Continua la guerra di parole, accompagnata da movimenti di truppe per renderle più credibili, fra India e Pakistan. La storia, mi scrivono gli amici indiani, ricorda quella del 2002, quando a seguito di una serie di attentati in Kashmir e per finire al Parlamento di Delhi (14 persone uccise), le truppe indiane si schierarono ai confini. Le parole sono le stesse di questi giorni e l’impegno del governo Pakistano (allora del dittatore Musharaff) fu di limitare le azioni dell’esercito, dell’ISI (servizi segreti) e dei gruppi armati da loro sostenuti in Kashmir; oggi di limitare le attività dei gruppi combattenti che controllano le zone di confine con l’Afghanistan e assicurano logistica ai terroristi. In questo conflitto di accuse e contraccuse il gruppo pro-Talebano, ‘Ansar Wa Mohajir’, si è preso la responsabilità dell’autobomba di Lahore, per la quale i pakistani avevano arrestato alcuni indiani.
Per chi vuole entrare nel Grande Gioco che determina guerre, attentati, politiche nella regione deve leggersi l’opera monumentale del giornalista e studioso (sul campo) pakistano Ahmed Rashid, uscita in Italia con il titolo Caos Asia, il fallimento occidentale nella polveriera del mondo.
Il libro racconta i buchi neri in Asia (che s’aggiungono alla Palestina, Iraq, Cecenia) che la guerra al terrorismo dell’amministrazione Bush ha contribuito a creare o rafforzare: il Pakistan e le provincie del nord-ovest, Waziristhan (Aree Tribali ad amministrazione federale -FATA) e Belucistan da dove è ripartita l’offensiva dei Talebani e di Al Queda in Afghanistan e Iraq; i paesi dell’Asia Centrale (Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan) dove i dittatori, a volte sanguinari, sono stati sostenuti , a turno, da USA, Europa o Cina e Russia spingendo, come reazione, l’opposizione verso il fondamentalismo. Infine le manovre di Iran e India in appoggio a Signori della Guerra afghani a loro favorevoli che hanno indebolito il processo di pace.
Tutto parte, scrive Ahmed Rashid, dal ritiro sovietico dall’Afghanistan (e la fine della guerra fredda) che fu seguito da quello americano (Bush padre) che lasciò al Pakistan e ai Signori della Guerra la gestione dell’Afghanistan liberato, con conseguenze enormi, un decennio dopo, che permisero la presa del potere da parte dei Talebani, e le base per Al Queda. Una tragedia che fu non solo politica ma,anche, umanitaria con 4 milioni di rifugiati, carestie, uccisioni
indiscriminate, isolamento dal mondo dell’Afghanistan.
Dopo l’11 settembre, poco cambiò. Gli USA s’appoggiarono ancora di più al Pakistan del generale Musharaff con finanziamenti miliardari da utilizzare nella lotta al terrorismo che l’astuto dittatore utilizzò per rinforzare l’esercito, l’ISI (attività nel Kashmir) e il programma nucleare in chiave anti-indiana. Su quest’ultimo versante è emblematica la storia del padre dell’atomica pakistana, lo scienziato Khan beccato a vendere tecnologia nucleare a Corea del Nord, Libia, Iran e si pensava anche ai Talebani.
Musharaff si barcamena: vuole utilizzare i Talebani per controllare l’Afghanistan, Al Queda che occupa vaste aree del Pakistan per esercitare pressioni sugli USA e addestrare i guerriglieri del Kashmir. I suoi generali e gran parte dei servizi segreti sono, poi, legati ai traffici (armi, oppio, terrorismo) che si svolgono liberamente nelle aree di confine e in Afghanistan.
Il Generale spera anche che l’appoggio americano gli dia mano libera sul Kashmir (la sua carriera iniziò con l’attacco di Kargil nel 1999) e, come in realtà avviene, sul programma nucleare.
