Basterebbe poco: i bilanci delle ONLUS

Ottobre 20, 2009

bilancio socialeBasterebbe poco, a una ONLUS\ONG, per fare un bilancio trasparente e tacitare le critiche montanti sull’efficacia e serietà di queste organizzazioni.  Basterebbe scrivere e dettagliare quanto entra, quanto è speso in Italia (per amministrazione, personale, spese generali, comunicazione, convegni e meetings, attività varie, viaggi su e giù), quanto è speso dalle strutture nei paesi sostenuti per le stesse cose, quanto arriva veramente ai beneficiari diretti, dettagliando come questi soldi sono stati utilizzati.

Nessuno lo fa, anzi, negli ultimi anni, è cresciuta la nebbia fatta da certificazioni di bilancio, maquillage dei fundraisers (che guadagnano sui soldi che dovrebbero procurare), comunicatori vari, report fotografici (bilanci sociali). L’impressione è che questa nebbia (costosa e inutile) serva a nascondere alcune cose semplici cioè che gran parte dei soldi donati se li beve (o magna) la struttura in Italia e gli italiani che lavorano nei Paesi sostenuti.  Su quanto valgono le certificazioni ci sarebbe da aprire un capitolo (specie visto il loro passato nel profit) tanto che, nel settore privato, sono considerate un male necessario, un elemento del marketing aziendale, o buoni suggeritori per nascondere le magagne dei bilanci. E’ difficile che chi paga i controllori possa essere controllato.

Il quotidiano il Giornale ha tentato un inchiesta sulle ONLUS ma si è fermato all’apparenza, forse non voleva pestare i piedi a qualcuno. Qualcun altro, nel passato, aveva segnalato che i cooperanti dovevano versare una mazzetta (sottratta dai propri stipendi) all’organizzazione, ed è noto che fra il 10 e il 20% dei soldi impegnati per un progetto finanziato dai donatori istituzionali finisce nelle casse della ONG che se lo accaparra; più un altro 30-40% per le spese di gestione del progetto stesso.

Il grande trucco, segnala Max e i suoi amici analisti da Londra, sta nell’imputare spese di gestione italiane fra i fondi destinati ai beneficiari. E da qui partono, indicandomi alcune stranezze.                                          Tanti bilanci, in realtà, non lo sono in senso tecnico, ma solo una stentata sintesi; pressochè inutile, per comprendere il reale utilizzo dei fondi. Action Aid, AMREF (fra le poche in crescita d’entrate +6%) sono un esempio di questo stile essenziale; Intervita, parla di Conti Chiari (come le banche!) e pubblica quattro numeri. Save the Children Italia e Pangea ONLUS sono rimasti al 2007.  Note segnalate da Londra: meno i bilanci sono trasparenti più crescono le spese di comunicazione e marketing e abbondano le certificazioni.

Altro elemento comune nei bilanci ONLUS\ONG è la loro somiglianza, come allocazione di fondi, a quelli di una holding dove i soldi sono tenuti ben stretti. Nei bilanci di molte ONLUS, BOT, CCT, Fondi d’investimento, conti correnti bancari (le cosiddette disponibilità liquide, che tanto liquide visto la forma d’investimento non sono) bloccano una buona parte di fondi destinati ai beneficiari. (30% delle entrate per Terre des Hommes; 20% CCS Italia).

Poche finiscono in passivo, fra queste c’è, ovviamente,  CCS Italia (- euro 100.621) esempio globale di malagestio,  ripianato con fondi risalenti alle precedenti gestioni; l’ASVI ha un risultato operativo negativo (circa euro 700.000) ripianato da non meglio precisati proventi straordinari

L’ Ai.Bi (Amici dei Bambini) ha il bilancio più trasparente, fra quelli visionati, e, infatti, non ha certificazioni di qualità o finti auditors. Leggendo il bilancio dell’Ai.Bi emerge, correttamente, quello che le altre ONLUS vogliono nascondere cioè che almeno il 60% dei soldi donati finisce nella gestione della struttura italiana (+ un altro 25-30% in quella estera). Per struttura intendiamo affitti, stipendi, viaggi, macchine, workshops, spese generali (consulenze, avvocati, fundraisers, etc.).  L’Ai.Bi, seriamente, dichiara che quasi 3 milioni di euro sono utilizzati per pagare il personale (in Italia e all’estero), euro 804.256 per comunicazione, euro 1.100.000 per spese generali (entrate, in calo di circa il 10% a euro 7.755.000).

Come detto, su queste spese, la maggioranza delle altre organizzazioni fa la furba.  Le spese di gestione (in Italia o per italiani)  sono, nella norma, messe sotto il grande e indefinito tappeto della voce “spese per progetti” come Terre des Hommes, (in calo marginale d’entrate); “oneri per programmi nel sud del mondo” come Action Aid, (in crescita del 5%). Nessuno si prende la briga di specificare come questi soldi siano spesi, quanto per la struttura nel Paese, macchine e benzina, stipendi per i funzionari locali, etc.

Casi misteriosi sono Intersos che dichiara nel suo bilancio sociale di disporre di 94 “operatori umanitari” e 1400 operatori locali ma sbatte tutte le spese (ad occhio e croce euro 10.000.000) negli “oneri per progetti e attività” senza specificare i costi del personale (e quelle di gestione). A qualcuno, forse, farebbe piacere sapere quanto dei 15 milioni di euro incassati (e detratte le spese dichiarate di struttura in Italia :euro 1.500.000) quanto in realtà arriva ai beneficiari finali.

Cadiamo nel ridicolo con CCS Italia in cui i costi di personale sono stati dimezzati dal 2007 al 2008 (passando da 304.000 a 172.095) mentre nella realtà sono fortemente aumentati, portando in deficit l’associazione. Per rimanere su questi, le maestranze sono un battaglione (in proporzione al fatturato) cioè 1 dirigente (euro 90.000 lordi annui con benefits, 2 impiegati a euro 140.000 con benefits, 5 impiegati più sfigati per euro 200.000, 2 apprendisti (euro 30.000); più 17 operatori con contratto a progetto (circa euro 450.000 lordi e con benefits). Infine spariti nelle voci progetti anche un centinaio di operatori locali. Più 5 membri del Consiglio Direttivo, con qualche benefits e magari consulenze pagate.

