Un pezzo di Nobel in Nepal

Novembre 8, 2009

bambino a kavreFinalmente sono riuscito a scrivere questo post su Elinor Olstrom, la prima donna che ha ottenuto un Nobel per l’economia, che ha vissuto in Nepal, che ha girato per i villaggi e che ha segnalato un sistema di gestione comunitario delle risorse ancora ben funzionante. La Olstrom ha avuto la possibilità di studiare comunità in Maine, Messico, Nepal e come si organizzavano, con regole e istituzioni, per non litigare tutti i giorni quando c’era da raccogliere la legna o irrigare i campi (How community institution can prevent conflict). Anche il suo collega, Oliver Willamson, è partito dal micro (Theory where business firms serve as structure for conflict resolution) per capire meccanismi, diversi, per gestire il macro.

La Olstrom ha girato in lungo e in largo il Nepal (dalla fine degli anni’80) e ha notato che se l’idea comune è che,  in assenza di precise norme e diritti di proprietà, le risorse comune sono sfruttate fino all’esaurimento dall’individualismo sfrenato (the tragedy of commons) ciò può anche non accadere. Ha notato che le comunità possono creare regole efficaci e procedure rispettate e condivise per un utilizzo controllato delle risorse naturali e per la loro preservazione. L’autogoverno, specie in aree remote, lavora meglio che non regole imposte da lontano. Un modello che permette di sviluppare capacità nei villaggi, sia individualmente che collettivamente, e generare ciò che è definito capitale sociale e umano.

Un modello di gestione che in Nepal continua a funzionare e regola l’utilizzo delle risorse naturali (legno, erbe medicinali, foraggio, acqua, pietre, sabbia) nelle comunità collinari dove vive il 70% del Nepal. Andiamo in un villaggio del Nepal, sulle colline, per costruire le case (e noi per le scuole) usano fango, pietre e legno, sabbia per il cemento; per cucinare i bambini vanno nelle foreste a raccogliere sterpaglie, tronchetti, rami secchi, il cherosene costa caro è trasportato a piedi, il gas non esiste così come l’elettricità. Alla sera e al mattino le bambine e le donne vanno nelle sorgenti comuni a prendere l’acqua in grandi brocche di rame (i più poveri in vecchie tanche); poi s’incontrano cespugli umani, sempre donne e bambini, con le gerle cariche fino all’inverosimile di erba e foglie per il foraggio degli animali. Gli uomini, nelle stagioni, lavorano nei campi, mettono a posto i canali, aggiustano le pipeline che portano acqua nei pressi delle case e che arriva da fumi o sorgenti. Quanto si raccoglie nelle risorse naturali comuni rappresenta il 10% del reddito di una famiglia contadina nepalese.

Nelle zone più fortunate, cioè dove vi sono più alberi il legno è venduto così come la resina dei pini o le piante medicinali. Tutte queste risorse sono comuni, ancor oggi, nel 70% del Nepal dove questa è la vita di tutti i giorni degli abitanti dei villaggi. Le foreste occupano ancora, malgrado tutto, il 40% del territorio nepalese (una parte sono ghiacciai e aree d’alta montagna sopra i 4000 metri) e sono concentrate al 50% nelle zone collinari che attraversano da est a ovest gran parte del Nepal.

Un tempo c’erano i Talukadar (capi comunitari), magari qualche brahmino che sapeva scrivere e leggere o possedeva più terra degli altri, incaricato di gestire le risorse comuni. Non sempre tutto filava liscio e come sempre i più ricchi, più ammanigliati, i più istruiti comandavano e approfittavano. Ma in genere, lontani giorni di cammino dal potere, con leggi sconosciute e vaghe, la gestione comunitaria (mukhiya) nei villaggi nepalesi ha, più o meno, da sempre funzionato adattandosi alle diverse disponibilità di risorse naturali e alle strutture sociali locali.

I villaggi composti da 500-600 famiglie avevano tutto l’interesse a evitare conflitti e a gestire con buon senso i beni naturali comuni. Il sistema ha funzionato meglio nelle colline dove la proprietà è spezzettata, l’economia agricola di sopravvivenza e i villaggi (geograficamente) più isolati. Nel Terai pianeggiante, c’erano altri interessi e altri poteri più forti e i latifondisti hanno vinto creando grandi estensioni coltivabili, disboscando,  alla faccia delle comunità. Progressivamente, con la strutturazione dello stato nepalese si è cercato di regolamentare la gestione comunitaria in un processo non semplice e contrastato.

Nel 1951 sono state nazionalizzate tutte le foreste e si è entrati in un regime di “liberi tutti” che favoriva i potenti (specie nel Terai); nei primi anni ’70 si è iniziato a parlare di participatory forestry management (PFM) con alcuni progetti di gestione comunitario nel distretto di Sindhupalchok; con la prima Costituzione negli anni ’90 si è formalizzata l’istituzione degli Forest User Groups, cioè istituzioni di villaggio incaricati di gestire le risorse naturali; con il Local Self Governance Act 1998, è stato dato alle organizzazioni comunitarie (scuole, risorse, agricoltura, etc.) grandi e teoriche autonomie.

Quando la gestione comunitaria orizzontale è stata rimpiazzata da sistemi più moderni (irrigazione su vasta scala), scrive la Olstrom,  questi strumenti si sono rivelati meno efficienti (anche dal punto di vista economico) per la diminuzione degli incentivi sociali (il bene non è più  mio) che favorivano la produttività e il mantenimento.  La fine della gestione comunitaria, continua il premio Nobel, ha anche provocato la dispersione di capitale umano e sociale formatosi per gestire nei villaggi le risorse..

Non sempre tutto funziona bene, scrive uno degli studiosi nepalesi più attenti, Y.B. Malla In some places local elites and government officials continue to work togheter in limiting the access to the poor forest users, often with the tacit support of donors and NGOs”. Dove questo accade i povri sono esclusi, il legname pregiato contrabbandato e i villaggi impoveriti. La migrazione di giovani all’estero aumenta questi problemi. Ma, in genere,  valanghe di studi dimostrano che il sistema di gestione comunitario funziona,  non solo per le risorse naturali ma anche per le scuole (School Management Commitee), per costruire generatori o reti elettriche (programma governativo l’elettrificazione rurale), per la costruzione o mantenimento delle strade, pozzi (ogni villaggio costruisce o ripara il suo pezzo), nelle opere d’arte (con l’antica istituzione dei Guthi, incaricati di gestire i templi).

La potente FECUFON (Federation of the Community Forest Users) raccorda migliaia di comitati comunitari (CFUG-Community Forest Users Groups) e tratta con il governo su norme e prelievi fiscali. La gestione orizzontale delle risorse naturali permette un uso controllato e obbliga, anche per legge oltre che per buon senso.  le persone ad assumere comportamenti cooperativi e a rimboscare, controllare, spingere per l’utilizzo corretto. Nei villaggi dove i CFUG funzionano nuovi alberi sono piantati regolarmente, l’utilizzo delle risorse idriche controllato, i dirigenti sottoposti a auditing sociali.

