Cambogia: diritti umani sfioriti

Dicembre 30, 2009

Una strada è bloccata a Phnom Penh, c’è un matrimonio. Centinaia d’invitati mangiano zuppe varie, pesce, riso, carne, s’inciuccano, ridono a volte litigano e finisce a botte. Comunque, alla fine, tutti ballano muovendosi in circolo e agitando le mani. Il tutto dura tre giorni e tre notti. In Cambogia il matrimonio è una grande festa, forse la più importante e costosa di tutta la vita.

Ed un grande affare per ristoratori, sarti, parrucchieri. Tantè che lo stato (Ministro del Lavoro) si è messo nel business ed aprirà una specie di centro per i matrimoni in grado d’ospitare 2500 persone, con immense tavolate su due piani. Uno esiste già più piccolo ma questo sarà uno spettacolo, promettono e, infatti, costa USD 1 milione. il posto (Phnom Penh’s Meanchey district) e il nome (Modern 2 Centre, dalla strada National Road 2) non sono un granchè ma il costo per invitato, in questi momenti di crisi è di soli USD 17 tutto compreso.

Anche la gran setta dei parrucchieri cambogiani risorge nel periodo invernale (più popolare per oi matrimoni) e acconcia in modi strabilianti i capelli, naturalmente splendidi, di spose ed invitati. Una potenza a Phnom Penh, tant’è che brigano per organizzare il campionato mondiale della categoria che quest’anno si tiene a Manila e gestito dalla Asia Pacific Hairdressers and Cosmetologist Association (APHCA).  Nella foto la campionessa nazionale.

La moglie arriva a casa dello sposo in una macchina simile a un albero di natale, vestiti con abiti eleganti (lui), sgargianti lei. Monaci suonano i cimbali, fanno girare un po’ d’incenso, la sposa lava i piedi del marito, vengono tagliati i capelli come sacrificio per la buona riuscita del matrimonio. Monaci e oracoli decidano la data e ciò li rende ancor più simili ai matrimoni indiani, nepalesi, e di gran parte dell’ Asia. Matrimoni arrangiati, spesso, dai parenti ma non per questo riescono male. Si dice che circa il 30% delle spose parla/incontra il marito solo il giorno del matrimonio. Sui giornali si legge spesso di suicidi di giovani innamorati che vedevano la loro storia bloccata dalle famiglie. Non è una cosa nuova perchè i Khmer Rouge obbligavano le donne (si dice 250.000) a sposarsi in base a ragioni di partito, economiche, di ripopolamento. Come in tutta l’Asia accade che gli sposi siano giovanissimi, bambini. La dote, a volte, distrugge l’economia domestica della famiglia della sposa.

Sui matrimoni sono nati ogni tipo di business, tant’è che l’anno scorso il governo sospese i permessi alle donne cambogiane che volevano sposarsi con gli stranieri, preoccupato dal crescente numero di donne abbandonate e tornate in patria in miseria. La stessa International Organization for Migration (IOM) segnalava la gravità del problema. Si scoprì un vero e proprio business specie con la Corea del Sud, che fruttava qualche centinaio di dollari alla moglie ma migliaia alle agenzie. Solo nel 2007, 1800 donne finirono in Corea, molte furono rispedite indietro (senza un soldo) dai mariti scontenti.

Ovviamente ci sono leggi, convenzioni internazionali, organizzazioni a protezione dei diritti umani che dovrebbero vigilare, controllare, reprimere gli abusi. Diritti dell’uomo, uno dei cavalli di battaglia (prima dei cambiamenti climatici) dell’industria dell’assistenza un po’ sfioriti in questa parte del mondo.

Pochi giorni fa 20 profughi Uighuri sono stati rimandati in Cina, dopo che avevano chiesto asilo politico a seguito della repressione nello Xinjiang, dello scorso luglio.L’UNCHR (organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati) se n’è fregata altamente (o è esemplare nell’incapacità) e i venti poveretti finiranno in qualche gattabuia cinese (se va bene). Il governo cambogiano è stato ripagato con una serie d’accordi che faranno fluire ben USD 1,2 miliardi. Nell’ ottobre 2008 l’UNHCR aveva dichiarato la Cambogia “paese modello” per aver siglato la convenzione sui rifugiati del 1951. Ricordiamo che qui le Nazioni Unite spendono qualche miliardo all’anno e dovrebbero, dunque, aver qualceh potere.

