldi”, si domanda Upendra e migliaia di militanti.

Vediamo, intanto i numeri. Quando finì il conflitto iniziò il conteggio dei combattenti: nel 2007 secondo l’UNMIN erano 32.250 (su questo numero sono stati quantificati i finanziamenti internazionali immensi per la gestione dei campi), nella seconda verifica sono diventati 23.610, infine 19.602. Quindi circa 12.000 sono stati considerati “disqualified combatants” cioè non riconosciuti e allontanati dai campi. In parte erano furbacchioni che cercavano di scroccare qualche migliaio di rupie ma nel gruppo vi era l’intera YCL (Youth Communist League) che ha continuato a protestare. Ulteriore verifica effettuata dal  Comitato Speciale formato dal Governo Nepalese (l’unico che ha funzionato e ha portato risultati) ha ulteriormente ridotto il numero a 17.076. Di questo gruppo in una prima fase, circa un mese orsono, 9.705 scelsero d’integrarsi nell’esercito regolare, oggi questo numero è sceso a 3.129. Le ragioni:  “Noi volevamo entrare nell’esercito per avere un lavoro, non per fare la rivoluzione, ma vogliamo essere riconosciuti per la nostra anzianità e i nostri gradi, abbiamo perso ogni speranza di cambiare questa società, visto come si sono comportati i nostri capi” in più, continua Upendra “pensiamo che ci avrebbero considerato soldati inferiori, perdenti a cui affidare i compiti più umili, senza riconoscimento dei gradi e delle posizioni”. Questa è, da sempre, la posizione dei duri all’interno del partito maoista (ormai separati in casa) e sta diventando l’opinione della maggioranza degli ex-guerriglieri.

 Poi, come sempre, entrano in ballo i soldi. Il Partito chiede ai comandanti della PLA (People Liberation Army) circa euro 3, 4 milioni che sarebbero ancora nelle loro casse, raccolti con la tassazione dei militari e con i fondi affidati dai donatori internazionali per la gestione dei campi. Una situazione già sollevata, nei mesi scorsi, dai militanti e dal gruppo di Baidya che non ha avuto risposta perchè, presumibilmente, questi soldi sono spariti nelle tasche dei dirigenti, comandanti e il  gruppi nel partito.  Nel passato,  il Partito, giocando sui numeri dei combattenti, si era già messo in tasca qualche centinaia di migliaia di euro. Baidya , Ram Bahadur Thapa e CP Gajurel (I maoisti duri) sono rimasti esclusi da questo ultimo traffico di soldi e continuano a richiedere spiegazioni, fino a minacciare la scissione (sembra un po’ la Lega Nord). Di positivo rimane che armi e depositi sono stati consegnati (ufficialmente) all’esercito regolare e i cantonments dove erano raccolti i guerriglieri sono in fase di chiusura.

Il dato di fatto più preoccupante è che il Partito sta perdendo il controllo politico e organizzativo di una grande parte dei combattenti (oltre che della base), sfiduciati, disillusi e incazzati e delle migliaia di ex guerriglieri (nel pasticcio fatto dall’UNMIN) non riconosciuti. I fondi stanziati per il ritiro volontario,  a cui hanno optato la maggioranza dei guerriglieri, sono insufficienti; il reintegro dei combattenti nella società difficile.

Parte del malcontento può essere intercettato dai duri del partito (o del nuovo partito che questi, probabilmente formeranno) ma, come già accaduto in questi mesi, c’è chi, fra i vecchi combattenti, ha messo su bande di rapinatori, contrabbandieri di legno pregiato, taglieggiatori vari (quando girano troppe armi se ne trovano sempre). Tre ex maoisti sono stati arrestati con bombe destinate ad obiettivi nella capitale, altri minacciano rivolte. Il rischio è un ulteriore peggioramento della sicurezza e nuovi conflitti politici e sociali.