Quando lavoravo a Kavre, i maoisti imposero una donazione ai CFUG locali e contemporaneamente, per impedirla, il governo bloccò i loro conti bancari, la cosa durò poco perché questi non erano i fighetti della cosiddetta società civile di Kathmandu, ma contadini incazzati che lavoravano, duramente, per mangiare.


Nepal: si chiude?

Dicembre 9, 2008

pashmine-per-filareAvvolti in una bella pashmina tessuta a mano e da lui prodotta (e vendutami al non modico costo di euro 70), discuto con Ram Dangol, newari di casta contadina, divenuto imprenditore nei mitici anni ‘90 nepalesi. A Kathmandu inizia a far freddo.
Allora mi racconta, come, in quegli anni, tutto sembrava possibile. Centinaia di fabbriche di tappeti (spesso sfruttando contadini, bambini e donne aggiungo io), di pashmine, di magliette e pantaloni furono aperte. La gente vendeva la terra di famiglia ai costruttori e investiva negli affari. Esportazioni, apertura del sistema bancario e finanziario, denaro pubblico a fiumi (aiuti internazionali) portarono all’incredibile crescita del PIL nepalese del 10% per quasi due anni nel 1992-1994.
La gente iniziò ad investire in immobili (facendosi prestare soldi al 50% d’interessi) per ospitare i contadini che accorrevano nella Valle di Kathmandu per essere sfruttati nelle nuove fabbrichette. I soldi fecero nascere i super store, ristoranti moderni per nepalesi, canali televisivi (grazie alla pubblicità) nuovi consumi e modelli di vita. Le macchine e le case riempirono la Valle.pashmina2
Tanti soldi aguzzarono gli appetiti dei politici che iniziarono a combattere per avere la fetta più grossa della torta producendo un’interminabile instabilità che impedì di legiferare le norme necessarie per guidare il libero mercato in esplosione.
Ben presto la bolla iniziò a sgonfiarsi, risucchiata dalla crisi di liquidità, aumento dei prezzi, corruzione, sprechi, investimenti speculativi, assenza di programmazione e dal calo delle esportazioni (mercati ben presto saturi).
Gli investitori internazionali progressivamente si ritirarono; la guerriglia maoista ( fu il simbolo delle enormi disparità create dal boom economico) e l’adesione al WTO (senza intervento regolatore dello stato) fecero il resto.
La classe politica (gli attuali Koirala, Nepal, Deuba, etc.) scelse, come accade quasi ovunque, d’incassare i dividenti del boom tramite corruzione, nepotismo e accaparramento di risorse pubbliche e donazioni internazionali. Il caso della compagnia di stato Royal Nepal Arirline, è esemplare: in attivo prima dell’avvento della democrazia multipartitica (1990) e in fallimento nel 2001, dopo 13 Consigli d’Amministrazione in 8 anni. (le analogie con l’Alitalia sono evidenti, per dire che il Nepal non è molto arretrato o l’Italia solo formalmente un paese politicamente moderno).
In sintesi dal 1996 la bolla era già svanita e anche il povero Ram Dangol dovette fare i conti con la realtà di un paese senza governo, regole e leggi e perdipiù in conflitto civile. Resistette grazie alla qualità dei suoi prodotti mentre centinaia di piccole industrie iniziarono a chiudere. I contadini chiamati dai villaggi, dove abbandonarono l’agricoltura e un ambiente sociale in cui sopravvivevano dignitosamente per l’avventura industriale, furono spediti nelle fabbriche di mattoni che sono, tuttora, le uniche che continuano a produrre. fabbrica-di-mattoni
Molte famiglie Tamang, dei villaggi in cui lavoravamo, sono finite in monostanze schifose o baracche di fortuna, senza scuola, sanità, sostegno comunitario a Bhaktapur e dintorni. Ogni giorno (quando sono chiamati), vanno a fare mattoni (con mogli e bambini) nelle fabbriche medioevali che riempiono la parte orientale della Valle. Salario massimo 2 euro al giorno.
Quando ancora l’organizzazione italiana Centro Cooperazione Sviluppo di Genova (vedi post ONLUS) faceva progetti invece di sprecare il denaro, Salam Singh Tamang  e la sua seria organizzazione locale propose di fare asili, assicurare l’istruzione ai bambini Tamang esiliati con le famiglie nelle fabbriche di Bakthapur, per togliergli da posti di lavoro insalubri e offrire un vecchio e bambinoopportunità. Niente. Anzi di fronte alle critiche per sprechi ed incapacità a danno dei beneficiari, gli   hanno tagliato i fondi (e, dunque, i progetti), così non protesta più. Chi s’ostina viene licenziato o minacciato di esserlo, così possono andare avanti  a far nulla se non a mettersi in tasca alti salari in barba ai bambini e agli sponsors italiani, mi racconta uno dei futuri licenziati Dhane Lama. I critici, addirittura,  pensano di fare causa alla squinternata ONLUSNGO italiana, per non aver rispettato gli accordi firmati sui progetti.

Ma, tornando a Ram Dangol, la sua situazione non è affatto migliorata con la fine del conflitto (fine 2006). Pensa, mi dice, oggi è bloccata la strada che da Kathmandu porta a Dhulikel (una delle più importanti) dopo disordini seguiti a un incidente stradale (evento ricorrente) e i contadini sono arrivati a piedi con il doko (gerla) sulle spalle come si usava 50 anni orsono. I containers sono bloccati lungo la Koshi Highway (Terai) perché i camionisti protestano contro le rapine continue, a Rajapur (Bardya, Terai occidentale) e a Morang (Jante) tutto è fermo da settimane per feroci scontri fra attivisti dell’UML e dei giovani maoisti, con in mezzo i contadini, a Rolpa (roccaforte dei maoisti durante il conflitto) un nuovo gruppo armato incita alla rivolta contro i traditori maoisti, a Kathmandu quasi ogni giorno vi è un bandha e nessuno può circolare, oppure manca la benzina e l’elettricità (36 ore alla settimana senza luce). Non riesco a immaginare come un azienda, seppur piccola, possa produrre e muovere le merci in queste condizioni. Aggiunge: a Kavre i giornalisti chiedono il porto d’armi per potersi difendere dalle minacce, ogni volta che scrivono un articolo critico contro qualcuno e nel vicino distretto di Sindhuli si è costituito un Governo dei Disoccupati con tanto di ministri che ogni tanto blocca le strade verso il Terai
La conclusione: Ram vuole chiudere tutto e andarsene all’estero, crisi economica mondiale permettendo, gestire un benzinaio, un tabacchino e al diavolo le belle pashmine fatte sul telaio a mano. Tanto, mi dice, adesso le fanno tutti a macchina, con lana di scarto (cinesi, indiani e nepalesi) e le vendono a 2 euro.