Qui vicino, in Thailandia, dove aver sbattuto in mare 1000 Rohingya l’anno scorso, adesso stanno rispedendo in Laos 4.000 profughi Hmong (tante donne e bambini). Questa popolazone delle montagne del Laos (e Vietnam) è ancora in lotta per far valere i propri diritti. Questi sono i discendenti dei combattenti anti Pathet Lao (comunisti laotiani) che furono ingaggiati dalla CIA per combattere i guerriglieri vietnamiti, cambogiani e laotiani durante la guerra del Viet- Nam. Ben 300.000 lasciarono il Laos dopo il 1976, la metà di rifugiò in USA. Il Primo Ministro thailandese Abhsit (si racconta che voglia fare un colpo di stato) ha assicurato “these Hmong will have a better life”. Non preoccupiamoci, l’UNHCR vigila (negli hotels di Bangkok) tant’è che durante la deportazione (avvenuta senza giornalisti e con camions militari) ha “intervistato” alcuni profughi definendoli “people of concern” cioè a rischio di persecuzione. Il buon Abshit se ne è fregato.


il buco nero delle adozioni internazionali

Luglio 20, 2009

bambinaCome previsto in altri posts, la situazione per i genitori che hanno faticato (e speso) per avere un bambino nepalese in adozione si è complicata. Il business è grande e genera appetiti contrastanti, a questo s’unisce l’abituale buco nero della burocraziazia nepalese, in cui tutto sprofonda senza avere risposte. Un bucone che s’allarga quando non vi è nessuno che comanda, come adesso. Nessuno si prende responsabilità, lo stesso però accade, leggendo la lettera sottostante (inviata dall’Associazione di genitori ADONEPAL), nel nostro magnifico e moderno paese e alle sue costose propaggini all’estero (consolato ed ambasciata in India perchè in Nepal vi è solo un console onorario).

Alla Cortese attenzione della Vicepresidente della Cai, Dott. Daniela Bacchetta

e p.c. all’Onorevole Franco Frattini

all’Onorevole Carlo Giovanardi

al Ministro Plenipotenziario Vincenza Lo Monaco, Direzione italiani all’estero e politiche migratorie – Ministero degli Affari Esteri

alla Dott. Maria Teresa Vinci – Dirigente Segreteria Tecnica CAI

agli Enti; Aibi, Aipa, Airone, Amici Trentini, Anpas, Ariete, International Adoption, Naaa.

Gentile Vicepresidente, stimati Onorevoli, il Coordinamento Adonepal, che raccoglie numerose famiglie in attesa di adottare sul Nepal, è qui, ancora una volta, per fare il punto sulla situazione adozioni ed a sollecitare un vostro autorevole intervento.

Che cosa è successo dopo il blocco delle adozioni di maggio 2007: a gennaio 2009 il governo nepalese ha ricominciato ad accettare domande di adozione. Nel mese di maggio sono iniziati gli abbinamenti, circa una ventina, che coinvolgono famiglie di tutto il mondo ed anche italiane (sappiamo di 8 abbinamenti). Inoltre molteplici fonti ritengono che il Comitato abbia già abbinato un altro centinaio di famiglie.

Cosa è successo nella politica nepalese: la situazione si è di nuovo resa instabile in questi ultimi mesi a seguito alle dimissioni del primo Ministro il 4 maggio e alla formazione di un nuovo governo. Non è ancora stato nominato il Ministro per la Donna, il Bambino e gli Affari Sociali (Mowcsw). In mancanza del Ministro, come confermato anche da famiglie americane, gli abbinamenti già avvenuti non possono essere comunicati agli enti ed alle famiglie, né le famiglie che hanno già accettato gli abbinamenti possono avere l’ultima approvazione per la partenza. Non sappiamo a cosa sia dovuta la mancata nomina del Ministro del Mowcsw, ma siamo al corrente che il vice primo ministro Bijaya Kumar Gachchhadar del partito Madhesi è responsabile della nomina. All’interno del partito stesso è in corso una controversia tra due fazioni e questo sembra essere il motivo dello stallo. La controversia non è stata risolta ed è stata affidata al pronunciamento della commissione Elettorale. Il ministero è al momento privo di ministro e non è stato affidato ad interim. Inoltre esistono problemi interni alla Commissione preposta agli abbinamenti, legati alla diminuzione del gettone di presenza, che creano malumori ed hanno come reazione la scelta di non riunirsi.

