Torture bhutanesi

Novembre 18, 2009

Incontro Francis è tornato dal Bhutan dove ha scroccato per una settimana vitto e alloggio a UNDP per una Conferenza internazionale su “Deepening and Sustaining democracy” (12-14 ottobre). Bel posto, tutti simpatici, paese che merita di essere visitato, assomiglia un po’ al Nepal di 20 anni orsono. Anche qui tutto è in movimento e i soldi che provengono dalla vendita di elettricità all’India hanno portato ricchezza, almeno a Paro e Thimpu (le città principali).

Tanto più, nessuno lo dice, che agli inizi degli anni ’90 hanno espulso 120.000 bhutanesi di etnia nepalese (Lhotshampa), sequestrandogli beni e case e mandandoli a languire in campi profughi nel Terai. liberando un pò di spazio e risorse.

Adesso qualcuno è entrato in programmi di “resettlement” e lentamente (20.000 fino ad oggi) sta emigrando in USA, Canada, Australia, Olanda e in altri paesi europei. La situazione nei campi è pessima malgrado le prime evacuazioni. Il WFP ha bloccato l’invio di cibo e alcuni pensano che sia un modo per forzare i rifugiati ad abbandonare i campi e indurli a smettere di chiedere di tornare nella loro patria, appunto il simpatico Bhutan.  Nessuno vuole litigare per accontentarli, così i numerosi incontri fra governi (Nepal, contro India e Buthan e  paesi occidentali donatori)  hanno prodotto niente.

Francis racconta che, oltre alla triste storia dei rifugiati, suonava strano vedere baci e abbracci fra il Primo Ministro bhutanese Jigmi Thinley e il Regional Director dell’UNDP Ajay Chhibber quando è noto che il Bhutan non è ai primi posti, per quanto possa valere, come democrazia.  L’attuale classe politica (due partiti Druk Phuensum Tshogpa- Bhutan United Party- 47 seggi e People’s Democratic Party -PDP- 2 seggi) eletta nelle prime elezioni parlamentari nel 2008 a liste bloccate (come nel passato),  è formata da appartenenti all’aristocrazia, le autonomie locali sono inesistenti, il sovrano mantiene il controllo tramite i suoi uomini eletti e la Presidenza dell’Alta Corte di Giustiza.

Poi, per amordiddio, conclude Francis la gente, almeno a Thimpu , la capitale se la passa abbastanza e la città s’è riempita di bei ristoranti e discoteche negli ultimi anni. I turisti rimangono pochi (circa 20.000 all’anno), per scelta tradizionale del governo, e vi è attenzione alla difesa della natura (circa il 60% della popolazione vive nei villaggi  d’agricoltura e allevamento).

Il Buthan, si legge nell’annuale Report sulla corruzione nel mondo (in base agli indici di percezione del fenomeno elaborati da Transparency International),  è 49° (su 180 paesi), meglio dell’Italia (63°), India (84°), Nepal (143°) e Cambogia (158°).

Poi, però, mi capita sotto le mani un libretto scritto da Tek Nath Rijal, Torture, Killing Me Softly, pubblicato in Nepal dopo il successo del suo libro precedente Nirbasan (in nepali). Il poveretto è stato 19 anni nelle prigioni del Buthan, per le sue attività pro-Lhotsampa e per “Deepening and Sustaining democracy” in quel paese. “This book describes the hell named Bhutanese prisons and is the first documentation of mind control in this part of the globe.  I have presented an account of my harrowing experiences and injustice I continue to suffer, for which the king and his regime of tyranny are mainly responsible. I have been the victim of mind control for the last 19 years,

E racconta sistemi di tortura morbidi e raffinati come il “mind-control device”. “It is an electromagnetic mind control technique, which can take full control of the person’s body and mind permanently. It uses modulated microwaves to produce audible voices in the person’s head. It is in the form of subliminal hypnotic command and the victim can be hypnotically programmed for the years without knowing. The motive of mind control is to destroy the targeted person’s life. He digresses from his goal, forgets his mission, behaves strangely with his family and relatives and can not follow his routine life. It is used to elicit the required information from the prisoner as it hypnotises him.”  Ricordiamoci un pò anche degli sfigati.