Lo stesso pensano molti piccoli imprenditori che non sono riusciti a salvare l’artigianato di qualità privi dell’aiuto finanziario e di regole dell’insistente governo e delle migliaia di organizzazioni internazionali che buttano via i soldi per scrivere, insieme a burocrati statali foraggiati, mai applicati Piani pluriennali di programmazione in tutti i settori dell’economia. In questi giorni già si riparla di un nuovo misuse di fondi internazionali che tratteremo in un prossimo post.
Anche il settore turistico sta soffrendo, malgrado, la ripresa degli arrivi. 60 hotels a Nagarkot hanno dovuto chiudere sotto pressione delle Unions maoiste, proprio durante l’alta stagione. Tensioni fra albergatori e maestranze sono diffuse e ogni tanto esplodono anche a Kathmandu, Dhulikel e Pokhara.
Le uniche e poche grandi industrie sono in serrata da mesi: la Biratnagar Jute Mills, Asia Distillery, progetto idroelettrico di Gamgadh (nel remoto Mugu, la Colgate Palmolive.
Malgrado l’ottimismo del governo (anche qui si ricorda l’Italia) la Camera di Commercio e industria Nepalese (FNCCI) ricorda che 20 entrepreneurs have been murdered, 53 businessmen kidnapped, 54 companies closed and there have been 62 shutdowns since elections in April, solo nel Terai, senza contare le estorsioni richieste dai numerosi gruppi armati. Mentre la concorrenza fra i sindacati maoisti e quelli dell’UML (comunisti moderati) ha portato a un esplodere delle vertenze sindacali, in condizioni generali d’assoluta insicurezza.

manakamanaAddirittura è stata chiusa per mesi (aperta solo ieri) la funivia di Manakamana, frequentata dagli sposini nepalesi in viaggio di nozze che salgono sulla collina che ospita la pagoda della divinità che “esaudisce i desideri del cuore”. Qua, per fortuna, si è giunti a un accordo increasing the monthly salary by Rs 1300 (euro13), providing Rs 1000 for each person as a special allowance package and Rs 500 as brunch allowance, one month salary for Dashain allowance, and availing eighteen cable car tickets every year for an employee. Meglio che polo con elefantiniente.
Gli unici che sembra non aver problemi sono i pazzi di Meghauli (a Chitwan), giunti da tutto il mondo, che, come ogni anno, giocano a polo sugli elefanti.


Nepal: economia reale

Ottobre 17, 2008

Ring Road è un anello circolare che chiude la Kathmandu degli anni’80, poi cresciuta a dismisura anche oltre la strada. Sono i quartieri periferici della città Kalanchi, Satbado, e altri dove nel 2006 partì la rivoluzione contro re Gyanendra. Lungo questa strada, negli ultimi anni, file di venditori che stendono per terra un incredibile quantità di merci cinesi, occhiali, abbigliamento e altre cianfrusaglie; importate dai “turisti” cinesi (oltre 20.000 all’anno e in costante crescita) e dai tradizionali commercianti con il Tibet. Fra pile di giacca a vento colorate o esposizioni di occhiali, troviamo i contadini che scendono dalle colline con qualche testa d’aglio, un po’ di radici di zenzero, carotoni immensi e li depongono su uno straccio in attesa di acquirenti.
Questi mercati, che progressivamente si sono estesi anche alle vie più centrali, sono sui marciapiedi o fra i pochi metri di terra che separano la strada dalle case. Macchine, camion, bus passano a pochi centimetri dai mercanti riempendoli di fumo. Gli autisti vorrebbero schiacciarli perché gli impediscono manovre e contorcimenti per saltare le code perenne ai chowk (incroci); infine, è intervenuta la polizia per farli sgombrare.
Nessuno si chiede cosa farà questa gente se non potrà vendere le sue carabattole e creare un po’ di economia informale, come è definita.
Nella parte meridionale di Kathmandu, lungo il fetido Bagmati, si contano ben 47 slums che contengono oltre 14.000 persone, scappati dai villaggi per il conflitto, la povertà, l’usura, la speranza di maggiori guadagni. Anche qui un economia informale fatta di raccolta di metalli, plastica, attese per un carico da trasportare.
Ad Asan Tole, nel pieno centro antico, nascosto fra case fatiscenti c’è il piccolo stupa di Bodhaiti, il mercato delle granaglie, dove i portatori attendono i commercianti per trasportare sacchi di riso e di farina.
Nei giorni scorsi, prima del Dashain, s’era aperta la borsa delle capre nelle perpendicolari alla trafficata Putali Sadak.
Poi, ovunque, venditori i strada di tè per gli uffici pubblici e privati, friggitorie improvvisate, torme di ragazzini stracciati che vagolano da un ufficio all’altro con cestini pieni di bicchieri di dudh cha (tè al latte).
Nel resto del Nepal le 500 industrie del corridoio industriale di Sunsari Morang, acque e aria fra le più inquinate del paese, stanno soffrendo per le inondazioni dei mesi passati, gli scioperi degli indipendentisti del Terai, la crisi delle produzioni del tessile e del chimico esportati in India.
Per cui minacciano la chiusura, oltre che per queste ragioni, anche Against current wages of Rs 125 per day, the Federation of Nepali Chamber of Commerce and Industries (FNCCI) had suggested a new rate of Rs 160 a day while the government has fixed the new wage rate of Rs 190 per day for the industrial workers of the Sunsari-Morang corridor. Si parla di un salario giornaliero minimo che dovrebbe passare da euro 1,2 a 1,8.
Questa è l’economia reale che arriva con le tazze di tè portate dai bambini nel palazzetto rosso che ospita l’irreale NEPSE, la Borsa nepalese. Qui sfilavano i nuovi ricchi, finanziati dalle rimesse degli emigranti, dai prestiti internazionali (veicolati ai protetti dai vari governi), dalle rendite della cooperazione internazionale.
La Borsa, infatti, ha preso il via nel 1993 (uno dei periodi di maggiore corruzione del Nepal dopo il ritorno dei partiti al governo) ed è stata automatizzata (aumentando notevolmente gli scambi e il numero delle società quotate) nel 2007 (secondo ritorno dei partiti al governo e aumento dei finanziamenti internazionali). Prima venivano scambiate qualche azione della Biratnagar Jute Mills e della Nepal Bank scrivendole su enormi libroni.
Il NEPSE soffre e specula in alternanza come il resto del mondo dopo il botto, ha 173 aziende quotate di cui solo 24 industriali, il resto banche, finanziarie e assicurazioni.
Il regno di Maya (l’Illusione), dove entrano rupie stracciate e sporche passate da mille mani di lavoratori e si trasformano in numeri su uno schermo.
Quando la gente cerca di rientrare in possesso di quelle rupie potrebbe accadere come in India dove On Wednesday, when a wealth manager tried to redeem a couple of ABN Amro Fixed Maturity Plans (FMP) because her client was panicking over the current market conditions, she was told that she could not take out more than Rs 1 lakh (circa euro 1500) per day. For her client, who wanted to redeem more than Rs 10 lakh, this meant he would have to stagger the redemptions every day for ten days, even if the scheme’s price keeps falling. (Times Of India 16\10),
Il prossimo Diwali (la Festa delle Luci e della Dea del Benessere Lakshmi) si profila poco brillante, i negozianti stimano un calo degli acquisti del 40%. Forse per questo stanno scacciando i venditori di strada, più economici.
Su tutto si muove la politica; qui in Nepal sono di moda i Tea Party dove governo e opposizione s’incontrano e discutono di questioni vitali per la gente: il partito maoista cambierà nome, si farà o no una People Repubblic, qualche ex combattente maoista sarà o no integrato nell’esercito. Tutte questioni che fino a pochi mesi fa erano indiscutibili e che stanno facendo indiavolare gli esponenti più radicali.
Dopo il viaggio dei due leaders supremi maoisti Prachanda e Bhattarai in USA sembra che ci sia una ulteriore virata moderata dei maoisti o, forse, la comprensione che se si vuole una fetta di torta bisogna fare i bravi.
Si attendono, infatti, USD 34 miliardi in tre anni chiesti alla World Bank e altri chiesti alle UN che saranno vincolati a The major condition includes corruption control and good governance, scrive il Kathmandu Post del 13\10.
C’è da ridere come quando si leggono i Patti Chiari delle banche italiane.