Come accadde per il suo predecessore, il longevo dittatore Zia, l’amministrazione Bush chiude gli occhi su questi intrecci e come ammetterà la Rice nel 2004 ” la nostra politica verso Al Queda non stava funzionando… perché non funzionava quella verso il Pakistan“.
La politica USA (e della Gran Bretagna) è stata inefficace, scrive il giornalista pakistano. La CIA e M16 hanno finanziato a pioggia per anni i Signori della Guerra afghani, senza una strategia (come appoggiare l’Alleanza dl Nord e il leader Masud, assassinato prima dell’11 settembre) favorendo così corruzione e centri di potere in perenne conflitto. Le valigie diplomatiche piene di dollari hanno solo permesso ai Signori della Guerra , dal 2007, di comprare ville a Kabul, di diventare i fornitori privilegiati delle basi alleate e di dedicarsi al commercio dell’oppio. Le loro milizie sono rimaste fuori da ogni controllo, odiate dalla popolazione, e un ostacolo nella creazione di solide strutture statali (lo stesso è avvenuto in Iraq). CIA e M16 speravano che nell’assenza di un potere forte, le forze speciali americane (e le forze speciali afghane da loro gestite) avessero così più libertà di manovra per cercare di catturare i miliziani di Al Queda, una strategia che non ha funzionato.
A ciò si sono aggiunti diversi errori militari quali il non schierare le truppe USA quando l’alleanza del Nord stava vincendo nel 2001, a Kunduz, e a Tora Bora, quando i capi Talebani, corrompendo comandanti e militari delle milizie afghane, riuscirono a fuggire in Pakistan (con un ponte aereo dell’esercito), lasciando massacrare i subalterni , come riportava il New York Times 23\11\2001.
I Talebani e i gruppi di Al Queda, rifugiati nelle aree di confine, inizieranno a rientrare in Afghanistan nel 2003.
Oggi i report dei servizi di sicurezza occidentali, scrive il New York Times (10\10\2008) confermano che “Le cose in Afghanistan vanno sempre peggio“, aumentano gli scontri, si consolida il controllo dei Talebani nelle regioni meridionali, non si rafforza il governo Karzai. Anche i pochi successi ottenuti in questi anni dalla comunità internazionale: elezioni, istruzione, sviluppo delle comunità con finanziamenti localizzati sta svanendo di fronte alla sfiducia degli abitanti, schiacciati dalle violenze dei Signori della Guerra e dalle minacce dei Talebani.
Il libro racconta del disprezzo dei diritti umani che ha contraddistinto tutto l’impegno occidentale in Afghanistan e in Iraq: i campi di prigionia senza diritto, la libertà assoluta ai potentati locali sulle popolazioni; appoggio ai regimi dittatoriali degli stati centro-asiatici e del Pakistan stesso; la tolleranza verso la produzione e il commercio di oppio (decuplicato il numero dei tossicodipendenti in Asia Centrale e in Pakistan dal 2001, la provincia afghana dell’Helmand contribuisce per il 30% del PIL afghano con la produzione di oppio ); il sostegno a banditi e criminali. Insieme di fatti che hanno fatto perdere fiducia nelle “democrazie” e nei loro modelli.
Oggi il governo civile e moderato del Pakistan ha immense difficoltà a muoversi per il diffuso anti-occidentale presente nel paese (anche fra gruppi intellettuali progressisti) derivato dalla delusione per le politiche seguite dagli USA e alleati (e supinamente dall’ONU) nella regione e a contrastare, come richiesto dall’India, il controllo concesso ai Talebani e ai diversi gruppi terroristici (Al Queda e Kashmiri) nelle FATA. Queste zone, sono abitate da Pashtun la cui unica fonte di reddito e il traffico ( armi, macchine, merci, uomini, oppio) con le tribù dall’altra parte del confine. Il potere politico è esercitato da militari pakistani strettamente legati e pagati dai gruppi che controllano questi traffici. Il Pashtunwali, il codice d’onore fra le tribù lega, a livello culturale e sociale, le diverse tribù, oltre i confini nazionali.