Intanto, dove tutto era iniziato quasi 15 anni orsono, nella Repubblica maoista del Rolpa (Nepal centro-occidentale) niente è cambiato, mi racconta un amico giornalista nepalese che vi è stato nei mesi passati. Stessa povertà, stessa mancanza di servizi solo, per fortuna, è finita la paura e le minacce (di esercito e maoisti). L’unica novità è l’intenzione di creare una specie di museo della Guerra Popolare a Holeri, dove nel 1996 fu attaccato il posto di polizia, evento considerato l’inizio della” Rivoluzione”. All’interno armi e fotografie; un monumento ricorda i morti, saggiamente, di entrambe le parti.

Concordato per Pashupatinath: Shiva e i maoisti d’accordo

Licia, con il suo commento, mi ha spinto a dare un occhiata sull’accordo (una specie di concordato in vigore dall’8 aprile) fra lo stato e il potente gruppo dei sacerdoti di Pashupatinath.E’ un evento storico poiché, dopo oltre 700 anni, il potere civile ha messo il naso nella gestione di uno dei più sacri templi dell’Asia.

Di Pashupatinath e della sua importanza nella tradizione Shivaista ne abbiamo già parlato. Qua salgono migliaia di fedeli da tutto il sub-continente indiano per venerare una delle più importanti e antiche emanazione di Shiva, Pashupati, Signore degli Armenti e primordiale ordinatore della terra. L’antica foresta, pressata dalle nuove costruzioni, sale sulla collina dove viveva il Signore dell’Himalaya, le donne cercano fertilità fra i mille linga (alcuni antichissimi) che riempiono le scalinate, i molti templi e gli Ashram. Per gli uomini toccare le palle dei molti tori sacri (Nandi), il veicolo prediletto di Shiva e inseminatore della Vacca Sacra (la Terra). I defunti, anche i sovrani, sono ridotti in cenere sulle rive del fiume Bagmati, in un viaggio che inizia propizio fino al Ganga e che evita altre reincarnazioni nel faticoso Samsara.

Shiva percorse il cielo, per millenni, impazzito quando Parvati, scacciata dagli altri Dei, si suicidò. Nel suo vagare il corpo della bellissima dea si disfece e la vagina cadde proprio dietro la collina dove è stato costruito il tempio di Guhyeshwari, Posti antici, mitici e pieni di energia.

Migliaia di fedeli arrivano dall’India durante le feste, il massimo nello Shivaratri, con pulman, a piedi e sono ospitati nei dormitori che precedono il complesso. Oltre a riso, dolciumi, polvere di sindu, i pellegrini donano anche tanto denaro, che è stato quantificato, per la prima volta, in oltre euro 500.000 all’anno.

Il tempio principale, dal 1804, è gestito dai sacerdoti Bhatta, brahmini specializzati nei riti vedici che sono scelti nei templi del Karnataka. Fu una decisione dei sovrani nepalesi per evitare dissidi fra le molte scuole hindu nepalesi. Il sovrano e  il brahmino di corte (Bara Gurujii) sceglievano fra i quattro sacerdoti, il Mul Bhatta, l’arcivescovo di Pashupatinath, che rimane in carica per cinque anni. A lui sono affidate le puja giornaliere che iniziano alle 8 e finiscono alle 18, ogni giorno. Offerte al sacro linga, recitazione di inni, benedizioni dei fedeli, distribuzione dei cinque sacri elementi (panchmrit) e così via. Solo loro possono entrare nel tempio principale e dirigere i sacri riti nelle feste e porre la tika sulla fronte del sovrano per benedire il suo regno durante il festone dell’Indra Jatra.

Gli indiani sono assistiti, a rotazione mensile, da 101 Bhandari, sacerdoti newari (l’etnia originale di Kathmandu). Questi due gruppi si dividevano il malloppo delle entrate 1\3 ai primi e 2\3 ai secondi. Marginalmente venivano anche pagati i Bishet e i Rairakami, amministratori, guardiani e membri dei Guthi (parrocchie) dei templi minori.

Le donazioni in oro, argento, pietre ed oggetti finiscono nel tesoro del Tempio che è stato anch’esso rendicontato. Le spese per il mantenimento della struttura e del personale è calcolato in circa euro 30.000 al mese. Nel corso dei secoli, ogni tanto, scoppiavano liti, dissidi e contestazioni sull’utilizzo di questo denaro fra i sacerdoti e i fedeli. Ma nessuno ha mai toccato questo meccanismo, garantito dai sovrani, fino all’arrivo del primo governo maoista di Prachanda nel 2009.