Fondati timori per lo stato attuale. La nostra amara constatazione è che dopo due anni di blocco le adozioni erano appena riprese quando si sono di nuovo bloccate a causa di una lite di partito. Ci chiediamo anche se non ci siano anche altre ragioni in quanto nel passato, anche in mancanza del Ministro, il segretario era delegato con pieni poteri alla firma dei documenti per le adozioni. Il timore è che si possa profilare una situazione come quella del 2007. Ricordiamo che la maggior pare delle famiglie hanno dato mandato sul Nepal nel 2006 o nel 2007 e sono oramai logorate da una lunga attesa che sembra non avere mai sbocchi e, in più, gli orfanotrofi sono pieni di bambini e la situazione medica in Nepal peggiora di giorno in giorno con nuove epidemie.

Cosa chiediamo: a fronte di questa situazione riteniamo che una missione della Cai sia fondamentale per favorire il prosieguo delle adozioni in Nepal, per sbloccare eventuali situazioni pendenti, per portare alla diretta conoscenza del governo la difficile situazione delle coppie italiane abbinate o in attesa di abbinamento anche in mancanza del Ministro competente. Ricordiamo che proprio nel 2007 la situazione del files pendenti fu sbloccata grazie ad una documento congiunto a firma Prodi, Sarkozy, Fillon, inviato al primo ministro nepalese di allora, Koirala, che si impegnò a risolvere la situazione. E’ ovvio che l’Italia o altri Paesi non possono entrare nelle vicende politiche di uno stato sovrano, ma crediamo che il nostro Ministero degli Esteri possa sollecitare il governo nepalese a:

1. comunicare le ragioni di questo ulteriore fermo

2. creare una linea di comunicazione più ufficiale e regolare, anche per evitare il proliferare incontrollato di voci.

3. far sì che il processo delle adozioni possa essere svincolato da momenti di instabilità politica che così spesso si verificano in Nepal, così come è sempre stato in passato.

Vorremmo infine aggiungere che, dopo tante lettere che non hanno mai ricevuto risposta, speriamo questa volta in un riscontro concreto, che mostri che le famiglie non sono state abbandonate a loro stesse e che le loro voci vengono ascoltate.

In attesa di un vostro riscontro, porgiamo i nostri più cordiali saluti

Il Coordinamento Adonepal

(adonepal.italia@gmail.com)


Un passo in Bhutan

Giugno 8, 2009

flagsIn Nepal tutto fila come previsto e con grandi difficoltà. Il governo s’allarga a dismisura per accogliere membri dei diversi gruppi di potere, i partiti si sfaldano per accaparrarsi posti (specie il Madhesi Janadhikar Forum e l’UML), i maoisti bloccano la capitale con continui chakka jam. Qua mancano veline, cantanti e regali da nababbi ma i sudditi sono comunque dimenticati. Una decina di giorni ed è già marasma, come ai vecchi tempi. La gente inizia ad essere stanca di tutto questo casino, degli scioperi che bloccano movimenti, lavoro, commerci. A Banepa, pochi chilometri da Kathmandu, nel distretto di Kavre centinaia di persone hanno attaccato la sede dei maoisti, cercato i forzare i blocchi degli stessi, sono scoppiati disordini ed è stato imposto il coprifuoco. Lo stesso sembra avvenire in altri distretti.

Da Patan è partito l’immenso carro di Rato Machendranth, Controllore delle Acque e del Monsone (già arrivato). E’ una divinità Newari (gli originali abitanti della Valle) venerata sia dai fedeli del buddhismo che dell’hinduismo tantrico da loro sempre praticato. Una forma di Shiva e del Boddhisattva Avalokitesvara che deve essere propiziato per assicurare il regolare ciclo della natura.