Un passo in Bhutan

Giugno 8, 2009

flagsIn Nepal tutto fila come previsto e con grandi difficoltà. Il governo s’allarga a dismisura per accogliere membri dei diversi gruppi di potere, i partiti si sfaldano per accaparrarsi posti (specie il Madhesi Janadhikar Forum e l’UML), i maoisti bloccano la capitale con continui chakka jam. Qua mancano veline, cantanti e regali da nababbi ma i sudditi sono comunque dimenticati. Una decina di giorni ed è già marasma, come ai vecchi tempi. La gente inizia ad essere stanca di tutto questo casino, degli scioperi che bloccano movimenti, lavoro, commerci. A Banepa, pochi chilometri da Kathmandu, nel distretto di Kavre centinaia di persone hanno attaccato la sede dei maoisti, cercato i forzare i blocchi degli stessi, sono scoppiati disordini ed è stato imposto il coprifuoco. Lo stesso sembra avvenire in altri distretti.

Da Patan è partito l’immenso carro di Rato Machendranth, Controllore delle Acque e del Monsone (già arrivato). E’ una divinità Newari (gli originali abitanti della Valle) venerata sia dai fedeli del buddhismo che dell’hinduismo tantrico da loro sempre praticato. Una forma di Shiva e del Boddhisattva Avalokitesvara che deve essere propiziato per assicurare il regolare ciclo della natura.

Questo è quanto accade nella capitale; poi incontro Bernard, ormai un freakkettone sessantenne, che conobbi a Kathmandu all’inizio degli anni ’80. Lì viveva al mitico Kampo Hotel, una stamberga essenziale molto cool in quegli anni. Non c’era niente (servizi, acqua) ma era a pochi passi dalla Piazza in quella che un tempo era chiamata Cake Street, per i numerosi negozi di torte e costava quasi niente. Lì come tanti altri viveva da anni (arrivò in Nepal con le prime migrazioni di hippy nella metà degli anni ’70) trasferendosi durante il monsone a Goa, Cochin ed altri posti sull’oceano indiano. Aveva, come molti, una piccola rendita che arrotondava dipingendo belle cartoline. Per aumentare i guadagni (allora investiti in ganja), utilizzando le sue capacità artistiche, si specializzò nella falsificazione dei visti nepalesi, uno dei servizi più richiesti per il limite di 5 mesi da sempre posto ai turisti. Un bel giorno gli astuti nepalesi hanno cambiato, senza avvertirlo, il colore dello stick del visto che s’appone sul passaporto ed è finito in gattabuia, insieme a qualche cliente.I nepalesi gli apposero un bel timbro nero sul passaporto e per cinque anni dimenticò l’Himalaya nepalese e si spostò su quella indiana. Grande viaggiatore e coltivatore d’amicizie nel tempo divenne esperto di piante medicinali, riuscì a trovare un lavoro nel proibito Bhutan e da lì è oggi ritornato.

Porta sempre bei racconti; un tempo aiutato dai prodotti locali sparava frasi e pensieri che sembravano usciti da un libro di Buddha (eravamo giovani ed ingenui). Testa e cuore chi deve prevalere, si discuteva: la testa che deve servire per togliere blocchi, preconcetti, pensieri che, fissi, impediscono lo scorrere dei sentimenti, proclamava tanti anni fa. Tramite lui ci facciamo un viaggetto in quel simpatico e dimenticato paese, il Bhutan.

Nello scorso marzo vi furono le prime elezioni, il paese divenne una monarchia costituzionale. Ma con qualche problema, molta gente è stata esclusa. I monaci e i religiosi e, specialmente, i Lhotshampa (i bhutanesi d’origine nepalese che vivono nel sud del paese. Per lavorare, andare a scuola, aprire attività devono ricevere il No Objection Certificates (NOC) e pochi l’hanno ottenuto malgrado la democrazia. Bernard ricorda che centomila furono espulsi in 24 ore nel 1989, spediti nei campi profughi del Terai, in una delle più grandi (e non considerate) pulizie etniche dell’Asia.