che botto

Ottobre 10, 2008

 

Tutto finto: persone, norme, leggi, sistemi finanziari, rating, “patti chiari”, certificazioni. E tutto si spantega, lasciando l’Occidente ansioso e depresso.
Il mondo reale e la gente normale non conta niente, come scritto in altri posts, e deve solo subire, come nel Medioevo, i giochi dei potenti.
In Occidente le banche e le istituzioni finanziarie spazzano via risparmi, lavoro, casa come nelle campagne dell’India o del Nepal gli usurai e i latifondisti.
La crescita economica si blocca in Occidente e rallenta in Oriente dove Cina e India dovrebbero, comunque, continuare a crescere (rispettivamente +9% e +7% del PIL); i paesi asiatici hanno, come scrive il Bangkok Post “un ombrello protettivo” per le loro economie.
Del resto, in Asia, il 70% della popolazione dei villaggi se ne impippa dei bonds, futures, e le uniche stock options che vede sono quelle (forse calanti) dei famigliari migrati all’estero. Per loro nulla cambia dopo il gran botto, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, magari non si potranno comprare un nuovo bufalo (se le rimesse diminuiscono).
Si ritarderà di qualche decennio il loro ingresso nell’economia globalizzata, ma questa gente è abituata da centinaia di generazioni a coltivare la terra, allevare le bestie, raccogliere le sterpaglie e portarsi a casa l’acqua nelle brocche. Ansie e depressioni che stanno allargandosi fra i frequentatori degli Out Let in Occidente non li sfiorano neanche.
Per di più, in Nepal, la piccola Borsa è chiusa, la gente ancora festeggia il raccolto del riso nel lungo ponte del Dashain.
Bufali, capre, galline sono state sgozzate, come è giusto che sia, per donare un possesso materiale alle divinità e ringraziarle per mantenere intatto il ciclo della natura. Qui la gente sacrifica una parte di ciò che possiede per qualcosa che considera superiore alla materia (le divinità) e non come da noi per riempirsi la pancia. Poi, i buddhisti facciano il loro lavoro riempendo di bandiere della preghiera le colline sopra Dakshinkali (il tempio di Durga-Kali centro dei sacrifici) e proteggere i loro Gompa dalle energie negative.
Il gran capo dell’Associazione degli Oracoli aveva indicato il 9 ottobre, fra le 11, e le 11.30 AM, il momento ideale per scambiarsi lil segno di benedizione della tika. Così è avvenuto a Nirmal Niwas in Maharajgunj, dove l’ex sovrano ha posto la pasta rossa sulla fronte di migliaia di fedeli. Non distante anche il nuovo Presidente della Repubblica ha fatto lo stesso.

In questi giorni di mangiate e bevute in famiglia, i fatti salienti sono scampoli di un passato affascinante: la nuova Kumari ex reale (selezionata dopo una lunga ricerca anche quella di Bakthapur) e la detronizzazione del Raja del Mustang.La storia della Kumari (vedi post del 27-7-08) è anch’essa la storia di un sacrificio, quello di una bambina che è destinata ad incarnare una dea, protettrice ed equilibratrice. Per gli storici abitanti di Kathmandu (i Newari) è ancora un simbolo della loro cultura e tradizione. La bambina, come una antica principessa o una moderna Star, godrà dei vantaggi e svantaggi della sua posizione. E’ uno degli ultimi scampoli di un passato glorioso e di una cultura a cui è utile, per i nepalesi, guardare in questa fase di difficile e caotica transizione.
Lo stesso è per l’anziano Re Jigme Palbar Bista, anche lui poco più di un simbolo per il suo paese. Il Mustang è isolato dietro l’Himalaya, un pezzo di Tibet insinuato nel Nepal. Paese lunare, di ampie, valli secche, forti e monasteri che, faticosamente, sta collegandosi alla modernità. Prima con le migrazioni, poi con la striscia di strada che scende dalla Cina e che dovrebbe collegarsi a quella che sale dalla Kali Gandaki. Ogni anno 80 camions scendono dal Tibet portando cianfrusaglie cinesi.
L’ex Raja si dice contento “Sometimes people get sick and die because they can’t get treatment in time, and the road might change this” ha dichiarato in una rara intervista. Ma, allora, più della strada servirebbero ospedali, scrivono gli oppositori. Anch’io penso che la strada che sale fra i villaggi della Kali Gandaki e che dovrebbe raggiungere Lo Mantang (capitale del Mustang) sia un impresa bizzarra: il terreno rende difficile il suo mantenimento, non vi è niente da portare verso i mercati di Kathmandu, si distrugge uno dei  percorsi di trekking più belli (con relative perdite economiche per le attività locali).
I nepalesi sperano che con la strada salgano a vedere l’Annapurna e i monasteri del Mustang e di Muktinath comitive di giapponesi e cinesi in bus. Intanto permane il trekking permit a USD 100 al giorno, diretto, formalmente, a preservare il patrimonio artistico e naturalistico del Mustang e a limitare le presenze di turisti (ma, come detto, non di camionisti cinesi).
Il vecchio Raja (colonello dell’esercito e pensionato dallo stesso) ha accettato la decisione ufficiale del Governo nepalese di togliergli ogni potere formale (con lui anche i raja fantasma di Salyan, Jajarkot and Bajhang, tutti parenti poveri dell’ex-sovrano Shah) e, anche, il Mustang perderà il titolo sfruttato di “Regno Proibito“.
Il sovrano  “still addresses small disputes, but if anything major happens we refer it to the chief district officer in the district headquarters”, ha dichiarato, spiegando la sua funzione negli ultimi anni.
Giuseppe Tucci nel passato e Peter Matthiessen negli anni ‘60 hanno scritto della storia e delle tradizioni di quest’area. Alla fine del 18° secolo il Mustang fu incorporato nel nascente regno del Nepal e perdette la sua indipendenza (pur sotto la protezione del Tibet) che risaliva al 1450, quando il mitico guerriero Ame Pal raccolse le tribù delle vallate e creò il regno.
Nei secoli passati, famosi pittori e scultori nepalesi, passarono per il Mustang nei loro viaggi decennali per creare le immagini delle diìvinità nei ricchi Gompa tibetani. Alcuni si fermarono e affrescarono i monasteri della regione, che, grazie al loro isolamento, hanno mantenuto pitture antiche e rare, risalenti alle prime scuole buddhiste. Altri pezzi d’arte, sculture, bronzi, legni, sono spariti e rivenduti all’estero.
E’ in corso, da qualche, anno un importante lavoro di restauro ad opera della American Himalayan Foundation, a cui collaborano alcuni bravi e simpatici italiani. Durante questi lavori sono state riscoperti antichi dipinti, non unici nelle alti valli dell’Himalaya, in alcune grotte nei pressi della capitale con dipinta la vita di Siddharta Gautama.
Il terrore di questi ragazzi è che le case in pietra di lo Mantang diventino bordelli e karaoke per i camionisti cinesi e che il fragile ecosistema delle vallate sia pestato da file di camions puzzolenti. Con la buona pace del vecchio Raja.


