Nepal: il tiraemolla dei maoisti

Novembre 4, 2009

dal Kala Pattar-everestForse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.

In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.

Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.

Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.

Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero  centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.

Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.

In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.

Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.

L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


Trasparenti come bottiglie di latte: onlus, bilanci, comunicazione

Settembre 24, 2009

bambino mozambicoA volte alcune sensazioni, parole, fatti, comportamenti danno il senso di un ambiente, di una tipologia di persone e delle loro teste. Se si finisce in un osteria dove tutti gridano, bestemmiano, s’inciuccano, si danno cazzotti e puzzano come capre, la sensazione è quella che è meglio cambiare posto e che la gente, magari brava, sarebbe comunque da evitare. Questo pensiero me l’ha veicolato una mail di Serena (una ragazza che ogni tanto commenta, con intelligenza questo blog). Leggiamolo:

Ciao Enrico, ieri sera mia sorella Elena viaggiava sul web e ha incontrato il blog di tale Beppe Cacopardo che si autoprofessa “consulente strategico e operativo di Comunicazione, Marketing Sociale e Fundraising, professionale ed etico”. Un po’ trombone, come prima sensazione. Fin qui niente, il Beppe fa un elogio del sito del CCS di cui tu hai parlato nel post scorso e di cui, giustamente, hai segnalato che si fanno tanto chiacchiere su trasparenza e altro ma il bilancio è stato nascosto. Esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare e fanno molte ONLUS e ONG. Poiché questo Beppe è un consulente (si presume pagato) della stessa organizzazione, pubblicizza con enfasi il loro sito e si occupa di queste cose, mia sorella ha messo un commento in cui chiedeva il perché della segretazione del bilancio. Il Beppe non l’ha pubblicato malgrado la sua retorica su trasparenza, comunicazione, etica e via predicando. Tu me lo spieghi? Una battuta: ma questi del CCS fra un Tutti a Tavola e “se sono magnati una pasta“, pensano solo a mangiare?

Cara e paziente Serena di cacopardi è pieno il bel mondo della cooperazione. La prima idea che mi viene è che l’omino (non in senso fisico perché pare ben messo) potendo offrire, come scrive nel suo sito in terza persona, “Come attestano i risultati di numerose case history, l’organizzazione nonprofit che sceglie la sua collaborazione sa di poter contare su una consulenza professionale….” sia stato un po’ intimidito del risultato della brillante campagna di Direct Mail forse dallo stesso partorita e allo stesso retribuita. Il “case history” non è stato incoraggiante: spesi euro 85.569 più euro 28.000 per “consulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassati euro 9.616, Se fossi tu il responsabile di questa operazione non cercheresti di nasconderla anche ai parenti?     Figurati se il cacopardo ti pubblica il commento, lui è un teorico della trasparenza.

Siccome questi dati sono nel bilancio (se così si può definire) di  CCS Italia ONLUS e nessuno lo può vedere (forse solo i sostenitori) noi facciamo liberi tutti e lo pubblichiamo nei docs (a fondopagina)

Ma l’ambiente da osteria non si ferma qui. Ricorderai Andrea di Promodigital , lui si autodefinisce marketing and social media strategist in Linkedin,  in tempi più semplici era un venditore di spazi pubblicitari. Anche lui prometteva mari e monti, chiarezza e trasparenza, informazioni e notizie poi è sparito come un vampiro all’alba. Scriveva il 16 marzo 2009, un po’ piccato: In realtà non c’eravamo dimenticati di te e darti le informazioni che ci hai richiesto e che siamo ben lieti di darti a breve. Infatti siamo riusciti ad organizzare un incontro nella sede di CCS per avere ulteriori informazioni sulla loro causa e abbiamo richiesto la possibilità di avere i bilanci da te domandati…. Andrea”. La campagna di Web Marketing è costata solo euro 29.424 e gli ingenui bloggers,  che hanno copiato  il messaggio del CCS nel loro sito,  pensavano fosse tutta opera pia.  

Cosa strana nel bilancio della ONLUS: oltre le spese sopra elencate, troviamo altri euro 16.693 per “personale di comunicazione” ma cosa vuol dire? Non hanno già 27 persone dichiarate come dipendenti e con stipendi messi a bilancio (in parte spalmati sui progetti per far figurare più fondi ai beneficiari, a dir la verità) e, dunque, questi soldi dove sono finiti?

In sintesi, cara Serena, nel bilancio dichiarano d’aver speso euro 244.236 (oneri di promozione e comunicazione) e nel bilancio sociale di averne incassati 51.000 (altri 102.509 provengono dall’8per mille 2006). Non serve  pagare auditors certificatori come PKF per capire che hanno fatto una bella cazzata,  perdendo  euro 190.000 (soldi che qualche ingenuo sperava di aver inviato a un bambino del Nepal, della Cambogia o del Mozambico). Del resto lo stesso è accaduto l’anno scorso  con una perdita di euro 160.000 (forse anche lì c’era un cacopardo).  

Non sorpende che qualcuno, fra i donatori, se ne accorge e fugge (-20% nel 2007 e 25% nel 2008) e che nuovi non ne arrivino 1775 nel 2007 (risultati da campagne effettuate da altra direzione nel 2006) e 849 nel 2008.  Bilancio fallimentare. E, cara Serena,  il cacopardo (teorico della comunicazione CCS)  non pubblica il gentile messaggio di tua sorella.  