Questo è quanto accade nella capitale; poi incontro Bernard, ormai un freakkettone sessantenne, che conobbi a Kathmandu all’inizio degli anni ’80. Lì viveva al mitico Kampo Hotel, una stamberga essenziale molto cool in quegli anni. Non c’era niente (servizi, acqua) ma era a pochi passi dalla Piazza in quella che un tempo era chiamata Cake Street, per i numerosi negozi di torte e costava quasi niente. Lì come tanti altri viveva da anni (arrivò in Nepal con le prime migrazioni di hippy nella metà degli anni ’70) trasferendosi durante il monsone a Goa, Cochin ed altri posti sull’oceano indiano. Aveva, come molti, una piccola rendita che arrotondava dipingendo belle cartoline. Per aumentare i guadagni (allora investiti in ganja), utilizzando le sue capacità artistiche, si specializzò nella falsificazione dei visti nepalesi, uno dei servizi più richiesti per il limite di 5 mesi da sempre posto ai turisti. Un bel giorno gli astuti nepalesi hanno cambiato, senza avvertirlo, il colore dello stick del visto che s’appone sul passaporto ed è finito in gattabuia, insieme a qualche cliente.I nepalesi gli apposero un bel timbro nero sul passaporto e per cinque anni dimenticò l’Himalaya nepalese e si spostò su quella indiana. Grande viaggiatore e coltivatore d’amicizie nel tempo divenne esperto di piante medicinali, riuscì a trovare un lavoro nel proibito Bhutan e da lì è oggi ritornato.

Porta sempre bei racconti; un tempo aiutato dai prodotti locali sparava frasi e pensieri che sembravano usciti da un libro di Buddha (eravamo giovani ed ingenui). Testa e cuore chi deve prevalere, si discuteva: la testa che deve servire per togliere blocchi, preconcetti, pensieri che, fissi, impediscono lo scorrere dei sentimenti, proclamava tanti anni fa. Tramite lui ci facciamo un viaggetto in quel simpatico e dimenticato paese, il Bhutan.

Nello scorso marzo vi furono le prime elezioni, il paese divenne una monarchia costituzionale. Ma con qualche problema, molta gente è stata esclusa. I monaci e i religiosi e, specialmente, i Lhotshampa (i bhutanesi d’origine nepalese che vivono nel sud del paese. Per lavorare, andare a scuola, aprire attività devono ricevere il No Objection Certificates (NOC) e pochi l’hanno ottenuto malgrado la democrazia. Bernard ricorda che centomila furono espulsi in 24 ore nel 1989, spediti nei campi profughi del Terai, in una delle più grandi (e non considerate) pulizie etniche dell’Asia.

Anche l’economia sembra peggiorare; resiste l’export d’energia idroelettrica verso l’India e aumentano gli aiuti internazionali, malgrado tutto. Il partito di governo Druk Phuensum Tshogpa (DPT) lanciò lo spettacolare Gross National Happiness (in sostituzione del più prosaico Gross National Product) con obiettivo, fra gli altri, di assicurare l’indipendenza economica del paese. Ma Thimbhu continua a chiedere soldi ai donatori internazionali che sono ben felici di darglieli, malgrado la debole difesa dei diritti dell’uomo. Il Bhutan è posto bello e remunerativo per gli espatriati.

Racconta Bernard, che anche la gente comune (oltre gli sfigati Lhotshampa) iniziano a lamentarsi e cita un rapporto pubblicato lo scorso settembre dall’ Anti-Corruption Commission. Il 55% ha dichiarato che nepotismo e favoritismo limitano libertà economiche e opportunità e sono un freno allo sviluppo del paese. Il “misuse” dei fondi pubblici a favore dei gruppi legati alla monarchia e al partito di potere, le mazzette sono altri fenomeni indicati nel Rapporto. Più recentemente il 47% della popolazione non crede più alll’ideologia ufficiale del Gross National Happiness e nella gestione del potere da parte del nuovo governo.

In realtà Re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ha fatto un ‘opera di maquillage, conclude Bernard, primo perché si ètenuto il potere di rigettare le decisioni del Parlamento non gradite, secondo perché gran parte degli eletti sono legati da sempre, per ragioni famigliari o di potere, alla monarchia. Bernard, che ama il Bhutan, i bhutanesi, le montagne, i monasteri persi nel verde, le erbe medicinali e le gonne colorate che è il vestito nazio ale, si domanda, però, coma mai nessuno (e specie quei dormiglioni delle NU) non parlino dei problemini che, anche, qui affliggono i diritti dei meno ammanigliati.


Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

Aprile 8, 2009

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.


Marzo 10, 2009

Il mensile Kronstad (che ricordi una rivoluzione tradita) pubblica un articolo da questo blog; Liquida Magazine lo cita su un lungo articolo sui finti computers low cost indiani.
Che dire, gongoliamo e ringraziamo.


Una storia d’amicizia e amore

Gennaio 11, 2009

Questo film racconta cosa spinse l’ONLUS 12 Dicembre a nascere, a collaborare con i nostri progetti per l’educazione e la salute per i bambini Tamang di Kavre (Nepal) e un significato per le parole amore e amicizia.