Cambogia: sotto i grattacieli

Settembre 26, 2008

Quando nel 1979, l’attuale Primo Ministro Hun Sen (ex Khmer Rouge) arrivò a Phnom Penh con i militari vietnamiti, la città era una “gosth city“. Pochissimi gli abitanti, case distrutte, strade inesistenti, “block after block passed by without a sign of life. In some places, people had seemingly replaced by encroaching vegetation. Banana, coconut, and papaya trees grew from the sidewalks. Rats found their way among the yoppled furniture and family photo albums of Phnom Penh missing resident (scrive Evan Gottesman nel suo libro After the Khmer Rouge. Nel 1975 i Khmer Rouge l’avevano svuotata, trasferendo quasi tutti i residenti nelle campagne, per rieducarli, distruggendo intere generazioni.
Il giovanissimo funzionario Hun Sen arrivato con i vietnamiti ha fatto una brillante carriera ed è, nei giorni scorsi, stato reincoronato primo ministro, anche l’opposizione (a parole battagliera) ha rinunciato al boicottaggio della prima seduta parlmentare, preferendo dialogare.
Come il suo Primo Ministro, lanciato nel commercio e finanza internazionale, anche Phnom Penh sta facendo carriera e vuole tentare di diventare una nuova Bangkok. Città tranquilla, relativamente organizzata e ordinata, ancora un po’ coloniale sta rapidamente trasformandosi (almeno per le zone centrali e il lungo fiume) e, chiaramente, perderà il suo fascino.
I progetti sono grandiosi la Gold Tower di 42 piani (costo USD 240 milioni), De Castle Royal Condominium (33 piani), il River Palace (31 piani) e l’International Center (30 piani). Anche nella periferia nord ovest della capitale è prevista la costruzione di la Camco City, il più grande investimento straniero per USD 2 miliardi. Altre costruzioni, per attrarre turismo di massa cinese e russo, sono in corso anche a Shianoukville, sul mare e a Siem Reap (Angkor Wat) con la nuova Butterfly Residences e l’Angkor Trade Centre, che soffoca un vecchio monastero.
Quando le torri di Phnom Penh saranno completate (intorno al 2012) cambierà completamente lo skyline della città e, se l’economia regge (crescita PIL 12% annuo) forse anche la vita di qualche cambogiano che, grazie ai business, si potrà permettere un appartamento al costo previsto di USD 5000 a mq.
Per adesso sono aumentati gli affitti (fra il 20 e il 40% negli ultimi tre anni) e i costi dei terreni (da USD 500 a USD 3000 nelle zone centrali). Sono arrivati investitori (speculatori) da ogni parte dell’Asia con in prima posizione gli attivissimi coreani. La voce che circola è che, contrariamente ad ogni altro paese asiatico, sarà presto possibile per gli stranieri acquistare proprietà immobiliari e terra.
Questa massa di capitali e compratori (vietnamiti, coreani, russi, thailandesi) si dirige, oltre che al settore immobiliare all’acquisizione di diritti su terreni e zone di pesca per sfruttare le risorse naturali.
La gente povera è scacciata dal centro di Pnom Penh come dai villaggi denunciano 200 rappresentanti delle comunità minacciate The government should be urging investment in development projects for the benefit of all Cambodian people instead of making concessions of forest and coastal land to private investor.
Sotto i grattacieli, la gente comune vedrà trasformarsi la città e vedrà allargarsi, come in ogni parte del pianeta, il divario fra ultraricchi e normali.
Già oggi l’inflazione al 37% e i costi dei generi di prima necessità alle stelle spinge ai margini della società milioni di cambogiani; il tessile, principale industria del paese dopo turismo e prostituzione, sta affondando.
Scrivono i giornali, Over 27,000 women have quit their jobs in the garment sector since March this year and found more lucrative work as ‘beer girls’ in the capital’s booming entertainment business.
Storie comuni a tante parti dell’Asia (a Kathamndu circa 20.000 ragazze lavorano nei dance bars): ragazze che lasciano la provincia e i villaggi per lavorare nelle fabbriche tessili fra Phnom Penh e Shianoukville, sfruttate e/o licenziate cercano fortuna come “beer girls” nelle migliaia di locali della capitale.
Nelle fabbriche si guadagna da USD 60 a 120 al mese, lavorando come bestie, senza alcuna protezione da minaccie e abusi dei caporioni, nei locali almeno USD 300. Hun Danet una ragazza intervistata conclude dicendo che “When I worked in a factory, I rarely sent money to my mother. Now I can send her $100 every month.
Nelle statistiche della polizia sono già classificate come indirect sex workers nel linguaggio comune srey lanceur [promotion girl], un termine equivoco. Alcune aziende Heineken International, Asian Pacific Breweries, Cambodia Breweries Ltd and Attwood Import and Export Co Ltd hanno iniziato un progetto sensato (Selling Beer Safely project) diretto a creare una figura professionale per qualcuna di queste 4000 ragazze.
Hun Danet tornerà in questi giorni al suo villaggio per celebrare il P’Chum Ben (festeggiata e ringraziata dalla sua famiglia per il denaro che procura) o salirà al Wat Botum di Phnom Penh per offrire riso, fiori, acqua ai Buddha e assicurare ai defunti l’uscita dal ciclo delle rinascite, il Samsara in cui tutti noi ancora viviamo.


Nepal: stagione di feste

Settembre 21, 2008

 E’ iniziata la stagione delle feste in Nepal: Indra Yatra , Dashain e Tihar. Nel vecchio Nepal si salutava la fine del monsone e si ringrazia Indra, il Signore delle Acque, per le piogge che hanno dato vita alla Madre Terra. La Dea Bambina esce dalla sua casa per incontrare il Sovrano (oggi il capo dello stato) e per ricosancrare il legame fra potere terreno e celeste. Nel Dashain le famiglie s’incontrano, migliaia di migranti tornano nei loro villaggi, si celebra il Bhai Tika (il giorno del fratello) e si mangiano quintali di daal bhaat; un po’ come il nostro Natale. Nel Tihar le città e i villaggi s’illuminano, nelle case vengono accese centinaia di lampade votive e si venera Lakshmi, consorte di Vishnu e divinità della prosperità e conoscenza: si cerca di dimenticare che le giornate s’accorciano e arriva l’inverno.