Allora, nel fervore rivoluzionario, i giovani maoisti cercarono di scacciare i sacerdoti indiani (sostituendoli con raccomandati nepalesi), di controllare la gestione e il tesoro del tempio. Dovettero ritirarsi per le proteste della gente comune che, ancora, crede nella santità del luogo e dei suoi guardiani e vuole evitare che, una volta defunti, i riti non siano perfetti obbligandoli a rinascere in questo mondo del cazzo. L’unico risultato fu la creazione del Pashupati Area Dev. Trust, autorità civile, che dovrebbe coordinare la gestione del complesso.

I maoisti non avevano però tutti i torti, come mi disse un sacerdote Bishet (nepalesi): una gestione più trasparente avrebbe eliminato le accuse agli stessi sacerdoti di mal gestione dei fondi. L’importante che gli stessi restino a Pashupatinath, per assicurare la conservazione e la gestione e non finiscano, come si era ventilato, in qualche fondo governativo.

Oggi, sembra, che il risultato sia stato raggiunto e che l’accordo accontenti tutti. I fondi rimangono lì e i sacerdoti si vedono riconoscere uno stipendio, almeno, trasparente. I quattro Bhatta riceveranno euro 300 al mese più un indennità di missione (arrivano dall’India) di euro 30 giornalieri, più pensione, e un assistente; il Mul Bhatta (vescovo) euro 2.500 al mese, più autista e pensione e casa; i 101 Bhandari (in carica quattro mesi ogni 7 anni) una indennità annua di euro 3500. Per tutti gli altri vi è un salario pari a quello dei funzionari dello stato di basso livello (cioè circa euro 200 al mese). Questa struttura di salari impegnerà circa il 70% delle entrate, più o meno come prima. Nella foga di trasparenza sono state piazzate videocamere nei pressi dei box delle offerte, per dire che fede e accordi possono non bastare.

Documentari e storie dal Nepal e dal Mozambico

Nel 1990 eravamo con Angelo Fontana in Nepal e, ciondolando su e giù, abbiamo girato questo documentario. O meglio l’ha girato Angelo che è un bravo regista. Sono immagini ormai vecchie, alcune girate in pellicola 8 mm.

Partiamo da Kathmandu (video) e ci troviamo fra i sadhu dello Shivaratri, dove il Dio della Distruzione e della Creazione è venerato con grandi fumate d’hashish. Donne in fila per recarsi nei templi e deporre sui linga riso, dolciumi, sirdur. Poi il bagno purificatore nel sacro Bagmati, senz’acqua e inquinato, ma che scorre verso il sacro Ganga.

Seguiamo il carro di Machendranath (video)che da Bungamati gira fino a Patan, tagliando fili elettrici e schiacciando qualche fedele. Il sui viaggio deve essere proprizio per i newari della Valle perchè Machendranath è il Signore dei Naga, i mitici Serpentoni che controllano il ciclo vitale del monsone in suo aiuto le decine di Kumari (le dee bambine) simbolo della Madre Terra. Se il carro, dal pinnacolo altissimo, casca, si rovescia, ammazza qualche fedele (come è accaduto allora) l’anno non sarà proprizio, i monsoni erranti e la Madre Terra sterile. Anche quest’anno, in questi giorni, il carro è in giro per la città. Fortunatamente tutto è a posto.

Che bello il Dolpo, senza montagne altissime, distante, allora primitivo. Pochi i turisti, niente lodge, tutto era da portare a spalla. Lassù, in quello spicchio d’altipiano tibetano ma politicamente nepalese, ci sono solo patate e yak. Lassù c’è il turchese lago di Paskumdo, l’antico monastero colorato, il lama ubriacone. Lassù, le pietre appilate che formano gli stupa, devono essere aggirate in senso antiorario (opposto al buddhismo tibetano) perchè ciò vuole l’antica religione Bon. Prima che il buddhismo s’imponesse in Tibet in una lotta sanguinosa di potere (7° secolo) , maghi, esorcisti, santoni cercavano di propiziare il bene e allontare il male con riti strani, in parte, poi, incorporati dai lama tibetani. Lassù, fra pianure e cielo, finisce questo documentario.