Il film (un pò ridotto per collocarlo su YouTube) è stato girato da Matteo Bellizzi e da alcuni suoi amici.


Dal Nepal, per morire di freddo a Genova

Dicembre 30, 2008

Ricevo questa notizia da un amico genovese:

Il corpo del 45enne immigrato, dal  Nepal, è stato ritrovato questa mattina da altri clochard. Il cadavere era dietro un grande pilastro in una posizione più elevata rispetto ai portici del Teatro Carlo Felice, nel pieno centro di Genova. Un amico del clochard morto ha denunciato: “Alla vigilia di Natale sono venuti i netturbini dell’Amiu a buttarci via le coperte che ci aveva dato la Caritas”. “Ci corichiamo dietro la colonna uno addosso all’altro per ripararci dal freddo – ha aggiunto, invece, Felipe – i carabinieri chiamati da quelli del Carlo Felice ci hanno preso le coperte per farci andare via”.
Babu(così sono chiamati i bambini in Nepal), come tanti nepalesi, superava la disperazione con l’alcol; Babu   era stato scacciato dalla Parrocchia di Nervi (quartiere bene di Genova) dove lavorava come cuoco. Non so altro.
In città tutto è pronto per il concerto di Iovanotti e i cenoni di gala pagati dal Comune di Genova.


Nepal: giornali perfidi con il Buddha Boy

Novembre 16, 2008

buddha-boy, himalayan timesCome scritto nel post precedente, il percorso del giovane Tamang verso lo stato di Boddhisattva non è stato agevole. Polemiche e dubbi sulle sue performances (e su quelle dei suoi più stretti sostenitori) girano fra la gente e i giornali da anni. Anche perchè  Ram Bahadur Bamjan  è cresciuto fuori dai giri del buddhismo istituzionale e la folla che viene a chiedere la sua benedizione è composta da semplici Tamang e gente delle colline che i grandi e ricchi monasteri di Bodhnat non li ha mai visti. I gran Lama del buddhismo tibetano lo tengono un pò a distanza. Malgrado tutto circa 10.000 persone sono scese nella giungla di  Halkhoriya a Charkosejhadi per ricevere la sua benedizione. Qualcuno si lamenta che, malgrado le ingenti donazioni, niente è stato costruito per ospitare i fedeli.

Il gran movimento ha spinto i giornali  nepalesi a mettere il ragazzo Tamang in prima pagina, con qualche perfidia. Ricordano che la gestione dei fondi (donazioni anche da Corea e Giappone) da parte del Namo Buddha Tapoban Management Committee (NBTMC) è sotto inchiesta. Che  A team of doctors from the district hospital had tried to check Bamjan’s health, but NBTMC did not let them go close to him. With doctors being barred to check Bamjan’s health, there is no way to confirm whether he has been meditating without food. Scrive l’Himalayan Times di oggi.

Se i dottori non l’hanno potuto visitare e controllare, l’impressione è che il ragazzo sia in piena forma, fin ingrassato dall’ultima comparsa He, however, seems healthier compared to his last public appearance, conclude l’articolo. Qualche devoto più preparato, dopo averlo sentito parlare, inizia ad avere qualche dubbio sulle sue conoscenze della dottrina buddhista (Dharma) e Ram dovrebbe ancora predicare per nove giorni.

I fedeli che salgono dall’India, non numerosi, portano con sè la notizia che Chandra (la luna) è stata raggiunta da Chandrayaan-I il satellite indiano The tricolour landed on the Moon at 8.31 pm on Friday, titolavano i giornali indiani con poco clamore.


