Tutti zitti: lettera di Fernanda Contri

Novembre 30, 2009

 E’ dura la vita dei blogger, specie quando si muovono politici, magari un po’ scaduti, ma sempre ben installati nei sistemi di potere che collegano e muovono affari, giustizia, politica, stampa,  in un ambiente piccolo e ben organizzato come Genova.

L’avvocato Contri mi scrive come Presidente di CCS Italia ONLUS, una delle sue  numerose cariche, associazione che ha subito qualche critica (come altre ONLUS) in questo blog. L’avvocato Contri è più nota per la sua lunga carriera politica, nelle varie istituzioni divise fra partiti, fra cui la prestigiosa e ben remunerata Corte Costituzionale.

Vediamo cosa scrive la lettera arrivata il 18/11/09:

Egregio Sig. Crespi

Ci risulta che è in atto da tempo da parte Sua un’opera di denigrazione nei confronti della nostra Associazione e dei nostri collaboratori attraverso ripetuti contatti con i nostri partner istituzionali, oltre che con una attività di comunicazione sul canale internet.

Le rendiamo noto sin d’ora che una volta raccolte le prove di questo Suo comportamento non potremo tollerare la prosecuzione di questa Sua illecita attività.

Le ricordiamo che Ella ha da poco concluso una transazione col CCS e che questa la impegna a un comportamento corretto nei nostri confronti.

La avvertiamo pertanto che nel caso in cui Lei non desistesse, ci vedremo costretti a procedere nei Suoi confronti

                                                            La Presidente (di CCS Italia)

                                                                   Fernanda Contri

Sarò un po’ prevenuto verso chi nella vita si è mosso solo nel sistema politico, sbaglierò. Ma il tono della lettera e il grande timbro minaccioso che chiude la sentenza\proclama, mi sembrano un po’ arroganti,  “non potremo tollerare la prosecuzione”.  E simbolici. per  politici abituati a ritenersi onnipotenti, viziati dallo stuolo di portaborse e clientes che li circonda e  adula per qualche prebenda o protezione. Alla mente arrivano anche i toni usati dal governo cinese, sudanese o iraniano quando “avvertivano” della censura sul Web.

La lettera dimentica  alcuni diritti (che certi chiamano fondamentali):  la libertà di esprimersi, scrivere, pensare e parlare. Cosine scritte nella costituzione italiana, convenzioni europee e internazionali. Infine, la lettera\editto mi ricorda, quando gli appartenenti alle varie alte caste  dicono ai vigili che gli danno una multa meritata: Lei non sa chi sono io (“la avvertiamo”)

Posso immaginare che, l’avvocato Contri e i suoi amici (alcuni inseriti con parenti nella ONLUS) siano stati disturbati dalle critiche sulla capacità e efficienza del CCS; ma, da persone democratiche, di sinistra, liberali e impegnate nel sociale e nella politica, un cittadino s’aspetterebbe una replica, magari dura, sugli argomenti trattati. E’ triste, non tanto per me, quanto per la democrazia (sempre santificata) sentirsi intimidito, quasi minacciato, specie da persone che hanno potere e lo possono usare nelle forme più diverse.

 Altra cosa un po’ triste è che la Contri (e i suoi apostoli) non sembrano tanto interessati agli argomenti sollevati da questo blog (che vorrebbero censurare). Non hanno mai risposto, nel merito, quanto e se i soldi donati al CCS siano utilizzati bene a favore dei bambini del Nepal, della Cambogia o del Mozambico, non scrivono al blog, magari incazzati, per contraddire, rettificare, discutere (come hanno fatto altre Associazioni).

L’impressione è che il fastidio (e relative intimidazioni) sia generato dai danni (potenziali) alla loro immagine pubblica di santoni, garanti, salvatori dell’umanità.  E, per inciso e nel merito, la “transazione conclusa” non prevede, per me, impegni di nessuna natura, oltre che relativi agli aspetti economici e lavorativi della stessa. Insomma, sembra che s’arrabattino per sfuggire al confronto sulle critiche avanzate.

Nel blog è semplicemente scritto o riportato quanto visto, segnalato,  da  “partners istituzionali”, operatori, gente dei villaggi o valutato e criticato quanto riportato nei numeri scritti nel loro bilancio . Nessuno ha mai risposto sui conti (che ci appaiono un pò stravaganti); perchè le spese di struttura sono aumentate fino a creare una perdita; perchè sono dettagliate spese di comunicazione incredibilmente elevate in rapporto a  entrate ridicole. Consideriamo che eventuali sprechi ed inefficienza non provocano danni alla Contri (e ai suoi amici) ma ai bambini e alle comunità del Nepal (e di altri paesi). Nessuno li obbliga a rispondere su queste opinioni, ma almeno che non vogliano censurarle. 

E’ questa l’ “illecita attività” di cui parla la lettera. Cosa vorrebbe la Contri, che buttassi le lettere nel cestino, che non parlassi più del CCS (o altre onlus), che non esprimessi le mie (e di altri) opinioni. Vuole che chiuda questo blog o vuole che qualcuno del suo giro si muova per chiuderlo.

