Basterebbe poco: i bilanci delle ONLUS

Ottobre 20, 2009

bilancio socialeBasterebbe poco, a una ONLUS\ONG, per fare un bilancio trasparente e tacitare le critiche montanti sull’efficacia e serietà di queste organizzazioni.  Basterebbe scrivere e dettagliare quanto entra, quanto è speso in Italia (per amministrazione, personale, spese generali, comunicazione, convegni e meetings, attività varie, viaggi su e giù), quanto è speso dalle strutture nei paesi sostenuti per le stesse cose, quanto arriva veramente ai beneficiari diretti, dettagliando come questi soldi sono stati utilizzati.

Nessuno lo fa, anzi, negli ultimi anni, è cresciuta la nebbia fatta da certificazioni di bilancio, maquillage dei fundraisers (che guadagnano sui soldi che dovrebbero procurare), comunicatori vari, report fotografici (bilanci sociali). L’impressione è che questa nebbia (costosa e inutile) serva a nascondere alcune cose semplici cioè che gran parte dei soldi donati se li beve (o magna) la struttura in Italia e gli italiani che lavorano nei Paesi sostenuti.  Su quanto valgono le certificazioni ci sarebbe da aprire un capitolo (specie visto il loro passato nel profit) tanto che, nel settore privato, sono considerate un male necessario, un elemento del marketing aziendale, o buoni suggeritori per nascondere le magagne dei bilanci. E’ difficile che chi paga i controllori possa essere controllato.

Il quotidiano il Giornale ha tentato un inchiesta sulle ONLUS ma si è fermato all’apparenza, forse non voleva pestare i piedi a qualcuno. Qualcun altro, nel passato, aveva segnalato che i cooperanti dovevano versare una mazzetta (sottratta dai propri stipendi) all’organizzazione, ed è noto che fra il 10 e il 20% dei soldi impegnati per un progetto finanziato dai donatori istituzionali finisce nelle casse della ONG che se lo accaparra; più un altro 30-40% per le spese di gestione del progetto stesso.

Il grande trucco, segnala Max e i suoi amici analisti da Londra, sta nell’imputare spese di gestione italiane fra i fondi destinati ai beneficiari. E da qui partono, indicandomi alcune stranezze.                                          Tanti bilanci, in realtà, non lo sono in senso tecnico, ma solo una stentata sintesi; pressochè inutile, per comprendere il reale utilizzo dei fondi. Action Aid, AMREF (fra le poche in crescita d’entrate +6%) sono un esempio di questo stile essenziale; Intervita, parla di Conti Chiari (come le banche!) e pubblica quattro numeri. Save the Children Italia e Pangea ONLUS sono rimasti al 2007.  Note segnalate da Londra: meno i bilanci sono trasparenti più crescono le spese di comunicazione e marketing e abbondano le certificazioni.

Altro elemento comune nei bilanci ONLUS\ONG è la loro somiglianza, come allocazione di fondi, a quelli di una holding dove i soldi sono tenuti ben stretti. Nei bilanci di molte ONLUS, BOT, CCT, Fondi d’investimento, conti correnti bancari (le cosiddette disponibilità liquide, che tanto liquide visto la forma d’investimento non sono) bloccano una buona parte di fondi destinati ai beneficiari. (30% delle entrate per Terre des Hommes; 20% CCS Italia).

Poche finiscono in passivo, fra queste c’è, ovviamente,  CCS Italia (- euro 100.621) esempio globale di malagestio,  ripianato con fondi risalenti alle precedenti gestioni; l’ASVI ha un risultato operativo negativo (circa euro 700.000) ripianato da non meglio precisati proventi straordinari

L’ Ai.Bi (Amici dei Bambini) ha il bilancio più trasparente, fra quelli visionati, e, infatti, non ha certificazioni di qualità o finti auditors. Leggendo il bilancio dell’Ai.Bi emerge, correttamente, quello che le altre ONLUS vogliono nascondere cioè che almeno il 60% dei soldi donati finisce nella gestione della struttura italiana (+ un altro 25-30% in quella estera). Per struttura intendiamo affitti, stipendi, viaggi, macchine, workshops, spese generali (consulenze, avvocati, fundraisers, etc.).  L’Ai.Bi, seriamente, dichiara che quasi 3 milioni di euro sono utilizzati per pagare il personale (in Italia e all’estero), euro 804.256 per comunicazione, euro 1.100.000 per spese generali (entrate, in calo di circa il 10% a euro 7.755.000).

Come detto, su queste spese, la maggioranza delle altre organizzazioni fa la furba.  Le spese di gestione (in Italia o per italiani)  sono, nella norma, messe sotto il grande e indefinito tappeto della voce “spese per progetti” come Terre des Hommes, (in calo marginale d’entrate); “oneri per programmi nel sud del mondo” come Action Aid, (in crescita del 5%). Nessuno si prende la briga di specificare come questi soldi siano spesi, quanto per la struttura nel Paese, macchine e benzina, stipendi per i funzionari locali, etc.

Casi misteriosi sono Intersos che dichiara nel suo bilancio sociale di disporre di 94 “operatori umanitari” e 1400 operatori locali ma sbatte tutte le spese (ad occhio e croce euro 10.000.000) negli “oneri per progetti e attività” senza specificare i costi del personale (e quelle di gestione). A qualcuno, forse, farebbe piacere sapere quanto dei 15 milioni di euro incassati (e detratte le spese dichiarate di struttura in Italia :euro 1.500.000) quanto in realtà arriva ai beneficiari finali.

Cadiamo nel ridicolo con CCS Italia in cui i costi di personale sono stati dimezzati dal 2007 al 2008 (passando da 304.000 a 172.095) mentre nella realtà sono fortemente aumentati, portando in deficit l’associazione. Per rimanere su questi, le maestranze sono un battaglione (in proporzione al fatturato) cioè 1 dirigente (euro 90.000 lordi annui con benefits, 2 impiegati a euro 140.000 con benefits, 5 impiegati più sfigati per euro 200.000, 2 apprendisti (euro 30.000); più 17 operatori con contratto a progetto (circa euro 450.000 lordi e con benefits). Infine spariti nelle voci progetti anche un centinaio di operatori locali. Più 5 membri del Consiglio Direttivo, con qualche benefits e magari consulenze pagate.

