Mentre le Borse continuano a correre in tutto il mondo e la liquidità (iniettata dai governi) le fa rifiorire (insieme alle banche e agli operatori finanziari), sembra diversa la realtà nel mondo produttivo, per chi ci lavora e per le economie più fragili.
Scendiamo nella calura della Cambogia dove sta passando l’euforia della corsa alle costruzioni, dei capitali stranieri che spingevano corruzione, land grabbing, dislocazione della produzione. In questi dieci anni di corsa (il PIL aumentava del 10% all’anno), il governo ha accumulato oltre USD 600 milioni di dollari (al netto di quelli intascati dal sistema politico) e ora, in molti, chiedono che li tiri fuori per assicurare qualche ammortizzatore sociale in una situazione di crisi.
Nei paesi neo-globalizzati non esistono stimoli per l’economia, protezioni all’industria, sostegni ai lavoratori. In questi paesi chi non ha più lavoro deve arrangiarsi, tornare con la coda fra le gambe a coltivare mais e riso nei villaggi o migrare. La Cambogia, come altri paesi simili, stava entrando con fatica nel mondo economico spinta dai due più strutturati vicini Thailandia e Vietnam, dalla Cina che delocalizzava il tessile e da altri paesi asiatici (fra i quali spicca la Corea del Sud) che investivano nell’esplodente mercato immobiliare con l’intento di fare una nuova Bangkok, a costi minori. Il Governo di Hun Sen gongolava e, senza tanti scrupoli, spediva via i contadini dalle terre comuni (land-grabbing) per affidarle agli investitori internazionali che volevano legno pregiato, gomma e altre risorse naturali e i poveracci dai quartieri da ristrutturare di Phnom Penh. Nelle fabbriche tessili e chimiche i lavoratori avevano i salari più bassi dell’Asia.
Chiaramente, come ovunque, il decennio d’oro ha portato immensi e ineguali benefici, concentrati nel sistema politi-affaristico che domina la Cambogia, come altri paesi simili. Le città hanno visto un aumento di macchine, baretti, prostituzione, case moderne, grattacieli. Dalle campagne arrivavano giovani per cercare fortuna, impoverendo ancora di più il sistema economico e sociale, nel 70% della Cambogia fatto di villaggi di palafitte circondate da risaie non è cambiato nulla, almeno in meglio. Poi la crisi, creata e voluta da lontani trafficanti, con l’immediata conseguenza di un crollo delle esportazioni calcolato mediamente del 44% nei paesi più svantaggiati (dato WTO).
La shining Phnom Penh fatica a diventare la nuova Bangkok e attrarre aziende e uomini d’affari nei nuovi grattacieli lungo il fiume. Aumenta, invece, lo dicono le statistiche e le frequentazioni il numero di ragazze nei baretti, aumentano quelli che cercano d’arrangiarsi. Le fabbriche tessili dei cinesi stanno chiudendo a raffica, ormai non si riesce più ad esportare e a trovare manod’opera disposta a lavorare per USD 100 al mese. L’export (specie verso gli USA) crolla del 15 % al mese, ornai da più di un anno e il settore sembra ormai morto (crisi strutturale). 77 fabbriche sono state chiuse (e parte dei guadagni riportati nei paesi investitori, altre 53 hanno sospeso le attività, solo dall’inizio del 2009, dicono dal Ministry of Labour , oltre 30.000 persone sono rimaste senza posto di lavoro, cioè circa 150.000 persone senza reddito. Nelle fabbriche tessili lavorano in maggioranza donne (ragazze) che cercano di mantenersi e passare qualche dollaro alle famiglie nei villaggi. Il 56% della popolazione cambogiana è sotto i 25 anni e spera di trovare un futuro.
