L’Out-Let della cooperazione internazionale: i Millenium Development Goals (MDGs)

Novembre 26, 2008

mdgNon è mica del tutto vero che la maggioranza dei funzionari delle Nazioni Unite (UN) sono raccomandati con stipendi d’oro e fancazzisti, che il rapporto fra soldi investiti (le nostre tasse) e risultati è desolante (anche perché una minima parte, stimata nel 5%, raggiunge i beneficiari), tranne qualche intervento nelle emergenze. Anche nelle UN ci sono dei geni, almeno nel marketing.
Pochi sanno, e quelli che lo sanno se ne fregano, che le UN (in concorrenza con i Santi della chiesa) hanno creato una riga di International Day, ben 91 all’anno (uno ogni quattro giorni): the World Water Day on March 22, World Environment Day on June 5, Condom Day on 18 October, World AIDS Day on December 1 and International Human Rights Day on December 10 are marked to raise awareness of the respective issues. International Women’s Day on March 8, November 25 is marked as International Day for Elimination of Violence against Women, May 3 is celebrated as the World Press Freedom Day and May 17 as the World Information Society Day and November 21 as World Television Day, UN Peacekeepers Day (May 29) and UN Public Service Day (June 23), International Mother Language Day on February 21 and International Day for the Elimination of Racial Discrimination on March 21, the Week of Solidarity with the People Struggling against Racism and Racial Discrimination from March 21 to 28, Week for Solidarity with the People of Non-Self Governing Territories (May 25-June 1), World Maritime Week (last week of September), World Space Week (October 4-10), Disarmament Week (October 24-30) and the Week for Solidarity with People Struggling against Racism and Racial. La loro utilità è nulla se non una buona occasione per una mangiata e un bel discorso. tutti al lavoro
Ma il vero genio (o i geni) è quello che ha inventato i MDGs (Millennium Development Goals), una serie di obiettivi (spalmati in 448 interventi) per ridurre povertà, malattie, infelicità, bruttezza, morte e guerra. Chi è fuori dal coro (cioe chi non sta ruminando nella greppia delle UN e affini) li ha i giudicati confusi, privi di riscontri, irrealizzabili, frammentati. Per vedere la pubblicità: www.un.org/millenniumgoals . Some goals cannot be met, others cannot even be measured. Poor countries collect no reliable numbers on deaths from malaria or from childbirth-although the goals are helping to stir a welcome interest in generating better figures. And sometimes what is measured (number of children enrolled in school) is not what counts (the number who learn anything). Scriveva l’Economist nel 2007 
Ma l’operazione non aveva lo scopo di portare qualche beneficio ai più poveri del pianeta (come del resto la maggioranza delle attività delle UN) ma di creare le condizioni per giustificare nuovi flussi di finanziamenti per mantenere la struttura e le mafie collegate.
Un’operazione di marketing sostenuta da promozioni pubblicitarie, conventions, giornalisti foraggiati, giochi, fumetti, siti. In cui vi è un committente (l’industria grande e piccola della mdg2cooperazione, un target (i consumatori che donano con tasse ai governi o con donazioni private) e un prodotto (tanta povera gente). Per vedere gli strumenti di marketing e il business: http://www.mdgmonitor.org/; http://www.unmillenniumproject.org/goals/index.htm; http://mdg.onlinegeneration.com/en/home/; e altri. Nelle foto tutti al lavoro per raggiungere i MDGs.
Tutto questo battage, inoltre, consolida e autoreferenzia metodi, strumenti e principi della cooperazione internazionale che si sono dimostrati inefficienti e, spesso, divergenti dai bisogni dei beneficiari.
Molti studiosi, sostengono, che l’enorme flusso di finanziamenti iniziato nel 2000 (circa USD 72 miliardi all’anno), con l’inizio della pubblicità MDGs , ha portato pochissimi risultati concreti nelle economie e sistemi politici dei paesi beneficiari. I miglioramenti sono stati nulli (o per certe componenti negativi) in Africa mentre gli unici paesi in cui qualche obiettivo è raggiungibile sono quelli dell’Asia, dove la crescita è stata sostenuta dal mercato (India, Cina, Thailandia, Viet-Nam, le Tigri) dove gli aiuti internazionali sono stati, da sempre, minimi.mdg-fin-nardos
La stessa Unione Europea in un recente Rapporto  in Africa staying behind because little has been done to ensure aid programs are drawn up better to address specific problems they face.It also urged donors to start drawing up aid goals beyond the 2015 target, warning that many of the poorest countries will not be able to meet the goals in seven years time.
Malgrado ciò l’industria della cooperazione (UN e INGO) continuano a chiedere soldi mascherando i loro interessi diretti (finanziamento delle rispettive organizzazioni) con il ritardo nel raggiungimento degli obiettivi.
Dai giornali si legge che “Nelle ultime settimane da parte delle organizzazioni non governative italiane è stata fatta un’azione di pressione presso il governo italiano per trasferire maggiori fondi per la cooperazione allo sviluppo italiana” (cioè a loro stesse).
“In realtà, le grandi Ong, ben lungi dall’opporsi sistematicamente agli attori pubblici istituzionali e ai loro metodi, collaborano strettamente con loro, con forme complici di interdipendenza, fino a diventare in taluni casi addirittura il prolungamento della politica dello stato “con altri mezzi“. Scrive Marc-Olivier Padis e Thierry Pech su Le multinazionali del cuore (Feltrinelli ed.)
Il “sistema della cooperazione” tiene, dunque, duro per rastrellare soldi e automantenersi anche se ” Nel caso dell’Africa, il numero di persone costrette a vivere sotto la soglia della povertà è aumentato di 140 milioni tra il 1990 e il 2002. Uno dei fallimenti più clamorosi degli MDGs, è il divario crescente nei paesi del Sud del mondo tra una minoranza di benestanti sempre più minoritaria e un esercito indistinto di miserabili.
“I vantaggi della crescita economica nei paesi in via di sviluppo non sono stati distribuiti in maniera equa” sottolinea il rapporto Onu. “Tra il 1990 e il 2004, la ricchezza nazionale del 20% della popolazione più povera è calata dal 4,6% al 3,9%”.
Scriveva il 10 luglio 2007, Le Monde, in un articolo titolato “Pauvre Monde“.
Bisognerebbe interrogarsi, si domanda il dirigente pentito della Banca Mondiale William Easterly (I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene -Bruno Mondadori ed.) perché l’Occidente “abbia speso 2300 miliardi di dollari negli ultimi 50 anni, senza riuscire a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria o dare i tre dollari a ogni neomadre per prevenire cinque milioni di decessi neonatali”.
Libro e critiche che fanno il paio, fra le molte,  con quelle espresse dall’altro pentito della Word Bank Joseph Stiglitz, premio Nobel e Guru morbido dei No-Global.
Easterly ricorda che i MDGs non sono il primo grande piano messo sulla carta dai burocrati degli aiuti internazionali: nel 1990 la grancassa dell’ ONU ha suonato (come i tamburelli delle INGO) per raggiungere l’accesso universale all’educazione entro il 2000; nel 1977 per assicurare l’accesso all’acqua entro il 1990, etc.

Easterly dice, in sostanza, che gli aiuti sono giusti e doverosi ma sono male utilizzati dalla burocrazia della cooperazione, in cui prevalgono i Pianificatori, personaggi a metà fra un burocrate breznieviano e Fantozzi, ma con lo stipendio di un manager dell’Alitalia. ”I Pianificatori elevano le aspettative ma non si assumono le responsabilità di soddisfarle; I Pianificatori stabiliscono cosa fornire, i Cercatori cercano di scoprire cosa serve; i Pianificatori applicano ricette globali, i Cercatori adattano gli interventi alle condizioni locali; i Pianificatori non s’interessano di quello che avviene alla base né se quello che hanno programmato ha soddisfatto i bisogni. Un Cercatore crede che solo chi vive il problema dall’interno abbia le conoscenze necessarie per trovare una soluzione”. Non è facile trovare cercatori nel gran circo della cooperazione internazionale.
Discorsi che abbiamo fatto, in piccolo, quando si parlava nei posts precedenti delle malpractices delle ONLUS (vedi tage di come sembra che le INGO, che dovrebbero rappresentare, un approccio diretto ai bisogni delle persone stiano replicando le grandi agenzie, conformandosi agli usi e costumi negativi. (come scrivono Anthony J. Bebbington, Sam Hickey and Diana C. Mitlin, Can NGOs Make a Difference? The Challenge of Development Alternatives).
Fa, dunque, pena leggere (su un sito di una di queste, aggiornato a metà settembre) un unico progetto (anche sensato) per assistenza a 50 mamme sieopositive: Il progetto concorre al raggiungimento degli obiettivi nazionali dello Zambia per quanto riguarda la lotta alla diffusione di AIDS e HIV: prevenzione del virus tra madre e figlio; consulenza e test volontario; supporto a orfani e vulnerabili. Contribuisce inoltre agli Obiettivi del Millennio (Millennium Developmente Goals, MDG), in particolare: ridurre la mortalità infantile (MDG n°4); migliorare la salute materna (MDG n°5); combattere AIDS e HIV (MDG n°6).
Poveri coatti, come quelli in coda la domenica pomeriggio per andare agli out-let.
Rimane comunque interessante approfondire la moda dei MDGs e il brand che hanno creato e che tutti, (come i fabbricanti cinesi di firme contraffatte) infilano nei loro prodotti. E cercare di comprendere se una delle più imponenti e dispendiose campagne pubblicitarie del mondo porterà vantaggi solo all’industria (grande e piccola) dell’assistenza allo sviluppo o se qualcosa arriverà ai tanto sbandierati beneficiari.