Gli operatori locali, sui quali giugono voci pessime, guadagnano mediamente quanto il Presidente della Repubblica del loro paese (fra i 1200 e i 1500 euro mensili) per cui stimiamo  una spesa complessiva di euro 90.000 (per stare bassi). Poi aggiungiamo un po’ di consulenti, spariti fra spese generali e di comunicazione (altri euro 50.000). Qualche legale\socio a parcella salata (altri euro 80.000). Anche qui le spese generali sono passate da euro 186.1389 a euro 107.398 (dal 2007 al 2008), guarda caso. In sintesi, le spese superano il 70% delle entrate.                                                Dove hanno nascosto gran parte di queste spese? Semplice come è costume nel settore, nella voce “Uscite per Progetti”.

L’ingenuo sostenitore dice, ma che bravi, hanno dato più soldi ai bambini sostenuti ma, in realtà, se li sono spese per mantenere (e bene) un grosso e inutile manipolo di  italiani (vista la qualità e quantità delle attività, fa anche rima).     Se buttiamo dentro tutte le spese per mantenere il carrozzone (cioè loro stessi) accade che, come nella maggioranza delle ONLUS\ONG, è già un miracolo che su euro 100 versati ne arrivino 20 ai beneficiari sotto forma di progetti, magari qualche visita dentistica o Child Club. Qui si dovrebbe aprire il triste capitolo relativo alla qualità della spesa.

Fanno pena, poi, le giustificazioni per gabbare i lettori. Sempre dal CCS Italia leggiamo, con sconforto:  il risultato negativo  “è dipeso esclusivamente dalle maggiori risorse destinate ai progetti” o “la significativa differenza rispetto all’esercizio precedente è dovuta a una più attenta attribuzione dei costi di pertinenza ai progetti” anche l’Avvocato Azzeccagarbugli ( per rimanere fra i dirigenti dell’associazione) si sentirebbe preso per il culo.

Per finire la carrellata,  segnala l’attento Max, le multinazionali dell’assistenza (Action Aid, Save The Children, TDH) hanno la vita semplificata perchè infilano tutto   nella voce “programmi del network internazionale” o capitoli analoghi, ovviamente nessuno sà come vengono spesi.


Suona il violino: ONLUS e comunicazione

Ottobre 5, 2009

vilankulos bambino-pescatoreHo cercato di resistere ma non ci sono riuscito. Sono arrivate diverse mail su un articolo comparso sul quotidiano locale di Genova Secolo XIX relativo al CCS ONLUS; un associazione su cui, da tempo, raccogliamo dati e testimonianze non brillanti. Può essere utile, come altre segnalazioni, come esempio per chi vuole conoscere l’ambiente della cooperazione internazionale.

L’articolo è una triste sviolinata senza citare nemmeno un dato. Niente di nuovo, rispondo ai diversi commentatori, rientra nella tradizione della stampa italiana, quella d’ingraziarsi i potenti e di farsi qualche viaggio gratis (in questo caso, probabilmente, almeno due persone a spese dei bambini) e scrivere (?) qualche riga di superficialità per creare un po’ di effetto. Infatti, CCS Italia è stato catturato da una banda di politici genovesi e da qualche avvocato loro consorte (nel senso di consorteria), con parcelle, a carico dei bambini sostenuti, da 80.000 euro, riferisce il vice presidente della ONLUS in un raro momento di lucidità, e, allora, meglio tenerseli buoni.

Se dal 2007 (se non quelle programmate da altra gestione nel 2006) non viene costruita una scuola in Nepal, se i costi di una classe in Cambogia sono paragonabili a quelli di un attico, se in Mozambico i costi delle costruzioni (senza rispettare le normative locali) sono doppi rispetto a quelli di mercato, se spendono  euro 85.569 più euro 28.000 perconsulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassandone euro 9.616 (tutto ciò con schiere di consulenti pagati), se si fanno dei workshop  a Rapallo (oltre euro 20.000), se spalmano le retribuzioni (alte) dei funzionari italiani e le spese generali su quanto destinato ai beneficiari (per cercare di fare bella figura) e, infine, se ai beneficiari arriva realmente meno del 15% di quello donato, è meglio insabbiare.

Si, caro Francesco, l’articolo in questione sembra quelli della vecchia Pravda e poi ci stupiamo se i giornali non li legge più nessuno. Come scritto in altro post, se chiudono mi dispiace solo per gli edicolanti (fortunatamente, per i giornalisti, ci sono le nostre tasse sotto forma di finanziamenti statali, pubblicità dei comuni, etc.).  Giornali di stato e giornalisti statali, quindi si tende all’agiografia. Non è una novità per quanto riguarda la comunicazione sul  mondo dell’assistenza internazionale, poiché la maggioranza delle ONLUS\ONG ha protettori politici.  Il suonatore di violino del Secolo XIX è stato  a Vilankulos, (tra l’altro una delle più belle spiagge del Mozambico) e da Vilankulos, noi, invece, senza suonate a pagamento, preferiamo portare qualche dato, da gente che vive e lavora lì. (questa mail è disponibile per i miscredenti).

ciao enrico . Ieri stavo conversando con il direttore di una scuola qui a Vilankulos, le ho chiesto alcune informazioni di quanto ricevono dal CCS durante l’anno. Inizio anno:  un Kit scolare comprendente 10 quaderni 6 biro 6 matite una scatola di colori gomme e temperini il tutto stimato in 100000 mt (Metical , la moneta mozambicana- € 1= 40 mt); nei mesi successivi hanno comprato delle sementi per l’ortalizia (orto scolastico), 50 galline 2 sacchi di mangime e niente altro. Questa scuola ha 800 bambini apadrinati (sostenuti) ricevono dai padrini 240 euro per 800 cioè euro 192000. Ne spendono: kit 4 dollari galline e altre cose 1 dollaro (in totale USD 200 per tutti i bambini) totale 5 dollari a bambino per 800 da USD 4000 cioè 2600 euro . _Dove vanno a finire gli altri 189000. sul sito del ccs ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240 un abbraccio ciao.

