Nepal incastrato

Marzo 1, 2009

museoSembra che, come due immense tenaglie, Cina ed India stiano tirando da una parte all’altra il piccolo ed incasinato Nepal. Sono finiti i tempi in cui il Paese poteva giocare, con astuzia, su due tavoli prendendo da una parte e dall’altra, grazie all’abilità politico\ diplomatica di uomini capaci, come furono molti di quelli che collaborarono con i passati sovrani, Birendra, Mahendra, Tribhuvan.
Negli anni ‘60 il Nepal riuscì a strappare utili trattati di transito e commercio, finanziamenti per le strade e lo sviluppo dall’India solo importando qualche cannoncino cinese. Poi forzò la mano dando il permesso di costruire la prima strada carrabile che passa l’Himalaya (l’Arniko Highway da Kathmandu a Lhasa) creando panico fra gli indiani che già s’immaginavano i carri armati cinesi sul Gange.
Nazionalismo, dichiarazioni potenti quali la Nepal Zone of Peace, dichiarata equidistanza dai due potenti vicini (malgrado gli obbligati legami con l’India per la gestione delle acque e dei transiti) sono state le chiavi della politica estera nepalese per quasi cinquant’anni. Dal 1996, il conflitto civile, nel 2001 la strage di Palazzo (aperto in questi giorni come museo al prezzo di Rs. 500 per i turisti e affollatissimo di nepalesi) e la morte di Re Birendra (sulla quale si vuole riaprire le indagini) sono stati gli eventi che, insieme agli immensi cambiamenti culturali e sociali del mondo (e, dunque nel Nepal) hanno spezzato questa abile trama.
Già la scorsa estate (probabilmente ancora nei prossimi giorni) abbiamo visto la polizia nepalese picchiare gli esuli tibetani con violenta allegria (in Italia le immagine furono spacciate come riprese a Lhasa), i giovani maoisti aggregarsi ai picchiaggi e l’ambasciata cinese che premeva sul governo per impedire le manifestazioni.
Un copione che sembra riproporsi con l’avvicinarsi del 19 marzo. Visita di speciali rappresentanti cinesi e promessa d’aiuti per armi (euro 2 milioni), per infrastrutture (progetto idroelettrico di Narsinghad) e, a maggio, un trattato d’amicizia. Si parla addirittura di una non precisata Special Economical Zone (stile Macao?).
Subito i cinesi vogliono that Nepal would not allow any anti-China activities in Nepali Soil. Subito sono state vietate le manifestazioni in un raggio di 200 metri dall’ambasciata di Baluwatar, arrestati 30 attivisti tibetani e intensificati i controlli ai confini. Bodhnath, sede della diaspora sta già ribollendo e preparandosi per le manifestazioni.
Lassù, fra i passi himalayani, si consumano storie tristi: i militari e poliziotti nepalesi e cinesi dei confini saccheggiano e si spartiscono i pochi beni dei tibetani (profughi e viaggiatori) che scendono per festività o fuga, con il beneplacito dei superiori. E’ comparso un bel articolo di Raimondo Bultrini sulla situazione a Lhasa in questi giorni.
I cinesi non hanno mai supportato i maoisti anche durante il conflitto preferendogli la monarchia nazionale, considerata più solida e nazionalista, ma, in questa fase di debolezza e confusione politica, cercano di muovere qualche cauto passo per estendere la loro influenza sul Nepal.
L’India è infastidita. Nelle 12.000 pagine del Rapporto Investigativo sull’attacco a Mumbai di novembre si parla di Kathmandu come uno dei centri in cui fu pianificato dai due terroristi islamici indiani, Fahim Ansari and Sabauddin Ahmed. Il rapporto è da prendere con le pinze poiché in India si accusa il Pakistan di ogni malefatta compresa l’insurrezione del militari in Bangladesh. Ma è ormai da anni che gli indiani esprimono preoccupazioni per l’assenza di governo nel Terai (la fascia meridionale ai confini con l’India) e il proliferare di gruppi terroristici e mafiosi. La scissione a sinistra dei maoisti e il nuovo partito formato dall’ex-ministro Yadav (forte nel Terai) pone altri problemi all’India per il rischio di legami con i combattenti maoisti indiani.
Intanto l’ex-sovrano Gyanendra andrà in India per un matrimonio fra passati Rajà suoi parenti. Una visita bollata dal Primo Ministro Pushpa Kamal Dahal, come politica. Gli indiani smentiscono. L’esercito nepalese che sembra sempre più autonomo sta a guardare. Con l’appoggio del filo-indiano partito del Congresso, impegnato in una dura e profittevole (come consensi) opposizione.