Con Angelo, nel 2006, ci siamo ritrovati in Mozambico, lì erano attivi dei progetti di sostegno all’infanzia, un po’ malridotti allora e praticamente scomparsi oggi. Bambini pescatori, bambini che fanno fatica a studiare e a curarsi. Bambini che raccontano la loro vita, i loro problemi e quelli del loro paese (video). Nei villaggi intorno a Vilankulos fra pescatori e agricoltori,  i curandero  (video) s’affiancano a quanto portato dai medici occidentali,

Poi da Maputo (video), a Vilankulos (video), Beira (video) per cercare di capire e far capire questo paese, squassato fino a pochi anni prima dalla guerra civile, con vecchi portoghesi che cantano, malinconici, il Fado, con tanti migranti che cercano fortuna (e a volte prendono botte) nel vicino Sud- Africa, o stregoni che mantengono in vita antiche macumbe. Fino all’estremo nord, l’isola di Pemba, gli antichi forti costruiti secoli fà dai portoghesi. Anche qui un bambino racconta la storia del suo paese.

 Oggi il Mozambico è d’attualità, l’ENI ha scoperto ingenti riserve di gas naturale che può farlo diventare, grazie anche al traino del Sud-Africa, una dei nuovi “leoni” africani. A nord dove siamo andati a vedere gli antichi forti portoghesi, investitori intrenazionali stanno comprendo le terre per costruire hotels e villaggi per il famelico turismo. Posti bellissimi nel nord del Mozambico, le isole di Pemba, o intorno alla Island of Mozambique, dove parte del documentario è stato girato.

Tutti sull’Everest…. se pagano i contribuenti

Mentre in India si tratta, con I più duri maoisti indiani, I cugini nepalesi sono alle prese con beghe di partito. L’ala dura non partecipa alle riunione, chiede le dimissione del governo a guida maoista di Bhattarai e pensa a riunire tutti i piccoli partiti di sinistra CPN (Maoist) di Matrika Yadav, Revolutionary Communist Party e Janamukti Party. Chiedono una costituzione popolare le dimissioni del Primo Ministro. Sembra una lotta di potere fra chi lo gestisce e chi è rimasto fuori. Se il maoismo nepalese era, rispetto a quello indiano, una tiepida imitazione ora è diventato un partito, nel male, come gli altri. Una parabola comune a molti rivoluzionari.

L’ultimo caso è stata la decisione del governo di stanziare euro 200.000 per una spedizione sull’Everest (Sagarmatha) comandata dal figlio del leader maoista Prachanda, Prakash. E’ insorto mezzo Nepal, sono scesi in piazza i partiti di opposizione, e infine il governo ha ritirato il finanziamento. M’immagino la scena, Prachanda và dall’amico Battharai e gli dice: guarda ti ho fatto diventare primo ministro e adesso mi devi qualche piacere. C’è mio figlio che non sa cosa fare e ha pensato di farsi un trekking sll’Everest, dargli qualche soldo così è contento e non mi rompe i marroni”. Così nacque l’idea Lumbini-Sagarmatha Peace Mission 2012’.

Ma anche noi italiani non abbiamo scherzato, nel 2011 abbiamo portato la Bandiera, che incita a diffondere e rispettare in tutto il mondo i Diritti Umani, firmata presso la Fondazione Nuova Italia dall’attuale sindaco di Roma, Alemanno (Share Everest 2011). Anche lui è stato qualche volta ospite dei suoi amici che gestiscono la Piramide. Gli obiettivi erano fondamentali: pace nel mondo, salvare la natura, diventare tutti più buoni. La spedizione rientrava nelle attività scientifiche Everest-K2-CNR che gestisce il triangolo di vetro, piazzato sulla strada per il Campo Base dell’Everest, finanziata dal CNR (un pò in crisi di liquidità) cioè soldi pubblici.