Io so cosa vorrei dalla Contri, semplicemente che rispondesse, nel merito, alle opinioni e fatti scritti nel blog, come si usa fra persone civili in un paese democratico. Evitando, se possibile, intimidazioni e censure. Lo spazio del blog è sempre aperto. Se no, buona notte alla trasparenza (sempre sbandierata sul sito del CCS e del settore umanitario) e ai diritti dei cittadini.

Spero che l’avvocato Contri capisca che le cose scritte sulle ONLUS non mi portano nessun beneficio, carriera, immagine, non ho necessità di file di poltrone o persone adulanti per sostenere il mio ego. Vorrei solo dire la mia e dare spazio a quella povera gente che il CCS ha deluso, riducendo opportunità e speranze. Sperando che le critiche avanzate producano qualche cambiamento nei metodi del CCS (e di altre ONLUS) e un po più di benefici per bambini e  persone dei villaggi. Questa gente, con cui ho lavorato, ha dignità  e merita di avere spazio, parola almeno in questo blog. Perché non hanno potere, devono parlare sottovoce per non perdere lavoro o finanziamenti per i progetti che, loro, hanno costruito.

La Contri non ha bisogno di “raccogliere prove” di quella che lei definisce “attività illecita”, gliele dò io (per ragioni di spazio solo una minima parte).

Brani tratti da alcune  mail o lettere inviatemi da operatori, organizzazioni locali, persone dei villaggi del Nepal, della Cambogia e del Mozambico (prove a disposizione) 

“They said (gli abitanti dei viallaggi ndr) to Simone, why you cut our +2 teachers, copy, book etc and so on. Simone said them, now country director is Mrs. Chanda Rai. And they said who is Chanda Rai, they said we don’t know because she never visit our schools and our community”.

“Now it’s hard for me to work in ccs”

 “people from CCS Projects is making money”

 “I told some positive things and more negative things, especially the number of staff in Katmandu.”

 “CCS stop the donation with out any reason. Now change new committee. all are political man. they not good.

“they all are eating money and using for staff facility”

“I met some of the previous officers (del SWC, l’organismo governativo che controlla l’operato delle ONG in Nepal, ndr) who have seen our Child health and Shakti Electricity projects from SWC. The evaluation what have done is not satisfied”

“The original image of CCS is being changed and a new image is being emerged which is not creating a very happy feeling in us”

“they want to discontinue all the salaries paid by us to teachers and hostel staff”.

“If you are succeeding to find out some other organization to support us, we will surely leave partnership with CCS”.


Nepal: il tiraemolla dei maoisti

Novembre 4, 2009

dal Kala Pattar-everestForse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.

In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.

Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.

Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.

Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero  centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.

Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.

In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.

Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.

L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.


Riso marcio dalle Nazioni Unite, confermato da un rapporto governativo

Ottobre 29, 2009

un jeepE’ ora di cena e torniamo a parlare del riso (e lenticchie) marcio distribuito dalle Nazioni Unite in Nepal in diverse occasioni ,  una delle cause dell’esplosione di un epidemia di dissenteria che ha causato la morte di oltre 400 persone nei distretti occidentali del Nepal (60.000 colpiti). Anche in quella circostanza  nessuno ha pensato di distribuire bustine Oral Rehydration Salts che avrebbero salvato (al costo di pochi centesimi di euro a bustina) centinaia di vite.

Ne riparliamo per diverse ragioni. La prima perché il Richard Ragan Country Director di WFP in Nepal non lo sopporto ed è un noto rimbambito (caratteristica che s’unisce alle altre diffuse fra i burocrati delle organizzazioni internazionali: menefreghismo, incapacità e presunzione). La seconda perché questo è un ulteriore esempio dei metodi di lavoro in uso fra chi dice di occuparsi di cooperazione internazionale. La terza perché quanto scritto in precedenti posts è stato messo nero su bianco da un rapporto ufficiale ed è un evento straordinario almeno per il Nepal dove governo, Nazioni Unite, corrotti e corruttori si tengono la mano.

Persistono i dubbi che verranno individuati i colpevoli anche se si sogna che WFP, finisca di sprecare soldi dei contribuenti, che sia chiuso,  il suo direttore mandato a seminare zucche  e  le emergenze alimentari gestite da persone più capaci, magari locali.

Il rapporto è stato scritto dalla National Human Rights Commission (NHRC) e reso pubblico oggi. L’organizzazione governativa ha richiesto un inchiesta giudiziaria per stabilire le responsabilità dello scoppio dell’epidemia, punire i responsabili e identificare corrotti e corruttori. The constitutional human rights body underlined the need of independent commission on judicial inquiry to investigate into the issue of distribution of low quality foodstuff that caused 400 deaths and made over 60,000 people ill.