Il resto sono chiacchiere da osteria (o bilanci certificati che è lo stesso).

Notizia dell’ultima ora, il sito del CCS (24/09/09 ore 18) è stato aperto per accedere al bilancio. Siamo i guerriglieri della trasparenza, cara Serena (dopo soli due posts). Quindi, continueremo e terremo i bilanci nel blog. Non si sa mai che ci ripensano.


Africa in movimento

Settembre 9, 2009

poorTorno dall’Africa con un po’ d’ottimismo. Giro breve, niente di approfondito ma quando si va in un paese (o in un continente) si respira l’aria, si sente il sottofondo fatto di persone e cose. Poi si legge e si cerca d’informarsi. Alcuni paesi hanno ridotto (quasi dimezzandola) la percentuale di affetti da HIV (Malawi Tanzania). Nel dimenticato Gabon (perso nell’Africa occidentale) il presidente Omar Bongo (nome da favola) è rieletto e, malgrado qualche critica, senza violenze. In Kenya stanno lanciando telefonini a ricarica solare. Il Mozambico resiste, malgrado un sistema finanziario inefficiente, con tassi di crescita asiatici (+7%) e sta scoprendo (per venderlo) ingenti riserve di carbone che potranno assicurare redditi enormi per il paese.

Domanda ovvia, che si pongono anche in Ghana, quanto resterà per la gente comune e quando verrà incamerato dai potenti locali? I Ghanesi are also not excited because years of gold, diamond, cocoa, timber and other mineral exports has not brought any benefit to them rather they are still wallowing in chronic poverty with no access to water, healthcare, education, electricity with transport and other infrastructures crumbling. The question is will the people benefit from the oil if they could not benefit from gold and other minerals? Is there any guarantee that the people will benefit from the oil proceeds when it begins to flow in 2010? C’è da dire che in Angola, Gabon, Equatorial Guinea, Libia, Algeria, Sud Africa e anche in Mozambico (con alluminio) il drenaggio fatto dai governanti dei profitti ha, comunque, permesso che un minimo di ricchezza si diffondesse fra la gente comune, in forma ineguale e parziale ma questi sono fra i paesi con gli indici di sviluppo (e, dunque, di servizi) migliori dell’Africa.

La stessa domanda se la pone la donna nella fotografia, simile a migliaia di altre che compaiono sulle brochure delle varie agenzie e INGOs. Does she look like someone whose government has received billions of dollars in loans and grants from the World Bank or the IMF? Does she look like someone who has received financial or material help from US, Japan, Germany, Britain, France or Italy? Does she look like someone whose government receives billions of dollars in revenue from gold, oil, gas, coltan, diamond, timber, cocoa, cotton, tea, coffee, bauxite and uranium every year? Scrive Lord Aikins Adusei , critico giornalista africano.

Tutto vero ma sarà per la stagione buona e fresca ma la gente, almeno nelle città e nelle zone di costa (con più opportunità) sembra muoversi con speranza. Qualche amico africano segnala che, malgrado i drammi del continente tutt’ora aperti, il credit crunch che ha appassito le economie occidentali qui non si è sentito (anche per la povertà delle economie) a parte in Nigeria dove è scoppiato un bello scandalo bancario (con le solite implicazioni con i manovratori occidentali). Non sentendo la botta si sta proseguendo con lentezza, sussulti e rallentamenti verso un generale miglioramento delle economie e, dunque, delle condizioni primarie di vita. Gli Africani sono ormai 1 miliardo, in 2050, the African continent is expected to have 349 million youths, or 29 per cent of the world’s total, a notable rise from the nine per cent of the world’s youth in 1950. Forse, anche questo dato, tanti giovani in giro dà un immagine di speranza. Da qui un po’ di ottimismo malgrado anche in Africa, le piogge sono state scarse e i Masai del Kenia e della Tanzania sono dovuti andare a prendere qualche soldo per le famiglie (anche qui lasciate nei villaggi) negli hotels del Kenia o di Zanzibar a fare i guardiani. Ci sono i disastri non risolti, proprio dove è più attiva la cooperazione internazionale e i soldi (per i funzionari) scorrono a fiumi. 300.000 profughi somali che marciscono nei campi, il sud del Sudan dove migliaia di soldati delle Nazioni Unite, e altrettanti di funzionari di tutte le organizzazioni non riescono a fermare qualche banda di banditi che massacra donne e bambini. I jeepponi e gli alberghi costruiti in Mauritania per ospitare le bande di espatriati spediti lì a far carriera e soldi e per salvare qualche Tuareg che se la cava meglio da solo

Infatti è proprio questo il concetto, gli africani se la cavano meglio da soli, quando riescono a far funzionare il mercato e svicolare fra le mafie e i corrotti che li governano, spesso con l’appoggio della cooperazione internazionale. Esempio il capoccione Mugabe nello Zimbabwe che dopo aver fatto sparire USD 1 miliardo d’aiuti internazionali dalle casse statali e ridotto il paese in fallimento, riceve ulteriori USD 400 milioni dalla Banca Mondiale; il menzionato Omar Bongo che risulta possedere 70 conti bancari, 59 case di lusso e 18 macchine in Francia (che lo appoggia) o l’altro, Denis Sassou Nguesso del Congo che ha aperto 122 conti e possiede 24 ville in Francia e Svizzera. E via discorrendo.