E’ gestita e inventata (da oltre 20 anni) dal comitato Everest-K2-CNR. E’ una bella costruzione di vetro, con sauna e  altre comodità, e quando salgono i membri del Comitato ( e amici) anche di una discreta cucina italiana, è stata appena dotata di un controllo di gestione a distanza che ha tolo qualche posto di lavoro agli sherpa ma permette di risparmiare energia e non obbligarli (forse) a trasportare fin lassù l’inquinante cherosene. Permane il problema dell’acqua perché, quando arrivano amici e conoscenti si tende a prosciugare il vicino laghetto. Dentro c’è anche qualche cyclette per gli esperimenti scientifici.

Una splendida iniziativa tutta italiana (o all’italiana), ormai ventennale, gestita dell’ex scalatore ed abilissimo manager e comunicatore Agostino Da Polenza che ha costituito, in appoggio una rete di società specializzate nell’organizzare spedizioni d’alta quota con parenti e amici. Mountain Equipe, Mountnet e Promontagna srl. Tutte società che operano anche con enti pubblici.

Cosa s’è fatto, in 20 anni, nella piramide. Vediamo il sito: Meccanica ed energetica del cammino in salita con carichi; gestione delle risorse in condizioni estreme; Effetti dell’ipertensione polmonare sulla capacità aerobica in alta quota, Salute respiratoria nei soggetti residenti in alta quota ed esposti ad inquinamento ambientale “indoor. Non siamo scienziati ma possiamo azzardarci a tradurre: vediamo quanto faticano i portatori e quanto respirano male quando cucinano nelle loro case piene di fumo da cherosene o legna (situazione simile in tutto il Nepal) o che dalla Cina arrivano nuvole di smog. 

Poi, Conservazione delle biodiversità: la comunità di grandi mammiferi e la struttura ornitica nel Parco Nazionale di Sagarmatha. Analisi demogenetica e demoecologica della popolazione Sherpa nella valle del Khumbu (vedere come sono fatti gli Sherpa). Contributo allo studio dell’assetto geologico e dei processi di collisione continentale in Himalaya nord-occidentale; Karakorum. EARTH – Ecological Activity for Refuse Treatment at High-Altitude (hanno provato una stufa per bruciare i rifiuti ma, malgrado questo esperimento e quanto portato a valle dagli sherpa ci sono ancora tonnellate di rifiuti), NATUREnergy – New Advanced Turbo Utilisation of Renewable Energy (riga di pannelli solari insufficienti all’energia della piramide).

A tutte queste iniziative hanno partecipato e viaggiato docenti di molte università italiane ed estere giornalisti (spesati) e ciò ha contribuito a rendere scientificamente appetibile la Piramide. Nel 2010 il CNR ha stanziato euro 260.000 per l’Associazione ed euro 3.000.000per il Progetto Share (Stazioni ad Alta Quota per la Ricerca sull’Ambiente) promosso dall’Associazione del bravissimo Da Polenza che ha coinvolto anche la ONG Cesvi (di Bergamo come lui) mai vista in Nepal.

Come dar torto agli invidiosi Scoiattoli di Cortina quando affermavano di aver pagato solo 15.000 euro a testa, per lo più grazie a sponsor privati per la loro spedizione al K2. E di non aver nulla a che vedere con i «milioni pubblici sprecati dagli altri». Da Polenza rispondeva: «Carta canta. I nostri costi sono di 900.000 euro per le 3 spedizioni alpinistiche a Everest, K2 nord e sud. Oltre a 400.000 per la parte mediatica(i giornalisti al seguito?) . E 700.000 per quella scientifica, che però non è pagata da noi. I fondi sono interamente sostenuti da sponsor privati e il nostro bilancio è aperto è pubblico» (Corriere della Sera, 28 luglio 2004). Non scherzano, però, euro 2.000.000 per tre spedizioni. Bè il bilancio sul sito non c’è, pur essendo un Associazione senza fini di lucro. O nò.

Tanti siti web nel mondo contro la corruzione

Qualche tempo fa scrivemmo un post sul sito indiano I Paid a Bribe, in cui chi aveva subito grandi o piccoli soprusi poteva raccontare la sua storia. L’idea di un sito,  che rendesse pubblici e a disposizione anche delle autorità (nel caso in cui qualcuno decidesse d’agire) i casi di corruzione,  è stata un invenzione dei due coniugi Ramanathan a cui si aggiunsero amici e gruppi d’opinione. Come l’Italia in Europa, l’India è uno di paesi più corrotti del mondo, come già segnalato da Transparency International. Poiché la classe dirigente e i funzionari da essa  delegati sono simili in tutto il mondo, l’India ha esportato questo modello di denuncia pubblica.