It was not a small number of deaths. The people’s right to life should not be violated,” ha dichiarato il Presidente Upadhyaya. “Altogether 366 persons had died between midApril and mid-October as per the record of the government but maybe more”.

Riguardo al coinvolgimento del WFP nel Report è scritto: It cannot be said that the food [distributed by WFP) was the only reason that caused diarrhea though the food (rice and pulses) were found polluted and reaching to the people as uneatable food. E continua: it is not the only reason behind the outbreak, multiple lab-tests of WFP-distributed samples of rice and lentil showed the items were contaminated and unfit for human consumption. Cioè, numerosi test di laboratorio hanno dimostrato che riso e lenticchie distribuite da WFP erano contaminate e immangiabili.

Il Rapporto va giù dritto e segnala che  non erano presenti “basic details and information required by the law concerning consumer rights”. Nessun controllo è stato effettuato sulle razioni di cibo e, solo dopo lo scoppio dell’epidemia,  fu fatto il primo test di laboratorio su 16, 5 tonnellate di riso in cui emerse che il cibo non rispettava  gli standard alimentari minimi.

L’imbecille,  come sempre Richard Ragan, se ne frega del rapporto (tanto lui mangia bene con euro 15.000 di stipendio mensile e benefits) e ha fatto un battutone: la distribuzione di cibo del WFP “has little to do with either human rights or the epidemic.” Il minimo è augurargli che si sciolga in merda.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


Anche in Mozambico non si scherza

Luglio 7, 2009

mozambicoSono andato qualche volta in Mozambico dove si respira un aria mista, un po’ europea almeno nelle città. Beira sembra appena uscita dalla guerra (del resto durata ufficialmente fino al 1992) s’aggirano vecchi portoghesi residui dell’impero, poco traffico, strade dissestate. Questi mangiano montagne di verdure bollite (specie patate) nei baretti ex-coloniali, quando possono corrono a Maputo ad ascoltare il fadoVillankulos e Pemba (e le stupende isolette vicine) sono state scoperte dal turismo e i sud-africani hanno costruito belle lodges. Maputo e l’area circostante è stata trainata dallo sviluppo del vicino Sud-Africa e le case sul lungomare fra cui la residenza di Mandela (e, si dice della sua amante) sono state occupate dai burocrati ( e amici) del Frelimo, il movimento marxista (ora convertito al libero mercato) che vinse la guerra. All’opposizione il Renamo, un tempo appoggiato da USA, cinesi e Sud-Africa per constratare la forte spinta sovietica nella regione. Oggi i cinesi sono i veri vincitori: costruiscono strade, sfruttano le risorse minerarie, fanno commerci, danno aiuti vincolati al business. Non solo in Mozambico ma in quasi tutta la regione sub-sahariana.

Fra qualche mese, ad ottobre, le elezioni,  che si faranno, anche qui, in presenza di una strisciante crisi economica. Le esportazioni sono calate del 36% (primo trimestre 2009), specialmente quelle di alluminio la principale, gestita dalla potentissima Mozal (ben messa con il governo, i donatori internazionali e d’origine anglo-australiana). 1000 dipendenti fra i meglio pagati in questa parte di mondo. La Mozal dovrebbe trainare investimenti stranieri in nuovi grossi impianti localizzati nel Beluluane Industrial Park, l’area industriale appena costruita nei pressi della capitale. Lodi e critiche al progetto: scuole, sanità, assistenza sociale sono assicurate ai dipendenti (prossimi per l’intera area a 5000); niente ricadute sulle aziende locali (e , dunque, sullo sviluppo economico diffuso) perché tutti i materiali ed esperti arrivano dal Sud- Africa o dall’estero.

La Mozal è una potenza: l’alluminio pesa per i 2\3 sulle esportazioni mozambicane e copre la metà della crescita del PIL (che nel 2008 è stato un bel 7%). Armando Guebuza (presidente) e il potentissimo e inossidabile Joaquim Chissano guardano con preoccupazione al crollo dell’alluminio, del gas naturale (-50%) e dei prodotti agricoli (cotone, noci, tabacco, legname, -30%) e al coseguente dimezzamento della crescita del PIL (si preannuncia un PIL in crescita per il 2009 solo del 4%), non sufficiente a ridurre la povertà, combattere l’aids (1,5 milioni affetti) e la malaria (5 milioni colpiti), estendere l’educazione nelle aree rurali (2\3 della popolazione) come era nelle intenzioni di governanti e donatori. Aumenta la migrazione verso il Sud Africa e scoppiano disordini con i locali (22 stranietri uccisi nell’ultimo mese).

Quindi, malgrado il naturale sviluppo dell’economia e del mercato: trasporti, comunicazione, conoscenze, reddito, educazione, sanità, permangono elevati gli indicatori di povertà che pongono il paese, malgrado l’enorme sviluppo degli ultimi anni, in fondo alla classifica dei paesi più sfigati: 167 su 179. In teoria, accanto al mercato, avrebbe dovuto agire la gran ghenga della cooperazione internazionale che qui ha riversato fiumi di miliardi e innumerevoli politici (molti dei quali italiani, dato che il Mozambico è il paese che riceve, tramite le ONG, il più alto obolo dalla cooperazione italiana).