Anche l’economia sembra peggiorare; resiste l’export d’energia idroelettrica verso l’India e aumentano gli aiuti internazionali, malgrado tutto. Il partito di governo Druk Phuensum Tshogpa (DPT) lanciò lo spettacolare Gross National Happiness (in sostituzione del più prosaico Gross National Product) con obiettivo, fra gli altri, di assicurare l’indipendenza economica del paese. Ma Thimbhu continua a chiedere soldi ai donatori internazionali che sono ben felici di darglieli, malgrado la debole difesa dei diritti dell’uomo. Il Bhutan è posto bello e remunerativo per gli espatriati.

Racconta Bernard, che anche la gente comune (oltre gli sfigati Lhotshampa) iniziano a lamentarsi e cita un rapporto pubblicato lo scorso settembre dall’ Anti-Corruption Commission. Il 55% ha dichiarato che nepotismo e favoritismo limitano libertà economiche e opportunità e sono un freno allo sviluppo del paese. Il “misuse” dei fondi pubblici a favore dei gruppi legati alla monarchia e al partito di potere, le mazzette sono altri fenomeni indicati nel Rapporto. Più recentemente il 47% della popolazione non crede più alll’ideologia ufficiale del Gross National Happiness e nella gestione del potere da parte del nuovo governo.

In realtà Re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ha fatto un ‘opera di maquillage, conclude Bernard, primo perché si ètenuto il potere di rigettare le decisioni del Parlamento non gradite, secondo perché gran parte degli eletti sono legati da sempre, per ragioni famigliari o di potere, alla monarchia. Bernard, che ama il Bhutan, i bhutanesi, le montagne, i monasteri persi nel verde, le erbe medicinali e le gonne colorate che è il vestito nazio ale, si domanda, però, coma mai nessuno (e specie quei dormiglioni delle NU) non parlino dei problemini che, anche, qui affliggono i diritti dei meno ammanigliati.


Tibet, piomba la realtà

Novembre 7, 2008

potala-lhasa

Tutto fermo per il Tibet, anche il Dalai Lama appare stanco, invecchiato; da anni le sue proposte moderate non trovano riscontro in Cina. “It is impossible for Tibet to become independent, semi-independent, or independent in a disguised form,” dichiara il dignitario cinese Du Qinglin, capo dell’ United Front Work Department dopo l’incontro con due rappresentanti del Tibet in esilio. “The Dalai Lama should respect history, face reality, comply with the times and correct his political stance fundamentally.”
La Cina ha visto che le rivolte pre-olimpiche, l’attenzione momentanee dell’opinione pubblica internazionale, le tormaproteste modaiole di qualche politico sono durate quanto una Torma (scultura di burro tibetana) al sole. Quindi i cinesi possono tranquillamente dichiarare che “China would not allow Tibet the wide degree of autonomy it has granted its other territories, Hong Kong and Macau, under a “one country, two systems” formula”, come aveva proposto il Dalai Lama.
I due inviati tornano a Dharmsala (sulle colline indiane) peggio dei loro predecessori senza più alcuna realistica speranza di giungere a maggiore autonomia amministrativa  e tantomeno a un ritorno del Dalai Lama a Lhasa e più diritti economici per, l’ormai, minoranza tibetana in Tibet.
La triste raltà è che specialmente Lhasa (ma in generale il Tibet) non è più quello in cui visse il Dalai Lama e neanche quello della metà degli anni ‘80, quando fu aperto al turismo libero occidentale.
Visitare Lhasa è una pena per chi la vide allora. La tradizione tibetana è schiacciata dai karaoke, dagli stradoni, dalle distruzione dei vecchi quartieri. kumbumL’economia è controllata dagli Han così come l’amministrazione pubblica e il dilagante turismo interno. Questo fa, giustamente, arrabbiare i giovani tibetani, protagonisti delle rivolte olimpiche.
Ma l’unico risultato di quella rabbia è   nel bollettino ( probabilmente falso) diffuso da Baema Cewang, vice presidente della Tibet Autonomous Region (TAR). Gli arresti, durante gli scontri, sono stati 1317 (1115 subito rilasciati), 44 condannati a tre anni nei campi di lavoro e gli altri in attesa di giudizio. Intanto l’esercito non ha allentato i controlli e la vigilanza in tutto il Tibet, con partioclare dispiego i forze nel Kham e a Lintang (il veccio Tibet orientale oggi Sichuan).
Dopo il bastone ecco arrivare la carota nella forma di massicci investimenti per l’edilizia nel Sichuan (USD 372 milioni) per 470.000 pastori (chissà se saranno contenti di finire in miniappartamenti) e altri USD 3 miliardi per investimenti industriali nella TAR.
Dopo il treno da Pechino, sono stati aperti nuovi aeroporti (Kanding\Dartsedo e Ganzi\Kardze) ed è  prevista la costruzione di nuove strade per sviluppare il turismo che ha già raggiunto il milione di visitatori (previsti due nel prossimo anno).
bhutan-new-kingCome in altre parti del mondo sarà lo sviluppo economico che appiattirà le differenze per poi farle riesplodere in forme diverse.
Allargando la visuale sul mondo tibetano, almeno culturalmente, riappare nelle cronache il simpatico  Regno del Bhutan in cui è stato incoronato ufficialmente (due anni dopo l’insediamento) il 28enne Jigme Khesar Namgyel Wangchuck (studi a Londra e negli USA), scapolo d’oro assalito, in un suo recente viaggio, dalle ragazze thailandesi. I 110.000 bhutanesi d’origine nepalese l’hanno salutato dai campi profughi del Terai (vedi post I dimenticati).