A Nairobi per entrare in una scuola secondaria bisogna allungare una trentina di dollari al preside, per passare un esame di guida in Pakistan serve oliare il funzionario con una quarantina di dollari, per avere un passaporto in Nepal bisogna mollarne un centinaio. Sono stati segnalati oltre 600.000 casi di piccola e grande corruzione e l’iniziativa sta diventando globale, come il fenomeno. In Buthan il governo ha istituito un sito simile, in Cina sono stati subito chiusi dalle autorità, in Kenia lo scorso dicembre ha già raccolto oltre 700 segnalazioni , molti altri hanno chiesto l’affiliazione il know how a quello indiano. In Kenia è stato segnalato, fra l’altro, che i funzionari vendono certificati d’identità ai profughi somali senza alcun controllo, con il rischio di favorire infiltrazioni di terroristi. Qualcosa è successo grazie alle denunce del sito indiano, il governo del Bangalore ha riformato l’Ufficio della motorizzazione per eliminare la mazzetta sulla patente. Amcora poco.

Le ultime elezioni regionali (6 marzo) indiane hanno visto la pesante sconfitta del Congresso e la stanchezza della gente verso il sistema di potere della dinastia Gandhi, e della corruzione che ha generato. A Goa, Manipur, Punjab, Uttar Pradesh e Uttarakhand e nel popoloso Uttar Pradesh vincono  il Samajwady Party (socialisti), il Bahujan Samaj Party (centro –sinistra) e il BJB (centrodestra secondo partito in India), perde ovunque, drammaticamente, il Congresso.

La gente non c’è la fa più, grande e piccola corruzione frenano la crescita dei paesi, tolgono possibilità di sviluppo e opportunità. In Italia bisognerebbe rinforzare le reti internet se qualcuno mettesse su un sito simile. Si parla sempre d’evasori. ma poco del dato che molti di questi sono corruttori (soldi neri per le mazzette) e corrotti (soldi ricevuti e non dichiarati), si è calcolato cje i soldi pubblici spesi per appalti ed acquisti sono gravati da una media del 10% di mazzette e che le immani spese dello stato sarebbero sensibilmente inferiori solo riducendo la tassa della corruzione (per non parlare degli sprechi).

Ultimo decennio: 1, 3 trilioni di dollari spesi per i poveri nel mondo….

Nello scorso post abbiamo letto che la povertà persiste, anzi in alcune aree aumenta, malgrado siano stati spesi (fra tasse e donazioni) circa USD 1,3 trilioni nell’ultimo decennio (130 miliardi nel 2010), da quando è partita la grancassa dei MDGs. A questa massa di denaro, investita dagli stati (le nostre tasse), si deve aggiungere qualche decina di miliardi di dollari proveniente dalla donazioni private. Questo flusso di soldi fluisce verso i governi dei paesi poveri, le organizzazioni internazionali, il sistema delle ONG (circa il 15%). Si calcola che fra stipendi, consulenze, spese di struttura, acquisti nei paesi donatori circa il 55% rimanga dove è partito.

I risultati sono penosi se comparati all’investimento, la povertà aumenta nelle aree escluse dalla globalizzazione e dal libero mercato e tutti gli indici (salute, istruzione, sicurezza, discriminazione) migliorano solo grazie alla diffusione delle tecnologie e delle conoscenze (dove queste arrivano). Metà del mondo vive ancora con meno di 2 dollari al giorno. Le ragioni della scarsa efficienza dell’industria dell’assistenza internazionale sono riassunte dal Pilot Aid Transparency Index 2011. Il rapporto segnala la mancanza di trasparenza e di efficacia degli aiuti internazionali (dove vanno a finire i soldi e come sono utilizzati) sia del settore pubblico (Official Development Assistance) che privato (poiché riceve parte dei soldi dall’ODA).