Uno spicchio di cosa fanno questi proviene da un collaboratore italiano, che lavorò per 10 anni per CCS Italia (abituale esempio citato dell’inefficienza e cialtroneria delle ONG). Leggiamo cosa mi scrive (la sua mail è disponibile per i malfidenti) e per quei poveretti di Promodigital (spariti dala circolazione dopo le promesse di documentazione) che hanno pubblicizzato questi succhia soldi.

“Sono 3 anni non hanno fatto quasi nulla bel modo di fare cooperazione fanno una o due distribuzioni l’anno 50 o 60 mila meticais. 20 dollari (in Italia raccolgono euro 250 a bambino ndr) circa questo piu o meno l’aiuto che riceve un bambino all’anno. Tempo fa c’erano qui degli ispettori (i perdigiorno della teorica, ma costosa certificazione di qualità ndr) per vedere se tutto era in regola hanno dichiarato che tutto era perfetto chissa a chi hanno chiesto informazioni forse in qualche hotel a 5 stelle a Maputo. comunque questa è la cooperazione che fa il CCS (Centro Cooperazione Sviluppo ONLUS) qui in Mozambico”.

Questa mail fa mucchio con quelle provenienti dal Nepal e con l’incredibile storia dei Boat INGO People dalla Cambogia (progetti per favorire l’ammortizzamento di barche dei cooperanti come si legge). Per farci qualche altra risata aspettiamo il bilancio, che per vergogna forse, quest’anno è stranamente in ritardo.


Dai villaggi del Nepal, i disastri delle ONLUS italiane

Aprile 24, 2009

donna-e-bambinoStagione brutta per i raccolti in Nepal, il monsone è stato debole e il mais e il riso sono scarsi. Si stima un calo della produzione agricola intorno al 20-30% cioè due-tre mesi in meno d’autonomia alimentare per le famiglie. Situazione più grave nei distretti collinari centro-occidentali dove è abituale il deficit alimentare. Le solite ragioni: l’agricoltura dipende dalle piogge monsoniche niente è stato fatto malgrado ingenti investimenti internazionale da decenni per migliorare il sistema idrico (conservazione, pozzi, tanks, etc.) e l’ irrigazione dei campi. Il Nepal è uno dei paesi con le maggiori risorse idriche mondiali ma queste non vengono gestite. Un recente studio di un gruppo di economisti nepalesi (Is foreign aid working?) riporta che nel periodo 1990-2005 oltre il 50% degli aiuti internazionali sono stati destinati a sviluppare il settore energetico, l’agricoltura e il water management (7 miliardi di dollari). A Kathmandu si usano le vecchie fontane, la luce manca per 12 ore al giorno, nei villaggi non si riesce a fare raccolti sufficienti per sopravvivere e la gente deve camminare per chilometri per raccogliere l’acqua per bere e fare da mangiare.
Questa è anche la situazione dei villaggi del Timal (Kavre) dove iniziammo a lavorare nel 2003, anche lì è tutto secco e i raccolti sono stati scarsi. Fa caldo, e, forse per questo la gente sembra più incazzata.
Se non altro, prima del 2007, qualche progetto funzionava per assicurare educazione, salute, integrazioni alimentari a bambini e famiglie. L’unico che và avanti un po’ incasinato è quello per portare l’elettricità alle 60.000 persone che vivono in quest’area, solo grazie alle comunità .
Incontro insegnanti, gente dei villaggi con cui abbiamo lavorato e condiviso esperienze per anni e mi parlano con rabbia e amarezza della progressiva chiusura di tutte le attività iniziate allora: niente più distribuzione due volte all’anno di materiale didattico a 6000 bambini; licenziamneto per decine d’insegnanti; fine del progetto sanitario, delle visite mediche e delle analisi fatte a oltre 4000 bambini e 300 famiglie, dell’idea di creare un sistema assicurativo per garantire ricovero ospedaliero gratis, niente più integrazioni alimentari per 850 bambini degli asili, , fine delle classi di sostegno per i ragazzi sponsorizzati da sostenitori italiani iscritti nelle scuole secondarie, fine del supporto all’unica scuola superiore costruita nella regione (10+2) scuole costruite e non finite (come quella di Chapakori, ne avevamo già parlato) e via discorrendo.
Adesso mi raccontano, l’Ospedale di Dhulikel si è stufato di lavorare con questi cialtroni di mandare gruppi di medici a visitare i bambini dei villaggi quindi l’intervento sanitario per i bambini si è ridotto a : “arriva un dentista di una clinica privata di Kathmandu, ci guarda i denti, dice dobbiamo fare questo e quest’altro e poi arco barsa betulla (ci vediamo l’anno prossimo). La gente ride quando li vede arrivare e pensano a quanto questi spendono per non fare niente.
Breve descrizione della situazione in risposta ai numerosi sostenitori di bambini nepalesi che sperano di far qualcosa per i bambini di Kavre (Timal) tramite l’ ONLUS italiana CCS Italia (Centro Cooperazione Sviluppo) nelle scuole di Naryansthan Thulo Parsel Bolde Pediche, Chapakori, Sarsyurkarka. Le sigle sono NCS, NKS, NN (tutte), NSB NSH, NT (tutte), NBD, etc.
Misfatti scritti da tempo dagli operatori locali, alcuni dei quali licenziati per questo, e dallo stesso Social Welfare Council (l’ente governativo, oggi finalmente ristrutturato incaricato di vigilare e controllare le presunte attività delle INGO). Nei giorni scorsi Evaluation Team del Social Welfare Council ha fatto il giro dei villaggi riscontrando e ufficializzando in un rapporto questo disastro e ripetendo cose già scritte l’anno scorso. Gli scrocconi in Italia se ne fregano basta raccogliere soldi.
Eppure i soldi arrivano, come anni orsono, ma si fermano a Kathmandu e in Italia.
Su 100 euro che uno sponsor italiano versa 45 sono usati dalla sede italiana per stipendi, viaggi, meetings, consulenti per la qualità (avanti e indietro per i paesi) per il webmarketing, per la comunicazione, per i progetti, per incontri di team building per decine di persone a Rapallo.
Dei 55 euro che arrivano in Nepal più della metà sono mangiati da una banda di 25 persone locali pagate mediamente (1000 euro+benefits) e da un inutile espatriato o missionario laico (euro 2500 netti+benefits). Questi fanno gran cooperazione a favore degli hotels a 5 stelle con meeting e workshop (basta guardare il sito e le attività contenute nell’AIN, l’associazione delle INGO nepalesi). Dati tratti dal Bilancio 2007 di CCS Italia ONLUS).
Per i bambini dei villaggi ne restano meno di 25 e neanche questi arrivano e non si sa dove vadano a finire.