Quindi, i dance bar pieni di di ragazze, più del solito, che cercano di racimolare qualche dollaro (guadagno medio di una bar girls USD 500-600 al mese) o di trovare un fidanzato, possibilmente occidentale. Le tensioni della crisi economica , (la ricchezza vista e non presa, le disparità, e la mancanza di opportunità) scendono nel sociale e aumentano gli episodi di violenza il Ministry of Women Afairs ha dichiarato che rate of domestic and sexual violence is 22 percent and it is increasing. Il Police Blotter (cronaca nera del Phnom Penh Post) aumenta lo spazio e non racconta solo d’efferate vendette a base di acido gettato in faccia ai rivali d’amore o a scannamenti per questioni di gioco o di soldi ma anche di bande armate di AK-47 che assaltano i negozietti. Four robbers armed with AK-47s robbed a store vendor in Siem Reap province’s ; A man was arrested in Battambang province’s Ratanak Mondol district after he tried to rape a woman who was washing her clothes at a river on Friday; Two men were arrested for beating up a blind beggar in Phnom Penh’s Dangkor district … tosteal him 11,500 riels (USD 3) e così via.
Intanto nelle campagne scoppiano rivolte contadine per impedire che gli portino via la terra, nel povero distretto di Rattanakiri, a Kampong Thom, Oddar Meanchey. E’ il fenomeno del land grabbing, comune a tutti i paesi poveri anche africani, con l’appoggio (pagato) dei governi. Compagnie multinazionali (spesso cinesi), nazionali ammanicate, si prendono la terra migliore per sfruttare le risorse naturali (legno, gomma, minerali) o produrre cereali o riso per i loro mercati in deficit alimentare. In Cambogia tutti i documenti legali di proprietà furono distrutti dai Khmer Rossi e, oggi, la terra è di fatto proprietà dello stato che ne fa quello che vuole. Intorno a Shianoukville, immensi appezzamenti sono inutilizzati ma recintati e di proprietà di pezzi grossi legati a Hun Sen, si attende la speculazione turistica per venderli.
Nella capitale, la gente vagola con gli infernali motorini nella più bella stagione dell’anno, i ragazzi si incontrano sotto l’immenso Ananas (il monumento all’amicizia di facciata con il Viet-Nam) prossimo al fiume, il bel mercato in stile coloniale francese ha visto scendere un po’ i clienti, vicino il nuovo Super Store pieno di ragazzini che guardano le ultime novità della moda e della tecnologia. Nessuno parla dello stanco processo ai vecchi Khmer Rossi che si trascina da più di un anno. Pochi parlano dell’ ex-premier thailandese Thaksin, gran riccone, ricercato nel suo paese per corruzione, ed accolto in Cambogia come capo di stato. Qualche storia di spionaggio, un ragazzo thailandese è finito in prigione per aver passato all sua ambasciata gli orari dei voli di Thaksin e, come tradizione, i rapporti con il potente vicino sono diventati pessimi. Addirittura si parla di blocco delle frontiere. Per adesso ci stanno rimettendo solo i contadini delle zone di confine che non riescono più ad esportare la loro povera cassava (mandioca, manioca, tapioca, yucca) nei vicini villaggi thailandesi.
Pubblicato da crespi enrico
n India vi è stata l’asta per garantire la sopravvivenza al governo. Poiché hanno più soldi di noi, il costo di un deputato è intorno a USD 6 milioni, come ha dichiarato il leader del Partito Comunista Indiano Ardhendu Bhushan Bardhan 
fondamentale in ogni step del progetto
Pubblicato da crespi enrico
L’Authority sulla Privacy ha deciso di nascondere i dati sui redditi, evitando così confronti fra quelli della gente comune impegnata a far quadrare il bilancio e la grande cocca oligarchica (politici, pensionati della Corte Costituzionale e degli altri apparati statali, managers finanziati dalle tasse, imprenditori aiutati dalla politica, etc.).
Pubblicato da crespi enrico 

omico hanno dato enfasi alla PPP.














FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale
Settembre 27, 2009Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.
Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.
Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.
Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).
The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills
Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future
Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)
A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).
Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:
Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.
Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).