In India come in Nepal sono state giornate di corteggiamenti e intrighi fra i partiti. Oggi il Parlamento indiano ha confermato la fiducia al governo sul controverso accordo con gli USA per tecnologia nucleare. Nei prossimi giorni si concluderà, in Nepal, la spartizione delle cariche nella fragile alleanza appena formata (congresso, UML e Madheshi janadhika Party) con l’elezione di un membro dell’UML come Presidente dell’Assemblea Costituente. Per noi italiani, paese avanzato, niente di nuovo, la compravendita di deputati e senatori è parte della consuetudine costituzionale così come prebende, poltrone e promesse per assicurasi voti e benevolenze. L’occidente esporta sempre il meglio dei suoi sistemi politici, così i
n India vi è stata l’asta per garantire la sopravvivenza al governo. Poiché hanno più soldi di noi, il costo di un deputato è intorno a USD 6 milioni, come ha dichiarato il leader del Partito Comunista Indiano Ardhendu Bhushan Bardhan Congress was buying votes for about $6 million each (Times of India 17-6-08).
Fuori dai Palazzi la gente comune cerca d’arrangiarsi fra mango avvelenati dai coloranti, mancanza di benzina e cherosene, shortage di riso e legumi. Nei villaggi sparsi nel sub-continente, tutti questi intrighi arrivano come un eco lontanissimo e poco concreto.
Come marziani, le mafie istituzionali politico-burocratiche-affaristiche (nazionali e regionali) qui come in Italia, fanno progetti, discorsi e proposte parallele e non convergenti con il mondo reale. Unica nota positiva della crisi, inflazione e mancanza di soldi, è che le classi spendaccione potranno permettersi qualche telefonino nuovo in meno e, forse, pensare a trovare altre soddisfazioni oltre al consumo.
L’India assorbe, s’adegua, s’adatta ma sforzandosi di mantenere, preservare, diffondere anche pensieri un pò diversi da quelli proposti dall’Occidente.
Calcutta (Kolkata), Madras (Chennai), Bombay (Mumbai) e anche la tecnologica Bangalare (Bengaluru) hanno ripreso i nomi originari (dalle lingue locali) sostituendo quelli inglesi proprio, da quando è iniziata la modernizzazione (ultime cinque anni). Forse il segnale che si vuole mantenere una propria identità anche aprendosi al mondo globalizzato.
Sono tutte città in fase si enorme espansione e in cui si sta formando una borghesia cosmopolita simile e più dinamica di quella europea. Quando visitai per la prima volta Calcutta (inizi anni ’80) mi sembrò avvolta da una decadenza insuperabile. I palazzi costruiti dagli inglesi erano erosi dall’umidità del monsone e dall’incuria. Per le strade dormivano migliaia di famiglie e la grande stazione centrale (un monumento di ferro spettacolare) ne ospitava altrettanti. Oggi si parla di privatizzarla e di creare un hub turistico-commerciale (come del resto per tutte le ferrovie e stazioni indiane); le strade principali sono piene di messaggi pubblicitari di banche, compagnie telefoniche ed elettriche, centri commerciali hanno un motivo comune, quello di “stare nel futuro”. 
Lo stesso sta accadendo a Mumbai, sicuramente più dinamica, dove anche gli antichi slum descritti in tanti libri come quello di Dharavi (1 milione di abitanti) stanno per essere sostituiti con complessi residenziali.
“According to SRA norms, the slum dweller whose name appear in the voters list as on 01.01.1995 & who is actual occupant of the hutment is eligible for rehabilitation. Each family will be allotted a self contained house of 225 sq.ft. carpet area free of cost. The eligible slum dwellers appearing in Annexure II certified by the Competent Authority will be included in the Rehabilitation scheme. Eligible slum dwellers will be given rehab tenement in Dharavi” www.sra.gov.in/HTMLPages/Dharavi.htm .
L’operazione descritta nel sito è immensa. Nello slum, come altri sparsi nelle grandi città, sono attivi sistemi mafiosi che controllano traffici e comunità, le persone hanno propri ritmi di vita e abitudini, negli slarghi fra le baracche si costruiscono statue, vasi, si riparano macchine vi è un intensa vita sociale. Spostare tutto in casermoni creerà sicuramente tensioni che, nelle intenzioni , sembrano voler essere gestite con il dialogo. L’architetto Mukesh Metha, ideatore del progettone (approvato e discusso con l’autorità comunale), ha più volte dichiarato che niente verrà imposto e il coinvolgimento della comunità è
fondamentale in ogni step del progetto.
Ciò non accadde a Nandigram (2007), nei pressi di Calcutta, dove il governo regionale cercò d’imporre una Special Economic Zone (un hub chimico e automobilistico), sul modello cinese. L’intenzione era di creare lavoro a bassa qualificazione (in India manca) per i contadini poveri.
L’idea fu respinta dagli abitanti con scontri durissimi che provocarono 17 morti e centinaia di feriti fra i contadini minacciati di espropriazione. I maoisti Naxaliti parteciparono alla rivolta aumentando la risonanza sulla stampa nazionale a cui seguirono dure critiche e inchieste sulla gestione della crisi da parte dei corpi speciali della polizia. Oggi l’ideatore delle SEZ, il Governatore del West Bengala (West Bengal Chief Minister) Buddhadeb Bhattacharya, finto ascetico, comunista, detto il Buddha Rosso, ha chiesto scusa.