Dhan Kuma Rai… e chi lo conosce

Settembre 29, 2008

53 anni, ingegnere aeronautico, accusato di tradimento dal regime bhutanese nel 1990, finito in prigione per 17 anni a Chemgunj, consegnato dalla polizia indiana (grandi protettori del regime), forse torturato, praticamente impazzito.
Una storia che fuoriesce dal simpatico paese del Drago, il Bhutan; tanto simpatico che anche le veline degli Human Rights preferiscono andarci solo per turismo o a propagandare il Gross National Happiness, (GNH); l’ indicatore della salute di una nazione al posto del più materiale Gross National Product (GNP), il nostro Prodotto Interno Lordo. Invenzione del regime patriarcale bhutanese. (vedi post: I Dimenticati)
Il povero Dhan Kuma si era impegnato nel Bhutan People Party diretto al riconoscimento dei diritti della minoranza Nepali-speaking ethnic Bhutanese Non ha avuto molto successo poiché 150.000 bhutanesi d’origine nepalese (magari residenti da generazioni) sono stati espulsi e languiscono da 18 anni nei campi profughi intorno a Jhapa (circa un migliaio nell’ultimo anno ha approfittato dell’offerta del governo USA per una green card).
Si è trattato di una delle più riuscite pulizie etniche del mondo, visto che il governo bhutanese è riuscito ad espellere 150.000 persone, sequestrare le proprietà senza reazione da parte della comunità internazionale.
Nessuno si è mosso, le Nazioni Unite come buone dame di carità hanno assistito i profughi ma non sono riusciti a smuovere di un centimetro neanche il potentissimo Regno del Dragone e a fargli rispettare i così tanto fashonable diritti umani.

 

 

 

 

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Dimenticati

Luglio 21, 2008

 