Gli operatori locali, sui quali giugono voci pessime, guadagnano mediamente quanto il Presidente della Repubblica del loro paese (fra i 1200 e i 1500 euro mensili) per cui stimiamo  una spesa complessiva di euro 90.000 (per stare bassi). Poi aggiungiamo un po’ di consulenti, spariti fra spese generali e di comunicazione (altri euro 50.000). Qualche legale\socio a parcella salata (altri euro 80.000). Anche qui le spese generali sono passate da euro 186.1389 a euro 107.398 (dal 2007 al 2008), guarda caso. In sintesi, le spese superano il 70% delle entrate.                                                Dove hanno nascosto gran parte di queste spese? Semplice come è costume nel settore, nella voce “Uscite per Progetti”.

L’ingenuo sostenitore dice, ma che bravi, hanno dato più soldi ai bambini sostenuti ma, in realtà, se li sono spese per mantenere (e bene) un grosso e inutile manipolo di  italiani (vista la qualità e quantità delle attività, fa anche rima).     Se buttiamo dentro tutte le spese per mantenere il carrozzone (cioè loro stessi) accade che, come nella maggioranza delle ONLUS\ONG, è già un miracolo che su euro 100 versati ne arrivino 20 ai beneficiari sotto forma di progetti, magari qualche visita dentistica o Child Club. Qui si dovrebbe aprire il triste capitolo relativo alla qualità della spesa.

Fanno pena, poi, le giustificazioni per gabbare i lettori. Sempre dal CCS Italia leggiamo, con sconforto:  il risultato negativo  “è dipeso esclusivamente dalle maggiori risorse destinate ai progetti” o “la significativa differenza rispetto all’esercizio precedente è dovuta a una più attenta attribuzione dei costi di pertinenza ai progetti” anche l’Avvocato Azzeccagarbugli ( per rimanere fra i dirigenti dell’associazione) si sentirebbe preso per il culo.

Per finire la carrellata,  segnala l’attento Max, le multinazionali dell’assistenza (Action Aid, Save The Children, TDH) hanno la vita semplificata perchè infilano tutto   nella voce “programmi del network internazionale” o capitoli analoghi, ovviamente nessuno sà come vengono spesi.


Trasparenti come bottiglie di latte: onlus, bilanci, comunicazione

Settembre 24, 2009

bambino mozambicoA volte alcune sensazioni, parole, fatti, comportamenti danno il senso di un ambiente, di una tipologia di persone e delle loro teste. Se si finisce in un osteria dove tutti gridano, bestemmiano, s’inciuccano, si danno cazzotti e puzzano come capre, la sensazione è quella che è meglio cambiare posto e che la gente, magari brava, sarebbe comunque da evitare. Questo pensiero me l’ha veicolato una mail di Serena (una ragazza che ogni tanto commenta, con intelligenza questo blog). Leggiamolo:

Ciao Enrico, ieri sera mia sorella Elena viaggiava sul web e ha incontrato il blog di tale Beppe Cacopardo che si autoprofessa “consulente strategico e operativo di Comunicazione, Marketing Sociale e Fundraising, professionale ed etico”. Un po’ trombone, come prima sensazione. Fin qui niente, il Beppe fa un elogio del sito del CCS di cui tu hai parlato nel post scorso e di cui, giustamente, hai segnalato che si fanno tanto chiacchiere su trasparenza e altro ma il bilancio è stato nascosto. Esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare e fanno molte ONLUS e ONG. Poiché questo Beppe è un consulente (si presume pagato) della stessa organizzazione, pubblicizza con enfasi il loro sito e si occupa di queste cose, mia sorella ha messo un commento in cui chiedeva il perché della segretazione del bilancio. Il Beppe non l’ha pubblicato malgrado la sua retorica su trasparenza, comunicazione, etica e via predicando. Tu me lo spieghi? Una battuta: ma questi del CCS fra un Tutti a Tavola e “se sono magnati una pasta“, pensano solo a mangiare?

Cara e paziente Serena di cacopardi è pieno il bel mondo della cooperazione. La prima idea che mi viene è che l’omino (non in senso fisico perché pare ben messo) potendo offrire, come scrive nel suo sito in terza persona, “Come attestano i risultati di numerose case history, l’organizzazione nonprofit che sceglie la sua collaborazione sa di poter contare su una consulenza professionale….” sia stato un po’ intimidito del risultato della brillante campagna di Direct Mail forse dallo stesso partorita e allo stesso retribuita. Il “case history” non è stato incoraggiante: spesi euro 85.569 più euro 28.000 per “consulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassati euro 9.616, Se fossi tu il responsabile di questa operazione non cercheresti di nasconderla anche ai parenti?     Figurati se il cacopardo ti pubblica il commento, lui è un teorico della trasparenza.

Siccome questi dati sono nel bilancio (se così si può definire) di  CCS Italia ONLUS e nessuno lo può vedere (forse solo i sostenitori) noi facciamo liberi tutti e lo pubblichiamo nei docs (a fondopagina)

Ma l’ambiente da osteria non si ferma qui. Ricorderai Andrea di Promodigital , lui si autodefinisce marketing and social media strategist in Linkedin,  in tempi più semplici era un venditore di spazi pubblicitari. Anche lui prometteva mari e monti, chiarezza e trasparenza, informazioni e notizie poi è sparito come un vampiro all’alba. Scriveva il 16 marzo 2009, un po’ piccato: In realtà non c’eravamo dimenticati di te e darti le informazioni che ci hai richiesto e che siamo ben lieti di darti a breve. Infatti siamo riusciti ad organizzare un incontro nella sede di CCS per avere ulteriori informazioni sulla loro causa e abbiamo richiesto la possibilità di avere i bilanci da te domandati…. Andrea”. La campagna di Web Marketing è costata solo euro 29.424 e gli ingenui bloggers,  che hanno copiato  il messaggio del CCS nel loro sito,  pensavano fosse tutta opera pia.  

Cosa strana nel bilancio della ONLUS: oltre le spese sopra elencate, troviamo altri euro 16.693 per “personale di comunicazione” ma cosa vuol dire? Non hanno già 27 persone dichiarate come dipendenti e con stipendi messi a bilancio (in parte spalmati sui progetti per far figurare più fondi ai beneficiari, a dir la verità) e, dunque, questi soldi dove sono finiti?