 

 


La tragedia di Gaza, vista da Oriente

Gennaio 6, 2009

manifestazione a Mumbai, Times of India

E’ abbastanza distante la tragedia di Gaza in India, dove l’attenzione dei giornali è più concentrata sulla scambio di accuse e contraccuse con il Pakistan e sull’offensiva dei militari contro le Tigri  dello Sri Lanka. L’autorevole Times of India riporta le notizie, senza commenti, ma ricorda le proteste dei musulmani di Mumbai contro il massacro di civili e bambini (nella foto).
Direttamente dalla Striscia scrive il corrispondente di The Hindu, my Gazan neighbours are thinking first and foremost about their personal survival: how do I get food; how can I cross the street; how can I check on close family members a few hundred metres away; how can I get some cash to buy basic provisions; will I wake up to find a soldier at my doorstep; will I ever be able to live a normal life? In terms of politics, they are not thinking about internal disputes between Fatah and Hamas – they have put any party allegiances to one side. They are only thinking about the inhumanity inflicted on us by Israel.
L’impressione è che i principali giornali indiani siano fortemente condizionati dalla “lotta al terrorimo” in cui Hamas, Talebani e i vari gruppi pakistani sono visti come un unicum. L’attenzione è posta sulle tragiche conseguenze umanitarie del conflitto in corso, mantenendo una posizione neutrale fra le parti.
Ancora più distante appare Gaza nelle notizie dal Nepal e dalla Cambogia, in cui i giornali riportano solo notizie d’agenzie, senza commenti. Asian nations expressed alarm, too, with Pakistan and China calling for an immediate end to the assault and Muslims in Indonesia urging war against the Jewish state scrive il Phnom Penh Post.
La Thailandia, distratta dalla crisi interna, si preoccupa per le migliaia di emigrati thailandesi che vivono in Israele. Fra l’altro, le provincie del sud (Narathiwat, Pattani and Yala, a maggioranza musulmano) chiedono da anni l’indipendenza e, dal 2004, i gruppi armati hanno intensificato la guerriglia che ha causato oltre 3000 vittime. Queste regioni facevano parte del Sultanato di Pattani, annesso 200 anni orsono.
Anche in Bangladesh,  le ultime elezioni e le speranze che stanno generando dominano i giornali e l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma i musulmani moderati del Bangladesh vedono con preoccupazione il radicalizzarsi dello scontro. In un intelligente corsivo il Bangladesh Today inizia ad analizzare gli sconfitti di questa guerra: This war may prove counter-productive for Israel and the West. The European Union, with its record of economic help to Palestine, was wrong to cut off funds to the civil side of the elected Hamas government. The EU is losing credibility with Arab and Muslim opinion. Moderates and modernizers throughout the Arab and Muslim world are also losers. The movement for Muslim modernization cannot be militarized as in Iraq or Afghanistan and fought by the West or Israel. We all have to learn how to deal with political Islam and fundamentalism, without declaring war on half the world.
Sono i giornali pakistani i più duri e schierati. Qui si può cogliere quale è l’impatto, del mondo musulmano, della tragedia di Gaza. E, i principali giornali rappresentano, in genere, la parte più moderata dell’opinione pubblica.
The ongoing Israeli aggression in Gaza is a grave threat to world peace and the international community must ensure a quick end to the assault, Information Minister Sherry Rehman said on Monday. “The world must act quickly and justly to stop the ongoing Israeli aggression in Gaza, which is violating the UN Charter,”
Tensioni, divisioni crescenti, assurda guerra di civiltà, questo emerge dal pesimistico ma realistico corsivo del Pakistan Daily, The year 2009 too seems not to have a good message for the Muslims if one sees Jewish State indiscriminate genocide in Palestine. More than 400 innocent Palestinians have been martyred. One can easily understand the so-called US/Europe free media unilateral reporting and propaganda campaign. Jewish aggression has caused an outraged amongst the Arabs in particular. In post-9/11 era, the terrorism phenomenon has become an anathema to the Muslims as the curse is being tied with the Muslims and their democratic and more peaceful religion.

Ampio reportage e forte commento del The Dawn pakistano, Clearly, the loss of hundreds of lives in Gaza has not been cause for universal dismay and action. As in 2006, so now, the UN is giving the Israeli terror machine time to kill as many civilians as possible.
In questi Paesi, però, poca gente nelle strade contrariamente che a Jakarta e a Kabul dove vi sono state manifestazioni di massa.