Cambogia: tamburi di guerra

Ottobre 16, 2008

Fighting erupts on border , titola oggi il Phnom Penh Post. Un elicottero thailandese ha sparato sulle linee cambogiane che hanno risposto con missili. Anche nelle scorse settimane qualche scaramuccia era accaduta e tre soldati furono feriti. Continuo a pensare, visto l’assoluta inutilità del territorio per cui si combatte, che sotto ci sia ben altro e che la questione sia destinata a chiudersi.
Probabilmente i ben più lauti giacimenti petroliferi in acque contese (vedi post precedenti) e l’intenzione di sviare l’attenzione delle rispettive opinioni pubbliche sui problemi interni. Come segnala The Nation nel suo titolo Hun Sen bangs the war drum too early (15 ottobre).
La crisi si è allungata e dilatata oltremisura per la crisi politica thailandese. Ormai da mesi l’opposizione chiede le dimissioni del governo con grandi manifestazioni di piazza che dalla capitale si sono allargate al resto del paese, con le prime vittime. Il parlamento e il governo non sono, dunque tecnicamente, nelle condizioni di prendere decisioni quali la definizione dei confini.
Three protesters have been killed and hundreds of others injured, including at least 40 police officers, and more violence in Bangkok is feared. In the most recent bout of serious violence, on October 7, police tried to disperse 2,000 anti-government protesters in front of Parliament using teargas and rubber bullets. Witnesses told Human Rights Watch that they heard loud explosions when police charged the protesters. The blasts nearly severed the leg of one PAD protester, while many others suffered deep wounds and burns.
Since the standoff began in late May 2008, pro-government groups have attacked about a dozen rallies across Thailand organized by the PAD. Human Rights Watch found that many of these attacks were financed and coordinated by members of the governing People’s Power Party (PPP). For example, on July 24, more than 1,000 members of the pro-government Khon Rak Udorn Club, led by Kwanchai Praipana and Uthai Saenkaew (the younger brother of Theerachai Saenkaew, who was then the agriculture minister) used force to break up a peaceful rally of about 200 PAD supporters in Udorn Thani province
.  (The Nation, 15\10; cito le fonti per rispettare le giuste richieste di un gentile commentatore)
L’opposizione ha addirittura chiesto all Forze Armate d’attuare un colpo di stato morbido come avvenne nel 1976.
Le tensioni economiche degli ultimi giorni, i ritardi d’interventi strutturali sui mercati finanziari (speculazione monetaria e sulle materie prime) da parte dei governi prima del grande botto, sono costati meno cari in Oriente ma, anche lì, la crescita si è rallentata. Con tutte le conseguenze sui più deboli.
In Cambogia vi è grande preoccupazione poiché la crisi economica internazionale, partita dal settore immobiliare, rischia di ridurre pesantemente i grandi investimenti per costruzioni che la Cambogia sta ricevendo (vedi post precedenti). In Cambogia non c’è la Borsa che si prevede creare nel 2009 con l’aiuto dei sud-coreani.
Ecco allora Hun Sen che chiede un prestito alla Cina di USD 300 milioni “We need some hundreds of millions … $300 million is a small amount for China” ha dichiarato. Nello scorso anno già USD 600 milioni sono stati prestati dai cinesi.
Nei giorni scorsi ha ricevuto usd 35 milioni dall’Asian Development Bank e 9 dall’ UN World Food Program. Gli obiettivi: intervenire nella crisi alimentare che sta investendo i 500.000 abitanti del bacino del lago Tonle Sap, i cui redditi e alimentazione dipendono dal pescato, insufficiente per acquistare il riso (il cui prezzo è raddoppiato nell’ultimo anno) e integrare la dieta.
“Our target is to get food on the plate within three weeks, but we need to make sure the system is fully transparent first,” dice il Country Director dell’ADB, Arjun Goswami.
Mentre tuttti chiedono, da anni, maggiore trasparenza al governo, la Cambogia è ulteriormente scesa nella classifica sulla corruzione stilata dall’autorevole Transparency International, passando dal 162 posto nel 2007 al 166 nel 2008; cioè il quarto posto fra i paesi più corrotti del mondo.
Eppure, l’attuale sistema politico, è stato costruito anche grazie a una delle operazione più brillanti delle NU (come è stata da loro stessi definita); una specie di governo diretto delle stesse UN per circa due anni (1992-1994), dopo il ritiro delle truppe vietnamite. Per consolidare l’operazione (UNTAC, costata USD 1.6 miliardi di allora, con oltre 20.000 funzionari e militari internazionali), la Cambogia ha continuato ad essere uno dei paesi più aiutati del mondo (in proporzione al numero degli abitanti) con oltre USD 800 milioni annui.
L’industria dell’assistenza è, infatti, una delle principali del Paese; sono presenti tutte le sigle delle UN e ben 450 NGO, molte delle quali con propri ristorantini, cafeteries, bakery, discoteche, aperte (esentasse) nel centro di Phnom Penh.
Questo schieramento di finanziatori non ha impedito (ma ha forse favorito) il crescere della corruzione e malgoverno propedeutica ad enormi diseguaglianze di reddito, persistente povertà (33% degli abitanti con meno di USD 600 annui) e disgregazione sociale (prostituzione e sex trafficking).
Fattori che sembrano confermare la teoria sempre più diffusa secondo cui l’attuale “sistema” della cooperazione internazionale crea più danni che benefici.
Più soldi arrivano, più Hun Sen e la sua banda sono contenti, poi, forse, qualcosa rimarrà anche per le centinaia di famiglie di Borei Keila (molte con famigliari sieropositivi), che stanno per essere scacciate da Phnom Penh, o per le 1000  di Kandal, che come tanti contadini cambogiani, si vedranno portare via la terra a beneficio di qualche multinazionale.
                                                        Meglio suonare i tamburi di guerra e attaccare la Thailandia.


No-Profit? Per i beneficiari. Onlus, stipendi, consulenze (5)

Ottobre 5, 2008

uomo

 Qualcuno si annoierà e i sonni di sostenitori a distanza e di sponsors saranno, spero, un pò turbati. Ma mi tocca tornare sul tema ONLUS (è ormai il 5° posts sull’argomento). E’ iniziata una specie di caccia al tesoro per identificare l’organizzazione di cui stiamo vedendo bilanci e attività. Ricordiamo che tutto è partito dalle segnalazioni giunte dal Nepal e relative al progressivo affossamento di progetti e organizzazioni locali che, fatto raro, stavano lavorando con serietà, professionalità e dedizione. Un lavoro che durava da anni, in aree disagiate, durante il conflitto per utilizzare al meglio, per i beneficiari, i denari provenienti da migliaia di famiglie italiane.