In sintesi, cara Serena, nel bilancio dichiarano d’aver speso euro 244.236 (oneri di promozione e comunicazione) e nel bilancio sociale di averne incassati 51.000 (altri 102.509 provengono dall’8per mille 2006). Non serve  pagare auditors certificatori come PKF per capire che hanno fatto una bella cazzata,  perdendo  euro 190.000 (soldi che qualche ingenuo sperava di aver inviato a un bambino del Nepal, della Cambogia o del Mozambico). Del resto lo stesso è accaduto l’anno scorso  con una perdita di euro 160.000 (forse anche lì c’era un cacopardo).  

Non sorpende che qualcuno, fra i donatori, se ne accorge e fugge (-20% nel 2007 e 25% nel 2008) e che nuovi non ne arrivino 1775 nel 2007 (risultati da campagne effettuate da altra direzione nel 2006) e 849 nel 2008.  Bilancio fallimentare. E, cara Serena,  il cacopardo (teorico della comunicazione CCS)  non pubblica il gentile messaggio di tua sorella.  

Il resto sono chiacchiere da osteria (o bilanci certificati che è lo stesso).

Notizia dell’ultima ora, il sito del CCS (24/09/09 ore 18) è stato aperto per accedere al bilancio. Siamo i guerriglieri della trasparenza, cara Serena (dopo soli due posts). Quindi, continueremo e terremo i bilanci nel blog. Non si sa mai che ci ripensano.


Basta prender soldi: no profit e banche

Marzo 21, 2009

citi-bankWall Street è ripiegato su se stesso, anche i ristoratori indiani, al centro del boom economico e delle frequentazioni delle schiere di managers, analisti, venditori di titoli, stanno un po’ boccheggiando. Questa gente sfila per le strade come ladri beccati in castagna, con le teste basse e il viso segnato. Tanto, iniziano a perdere il posto di lavoro, fra i primi,  i colletti bianchi high-tech, giunti dall’India e dall’Europa. Si è salvato Vikram Pandit, dal 2007 CEO della Citi Bank, e uno dei primi americani d’origine indiana a salire così in alto nel sistema bancario USA. Un ipotesi, che l’abbiano messo lì per fargli la festa, visto che, secondo Clara (e i suoi conoscenti) non avrebbe l’esperienza per gestire la più grande banca del mondo.
Clara vive a New York, sta facendo uno stage in una banca e mi scrive un po’ preoccupata dal suo ufficio di Manhattan: un pò meno lavoro, meno soldi circolanti e dunque rischio di tornarsene a casa. E’ diminuito lo stress delle trimestrali che hanno obbligato tutti, per anni, a concentrarsi sui risultati a breve e non a lungo termine: una delle cause del botto finanziario. Ha letto il post su banche, dittatori e criminali di stato, ladri di risorse naturali, distruttori di ecosistemi (alcuni dei quali con i conti nella Citi Bank) e vuole dire la sua.
Clara racconta che  Citi Bank era già nota (anche in Italia) per una certa disinvoltura del suo management e il rapporto Undue Diligence: How banks do business with corrupt regimes, ben s’inserisce nel suo ruolo nello scandalo Parmalat e nella condanna per la truffa (USD 14 milioni) ai danni dei propri correntisti, scoperta in California nel luglio 2008.
Fra le Zombie Bank che sono moltiplicate negli USA, la Citi è il caso più clamoroso e quella che s’è beccata USD 50 miliardi (+ garanzie per 301). In a better world, Citi would have long ago been put into bankruptcy, scriveva il Wall Street Journal senza aggiungere che questa banca, come altre, non era stata sottoposta a nessun controllo grazie ai contatti con la mafia politica di Washington.
Fortunatamente, dopo aver perso nel 2008, l’87% del suo valore in titoli ha riscoperto la social responsability cancellando l’ordine per l’acquisto di jets privati per i suoi top executives, ma non sembra però aver rinunciato, malgrado il giusto linciaggio mediatico, alla ristrutturazione degli uffici (sempre per i top) per USD 20 milioni. Alla faccia dei contribuenti americani, dei profughi di Wall Street e dei milioni di persone a cui è stata pignorata la casa.
Con questo curriculum ecco comparire la Citi Bank nel sito Una buona causa.it, in cui una ventina di ONLUSNGO (fra cui quelle citate in questo blog:  CCS Italia Intersos) cercano di rastrellare qualche spicciolo. Poi da chi arriva non ha importanza.
La schiera di fundraiser, che rispondono un pò piccati, a qualche critica sul web marketing delle organizzazioni no-profit (ONP), saranno sicuramente in grado di  collegare il curriculum della Citi Bank a “Vuoi rendere il mondo un posto migliore? Combattere i cambiamenti climatici? Migliorare il benessere degli animali? Combattere le malattie?”
Lo slogan straordinariamente definito di Una buona causa.it (shopping per un mondo migliore). Clara ed io pensiamo, sempre. di stare in un altro mondo.


Si vende la povertà sul Web?