Oggi le elezioni in Bangladesh: le due Beghun

Dicembre 29, 2008

khaleda_hasina_afpDue donne, dalle storie parallele, sono le avversarie nelle elezioni in Bangladesh, dopo 2 anni di governo tecnico\militare. Oggi le elezioni in un paese simbolo della fragilità dell’Asia; ieri quelle in Kashmir, concluse in modo straordinariamente pacifico, rispetto ai massacri del 2002.
Entrambe appartengono a una dinastia di governanti (padri, mariti, fratelli) padroni del paese dall’indipendenza dal Pakistan nel 1971. Entrambe le Beghun (le Signore) sono state imprigionate, esiliate e accusate (insieme ai famigliari) di immense corruzioni e frodi elettorali. Entrambe hanno avuto padri e mariti uccisi durante i diversi colpi militari che hanno contraddistinto la politica pakistana nell’ultimo ventennio.
Khaleda Zia è la leader del BNP (Bangladesh National Party) alleato con il partito islamico Jamaat-e-Islami che vinse le ultime elezioni nel 2001, is assuring to give people everything but when they are in power, their motto become as kill people, sell the country, take bribe and siphon off the looted money to foreign countries, accusano i rivali e aggiungono che un suo governo favorirebbe i gruppi estremistici islamici.
Sheikh Hasina, la rivale, ha visto il padre (primo ministro dopo l’indipendenza), la madre e tre fratelli uccisi nel colpo di stato del 1975, governò il paese dal 1996 al 2001 e oggi si presenta come leader del partito laico Awami (Popolo) League.
Vincerà le elezioni, mi scrive il Professor Muzaherul Huq da Dhaka, con cui cercai di collaborare per i progetti sanitari che portavamo avanti in Nepal quando lavorava con l’OMS. Girava con una vecchissima mercedes verde dell’organizzazione (era uno dei molti consulenti maldigeriti dei paesi poveri), e mi assicurò che l’OMS (come il resto delle NU) non voleva sprecare soldi in progetti utili per la gente, doveva pensare alle sue clientele. Dunque ottenni solo un po’ di materiale per i trainings, in cui sono espertissimi. Ora è a Dhaka per votare, la città del milione di risciò e dei grattacieli, spesso affondati nell’acqua del monsone.
ashinaPer fortuna tutto sta andando bene, continua il professore, non ci sono disordini e anche durante l’immenso raduno dell’Hasina al Paltan Maidan di Dhaka c’era stato solo grande entusiasmo.
Mi racconta poi le curiosità di queste elezioni. I candidati hanno dovuto stilare un wealth statement, indicando le ricchezze possedute, compresi braccialetti e altri ornamenti d’oro delle mogli. La gente è corsa a leggere i giornali per vedere cosa possedevano, in genere hanno dichiarato molto meno della realtà. Fra i candidati ce ne sono un centinaio che hanno processi per omicidio e 48 accusati di corruzione. L’80% si è dichiarato businessman.
La cosa che più lo infastidisce è l’uso che la Zia sta facendo della religione islamica, usata come strumento elettorale, fatto che può produrre problemi nel futurohersani.
Anche l’alleanza dell’Hasina con il Jatiya Party dell’ex presidente Hussein Muhammad Ershad, (ex generale, arrestato per corruzione, autore di un colpo di stato nel 1982 e della seguente dittatura militare ) non lo convince , tanto più che le due Beghun furono fra le protagoniste della rivolta popolare che nel 1990 riuscì a togliergli il potere. Sicuramente, questa alleanza, permetterà all’Awami (Popolo)League di vincere le elezioni. Fra l’altro moglie, fratello e genero del Generale sono candidati e maggiori dirigenti del partito.
Insomma, elezioni un po’ particolari, che non sembrerebbero smuovere il paese da un sistema politico fra i più corrotti ed inefficienti.
daccaMalgrado ciò l’economia ha marciato con tassi di crescita significativi (+7% medio negli ultimi anni) grazie all’apertura dei mercati USA al tessile e all’outsourcing indiano nei servizi, in aggiunta al gas naturale e alle miniere di carbone. La crescita è però destinata a fermarsi nel 2009 (5.7% secondo la WB) e con un inflazione superiore al 10%, il numero di persone sotto la linea di povertà (40% della popolazione) è destinato ad aumentare.
Il Bangladesh permane fra gli stati più poveri e corrotti del mondo secondo le classifiche delle organizzazioni internazionale e 12° nella lista degli stati a rischio di fallimento.
Il Professor Huq non è convinto che, visti i personaggi, il Bangladesh possa muoversi, nella crisi, con efficienza.


Speranze su due ruote, i risciò-men di Kathmandu

Dicembre 15, 2008

riscioEra una notte d’estate, a Basantapur, il grande piazzone di fronte all’antico Palazzo Reale, gruppi di ragazzi giocavano a pallone. La piazza un tempo era il parcheggio degli elefanti dei sovrani e da qui il nome. Sotto le pagode dei templi vicini dormiva chi era senza casa, giunto dai villaggi in cerca di fortuna.
Come sempre decine di risciò-men attendevano, parlando, scherzando o sonnecchiando, qualche corsa. E fu lì che ci venne l’idea di provarli e organizzammo una gara, il risciò-men dietro, a dare consigli.
Il risciò è un mezzo incontrollabile se non si ha confidenza ed esperienza. I freni sono inesistenti, le ruote storte, la catena salta fuori ad ogni pedalata e, ben presto, la gara si concluse senza vinti e vincitori. Con felicità pagammo qualche rupia ai contadini inurbati, sorpresi di come era per loro possibile dominare il mezzo. E fu un occasione per parlare e sentire storie, tristi, di rassegnazione e di speranza.
Tanto raccogliemmo alcuni dati: un risciò costa circa euro 200 ma, i più giovani, raccontavano di un risciò a batteria in vendita in Bangladesh (la mecca dei risciò-men) per il doppio. A Kathmandu non si era mai visto ma, spiegavano, che con esso avrebbero viaggiato il doppio (e guadagnato) con metà fatica.