Poiché parte degli attuali amministratori del CCS fanno parte del sistema politico-affaristico (dal PSI in poi) che ha saccheggiato da decenni l’Italia alla faccia dei cittadini non sorprende che lo stesso avvenga per i beneficiari nepalesi. Applicano gli stessi metodi.
Qua, però, spero che la gente s’incazzi e fortutamente, ciò sta avvenendo.
Un preside mi racconta che la Country Director nepalese tale e furba Chanda Raj (euro 1500 mensili+benefits, (mentre il maoista Prachanda primo ministro ne guadagna 750) si vede 1 volta all’anno, troppa polvere e fatica. E, aggiunge bisognerebbe mandare la sua foto ai sostenitori italiani visto che i soldi destinati ai nostri bambini se li prende lei.
Poi con una faccia di merda, questi delinquenti si presentano nei villaggi e propongono un accordo con le scuole che prevede un versamento annuo (medio) di Rs. 80.000 (euro 800) per assicurare educazione, libri, insegnati magari a 200 bambini sostenuti. Cioè euro 4 per ogni bambino su 252 versati all’anno da un sostenitore italiano.
Questa proposta è fatta dai funzionari nepalesi di CCS Italia che guadagnano, per gozzovigliare a Kathmandu, euro 1000 al mese. (in un paese in cui il reddito procapite è euro 600 all’anno)
Con questi soldi dati alle scuole, mi dice un insegnante questi pagano una persona per fare le lettere e le foto dei bambini sostenuti da spedire in Italia, per raccogliere soldi per stipendi e prebende ai funzionari nepalesi e italiani di CCS Italia.
La gente dei villaggi è presa in giro da un gruppo di delinquenti e incapaci. Mi chiedono cosa possono fare, perchè tutto quello che si faceva prima per bambini e famiglie è stato distrutto.
Non ho parole. Se non contribuire a far conoscere questi misfatti ai sostenitori italiani che già mi hanno scritto esprimendo dubbi sulla capacità e serietà di CCS Italia (del resto basta leggere la pochezza delle attività nel loro giornalino).
Non è facile trovarle, ma sicuramente, ci sono associazioni migliori dove donare ed esprimere solidarietà.