 Abbiamo visto che la ragione dell’affossamento è semplice e, purtroppo, abbastanza generalizzata nel settore: il fatale incontro fra incapacità, sprechi e formalismi.  Nel frattempo mi  ha scritto Francesca, una ragazza che ha collaborato con l’Associazione di cui ho parlato nei posts precedenti. La poverella ha avuto una triste esperienza durante uno stage (idee poche ma confuse da parte dello staff italiano nel paese) e, visto che non c’era niente da fare se n’è andata a fare un bel trekking. Esperienza bella ma stage inutile.
Ragazza precisa, puntualizza: tu hai riportato il loro Bilancio 2007, in cui scrivono che hanno speso in Oneri diretti (cita il Bilancio: “riguardano principalmente il costo delle campagne nazionali di distribuzione volantini effettuate nei mesi di novembre e dicembre 2007″) la bella cifra di oltre euro 473.000 (15% dell’intero budget dell’Organizzazione) e che, grazie a questa campagna durante l’esercizio 2007 il numero delle nuove adesioni è stato di 1.775 unità” (e cita il post del 18 settembre); il costo è stato di euro 226 per ogni ogni nuovo sostenitore che però versa in media euro 170 (all’anno). Per cui, scrive impietosa, hanno fatto un bel investimento a spese dei sostenitori e dei beneficiari, con una perdita secca di euro 160.000.
Inoltre mi segnala “ guarda che le ONLUS (come quella descritta) che aderiscono al Forum SAD (http://www.forumsad.it/) non avrebbero bisogno di tante certificazioni ISO, costose da aziende private (anche lei condivide l’inutilità), ma basterebbe che rispettassero il Codice Etico sottoscritto nel 2000 da 82 Organizzazioni del settore (fra l’altro l’organizzazione di cui parliamo è stata fra le promotrici).
E mi cita dal testo disponibile sul sito: Le Organizzazioni si impegnano con i Sostenitori:
- a esplicitare quale percentuale viene utilizzata per le spese di gestione e di ogni altro genere,
- ad attivare tutti gli strumenti possibili per contenere al minimo le spese e a inviare ai beneficiari almeno l’80% dei fondi raccolti per i progetti SAD (Sostegno a Distanza).
Consiglio di andare sul sito a vedere i bilanci delle organizzazioni aderenti perché ognuno si renda conto del divario che spesso esiste fra forma e sostanza.
Ma Francesca è impietosa e scrive “sai perché nel bilancio 2007 (depositato a giugno 2008) questa ONLUS ha inviato nei paesi sostenuti solo il 55% dei fondi raccolti (e aggiungo io il 30% sono stati spesi per stipendi e struttura in Nepal: vedi post del 16 settembre) perché ha il personale pagato come l’Alitalia”
Esagerata, ma poi leggo:
quasi fallitiSegretario Generale (come il vecchio PCUS): euro 3000 al mese x 14 mensilità (che con i contributi fanno oltre 90.000 euro annui)
Direttore ufficio euro 2200 al mese X 14 mensilità (altri euro 60.000)
E poi altre 6-7 persone più una decina di consulenti (formazione, marketing, fundraising, comunicazione, certificazione, etc.)  Aggiungiamo telefonini gratis, buoni pasto; viaggi su e giù per i paesi (anche per qualche membro astuto del CDA, pagato come consulente) e si spiega tutto.
Visto che due direttori non bastano, aggiunge Francesca, stanno prendendone un altro per controllare i progetti; la maligna aggiunge “chissà quali” ( e via altri euro 70.000 annui). Io ho mandato il curriculum ma, come in altri casi, prenderanno amici degli amici.
Adesso capisco perché in Nepal pagano salari da nababbi a 22 funzionari (vedi post del 7 settembre) spendendo così euro 150.000 sui 350.000 a disposizione per progetti a favore dei bambini. Lo fanno per favorire la partnership.

Insomma per gestire circa 3.5 milioni di euro (una piccola azienda) sono impiegati con stipendi o consulenze (fra i 2000 e i 3000 euro mensili) circa 20 persone in Italia e una decina all’estero (oltre un centinaio di personale locale).
Si capisce anche perché sono stati costretti a tagliare le integrazioni alimentari giornaliere da Nrs. 2.5 a Nrs. 1 (Euro 0,1) a 800 bambini degli asili, a licenziare 15 insegnanti, a non distribuire più materiale didattico a 5000 bambini e a non finire la scuola elementare di Chapakori. Fra certificazioni ISO, direttori, consulenti, Country Directors e Deputy Country Directors bisogna risparmiare.  Soluzione “certificata ISO”: togliamoli a chi ne ha bisogno.


Buon Dashain

Ottobre 4, 2008

Il riso è stato raccolto, la terra deve riposare per la prossima semina e nei villaggi si festeggia il Dashain. I sacrifici di bufali, capre, galline servono a ringraziare gli Dei per i raccolti, le piogge, chiedere che il ciclo della natura si mantenga regolare.
Le colline del macai (frumento) hanno raccolto un po’ prima ma si uniscono alla festa. E’ stato un anno buono per i raccolti, poi è finita la guerriglia e i taglieggiamenti, le uccisioni, le sparizioni che hanno accompagnato la vita dei contadini per 11 lunghi anni.

Nei distanti villaggi sulle colline poco importa e poco si capisce dei giochi che avvengono nella capitale, della nuova costituzione ferma, di Prachanda e delle NU. Lì interessa che le piogge siano regolari e che ci sia da mangiare per tutto l’anno. Nella gran parte dei villaggi del Nepal non si è mai contato su nessuno (governo e organizzazioni internazionali) ma solo sulla famiglia e , da qualche anno, sui giovani che sono andati a lavorare all’estero.
Quando c’è qualche disastro, come nel Nepal occidentale o nel Terai, allora non c’è neanche da mangiare e sui giornali, abituali litanie, si legge “Hundreds of flood affected people here in Kanchanpur district are still deprived of relief materials. Locals claim that the local level relief distribution committee led by the VDC secretary did not work efficiently for immediate distribution of relief”.
Invece, indifferente,  Kathmandu s’ingolfa. Il traffico è perennemente bloccato intorno alle aree centrali e anche a piedi è difficile camminare sull’asse New Road- Asan Tole. I poveri vigili non reggono e se la prendono con i venditori si strada che stendono per terra ogni genere di prodotti, quasi sotto le ruote delle macchine. L’Associazione dei venditori di strada ha protestato contro i vigili. 
Come nel nostro Natale la gente fa acquisti, si moltiplicano le pubblicità sui giornali e gli sconti, l’inflazione è ormai al 13% (con un PIL che sale solo del 5%). Tanti migranti sono tornati dall’estero con immensi scatoloni con televisori, stereo, forni a microonde e affollano le corriere per i villaggi. Centinaia di persone sono in coda davanti alle banche per cambiare la vecchia cartamoneta in nuova, prendere piccoli tagli per fare offerte e regali.
Exhibition Road, vicina ad alcune facoltà universitarie è chiusa al traffico e riempita di capre e caproni da sacrificare e mangiare. Una capra costa Nrs. 7000 (euro 70) e i rifugiati vittime dei maoisti accampati sul fetido Bagmati a Bankali (circa 700 persone) non hanno i soldi per comprarla. Ogni tanto, per far vedere che esistono, salgono nella città (maledetti dagli automobilisti) a chiedere al governo denaro e protezione per tornare nei loro villaggi.
Il governo se ne frega anche se sulla carta prevede un pacchetto (finanziato da UN) con: Rs. 60 (€ o,60) al giorno per quattro mesi per persona, spese di trasporto al villaggio, Nrs. 20.000 (€ 200) per la costruzione di una casa, Nrs. 2400 (€ 24) per spese educative per bambini sotto i 16 anni.

Cifre ridicole che, unite alla paura di  essere nuovamente minacciati o socialmente isolati, pochi hanno utilizzato. Nei villaggi i maoisti continuano a farla da padroni e la YCL (giovani maoisti) non disdegna di bastonare i dissidenti.

Chi ha finanziato il governo con oltre USD 125 milioni “per favorire il reinsediamento dei rifugiati“, cioè le NU e gli altri donatori internazionali, se ne sono infischiati, come sempre, di come, dove e quando, i loro soldi (che sono poi le nostre tasse) venivano utilizzati. UNHCR, UNMIN, OHCR, OCHA, etc.,  e agli altri enti inutili della cooperazione internazionale nemmo sanno quanti rifugiati ci sono: il governo dice 27.000, altri fra i 50.000 e i 70.000. Per anni INGO e NU hanno parlato di IDP (Internally Displaced People), fatto piani e reports. Hanno creato una categoria utile per raccogliere finanziamenti ma, dopo anni di parole, la gente che ne fa parte non ha neanche i soldi per comprarsi una capra, tornare ai suoi campi e festeggiare come si deve il Dashain. Per fortuna, in questi giorni tutti i salvatori dell’umanità sono in festa; le loro ferie sommano quelle del  calendario nepalese (103) a quelle  previste in occidente (54).

Gyanendra (ex sovrano) è ricomparso in buona forma a Thimi, il villaggio delle terraccotte, ha incontrato un Guru,  inseguito dalla stampa e dai fotografi. Quest’anno la tika, la benedizione del potere , che fa parte delle tradizioni del Dashain (Vijaya Dashami) , è stata distribuita dal presidente Yadav.