Per ora, giovani e vecchi, si dovevano accontentare dei trabbicoli che avevano, colorati e dotati di un telo di plastica (o di uno sgangherato ombrello) per ripararsi dalla pioggia del monsone. Tutti lo affittavano da padroni pagando 50-60 rupie al giorno (5 euro) e guadagnavano mediamente fra le 200 e le 500 rupie (cioè una media mensile detratte le spese di manuntenzione di circa 9.000 rupie cioè euro 90) . Grande festa quando c’erano i bhanda (scioperi in cui à vietato usare macchine) che fortunatamente per loro, sono molto frequenti in Nepal. In questi casi sono gli unici autorizzati a trasportare clienti e merci e allora il prezzo delle corse sale e loro si portano a casa fino a 2000-3000 rupie al giorno. Qualche volta si beccano qualche cazzotto dagli scioperanti ma il rischio poteva essere corso.
Nell’ultimo censimento, prima che ufficialmente fosse vietato rilasciare altre licenze, risultavano operativi oltre 500 risciò nella Valle e un numero incalcolabileriscio4 nel piano Terai, dove sono il principale mezzo di trasporto.
Bir Bahadur ha più di 50 anni, gira da 20 come un pazzo fra le strade caotiche di Kathmandu, trasporta grasse signore che straripano dal piccolo seggiolino, montagne di pacchi e balle, turisti noiosi con zaini pesantissimi che chiedono sconti. Parla qualche parola essenziale d’inglese, ripete il solito mantra go to Thamel on nepal helicopter.
Come tutti i risciò-men è insultato dagli automobilisti, dai pedoni quando fischia per spostarli, s’infila nei vicoli più stretti dove, a volte, rimane incastrato bloccando il traffico, ansima nelle salite e, spesso, è costretto a scendere per spingere il risciò carico. Fà pena vederli fra le pozzanghere e i buchi delle strade di Kathmandu ma bisogna imporsi di utilizzarli perché noi “quiri“(stranieri) li paghiamo mediamente e giustamente il doppio dei locali.
Per i più anziani valgono le parole del protagonista del libro la Tigre Bianca (di Aravind Adiga). Poteva anche essere un conducente di risciò-una bestia da soma umana-però mio padre era un uomo con un progetto. Il suo progetto ero io.
Bir scese da Kavre perché il suo campo di mais non bastava a sostenere i sei membri della famiglia, voleva far studiare qualche figlio ma non ce l’ha fatta. Mi raccontava che si sente colpevole, per aver fatto così poco per loro.
Lo stesso sentimento che provai io una sera a Thamel quando mi sentii chiamare da un ragazzo sul risciò, stavo già facendogli vedere le chiavi della macchina per scoraggiarlo, quando mi disse che ci eravamo incontrati a Bolde Pediche durante una riunione nelle scuole del progetto. Gli chiesi cosa ci faceva lì e mi raccontò che aveva dovuto lasciare la scuola, la sua famiglia era stata costretta a venire a Kathmandu per trovare un lavoro. Avrà avuto 16 anni. Poi scomparve nel traffico. Qualcosa avevamo sbagliato.
I Tamang, un tempo portatori, sono la maggioranza dei risciò men di Kathmandu ma s’incontrano anche molti Madhesi saliti dal Terai, come Ram, più giovane e con più speranze. Rideva come un pazzo seduto dietro mentre guidavo il suo risciò, sbandando come un pazzo durante la gara di quella notte. La sua famiglia non poteva mantenerlo ed allora è partito in cerca di fortuna. Quando ha finito di lavorare s’inchioda in qualche ristorantino a vedere film di Boollywod ma ha ancora la sua speranza di finire la scuola (ha lasciato in VII classe) ed entrare nella polizia o nell’esercito. Spedisce qualche soldo alla sua famiglia di otto persone che vivono vicino a Bara, in un piccolo villaggio ai margini della giungla. Il resto cerca di rispiarmarlo, dice, per pagarsi gli studi quando avrà abbastanza per ridurre il lavoro e rimettersi a studiare.