Il Bhutan è uno dei paesi più strani del mondo. Quasi inavvicinabile dal turismo di massa (solo 6000 turisti all’anno) per i costi (250 USD al giorno) e per la sostanziale indifferenza del governo ad incrementarlo. Ciò lo rende anche poco trattato dalla stampa, le ultime notizie riportano alle prime elezioni, teoricamente, democratiche nel marzo 2008 che hanno solo confermato il regime preesistente: monarchia paternalistica e aristocrazia famigliare.
il re del bhutan Jigme Khesar Wangchuk  Il nuovo sovrano, il trentenne Jigme Khesar Wangchuk (studi a Oxford e USA), non ha mosso di molto l’assetto dello stato confermando le numerose norme imposte al bhutanese modello: vestirsi con il tradizionale coloratissimo Go, gambe nude e calze lunghe, non fumare, non giocare con i videogame, etc. Con queste regole è naturale che qualcuno sfora con l’alcol nel modaiolo e unico pub-discoteca di Thimpu, l’Om Bar. Nei villaggi si viaggia a chang, la grappa di mais o riso bevuta in tutta l’Himalaya.
Poche macchine e poche strade, case basse e tradizionali, un PIL che comunque cresce del 9% all’anno, e un reddito pro-capite fra i più alti dell’Asia (1300 USD), solo 670.000 abitanti sparsi fra colline e vallate verdissime punteggiate da imponenti forti-monasteri. Insomma i bhutanesi originari non se la passano male e il loro sovrano o Protettore (Druk Gyalpo) se ne impippa di ogni protesta nazionale ed internazionale per la mancanza di diritti delle minoranze, i superstiti nepalesi (Lhotshampa) scampati dalla cacciata di massa degli anni ’90 e i reietti immigrati indiani.Dzong (Forte) in Buthan
Allora il Bhutan, almeno in Asia, assurse alle cronache. Di punto in bianco, senza problemi furono scacciati oltre 120.000 persone, sequestrate o distrutte le loro case, mandati a languire nei campi profughi, gente che viveva da generazioni nel Paese del Drago. Tutto ciò per rafforzare l’integrità etnica del paese ed evitare le proteste e le richieste di maggiore rappresentanza dei bhutanesi d’origine nepalese (allora il 20% della popolazione).
I rifugiati stanno vivendo da 18 anni nei 7 campi profughi nel Nepal orientale (distretto di Jhapa) sovvenzionati e mantenuti dalle NU, come sempre incapaci di trovare soluzioni e di esercitare pressioni sul Bhutan (che non è una potenza diplomatica) per un ritorno in patria dei poveretti. Forse perché, come tutte le cose che da temporanee diventano stabili, qualcuno si è ben organizzato e fra capi di associazioni, operatori umanitari, rappresentanti vari è stato creato un buon business a scapito della moltitudine di esclusi.
campi dei rifugiati buthanesi in NepalOvviamente, chi aveva qualche soldo è riuscito a ricostruirsi una vita emigrando o a Kathmandu (dove non sono ben visti); i più scaltri si sono infilati in qualche organizzazione umanitaria o della società civile ma la maggioranza spera ancora di tornare. Quando nel 2006, gli USA si offrirono d’accogliere 60.000 rifugiati (fino ad ora solo 800 sono migrati) scoppiarono violenti tumulti (favoriti dai maoisti che sono forti nei campi) contrari a un resettlemnt che non fosse in Bhutan.
Se il regime di Thimpu, malgrado inutili incontri diplomatici, se ne frega dei rifugiati e non li riprenderà mai indietro, lo stesso è per l’India, da cui il Bhutan dipende economicamente per tutto.
Le risorse idroelettriche sono un boccone appetibile e sfruttato dal gigantesco vicino che può contare sulla fedeltà assoluta del regime anche dal punto di vista politico (il Bhutan non ha relazioni con la Cina).
Del resto l’India, fornisce armi e addestramento anche alla giunta militare Birmana per parare l’espansione politica-economica dei cinesi.
Non sorprende, dunque, che i profughi nepalesi siano lasciati a decantare nelle pianure del Terai, gli unici che si preoccupano sono gli abitanti dei villaggi prossimi ai campi che hanno visto aumentare furti e rapine e il governo nepalese che, prima o poi, dovrà integrare in qualche modo 100.000 persone.scontri nei campi dei rifugiati 2006
Con queste premesse suona un po’ stonata la grancassa con cui il Bhutan ha proposto il Gross National Happiness, (GNH) come indicatore della salute di una nazione al posto del più materiale Gross National Product (GNP), il nostro Prodotto Interno Lordo. Ha dichiarato il Sovrano: Bhutan seeks to establish a happy society, where people are safe, where everyone is guaranteed a decent livelihood, and where people enjoy universal access to good education and health care. It is a society where there is no pollution and violation of the environment, where there is no aggression and war, where inequalities do not exist, and where cultural values get strengthened every day. (…) A happy society is one where people enjoy bhutan flagfreedoms, where there is no oppression, where art, music, dance, drama and culture flourish.
Belle parole, però se per alzare il GNH bisogna scacciare tutti i poveracci, sono buoni tutti (anche Bossi & c.).
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