Marzo 13, 2009

money-exchange-africa“Puntare assolutamente sull’online e puntare sulla moltitudine dei piccoli donatori. Internet rappresenta di gran lunga il modo più economico per gestire la donazione. Non svendersi, mostrare come in un periodo in cui tutti gli investimenti prospettano ritorni bassissimi, la propria causa è senza prezzo e garantisce un ritorno altissimo con l’idea di aver fatto qualcosa di buono“. Scrivono gli esperti americani di fundraising .                                                                                                                                In un altro, più nostrano,  leggo:  quando uno ha i soldi spende e compra senza nemmeno pensarci, quando uno non li ha, vuole mille spiegazioni e fa mille confronti prima di spendere e decidersi, ecco perchè nel fundraising in periodi di crisi bisogna allungare il brodo /ho dei test che mi dicono che nelle classi meno evolute mettere troppe scelte fa calare le donazioni perchè confonde. Stile un po’ vecchio, emozionale da azienda di prosciutti anni ‘90, oggi anche le aziende profit pensono più a pubblicizzare la qualità del prodotto, il valore aggiunto anche alle “classi meno evolute“, che la crisi sta rendendo più consapevoli.
Questo è il mondo in cui vivono alcuni dei fundraiser (raccoglitori di soldi) per ONLU\ONG, non sorpende che poi compaiono campagne come quella già segnalata del Tutti a Tavola: sono in un altro mondo. I meccanismi e le mentalità che stanno dietro alla vendita della povertà sul WEB non sembrano tanto dissimili dalle pubblicità commerciali o dalle vendite piramidali
Che se ne impippa della partecipazione, consapevolezza, legame con il donatore (di spazio sul blog, di denaro o di tempo), di dare informazioni, spiegare i progetti, le finalità, i risultati, basta allungare il brodo. D’altro canto il cliente dona e si libera la coscienza (“ho contribuito alla salvezza del mondo”) come un tempo le Dame di Carità. Meglio di niente, ma poi non ci si può lamentare se i propri soldi sono male utilizzati, finiscono al 70% nelle spese di gestione, o i progetti non portano alcun aiuto ai beneficiari.
I bloggers sono uno dei canali oggi di moda per la pubblicità dell’industria dell’assistenza. Sono economici, un po’ vanesi e, forse, sperano in altri spot retribuiti. Qualcuno accetta per togliersi dai piedi il richiedente come quando si regala qualche centesimo al povero postulante che ti bussa al finestrino. Qualcuno, quando si rende conto del nulla che pubblicizza, si pente.
Le aziende di webmarketing setacciano i blog, senza neanche guardarli e offrono, come spot di detersivi, progetti, bambini, povertà.
L’esempio. Dopo aver espresso dubbi su  questa forma di pubblicità, parlando di due soggetti: Promodigital (società di webmarketing) e CCS Italia (cliente), mi arriva una bella mail da una ragazza di Promodigital:
“una delle cose che facciamo è mettere in contatto i brand con i blogger. In questo periodo abbiamo pensato di appoggiare una ONLUS che si occupa di migliorare le condizioni di vita dei bambini all’interno della comunità in cui vivono. (copiato dal sito dell’organizzazione). CCS ITALIA ONLUS con il nostro aiuto – mio e mi auguro anche tuo – e grazie ai blogger più influenti (l’ego s’arrapa) vuole sensibilizzare il “popolo della Rete” ponendo l’attenzione sulle problematiche che ancora oggi affliggono i Paesi più poveri.”
Poi vengono al sodo: “Per creare un effetto virale (?) all’iniziativa abbiamo anche preparato un banner che puoi adottare nel tuo blog. Il buzz (?) in questo caso non è tanto un modo per promuovere un marchio (senso di colpa) quanto un’occasione per dare il tuo aiuto ad una nobile (enfasi) causa”.
Un po’ intimidito da buzz e viral rispondo: “Sarò pagato se piazzo il banner o (conoscendo il marketing dell’ONLUS) riceverò un bambino in omaggio? E’ possibile avere dettagli, bilanci o altro sull’effettiva capacità dell’organizzazione. Io per esempio sono interessato al Nepal e mi piacerebbe sapere cosa fanno in quel paese e avere una rendicontazione delle spese effettuate e come. Questo per poter aderire in forma più coinvolta nell’iniziativa. Sono ben lieto di ospitare il CCS sul mio blog anche gratuitamente se mi fornisce informazioni dettagliate sulle sue attività. Sai non vorrei fare brutte figure”.
Il giorno dopo mi rispondono: “ti dico subito che noi teniamo a non pagare nessuno di coloro che parlano delle nostre iniziative per non influenzare il loro giudizio (?)…Quello che posso fare è informarmi direttamente con la ONLUS CCS per avere queste informazioni ed eventualmente rispondere alle tue domande. Spero di poterti rispondere in modo esaustivo”. Era il 10 febbraio 2009 e da allora sono in attesa delle informazioni richieste per offrire il mio blog in modo consapevole.
Forse è lo stesso buconero in cui finisce ogni richiesta rivolta a CCS Italia ONLUS, come quella dell’ingenuo Matteo (vedi commenti) disposto a chiedere spiegazioni sulle malpractices segnalate ai cd. “saggi” che dovrebbero dirigere l’ente.
Nello stesso buconero sono però finiti purtroppo, una quindicina di insegnanti e qualche collaboratore locale (da qualche giorno licenziato per le critiche espresse), un blog, qualche progetto a favore dei bambini.

Non è un bel periodo per le ONLUS\NGO, calo delle donazioni, disincanto per la poca trasparenza ed efficacia delle stesse. Elementi che s’ingigantiscono quando l’industria dell’assistenza privata si mischia con quella pubblica (donatori statali e Nazioni Unite) e girano tanti soldi come in Afghanistan, e in altre parti del mondo.

E’ scoppiata una querelle giudiziaria fra il Guardian (un articolo\video un po’ confuso) e la ONG italiana Intersos. Il motivo: la spese relative alla riabilitazione e ampliamento dell’ospedale Khair Khana di Kabul. La storia era già girata sul sito di una ONG  di donne afghane e sulla stampa locale  (interessanti anche i commenti) e, ancora prima, nel blog di Dr. Ramazan Bashardost (ex Planning Minister e candidato alle prossime presidenziali dallo scorso ottobre.                              Per smentire i racconti, Intersos ha messo sul sito, evento raro che dovrebbe essere normale e generalizzato, i capitoli di spesa (in forma sintetica) del progetto.
Il progetto di riabilitazione e ampliamento dell’ospedale (finanziato dalla Cooperazione italiana, cioè le nostre tasse) è costato USD 1.930.000 per 52 posti letto. I lavori sono iniziati nell’agosto 2002 e l’ospedale inaugurato nel maggio 2003, quindi molto veloci e affidati a società di costruzioni afghane.
Ogni posto letto è costato, dunque, circa USD 38.000 (il reddito pro-capite annuo, anche grazie al flusso d’aiuti internazionali, in Afghanistan è di USD 1000).
Questi i costi:  ma, purtroppo l’ospedale funziona male e sta già perdendo qualche pezzo riportano le cronache e conferma Intersos: “E’ stato fatto un errore di valutazione. Purtroppo, l’Amministrazione di Kabul non ha provveduto ai lavori di sua competenza e il Ministero della Sanità non ha assicurato sostegno, formazione e assistenza all’ospedale.”
Diciamo che a prescindere dall’articolo del Guardian e dall’uso formalmente corretto dei fondi come dichiara Intersos vi è un problemino relativo alla sostenibilità del progetto (come s’usa dire nel bel mondo della cooperazione riferendosi al suo funzionamento una volta concluso l’intervento del donatore) e alla sua utilità per i beneficiari.
Le diverse amministrazione afgane, che Intersos ritiene responsabili del mancato funzionamento corretto dell’ospedale dipendono per ogni spesa (e, dunque attività), dai donatori internazionali che buttano nel paese 8 miliardi di dollari ogni anno. Poiché il progetto vedeva Intersos operare insieme a diverse agenzie delle Nazioni Unite risulta stravagante (ma abituale) che nessuno si è preso la briga di verificare l’implementazione del progetto e di premere sulle autorità locali per la sua corretta gestione.


