Incontro Francis è tornato dal Bhutan dove ha scroccato per una settimana vitto e alloggio a UNDP per una Conferenza internazionale su “Deepening and Sustaining democracy” (12-14 ottobre). Bel posto, tutti simpatici, paese che merita di essere visitato, assomiglia un po’ al Nepal di 20 anni orsono. Anche qui tutto è in movimento e i soldi che provengono dalla vendita di elettricità all’India hanno portato ricchezza, almeno a Paro e Thimpu (le città principali).
Tanto più, nessuno lo dice, che agli inizi degli anni ’90 hanno espulso 120.000 bhutanesi di etnia nepalese (Lhotshampa), sequestrandogli beni e case e mandandoli a languire in campi profughi nel Terai. liberando un pò di spazio e risorse.
Adesso qualcuno è entrato in programmi di “resettlement” e lentamente (20.000 fino ad oggi) sta emigrando in USA, Canada, Australia, Olanda e in altri paesi europei. La situazione nei campi è pessima malgrado le prime evacuazioni. Il WFP ha bloccato l’invio di cibo e alcuni pensano che sia un modo per forzare i rifugiati ad abbandonare i campi e indurli a smettere di chiedere di tornare nella loro patria, appunto il simpatico Bhutan. Nessuno vuole litigare per accontentarli, così i numerosi incontri fra governi (Nepal, contro India e Buthan e paesi occidentali donatori) hanno prodotto niente.
Francis racconta che, oltre alla triste storia dei rifugiati, suonava strano vedere baci e abbracci fra il Primo Ministro bhutanese Jigmi Thinley e il Regional Director dell’UNDP Ajay Chhibber quando è noto che il Bhutan non è ai primi posti, per quanto possa valere, come democrazia. L’attuale classe politica (due partiti Druk Phuensum Tshogpa- Bhutan United Party- 47 seggi e People’s Democratic Party -PDP- 2 seggi) eletta nelle prime elezioni parlamentari nel 2008 a liste bloccate (come nel passato), è formata da appartenenti all’aristocrazia, le autonomie locali sono inesistenti, il sovrano mantiene il controllo tramite i suoi uomini eletti e la Presidenza dell’Alta Corte di Giustiza.
Poi, per amordiddio, conclude Francis la gente, almeno a Thimpu , la capitale se la passa abbastanza e la città s’è riempita di bei ristoranti e discoteche negli ultimi anni. I turisti rimangono pochi (circa 20.000 all’anno), per scelta tradizionale del governo, e vi è attenzione alla difesa della natura (circa il 60% della popolazione vive nei villaggi d’agricoltura e allevamento).
Il Buthan, si legge nell’annuale Report sulla corruzione nel mondo (in base agli indici di percezione del fenomeno elaborati da Transparency International), è 49° (su 180 paesi), meglio dell’Italia (63°), India (84°), Nepal (143°) e Cambogia (158°).
Poi, però, mi capita sotto le mani un libretto scritto da Tek Nath Rijal, Torture, Killing Me Softly, pubblicato in Nepal dopo il successo del suo libro precedente Nirbasan (in nepali). Il poveretto è stato 19 anni nelle prigioni del Buthan, per le sue attività pro-Lhotsampa e per “Deepening and Sustaining democracy” in quel paese. “This book describes the hell named Bhutanese prisons and is the first documentation of mind control in this part of the globe. I have presented an account of my harrowing experiences and injustice I continue to suffer, for which the king and his regime of tyranny are mainly responsible. I have been the victim of mind control for the last 19 years,“
E racconta sistemi di tortura morbidi e raffinati come il “mind-control device”. “It is an electromagnetic mind control technique, which can take full control of the person’s body and mind permanently. It uses modulated microwaves to produce audible voices in the person’s head. It is in the form of subliminal hypnotic command and the victim can be hypnotically programmed for the years without knowing. The motive of mind control is to destroy the targeted person’s life. He digresses from his goal, forgets his mission, behaves strangely with his family and relatives and can not follow his routine life. It is used to elicit the required information from the prisoner as it hypnotises him.” Ricordiamoci un pò anche degli sfigati.
Pubblicato da crespi enrico 
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Il nuovo sovrano, il trentenne Jigme Khesar Wangchuk (studi a Oxford e USA), non ha mosso di molto l’assetto dello stato confermando le numerose norme imposte al bhutanese modello: vestirsi con il tradizionale coloratissimo Go, gambe nude e calze lunghe, non fumare, non giocare con i videogame, etc. 
Ovviamente, chi aveva qualche soldo è riuscito a ricostruirsi una vita emigrando o a Kathmandu (dove non sono ben visti); i più scaltri si sono infilati in qualche organizzazione umanitaria o della società civile ma la maggioranza spera ancora di tornare. 
freedoms, where there is no oppression, where art, music, dance, drama and culture flourish.