Anche in queste aree è mancato uno sviluppo economico e democratico alternativo, l’Occidente vi ha gettato tanti soldi senza una strategia; gli USA hanno gratificato la regione con “un esenzione doganale” per le merci importate negli States, ma qui si producono solo IED (improvised explosive device).
Al Queda ha qui i campi principali e da qui ha organizzato i gruppi di al Zarquawi, gran capo della branca irachena dell’organizzazione.
Nella regione pakistana del Belucistan, Musharraff ha, con i soldi americano, ha favorito i partiti pashtun filo-talebani e l’immigrazione afghana, obbligando i partiti beluci alla clandestinità e alla lotta armata del Baluchistan Liberation Army. Quetta, i giacimenti di gas e il porto gestito dai cinesi è diventata città talebana.
Nello Swat, a nord, è di questi giorni il divieto dei capi Talebani alle donne di recarsi a scuola Already Taliban militants have destroyed 252 schools, mainly those where girls and boys were studying together. Ha dichiarato l’impotente Ministero dell’Educazione pakistano.
L’antica strada che attraversa il passo di Khyber e la nuova da Kabul a Kandahar è di fatto controllata dai ribelli e dalle bande di banditi che obbligano al pagamento di USD 1000 per camion, tutti soldi che finiscono nelle tasche dei ribelli.
L’India si è inserita in questo Gioco, appoggiando Karzai in Afghanistan con fondi e progetti, i guerriglieri Beluci e i dissidenti Sindhi. Nuovi Kashmir potenziali per i pakistani.
Fra il 2002 e il 2007 solo gli USA (tralasciando gli altri donatori occidentali) hanno versato in Pakistan USD 10 miliardi, più 3 miliardi di debiti condonati e somme ingenti ma non dichiarate alla CIA e all’esercito.
Nel 2003 il Center on International Cooperation di New York calcola che i progetti di ricostruzione portati a termine ammontano a USD 110 milioni contro gli esborsi per aiuti di circa USD 3 miliardi.
Ci sono miliardi di dollari in arrivo e un esercito di espatriati, in attesa d’entrare a Kabul quando il clima sarà più mite, dichiarava il brillante Ministro delle Finanze Ashraf Gahani (presto silurato), e, infatti, sei mesi dopo aver iniziato il mio lavoro (nel febbraio 2002), il mio personale migliore era stato portato via delle organizzazioni internazionali che pagavano salari da 40 a 100 volte superiore al nostro.
Quindi anche gli interventi per lo sviluppo economico e democratico non sono stati brillanti, alienando ulteriormente la popolazione e rendendo sempre più difficile il lavoro, in un contesto confuso, che dovrebbero svolgere le forze militari, fra cui anche gli italiani, fra l’altro in una zona sempre più insicura..
Asia instabile
Dicembre 2, 2008Con un po’ d’imbarazzo, la Thailandia ha chiesto di rimandare il vertice dell’ASEAN, l’organizzazione politico ed economica dell’Asia sud-orientale, creata nel 1967 e che raggruppa Brunei, Burma, Cambodia, Indonesia, Laos, Malaysia, Philippines, Singapore, Thailand e Vietnam.
La stabilità politica, a parte qualche colpo di stato incruento, che attirava investimenti stranieri e poneva Bangkok come esempio fra i paesi dell’Alleanza non esiste più dopo le lunghe proteste di questi ultimi mesi.
“It shows how neighbours are perceiving us as a country out of control. Our reputation for economic, political and social stability has been lost” dichiara con gli occhi tristi un amico professore della Chulalongkorn University della capitale. Insomma, la Thailandia sta perdendo la faccia, una degli eventi peggiori per stati e individui in Oriente.
In questa situazione politica, il Governo thailandese non è in grado di firmare accordi né di porsi, come un tempo, esempio e traino dei più piccoli e\o più poveri paesi dell’allenza. L’esempio è nello stallo delle trattative per il tempio di Preha Vihar con la Cambogia. Il Viet-nam stabile e in crescita è sempre stato l’antagonista economico e politico nella regione e si sta ponendo come paese-guida all’interno del gruppo, specie verso Cambogia e Laos in cui crescono investimenti e relazioni.