Strane ONLUS: diritti del lavoro in Nepal

Settembre 24, 2008
scuola nei villaggiChandra Mainali è un bhaun (brahmino) povero; faceva l’insegnante in una scuola secondaria in un villaggio sperduto fra le colline di Kavre, ha tre figli che studiano, una moglie, un pezzetto di terra in cui coltiva mais, una mucca (per il latte per lui sacro) e qualche gallina. Guadagnava Nrs. 7500 al mese (75 euro) e s’impegnava nel suo lavoro d’insegnante, nelle ore libere collabora con la ONLUS di cui abbiamo parlato (quando era ancora una cosa seria), distribuiva libri e faceva un po’ di training ai suoi colleghi, spiegava alla gente dei villaggi il senso e le opportunità dei progetti, insomma era una persona che voleva partecipare. Ora è stato licenziato (su due piedi, tanto per esportare i diritti del lavoro) e come lui altre 12 insegnanti (con famiglie hanno perso reddito circa 60 persone).
L’ho incontrato abbattuto in un bhatti (tea shop) nel villaggio, cercava spiegazioni. Gli ho solo potuto dire che cercerò di far conoscere ciò che è successo, sperando che chi dona continui a donare ma controllando, verificando chiedendo spese e risultati. Molti dei dati che ho scritto in questi 4 posts sono disponibili a tutti coloro che finanziano questa ONLUS e che dovrebbero essere gratificati non solo dall’idea di sostenere un bambino ma anche dal voler conoscere il Paese, i problemi delle comunità in cui il bambino sostenuto vive e, più importante, i risultati dei soldi donati.
A questo proposito Salam mi chiede di pubblicare queste due foto, la prima è la scuola primaria Saraswati (Bolde Pediche-Kavre) costruita nel 2006 quando tutto funzionava (in Italia e in Nepal); la seconda è la scuola Radha Krishna di Chapakori la cui costruzione decisa nel 2006 non si è ancora completata e non si prevede si completerà, lasciando i muri a secco e a rischio di crollo. La ragione mancanza di soldi per sprechi, stessa ragione per i licenziamenti (vedi posts precedenti)scuola radha krishna non finita.
scuola saraswati-bolde pediche 2006
Voglio raccontare qualche altra storia per concludere il triste ciclo.
Nel 2004 una multinazionale del sostegno a distanza iniziò un progetto a Kavre in collaborazione con il locale DEO (District Education Office) e una ONG di Kathmandu capeggiata da parenti di potenti politici (fortunatamente poi espulsa dalla zona dai maoisti per sospetta corruzione). Il progetto era diretto “for the promotion of quality primary education, and creating opportunities for younger children to enjoy positive early childhood environment at different settings“, il nulla. E si aggiungeva “increased partecipation of community and parents and schools to create replicate model program (sottolineato nell’originale).
Per fare queste cose spendevano euro 100.000 anno e l’unico obiettivo concreto in cinque anni sarebbe stato di  arredare e dotare di materiale didattico 13 asili. Gran parte dei soldi sono finiti in District Level Workshops, Inservice Training (?), Salary (riporta il budget allegato).
I villaggi sede del progetto erano Meche e Chapakori (ca. 8000 abitanti e 200 bambini in età d’asilo), sempre a Kavre-Thimal. Di questo progetto non è rimasto niente, due solo asili più o meno funzionanti e gli stessi insegnanti sottoposti a trainings ripetuti sono stati spostati in un’altra area per fare i facilitatori per altri insegnanti.
Non distante da questi villaggi, altri squilibrati hanno costruito toilets per circa 600 famiglie, senza richiedere contributi delle comunità, senza badare al reddito dei beneficiari (l’hanno costruita anche in una casa di un ministro che abita stabilmente a Kathmandu). La gente era abituata a farla nei campi e ha continuato a farla lì, utilizzando le toilets come depositi; i pochi che hanno usato le nuove costruzioni hanno avuto problemi di inquinamento dell’acqua domestica e malattie derivate. La cosa stravagante è che nelle scuole mancano servizi igienici adeguati e controllo delle acque bevute dai bambini, ma questi somari neanche ci hanno pensato.
Potrei continuare per giorni, raccontando le false Home per i bambini di strada di Kathmandu, ONG nepalesi comprate da stranieri per spillare quattrini con falsi progetti, finte coltivazioni di funghi a Pinthali, i Off-season vegetable Training a Bhimkori, e via discorrendo. Per rimanere nelle INGO/ONLUS e non andare nelle più grandi finzione del “sistema delle NU”.
C’è poi chi s’inventa progetti in partnership con cliniche private come mi racconta Sujan, direttore dei programmi comunitari dell’Ospedale di Dhulikel (una delle più serie e funzionali strutture ospedaliere no-profit del Nepal.
This strange fellows of the italian ONLUS organized some dental camps with a private clinic, People Dental CollegePvt. Ltd” giving a lot of money to the owners, which are Shestra” e se la ride, ricordando che molti dei nuovi funzionari della ONLUS hanno questo nome.
direttore clinica privatapresidente clinica privataMi sono preso la briga di dare un occhiata al sito (commerciale) e scaricare le foto dei proprietari (a sinistra), dai quali, non per essere lombrosiano, non comprerei neanche una bicicletta.
Ma, continua il medico serio e preparato, “they visited 350 children, they organized training and meetings, they produced unusefull papers but there is no chance to give any treatments to the patients“. Sujan continuò spiegando che i programmi dentali nelle aree remote sono fra le cose più inutili poiché ci sono altre gravi priorità (vermi, sottonutrizioni, malattie della pelle, emergenze sanitarie), perché è impossibile intervenire nelle malattie dentali per assenza di attrezzatura e perché gli interventi sarebbero in ogni caso costosissimi.laboratorio d
In effetti l’ONLUS italiana ha speso per tutta questa montatura oltre euro 20.000 e la cosa è finita lì, i bambini sono rimasti con le loro bocche aperte, con le carie, con i denti storti o mancanti. L’unico risultato se l’è portato a casa l’ONLUS italiana che ha pubblicato sul bel giornale quadricromico (e perciò costoso) un articolo dal titolo sublime Nepal, Le carie sono avvisate. Rimangono, infatti solo, avvisate.
Speriamo che Salam (vedi posts precedenti) si trovi un lavoro nel profit, sarebbe più redditizio per lui e, sicuramente avrebbe a che fare con persone più serie.

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Malpractices: ONLUS italiane in Nepal (3)

Settembre 22, 2008

 Nello scorso post abbiamo visto il bilancio di un ONLUS che opera, fra l’altro in Nepal e segnalato che solo una minima parte dei soldi donati arriva, a volte per vie traverse ai beneficiari. In molti casi, le vie traverse, sono le autorità locali e sono le autorità locali che a loro volta drenano parte dei fondi per i loro funzionari, mascherandoli come training, pubblicazioni varie, reports e visite di valutazione. Quindi, oltre alla quantità dei fondi, bisogna dare un occhiata anche alla qualità dei progetti e delle attività.

 Molte INGOONLUS lavorano, per esempio nel campo educativo con i DEO (District Education Office) che sono simili ai nostri provveditorati e, generalmente, totalmente inefficienti; per altri progetti con DHO (sanità). DDC (specie di provincia) etc. L’ONLUS inefficiente che stiamo esplorando lavora con il DEO del Distretto di Kavre, un’istituzione che conosco molto bene per averci lavorato (cercando di tenerla distante dall’implementazione dei progetti) per 5 anni. Per spiegare come opera basta leggere un articolo, comparso un mese fa, sui quotidiani di Kathmandu in cui si denunciava (fatto straordinario) che almeno una quindicina d’ insegnanti erano stati assunti (e insegnavano) senza avere neanche il minimo titolo di studio richiesto cioè il SLC, equivalente del nostro diploma. La ragione: nepotismo, spinte dei politici, corruzione.

 I DEO (come gli altri enti locali), inoltre, ricevono già massicci finanziamenti dal ministro dell’educazione (o sanità, sviluppo, etc.) che a sua volta è finanziato al 50% da UE, UNICEF, ADB e altri donatori istituzionali. Cito quandto scrisse sul Kathmandu Post un alto dirigente del Ministero Educazione Speaking at an interaction in the capital Wednesday, former Education Secretary Bidhyadhar Mallik said that billions of rupees received in assistance from donor agencies have not been utilized properly, reports said.

Come dice Mallik, far fluire i fondi agli enti locali produce risultati praticamente nulli per i beneficiari ma risolve due grandi problemi per le INGOONLUs: nessuno deve lavorare, nessuno può contestare l’utilizzo dei fondi essendo gestiti da un ente pubblico. Questo meccanismo è stato mutuato dai furbacchioni delle NU che, in anni di esperienza, lo praticano in grande con milioni di euro ai ministeri centrali senza controllo, good governance, creazione di “capacity building”, responsabilità sull’utilizzo delle risorse e altre menate del genere.

Quindi le ONLUS INGO dovrebbero essere alternativi a questi metodi, proporre modelli di progetti diversi a stretto contatto con le comunità. Tanto più che, in base alle normative vigenti in Nepal, le scuole hanno una gestione comunitaria (cioè le comunità partecipano finanziariamente e gestiscono la scuola) e, dunque, potrebbero essere supportate dalle INGO in maniera efficace, contribuendo a aumentare il loro capitale umano e sociale, la qualità dell’educazione e assicurando un utilizzo diretto e controllato dei fondi. Lavorare nelle comunità, come ha sempre fatto Salam (vedi posts precedenti), è, però, faticoso, implica lunghi soggiorni in zone disagiate, faticose camminate fra un villaggio e l’altro, estenuanti discussioni per coinvolgere le persone, mobilitarle, farle partecipe ai progetti, controlli costanti sull’utilizzo delle risorse, community auditing, etc.

Più facile andare a Dhulikel (sede del DEO) in jeep, versare i soldi sul suo conto corrente, fare quattro chiacchiere con i burocrati, spedire in Italia i loro reports rivisti e corretti. Il resto del tempo banchettare a Kathmandu, andare agli inutili meeting dell’AIN (Associazione delle INGO), fare un po’ di spettacolo in finti workshops nei grandi alberghi, fare orge dialettiche sul nulla fra i vari caporioni delle INGO. Questo fra la maggioranza degli espatriati che dirigono le INGO e anche i nepalesi di città, che formano il personale, vanno nei villaggi (dove di norma non sono mai stati) solo se spinti con i forconi. Quando arriva qualche italiano dall’HQ (come è accaduto per l’ONLUS di cui parliamo) viene spedito nel villaggio più vicino alla strada (nel caso specifico a Gimdi) dove in pochi passi si raggiunge la scuola sostenuta e viene montato un bello spettacolino. Poi tutti a fare shopping a Kathmandu o un bel trekking sull’Annapurna. In questo contesto non sorprende che spese ed attività siano, spesso, un po’ stravaganti. Partiamo da lontano (nel prossimo post vedremo il Nepal).