Altri s’infilano nei baretti più scalcinati e cercano di sottomettere fatica e disperazione con immani bevute di rum e whisky locale. Liquidi che contribuiscono alla veloce distruzione fisica, insieme al continuo pedalare, dei risciòmen.
Qualche organizzazione, nel Terai, prevede degli schemi di microcredito che permettono a gente come Ram e Bir d’acquistare il risciò e guadagnare qualche soldo in più che gli consentirebbe di acquistare terra nei villaggi.
In Rajasthan, alcuni risciò furono dotati di telefono cellullare e fungevano da cabine mobili, arrotondando così i guadagni.riscio-gara
Un tempo la speranza dei riscio-men di Kathmandu era comprare una patente o guidare un “tempu” un specie di vespa cabinata, ora scomparsa e vietata per l’inquinamento. Ricompaiono solo a gennaio quando un gruppo di pazzi sale con questi mezzi (150 cavalli) dal Tamil Nadu fino a Kathmandu in un viaggio di 15 giorni e 3825 chilometri.
indian-idolRam, come i risciò-men più giovani, è preso come il resto di Kathmandu dalla frenesia annuale per Indian Idol. Un programma della TV indiana che, dopo una selezione di tre mesi, sceglie un giovane cantante sconosciuto tramite sms degli spettatori. L’anno scorso vinse un ragazzo d’origine nepalese di Darjeeling, e fu una mezza rivoluzione. (sarà tema di un prossimo post).
Ho raccontato a Ram, sempre attivo nella Piazza, che in Bangladesh, dove la sua categoria raggiunge 1 milione di operatori, è nato Magic Tin Chakar Taroka cioè ‘Three-wheeler Stars’ dove centinaia di risciò-men si sfidano, per mesi,  in una gara di canzoni. Quest’anno, a novembre, ha vinto Omar Alì, 45 anni, che ha proposto le canzoni che per 25 anni ha cantato ai passeggeri del suo risciò. Milioni di SMS l’hanno proclamato vincitore della trasmissione, “Whenever he sings, he sings from deep inside. It’s soul-stirring, ha spiegato il presentatore della popolarissima trasmissione. Ora inizierà un piccolo business con i USD 1500 vinti al concorso e spera di cambiare definitivamente vita se, il suo prossimo album, avrà successo. Che storia.


Asia instabile

Dicembre 2, 2008

leopold's cafè mumbaiL’Asia del boom economico (e forse proprio per questo) sta attraversando, in questi, giorni, innumerevoli tensioni; dalla Thailandia, India, Pakistan cresce l’instabilità. Diamo un occhiata.
Con un po’ d’imbarazzo, la Thailandia ha chiesto di rimandare il vertice dell’ASEAN, l’organizzazione politico ed economica dell’Asia sud-orientale, creata nel 1967 e che raggruppa Brunei, Burma, Cambodia, Indonesia, Laos, Malaysia, Philippines, Singapore, Thailand e Vietnam.
La stabilità politica, a parte qualche colpo di stato incruento, che attirava investimenti stranieri e poneva Bangkok come esempio fra i paesi dell’Alleanza non esiste più dopo le lunghe proteste di questi ultimi mesi.
It shows how neighbours are perceiving us as a country out of control. Our reputation for economic, political and social stability has been lost” dichiara con gli occhi tristi un amico professore della Chulalongkorn University della capitale. Insomma, la Thailandia sta perdendo la faccia, una degli eventi peggiori per stati e individui in Oriente.
In questa situazione politica, il Governo thailandese non è in grado di firmare accordi né di porsi, come un tempo, esempio e traino dei più piccoli e\o più poveri paesi dell’allenza. L’esempio è nello stallo delle trattative per il tempio di Preha Vihar con la Cambogia. Il Viet-nam stabile e in crescita è sempre stato l’antagonista economico e politico nella regione e si sta ponendo come paese-guida all’interno del gruppo, specie verso Cambogia e Laos in cui crescono investimenti e relazioni.
Il Professore non è molto tenero con il PAD (Peoples Alliance for Democracy) e introduce alcuni elementi differenti da quelli che siamo abituati a leggere sulla stampa internazionale.
Il PAD non è un movimento democratico, dice, richiede l’intervento dei militari per togliere un governo, pur criticabile, ma eletto democraticamente nel PAD all'aereoportodicembre scorso, rappresenta la classe media della capitale di tendenza monarchica, ignora la maggioranza del paese, specie i poveri delle campagne, che ha votato per i sei partiti che formano l’attuale governo, richiede un parlamento al 70% nominato e non eletto.
Continua raccontando dell’incredibile e costosa organizzazione delle manifestazioni, dell’appoggio dell’esercito e delle monarchia e dell’abilissimo marketing del PAD.
Intanto, dopo aver abbandonato l’assedio alla Casa del Governo e bloccati gli aereoporti Chamlong (uno dei leader PAD) said the Government House was no longer secure as it risked being attacked by pro-government supporters.
Intanto 240.000 turisti sono in attesa di ripartire, dal nuovo aereoporto di Suvarnabhumi e da quello di Don Mueng.