Vendere la povertà sul Web

Gennaio 19, 2009

redcrossUna recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi  in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUSONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati  con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs,  alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola.
Sembra che stia sviluppandosi un mercato per vendere la povertà, ben strutturato con decine di procacciatori d’affari (fundraisers), workshops, convegni per fundraiserelaborare strategie, etc. Un mercato che ha il fine primo di automantenersi (oltre che autoreferenziarsi) ponendo in secondo piano l’obiettivo principale delle ONGONLUS cioè creare opportunità per i beneficiari. Anche qui qualcuno inzia a porsi qualche domanda etica: questa volta mi chiedo come un consulente possa chiedere decine di migliaia di euro (senza esagerare) ad un’associazione nonprofit che con 1€ nutre un bambino.
Se uno si fa un giro sui siti di fundraising troverà tanti discorsi sulle strategie, sui casi di successo (grande scalpore ha fatto l’accordo Save The Children-Bulgari di 9 milioni di euro), sulle tecniche di vendita (lettere ai donatori, siti, etc.) e niente sul legame che si dovrebbe creare fra donatore, progetti e beneficiari.
Non sarebbe più opportuno concentrare risorse ed energie verso i beneficiari, fare progetti e attività efficaci e, come nelle serie aziende profit, pensare prima alla qualità del prodotto che non alla sua vendita. Visto il basso livello qualitativo delle attività di molte ONG.
re3Sarò retrogrado ma non sarebbe meglio utilizzare gli strumenti del Web per comunicare con efficacia quello che si sta facendo, i progetti e i loro outputs, come sono vissuti nelle comunità, come nascono e come si evolvono, invece di riempire i siti di mappe, appelli emozionali, banner che chiedono versamenti. C’è Medici senza Frontiere, per esempio, che usa i podcast per raccontare cosa accade nelle zone in cui opera.
Queste domande potrebbero avere alcune risposte. Risulta più semplice fare un po’ di spettacolo se non si ha niente da raccontare sulle proprie attività. In molti casi è meglio non raccontarle per non far fuggire i donatori.
Per rimanere sul web, una cosa utile fra tutte le reclames dell’industria dell’assistenza è questo sito in cui è possibile trovare facilmente molti dati (con i dubbi sui sistemi di raccolta) sulla situazione del disagio nel mondo.


ONG dietro la lavagna: se si copia il peggio dell’industria dell’assistenza

Gennaio 7, 2009

bambini-mozambicoL’inglesino Max è riuscito a scampare alle risse d’Oxford Street per comprare qualche cappotto con il 70% di saldo, mi racconta di gente che, con un freddo polare, era piazzata davanti ai magazzini fin dal primo mattino. Lui è scappato dalla calca e si è tenuto il cappotto vecchio con il quale s’aggirava, inquietante per Kathmandu quando lavorava (bene)  nella cooperazione internazionale. Mi racconta che lassù c’è aria di disastro, più che in Italia. Ha chiuso Woolworth, Zaani (per restare nei big stores) e altri tireranno giù le saracinesche dopo i saldi.
Abbandonato Oxford Street ha catapultato le analisi sui risultati della grande industria dello sviluppo su ciò che fa la piccola industria dell’assistenza internazionale (ONG\ONLUS) , a cui gli italiani donano  circa 500 milioni l’anno. Non cambia molto, se non nelle dimensioni, rispetto ai metodi inefficaci visti per la grande. Cioè, segnala:

  • spese di struttura e marketing che raggiungono l’80% delle risorse (la logica dell’automantenimento più che delle attività a favore dei beneficiari)
  •  growth of aid bureaucracies who live and feed on keeping the poor poor (vedi esempio  post)
  •  Personaggi che are not likely to solve the problems they work on, since doing so would put them out of a job (vedi esempio  post)
  • preferenza a parlare behalf of poor communities piuttosto che a lavorare  insieme ad esse
  • Spreco delle risorse either through inefficient or by ending up in the private hands  of local or national political leaders