 Mozambico, uno dei paesi più malmessi del mondo, AIDS dilagante, 61% d’analfabeti, 41% dell’infanzia sottoalimentata, tasso di mortalità infantile fra i più alti del mondo, tasso di scolarità fra i più bassi. Insomma serve tutto. Ma cosa t’inventa l’ONLUS che ha tagliato di 23 le integrazioni alimentari per i bambini del Nepal, una splendida idea. Citiamo dal giornale associativo, titolone: Palloni e fischietti per 22mila studenti distribuiti nelle scuole di Maputo. Poi, fortunatamente i conti tornano, 104 palloni da calcio e pallavolo, 26 fischietti e 26 reti di pallavolo in dono a 22.000 studenti (cioè un pallone ogni 211 studenti, che avranno lottato come belve per tirargli un calcio), e un fischietto ogni 1.000. Almeno qui hanno speso, relativamente, poco per fare niente.

 Ma continuiamo e ci trasferiamo in Angola, dove la Relazione di Gestione 2006 (presentata nel giugno 2007) racconta: Nel corso del 2006 si sono poste le basi per la creazione di una presenza stabile dell’organizzazione in Angola rafforzando in questa maniera un legame iniziato nel 2001 con il sostegno ad alcune istituzioni religiose attive nel settore educativo e dell’infanzia, Molte energie sono state investite nel corso dell’anno nell’elaborare una strategia d’intervento; si sono presi contatti con più di 20 organizzazioni internazionali e Organizzazioni Non Governative A tal fine sono stati intrapresi dei contatti con le autorità locali responsabili per il settore educativo (Ministero dell’Educazione e Autorità locali, municipali e provinciali). Grazie alle risorse inviate sono state implementate le strutture scolastiche delle congregazioni religiose storicamente sostenute; sono state infatti realizzate una decina di aule per le lezioni e due biblioteche a favore di bambini e insegnanti. Cioè il nulla

Per queste attività nell’anno 2006 sono stati spesi euro 112.747,36. (per favorire la trasparenza il bilancio 2006 è stato tolto dal sito). Dunque nel 2006 sono stati investiti oltre euro 100.000 e si sono poste le basi per la creazione di una presenza stabile dell’organizzazione in Angola. Infatti nel marzo 2008, un poverello scrive sul giornale associativo che le attività in Angola sono state chiuse: il titolo dell’articolo Missione Compiuta.

 Nel frattempo il Bilancio 2007 (presentato nel giugno 2008) riporta che nel 2007 sono stati spesi altri euro 51.479. Risultati: 10 classi+1 biblioteca (come nell’anno precedente); pensiero: o hanno fatto copia e incolla o hanno fatto le stesse attività con la metà dei soldi.

Se calcoliamo l’intero bilancio delle spese in Angola (dai bilanci dal 2004 al 2007) risultano spesi oltre euro 200.000 per circa 450 bambini sostenuti. Solo nel 2006 le spese sono pari a euro 233 a bambino (il 40% del reddito procapite annuo di un angolano). I risultati: 10 aule che, alla grande, costano non più di euro 30.000.

 E’ curioso notare che l’abile responsabile di questa operazione, cioè il referente italiano dell’organizzazione citata in Angola non è finito a vendere noccioline allo stadio (come sarebbe accaduto in una qualsiasi azienda privata) ma è stato premiato affidandogli un budget triplo in Nepal e il compito di distruggere, anche lì, il lavoro di Salam e dei missionari. Esempio di quanto scrivevo nel post N.1 riguardo a una delle cause scrivevo dell’inefficienza delle ONLUSINGO cioè l’incapacità del personale selezionato.

In molti mi hanno chiesto di citare il nome della ONLUS presa ad esempio in questi posts, ma preferisco non farlo sul blog per diverse ragioni: per evitare che il già esiguo flusso di denaro che ancora, faticosamente, raggiunge le comunità del progetto, non sia del tutto prosciugato.


Che bel bilancio: ONLUS italiane in Nepal (2)

Settembre 18, 2008

 Un missionario mi scrive dal Terai, a proposito del post precedente sulle ONLUS in Nepal. Lui lavora da anni con le comunità Chepang, una delle etnie dimenticate del Nepal.

Sono circa 50.000 e vivono in villaggi arrampicati sulle prime colline che salgono dalle piane del Terai. L’esempio della loro marginalità è in questo dato: nella storia solo 3 Chepang sono riusciti a raggiungere il SLC (School Leaving Certificate), l’equivalente del nostro diploma. Il missionario ha creato una scuolaostello che consente a qualche centinaio di bambini di frequentare la scuola primaria. Anche lui si trova in difficoltà con l’ONLUS in questione e quasi strozzato dagli accordi imposti e dal ritardo e taglio dei fondi pattuiti.

Inettitudine, burocrazia e formalismi stanno affondando un’altra realtà di speranza. Come già scritto, è fenomeno generalizzato e tutti copiano il peggio degli altri. Gli accordi proposti, scrive il missionario abituato a lavorare con sostanza e non forma “are ‘carbon copied’ from the MOU of some other larger organizations which are not suiting to the situation of the partner organizations” Il risultato l’ONLUS ” has become too far from the partner organizations”. La ragione: The huge number of officers appointed in italian Office often intrigues me. Before, five or six people managed all these programs. My annoyance increased when I read in your post their very high salary.

 Intanto il povero missionario è in giro per il mondo a cercare fondi per la sua scuola per i bambini Chepang, perché il suo budget è stato tagliato. 

Nello scorso post mi è un po’ scappata la mano dopo essere stato nei villaggi e aver visto e parlata con contadini e insegnanti, stupefatti e preoccupati perché tante cose che avevano contribuito a creare e su cui contavano per i propri figli e scolari stavano, progressivamente scomparendo. Indignazione che ogni tanto deve fluire.

Anche Salam, come il missionario e tanta altra gente mi chiedeva la ragione. Si domandavano perché, pur essendo il numero dei bambini sostenuti sempre uguale (e dunque i fondi teoricamente a disposizione) si era giunti, perfino, a tagliare le integrazioni alimentari ai bambini degli asili (per più di 800 bambini). 

La risposta è nei numeri del Bilancio che quest’ONLUS ha depositato nel 2008 e relativo al 2007su 100 euro che ogni sponsor versa per sostenere un bambino del Nepal ne sono utilizzati per i progetti solo 25. E in un prossimo blog vedremo come questi sono, spesso, mal spesi. Se qualcuno si pigliasse la briga di spulciare con attenzione i bilanci di altre organizzazioni  ne scoprirebbero delle belle. Per non perderci nei numeri vediamo quello di questa ONLUS a titolo d’esempio. 

Nel Bilancio di Missione (?) (pubblicato), si legge che sono andati “in attività nei PVS” il 55,5% (68.81% nel 2006) dei fondi raccolti. Il 44,5 è rimasto in Italia (si parla di oltre euro 1.400.000) spese in attività istituzionale (viaggi), costi di struttura (stipendi), etc. Fra la montagna di carte inutile e dichiarazioni formali si può trovare anche un Impegno sottoscritto da tutte le associazione del Forum SAD (Sostegno a Distanza) che s’impegnano a inviare nei paesi l’80% dei fondi raccolti.

Fra le spese balza agli occhi gli oneri diretti (?) che sono così descritti nel bilancio “ Gli Oneri diretti riguardano principalmente il costo delle campagne nazionali di distribuzione volantini effettuate nei mesi di novembre e dicembre 2007 che sono state interamente spesate nell’esercizio.” La cifra per questa operazione è di oltre euro 473.000 (+72% rispetto al 2006), questa brillante e dispendiosa campagna ha portato “durante l’esercizio 2007 il numero delle nuove adesioni è stato di 1.775 unità” se tutte le nuove adesioni (sponsors) sono venute da questo investimento significa che ogni nuovo bambino sostenuto è costato euro 266 (cioè la metà del reddito procapite annuo di un nepalese)

 Per autenticare questi sprechi e cattivi investimenti, questi azzeccagarbugli hanno comprato anche una certificazione (sappiamo quanto vale per le aziende private figuriamoci per certificare fatture e spese scritte in altre lingue e alfabeti). Il bello viene quando si vede quanti soldi sono stati inviati in Nepal e come loro dichiarano di averli utilizzati. 

 Nel 2007 arrivarono in Nepal euro 356.338, secondo la relazione dell’Associazione euro 217.550 sono stati utilizzati per “progetti e sviluppo“, gli altri per spese di gestione. Si parla di euro 150.000 per stipendi, ufficio, labtops ai funzionari, pranzi e cene, meeting in grandi hotels, viaggi in Indonesia, Thailandia etc. (come ha tristemente denunciato il povero Salam). In sintesi significa che se un sostenitore ha versato euro 100 per aiutare un bambino nepalese, euro 45 sono rimasti in Italia; dei 55 che sono arrivati in Nepal 30 se li sono mangiati in stipendi, hotel di lusso, viaggi e cotillons. 