Nepal: se la terra trema

Aprile 9, 2009

terremoto a kathmanduIn India e Nepal la stampa ha seguito con partecipazione la tragedia dell’Abruzzo. La gente da queste parti è abituata ai disastri naturali (alluvioni, terremoti, frane), alla necessaria solidarietà che si crea per confortare le vittime e riparare i danni; ad accettare, seppur con dolore, le imprevedibili furie delle natura. Poi, l’Italia è vista con simpatia e, i più cosmopoliti, hanno ricordato il patrimonio storico distrutto, sparso in ogni cittadina e piccolo paese. Qualche citazione per la battuta vivere in tenda come una “vacanza in camping”. I giornali e la gente hanno ricordato i tanti terremoti che hanno distrutto vite e città nel Bihar, nel Bengala, in Nepal.
A Kathmandu, poi, ogni tanto la terra trema. Ultimamente nell’ottobre 2007 e nel febbraio 2009 (intorno al 4-5° Richter). Ancora prima, nel 1998 oltre 500 morti nel Nepal orientale e nel Bihar indiano. Insomma l’arco himalayano (in costante movimento) è una zona ad alto pericolo sismico e la Valle di Kathmandu, per le sue caratteristiche urbanistiche, è considerata ad altissimo rischio, fra le 21 città a più alto pericolo terremoti. Nel 1934 la grande tragedia, solo nella Valle si contarono 5000 morti (su una popolazione di 100.000) ma morirono oltre 15.000 persone nel Nepal orientale (luogo di frattura della crosta terreste) e nel Bihar. Gran parte di Kathmandu, case templi, furono distrutti (nella foto del tempo la Piazza di Basantapur). Allora si raggiunse magnitudo 8.4;  ancora prima terremoti, di cui non si hanno molti dati, nel 1833 e nel 1904.
Oggi, un evento del genere sarebbe una tragedia immane.
Un po’ come in Italia (dagli anni ‘50), negli ultimi 20 anni a Kathmandu si è costruito a raffica senza il minimo criterio. In Italia almeno ci sono leggi che dovrebbero prevedere (spesso solo sulla carta) criteri sensati di costruzione, qui neanche quelle. Vagonate di mattoni, cemento poco armato, case simili a piramidi rovesciate, appoggiate una sull’altra, strade e ponti che si sfaldano già durante il monsone; 3.000.000 di persone accatastate nella parte centrale della Valle. Anche qui centinaia di monumenti e costruzioni storiche a cui nessuno pensa neanche per la manutenzione ordinaria.
In Nepal tutti sono abilissimi a fare dei grandi studi e, perciò, anche sul rischio di un terremoto in molti (enti nazionali ed internazionali) si sono sbizzariti. Una scossa come quella dell’Abruzzo provocherebbe 60.000 morti, il 60% delle case distrutte, il crollo di 12 su 14 strutture ospedaliere, il 50% dei ponti e delle strade distrutte, la distruzione dei già fatiscenti sistemi idrici ed elettrici.
Qui, poi, ci saranno tre autopompe dei pompieri, una cinquantina di ambulanze, e si è visto come è finito, il disaster management nazionale ed internazionale per l’inondazione del Terai.
Non ci sono neanche milioni di euro per strutturare una protezione civile come in Italia e renderla in grado di fare, pur con qualche limite, il suo dovere. Anche qui i membri delle consorterie hanno fatto poco niente per dare regole, definire responsabilità, impedire costruzioni irregolari e pericolose, pubbliche e private. Per fortuna, almeno l’Impregilo (costante attore negli scandali pubblico\privati italiani) è stata cacciata dal Nepal, dopo l’immane vergogna della diga sulla Gandaki (finanziata dalla Banca Mondiale) quando, cercò di appropriarsi di USD 50 milioni adducendo costi aggiuntivi (su un budget complessivo d’asta di 130 milioni). I meccanismi, sistemi, consorterie statali sono identici a quelli della cooperazione internazionale. Speriamo che la diga non si sfaldi come il 90% dell’ospedale di l’Aquila.
Per la prevenzione siamo, poi, senza rete mi racconta Jeevan, che ha lavorato a lungo in diverse organizzazioni operanti nel business solidale del Disaster Management. Disgustato è andato a lavorare in una banca.
Anche qui, controlli zero; case, scuole ed edifici pubblici crepati e dimenticati, nessun intervento strutturale per assicurare l’agibilità di ospedali e centri di soccorso. In compenso un gran proliferare di rapporti, relazioni, piene di sigle, spesso confuse anche per chi le scrive. Stranamente le stesse cose le dice chi dovrebbe fare qualcosa, cioè Robert Piper, UN Resident Coordinator to Nepal We desperately need to put together a plan aimed at reducing the valley’s vulnerability, and preparing the city for the inevitable, explaining that no plan exists “
Jeevan racconta che sono decenni che si parla e scrive sulla prevenzione di un terremoto, sono circolati milioni di euro, sono stati fatti centinaia di meeting e coordinamenti. Però, aggiunge, non risulta che siano previsti punti di raccolta e che su questi sia stata informata la popolazione, né che siano state costituite task forces (pompieri, esercito) con attrezzature adatte ad interventi d’emergenza, né strutture logistiche (acqua, alimentari, pronto intervento sanitario). Però è previsto il 15 gennaio, l’Earthquake Safety Day.


Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

Aprile 8, 2009

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.


Si vende la povertà sul Web?