Max nota che poco si parla, nella stampa italiana e dei paesi sostenuti, di questi andazzi e si domanda perché nessuno fra i molti corrispondenti esteri dei giornali, invece di copiare (a volte sbagliando), le notizie dei quotidiani locali non fanno una bella inchiesta visitando una decina di progetti di ONG, ONU e Cooperazione ufficiale per vedere cosa c’è di reale. Lui potrebbe già suggerire qualche posto: Pashupatinath (Kathmandu), Dolpo (Nepal occidentale), Pondicherry (India del sud), Everest (Nepal), Kompong Chaang (Cambogia), Kirtipur (Kathmandu), Sihanoukville (Cambogia), etc. O, come scrive l’Himalayan Time (31-12-08) andare a verificare la denuncia fatta un Associazione di sieropositivi nepalesi , secondo cui i fondi del Global Fund loro destinati sono scomparsi non-government organisations working to support people affected with HIV/AIDS have been misusing funds meant for their treatment, and education of their children to buy luxury vehicles for private use. La National HIV Federation vuole andare a fondo e capire che fine hanno fatto gli oltre USD 3 milioni distribuiti a governo, ONG locali e internazionali.
Meglio far finta di non vedere e lasciare che le coscienze siano tranquille e che il “sistema”, politicamente lottizzato vada avanti. I soldi vengono dati, le coscienze pubbliche e private placate e chi se ne frega se i beneficiari (come gli utenti dei servizi statali) ricevano solo briciole.
Per scendere nel pratico vediamo come esempio della qualità e quantità delle spese delle ONLUS\ONG che lavorano nella cooperazione quella della nostra ONLUS (CCS Italia); già analizzata (per il bilancio 2007) come esempio a seguito di segnalazioni da parte di partners e comunità nepalesi. I poveretti hanno visto affossare attività, progetti e organizzazioni comunitarie dopo averli creati e lavorato per 5 anni (con ottimi risultati) per dare qualche opportunità a bambini e famiglie (anche negli anni tesi del conflitto civile).
Le ragioni dell’affossamento risultarono essere quelle generali soprasegnalate. Infatti, i nuovi assunti (tutti appartenenti alle caste più elevate) hanno rimpiazzato (licenziandoli) le persone dei villaggi (tutti Tamang di casta bassa) che avevano iniziato nel 2003 i progetti e costituito un organizzazione locale ora distrutta. E’ la nota, studiata e diffusa malpractice in cui i ricchi dei paesi poveri gestiscono (a loro beneficio) gli aiuti internazionali. Lo dimostra un esempio di attività in sostituzione dei progetti (su salute, sostegno alle famiglie, integrazioni alimentari, etc.), abbandonati:
-Practicable demonstration on personal health and hygiene, i.e. develop basic cleanliness habits in students like cutting their nails (42 schools and ECDs centers).
Per non lasciare niente al caso, Max, chiuso in casa per salvarsi dalla folla dei saldi e nel freddo di Londra, si è andato a vedere il sito con l’elenco dei progetti fatti nel 2008. Ha anche notato che, per favorire la trasparenza verso i sostenitori , il sito è stato aggiornato (dopo 3 anni) solo il 20 dicembre, forse, per intercettare i donatori natalizi.
L’80% dei progetti prevede versamenti diretti a partners locali (che s’incaricano di svolgere le attività), distribuzione di materiale didattico ai bambini, costruzioni (affidate a imprese, si presume), perciò risulterebbe che il lavoro fatto dalla struttura dell’organizzazione in Italia e nei Paesi è limitato a un passaggio di denaro e al controllo dell’utilizzo.
Per attuare questi progetti (Mozambico, Zambia, Cambogia, Nepal) sono stati spesi euro 1.309.095 (dichiarano nel sito, spese che già compendono anche benzina, ammortizzamento auto, personale straordinario e altre spese di gestione). Le entrate complessive (in calo del 15% rispetto al 2007) saranno nel 2008 circa euro 3.200.000.
Viene lecito domandarsi, dice Max, come sono stati utilizzati i restanti euro 2.000.000 .
Sappiamo che CCS Italia è ben organizzato. In Italia si barcamenano: 1 Segretario Generale (e chi è Breznev?), 1 responsabile progetti, 1 responsabile qualità(?). Solo per questi ballano (lordi) più di euro 220.000 all’anno (al netto dei vari benefits), più gli stipendi per una decina tutti-a-tavolad’impiegati vari. Vi sono, poi, almeno 3 consulenti per il fundraising, 1 per i progetti e una società per il web-marketing. In effetti era necessario migliorare il marketing,  la campagna dello scorso anno ha prodotto una perdita di euro 160.000 fra investimento e entrate, (sempre soldi dei bambini).  Quest’anno sicuramente andrà meglio con la splendida idea di Tutti a Tavola, un po’ di telemarketing, viaggi premio e una lettera di un politico trapassato (tutte attività che costano un bel po’ di soldi  (consulenti e marketing pagati con i soldi che i donatori vorrebbero impiegati per i bambini). Situazione che ricorda l’inutile baraccone dei Millennium Development Goals visto nel post precedente. Max non finisce qui.

Per gestire, nelle forme indirette che abbiamo visto, euro 1.309.095 in progetti lavorano all’estero, a proposito di growth of aid bureaucracies: 10 espatriati (costo medio degli espatriati annuo euro 50.000 +casa+macchina+viaggi aerei+telefonino) e 130 locali (costo medio euro 15.000 annuo).

Elementi stravagantiIn Nepal,  come abbiamo visto si è speso 150.000 in struttura su 350.000 euro inviati; il personale locale nel 2006 era di 6 persone per gestire il doppio delle attività, come segnalano i partners nepalesi. In Cambogia per gestire progetti per euro 65.000 (di cui 34.000 girati a partners locali) spendono per personale e struttura euro 115.000.

Per completare il quadro: le ONLUS\NGO sono gestite da  un Consiglio d’Amministrazione che, contrariamente alle aziende private, dove per esserci si mettono soldi o lavoro, qui si approda (almeno nell’esempio in questione) senza né uno nè l’altro. Ciò implicherebbe che i membri volontari dovrebbero contribuire con parole (queste non mancano) e lavoro volontario all’attività dell’associazione per ridurre i costi di personale, liberare fondi per i bambini beneficiari; se no rischiano di fare la figura degli scrocconi (di visibilità e scampoli di potere).
Max, inoltre, è un po’ infastidito (è inglese e moderato). Lui ha lavorato come volontario per questa associazione in Nepal nel 2006, contribuendo a corsi di formazione per il personale locale e alla preparazione delle registrazione presso il Ministero degli esteri nepalese (MAE), lui pensa che qualcuno dei membri del CDA si faccia pagare una bella consulenza, per analoghi lavori. Non ci posso credere sono soldi dei bambini.
Bè, dico, io, sarebbe bello che per gestire progetti per euro 1.309.000 (poco più del fatturato di una grande rosticceria, per rimanere in tema con l’immagine associativa) ne utilizzassero euro 2.000.000 (soldi donati per i bambini) e quasi 150 persone (fra espatriati, locali e 5 poltronati nel CDA).

Max, dopo questa analisi, non c’è la fa più con ONLUS\ONG, vuole fare domanda alle Nazioni Unite; lì, in confronto a questi, arrivano più soldi ai beneficiari e forse, ogni tanto, s’intravede qualche attività sensata. Qui il 75% dei soldi donati se ne va nell’automantenimento.