Siamo troppo critici verso il sistema dell’assistenza internazionale? Qualcuno deve pur farlo. E’ brutto sentirsi presi per il culo.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


Trasparenti come bottiglie di latte: onlus, bilanci, comunicazione

Settembre 24, 2009

bambino mozambicoA volte alcune sensazioni, parole, fatti, comportamenti danno il senso di un ambiente, di una tipologia di persone e delle loro teste. Se si finisce in un osteria dove tutti gridano, bestemmiano, s’inciuccano, si danno cazzotti e puzzano come capre, la sensazione è quella che è meglio cambiare posto e che la gente, magari brava, sarebbe comunque da evitare. Questo pensiero me l’ha veicolato una mail di Serena (una ragazza che ogni tanto commenta, con intelligenza questo blog). Leggiamolo:

Ciao Enrico, ieri sera mia sorella Elena viaggiava sul web e ha incontrato il blog di tale Beppe Cacopardo che si autoprofessa “consulente strategico e operativo di Comunicazione, Marketing Sociale e Fundraising, professionale ed etico”. Un po’ trombone, come prima sensazione. Fin qui niente, il Beppe fa un elogio del sito del CCS di cui tu hai parlato nel post scorso e di cui, giustamente, hai segnalato che si fanno tanto chiacchiere su trasparenza e altro ma il bilancio è stato nascosto. Esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare e fanno molte ONLUS e ONG. Poiché questo Beppe è un consulente (si presume pagato) della stessa organizzazione, pubblicizza con enfasi il loro sito e si occupa di queste cose, mia sorella ha messo un commento in cui chiedeva il perché della segretazione del bilancio. Il Beppe non l’ha pubblicato malgrado la sua retorica su trasparenza, comunicazione, etica e via predicando. Tu me lo spieghi? Una battuta: ma questi del CCS fra un Tutti a Tavola e “se sono magnati una pasta“, pensano solo a mangiare?

Cara e paziente Serena di cacopardi è pieno il bel mondo della cooperazione. La prima idea che mi viene è che l’omino (non in senso fisico perché pare ben messo) potendo offrire, come scrive nel suo sito in terza persona, “Come attestano i risultati di numerose case history, l’organizzazione nonprofit che sceglie la sua collaborazione sa di poter contare su una consulenza professionale….” sia stato un po’ intimidito del risultato della brillante campagna di Direct Mail forse dallo stesso partorita e allo stesso retribuita. Il “case history” non è stato incoraggiante: spesi euro 85.569 più euro 28.000 per “consulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassati euro 9.616, Se fossi tu il responsabile di questa operazione non cercheresti di nasconderla anche ai parenti?     Figurati se il cacopardo ti pubblica il commento, lui è un teorico della trasparenza.

Siccome questi dati sono nel bilancio (se così si può definire) di  CCS Italia ONLUS e nessuno lo può vedere (forse solo i sostenitori) noi facciamo liberi tutti e lo pubblichiamo nei docs (a fondopagina)

Ma l’ambiente da osteria non si ferma qui. Ricorderai Andrea di Promodigital , lui si autodefinisce marketing and social media strategist in Linkedin,  in tempi più semplici era un venditore di spazi pubblicitari. Anche lui prometteva mari e monti, chiarezza e trasparenza, informazioni e notizie poi è sparito come un vampiro all’alba. Scriveva il 16 marzo 2009, un po’ piccato: In realtà non c’eravamo dimenticati di te e darti le informazioni che ci hai richiesto e che siamo ben lieti di darti a breve. Infatti siamo riusciti ad organizzare un incontro nella sede di CCS per avere ulteriori informazioni sulla loro causa e abbiamo richiesto la possibilità di avere i bilanci da te domandati…. Andrea”. La campagna di Web Marketing è costata solo euro 29.424 e gli ingenui bloggers,  che hanno copiato  il messaggio del CCS nel loro sito,  pensavano fosse tutta opera pia.  

Cosa strana nel bilancio della ONLUS: oltre le spese sopra elencate, troviamo altri euro 16.693 per “personale di comunicazione” ma cosa vuol dire? Non hanno già 27 persone dichiarate come dipendenti e con stipendi messi a bilancio (in parte spalmati sui progetti per far figurare più fondi ai beneficiari, a dir la verità) e, dunque, questi soldi dove sono finiti?

In sintesi, cara Serena, nel bilancio dichiarano d’aver speso euro 244.236 (oneri di promozione e comunicazione) e nel bilancio sociale di averne incassati 51.000 (altri 102.509 provengono dall’8per mille 2006). Non serve  pagare auditors certificatori come PKF per capire che hanno fatto una bella cazzata,  perdendo  euro 190.000 (soldi che qualche ingenuo sperava di aver inviato a un bambino del Nepal, della Cambogia o del Mozambico). Del resto lo stesso è accaduto l’anno scorso  con una perdita di euro 160.000 (forse anche lì c’era un cacopardo).  

Non sorpende che qualcuno, fra i donatori, se ne accorge e fugge (-20% nel 2007 e 25% nel 2008) e che nuovi non ne arrivino 1775 nel 2007 (risultati da campagne effettuate da altra direzione nel 2006) e 849 nel 2008.  Bilancio fallimentare. E, cara Serena,  il cacopardo (teorico della comunicazione CCS)  non pubblica il gentile messaggio di tua sorella.  

Il resto sono chiacchiere da osteria (o bilanci certificati che è lo stesso).

Notizia dell’ultima ora, il sito del CCS (24/09/09 ore 18) è stato aperto per accedere al bilancio. Siamo i guerriglieri della trasparenza, cara Serena (dopo soli due posts). Quindi, continueremo e terremo i bilanci nel blog. Non si sa mai che ci ripensano.


Qua se magna: ong, onlus e bilanci

Settembre 20, 2009

magna-mozambicoQualche anticipazione, in questo post, che approfondiremo in altri. Tanto in Nepal c’è il Dashain (la festa più importante) e tutto si ferma. I maoisti riempiono i mercati insieme ai sostenitori del governo e fermano manifestazioni, scioperi, pietronate ai membri dell’UML e del Congresso (i partiti maggiori che reggono il paese). Il monsone sta finendo (un po’ scarso e arrivato in ritardo) preannunciando una stagione calda e secca, con problemi seri per l’agricoltura. Che sia il surriscaldamento del pianeta? Può darsi ma, per ora risposte certe non ce ne sono. In compenso, il business della cooperazione internazionale si sta già muovendo, come è costume con gran workshops, convegni, reports, in Nepal (come ovunque, (Bangkok, Copenaghen, Bonn, Barcellona, e via per il mondo). Il famelico circo dei burocrati delle Nazioni Unite e delle INGOs ha fiutato il business e un altro settore per mantenersi, quello del climate change. Iniziano a produrre reports, analisi inventate, progetti cartacei per succhiare soldi ai donatori (cioè a noi che paghiamo le tasse e a qualche ingenuo che ci crede e molla qualche soldo). Il Nepal, con i suoi immensi ghiacciai,  che da decenni si stanno restringendo come una maglietta lavata alla temperatura sbagliata, è uno dei palcoscenici centrali per la grande recita. Qualcuno già allarga le tasche come gli inutili della piramide sull’Everest e qualche NGO italiana che s’è attaccata al carro.