 Con questi numeri e gestione non sorprende che il povero Salam s’incazzi, vedendo che il suo lavoro di 5 anni è stato vampirizzato dai nuovi arrivati (dal 2007 in Italia e in Nepal). Non sorprende che le comunità si vedano abbandonate, né che ai bambini degli asili siano tolte le integrazioni alimentari e che decine d’insegnanti ( e rispettive famiglie) siano senza più reddito).

E’ stata fatta una redistribuzione del reddito come nelle migliori società capitaliste: tanto a pochi e poco a tanti, peccato che l’abbia fatta una ONLUS. 

  Concludo citando i programmi tagliati da una lettera inviata al SWC (Social Welfare Council) l’ente nepalese che si  dovrebbe occupare delle INGO, dalle ONG nepalese di Salam a cui sono stati tagliati fondi e non rispettati gli accordi stipulati. 

 -food integration for around 800 children enrolled in Bal Bikas Kendra (ECDs) -
-rent of Bal Bikas Kendra (ECDs) before supported and founded-
-coaching classes for secondary schools for around 450 students-
-text books for sponsored children sponsored in six and seven classes for around 251 students-
-distribution to all children in primary schools of copy books, pens, pencils and other didactical materials twice at year for around 5000 children sponsored -teachers salary for secondary schools 11 teachers-
-high secondary school (10+2) built by community (in 2006) support-
-health programms for children and community, distribuition of de-worming, water sanitation in schools-
Moreover even the buffalo project directed to the poorest families in the community has been severely reduced.
We heard about plan to further reduce the support of our children for 2009 as well as not start new schools or ECDs building.


Che tristezza: ONLUS italiane in Nepal (1)

Settembre 16, 2008

 

salamSalam ha un viso tondo e buono, la sua storia è quella di tanti Tamang che hanno cercato di sopravvivere migrando a Kathmandu, trent’anni fa, quando era ancora giovane. Ha fatto il portatore nelle strade e nei trekking, la guida e, poi, ha iniziato lavorare per la cooperazione internazionale nel suo villaggio (Thulo Parsel, Timal Kavre). Lì ancor oggi non c’è corrente elettrica, acqua corrente, servizi sociali e sanitari. La gente vive di mais e patate, tantissimi scappano all’estero.  Una persona onesta, seria che crede nel suo lavoro. Un elemento raro fra chi lavora nella cooperazione. La sua NGO, dopo aver fatto piccoli progetti (scuole, sostegno all’educazione), iniziò a collaborare con una ONLUS italiana che, dal 2003, finanziò un programma integrato e apprezzato per migliorare le condizioni materiali e sociali delle sue comunità (educazione, elettrificazione, sanità). Salam ( e isuoi collaboratori, quasi tutti tamang dei villaggi) furono i creatori, ispiratori e organizzatori di questo importante lavoro. Iniziarono a lavorare in modo diverso rispetto alle altre INGO e UN, direttamente con le comunità, senza passare per le burocrazie nazionali e locali.

Quando, nel 2004, fu costruita la prima scuola del progetto (BalBikas a Thulo Parsel) i contadini Magar e Tamang mi mostrarono con orgoglio le mani con la quale l’avevano costruita, racconta commosso Salam, e le spese sostenute, a cui tutta la comunità aveva partecipato. Mi dicevano, con queste mani abbiamo costruito la scuola per i nostri figli. Il luogo era sperduto fra le colline del Nepal. Villaggi distanti e dimenticati dai governi e dalle mafie della cooperazione internazionale.

Salam ha lavorato duro e, negli anni, ha tessuto un rapporto profondo con le comunità, fatto di fiducia e stima. Ciò gli ha permesso di lavorare anche negli anni del conflitto, quando tante organizzazioni internazionali preferirono scappare a Kathmandu. Il suo lavoro ha portato benessere, educazione, salute alla sua comunità; oltre 800 bambini hanno potuto andare all’asilo e ricevere integrazioni alimentari, 5000 ricevevano due volte all’anno materiale didattico che sgravava di costi insopportabili i bilanci delle famiglie, oltre 100 insegnanti sono stati assunti per migliorare la qualità dell’educazione e tante altre cose per la salute, i bufali per le famiglie più povere, etc.

Poi, dal 2007, mi racconta tutto è cambiato in Italia sono arrivati un manipolo di vecchi politicanti (trapassati in diverse repubbliche), qualche bollito ex consulente delle NU (abituato ad essere pagato USD 700 al giorno per dormire nelle conventions) e un paio di incapaci e hanno iniziato a rispettare le regole universali delle ONLUS e INGO: tanto fumo (forma, reports, trainings, workshop in hotel a 5 stelle, improbabili certificazioni) e l’arrosto è bruciato.

Le spese di gestione sono drammaticamente aumentate e i programmi bruscamente tagliati o gestiti in maniera inefficace. Salam e le comunità hanno chiesto spiegazioni, altri beneficiari (nel Terai) hanno scritto lettere. Tutto inutile, la risposta è stata “se non vi va bene spostiamo i programmi in altre zone”, alla faccia della “partnership” e del coinvolgimento delle comunità (formule scritte in tutti i siti e documento delle ONLUS). Salam onesto, membro delle comunità, magari con poco inglese è stato isolato.

Ora chi comanda sono i burocrati piazzati nell’ufficio di Kathmandu e scelti da incompetenti italiani; sono un battaglione di funzionari comprati da altre organizzazioni, mercenari abituati a fare niente e guadagnare tanto, incuranti e senza la minima conoscenza ed interesse nei progetti e nei villaggi.

L’ufficio da un organico di 6 persone è passato a venti, quadruplicando le spese di gestione. Clamorosamente fra i nuovi assunti non c’è neanche un Tamang (maggioranza della popolazione nella sede dei progetti). “Tutti i nuovi assunti appartengono a Shestra, Bhaun, Newari (le caste dominanti), tutti guadagnano cifre spropositate, hanno lab-tops gratuiti, macchine a disposizione, mi racconta ed elenca: Chanda Rai, country director stipendio 150.000 nrs.; Buddhi Man Shestra, nrs. 90.000; Lachi Singh, nrs. 90.000; Vishnu Shestra nrs 90.000; Rajesh Shestra nrs. 90.000; Poi altri 15 con stipendi che variano da nrs. 25.000 a 45.000. Il nuovo Presidente della Repubblica nepalese guadagna nrs. 70.000 al mese.

Molta di questa gente la conosco sono maneggioni stagionati che hanno vagato da un associazione all’altra (spesso e fortunatamente restando a spasso) per racimolare il miglior salario con la minore fatica. In sintesi sono feccia e costano il 50% (cioè euro 150.000) dei soldi inviati in Nepal da oltre 3500 famiglie italiane per sostenere a distanza bambini nepalesi.

E, il rappresentante italiano cosa fa, gli chiedo stupefatto. Pensa alla gmocca e confeziona finti reports da spedire in Italia, copiati da quelli precedenti, quando le cose funzionavano. Mi racconta che l’attività preferita è bivaccare negli alberghi a 5 stelle, organizzando inutili workshps. Poiché l’abitudine allo scrocco è regola, questa gente dorme negli hotels anche se abita a poche centinaia di metri di distanza. Io me ne torno a casa, abito a Kathmandu.

Gli occhi allungati di Salam tendono a spegnersi quando mi racconta queste vergogne e aggiunge prima davamo 2.50 rupie al giorno per l’integrazione alimentare ai bambini dell’asilo, oggi ne danno solo 1, malgrado tutti i costi siano aumentati. Con questa cifra non si compra neanche mezza scatola di biscotti. Con il costo di un lab top (computer) dato a questi “chor” (ladri) si assicurerebbero integrazioni alimentari per sei mesi a 800 bambini.

Questa gente, mi racconta, ha distrutto in poco più di un anno il rapporto di fiducia, partecipazione che avevo stabilito con le comunità. Avevamo iniziato a lavorare in modo diverso rispetto alle altre INGO, direttamente con le persone. Hanno fermato la capacità della gente dei villaggi di contribuire e partecipare al progetto, hanno diffuso pratiche e metodi corrotti.

Metodi che hanno incontrato resistenza da parte delle comunità, abituate a partecipare, a condividere, e allora hanno cercato di fare la cosa più semplice: trovare un altro posto per fare i progetti, secondo il loro metodo da intrallazzatori. Uno di questi delinquenti, Buddhi Man (noto incapace ex disoccupato) è andato dal parlamentare maoista chiedendogli di segnalargli un’altra organizzazione locale e area. Anche i maoisti, non certo delle pecorelle, si sono scandalizzati dalla proposta.

 Mi parla di un Training Center costruito a Thulo Parsel e pagato da un contadino del villaggio (non hanno raggiunto l’accordo per l’affitto della terra) poi, balbikas scuola costruita nel progettoperò, sul giornale italiano dell’organizzazione è comparso il Training Center come costruito da loro, per farsi belli davanti agli sponsors. Io ho distribuito la pagina del giornale nei villaggi per far vedere come lavora questa gente. scuola non finita a chapakoriA Chapakori hanno contribuito alla costruzione di una scuola, ma non l’hanno finita e adesso le pietre a secco (senza intonaco di cemento) rischiano di finire sulla testa dei bambini. Continua con insegnati licenziati, libri non distribuiti, classi di sostegno tagliate. Un massacro che mi lascia con le mani nei capelli.