Negli anni gli attori hanno cercato di fare un po’ di propaganda con una serie di summit e proclami ( Parigi-2005; Accra 2008 e il roboante 4th High Level Forum on Aid Effectiveness (?), Busan in Novembre 2011) per pacificare i tax payers che sembrano sempre meno fiduciosi sulla qualità degli aiuti internazionali. Il Rapporto dice che è stata la solita carta patinata, tutto è rimasto uguale. Gli interessi fra donatori e beneficiari istituzionali sono troppo forti e si possono riassumere: noi vi diamo i soldi ma lasciateci stare in pace a non fare un cazzo, voi li prendete e fatene quello che volete, così abbiamo aiutato i poveri.

Il rapporto spiega tutto questo in modo più chiaro e segnala che senza trasparenza non vi è possibilità per nessuno di controllare e valutare l’efficienza degli aiuti internazionali, come scrive lapidario: “Without this fundamental first step all the other aid effectiveness objectives become harder, if not impossible, to meet”. Nessuna organizzazione internazionale raggiunge gli standard minimi e l’Italia s’infila fra gli ultimi posti. Questi dati confermano quanto abbiamo scritto e segnalato in questo Blog, anche in Nepal, dove arriva USD 1 miliardo all’anno, neanche il Ministero delle Finanze, scrivono i giornali, sa dove questi soldi vanno a finire.

L’Italia è in fondo alla classifica della trasparenza negli aiuti internazionali. Parte dei finanziamenti elargiti dal Ministero degli Esteri sono fatti senza delibere specifiche, non prevedono bandi pubblici e, si sospetta, che arrivino a chi è più ammanigliato. Perciò gli sprechi sono all’ordine del giorno, basti pensare che per valutare (internamente) otto progetti sono stati spesi euro 718.000. Nel 2011 gli aiuti ufficiali italiani sono stati circa euro 240 milioni. Parte sono finiti come contributi obbligatori alle Organizzazioni Internazionali (PAM, UNICEF –che raccoglie soldi anche come ONLUS-, UNRWA, etc), il 50% per prestiti, 25 milioni sono finiti alle ONG italiane.

Abbastanza curioso che una parte di fondi destinati ad “aiutare i poveri” siano finiti per mantenere in piedi istituti prossimi al fallimento (magari un tempo prestigiosi) come l’Istituto Italo Latino Americano (euro 1,5 milioni). Alloggiato in 3.000 metri nel centro di Roma prima che i soldi per i lussi (malgrado il contributo) finissero e l’Istituto sia stato obbligato a spostarsi in locali più modesti. L’istituto organizza conferenze, mostre, presenta libri e fà formazione tutte attività che dovrebbero autosostenersi nel mercato. Sembra sulla stessa strada dell’’ISIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente), fra l’altro fondato dal mio eroe Giuseppe Tucci, da poco commissariato, perché nella pessima gestione è riuscito ad accumulare perdite fra 1 a 3 miliardi di euro (neache si sà precisamente quanto). In questi istituti, pagati dai contribuenti, vengono messi in rimessa (pagata) ambasciatori, accademici e loro parenti.

Mi perdo un attimo fra questi enti parapubblici, su cui sarebbe utile che Monti mettesse su’ un’altra Task Force per verificarne la gestione e l’utilità, perchè un lettore del Blog mi segnala la Società Dante Alighieri (qui i bilanci sono secretati) dove l’ambasciatore Bruno Bottai ha nominato con una bella lettera un residente italiano come Presidente della locale Associazione a Kathmandu, “ambasciatrice della lingua italiana nel mondo”, suscitando, conoscendo il nominato, una monsonica ilarità. Infatti, mi segnalano i lettori, il soggetto, già con qualche problemino in Italia,è adesso piantonato all’ospedale per una tentata truffa (permessi di lavoro in Italia) ai danni di una ventina di nepalesi. Si è tenuto i soldi e anche i permessi. Fatto curioso che la moglie, Presidente della ONG Help Nepal (a proposito di trasparenza) è stata anch’essa arrestata (in questo caso per traffico di patenti false) e che la stessa ONG ricevesse ingenti finanziamenti dalla ONLUS italiana Aiutare i Bambini. già conosciuta in Cambogia. Ma lasciamo le ONG per la prossima puntata.

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