Oggi la Suprema Corte thailandese ha sciolto i partiti che formavano il governo per frode elettorale, fra cui il People Power Party del Primo Ministro Somchai Wongsawat. Situazione stravagante, il Primo Ministro non ha ufficio, non si fida dei servizi di sicurezza e non torna nella capitale da Chang Mai, dove si è rifugiato. Di fatto il Governo è caduto ma, scrive, giustamente,  il Nation di oggi The end of the Somchai Cabinet will not end the political crisis. His red-shirted supporters (i militanti pro-governativi vestiti di rosso e accusati di aver lanciato granate sugli attivisti del PAD)  have vowed to fight with all means, rejecting a court process they regard as unjust. The country may enter a more violent state. A general election with the Thaksin crowd taking another bought victory will surely lead to chaos, especially if there remains the attempt to rewrite the Constitution to help the convict ex-PM.

Anche in Pakistan non c’è pace. Un po’ dimenticato dalla stampa internazionale (a parte per la questione Afghana), continuano attentati e scontri. Ieri a karachiKarachi (fra le città più incrontrollabili) almeno 9 persone sono state uccise e 70 ferite in una giornata di guerriglia urbana fra membri del partito di governo Muttahida Qaumi Movement (MQM) e Pashtun nationalist Awami National Party. Il primo rappresenta i “mohajir“, migranti dall’India ai tempi della Partizione (1947), il secondo i nuovi migranti Pashtun scappati dalle zone di frontiera in cerca di lavoro a Karachi.
In Bangladesh si stanno preparando con qualche difficoltà le elezioni generali, dopo anni di governo tecnico provvisorio (interessante e lungo articolo). Il Nepal lo conosciamo e visto che il governo niente ha fatto per iniziare a risolvere qualche problema, sta finendo l’Honeymoon (i primi 100 giorni).

L’India, invece, reagisce all’attacco terroristico di Mumbai con la simbolica riapertura del Leopold’s Cafè, uno dei primi bersagli dell’attacco (8 morti fra i suoi avventori e due dello staff); terroristi che entrano sparando a raffica fra i tavoli, racconta il proprietario. Con 137 anni di storia, visitato obbligatoriamente dai turisti e descritto dal librone sulla freakstory di Gregory David Roberts (Shantaram) è un luogo cult di Mumbai e la sua riapertura un segnale di forza.
The first customer, Saleem Sharifally, 39, ordered a pint of beer for himself and a Coke for his six-year-old son Ali, and said Leopold’s reopening was a sign “Bombay is getting back to normal“. Scrive il Times of India. Aggiunge un amico indiano da Mumbai The Lashkar-e-Taiba or Al Qaeda may have incorporated them (i giovani estremisti islamici), but it is our societies, both in Pakistan and in India, that denied them any other avenue. How do we now work to open up the spaces for dialogue and interaction with our minority and marginalised groups – that to my understanding, is the real challenge we face