Dai villaggi del Nepal, i disastri delle ONLUS italiane

Aprile 24, 2009

donna-e-bambinoStagione brutta per i raccolti in Nepal, il monsone è stato debole e il mais e il riso sono scarsi. Si stima un calo della produzione agricola intorno al 20-30% cioè due-tre mesi in meno d’autonomia alimentare per le famiglie. Situazione più grave nei distretti collinari centro-occidentali dove è abituale il deficit alimentare. Le solite ragioni: l’agricoltura dipende dalle piogge monsoniche niente è stato fatto malgrado ingenti investimenti internazionale da decenni per migliorare il sistema idrico (conservazione, pozzi, tanks, etc.) e l’ irrigazione dei campi. Il Nepal è uno dei paesi con le maggiori risorse idriche mondiali ma queste non vengono gestite. Un recente studio di un gruppo di economisti nepalesi (Is foreign aid working?) riporta che nel periodo 1990-2005 oltre il 50% degli aiuti internazionali sono stati destinati a sviluppare il settore energetico, l’agricoltura e il water management (7 miliardi di dollari). A Kathmandu si usano le vecchie fontane, la luce manca per 12 ore al giorno, nei villaggi non si riesce a fare raccolti sufficienti per sopravvivere e la gente deve camminare per chilometri per raccogliere l’acqua per bere e fare da mangiare.
Questa è anche la situazione dei villaggi del Timal (Kavre) dove iniziammo a lavorare nel 2003, anche lì è tutto secco e i raccolti sono stati scarsi. Fa caldo, e, forse per questo la gente sembra più incazzata.
Se non altro, prima del 2007, qualche progetto funzionava per assicurare educazione, salute, integrazioni alimentari a bambini e famiglie. L’unico che và avanti un po’ incasinato è quello per portare l’elettricità alle 60.000 persone che vivono in quest’area, solo grazie alle comunità .
Incontro insegnanti, gente dei villaggi con cui abbiamo lavorato e condiviso esperienze per anni e mi parlano con rabbia e amarezza della progressiva chiusura di tutte le attività iniziate allora: niente più distribuzione due volte all’anno di materiale didattico a 6000 bambini; licenziamneto per decine d’insegnanti; fine del progetto sanitario, delle visite mediche e delle analisi fatte a oltre 4000 bambini e 300 famiglie, dell’idea di creare un sistema assicurativo per garantire ricovero ospedaliero gratis, niente più integrazioni alimentari per 850 bambini degli asili, , fine delle classi di sostegno per i ragazzi sponsorizzati da sostenitori italiani iscritti nelle scuole secondarie, fine del supporto all’unica scuola superiore costruita nella regione (10+2) scuole costruite e non finite (come quella di Chapakori, ne avevamo già parlato) e via discorrendo.
Adesso mi raccontano, l’Ospedale di Dhulikel si è stufato di lavorare con questi cialtroni di mandare gruppi di medici a visitare i bambini dei villaggi quindi l’intervento sanitario per i bambini si è ridotto a : “arriva un dentista di una clinica privata di Kathmandu, ci guarda i denti, dice dobbiamo fare questo e quest’altro e poi arco barsa betulla (ci vediamo l’anno prossimo). La gente ride quando li vede arrivare e pensano a quanto questi spendono per non fare niente.
Breve descrizione della situazione in risposta ai numerosi sostenitori di bambini nepalesi che sperano di far qualcosa per i bambini di Kavre (Timal) tramite l’ ONLUS italiana CCS Italia (Centro Cooperazione Sviluppo) nelle scuole di Naryansthan Thulo Parsel Bolde Pediche, Chapakori, Sarsyurkarka. Le sigle sono NCS, NKS, NN (tutte), NSB NSH, NT (tutte), NBD, etc.
Misfatti scritti da tempo dagli operatori locali, alcuni dei quali licenziati per questo, e dallo stesso Social Welfare Council (l’ente governativo, oggi finalmente ristrutturato incaricato di vigilare e controllare le presunte attività delle INGO). Nei giorni scorsi Evaluation Team del Social Welfare Council ha fatto il giro dei villaggi riscontrando e ufficializzando in un rapporto questo disastro e ripetendo cose già scritte l’anno scorso. Gli scrocconi in Italia se ne fregano basta raccogliere soldi.
Eppure i soldi arrivano, come anni orsono, ma si fermano a Kathmandu e in Italia.
Su 100 euro che uno sponsor italiano versa 45 sono usati dalla sede italiana per stipendi, viaggi, meetings, consulenti per la qualità (avanti e indietro per i paesi) per il webmarketing, per la comunicazione, per i progetti, per incontri di team building per decine di persone a Rapallo.
Dei 55 euro che arrivano in Nepal più della metà sono mangiati da una banda di 25 persone locali pagate mediamente (1000 euro+benefits) e da un inutile espatriato o missionario laico (euro 2500 netti+benefits). Questi fanno gran cooperazione a favore degli hotels a 5 stelle con meeting e workshop (basta guardare il sito e le attività contenute nell’AIN, l’associazione delle INGO nepalesi). Dati tratti dal Bilancio 2007 di CCS Italia ONLUS).
Per i bambini dei villaggi ne restano meno di 25 e neanche questi arrivano e non si sa dove vadano a finire.