 Il governo ha cercato di fare il possibile per assicurare i beni essenziali (benzina, cherosene, gas, alimenti) per queste festività però vuole limitare le spese per l’acquisto di animali (60 bufali, 70 capre, 110 galline) che durante il Dashain vengono sacrificati nei templi per propriziare le divinità. Di norma l’ente che finanziava i sacrifici principali di Basantapur (Kaushitoshakhana) spende intorno ai euro 20.000 annui. Oggi parla di tagliare le spese. In un paese diviso e con gruppi politici pronti a strumentalizzare e ampliare ogni questione, questa ipotesi ha provocato scontri fra studenti e polizia (proprio venerdì durante la Kumari Jatra) e, oggi, uno sciopero generale a Kathmandu.

 In questo casino, il PM Prachanda, appena tornato dall’India preferisce ripartire subito per New York (Assemblea UN). Tornato a mani vuote dall’India si troverà più a suo agio fra i burocrati delle NU, più pronti a recepire le sue richieste (non dovendo rispondere a controllli o elettori) e riempire il paese di aiuti internazionali da dilapidare.

In India è stata riconfermata l’immensa  sproporzione economica e diplomatica fra i due paesi. Il rinnovo del trattato sulla gestione delle acque del fiume Koshi rimane nelle mani indiani così come la direzione degli interventi necessari per evitare ulteriori disastri come quelli accaduti nell’ultimo mese. Gli sfollati iniziano a protestare, molti non hanno ricevuto aiuti, i giornali ne parlano sempre meno consapevoli, forse, che il loro destino seguirà quello delle migliaia di persone che ogni anno devono sfuggire da campi e villaggi per frane e inondazioni e vivere per anni in tende di frasche. Anche ieri 15 vittime nel Distretto di Kailali, nel dimenticato Nepal occidentale.

Altro punto il Trattato d’amicizia del 1950 che fra l’altro regola transiti, commerci e frontiere aspetti fondamentali per un paese landlocked come il Nepal. Entrambi gli accordi sono considerati sfavorevoli da Kathmandu, ma l’India, come già annunciato, li rivedrà a suo favore poiché vuole maggiori controlli alle frontiere e meno merci in dumping provenienti dal Nepal (nell’ultimo mese è stato seriamente ridotta l’importazione di prodotti tessili tramite barriere tariffarie). Ciò rischia d’aggravare l’enorme il deficit commerciale con l’India In a total trade of $ 2.3 billion, Nepal recorded a deficit of $1.1 billion in the financial year ending mid-July.

 La stampa indiana si è incuriosita e ha seguito la visita del PM maoista Prachanda (fino a ieri sulla blacklist del terrorismo internazionale) ma il Big Brother continuerà a trattare con condiscendenza il piccolo e incasinato vicino e a farsi gli affari propri. Così come i DJ di Dheli continueranno a creare macchiette centrate sugli sprovveduti e ignoranti migranti nepalesi e i giornali a enfatizzare la chiusura dei dance bars, le manifestazioni di proprietari, ballerine e clienti e le denuncie dei gestori “Restaurant owners are forced to bribe huge amounts to the police officers to conduct night business to avoid continuous harassment. This has to end,” states the memorandum handed over to the Home Minister.

In Nepal, per tradizione il precario diventa definitivo, così sta accadendo per la Costituzione sembra non interessare più nessuno e rimane bloccata sulla composizione del Constitution Drafting Commitee. Allora il governo apre il libro dei sogni dell’economia e  da Bhattarai (n.2 maoista) presenta il budget per il 2008\2009. Tasso di crescita fra il 7 e il 9% (le più ottimistiche previsioni danno il 5,5%),e grandi spese per lo sviluppo da finanziare tramite obtain Rs 47 billion of foreign grants and Rs 18 billion of foreign loan. Poi si parla, scrivono i giornali, di a number of populist programs. He has increased monthly allowance for elderly, widows, and disabled people and introduced slogans like Hamro Gaun Ramro Gaun (Our Village, Beautiful Village), New Nepal Healthy Nepal and so on. He has also set aside millions of rupees for providing relief to conflict-victims and families of martyrs. Quando finiranno i soldi (come è accaduto per la benzina) vedremo di nuovo fiumi di gente per le strade a protestare.

 In queste condizioni, ai nepalesi converrebbe iniziare a donare fiori, sirdur e riso alle nuove divinità del benessere, che non hanno più l’affascinante nome di Lakshmi ma quello più prosaico di World Bank, Asian Development Bank, FMI, Unione Europea, UN che già, senza programmi né costituzione, hanno iniziato a buttare in Nepal milioni di euro. Pur infilando il Paese nei primi posti delle loro innumereveli statistiche come “no business friendly nation


I Giganti

Luglio 21, 2008

Nelle scorse settimana si è aperto a Delhi il primo summit fra India e Africa diretto ad incrementare le relazioni d’affari e il commercio (materie prime).

Questa mossa cerca di contrastare, un po’ in ritardo, l’arrembante politica estera cinese già presente con progetti, prestiti convenienti, partnership in molti paesi dell’Africa ricchi di materie prime (Angola, Mozambico, Tanzania). Lo stesso ritardo indiano s’avverte in Asia dove Birmania, Cambogia, Laos (grazie anche la diaspora cinese) e Kazakhstan sono, ormai, nell’area economica di Pechino.
Delhi cerca di approffitare delle critiche mosse al modello di cooperazione cinese con i paesi africani che è molto semplice: voi datemi le materie prime io finanzio quello che volete, senza controlli su come e da chi sono utilizzati i denari. Se vi è corruzione, se i soldi finiscono in Svizzera, se vengono comprate armi o se i recipienti sono dittatori pazzi ai Cinesi non interessa.
Comunque a Delhi il primo ministro Manmohan Singh (nel suo elegante turbante pastello), di fronte a 24 rappresentanti dell’Africa, ha promesso “the least 500 million dollars over the next five years, to be used for projects and services in Africa, and has also pledged to bring financing from the 2.15 billion dollars of the past five years (electrical grids in Mozambique and Ethiopia, railways in Senegal and Mali, cement factories in Congo, construction projects in Ghana, military structures in Sierra Leone, technology training centres in Lesotho) to more than 5.4 billion.” 
Una guerra commerciale, a suon di promesse, sta aprendosi per le immense riserve di gas e petrolio dell’Angola e della Nigeria e in Venezuela.
LA Cina è riuscita a sfruttare il credito derivante dagli aiuti dati a molti movimenti di liberazione in Africa durante gli anni e il suo commercio con l’Africa cresce più del 100% annuo.
Per entrambi i giganti questo periodo è movimentato. La crescita dei costi delle materie prime aumenta i costi di produzione (+8% a maggio) come mai era accaduto in questi anni determinando un calo delle esportazioni e un aumento dell’inflazione.
Entrambi i paesi hanno ancora la maggioranza della popolazioni al limite della soglia di povertà e gli aumenti dei prezzi dei beni primari in assenza di ogni meccanismo di protezione dei salari rischia di creare enormi tensioni sociali.