vengono per aiutarci

Novembre 8, 2008

they-come-in-the-name

Sonia e Giorgio hanno lasciato i loro commenti sul deprimente tema della qualità e quantità degli aiuti che le ONLUS/NGO riescono a dispensare ai beneficiari (vedi Tag ONLUS).
I commenti confermano la percezione diffusa, specie fra la gente comune dei paesi beneficiari (basta vedere i blogs da quei paesi sull’argomento) della scarsa efficacia (e incapacità progettuale) di molte organizzazioni dell’industria dell’assistenza e dei travet che vi lavorano. E’ un argomento su cui tornerò in un prossimo post anche perché i metodi e le pratiche seguite dall’ONLUS studiata sono, purtroppo, malpractices generalizzate, come stanno iniziando a dimostrare alcuni studi internazionali sulla qualità degli interventi delle ONG.
Per Sonia e Giorgio e per il loro conforto sottopongo la storia del ventiduenne studente, Peter Brock, che come tanti giovani che ho conosciuto, è partito entusiasta per un esperienza di volontario internazionale . E’ andato in Sierra Leone, il secondo paese più povero del mondo (secondo la classifica UN).
E’ tornato con qualche dubbio sulla capacità dei mediatori dell’assistenza (le NGO) a trasformare i fondi copiosi che ricevono da privati, aziende, governi dei paesi ricchi, into concrete improvements in the lives of the world’s poor, racconta nella descrizione del suo film\esperienza.
Peter (come il nostro commentatore Giorgio) non si è lasciato irretire dagli alti salari, dal poco lavoro e dalla mancanza di alternative che sostengono i travet della cooperazione internazionale e ha preferito raccontare la verità, dalla prospettiva della gente che vive nei paesi teoricamente aiutati.
Giustamente non si è fidato dei reports often written to please the donors who sponsored the project in question e ha scoperto che the opinions I heard differed substantially from the hopeful and often self-glorifying accounts given by NGO reports and UN documentaries
Vediamoci il suo film. http://www.baibureh.org/


Buon Diwali o Tihar

Ottobre 27, 2008

In Nepal sono iniziate le feste del Tihar che raggiungeranno il culmine fra tre giorni quando s’accenderanno file di lampade e lumini (questo traduce Tihar o Diwali) nelle case e nei templi di tutto il subcontinente per propiziare la Dea Lakshmi
La consorte di Vishnu è eterea come la fortuna e il benessere che rappresenta, a volte dipinta seduta su un fiore di loto, le scorre fra le mani un fiume di monete.
In tutte le case si preparano vassoi con dolci, noci di cocco, monete, fiori, riso e polvere rossa di sirdur, tutti segni di prosperità che vengono posti sotto i ritratti della graziosa divinità. La crisi ha fatto diminuire gli acquisti per i tradizionali regali, che, nel tempo, sono passati dagli economici dolciumi a più tecnologici I Pod.
Sembra che anche i nuovi ricchi, scettici, occidentalizzati nepalesi e indiani intensificheranno le preghiere a Lakshmi per contrastare la crisi importata da Occidente.
In India la Borsa ha perso nell’ultimo giorno di contrattazioni l’11%, sono previsti 150.000 esuberi solo fra le compagnie aeree, la crescita del PIL dovrebbe fermarsi al 7% (rispetto al 10% previsto). Non poco, a dire la verità, rispetto alla stagnazione occidentale; l’India vedrà calare le esportazioni ma resiste la domanda del mercato interno su cui hanno, da sempre, puntato.
Il rallentamento del Grande Fratello avrà ricadute sulla straziante economia nepalese e preoccupa ancor di più la probabile diminuzione degli aiuti internazionali (per la crisi dei donatori) e delle rimesse degli emigranti.
Forse la crisi farà riscoprire anche l’antica tradizione Newari (l’originale etnia i Kathmandu) in cui il Tihar segnava la fine del ciclo dei raccolti, dell’anno Samvat e il momento di fare i conti e restituire i debiti.
Le leggende raccontano di Re che riottennero il regno grazie alla Dea e di principi scampati alla morte per aver acceso lampade in suo onore, di eterne lotte fra il bene e il male. Per questo la luce è la caratteristica di questa festa e Kathmandu, come le città dell’India, sono illuminate, oggi con lampade elettriche, un tempo con lumini di burro.
In questi giorni malla (collane) e rosse tika ornano le mucche, l’animale di Lakshmi, che con latte, burro e sterco dona prosperità nelle civiltà contadine.
Malla, tika e offerte sono fatte anche al Signore del Tempo Yama, al suo messaggero il corvo e ai cani che sorvegliano, nella mitologia, le porte dei cicli della vita e della morte; il passaggio del tempo riporta all’antico capodanno dei Newari e di altre comunità indiane.
E’ una bella festa ancora sentita, vissuta e diffusa che raccoglie le famiglie, risveglia i templi e illumina la città. Un tempo il surplus di guadagni era giocato fra le strade e le piazze ai dadi o ad altri giochi d’azzardo. Oggi non più permessi dalle autorità e dalla penuria di denaro.

Oggi il Nepal riapre alle adozioni internazionali dopo lo scandalo che le bloccò nel maggio 2007, argomento per un prossimo post.