Marzo 13, 2009

money-exchange-africa“Puntare assolutamente sull’online e puntare sulla moltitudine dei piccoli donatori. Internet rappresenta di gran lunga il modo più economico per gestire la donazione. Non svendersi, mostrare come in un periodo in cui tutti gli investimenti prospettano ritorni bassissimi, la propria causa è senza prezzo e garantisce un ritorno altissimo con l’idea di aver fatto qualcosa di buono“. Scrivono gli esperti americani di fundraising .                                                                                                                                In un altro, più nostrano,  leggo:  quando uno ha i soldi spende e compra senza nemmeno pensarci, quando uno non li ha, vuole mille spiegazioni e fa mille confronti prima di spendere e decidersi, ecco perchè nel fundraising in periodi di crisi bisogna allungare il brodo /ho dei test che mi dicono che nelle classi meno evolute mettere troppe scelte fa calare le donazioni perchè confonde. Stile un po’ vecchio, emozionale da azienda di prosciutti anni ‘90, oggi anche le aziende profit pensono più a pubblicizzare la qualità del prodotto, il valore aggiunto anche alle “classi meno evolute“, che la crisi sta rendendo più consapevoli.
Questo è il mondo in cui vivono alcuni dei fundraiser (raccoglitori di soldi) per ONLU\ONG, non sorpende che poi compaiono campagne come quella già segnalata del Tutti a Tavola: sono in un altro mondo. I meccanismi e le mentalità che stanno dietro alla vendita della povertà sul WEB non sembrano tanto dissimili dalle pubblicità commerciali o dalle vendite piramidali
Che se ne impippa della partecipazione, consapevolezza, legame con il donatore (di spazio sul blog, di denaro o di tempo), di dare informazioni, spiegare i progetti, le finalità, i risultati, basta allungare il brodo. D’altro canto il cliente dona e si libera la coscienza (“ho contribuito alla salvezza del mondo”) come un tempo le Dame di Carità. Meglio di niente, ma poi non ci si può lamentare se i propri soldi sono male utilizzati, finiscono al 70% nelle spese di gestione, o i progetti non portano alcun aiuto ai beneficiari.
I bloggers sono uno dei canali oggi di moda per la pubblicità dell’industria dell’assistenza. Sono economici, un po’ vanesi e, forse, sperano in altri spot retribuiti. Qualcuno accetta per togliersi dai piedi il richiedente come quando si regala qualche centesimo al povero postulante che ti bussa al finestrino. Qualcuno, quando si rende conto del nulla che pubblicizza, si pente.
Le aziende di webmarketing setacciano i blog, senza neanche guardarli e offrono, come spot di detersivi, progetti, bambini, povertà.
L’esempio. Dopo aver espresso dubbi su  questa forma di pubblicità, parlando di due soggetti: Promodigital (società di webmarketing) e CCS Italia (cliente), mi arriva una bella mail da una ragazza di Promodigital:
“una delle cose che facciamo è mettere in contatto i brand con i blogger. In questo periodo abbiamo pensato di appoggiare una ONLUS che si occupa di migliorare le condizioni di vita dei bambini all’interno della comunità in cui vivono. (copiato dal sito dell’organizzazione). CCS ITALIA ONLUS con il nostro aiuto – mio e mi auguro anche tuo – e grazie ai blogger più influenti (l’ego s’arrapa) vuole sensibilizzare il “popolo della Rete” ponendo l’attenzione sulle problematiche che ancora oggi affliggono i Paesi più poveri.”
Poi vengono al sodo: “Per creare un effetto virale (?) all’iniziativa abbiamo anche preparato un banner che puoi adottare nel tuo blog. Il buzz (?) in questo caso non è tanto un modo per promuovere un marchio (senso di colpa) quanto un’occasione per dare il tuo aiuto ad una nobile (enfasi) causa”.
Un po’ intimidito da buzz e viral rispondo: “Sarò pagato se piazzo il banner o (conoscendo il marketing dell’ONLUS) riceverò un bambino in omaggio? E’ possibile avere dettagli, bilanci o altro sull’effettiva capacità dell’organizzazione. Io per esempio sono interessato al Nepal e mi piacerebbe sapere cosa fanno in quel paese e avere una rendicontazione delle spese effettuate e come. Questo per poter aderire in forma più coinvolta nell’iniziativa. Sono ben lieto di ospitare il CCS sul mio blog anche gratuitamente se mi fornisce informazioni dettagliate sulle sue attività. Sai non vorrei fare brutte figure”.
Il giorno dopo mi rispondono: “ti dico subito che noi teniamo a non pagare nessuno di coloro che parlano delle nostre iniziative per non influenzare il loro giudizio (?)…Quello che posso fare è informarmi direttamente con la ONLUS CCS per avere queste informazioni ed eventualmente rispondere alle tue domande. Spero di poterti rispondere in modo esaustivo”. Era il 10 febbraio 2009 e da allora sono in attesa delle informazioni richieste per offrire il mio blog in modo consapevole.
Forse è lo stesso buconero in cui finisce ogni richiesta rivolta a CCS Italia ONLUS, come quella dell’ingenuo Matteo (vedi commenti) disposto a chiedere spiegazioni sulle malpractices segnalate ai cd. “saggi” che dovrebbero dirigere l’ente.
Nello stesso buconero sono però finiti purtroppo, una quindicina di insegnanti e qualche collaboratore locale (da qualche giorno licenziato per le critiche espresse), un blog, qualche progetto a favore dei bambini.