Poiché parte degli attuali amministratori del CCS fanno parte del sistema politico-affaristico (dal PSI in poi) che ha saccheggiato da decenni l’Italia alla faccia dei cittadini non sorprende che lo stesso avvenga per i beneficiari nepalesi. Applicano gli stessi metodi.
Qua, però, spero che la gente s’incazzi e fortutamente, ciò sta avvenendo.
Un preside mi racconta che la Country Director nepalese tale e furba Chanda Raj (euro 1500 mensili+benefits, (mentre il maoista Prachanda primo ministro ne guadagna 750) si vede 1 volta all’anno, troppa polvere e fatica. E, aggiunge bisognerebbe mandare la sua foto ai sostenitori italiani visto che i soldi destinati ai nostri bambini se li prende lei.
Poi con una faccia di merda, questi delinquenti si presentano nei villaggi e propongono un accordo con le scuole che prevede un versamento annuo (medio) di Rs. 80.000 (euro 800) per assicurare educazione, libri, insegnati magari a 200 bambini sostenuti. Cioè euro 4 per ogni bambino su 252 versati all’anno da un sostenitore italiano.
Questa proposta è fatta dai funzionari nepalesi di CCS Italia che guadagnano, per gozzovigliare a Kathmandu, euro 1000 al mese. (in un paese in cui il reddito procapite è euro 600 all’anno)
Con questi soldi dati alle scuole, mi dice un insegnante questi pagano una persona per fare le lettere e le foto dei bambini sostenuti da spedire in Italia, per raccogliere soldi per stipendi e prebende ai funzionari nepalesi e italiani di CCS Italia.
La gente dei villaggi è presa in giro da un gruppo di delinquenti e incapaci. Mi chiedono cosa possono fare, perchè tutto quello che si faceva prima per bambini e famiglie è stato distrutto.
Non ho parole. Se non contribuire a far conoscere questi misfatti ai sostenitori italiani che già mi hanno scritto esprimendo dubbi sulla capacità e serietà di CCS Italia (del resto basta leggere la pochezza delle attività nel loro giornalino).
Non è facile trovarle, ma sicuramente, ci sono associazioni migliori dove donare ed esprimere solidarietà.


Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

Aprile 8, 2009

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.


Una storia d’amicizia e amore

Gennaio 11, 2009

Questo film racconta cosa spinse l’ONLUS 12 Dicembre a nascere, a collaborare con i nostri progetti per l’educazione e la salute per i bambini Tamang di Kavre (Nepal) e un significato per le parole amore e amicizia.

Il film (un pò ridotto per collocarlo su YouTube) è stato girato da Matteo Bellizzi e da alcuni suoi amici.


ONG dietro la lavagna: se si copia il peggio dell’industria dell’assistenza

Gennaio 7, 2009

bambini-mozambicoL’inglesino Max è riuscito a scampare alle risse d’Oxford Street per comprare qualche cappotto con il 70% di saldo, mi racconta di gente che, con un freddo polare, era piazzata davanti ai magazzini fin dal primo mattino. Lui è scappato dalla calca e si è tenuto il cappotto vecchio con il quale s’aggirava, inquietante per Kathmandu quando lavorava (bene)  nella cooperazione internazionale. Mi racconta che lassù c’è aria di disastro, più che in Italia. Ha chiuso Woolworth, Zaani (per restare nei big stores) e altri tireranno giù le saracinesche dopo i saldi.
Abbandonato Oxford Street ha catapultato le analisi sui risultati della grande industria dello sviluppo su ciò che fa la piccola industria dell’assistenza internazionale (ONG\ONLUS) , a cui gli italiani donano  circa 500 milioni l’anno. Non cambia molto, se non nelle dimensioni, rispetto ai metodi inefficaci visti per la grande. Cioè, segnala:

  • spese di struttura e marketing che raggiungono l’80% delle risorse (la logica dell’automantenimento più che delle attività a favore dei beneficiari)
  •  growth of aid bureaucracies who live and feed on keeping the poor poor (vedi esempio  post)
  •  Personaggi che are not likely to solve the problems they work on, since doing so would put them out of a job (vedi esempio  post)
  • preferenza a parlare behalf of poor communities piuttosto che a lavorare  insieme ad esse
  • Spreco delle risorse either through inefficient or by ending up in the private hands  of local or national political leaders