Non per niente è sceso in campo il Gran Visir degli scrocconi, l’ex segretario delle Nazioni Unite (super contestato al tempo: gran giro di mazzette per Oil For Food, alla faccia degli iracheni, in cui rimase invischiato anche il figlio Kojo, nome che è tutto un programma). Il furbacchione, come tutti i politicanti bolliti grandi e piccoli (Prodi, Craxi e i meno noti Stefano Zara, Fernanda Contri) s’è infilato in qualche organizzazione umanitaria. Kofi, da buon astuto commerciante, ha fiutato il filone e ha sfornato un bel rapporto (dal titolo immaginifico e con un po’ di morti per condirlo, lui dice 300.000 all’anno per i cambiamenti climatici), per raggranellare qualche spicciolo (e scampoli di visibilità) per il suo fantomatico Global Humanitarian Forum: The report (The Anatomy of a Silent Crisis’) launched by Kofi Annan, President of the Global Humanitarian Forum, in London .

Queste notizie e le prime informazioni che giungono dall’amico Max da Londra su una sua sommaria analisi di alcuni bilanci (appena depositati) da ONLUS\ONG nostrane, spiegano il titolo del post. Ho preso spunto concreto da una NewsLetter (che dovrebbe raccontare le attività dell’Associazione) di CCS Italia Onlus. “Enrico and Andrea si sono “magnati ‘na pasta” con alcuni rappresentanti paese delle principali ONG italiane presenti in Mozambico (CESVI, ISCOS, CIES, Share…) per sentire le loro esperienze nel Paese”. Niente di male, per amordiddio in realtà, ma dà un po’ il senso del sistema. L’originale è a disposizione e mi è stato inviato da un collaboratore pentito (che comunque s’è beccato una lauta liquidazione, tanto sono soldi dei bambini).

Contemporaneamente mi scrive un altro ex collaboratore del CCS dal Mozambico: del ccs le notizie non sono buone, non fanno quasi niente, aiuto ai bambini quasi zero, i soldi se li mangiano in stipendi, affitti di casa e ufficio, automobili diesel, manutenzione. Vuoi sapere l’ultima, un dipendente mozambicano se comprato un land cruiser pajero costo 40000-50000 dollari, benzina, 6 cilindri .Antenna parabolica in casa, e una piccola famiglia da mantenere 10 persone. E aggiunge, parlando della costruzione delle scuole: quando lavoravo io le scuole che costruivamo costavano un terzo rispetto a quelle fatte da loro; i loro costi sono uguali a quelli di un’impresa, ma loro non pagano iva contributi per i lavoratori tasse ecc. Come potresti giustificare i land cruiser costruzione di case e altro?

Dalla Cambogia aggiungono: come è possibile che chiedano ai sostenitori euro 7.000 per costruire 1 (una) classe (vedi loro sito) di 20\30 mq con un costo di euro 280 al mq. (in campagna dove i costi sono più bassi) quando un cambogiano ha un reddito procapite di euro 600 all’anno. Per una famiglia e una casa di 60 mq servirebbe il reddito totale annuo di 30 anni per costruirsela. Notizie tristi che ci inducono a preparare un post con alcune informazioni utili a tutti: quanto costa costruire una scuola in Nepal, Mozambico e Cambogia. Quando lavoravo in Nepal mi ero fatto fare un progetto,  da una società privata,  sul prototipo di una scuola primaria ( 5 classi, aula segreteria, bagni e serbatoi per l’acqua), e il costo totale ammontava (rivalutati) a euro 18.000.( Il progetto è a disposizione). Cosine che è utile sapere quando si guarda un bilancio di una ONLUS\ONG.

Il caro Max mi anticipa che, rispetto alla sua analisi (sempre limitata) fatta lo scorso anno si registrano alcune curiosità: Save The Children Italia ha ancora il bilancio fermo al 2007; Intervita pubblica un dei bilanci più sintetici mai visti (Conti Chiari, hanno il coraggio di scrivere nel sito); quello di CCS Italia è segretato e visibile solo ad utenti dotati di passwords (alla faccia del processo avviato a fine 2006 dal nuovo Consiglio Direttivo e orientato a perseguire la massima trasparenza, come scrivono nel sito). Altri bilanci, in fase d’analisi, sono invece molto descrittivi come quello di TDH e Amici dei Bambini. Almeno fra quelli visionati. La chiarezza formale è già un passo, visto il settore. La sostanza, mi anticipa Max, è spesso e purtroppo un’altra cosa

Registra, inoltre, il dato generale del calo dei finanziamenti, aumento dei costi di marketing, diminuzione dei fondi destinati ai beneficiari, a causa dell’aumento delle spese fisse (in rapporto al calo d’entrate) della struttura. Di gran moda i Bilanci Sociali, carichi di fotografie dei beneficiari e di maree di parole autoreferenzianti, nonché, a volte,  di immani polpettoni, per confondere i donatori; qua c’è lo zampino della schiera di Fund Raisers, professione cresciuta negli ultimi anni e affollata da espulsi dal mondo del lavoro. Scoppiata, anche la moda, delle certificazioni di qualità e degli auditors di bilancio. Un fenomeno già tristemente noto per il profit dove il controllore è pagato dal controllato con i risultati visti (Parmalat, Cirio, banche americane e via discorrendo). Anche qui è l’immagine, la forma e il marketing che impera.

Poi, come anticipazione, ci sono casi tristi come quello dei poveretti (specie i beneficiari e i sostenitori) di CCS Italia e della schiera di consulenti (web marketing, fund raising, comunicazione) che paga con i soldi, teoricamente, destinati ai bambini sostenuti. Lì hanno investito euro 85.569 per una brillante campagna di Direct Mailing (che fa il paio con il Tutti a Tavola dello scorso inverno) ricavandone euro 9.616 (scrivono nel loro bilancio segreto). Eppure avevano usato un testimonial d’eccezione, l’onnipresente (dai socialisti craxiani ai giorni nostri) e inossidabile Fernanda Contri, l’eterno e ben remunerato protettore del sistema genovese. Forse per questo, da quando è Presidente del CCS e testimonial dello stesso, l’organizzazione perde il 20% di sostenitori all’anno. Si dice che sarà la prima poltrona da cui fuggirà per sua volontà. Il resto nei prossimi post.