Il Professore non è molto tenero con il PAD (Peoples Alliance for Democracy) e introduce alcuni elementi differenti da quelli che siamo abituati a leggere sulla stampa internazionale.
Il PAD non è un movimento democratico, dice, richiede l’intervento dei militari per togliere un governo, pur criticabile, ma eletto democraticamente nel
Continua raccontando dell’incredibile e costosa organizzazione delle manifestazioni, dell’appoggio dell’esercito e delle monarchia e dell’abilissimo marketing del PAD.
Intanto, dopo aver abbandonato l’assedio alla Casa del Governo e bloccati gli aereoporti Chamlong (uno dei leader PAD) said the Government House was no longer secure as it risked being attacked by pro-government supporters.
Intanto 240.000 turisti sono in attesa di ripartire, dal nuovo aereoporto di Suvarnabhumi e da quello di Don Mueng.
Oggi la Suprema Corte thailandese ha sciolto i partiti che formavano il governo per frode elettorale, fra cui il People Power Party del Primo Ministro Somchai Wongsawat. Situazione stravagante, il Primo Ministro non ha ufficio, non si fida dei servizi di sicurezza e non torna nella capitale da Chang Mai, dove si è rifugiato. Di fatto il Governo è caduto ma, scrive, giustamente, il Nation di oggi The end of the Somchai Cabinet will not end the political crisis. His red-shirted supporters (i militanti pro-governativi vestiti di rosso e accusati di aver lanciato granate sugli attivisti del PAD) have vowed to fight with all means, rejecting a court process they regard as unjust. The country may enter a more violent state. A general election with the Thaksin crowd taking another bought victory will surely lead to chaos, especially if there remains the attempt to rewrite the Constitution to help the convict ex-PM.
Anche in Pakistan non c’è pace. Un po’ dimenticato dalla stampa internazionale (a parte per la questione Afghana), continuano attentati e scontri. Ieri a
Karachi (fra le città più incrontrollabili) almeno 9 persone sono state uccise e 70 ferite in una giornata di guerriglia urbana fra membri del partito di governo Muttahida Qaumi Movement (MQM) e Pashtun nationalist Awami National Party. Il primo rappresenta i “mohajir“, migranti dall’India ai tempi della Partizione (1947), il secondo i nuovi migranti Pashtun scappati dalle zone di frontiera in cerca di lavoro a Karachi.
In Bangladesh si stanno preparando con qualche difficoltà le elezioni generali, dopo anni di governo tecnico provvisorio (interessante e lungo articolo). Il Nepal lo conosciamo e visto che il governo niente ha fatto per iniziare a risolvere qualche problema, sta finendo l’Honeymoon (i primi 100 giorni).
L’India, invece, reagisce all’attacco terroristico di Mumbai con la simbolica riapertura del Leopold’s Cafè, uno dei primi bersagli dell’attacco (8 morti fra i suoi avventori e due dello staff); terroristi che entrano sparando a raffica fra i tavoli, racconta il proprietario. Con 137 anni di storia, visitato obbligatoriamente dai turisti e descritto dal librone sulla freakstory di Gregory David Roberts (Shantaram) è un luogo cult di Mumbai e la sua riapertura un segnale di forza.
The first customer, Saleem Sharifally, 39, ordered a pint of beer for himself and a Coke for his six-year-old son Ali, and said Leopold’s reopening was a sign “Bombay is getting back to normal“. Scrive il Times of India. Aggiunge un amico indiano da Mumbai The Lashkar-e-Taiba or Al Qaeda may have incorporated them (i giovani estremisti islamici), but it is our societies, both in Pakistan and in India, that denied them any other avenue. How do we now work to open up the spaces for dialogue and interaction with our minority and marginalised groups – that to my understanding, is the real challenge we face