 Penso con rabbia ai parassiti che parlano a vanvera negli uffici di Kathmandu, alle macchine che li trasportano a casa, mentre il povero Salam raggiunge a piedi e in bus i villaggi sorbendosi le lamentele della comunità. Io, conclude Salam, avevo messo sulla strada un bus ed ora è stato assalito dai banditi, come spesso succede nel Terai. Non c’è peggiore colpa che rubare il lavoro e il merito a qualcuno.

Questa storia triste non è isolata ma raccoglie diversi elementi comuni alle attività delle ONLUS/INGO.

 Il personale è selezionato in base ai rapporti d’amicizia (la massima parte degli annunci sono solo per dimostrare regolarità). Una volta assunto una persona questo si tira dietro amici, parenti e conoscenti. Nel migliore dei casi arrivano giovani volontari carichi d’entusiasmo ma privi di capacità (o alla solo ricerca di un certificato per guadagnare crediti universitari) o gente al primo lavoro o senza speranza di trovarne uno in Italia.

L’altro elemento comune è l’omertà. Nessuno critica l’andamento dei progetti per non perdere il posto e, nella sede centrale, per non perdere i finanziamenti. Malgrado gli innumerevoli sprechi e corruzioni anche i giornalisti, in Nepal raramente scrivono sulla inefficienza delle NU o delle INGO, perché queste sono possibili datori di lavoro per consulenze, pubblicazioni, communication office.

 Infine la forma, ciò che conta sopra ogni altra cosa sono i reports da consegnare ai donatori, le foto e gli articoli da pubblicare sui giornali italiani a beneficio degli sponsors. Grandi paroloni su governance, certificazione di qualità, senza pensare che, come tante volte accade nelle aziende profit queste sono solo marketing e che la qualità del lavoro la fanno le persone e il loro impegno, come ha fatto il povero Salam soffocato da uno sciame di parassiti.


La grande fuga

Luglio 31, 2008

Il povero Rajesh non ce la fa più, moglie tre figli, laureato, 35 anni vuole scappare via dal Nepal e come lui tanti altri giovani della middle-class di Kathmandu.

Eppure a Rajesh non và malissimo, lo assunsi nella INGO, buon lavoro e buon salario (Nrs. 25.000\ca.€ 250 al mese), un sistema di previdenza sociale e malattia per i dipendenti e le famiglie e, dunque, assolutamente privilegiato rispetto ad altri settori (e anche ad altre INGO). Mi dice che il lavoro è diventato burocratico, che i beneficiari hanno visto ridotti drammaticamente gli interventi e che l’ufficio è stato riempito da fannulloni d’alta casta. L’ONLUS italiana che finanzia i progetti è finita in mani di politicanti bolliti e in fase di progressivo sfascio e i nuovi dirigenti non sanno neanche dov’è il Nepal. Mi dice che quando viene qualcuno dall’Italia si fa un bel trekking, qualche riunione inutile e neanche và nei villaggi sede dei progetti, troppo scomoda la strada e la permanenza.

Il lavoro lo deprime ma, più importante, è Kathmandu che gli sta stretta. Mi elenca i noti problemi: non c’è benzina, gas e cherosene (per cucinare), l’energia elettrica è tagliata per sei ore al giorno, i costanti bhanda (scioperi) e julus (manifestazioni) impediscono di muoversi e di lavorare, se, come probabile, la INGO fallisce, non ci sono prospettive di lavoro; affitto, cibo e scuola portano via il 90% del salario. Ma sopratutto non vede prospettive, non riesce ad immaginare il Nepal fuori dal costante casino che blocca tutto da oltre 12 anni, come tanti ha perso speranza nel suo paese. Mi dice, prima l’instabilità politica (11 governi in 10 anni), poi il conflitto, la rivoluzione del 2006 ora di nuovo assenza di governo e solo marasma.

Stessa storia per molti medici, laureati, esperti informatici, professori che fuggono dal paese, grazie ai network professionali e famigliari e trovano buone occasioni in occidente o in India, svuotando il Nepal di competenze e opportunità. Quando non emigrano loro spediscono i figli studiare all’estero.

Questi, come Rajesh, sono i privilegiati conoscono l’inglese, hanno un network di conoscenze, qualche soldo, una cultura. Poi ci sono gli altri (circa 10.000 al giorno) che lasciano i villaggi, le famiglie e il contesto sociale in cui sono sempre vissuti per l’avventura. Centinaia di migliaia sono finiti in India attraversando i confini aperti senza problemi, chi vuole andare da qualche altra parte deve faticare mesi per ottenere un passaporto, il contratto di lavoro e il visto.

Ogni tanto fuori dall’ambasciata americana di Kathmandu bivaccano intere famiglie in attesa di una green card o per protestare perché non concessa. Le agenzie di lavoro, cresciute come funghi e senza controlli, smerciano gli esseri umani negli Emirati, Malesia, Filippine, Giappone. Le tariffe sono intorno a 60.000 rupie (€ 600), le truffe non si contano e, ogni tanto, gruppi di nepalesi con visti e contratti fasulli sono abbandonati negli aeroporti in attesa che la famiglia faccia un altro prestito ad usura, per pagare il biglietto di ritorno. Tornati a Kathmandu distruggono l’agenzia poco onesta.

Le statistiche governative delle UN variano e come sempre non sono attendibili; quindi si può stimare che all’estero vivano oltre 2 milioni di nepalesi, circa il 10% della popolazione. Nel passato i nepalesi andavano a Hong Kong, Singapore, India per lavorare come poliziotti, militari o nella security (gurkha), nelle piantagioni di tè dell’Assam, nelle famiglie di Dheli o Bangalore nei “dance bar” più scadenti di Sonarchi o Golpitha (le sex aerea di Calcutta e Bombay). Fino al 1990, per ottenere il passaporto bisognava conoscere mezzo governo del Nepal e pagare suntuose tangenti. Dopo, con la “democrazia” e la globalizzazione, è diventato più facile spostarsi e la fuga è diventata irrefrenabile.

Nei villaggi circa il 30% delle famiglie ha un membro che è andato all’estero a cercare fortuna e quando torna con un cellullare, un lettore di DVD portatile, una macchina fotografica digitale invoglia altri giovani alla partenza. If he can earn such money, why not me? But lured by dalals (agents), or by returning migrants sharing their experiences, these boys inevitably do not understand the real economic and psychological price they will have to pay in bidesh (estero), mi racconta un giornalista nepalese.

Ma, più che per le sirene del consumo, è la mancanza di opportunità e di sviluppo personale che fa scappare la gente dai villaggi (che formano il 70% del Nepal), dove spesso non vi è neanche una strada carrabile, una scuola secondaria, servizi sanitari, elettricità. Fermarsi lì significherebbe fare il contadino per sempre o correre il rischio che un monsone troppo forte o troppo debole distrugga il raccolto, che l’usuraio porti via la terra, e che i pochi soldi racimolati volino via per la dote di una figlia\sorella. Poco si sta facendo per migliorare la vita nei villaggi e dare opportunità alla gente che li abita e il successo durante il conflitto ed elettorale dei maoisti è, così. spiegato. Gruppi di ragazzi, i futuri lahure (dai vecchi migranti a Lahore), si raggruppano, timidi e impauriti, nella aeroporto. Tutti con un cappellino colorato dell’agenzia di collocamento e una grossa Tika rossa sulla fonte, a proteggerli nelle “terre impure”.

Oggi una delle mete più frequentate è Doha (in genere gli Emirati) dove stanno costruendo grattacieli, fabbriche, piste di sci. Nello stesso aeroporto la maggior parte dei camerieri nei bar è nepalese e, può essere il primo incontro del turista che viene da occidente. Solo nel Qatar vivono oltre 300.000 nepalesi che lavorano nelle costruzioni, come domestici, commessi e baristi e sono considerati poco più degli intoccabili in India. Molti abitano fuori dalla città nei campi fatti da una moltitudine di casette di due piani dove vivono in sei per stanza. Quando sono in festa mangiano nei ristoranti nepalesi in città e s’incontrano a Nepali Chowk per parlare, comprare merce e giornali importati dal Nepal. Quando risparmiano qualche soldo, dopo aver spedito gran parte alla famiglia, si comprano una bottiglia di liquore locale ( ca. 1 settimana di salario) e lo scolano in compagnia dei colleghi dello stesso villaggio o gruppo etnico o comprano un lettore di DVD e si annichiliscono con i film di Bollywood. Ogni anno circa 160 nepalesi muoiono solo a nel Qatar per incidenti sul lavoro. Il salario medio è € 600 al mese (+ vitto e alloggio).