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Spiragli (2)

Luglio 21, 2008

Giornate tese a Kathmandu bloccato per le proteste. Studenti, autotrasportatori, dealers del petrolio (tutti abituati a benzina sotto costo) scendono nelle piazze e impediscono la circolazione di macchine e camion. Gli studenti ne hanno incendiano qualcuna.
Nepal bloccato dalla progressiva divergenza fra maoisti e congresso sulle cariche dello stato e dell’importante National Security Council. Che dovrà controllare le forze armate e la sorte dei militari\militanti maoisti da inserire nell’esercito (dopo 11 anni di conflitto con le stesse forze armate) o da infilare nei soliti “lavori socialmente utili”.
Sale la preoccupazione fra le persone per il perdurare dell’inconcludente classe politica (anche quella nuova) e l’incapacità di riportare il Paese nella normalità. I maoisti usciti dal governo, l’alleanza in nuce fra maoisti e comunisti moderati (UML) e i costanti incontri fra il Primo Ministro Koirala e il capo delle forze armate destano preoccupazioni.
Qualcuno pensa che lo stesso processo di pace sia in pericolo e che si profili una sorte di dittatura maoista, mentre l’insicurezza e il disordine crescono. A Banke un battaglione della APF (Armed Police Force) s’è ammutinato; i giovani dell’UML (partito comunista moderato) ha costituito la Youth Force (sullo stile degli aggressivi giovani maoisti), sciopero anche dei dipendenti pubblici (il ministro maoista Yadav ha minacciato e rinchiuso in una stanza un dipendente di Patan). Le attività degli uffici in 3915 VDCs (comuni\villaggi), 18 municipalità (le grandi città), 75 Distretti (regioni) sono rimaste ferme per giorni.
La mancanza di governo raffredda le aspettative della gente comune di un ritorno alla normalità e quelle del Paese di rimettersi in cammino e infilarsi nel canalone della globalizzazione per approfittare di qualche occasione di sviluppo economico, individuale e collettivo.
Intanto piove e il monsone si preannuncia più forte del solito provocando frane e alluvioni. Si legge sui giornali la storia di una famiglia di Piprahawa (profondo Terai) che è inseguita dalle acque del fiume Rapti. L’anno scorso fuggì dallo straripamento del fiume che gli distrusse la casa e i campi, quest’anno anche. Questo per dire che i problemi (frane e alluvioni e malattie connesse) sono ricorrenti e che, malgrado centinaia di esperti, meetings e organizzazioni dedicate al “disaster risk management” tutto è sempre uguale.
Lì sotto, nel Terai profondo, la gente vive in capanne di arbusti con qualche metro di campo per sopravvivere, e tutto sembra immutabile. La politica e i reports sui Millenium Development Goals non giungono né influiscono sulla loro esistenza (come in quella di milioni di contadini del sub-continente indiano) portatori
Del resto la leadership della capitale, da anni, non riesce a cogliere neanche qualche frammento d’opportunità derivante, almeno per alcuni settori economici, dal nuovo ruolo dinamico di Cina e India nel mercato globale.
Politica debole, prezzi alle stelle e cumuli di spazzatura nelle strade di Kathmandu questo è quanto è arrivato, almeno per ora, dal mercato globale.
Per altri va meglio. Il multimiliardario Mukesh Ambani (secondo Forbes fra i primi ricconi del mondo) ha messo su casa (senza mutuo): un bel grattacielo di 27 piani nel centro di Bombay. Costo come il PIL annuo delle Maldive. Non se la passa male neanche la Bharti Airtel che si è comprata la Telecom sudafricana sborsando USD 75 milioni (PIL annuo del Bangladesh). In sintesi le 10 compagnie indiane più grandi hanno un fatturato pari a quello di Nepal, Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan messi insieme. Il potere è dunque lì.
Una nuova “spending class” sta facendo la fortuna di questi gruppi in tutta l’Asia e i nepalesi vorrebbero farne parte.
Cambiano anche le teste. Un tempo per un indiano (o nepalese) il posto di lavoro più ricercato era nello stato e file interminabili di postulanti chiedevano un posto di maestro o impiegato negli uffici dei burocrati
. Addirittura nei palazzi governativi più antichi ci sono appositi rifugi per ospitare richiedenti e famiglie. Oggi lo status e condizioni di vita migliori si hanno con un MBA o con la fortuna di entrare a Bollywood o incidere un CD. Il barbiere diventa hair stilist e il sarto dress designer e, positivamente, anche i lavori più umili e da bassa casta diventano socialmente accettati.
Gli ideali parsimoniosi e socialisteggianti di Nerhu sono stati sostituiti, con l’apertura dell’India ai mercati internazionali (1990), dagli ideali pratici e materiali dei nuovi ricchi; il Nepal, sub-integrato all’India, ha, per ora, assorbito solo le aspettative.
Un quadro fatto più di colori scuri che chiari quello che mi sembra emergere dal mondo, inevitabilmente, dominato dalle corporations e dai modelli di consumo e di gestione del potere da esse proposto.
L’Asia cerca, faticosamente, d’inserire qualche tratto di colore.
A parte i menù vegetariani di Mac Donalds, il contesto di diffusa povertà in cui le grandi corporations indiane producono e vendono sta inserendo alcuni elementi nuovi nelle loro politiche commerciali e industriali.
La novità, segnalata da qualche studioso indiano, è che alcune multinazionali indiane (e in qualche misura asiatiche) hanno inserito nei loro progetti azioni dirette a ridurre la povertà e promuovere uno sviluppo generale sia attraverso la produzione di prodotti specifici a costi sostenibili sia con investimenti sociali.
Logica determinante è l’allargamento dei propri mercati ma la cd. “corporate social opportunity” può divenire uno strumento a disposizione degli attori istituzionali dello sviluppo (governi, organizzazioni internazionali, ONG e gruppi locali) , se esistessero le capacità di sfruttarla e guidarla da parte di quest’ultimi.
Sono citati gli esempi della ITC con il progetto E-Coupal (azienda vincitrice del premio Stockholm Challenge 2006 per l’utilizzo di information technology per lo sviluppo economico delle comunità rurali), stesso impegno per Unilever India e Shakty. Nei portali web di queste aziende si legge l’impegno per
“ widening its farmer partnerships to embrace a host of value-adding activities: creating livelihoods by helping poor tribals make their wastelands productive; investing in rainwater harvesting to bring much-needed irrigation to parched drylands; empowering rural women by helping them evolve into entrepreneurs; enhancing livestock quality to significantly improve dairy productivity; providing infrastructural support to make schools exciting for village children”.
Lo stesso avviene in Nepal, con le consociate locali, attraverso la diffusione di prodotti per l’igiene (Unilever Nepal), interventi nei villaggi (Surya Nepal-ITC), e alcune banche che sostengono progetti educativi e sanitari.
L’obiettivo sarebbe sviluppare la PPP (Public Private Partnetship) in cui aziende, governo e ONG/gruppi locali e comunità siano coinvolti in progetti di sviluppo di strutture (strade, scuole, energia, agricoltura e allevamento, sistemi idrici) e servizi (educazione, accesso alla sanità, prevenzione). Health Project a Kavre
Qualche timido tentativo lo tentammo in Nepal, coinvolgendo una struttura privata (l’Ospedale di Dhulikel) e le comunità (tramite i Comitati Scolastici) per assicurare attraverso una specie di schema assicurativo l’ospedalizzazione dei bambini in alcuni villaggi di Kavre; costituendo una cooperativa locale (finanziata dalle famiglie) che in partnership con la Nepal Electricity Authority e altri soggetti privati deve costruire e poi gestire un grid elettrico nelle comunità interessate; cerare le condizioni di mercato e sviluppare marketing di qualità per i prodotti confezionati da gruppi di donne detenute con cui iniziammo un progetto nelle prigioni femminile di Kathmandu.
La capacità di sfruttare per i settori socialmente più marginali le opportunità del mercato globale e degli interessi delle companies è un opportunità. L’hanno capito anche i maoisti nepalesi che nel loro programma econnegozio di fruttaomico hanno dato enfasi alla PPP.
Altra opportunità per l’integrazione nei mercati mondiali di stati marginali e deboli (e quindi dei loro cittadini) può venire dal grande disegno di creare una sorte di Unione Europea in Asia con un’unica moneta, la Rupa.
Il Nepal, per esempio, ha beneficiato del tasso di cambio fisso con la Rupia indiana stabilizzando la propria moneta in un periodo di tracollo economico. In generale un blocco regionale di libero transito di merci e persone (stile Unione Europea) consentirebbe un maggior controllo delle risorse e dei processi economici per i paesi membri rispetto ad affrontare il mercato globale singolarmente.
Dall’Asia s’apre, forse, qualche spiraglio perché anche gli esclusi, dall’apparente, uniforme e appiattito grigiore del sistema economico globale, possano infilarsi e metterci un po’ di colore.