Anche in Mozambico non si scherza

Luglio 7, 2009

mozambicoSono andato qualche volta in Mozambico dove si respira un aria mista, un po’ europea almeno nelle città. Beira sembra appena uscita dalla guerra (del resto durata ufficialmente fino al 1992) s’aggirano vecchi portoghesi residui dell’impero, poco traffico, strade dissestate. Questi mangiano montagne di verdure bollite (specie patate) nei baretti ex-coloniali, quando possono corrono a Maputo ad ascoltare il fadoVillankulos e Pemba (e le stupende isolette vicine) sono state scoperte dal turismo e i sud-africani hanno costruito belle lodges. Maputo e l’area circostante è stata trainata dallo sviluppo del vicino Sud-Africa e le case sul lungomare fra cui la residenza di Mandela (e, si dice della sua amante) sono state occupate dai burocrati ( e amici) del Frelimo, il movimento marxista (ora convertito al libero mercato) che vinse la guerra. All’opposizione il Renamo, un tempo appoggiato da USA, cinesi e Sud-Africa per constratare la forte spinta sovietica nella regione. Oggi i cinesi sono i veri vincitori: costruiscono strade, sfruttano le risorse minerarie, fanno commerci, danno aiuti vincolati al business. Non solo in Mozambico ma in quasi tutta la regione sub-sahariana.

Fra qualche mese, ad ottobre, le elezioni,  che si faranno, anche qui, in presenza di una strisciante crisi economica. Le esportazioni sono calate del 36% (primo trimestre 2009), specialmente quelle di alluminio la principale, gestita dalla potentissima Mozal (ben messa con il governo, i donatori internazionali e d’origine anglo-australiana). 1000 dipendenti fra i meglio pagati in questa parte di mondo. La Mozal dovrebbe trainare investimenti stranieri in nuovi grossi impianti localizzati nel Beluluane Industrial Park, l’area industriale appena costruita nei pressi della capitale. Lodi e critiche al progetto: scuole, sanità, assistenza sociale sono assicurate ai dipendenti (prossimi per l’intera area a 5000); niente ricadute sulle aziende locali (e , dunque, sullo sviluppo economico diffuso) perché tutti i materiali ed esperti arrivano dal Sud- Africa o dall’estero.

La Mozal è una potenza: l’alluminio pesa per i 2\3 sulle esportazioni mozambicane e copre la metà della crescita del PIL (che nel 2008 è stato un bel 7%). Armando Guebuza (presidente) e il potentissimo e inossidabile Joaquim Chissano guardano con preoccupazione al crollo dell’alluminio, del gas naturale (-50%) e dei prodotti agricoli (cotone, noci, tabacco, legname, -30%) e al coseguente dimezzamento della crescita del PIL (si preannuncia un PIL in crescita per il 2009 solo del 4%), non sufficiente a ridurre la povertà, combattere l’aids (1,5 milioni affetti) e la malaria (5 milioni colpiti), estendere l’educazione nelle aree rurali (2\3 della popolazione) come era nelle intenzioni di governanti e donatori. Aumenta la migrazione verso il Sud Africa e scoppiano disordini con i locali (22 stranietri uccisi nell’ultimo mese).

Quindi, malgrado il naturale sviluppo dell’economia e del mercato: trasporti, comunicazione, conoscenze, reddito, educazione, sanità, permangono elevati gli indicatori di povertà che pongono il paese, malgrado l’enorme sviluppo degli ultimi anni, in fondo alla classifica dei paesi più sfigati: 167 su 179. In teoria, accanto al mercato, avrebbe dovuto agire la gran ghenga della cooperazione internazionale che qui ha riversato fiumi di miliardi e innumerevoli politici (molti dei quali italiani, dato che il Mozambico è il paese che riceve, tramite le ONG, il più alto obolo dalla cooperazione italiana).

Uno spicchio di cosa fanno questi proviene da un collaboratore italiano, che lavorò per 10 anni per CCS Italia (abituale esempio citato dell’inefficienza e cialtroneria delle ONG). Leggiamo cosa mi scrive (la sua mail è disponibile per i malfidenti) e per quei poveretti di Promodigital (spariti dala circolazione dopo le promesse di documentazione) che hanno pubblicizzato questi succhia soldi.

“Sono 3 anni non hanno fatto quasi nulla bel modo di fare cooperazione fanno una o due distribuzioni l’anno 50 o 60 mila meticais. 20 dollari (in Italia raccolgono euro 250 a bambino ndr) circa questo piu o meno l’aiuto che riceve un bambino all’anno. Tempo fa c’erano qui degli ispettori (i perdigiorno della teorica, ma costosa certificazione di qualità ndr) per vedere se tutto era in regola hanno dichiarato che tutto era perfetto chissa a chi hanno chiesto informazioni forse in qualche hotel a 5 stelle a Maputo. comunque questa è la cooperazione che fa il CCS (Centro Cooperazione Sviluppo ONLUS) qui in Mozambico”.

Questa mail fa mucchio con quelle provenienti dal Nepal e con l’incredibile storia dei Boat INGO People dalla Cambogia (progetti per favorire l’ammortizzamento di barche dei cooperanti come si legge). Per farci qualche altra risata aspettiamo il bilancio, che per vergogna forse, quest’anno è stranamente in ritardo.