Nel 2008 è stato siglato un accordo fra Nepal e Qatar per limitari i diritti assoluti dello sponsor (padrone, kafil), migliorare le condizioni di vita e garantire l’accesso ai diritti fondamentali dei migranti (che possono essere espulsi in ogni momento su volere del padrone). In alcuni campi (quelli delle multinazionali occidentali) qualche miglioramento è avvenuto. Quando le condizioni diventano insopportabili esplodono violenti tumulti come lo scorso novembre a Dubai. Malgrado questo accordo, in questo mercato di esseri umani, le ambasciate nepalesi, gli emigranti e neppure il governo ha nessun potere.

Nella generalità dei casi il sogni di comprare una casa o della terra al villaggio, di mandare a studiare i figli a Kathmandu, di assicurare una dote alla figlia si avvera, con immense fatiche e sofferenze e dopo almeno 10 mesi di lavoro per ripagare il prestito per la partenza. Come i loro avi quando andavano a combattere per gli stranieri o coltivare i campi degli inglesi o degli indiani, quando i migranti tornano ai villaggi vestiti come occidentali poveri e con una cinepresa digitale sono eroi, raccontano storie e trasferiscono nuove idee e suggestioni.

Dhane torna a Thulo Parsel, remoto villaggio nel Distretto di Kavre, dopo due anni di lavoro in Malesia. Finalmente può mangiare la polenta (dido) con verdure e un bel pollastro. Alla famiglia racconta storie che qui sono fantastiche, tunnel per le macchine, grattacieli, scalemobili, il mare, le navi. Fa vedere con orgoglio a parenti e amici le foto della sua casa e del suo lavoro. Chi è rimasto lì (le donne) ha curato il campo, venduto il mais, raccolto l’acqua e la legna, dimentica per qualche serata le fatiche durissime e l’attesa del suo ritorno. Non distante a Chapakori, Nirmala e i suoi tre figli sono stati abbandonati dal marito che si è ricostruito una vita nelle Filippine, non ha più inviato soldi, pagato il debito con l’usuraio e la famiglia ha dovuto vendere i pochi ropani di terra con i quali sopravvivevano. I suoceri, malvolentieri, l’hanno accolta, i figli non possono più studiare.

Secondo le statistiche e i sistemi elaborati dalla Banca Mondiale e degli altri “succhiapoveri”, le remittance degli emigrati hanno consentito di ridurre la povertà, in cui vivono il 33% dei nepalesi, che resistono con meno di 1 USD al giorno, del 4.5% . Chi ha un famigliare all’estero riesce ad integrare (e a investire in nuova terra, strumenti agricoli, educazione) il magro reddito famigliare che per la pura sopravvivenza è calcolato in ca. 60.000 rupie (circa € 600) all’anno. Per questo le NU e soci dicono che la povertà è diminuita in Nepal di oltre il 10% negli ultimi dieci anni. I dati sono inventati, vecchi e tesi a dimostrare che la loro attività porta qualche risultato e che i MDG (Millenium Development Goals) si avvicinano.

Gente più seria può solo stimare, in base all’esperienza sul campo (parola che per NU e molte INGO compare solo nei reports) che la povertà è notevolmente aumentata e s’aggira intorno al 60% delle famiglie che raggiungono a stento la quota di sopravvivenza fissata in 2 USD al giorno. Il conflitto, l’aumento costante dei prezzi, il reddito stagnante della produzione agricola sono le cause.

Basterebbe stare per qualche giorno in un villaggio e vedere che per comprare cherosene, sale, tè, e altri generi alimentari non agricoli una famiglia spende in media 300\400 euro all’anno annue a cui bisogna aggiungere sementi e materiale agricolo, animali (altri 200 senza disgrazie), educazione (nelle scuole primarie ca. 40 euro a figlio nelle primarie), più qualche vestito, medicina, qualche spostamento in città. Ballano oltre 1000\1200 euro l’anno  che nei villaggi li hanno visti solo gli usurai e qualche fortunato.

Questo spiega alcuni dati e le ragioni della fuga: il 50% dei nepalesi non sa scrivere né leggere, su 100 bambini iscritti alle scuole primarie solo 30 raggiungono le secondarie, il 50% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione.

Per il Nepal, le remittance sono l’unica entrata in forte crescita e rappresentano ca. il 25% del PIL e ca. il 35% proviene dagli Emirati e il 25% dall’India (dove vi è il 60% della migrazione nepalese); questo spiega perché i voli economici della Emirates Airline sono sempre pieni.


Thimal, Kavre, Nepal

Luglio 21, 2008

 Nel Timal (Thimal) abbiamo lavorato per anni costruendo scuole, asili, mobilitando le comunità per elettrificare la regione.

 

E’ stato un gran piacere fuggire dal caos e dall’inquinamento di Kathmandu per vivere a Thulo Parsel, Chapakori, Narayansthan, Meche, alcuni dei villaggi della zona.
Non c’è elettricità, acqua corrente e le case sono tutte in argilla e pietre, a due piani con il focolare separato. Così era tutto il Nepal (anche gran parte di Kathmandu) fino a qualche decennio orsono. Per raggiungere il Timal bisogna superare Dhulikel (poco più di un ora da Kathmandu) e salire per strade sterrate fino a Narayanstahn Chapakori e Meche allungate sul crinale della collina o Thulo, Bolde posate sulle pendici della stessa collina.

Il Distretto è quello di Kavre e qui   siamo nel lembo più orientale e dimenticato. thulo parsel
I Tamang, portatori e agricoltori, sono l’etnia dominante ma comunità di Dalit sono presenti, in gruppi di case isolate in tutti i villaggi.
Sotto l’alta collina su cui sono posati i villaggi scorre il Sun Kosi, il fiume che secondo la leggenda portava polvere d’oro dal Tibet. Intorno al fiume pascolano i bufali, nelle uniche zone pianeggianti. Nelle spiagge di sabbia bianca, ogni tanto, compare qualche pescatore che riesce a beccare rari pesciolini, poi fritti insieme alla polenta (dido), unico cibo locale.

montagne e collineLo sfondo, visibile solo dai villaggi più alti, è il gruppo del Ganesh Himal fra cui spuntano le cime del Gauriskankar, Langtang, Dorje Lapka.
Non c’è altro, se non tanti bambini che giocano fra le case sparse fra le terrazze di mais, arate con vecchissimi strumenti, qualche povero Gompa buddhista che ospita le funzioni e le preghiere della fede timidamente praticata. Pochi i giovani che preferiscono cercare fortuna a Kathmandu. Durante la stagione autunnale, quando i campi devono attendere, anche tante famiglie si spostano nella capitale, donne bambini compresi, per lavorare nelle fabbriche di mattoni intorno a Bakthapur. Un tempo, quando tutto era meno organizzato, gli uomini facevano i portatori, le guide e i cuochi nei trekking. Saila, Salam, Dhanbadhur sono nomi per me famigliari perché con queste persone abbiamo camminato per giorni, scherzato e faticato per tutto il Nepal.
Persone gentili, ospitali e curiose con cui è piacevole parlare e lavorare. Quando costruivamo una scuola o incontravamo le comunità per spiegare e condividere un progetto si sentiva crescere una speranza e la volontà, comune, di concretizzarla. Questo entusiamo e partecipazione di contadini e manovali si trasmetteva anche ai cittadini di Kathmandu: i medici (per visitare e distribuire medicine), i docenti universitari (per aumentare le capacità di gestione di insegnanti e Comitati Scolastici), i funzionari della NEA (per costituire la cooperativa che porterà l’elettricità nella regione).
Oggi che questo lavoro (per la cialtronaggine e incompetenza dell’organizzazione italiana che finanziava i progetti) si è fermato. rimane, comunque,  un grande risultato: tutti abbiamo compreso che, impegno, partecipazione, coinvolgimento, possono moltiplicare i risultati e creare condizioni permanenti di miglioramento sociale e personale. distribuzione divise ai bambini asilo
Per queste esperienze e rapporti consiglio a  chi vuole vedere un Nepal diverso, questo trekking fra i  villaggi, che può essere un alternativa interessante e un modo per portare risorse a un area remota e povera.
I trekking tradizionali sono diventati, pur nella estrema bellezza della natura, quasi dei villaggi turistici. La strada che nell’Annapurna sta arrivando a Jomosom annulla il fascino della conquista e completa le troppe comodità fornite dalle lodges a 5 stelle lungo il percorso. Identico il discorso dell’area dell’Everest sempre affollata e dove ormai la montagna (un tempo sacra) è una posto per guiness e marketing: lo scalatore più anziano (Min Bahadur Sherchan, 76 anni), record di spedizioni nello stesso giorno (86 alpinisti il 22 maggio), la ‘First Inclusive Women Sagarmatha Expedition (prima spedizione di sole donne nepalesi), la prima madre e figlia (l’austrialiana Cheryl Bart la 23 enne figlia Nikii). Per festeggiare questa messe di records nel 2008 è stato fissato il the International Everest Day (29 maggio) per celebrare la conquista della montagna da parte di Hillary and Tenzing nel 1953.
Con tutto questo movimento è meglio ritirarsi in qualche posto più tranquillo, vero e meno sfruttato dal marketing, il Timal potrebbe essere il luogo.