Max nota che poco si parla, nella stampa italiana e dei paesi sostenuti, di questi andazzi e si domanda perché nessuno fra i molti corrispondenti esteri dei giornali, invece di copiare (a volte sbagliando), le notizie dei quotidiani locali non fanno una bella inchiesta visitando una decina di progetti di ONG, ONU e Cooperazione ufficiale per vedere cosa c’è di reale. Lui potrebbe già suggerire qualche posto: Pashupatinath (Kathmandu), Dolpo (Nepal occidentale), Pondicherry (India del sud), Everest (Nepal), Kompong Chaang (Cambogia), Kirtipur (Kathmandu), Sihanoukville (Cambogia), etc. O, come scrive l’Himalayan Time (31-12-08) andare a verificare la denuncia fatta un Associazione di sieropositivi nepalesi , secondo cui i fondi del Global Fund loro destinati sono scomparsi non-government organisations working to support people affected with HIV/AIDS have been misusing funds meant for their treatment, and education of their children to buy luxury vehicles for private use. La National HIV Federation vuole andare a fondo e capire che fine hanno fatto gli oltre USD 3 milioni distribuiti a governo, ONG locali e internazionali.
Meglio far finta di non vedere e lasciare che le coscienze siano tranquille e che il “sistema”, politicamente lottizzato vada avanti. I soldi vengono dati, le coscienze pubbliche e private placate e chi se ne frega se i beneficiari (come gli utenti dei servizi statali) ricevano solo briciole.
Per scendere nel pratico vediamo come esempio della qualità e quantità delle spese delle ONLUS\ONG che lavorano nella cooperazione quella della nostra ONLUS (CCS Italia); già analizzata (per il bilancio 2007) come esempio a seguito di segnalazioni da parte di partners e comunità nepalesi. I poveretti hanno visto affossare attività, progetti e organizzazioni comunitarie dopo averli creati e lavorato per 5 anni (con ottimi risultati) per dare qualche opportunità a bambini e famiglie (anche negli anni tesi del conflitto civile).
Le ragioni dell’affossamento risultarono essere quelle generali soprasegnalate. Infatti, i nuovi assunti (tutti appartenenti alle caste più elevate) hanno rimpiazzato (licenziandoli) le persone dei villaggi (tutti Tamang di casta bassa) che avevano iniziato nel 2003 i progetti e costituito un organizzazione locale ora distrutta. E’ la nota, studiata e diffusa malpractice in cui i ricchi dei paesi poveri gestiscono (a loro beneficio) gli aiuti internazionali. Lo dimostra un esempio di attività in sostituzione dei progetti (su salute, sostegno alle famiglie, integrazioni alimentari, etc.), abbandonati:
-Practicable demonstration on personal health and hygiene, i.e. develop basic cleanliness habits in students like cutting their nails (42 schools and ECDs centers).
Per non lasciare niente al caso, Max, chiuso in casa per salvarsi dalla folla dei saldi e nel freddo di Londra, si è andato a vedere il sito con l’elenco dei progetti fatti nel 2008. Ha anche notato che, per favorire la trasparenza verso i sostenitori , il sito è stato aggiornato (dopo 3 anni) solo il 20 dicembre, forse, per intercettare i donatori natalizi.
L’80% dei progetti prevede versamenti diretti a partners locali (che s’incaricano di svolgere le attività), distribuzione di materiale didattico ai bambini, costruzioni (affidate a imprese, si presume), perciò risulterebbe che il lavoro fatto dalla struttura dell’organizzazione in Italia e nei Paesi è limitato a un passaggio di denaro e al controllo dell’utilizzo.
Per attuare questi progetti (Mozambico, Zambia, Cambogia, Nepal) sono stati spesi euro 1.309.095 (dichiarano nel sito, spese che già compendono anche benzina, ammortizzamento auto, personale straordinario e altre spese di gestione). Le entrate complessive (in calo del 15% rispetto al 2007) saranno nel 2008 circa euro 3.200.000.
Viene lecito domandarsi, dice Max, come sono stati utilizzati i restanti euro 2.000.000 .
Sappiamo che CCS Italia è ben organizzato. In Italia si barcamenano: 1 Segretario Generale (e chi è Breznev?), 1 responsabile progetti, 1 responsabile qualità(?). Solo per questi ballano (lordi) più di euro 220.000 all’anno (al netto dei vari benefits), più gli stipendi per una decina tutti-a-tavolad’impiegati vari. Vi sono, poi, almeno 3 consulenti per il fundraising, 1 per i progetti e una società per il web-marketing. In effetti era necessario migliorare il marketing,  la campagna dello scorso anno ha prodotto una perdita di euro 160.000 fra investimento e entrate, (sempre soldi dei bambini).  Quest’anno sicuramente andrà meglio con la splendida idea di Tutti a Tavola, un po’ di telemarketing, viaggi premio e una lettera di un politico trapassato (tutte attività che costano un bel po’ di soldi  (consulenti e marketing pagati con i soldi che i donatori vorrebbero impiegati per i bambini). Situazione che ricorda l’inutile baraccone dei Millennium Development Goals visto nel post precedente. Max non finisce qui.

Per gestire, nelle forme indirette che abbiamo visto, euro 1.309.095 in progetti lavorano all’estero, a proposito di growth of aid bureaucracies: 10 espatriati (costo medio degli espatriati annuo euro 50.000 +casa+macchina+viaggi aerei+telefonino) e 130 locali (costo medio euro 15.000 annuo).

Elementi stravagantiIn Nepal,  come abbiamo visto si è speso 150.000 in struttura su 350.000 euro inviati; il personale locale nel 2006 era di 6 persone per gestire il doppio delle attività, come segnalano i partners nepalesi. In Cambogia per gestire progetti per euro 65.000 (di cui 34.000 girati a partners locali) spendono per personale e struttura euro 115.000.

Per completare il quadro: le ONLUS\NGO sono gestite da  un Consiglio d’Amministrazione che, contrariamente alle aziende private, dove per esserci si mettono soldi o lavoro, qui si approda (almeno nell’esempio in questione) senza né uno nè l’altro. Ciò implicherebbe che i membri volontari dovrebbero contribuire con parole (queste non mancano) e lavoro volontario all’attività dell’associazione per ridurre i costi di personale, liberare fondi per i bambini beneficiari; se no rischiano di fare la figura degli scrocconi (di visibilità e scampoli di potere).
Max, inoltre, è un po’ infastidito (è inglese e moderato). Lui ha lavorato come volontario per questa associazione in Nepal nel 2006, contribuendo a corsi di formazione per il personale locale e alla preparazione delle registrazione presso il Ministero degli esteri nepalese (MAE), lui pensa che qualcuno dei membri del CDA si faccia pagare una bella consulenza, per analoghi lavori. Non ci posso credere sono soldi dei bambini.
Bè, dico, io, sarebbe bello che per gestire progetti per euro 1.309.000 (poco più del fatturato di una grande rosticceria, per rimanere in tema con l’immagine associativa) ne utilizzassero euro 2.000.000 (soldi donati per i bambini) e quasi 150 persone (fra espatriati, locali e 5 poltronati nel CDA).