Dai villaggi del Nepal, i disastri delle ONLUS italiane

Aprile 24, 2009

donna-e-bambinoStagione brutta per i raccolti in Nepal, il monsone è stato debole e il mais e il riso sono scarsi. Si stima un calo della produzione agricola intorno al 20-30% cioè due-tre mesi in meno d’autonomia alimentare per le famiglie. Situazione più grave nei distretti collinari centro-occidentali dove è abituale il deficit alimentare. Le solite ragioni: l’agricoltura dipende dalle piogge monsoniche niente è stato fatto malgrado ingenti investimenti internazionale da decenni per migliorare il sistema idrico (conservazione, pozzi, tanks, etc.) e l’ irrigazione dei campi. Il Nepal è uno dei paesi con le maggiori risorse idriche mondiali ma queste non vengono gestite. Un recente studio di un gruppo di economisti nepalesi (Is foreign aid working?) riporta che nel periodo 1990-2005 oltre il 50% degli aiuti internazionali sono stati destinati a sviluppare il settore energetico, l’agricoltura e il water management (7 miliardi di dollari). A Kathmandu si usano le vecchie fontane, la luce manca per 12 ore al giorno, nei villaggi non si riesce a fare raccolti sufficienti per sopravvivere e la gente deve camminare per chilometri per raccogliere l’acqua per bere e fare da mangiare.
Questa è anche la situazione dei villaggi del Timal (Kavre) dove iniziammo a lavorare nel 2003, anche lì è tutto secco e i raccolti sono stati scarsi. Fa caldo, e, forse per questo la gente sembra più incazzata.
Se non altro, prima del 2007, qualche progetto funzionava per assicurare educazione, salute, integrazioni alimentari a bambini e famiglie. L’unico che và avanti un po’ incasinato è quello per portare l’elettricità alle 60.000 persone che vivono in quest’area, solo grazie alle comunità .
Incontro insegnanti, gente dei villaggi con cui abbiamo lavorato e condiviso esperienze per anni e mi parlano con rabbia e amarezza della progressiva chiusura di tutte le attività iniziate allora: niente più distribuzione due volte all’anno di materiale didattico a 6000 bambini; licenziamneto per decine d’insegnanti; fine del progetto sanitario, delle visite mediche e delle analisi fatte a oltre 4000 bambini e 300 famiglie, dell’idea di creare un sistema assicurativo per garantire ricovero ospedaliero gratis, niente più integrazioni alimentari per 850 bambini degli asili, , fine delle classi di sostegno per i ragazzi sponsorizzati da sostenitori italiani iscritti nelle scuole secondarie, fine del supporto all’unica scuola superiore costruita nella regione (10+2) scuole costruite e non finite (come quella di Chapakori, ne avevamo già parlato) e via discorrendo.
Adesso mi raccontano, l’Ospedale di Dhulikel si è stufato di lavorare con questi cialtroni di mandare gruppi di medici a visitare i bambini dei villaggi quindi l’intervento sanitario per i bambini si è ridotto a : “arriva un dentista di una clinica privata di Kathmandu, ci guarda i denti, dice dobbiamo fare questo e quest’altro e poi arco barsa betulla (ci vediamo l’anno prossimo). La gente ride quando li vede arrivare e pensano a quanto questi spendono per non fare niente.
Breve descrizione della situazione in risposta ai numerosi sostenitori di bambini nepalesi che sperano di far qualcosa per i bambini di Kavre (Timal) tramite l’ ONLUS italiana CCS Italia (Centro Cooperazione Sviluppo) nelle scuole di Naryansthan Thulo Parsel Bolde Pediche, Chapakori, Sarsyurkarka. Le sigle sono NCS, NKS, NN (tutte), NSB NSH, NT (tutte), NBD, etc.
Misfatti scritti da tempo dagli operatori locali, alcuni dei quali licenziati per questo, e dallo stesso Social Welfare Council (l’ente governativo, oggi finalmente ristrutturato incaricato di vigilare e controllare le presunte attività delle INGO). Nei giorni scorsi Evaluation Team del Social Welfare Council ha fatto il giro dei villaggi riscontrando e ufficializzando in un rapporto questo disastro e ripetendo cose già scritte l’anno scorso. Gli scrocconi in Italia se ne fregano basta raccogliere soldi.
Eppure i soldi arrivano, come anni orsono, ma si fermano a Kathmandu e in Italia.
Su 100 euro che uno sponsor italiano versa 45 sono usati dalla sede italiana per stipendi, viaggi, meetings, consulenti per la qualità (avanti e indietro per i paesi) per il webmarketing, per la comunicazione, per i progetti, per incontri di team building per decine di persone a Rapallo.
Dei 55 euro che arrivano in Nepal più della metà sono mangiati da una banda di 25 persone locali pagate mediamente (1000 euro+benefits) e da un inutile espatriato o missionario laico (euro 2500 netti+benefits). Questi fanno gran cooperazione a favore degli hotels a 5 stelle con meeting e workshop (basta guardare il sito e le attività contenute nell’AIN, l’associazione delle INGO nepalesi). Dati tratti dal Bilancio 2007 di CCS Italia ONLUS).
Per i bambini dei villaggi ne restano meno di 25 e neanche questi arrivano e non si sa dove vadano a finire.

Poiché parte degli attuali amministratori del CCS fanno parte del sistema politico-affaristico (dal PSI in poi) che ha saccheggiato da decenni l’Italia alla faccia dei cittadini non sorprende che lo stesso avvenga per i beneficiari nepalesi. Applicano gli stessi metodi.
Qua, però, spero che la gente s’incazzi e fortutamente, ciò sta avvenendo.
Un preside mi racconta che la Country Director nepalese tale e furba Chanda Raj (euro 1500 mensili+benefits, (mentre il maoista Prachanda primo ministro ne guadagna 750) si vede 1 volta all’anno, troppa polvere e fatica. E, aggiunge bisognerebbe mandare la sua foto ai sostenitori italiani visto che i soldi destinati ai nostri bambini se li prende lei.
Poi con una faccia di merda, questi delinquenti si presentano nei villaggi e propongono un accordo con le scuole che prevede un versamento annuo (medio) di Rs. 80.000 (euro 800) per assicurare educazione, libri, insegnati magari a 200 bambini sostenuti. Cioè euro 4 per ogni bambino su 252 versati all’anno da un sostenitore italiano.
Questa proposta è fatta dai funzionari nepalesi di CCS Italia che guadagnano, per gozzovigliare a Kathmandu, euro 1000 al mese. (in un paese in cui il reddito procapite è euro 600 all’anno)
Con questi soldi dati alle scuole, mi dice un insegnante questi pagano una persona per fare le lettere e le foto dei bambini sostenuti da spedire in Italia, per raccogliere soldi per stipendi e prebende ai funzionari nepalesi e italiani di CCS Italia.
La gente dei villaggi è presa in giro da un gruppo di delinquenti e incapaci. Mi chiedono cosa possono fare, perchè tutto quello che si faceva prima per bambini e famiglie è stato distrutto.
Non ho parole. Se non contribuire a far conoscere questi misfatti ai sostenitori italiani che già mi hanno scritto esprimendo dubbi sulla capacità e serietà di CCS Italia (del resto basta leggere la pochezza delle attività nel loro giornalino).
Non è facile trovarle, ma sicuramente, ci sono associazioni migliori dove donare ed esprimere solidarietà.


Si vende la povertà sul Web?