Non è un bel periodo per le ONLUS\NGO, calo delle donazioni, disincanto per la poca trasparenza ed efficacia delle stesse. Elementi che s’ingigantiscono quando l’industria dell’assistenza privata si mischia con quella pubblica (donatori statali e Nazioni Unite) e girano tanti soldi come in Afghanistan, e in altre parti del mondo.

E’ scoppiata una querelle giudiziaria fra il Guardian (un articolo\video un po’ confuso) e la ONG italiana Intersos. Il motivo: la spese relative alla riabilitazione e ampliamento dell’ospedale Khair Khana di Kabul. La storia era già girata sul sito di una ONG  di donne afghane e sulla stampa locale  (interessanti anche i commenti) e, ancora prima, nel blog di Dr. Ramazan Bashardost (ex Planning Minister e candidato alle prossime presidenziali dallo scorso ottobre.                              Per smentire i racconti, Intersos ha messo sul sito, evento raro che dovrebbe essere normale e generalizzato, i capitoli di spesa (in forma sintetica) del progetto.
Il progetto di riabilitazione e ampliamento dell’ospedale (finanziato dalla Cooperazione italiana, cioè le nostre tasse) è costato USD 1.930.000 per 52 posti letto. I lavori sono iniziati nell’agosto 2002 e l’ospedale inaugurato nel maggio 2003, quindi molto veloci e affidati a società di costruzioni afghane.
Ogni posto letto è costato, dunque, circa USD 38.000 (il reddito pro-capite annuo, anche grazie al flusso d’aiuti internazionali, in Afghanistan è di USD 1000).
Questi i costi:  ma, purtroppo l’ospedale funziona male e sta già perdendo qualche pezzo riportano le cronache e conferma Intersos: “E’ stato fatto un errore di valutazione. Purtroppo, l’Amministrazione di Kabul non ha provveduto ai lavori di sua competenza e il Ministero della Sanità non ha assicurato sostegno, formazione e assistenza all’ospedale.”
Diciamo che a prescindere dall’articolo del Guardian e dall’uso formalmente corretto dei fondi come dichiara Intersos vi è un problemino relativo alla sostenibilità del progetto (come s’usa dire nel bel mondo della cooperazione riferendosi al suo funzionamento una volta concluso l’intervento del donatore) e alla sua utilità per i beneficiari.
Le diverse amministrazione afgane, che Intersos ritiene responsabili del mancato funzionamento corretto dell’ospedale dipendono per ogni spesa (e, dunque attività), dai donatori internazionali che buttano nel paese 8 miliardi di dollari ogni anno. Poiché il progetto vedeva Intersos operare insieme a diverse agenzie delle Nazioni Unite risulta stravagante (ma abituale) che nessuno si è preso la briga di verificare l’implementazione del progetto e di premere sulle autorità locali per la sua corretta gestione.


vengono per aiutarci

Novembre 8, 2008

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Sonia e Giorgio hanno lasciato i loro commenti sul deprimente tema della qualità e quantità degli aiuti che le ONLUS/NGO riescono a dispensare ai beneficiari (vedi Tag ONLUS).
I commenti confermano la percezione diffusa, specie fra la gente comune dei paesi beneficiari (basta vedere i blogs da quei paesi sull’argomento) della scarsa efficacia (e incapacità progettuale) di molte organizzazioni dell’industria dell’assistenza e dei travet che vi lavorano. E’ un argomento su cui tornerò in un prossimo post anche perché i metodi e le pratiche seguite dall’ONLUS studiata sono, purtroppo, malpractices generalizzate, come stanno iniziando a dimostrare alcuni studi internazionali sulla qualità degli interventi delle ONG.
Per Sonia e Giorgio e per il loro conforto sottopongo la storia del ventiduenne studente, Peter Brock, che come tanti giovani che ho conosciuto, è partito entusiasta per un esperienza di volontario internazionale . E’ andato in Sierra Leone, il secondo paese più povero del mondo (secondo la classifica UN).
E’ tornato con qualche dubbio sulla capacità dei mediatori dell’assistenza (le NGO) a trasformare i fondi copiosi che ricevono da privati, aziende, governi dei paesi ricchi, into concrete improvements in the lives of the world’s poor, racconta nella descrizione del suo film\esperienza.
Peter (come il nostro commentatore Giorgio) non si è lasciato irretire dagli alti salari, dal poco lavoro e dalla mancanza di alternative che sostengono i travet della cooperazione internazionale e ha preferito raccontare la verità, dalla prospettiva della gente che vive nei paesi teoricamente aiutati.
Giustamente non si è fidato dei reports often written to please the donors who sponsored the project in question e ha scoperto che the opinions I heard differed substantially from the hopeful and often self-glorifying accounts given by NGO reports and UN documentaries
Vediamoci il suo film. http://www.baibureh.org/