India: le bombe in Assam

Ottobre 30, 2008

Questo è il testo dell’articolo di oggi del Times of India che descrive i nuovi attentati nell’Assam The first of the explosions went off at around 11.30 am near the Ganeshguri flyover near the high-security capital complex housing the assembly building, followed by explosions at Paltan Bazar and Fancy Bazar here–all within five minutes. Around the same time, bombs also went off in crowded market places of Kokrajhar, Bongaigaon and Barpeta in lower Assam. Official sources put the toll at 66 dead and 470 injured
Questa è la situazione nell’Assam, dove gli attentati sono avvenuti.
Uno dei maggiori studiosi mondiali dell’area (Sanjoy Hazarika) ha così descritto la regione è
an anthropologist’s delight and an administrator’s nightmare. Nello stato vivono 39 milioni di persone divise in 350 gruppi etnici. Noti sono i Naga che fino a pochi anni orsono tagliavano le teste dei nemici e che hanno combattuto per decenni per ottenere un proprio stato, il Nagaland ai confini con la Birmania. Nel 1997 si è giunti a un accordo con il governo indiano e a un cessate il fuoco con il Nationalist Socialist Council of Nagaland (NSCN). Guerriglia che era supportata dalla Cina e dal Pakistan, come altre nella regione.
Poi i Bodo (Boro),
il gruppo tribale più numeroso, in perenne conflitto con i migranti musulmani del Bangladesh e del resto dell’India che hanno invaso le pianure in cui vivono. Qua c’è una lunga storia che parte da un accordo del 1985 che stabiliva il rimpatrio dei migranti bangladeshi. Un accordo mai fatto rispettare dal governo indiano perché questa povera gente ha iniziato a lavorare (risciòmen, muratori, inservienti vari, domestici) e, quindi, non vogliono più lasciare il paese, hanno costituito dei partiti e nessuno vuole perdere i loro voti (circa 2 milioni). All’inizio d’ottobre sono scoppiati scontri sanguinosi fra i Boro e i migranti, con 53 persone uccise e 150,000 rifugiati. Una delle tante notizie perse.
I Boro hanno ottenuto una regione autonoma (Bodoland) nel 2003, dopo anni di conflitto contro il governo indiano ma una parte del Bodo Liberation Tigers continua la guerriglia per ottenere maggiore spazio geografico e autonomia politica.
A sud s’estende lo stato del Meghalaya (il più piccolo stato indiano) con capitale Shillong. Un tempo estremo avamposto dell’impero inglese ad oriente. Qui abitano i Kashi, un gruppo etnico d’origine cambogiano, trasderiti per oscure ragioni migliaia di anni orsono. Anche qui si lamentano della delinquenza importata dai migranti indiani, nepalesi, bangladeshi: i dhark. Anche qui agiscono cinque gruppi di guerriglieri che vogliono l’indipendenza totale dall’India, rivendicano il loro passato e legami con gli altri paesi del sud-est asiatico e vogliono l’allontanamento degli estranei. L’attività più comune dei guerriglieri è chiedere donazioni ai commercianti; chi si rifiuta, chi protesta, gli emigranti che lavorano sono pestati, qualcuno ucciso. Anche qui, fuori dal mondo, alla notte vi è il coprifuoco e l’esercito vigila nelle strade.
Mi sono ritrovato fra le mani un vecchio Times of India (quest’area mai visitata mi ha sempre affascinato per il suo incasinamento) in cui un generale indiano scriveva:
The northeast has always been a bit of the Wild West,”. “Parts of it have been out of control where politicians and bureaucrats are hand in glove with militants, drugs and money.” Commercio di droga, legno pregiato, armi, guerriglieri da e con la Birmania e i Regni dell’Oppio hanno addirittura portato a un azione congiunta dell’esercito birmano e indiano nel 1995.
Chi cerca di coordinare tutti questi gruppi tribali ed etnici è United Liberation Front of Asom/Assam (ULFA), dichiarato gruppo terroristico dal governo indiano nel 1990 e responsabile di frequenti scontri con l’esercito regolari dalle sue basi in Bangladesh e, probabilmente, anche in Bhutan. Hanno anche un sito http://www.geocities.com/CapitolHill/Congress/7434/
Elementi unificante principale e demagogico il ritorno a casa di tutti i migranti (indiani, nepalesi, bangladeshi) che rubano lavoro e terre agli originali abitanti dell’Assam, scopo finale (più teorico) della lotta
establishing an independent socialist sovereign Assam (dal sito). L’ULFA ha compiuto attentati negli stati tribali che hanno accettato un accordo con l’India e giudicano i firmatari degli accordi dei traditori.
Anche per loro si racconta del sostegno militare e finanziario dei cinesi che hanno dispute di confine nella parte settentrionale dell’Assam e dei servizi segreti pakistani che sembrano vivere solo per creare casini (come spesso accade per molti servizi segreti worldwide).
Negli ultimi 5 anni i guerriglieri dell’ULFA, oltre a ingaggiare sporadici scontri con i militari indiani, sono stati responsabili di uccisioni di contadini e poveri lavoratori migranti e di attentati terroristici con oltre un centinaio di morti fra cui anche alcuni bambini.
I contatti in recenti tra il braccio politico, People’s Consultative Group (PCG) e il governo non hanno portato ad alcun risultato, anzi alcuni esponenti del PCG sono stati arrestati a ottobre.
Insomma, nell’Assam in 20 anni di conflitti tribali e etnici sono morte più di 10mila persone.
Oggi nuove uccisioni che non hanno per ora paternità. L’Ulfa
has denied its involvement in the blasts. “We have sympathies for the dead and the injured,” Ulfa ‘lieutenant’ Anjan Barthakur said in a statement, scrive oggi il Times of India. Ma si ritiene che abbiano fornito supporto logistico all’attentato.
I servizi segreti indiani puntano sul gruppo terroristico islamico Harkat-ul-Jehadi-e-Islami (HuJI) e sull allenza anti-indiana che collega i gruppi separatisti dell’Assam, i gruppi terroristici islamici, i servizi segreti pakistani (ISI) e servizi deviati bangladeshi (DGFI). Un’alleanza diretta a destabilizzare l’India, fare crescere le tensioni interne fra i molti gruppi etnici, castali e religiosi che la compongo, incrinare il nuovo rapporto instaurato con l’occidente, destabilizzare la regione; queste possono essere le ragioni generali. Fa estrema tristezza vedere un paese che può rappresentare un sistema di sviluppo alternativo, che collega le nuove grandi democrazie emergenti (Brasile, Sudafrica) per tentare di proporre diversi modelli economici al mondo, squassato da 64 attentati in sei stati differenti, con 215 morti negli ultimi sei mesi. Queste possono essere altre motivazioni della strategia del terrore in corso.
Fa tristezza leggere:
The din of Diwali firecrackers was still ringing in the children’s ears when five massive explosions rocked the city on Thursday. Worried parents started setting out on their own to bring back their children. Many chose to walk all the way to school, fearing that motorists would be stopped by police
 