Max, dopo questa analisi, non c’è la fa più con ONLUS\ONG, vuole fare domanda alle Nazioni Unite; lì, in confronto a questi, arrivano più soldi ai beneficiari e forse, ogni tanto, s’intravede qualche attività sensata. Qui il 75% dei soldi donati se ne va nell’automantenimento.


Millennium Development Goals: l’industria dell’assistenza perde i pezzi

Gennaio 2, 2009

mozambicoDovrebbe essere tempo di bilanci nel bel mondo dell”industria dell’assistenza. La crisi economica mondiale ha ulteriormente indebolito i più poveri,  sia persone che paesi. Lo sforzo mediatico e pubblicitario dei mandarini (occidentali e ricchi dei paesi poveri) per raccogliere fondi tramite i Millennium Development Goals (MDGs), iniziato nel 2000, ha portato ottimi risultati per chi l’ha inventato. Come sempre i potenziali beneficiari sono rimasti fregati.
In 5 stati dell’Africa sub-sahariana è diminuito (per malattie e denutrizione) il numero di bambini che vanno a scuola; in Niger, Nigeria and Zimbabwe la povertà è cresciuta drammaticamente; il PIL di Benin, Comoros, Gabon, Madagascar, Togo è fermo mentre in Burundi, Côte d’Ivoire, Eritrea, Guinea Bissau, Liberia, Zimbabwe è sceso. Sono aumentati i cosidetti failing states dove i governi faticano a gestire il paese e, dunque, gli interventi per contrastare povertà e fame: Somalia, Congo, Sudan, Chad, Iraq, Afghanistan, Repubblica Centroafricana, Burma, Haiti, Guinea e via altri. (dati da Report UE)
I grandi buchi neri che producono disastri umanitari e politici (Palestina, Sudan, Afghanistan, Congo) rimangono intatti malgrado i fiumi di denaro versati. L’ Afghanistan, dopo 7 anni d’iniezioni di dollari (nel 2008 USD 4 miliardi al mese fra spese militari e umanitarie),  rimane al quintultimo posto della classifica degli indicatori di povertà, istruzione e salute (HDI Human Development Index), il 30% degli afghani non ha cibo a sufficienza, l’aspettativa di vita è di 43 anni. Lì non vorrebbero fare la fine di Timor Est che ha ricevuto la maggiore quantità d’aiuti pro-capite al mondo, è stato amministrato direttamente dalle NU (l’eroico gestore Ian Martin è ora a sprecare soldi con l’UNMIN in Nepal) ed è finito in bancarotta (con disordini feroci) nel 2006, scrive preoccupato Ahmed Rashid (in Caos Asia)
L’ultimo rapporto FAO ci racconta che gli affamati sono aumentati in maniera considerevole dal 2000 e raggiungono la cifra di 1 miliardo.
Le attività per ridurre la mortalità infantile (sotto i 5 anni) hanno ridotto le morti,  in 8 anni, da 10 milioni a 9.7;  l’obiettivo dei MDGs prevederebbe il calo a 5 milioni per il 2015 ma, con questo trend, servirebbero, a parità di risorse investite altri 30 anni. Analysis by the London School of Hygiene and Tropical Medicine concluded in April that there were too many agencies making uncoordinated, inconsistent and short-term donations through hundreds of separate projects. This volatility makes effective planning and provision of appropriate levels of funding for strategic priorities difficult for developing countries.  
Accade, ormai, con triste frequenza che sulle principali riviste scientifiche internazionali, gruppi di ricercatori accusino l’OMS e il gran calderone del Global Fund (creato per favorire la pesca dei fondi da parte delle ONG) of medical malpractice for supporting the use of ineffective malaria treatments. This practice, says the group, at the very least “wastes international aid money, and at most, kills patients who have malaria.

