In Nepal tutto fila come previsto e con grandi difficoltà. Il governo s’allarga a dismisura per accogliere membri dei diversi gruppi di potere, i partiti si sfaldano per accaparrarsi posti (specie il Madhesi Janadhikar Forum e l’UML), i maoisti bloccano la capitale con continui chakka jam. Qua mancano veline, cantanti e regali da nababbi ma i sudditi sono comunque dimenticati. Una decina di giorni ed è già marasma, come ai vecchi tempi. La gente inizia ad essere stanca di tutto questo casino, degli scioperi che bloccano movimenti, lavoro, commerci. A Banepa, pochi chilometri da Kathmandu, nel distretto di Kavre centinaia di persone hanno attaccato la sede dei maoisti, cercato i forzare i blocchi degli stessi, sono scoppiati disordini ed è stato imposto il coprifuoco. Lo stesso sembra avvenire in altri distretti.
Da Patan è partito l’immenso carro di Rato Machendranth, Controllore delle Acque e del Monsone (già arrivato). E’ una divinità Newari (gli originali abitanti della Valle) venerata sia dai fedeli del buddhismo che dell’hinduismo tantrico da loro sempre praticato. Una forma di Shiva e del Boddhisattva Avalokitesvara che deve essere propiziato per assicurare il regolare ciclo della natura.
Questo è quanto accade nella capitale; poi incontro Bernard, ormai un freakkettone sessantenne, che conobbi a Kathmandu all’inizio degli anni ’80. Lì viveva al mitico Kampo Hotel, una stamberga essenziale molto cool in quegli anni. Non c’era niente (servizi, acqua) ma era a pochi passi dalla Piazza in quella che un tempo era chiamata Cake Street, per i numerosi negozi di torte e costava quasi niente. Lì come tanti altri viveva da anni (arrivò in Nepal con le prime migrazioni di hippy nella metà degli anni ’70) trasferendosi durante il monsone a Goa, Cochin ed altri posti sull’oceano indiano. Aveva, come molti, una piccola rendita che arrotondava dipingendo belle cartoline. Per aumentare i guadagni (allora investiti in ganja), utilizzando le sue capacità artistiche, si specializzò nella falsificazione dei visti nepalesi, uno dei servizi più richiesti per il limite di 5 mesi da sempre posto ai turisti. Un bel giorno gli astuti nepalesi hanno cambiato, senza avvertirlo, il colore dello stick del visto che s’appone sul passaporto ed è finito in gattabuia, insieme a qualche cliente.I nepalesi gli apposero un bel timbro nero sul passaporto e per cinque anni dimenticò l’Himalaya nepalese e si spostò su quella indiana. Grande viaggiatore e coltivatore d’amicizie nel tempo divenne esperto di piante medicinali, riuscì a trovare un lavoro nel proibito Bhutan e da lì è oggi ritornato.
Porta sempre bei racconti; un tempo aiutato dai prodotti locali sparava frasi e pensieri che sembravano usciti da un libro di Buddha (eravamo giovani ed ingenui). Testa e cuore chi deve prevalere, si discuteva: la testa che deve servire per togliere blocchi, preconcetti, pensieri che, fissi, impediscono lo scorrere dei sentimenti, proclamava tanti anni fa. Tramite lui ci facciamo un viaggetto in quel simpatico e dimenticato paese, il Bhutan.
Nello scorso marzo vi furono le prime elezioni, il paese divenne una monarchia costituzionale. Ma con qualche problema, molta gente è stata esclusa. I monaci e i religiosi e, specialmente, i Lhotshampa (i bhutanesi d’origine nepalese che vivono nel sud del paese. Per lavorare, andare a scuola, aprire attività devono ricevere il No Objection Certificates (NOC) e pochi l’hanno ottenuto malgrado la democrazia. Bernard ricorda che centomila furono espulsi in 24 ore nel 1989, spediti nei campi profughi del Terai, in una delle più grandi (e non considerate) pulizie etniche dell’Asia.
Anche l’economia sembra peggiorare; resiste l’export d’energia idroelettrica verso l’India e aumentano gli aiuti internazionali, malgrado tutto. Il partito di governo Druk Phuensum Tshogpa (DPT) lanciò lo spettacolare Gross National Happiness (in sostituzione del più prosaico Gross National Product) con obiettivo, fra gli altri, di assicurare l’indipendenza economica del paese. Ma Thimbhu continua a chiedere soldi ai donatori internazionali che sono ben felici di darglieli, malgrado la debole difesa dei diritti dell’uomo. Il Bhutan è posto bello e remunerativo per gli espatriati.
Racconta Bernard, che anche la gente comune (oltre gli sfigati Lhotshampa) iniziano a lamentarsi e cita un rapporto pubblicato lo scorso settembre dall’ Anti-Corruption Commission. Il 55% ha dichiarato che nepotismo e favoritismo limitano libertà economiche e opportunità e sono un freno allo sviluppo del paese. Il “misuse” dei fondi pubblici a favore dei gruppi legati alla monarchia e al partito di potere, le mazzette sono altri fenomeni indicati nel Rapporto. Più recentemente il 47% della popolazione non crede più alll’ideologia ufficiale del Gross National Happiness e nella gestione del potere da parte del nuovo governo.
In realtà Re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ha fatto un ‘opera di maquillage, conclude Bernard, primo perché si ètenuto il potere di rigettare le decisioni del Parlamento non gradite, secondo perché gran parte degli eletti sono legati da sempre, per ragioni famigliari o di potere, alla monarchia. Bernard, che ama il Bhutan, i bhutanesi, le montagne, i monasteri persi nel verde, le erbe medicinali e le gonne colorate che è il vestito nazio ale, si domanda, però, coma mai nessuno (e specie quei dormiglioni delle NU) non parlino dei problemini che, anche, qui affliggono i diritti dei meno ammanigliati.
Pubblicato da crespi enrico 



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Il nuovo sovrano, il trentenne Jigme Khesar Wangchuk (studi a Oxford e USA), non ha mosso di molto l’assetto dello stato confermando le numerose norme imposte al bhutanese modello: vestirsi con il tradizionale coloratissimo Go, gambe nude e calze lunghe, non fumare, non giocare con i videogame, etc. 
Ovviamente, chi aveva qualche soldo è riuscito a ricostruirsi una vita emigrando o a Kathmandu (dove non sono ben visti); i più scaltri si sono infilati in qualche organizzazione umanitaria o della società civile ma la maggioranza spera ancora di tornare. 
freedoms, where there is no oppression, where art, music, dance, drama and culture flourish.