  


India, ancora bombe

Settembre 13, 2008

Ancora bombe nei mercati e fra le gente dell’India. Quattro bombe sono state fatte esplodere dai Mujahideen indiani nel centro di Delhi through different parts of the National Capital on Saturday evening between 6:15 PM and 7 PM. At least 20 have been killed and over 100 have been injured. Unconfirmed reports say the casualty figure may be higher. The blasts took place in the Gaffar Market area of Karol Bagh, two blasts in Connaught Place, and another in Greater Kailash (M-block).

 Ancora di sabato, giorno di festa, come a Guwahati, Hyderabad nel 2007 e a Srinagar e Ahmedabad quest’anno. L’India è sotto assedio terroristico sono oltre un centinaio le vittime negli ultimi sei mesi. Come un gigantesco elefante è attaccato per farlo impazzire, per farlo precipitare in una guerra di religione, per punirlo per il nuovo avvicinamento con gli USA a seguito dell’accordo sul nucleare civile e per il suo ruolo di esempio di democrazia e di difficile ma riuscita convivenza fra musulmani e hinduisti.

 Intorno all’India una linea di paesi instabili fra cui l’eterno nemico Pakistan che sta attraversando un momento di revisione della propria politica interna ed internazionale. Musharaff, l’Amerikano, è stato “gentilmente” allontanato dal potente ISI (Inter-service Agency) i servizi segreti e dai suoi colleghi generali. La sua obbidienza agli Usa ha provocato una sequela continua di attentati e nessun risultato nella lotta contro i Talebani che ancora goverbnano le provincie di confine con l’Afghanistan. Più del 50% dei pakistani vive con meno di USD 2 al giorno e ciò li rende un po’ incazzati. Il nuovo presidente, Zardari è un uomo d’affari, con pochi scrupoli. Quando era nel governo della moglie, Bhutto (uccisa da sicari dell’ISI) chiese all’allora ministro delle finanze Ishaq Dar di aumentare i sussidi degli agricoltori nel Punjab (feudo elettorale) quando egli i chiese dove prendere i soldi, l’attuale presidente gli disse “stampali”.Accusato e imprigionato per corruzione (ragioni politiche ha sempre risposto) viveva fra un castello in Inghilterra e un attico a Manahattan. A prima vista sempre un altro bel personaggio, di quelli che stanno riempiendo i posti di Primo Ministro in varie parti del mondo, ma il dato più importante sembra che non abbia alcun controllo sui militari e servizi e che questi stiano giocando col fuoco con Talebani e terroristi.

 L’ISI è sempre sotto accusa per aiuto logistico dato ai terroristi che uccidono in India, per le montagne di monete false (da 500 e 1000 rupie indiane) che a ondate inondano i mercati indiani, per l’appoggio ai potenti clan malavitosi musulmani che controllano Bombay e per i separatisti del Kashmir (da 50 anni “vigilati” dalle inutili forze UN).

A nord il Nepal, praticamente senza controllo, da cui, secondo i servizi segreti indiani, passano nel confine colabrodo armi, terroristi e denaro falso. A est il Bangladesh, che sta faticosamente cercando di tornare alla normalità dopo una “tangentopoli” che ha spazzato via un’intera classe politica. Il Bangladeh è governato da un esecutivo tecnico non eletto ma appoggiato dai militari. Anche il Bangladesh è un colabrodo, l’India lo accusa di ospitare campi di terroristi, di dare asilo a ricercati e qualcuno vocifera che nelle giungle impenetrabili del delta sia nascosto anche Bin Laden. A sud l’eterna questione di Sri Lanka.

 All’interno i sussulti sanguinosi egli integralisti hinduisti, destinati a crescere con l’approssimarsi delle elezioni, che , nei giorni scorsi, hanno scatenato pogrom contro i cristiani nell’Orissa.

Il Nuclear Deal, che è considerato un enorme successo dal governo e destinato a risolvere il problema dell’energia e dello sviluppo, è passato in secondo piano. Sei mesi d’attentati stanno creando tensioni e paura fra le gente. Sul blog del Times of India questo è il commento più diffuso: What a shame that this government repeatedly failed to protect its own citizens even within its own boundry and let the terrorist choose and pick up their targets across the length and breadh of this country. Nelle prossime elezione l’alternativa al Congresso è il nazionalista e hinduista-oltranzista BJP.