Spiragli nella globalizzazione 1

Luglio 21, 2008
 Scende il costo del riso in Thailandia e Vietnam, grandi produttori ed esportatori e si preannunciano bnonnouoni raccolti. Il riso bianco thailandese, riferimento mondiale, è diminuito di 25 dollari la tonnellata per fermarsi a USD 770. In aprile raggiunse l’incredibile cifra di USD 1080, facendo disperare tutta l’Asia.
Non basta al Nepal dove, nei distretti occidentali, s’aggrava la normale mancanza di cibo. Il blocco dei trasporti rende complicati gli approvvigionamenti, anche nella capitale (ormai l’inflazione supera il 12%). E i giovani fuggono, oltre 215.000 migranti negli ultimi 11 mesi con una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso del 2portatori5%. pescatori
Questa situazione rischia di ributtare milioni di persone sotto la soglia di povertà e di annullare i progressi compiuti nell’ultimo decennio per ridurre la denutrizione e i problemi sanitari connessi.
Due dovrebbero essere i principali protagonisti per contrastare questa situazione di progressivo insabbiamento del paese ma entrambi sono allo sbando. La classe politica incapace di formare un governo e decidere iniziative; le NU, stato nello stato, (che ricordiamo buttano in Nepal l’equivalente di USD 100 procapite annuo, gestito da oltre 3000 funzionari) che annaspano come sempre.
sadhuPassati di moda, poiché irraggiungibili per l’inefficienza di chi dovrebbe promuoverli e gestire obiettivi e progetti, i MDG (millenium development goals), ora a Kathmandu è in voga un’altra sigla DDR che non stà per la vecchia Repubblica Democratica Tedesca ma per (disarmament, demobilization and reintegration), Una versione più elaborata è “Integrated DDR Standards (IDDRS). Sui contenuti di queste sigle praticoni delle NU, INGO e società civile si scervellano da mesi e producono i soliti innumerevoli meeting, trainings, reports etc.
All’interno sono state creati progetti quasi mistici come la Re-orientation,” is the newest terminology introduced in this framework. It is designed to be a cathartic process which would aim to mentally detach the former combatants from the violent mind set.
In sintesi questo DDR vorrebbe, teoricamente, rimettere in sesto e in movimento il paese dopo il conflitto. Il pulpito da cui viene questa predica, alla gente e al (futuro) governo, è miserrimo. Le NU non sono state in grado di contare i combattenti, di garantire la loro permanenza nei campi (costati fior di quattrini), di evitare violenze, torture e incarceramenti nei campi stessi, né, durante il conflitto, di porsi come seria forze di mediazione. Il solito disastro che s’accompagna all’incapacità attuale di rifornire le regioni in carestia (malgrado aerei, elicotteri, camion e benzina riservata (spesso venduta al mercato nero) e, a quella storica, di implementare progetti sostenibili e utili per le comunità e premere perché gli aiuti fossero gestiti senza corruzione, nepotismo e inefficienza dai governi nepalesi. progetto educativo bambini chepang
Tragicamente gran parte delle INGO, per rastrellare fondi o per mera incapacità, hanno dovuto seguire pratiche, e metodologie simili.
Il risultato è stato lo spreco di fondi, opportunità e una gran confusione. Segnala uno studioso nepalese riguardo a questa ideona dei DDR “Given the wide array of formulas (which at times overlap) and the involvement of innumerable national and international entities, the post conflict recovery process has become a hodgepodge affair. There seems to be a lack of a coherent and comprehensive post conflict recovery formula. And neither is there a clearly defined continuum. Compounding these deficiencies is the lack of coordination amongst the various entities involved in the recovery process. Inevitably, the recovery process has become an agglomeration of disjointed processes”
La cosa più triste della vicenda è che, nella cooperazione internazionale, si continua ad esportare e a imporre (con i soldi) la parte peggiore (e spesso la gente peggiore) dei modelli di gestione occidentali cioè la  consorteria, corruzione, inettitudine e nepotismo di gran parte dei sistemi statali.  I beneficiari se ne stanno zitti, ne approfittano, per prendere prebende personali e di gruppo.
Del resto, questi modelli, sono espressione di una parte della società occidentale dove è dominante forma e ipocrisia, cioè fingere e raccontare frottole per sembrare quello che non si è ma quello che gli altri vorrebbero. Ciò funziona per essere integrati socialmente, mantenere o rafforzare il potere, vendere se stessi, progetti politici, incapacità. E, a volte tragicamente, per accettare e stessi.
Le grandi bugie dei capi di stato sull’Iraq, lo sbandieramento dei diritti umani dove fa comodo, il disinteresse per la semina di corruzione e malgoverno nei paesi poveri, l’ipocrito (dis)interedonna e serpentesse sulle grandi catastrofi umanitarie, e la lista degli esempi globali è lunga.
Per la gente comune in occidente tanti diritti (giustizia, sanità, pari opportunità, etica, sostanza) sono meri proclami e i nuovi missionari (burocrati e perdigiorno) vogliono predicarli nei paesi poveri.
Insomma (vedi post il mondo s’appiatisce) si tenta di esportare il peggio della civiltà occidentale cioè formalità e finzioni.
Magari in posti come il Nepal dove ancora resistono valori ed etiche diverse, più vere sia individuali che collettive e dove i limiti propri e del sistema sono accettati, criticati ma non mascherati.
Questa percezione di vivere in un mondo più reale è, per me la stessa, che per un animale fra vivere in uno zoo (nutrito ma in prigione) o in una riserva naturale (un po’ finta ma libera)
Per questo intravedo più spiragli in Oriente che in Occidente e , come commenta l’Anonimo è “bello riuscire a parlare di “spiragli” anche in un momento come questo per questo paese. la forza della “possibilita” resiste… “