Tutti a tavola, con FAO e ONLUS

Dicembre 16, 2008

mozambicoPoche chiacchiere sull’abituale Report della FAO sull’aumento della fame nel mondo, ne fanno già tante loro. Un dato spicca: tra il 2005 e il 2007 si è compiuto ‘the bigger jump’, il più grande salto in avanti del numero degli affamati: 75 milioni di persone in più, la maggioranza dei quali si trovano nei Paesi in via di sviluppo (121 milioni in più dal 1990). In tutto 1 miliardo di esseri umani.
Il 2008 ha aggiunto, grazie a hedge found e futures e il relativo e ingovernato (da politica e organizzazioni internazionali) balzo dei prezzi delle materie prime alimentari,  l’arruolamento nell’esercito degli affamati di altre 40 milioni di persone. Il dato nuovo è che nel progressivo appiattimento (in basso) delle condizioni di vita nel mondo, la fame inizia a comparire come problema anche nei paesi “ricchi” (stimate 63 milioni di persone).
Il Rapporto dice poco altro se non sancire il fallimento della FAO (50 anni d’interventi) con il drammatico dato della crescita degli affamati (oltre il 35% della popolazione) in DRC (Congo in cui si sta, ancora una volta impastando l’industria pubblica e privata dell’assistenza), Eritrea, Burundi, Sierra Leone, Ethiopia, Angola, Zimbabwe, Zambia, Central African Republic, Rwanda, Chad, Liberia, Mozambique, Togo, Madagascar and Tanzania. In India, malgrado tutto, è concentrato il 20% degli affamati mondiali. Alla faccia dei MDGs (Millennium Development Goals).
Nel 1992, in Nepal c’erano 3,5 milioni di persone sottonutrite, oggi le persone cronicamente affamate sono più di 5 milioni, cioè circa il 25% della popolazione (specie donne e bambini) non hanno le calorie minime necessarie per combattere le malattie, studiare, lavorare. I Distretti in cui vi è cronica carenza cambogia1alimentare sono passati a 45 su 77.
Il Rapporto si dilunga sulle cause della crescita della disperazione; segnala che l’aumento dei prezzi (rientrato solo del 50% dal picco d’inizio 2008) rimane al 28% superiore rispetto al 2006 (FAO Food Price Index), e che i contadini abbandonano la terra perché non ce la fanno a sostenere i costi, crescenti, delle sementi, dell’irrigazione, dei macchinari per lavorarla; in assenza d’interventi di sostegno da parte dei governi, foraggiati dalla FAO.
Fenomeni che sanno tutti da anni, basta girare per i villaggi dell’Africa o dell’Asia o leggere i giornali. “Hundreds of debt-ridden farmers have committed suicide in Maharashtra over the last few years. In spite of many relief packages announced by the Centre and state governments, suicides are continuing, scriveva il Times of India il 2610 2006. As many as 4,850 farmers have committed suicide during the four-year, solo nello stato indiano del Maharashtra dal 2004 to 2008,  scriveva sempre il Times of India (31102208).
I dati del Report non fanno che confermare l’inutilità e lo spreco di denaro pubblico rappresentato dalla FAO, un’autentica zavorra (per i costi e l’efficacia degli interventi) sui poveri del pianeta.
Il Direttore Jaques Diouf è inamovibile dal 1994 e nel 2005 fu l’unico candidato a presentarsi. Il 70% del personale è stabile a Roma con stipendi che per segretarie e nuovi assunti variano dai euro 65.000 ai 73.000 (netti annui) più caterve di benefits, 1600 dipendenti sono inquadrati come dirigenti direttore-fao-jaques-diouf(guadagnando il doppio).
Nel 2007, un Auditing (nei docs per chi vuole leggerlo) fatto da un gruppo di esperti indipendenti segnalava questi problemi, carenza di efficacia negli interventi e, un generale, mismanagement dei fondi (ma tutti se ne sono fregati). Il budget è di 784 milioni di dollari; 41 vanno all’ufficio di presidenza; 33 ai coordinamenti, decentralizzazioni ed uffici legali;17 alla comunicazione; 31 alla tecnologia; e solo 60 alla sicurezza alimentare; 29 alle politiche dell’alimentazione e l’agricoltura; e 12 alle iniziative contro la fame e la povertà.
E’ rimasto famoso il menù del vertice Fao di Roma, quando fra una discussione sulla fame in Ruanda, sulla desertificazione in Mauritania, fra uno shopping in Via Veneto, l’unico accordo concreto, preso dai delegati, sull’alimentazione fu preso per il menù così composto Foie gras su toast con kiwi/ Aragosta in vinaigrette /Filetto d’anatra con le olive /Verdure di stagione / Composta di frutta alla vaniglia / Vol au vent con mais e mozzarella/ Pasta con crema di zucca e gamberetti /Vitello alle olive con pomodorini e basilico /Macedonia di frutta con gelato alla vaniglia / Orvieto Classico Poggio Calvelli 2005.
tutti-a-tavolaIn questo contesto, l’ ONLUSONG al centro della nostra inchiestina, riesce sempre a distinguersi. Nell’ambito delle attività per raccogliere e mantenere sostenitori per i bambini del Mozambico, Cambogia, Nepal e Zambia spende un bel po’ di soldi (dei bambini sostenuti) per un regalo (distribuito in 20.000 esemplari e chiramente prodotto in Italia), la cui utilità è zero (un segnaposti). Lo splendido regalo ha un invito, non sò se diretto ai bambini beneficiari o ai dirigenti dell’organizzazione: TUTTI A TAVOLA.

N.B.: Non è uno scherzo, ci sono anche le spiegazioni.