Marzo 13, 2009

money-exchange-africa“Puntare assolutamente sull’online e puntare sulla moltitudine dei piccoli donatori. Internet rappresenta di gran lunga il modo più economico per gestire la donazione. Non svendersi, mostrare come in un periodo in cui tutti gli investimenti prospettano ritorni bassissimi, la propria causa è senza prezzo e garantisce un ritorno altissimo con l’idea di aver fatto qualcosa di buono“. Scrivono gli esperti americani di fundraising .                                                                                                                                In un altro, più nostrano,  leggo:  quando uno ha i soldi spende e compra senza nemmeno pensarci, quando uno non li ha, vuole mille spiegazioni e fa mille confronti prima di spendere e decidersi, ecco perchè nel fundraising in periodi di crisi bisogna allungare il brodo /ho dei test che mi dicono che nelle classi meno evolute mettere troppe scelte fa calare le donazioni perchè confonde. Stile un po’ vecchio, emozionale da azienda di prosciutti anni ‘90, oggi anche le aziende profit pensono più a pubblicizzare la qualità del prodotto, il valore aggiunto anche alle “classi meno evolute“, che la crisi sta rendendo più consapevoli.
Questo è il mondo in cui vivono alcuni dei fundraiser (raccoglitori di soldi) per ONLU\ONG, non sorpende che poi compaiono campagne come quella già segnalata del Tutti a Tavola: sono in un altro mondo. I meccanismi e le mentalità che stanno dietro alla vendita della povertà sul WEB non sembrano tanto dissimili dalle pubblicità commerciali o dalle vendite piramidali
Che se ne impippa della partecipazione, consapevolezza, legame con il donatore (di spazio sul blog, di denaro o di tempo), di dare informazioni, spiegare i progetti, le finalità, i risultati, basta allungare il brodo. D’altro canto il cliente dona e si libera la coscienza (“ho contribuito alla salvezza del mondo”) come un tempo le Dame di Carità. Meglio di niente, ma poi non ci si può lamentare se i propri soldi sono male utilizzati, finiscono al 70% nelle spese di gestione, o i progetti non portano alcun aiuto ai beneficiari.
I bloggers sono uno dei canali oggi di moda per la pubblicità dell’industria dell’assistenza. Sono economici, un po’ vanesi e, forse, sperano in altri spot retribuiti. Qualcuno accetta per togliersi dai piedi il richiedente come quando si regala qualche centesimo al povero postulante che ti bussa al finestrino. Qualcuno, quando si rende conto del nulla che pubblicizza, si pente.
Le aziende di webmarketing setacciano i blog, senza neanche guardarli e offrono, come spot di detersivi, progetti, bambini, povertà.
L’esempio. Dopo aver espresso dubbi su  questa forma di pubblicità, parlando di due soggetti: Promodigital (società di webmarketing) e CCS Italia (cliente), mi arriva una bella mail da una ragazza di Promodigital:
“una delle cose che facciamo è mettere in contatto i brand con i blogger. In questo periodo abbiamo pensato di appoggiare una ONLUS che si occupa di migliorare le condizioni di vita dei bambini all’interno della comunità in cui vivono. (copiato dal sito dell’organizzazione). CCS ITALIA ONLUS con il nostro aiuto – mio e mi auguro anche tuo – e grazie ai blogger più influenti (l’ego s’arrapa) vuole sensibilizzare il “popolo della Rete” ponendo l’attenzione sulle problematiche che ancora oggi affliggono i Paesi più poveri.”
Poi vengono al sodo: “Per creare un effetto virale (?) all’iniziativa abbiamo anche preparato un banner che puoi adottare nel tuo blog. Il buzz (?) in questo caso non è tanto un modo per promuovere un marchio (senso di colpa) quanto un’occasione per dare il tuo aiuto ad una nobile (enfasi) causa”.
Un po’ intimidito da buzz e viral rispondo: “Sarò pagato se piazzo il banner o (conoscendo il marketing dell’ONLUS) riceverò un bambino in omaggio? E’ possibile avere dettagli, bilanci o altro sull’effettiva capacità dell’organizzazione. Io per esempio sono interessato al Nepal e mi piacerebbe sapere cosa fanno in quel paese e avere una rendicontazione delle spese effettuate e come. Questo per poter aderire in forma più coinvolta nell’iniziativa. Sono ben lieto di ospitare il CCS sul mio blog anche gratuitamente se mi fornisce informazioni dettagliate sulle sue attività. Sai non vorrei fare brutte figure”.
Il giorno dopo mi rispondono: “ti dico subito che noi teniamo a non pagare nessuno di coloro che parlano delle nostre iniziative per non influenzare il loro giudizio (?)…Quello che posso fare è informarmi direttamente con la ONLUS CCS per avere queste informazioni ed eventualmente rispondere alle tue domande. Spero di poterti rispondere in modo esaustivo”. Era il 10 febbraio 2009 e da allora sono in attesa delle informazioni richieste per offrire il mio blog in modo consapevole.
Forse è lo stesso buconero in cui finisce ogni richiesta rivolta a CCS Italia ONLUS, come quella dell’ingenuo Matteo (vedi commenti) disposto a chiedere spiegazioni sulle malpractices segnalate ai cd. “saggi” che dovrebbero dirigere l’ente.
Nello stesso buconero sono però finiti purtroppo, una quindicina di insegnanti e qualche collaboratore locale (da qualche giorno licenziato per le critiche espresse), un blog, qualche progetto a favore dei bambini.

Non è un bel periodo per le ONLUS\NGO, calo delle donazioni, disincanto per la poca trasparenza ed efficacia delle stesse. Elementi che s’ingigantiscono quando l’industria dell’assistenza privata si mischia con quella pubblica (donatori statali e Nazioni Unite) e girano tanti soldi come in Afghanistan, e in altre parti del mondo.

E’ scoppiata una querelle giudiziaria fra il Guardian (un articolo\video un po’ confuso) e la ONG italiana Intersos. Il motivo: la spese relative alla riabilitazione e ampliamento dell’ospedale Khair Khana di Kabul. La storia era già girata sul sito di una ONG  di donne afghane e sulla stampa locale  (interessanti anche i commenti) e, ancora prima, nel blog di Dr. Ramazan Bashardost (ex Planning Minister e candidato alle prossime presidenziali dallo scorso ottobre.                              Per smentire i racconti, Intersos ha messo sul sito, evento raro che dovrebbe essere normale e generalizzato, i capitoli di spesa (in forma sintetica) del progetto.
Il progetto di riabilitazione e ampliamento dell’ospedale (finanziato dalla Cooperazione italiana, cioè le nostre tasse) è costato USD 1.930.000 per 52 posti letto. I lavori sono iniziati nell’agosto 2002 e l’ospedale inaugurato nel maggio 2003, quindi molto veloci e affidati a società di costruzioni afghane.
Ogni posto letto è costato, dunque, circa USD 38.000 (il reddito pro-capite annuo, anche grazie al flusso d’aiuti internazionali, in Afghanistan è di USD 1000).
Questi i costi:  ma, purtroppo l’ospedale funziona male e sta già perdendo qualche pezzo riportano le cronache e conferma Intersos: “E’ stato fatto un errore di valutazione. Purtroppo, l’Amministrazione di Kabul non ha provveduto ai lavori di sua competenza e il Ministero della Sanità non ha assicurato sostegno, formazione e assistenza all’ospedale.”
Diciamo che a prescindere dall’articolo del Guardian e dall’uso formalmente corretto dei fondi come dichiara Intersos vi è un problemino relativo alla sostenibilità del progetto (come s’usa dire nel bel mondo della cooperazione riferendosi al suo funzionamento una volta concluso l’intervento del donatore) e alla sua utilità per i beneficiari.
Le diverse amministrazione afgane, che Intersos ritiene responsabili del mancato funzionamento corretto dell’ospedale dipendono per ogni spesa (e, dunque attività), dai donatori internazionali che buttano nel paese 8 miliardi di dollari ogni anno. Poiché il progetto vedeva Intersos operare insieme a diverse agenzie delle Nazioni Unite risulta stravagante (ma abituale) che nessuno si è preso la briga di verificare l’implementazione del progetto e di premere sulle autorità locali per la sua corretta gestione.