Durante una cerimonia in cui sono stati consegnati i patta (fondamentali diritti di proprietà sulla terra) ai contadini delle comunità ha dichiarato “We have learnt our lesson [from the Nandigram experience] and industries will only be set up where the local people are agreeable,” The Hindu maggio 2008.
In un paese in cui la classe politica (e la relativa amministrazione pubblica) è considerata fra le più corrotte e inefficienti del mondo sono esempi di come il controllo e la pressione della stampa e opinione pubblica è in grado d’esercitare sul potere giudiziario e politico anche in questa fase di liberalizzazione e corsa economica.
Quello che sta accedendo è che il Privato (aziende, giornali, televisioni, gruppi di pressione), come scritto in altro post sui nuovi interventi per la riduzione della povertà delle Corporations indiane, sta esercitando un’influenza positiva, mitigando le tensioni, proponendo percorsi alternativi e concreti di sviluppo, praticando modelli sociali di comportamento, verso il Pubblico.
Il Primo Ministro Manmohan Singh, passato ministro dell’economia, ha aperto l’India al mercato, ha eliminato migliaia di norme che bloccavano lo sviluppo (specie per i piccoli) e rafforzavano l’immensa e vorace burocrazia statale. Ora sta cercando di sfruttare, nei limiti di un sistema politico frammentato e litigioso, il connubio positivo con le idee degli imprenditori più aperti; personaggi apprezzati dall’opinione pubblica. Si discute di aprire ai privati la gestione e ammodernamento del sistema ferroviario (la più grande azienda del paese), degli aereoporti (assolutamente inefficienti) e di altri settori pubblici. Abbiamo visto come in Nepal la Royal Nepal Airline (stile la nostra Alitalia) aveva, nel 1989, un bilancio positivo per oltre 17 milioni di dollari quando era gestita come un azienda privata. Dal 1990 i partiti sono entrati nella sua gestione e, oggi, non ha un solo aereo funzionante e da sei mesi non vola. Le perdite sono incalcolabili come sprechi e scandali.
Questo per dire che, forse, è possibile inserire gli elementi postivi del capitalismo e della gestione aziendale (etica, professionalità, competenze, attenzione agli sprechi, etc.) anche nel pubblico e nelle politiche di sviluppo, accogliendo principi di partecipazione, trasparenza e condivisione con i beneficiari (stakeholders).
Forse l’India non è più solo il deposito di miti pacifici e antichi ma nel suo millenario rimescolamento, assorbimento e elaborazione di idee sta creando nuove filosofie e pratiche che possono modellare, in meglio, il nuovo ordine economico mondiale in formazione.
Malgrado l’aumento dei costi e dei prezzi nessuno vuole fermarsi e il 50% dei CEO delle principali aziende indiane assicurano che non vi saranno diminuzioni nella produzione (e, dunque nello sviluppo). L’Asian Development Bank segnala che, pur calando, i ritmi di crescita in India saranno intorno all’8%. Dunque permane l’ottimismo.
Per questo alcuni studiosi, quali il nuovo iperattivo e onnisciente Guru Dominique Moisi, scrive the United States and Europe are divided by a common culture of fear. On both sides, one encounters, in varying degrees, a fear of the other, a fear of the future, and a fundamental anxiety about the loss of identity in an increasingly complex world….and much of Asia displays a culture of hope” nel suo linro The Geopolitics of Emotion: How Cultures of Fear, Humiliation, and Hope Are Reshaping the World
Del resto il passato ritorna “With the fall of Rome, Europe entered the Dark Ages, and Asia became the center of world trade, culture, religion, and urban development, scrive in When Asia Was the World, Stewart Gordon. The caravans that kept the different parts of Asia connected were huge enterprises of over 1,000 people and 3,000 animals. The main capital cities — Baghdad, Beijing, and Delhi — were larger and more impressive than any city in Europe at the time.
Non cambia, però, la tendenza la riarmo quando l’economia si espande. I nuovi imperi, per l’autorevole Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sono i maggiori importatori d’armi: la Cina assorbe il 12% e l’India l8% della produzione mondiale. Chi esporta, per l’80%, sono i grandi moralizzatori occidentali: USA, Russia, Germania, Francia e UK.
Continuano, con qualche insuccesso, i lanci di missili dalla base Shriharikota presso Chennai. Già sede di lancio di satelliti per Israele, Germania, Canada.
Pubblicato da crespi enrico
L’Authority sulla Privacy ha deciso di nascondere i dati sui redditi, evitando così confronti fra quelli della gente comune impegnata a far quadrare il bilancio e la grande cocca oligarchica (politici, pensionati della Corte Costituzionale e degli altri apparati statali, managers finanziati dalle tasse, imprenditori aiutati dalla politica, etc.).
Pubblicato da crespi enrico
Pubblicato da crespi enrico 

omico hanno dato enfasi alla PPP.














FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale
Settembre 27, 2009Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.
Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.
Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.
Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).
The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills
Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future
Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)
A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).
Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:
Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.
Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).