Dalla Sierra Leone sono fuggiti tutti, dopo aver speso “quasi due miliardi di euro dal 1999 ad oggi, circa settecentomila euro al giorno spesi solo dalle Nazioni Unite. Ma tra i cittadini della Sierra Leone non se ne è accorto nessuno“, scrive Peace Reporter (La grande truffa delle NU)
Per rimanere in Asia, tutti gli indicatori su povertà ed istruzione sono peggiorati: in Pakistan, in Nepal, Sri Lanka e persino nelle aree rurali dell’India. bambine in DolpoS’aggravano le divisioni fra ricchi e poveri e diminuisce l’intervento sociale per istruzione e sanità.
In Cambogia, The objective of education for all, which is a mechanism for promoting the completion of primary school education for all children in the world by the year 2015, will not be successful , ha dichiarato al Post, Rong Chhun, presidente della Cambodian Independent Teachers Association. Qua arrivano USD 1 miliardo all’anno ma vengono setacciati dai consulenti, esperti, politici (nazionali e locali).
Quando collaboravo con Father Olivier e Father Vercherachai a Kampot e Shianoukville, questi con quattro soldi mettevano in piedi scuole, asili, attività per produrre seta (dalla pianta al tessuto) per migliorare, concretamente, le condizioni di vita di bambini e famiglie.
Questi missionari, come altri operatori sparsi per il mondo, non replicano progetti già falliti per non lavorare, non pensano solo alla forma e al marketing, non vivono nei compound degli espatriati, non frequentano solo le elites dei paesi beneficiari.
Non sono finiti nel circuito della mediocrità, di persone e metodi, in cui s’impantana (come accade nello stato, nella politica, e in ogni luogo in cui non vi sono responsabilità e impegno) ogni speranza di sviluppo.
Si sentono responsabili verso i beneficiari con cui dividono vita, esperienze e progetti e non verso i donatori (pubblici e privati) a cui basta fornirgli reports e documentazioni contabili, formalmente in regola.
Loro non spendono l’85% delle risorse in stipendi, consulenze, marketing, propaganda, workshop e viaggi come accade nel sistema delle NU e delle ONG.
Dal varo dei MDGs (2000), i fondi per l’assistenza internazionale sono quasi triplicati giungendo a oltre USD 150 miliardi all’anno: 140 miliardi dall’assistenza statale (ODA, Official Development Assistance) cioè le nostre tasse e circa 8 miliardi dalle ONG (le donazioni private e gli SMS). Cioè in 8 anni sono stati riversati più di USD 1300 miliardi. Il PIL annuale del Nepal è USD 30 miliardi, quello della Sierra Leone 5,9.
Un gran successo per l’industria della cooperazione che ha trovato, con i MDGs,  il nuovo strumento per vendere la povertà, dopo l’esaurimento delle grandi Conferenze tematiche (acqua, alimentazione, povertà) che qualche soldo gli avevano procurato negli anni ‘80 e ‘90.
La vastità e genericità dei MDGs risolve qualche altro problema: permette, in qualche angolo del globo o per qualche indicatore di gridare al successo e ha coptato nel “sistema” le ONG multipurposes. La storia dell’invenzione è ben descritta dallo studioso inglese David Hume nei Docs.
Aggiungiamo che anche dal punto di vista statistico gli obiettivi sono inverificabili come altri studi  hanno segnalato.

Dunque una gran finta messa in piedi da una consorteria di international donors, governments and academics, who are speaking and acting on behalf of poor communities instead of being answerable to those communities. The people on the ground have no sense of ownership.  The goals are broken up into compartments to suit donor agency and government ministry specializations. They ignore the integrated nature of life as seen by the poor and the interdependencies among the problems faced by the poor. The “end of extreme poverty and hunger”, which is the first of the goals, means in practice the growth of aid bureaucracies who live and feed on keeping the poor poor. These bureaucrats are not likely to solve the problems they work on, since doing so would put them out of a job.
Un esempio che mi racconta un amico che lavora da anni in India per portare scuole ed insegnanti nei villaggi dimenticati (perché scomodi) è quello degli UN Millennium Villages, sparsi per l’Africa, ognuno costa USD 400.000 (più il mantenimento), con la stessa spesa sarebbe possibile elettrificare 15 villaggi con 8000 abitazioni, assicurare cibo per 100.000 famiglie annualmente, far funzionare 300 scuole per un anno e chissà quant’altro.
mozambicoLo studioso neo-marxista egiziano, Samir Amin scrive che i MDGs non possono essere presi seriamente, “una litania di pie speranze, organizzate  to reserve the best places for the charitable NGO’s, which are beneficiaries of financial support from large foundations and states, and largely to exclude popular organizations.
E’ detto tutto. Fortunatamente, anche qualche mandarino dentro il “sistema” si sta accorgendo del disastro in corso.
The very funds being allocated to poverty reduction programmes are too often diverted into the hands of corrupt elites,” ha dichiarato Magdalena Sepulveda delle Nazioni Unite.
Per muovere qualcosa, bisogna interrompere il “business as usual” approach to development assistance, and create a mutually accountable partnership for human development, scrive nel suo Rapporto annuale l’ UNDP Uganda.
La stessa Unione Europea in un suo recente Rapporto si domanda se realmente serve aumentare il volume d’aiuti (come richiedono ormai solo Bono e le ONG parastatali) o se sarebbe opportuno iniziare a farsi qualche domanda su come sono mal utilizzati. Anecdotal evidence abounds on aid being essentially wasted, either through inefficient or by ending up in the private hands of local or national political leaders. Statistical analysis across countries yields very weak results on the relationship between aid and growth.
I dati dimostrano che la povertà mondiale, negli ultimi 8 anni, si è ridotta unicamente per la rapida crescita dei mercati (pur con tutti i problemi di mancanza di guida nazionale ed internazionale) di alcuni paesi (India, Cina, Vietnam, Sud- Africa, Brasile, Indonesia, fra gli altri) dove, fra l’altro, gli aiuti internazionali sono stati minimi.