ONLUS sotto l’albero, la corsa per raccogliere fondi

Dicembre 11, 2008

nei-villaggiÈ un tipino inglese che sembrava fuori posto in Nepal. Un po’ affettato parlava, ovviamente, un inglese oxfordiano e, dunque, non lo capiva nessuno. Però ha marciato in lungo e in largo nei villaggi, dormito in catapecchie senz’acqua, parlato (a volte a gesti) con centinaia di persone. La sua piccola ONG inglese ha lavorato durante il conflitto e ha portato aiuto,  progetti ancor oggi esistenti e funzionanti nel campo educativo, grazie alla cooperazione e partecipazione che seppe creare con le comunità. Lui, come altri, rientra nelle bestpractices che pur esistono nel mondo della cooperazione e che, dovrebbero essere la norma: la piccola 12 Dicembre in Italia, Karuna Bhawan, CCS Nepal e Little Flower Society in Nepal, i missionari di Shianoukville e Kampot in Cambogia, i medici del CUAMM in Mozambico e di Medici senza Frontiere in Nepal o di Emergency sempre in Cambogia. Almeno quelle con cui ho collaborato o conosciuto.
Max mi ricorda, con la sua mentalità anglosassonebuddhista, che criticare è giusto e necessario se indirizzato a smuovere e a favorire la presa di coscienza degli errori e il loro miglioramento.
Sorrido; lui stesso mi ha raccontato che alle critiche mosse sull’utilizzo dei fondi dagli operatori locali di una ONG nepalese, i finanziatori italiani hanno risposto tagliandogli i fondi e minacciando (e operando licenziamenti). Addirittura la ONG nepalese pensa di fare causa alla INGO italiana (CCS Italia, Centro Cooperazione Sviluppo) per il non rispetto degli accordi sottoscritti e il danno arrecato ai bambini beneficiari.natale
Del resto anch’io ho ricevuto segnalazioni di come questa organizzazione Centro Cooperazione Sviluppo (CCS Italia) ONLUS, malgrado una certificazione di facciata, non abbia rispettato il Codice Etico delle associazioni che aderiscono al Forum SAD (Sostegno a Distanza) di cui, fra l’altro è stata promotrice, che impegna le associazioni aderenti a mantenere entro il 20% le spese di struttura (speso il 55% secondo il loro ultimo bilancio).
Questi discorsi sono particolarmente attuali nel periodo natalizio quando le ONLUSNGO s’agitano per aumentare le entrate. In teoria il cosiddetto lavoro di fund raising per raccogliere fondi e donatori per i progetti dovrebbe essere un attività costante delle ONLUSNGO perché presupporrebbe un rapporto solido fra organizzazione e donatore basato sulla conoscenza dei progetti, degli scopi, delle realtà in cui la stessa opera. Volontari e operatori dovrebbero incontrare i potenziali donatori per spiegargli le realtà dei paesi e il lavoro svolto e, per questo, a me piacciono i banchetti e le attività dei gruppi locali; cioè chi opera non solo a Natale ma tutto l’anno per diffondere il suo lavoro.
Altrettanto bello è vedere le ONG che regalano o vendono prodotti fabbricati nei paesi in cui operano piuttosto che cianfrusaglie confezionate in Italia.
Risulta triste chi si getta nel telemarketing, mailing (lettere con qualche testimonial magari formalmente autorevole ma estraneo all’attività dell’Associazione), o addirittura viaggi premio.
Max mi racconta che in Inghilterra, i donatori non esauriscono il loro impegno con il versamento ma sono costantemente attenti all’utilizzo dei fondi, alle attività; insomma sono dei rompicoglioni positivi verso gli enti che finanziano.
Anche le attività di raccolta fondi delle ONLUS/INGO sono uno strumento per valutare la serietà ed eticità delle stesse. Tanto più che i costi del marketing sono lievitati vertiginosamente fino a rappresentare in qualche caso quasi un quinto del bilancio delle associazioni, suggerisce Giulio Marcon, autore di “Le ambiguità degli aiuti umanitari (Feltrinelli, ma purtroppo esaurito).
Non è facile districarsi in un bilancio di una ONLUS che opera nella cooperazione internazionale poiché, in assenza di leggi e norme precise, molte spese (fundraising, consulenze, costi del personale, costi di struttura, missioni) possono essere incluse nei costi dei progetti a favore dei beneficiarie e ridurre così i costi di struttura della sede italiana. E fare bella figura. scuola-in-cambogia
In Gran Bretagna e Francia la rendicontazione dei singoli progetti è obbligatoria, in Italia no: eppure questo è un modo per garantire ai donatori che i soldi devoluti a una finalità non siano poi stornati verso altre missioni o altri scopi.
Anche nel caso del 5 per mille, da cui le Ong hanno tratto nel 2006 quasi 193 milioni di euro, le autorità pubbliche non hanno imposto l’obbligo di fornire riscontri ai cittadini. «Diciamo che i controlli non piacciono a nessuno. Anche le Ong fanno resistenza» osserva Marcon. Nelle ONG/ONLUS non si è ancora arrivati (o almeno non è noto) ai livelli delle NU o dell’UNICEF tedesco in cui giravano contratti di consulenza per USD 300.000, lavori di ristrutturazioni pagati e non documentati, etc.
Dal lato opposto la serietà dimostrata da Medici Senza Frontiere che, nel 2005, richiese di fermare le donazioni quando raggiunse la somma utile alle sue operazioni di soccorso durante lo Tsunami.
Dall’Inghilterra, mi dice l’amico Max, arriva aria di crisi. Le multinazionali dell’assistenza (Oxfam, Save The Children e World Vision in tutto circa USD 2 miliardi annui) prevedono riduzioni delle entrate intorno al 10-15%.  Si spera che la crisi, come per famiglie, nazioni, aziende, porti, anche per l’industria dell’assistenza, a una critica e revisione della qualità delle spese. Speriamo che l’aiuto allo sviluppo inteso come trainings, reports, workshops, versamenti agli enti statali invece che alle comunità sia rivisto per attività più dirette nelle comunità e coinvolgenti anche i beneficiari (anche dal punto di vista economico).
mozambicoMa è Natale e quasi tutti sparano i loro messaggi più toccanti magari suggeriti dall’esercito dei consulenti di fundraising cresciuti come funghi sul tortone crescente dell’industria dell’assistenza.
E’ curioso notare come, anche in questo settore, esista una certa distanza fra forma e sostanza (fa anche rima). Uno di questi consulenti (che a me sanno tanto di ex-statali o sindacalisti pentiti), pubblica sul suo sito un potente messaggio “Workers are not tools” ma non si vergogna di consultare una ONG che ha licenziato, senza preavviso, indennità o altro, 20 insegnati e diverso personale locale in Nepal, insinua con un sorriso oxfordiano il serafico Max.
La serata si trascina su questi discorsi e, fra una birra e l’altra, andiamo a vedere un po’ di bilanci (del 2007) di ONGONLUS sul web, per vedere quanto dichiarano formalmente di spendere per attività di sensibilizzazione (marketing). Le ONLUS scelte sono abbastanza omogenee poiché in tutte predomina il sostegno a distanza come principale fonte di finanziamento.
In generale, segnala la Società Un-guru   (specializzata ma benevola nella valutazione dei bilanci ONLUS) la competitività crescente ” ha portato a un maggiore investimento nella raccolta fondi” nell’ultimo anno.
AIBI incidenza di costi di promozione sul totale dei fondi raccolti 9,3% (€ 790.000)
AIFO 12, 4% (€ 780.000)
Aiutare i Bambini (18,1%, € 700.000)
Amref 8,6% (€ 570.000)
CCS Italia 15% (473.000)
Save The Children Italia 18%
Action Aid Italia 13,34
Intervita 5,12% (793.000)
Altro discorso è sui risultati di questi investimenti, quello che abbiamo visto noi non è brillantissimo (post)