Nepal: quando non piacciono le critiche

Marzo 2, 2009

progetto educativo a Thulo ParselLa storia triste e, per certi versi, vergognosa l’abbiamo raccontata in altri post  (CCS Italia) come abbiamo già raccontato di licenziamenti e minacce  al personale locale per critiche e commenti. Questo l’epilogo del blog di ccsnepal


Cambogia: soldi che spariscono

Febbraio 21, 2009

scuola-cham-cambogiaI giornali dell’Asia (India, Viet-nam, Thailandia, Nepal) hanno dedicato poca attenzione al processone di Phnom Penh ai residui Khmer Rouge. Questo conferma lo scarso interesse giuridico per la  messinscena. Ma appena iniziato il carozzone ha iniziato a piangere miseria. L’evanescente portavoce della Corte, una delle tre, (vedi foto), ha  gridato al rischio bancarotta e all’impossibilità di pagare i numerosi funzionari che gravitano attorno alla struttura. According to the court’s revised 2005 cambogia portavoce cortebudget, the court needs an additional US$44.1 million on top of an original estimate of $56.3 million to see the court through to the end of 2009. Ricordiamo che la Corte è già costata USD 62 milioni. Per adesso grandi schermaglie procedurali.

Soldi buttati nella spazzatura in un paese in cui il 40% della popolazione vive con USD 1 al giorno e che s’aggiungono ai molti sprecati dall’industria dell’assistenza, fra l’altro,  nella sanità e nell’educazione (come vedremo in prossimi post). Nella combutta, storica, fra governo e donatori s’inserisce la durissima denuncia dell’organizzazione Global Witness di Londra in cui si accusa le elites politiche, legate al Primo Ministro Hun Sen, di accappararsi le sostanziose royalties pagate dalle multinazionali che stanno sfruttando le risorse naturali del paese (una delle cause della scacciata dei contadini dalle loro terre). Il denaro proveniente da petrolio, carbone, gas naturale, legname è sparito e spartito  “behind closed doors “ alla faccia del futuro sviluppo del paese e dei bisogni fondamentali della popolazione. Tutto ciò mentre i donatori internazionali  (USD 1 milione nel 2009) si divertono nei baretti della capitale (dico io) e chiudono gli occhi di fronte a widespread corruption, mismanagement and nepotism (dice Global Witness). Più di 75 compagnie, incluse Chevron, BHP Billiton PLC, stanno sfruttando le risorse del paese e hanno pagato milioni di dollari al governo. Nessuno sa quanto, precisamente, e dove sono finiti questi soldi.

Nel 2007 Transparency International ha collocato la Cambogia al numero 162 su 179 paesi per livello di corruzione. Può essere che Global Witness ce l’abbia con Hun Sen che li scacciò dalla Cambogia nel 2007 dopo un ‘altro durissimo rapporto sulla corruzione ma, in effetti, si nota che per i comuni cittadini i bisogni fondamentali che lo stato dovrebbe fornire sono assenti, anzi peggiorano. Nel sistema sanitario si prevede la privatizzazione delle strutture pubbliche e il resto è affidato a contractors (spesso ONG) che forniscono servizi scadenti o inesistenti (come vedremo in un prossimo post). Il sistema educativo non decolla, malgrado i milioni di dollari iniettati dai donatori, tant’è che da ultimi rapporti emerge che, a causa della crisi e delle spese indirette per l’educazione, sta aumentando il numero di drop-out (abbandoni scolastici), specie nei villaggi e fra le bambine. Insomma, il rapporto di Global Witness, denuncia che l’intenso sfruttamento delle risorse naturali non sembra destinato ad assicurare un futuro per il paese. Il Governo, chiaramente smentisce e dà vaghe assicurazioni. Hun Sen non si tira indietro e attacca, a testa bassa, l’industria dell’assistenza già definita “just long term tourist” che attaccano il governo per attirare donatori. Allarga il tiro, accusando i “long noses” (occidentali) di dare consigli non richiesti e di scaricare sui paesi poveri costanti accuse di corruzione, dimenticando che il loro malgoverno ha generato il disastro economico mondiale che tutti stiamo pagando.

Torna alla carica con la legge del  2006, legittima anche se discutibile, per regolarizzare le oltre 2000 NGOs presenti in Cambogia, richiedere reports e conti. Ci fu una sommossa dei soggetti (lo stesso avvenne in Nepal nel 2005). Lo slogan, ben visto dalla gente comune, fu che stava per finire il “paradiso per le ONG e i loro dirigenti” e rifletteva una realtà, segnalata dalla stessa Action Aid che stimò, nel 2005, che il monte salari degli oltre 700 funzionari espatriati che vagavano per la Cambogia era identico a quello usato per stipendiare 160.000 funzionari pubbblici. Cose note e già segnalate da Sophal Ear, nel suo libro The Political Economy of Cambodia, Aid and Governance, che aggiunge che le ONG gestiscono un mucchio di business (dai baretti, ristoranti, negozi di abbigliamento e artigianato fino a strutture sanitarie e scolastiche) It’s all a business and this is just another way to avoid taxes, mantenere apparati e garantire prebende e soldi agli appartenenti alla casta politica (qui chiamata okhnas). Per adesso regole poche anche perchè l’interesse, come ovunque, lega i burocrati delle ONG stranieri a quelli locali, di norma parenti e amici dei politici e dei potenti.

Anche gli italiani non se la passano male, abbiamo segnalato, in un post precedente che CCS Italia (una ONLUS italiana che opera dal 2006 in Cambogia) ha speso nel 2008 euro 115.000 di struttura (case, macchine, stipendi) su euro 215.000 raccolti per i bambini fra i sostenitori italiani.