Tutti a tavola, con FAO e ONLUS

Dicembre 16, 2008

mozambicoPoche chiacchiere sull’abituale Report della FAO sull’aumento della fame nel mondo, ne fanno già tante loro. Un dato spicca: tra il 2005 e il 2007 si è compiuto ‘the bigger jump’, il più grande salto in avanti del numero degli affamati: 75 milioni di persone in più, la maggioranza dei quali si trovano nei Paesi in via di sviluppo (121 milioni in più dal 1990). In tutto 1 miliardo di esseri umani.
Il 2008 ha aggiunto, grazie a hedge found e futures e il relativo e ingovernato (da politica e organizzazioni internazionali) balzo dei prezzi delle materie prime alimentari,  l’arruolamento nell’esercito degli affamati di altre 40 milioni di persone. Il dato nuovo è che nel progressivo appiattimento (in basso) delle condizioni di vita nel mondo, la fame inizia a comparire come problema anche nei paesi “ricchi” (stimate 63 milioni di persone).
Il Rapporto dice poco altro se non sancire il fallimento della FAO (50 anni d’interventi) con il drammatico dato della crescita degli affamati (oltre il 35% della popolazione) in DRC (Congo in cui si sta, ancora una volta impastando l’industria pubblica e privata dell’assistenza), Eritrea, Burundi, Sierra Leone, Ethiopia, Angola, Zimbabwe, Zambia, Central African Republic, Rwanda, Chad, Liberia, Mozambique, Togo, Madagascar and Tanzania. In India, malgrado tutto, è concentrato il 20% degli affamati mondiali. Alla faccia dei MDGs (Millennium Development Goals).
Nel 1992, in Nepal c’erano 3,5 milioni di persone sottonutrite, oggi le persone cronicamente affamate sono più di 5 milioni, cioè circa il 25% della popolazione (specie donne e bambini) non hanno le calorie minime necessarie per combattere le malattie, studiare, lavorare. I Distretti in cui vi è cronica carenza cambogia1alimentare sono passati a 45 su 77.
Il Rapporto si dilunga sulle cause della crescita della disperazione; segnala che l’aumento dei prezzi (rientrato solo del 50% dal picco d’inizio 2008) rimane al 28% superiore rispetto al 2006 (FAO Food Price Index), e che i contadini abbandonano la terra perché non ce la fanno a sostenere i costi, crescenti, delle sementi, dell’irrigazione, dei macchinari per lavorarla; in assenza d’interventi di sostegno da parte dei governi, foraggiati dalla FAO.
Fenomeni che sanno tutti da anni, basta girare per i villaggi dell’Africa o dell’Asia o leggere i giornali. “Hundreds of debt-ridden farmers have committed suicide in Maharashtra over the last few years. In spite of many relief packages announced by the Centre and state governments, suicides are continuing, scriveva il Times of India il 2610 2006. As many as 4,850 farmers have committed suicide during the four-year, solo nello stato indiano del Maharashtra dal 2004 to 2008,  scriveva sempre il Times of India (31102208).
I dati del Report non fanno che confermare l’inutilità e lo spreco di denaro pubblico rappresentato dalla FAO, un’autentica zavorra (per i costi e l’efficacia degli interventi) sui poveri del pianeta.
Il Direttore Jaques Diouf è inamovibile dal 1994 e nel 2005 fu l’unico candidato a presentarsi. Il 70% del personale è stabile a Roma con stipendi che per segretarie e nuovi assunti variano dai euro 65.000 ai 73.000 (netti annui) più caterve di benefits, 1600 dipendenti sono inquadrati come dirigenti direttore-fao-jaques-diouf(guadagnando il doppio).
Nel 2007, un Auditing (nei docs per chi vuole leggerlo) fatto da un gruppo di esperti indipendenti segnalava questi problemi, carenza di efficacia negli interventi e, un generale, mismanagement dei fondi (ma tutti se ne sono fregati). Il budget è di 784 milioni di dollari; 41 vanno all’ufficio di presidenza; 33 ai coordinamenti, decentralizzazioni ed uffici legali;17 alla comunicazione; 31 alla tecnologia; e solo 60 alla sicurezza alimentare; 29 alle politiche dell’alimentazione e l’agricoltura; e 12 alle iniziative contro la fame e la povertà.
E’ rimasto famoso il menù del vertice Fao di Roma, quando fra una discussione sulla fame in Ruanda, sulla desertificazione in Mauritania, fra uno shopping in Via Veneto, l’unico accordo concreto, preso dai delegati, sull’alimentazione fu preso per il menù così composto Foie gras su toast con kiwi/ Aragosta in vinaigrette /Filetto d’anatra con le olive /Verdure di stagione / Composta di frutta alla vaniglia / Vol au vent con mais e mozzarella/ Pasta con crema di zucca e gamberetti /Vitello alle olive con pomodorini e basilico /Macedonia di frutta con gelato alla vaniglia / Orvieto Classico Poggio Calvelli 2005.
tutti-a-tavolaIn questo contesto, l’ ONLUSONG al centro della nostra inchiestina, riesce sempre a distinguersi. Nell’ambito delle attività per raccogliere e mantenere sostenitori per i bambini del Mozambico, Cambogia, Nepal e Zambia spende un bel po’ di soldi (dei bambini sostenuti) per un regalo (distribuito in 20.000 esemplari e chiramente prodotto in Italia), la cui utilità è zero (un segnaposti). Lo splendido regalo ha un invito, non sò se diretto ai bambini beneficiari o ai dirigenti dell’organizzazione: TUTTI A TAVOLA.

N.B.: Non è uno scherzo, ci sono anche le spiegazioni.