Corrono le Borse, si ferma la Cambogia (e altri)

Novembre 27, 2009

Mentre le Borse continuano a correre in tutto il mondo e la liquidità (iniettata dai governi) le fa rifiorire (insieme alle banche e agli operatori finanziari), sembra diversa la realtà nel mondo produttivo, per chi ci lavora e per le economie più fragili.

Scendiamo nella calura della Cambogia dove sta passando l’euforia della corsa alle costruzioni, dei capitali stranieri che spingevano corruzione, land grabbing, dislocazione della produzione. In questi dieci anni di corsa (il PIL aumentava del 10% all’anno), il governo ha accumulato oltre USD 600 milioni di dollari (al netto di quelli intascati dal sistema politico) e ora, in molti, chiedono che li tiri fuori per assicurare qualche ammortizzatore sociale in una situazione di crisi.

Nei paesi neo-globalizzati non esistono stimoli per l’economia, protezioni all’industria, sostegni ai lavoratori. In questi paesi chi non ha più lavoro deve arrangiarsi, tornare con la coda fra le gambe a coltivare mais e riso nei villaggi o migrare. La Cambogia, come altri paesi simili, stava entrando con fatica nel mondo economico spinta dai due più strutturati vicini Thailandia e Vietnam, dalla Cina che delocalizzava il tessile e da altri paesi asiatici (fra i quali spicca la Corea del Sud) che investivano nell’esplodente mercato immobiliare con l’intento di fare una nuova Bangkok, a costi minori. Il Governo di Hun Sen gongolava e, senza tanti scrupoli, spediva via i contadini dalle terre comuni (land-grabbing) per affidarle agli investitori internazionali che volevano legno pregiato, gomma e altre risorse naturali e i poveracci dai quartieri da ristrutturare di Phnom Penh. Nelle fabbriche tessili e chimiche i lavoratori avevano i salari più bassi dell’Asia.

Chiaramente, come ovunque, il decennio d’oro ha portato immensi e ineguali benefici, concentrati nel sistema politi-affaristico che domina la Cambogia, come altri paesi simili. Le città hanno visto un aumento di macchine, baretti, prostituzione, case moderne, grattacieli. Dalle campagne arrivavano giovani per cercare fortuna, impoverendo ancora di più il sistema economico e sociale, nel 70% della Cambogia fatto di villaggi di palafitte circondate da risaie non è cambiato nulla, almeno in meglio. Poi la crisi, creata e voluta da lontani trafficanti, con l’immediata conseguenza di un crollo delle esportazioni calcolato mediamente del 44% nei paesi più svantaggiati (dato WTO).

 La shining Phnom Penh fatica a diventare la nuova Bangkok e attrarre aziende e uomini d’affari nei nuovi grattacieli lungo il fiume. Aumenta, invece, lo dicono le statistiche e le frequentazioni il numero di ragazze nei baretti,  aumentano quelli che cercano d’arrangiarsi. Le fabbriche tessili dei cinesi stanno chiudendo a raffica, ormai non si riesce più ad esportare e a trovare manod’opera disposta a lavorare per USD 100 al mese. L’export (specie verso gli USA) crolla del 15 % al mese, ornai da più di un anno e il settore sembra ormai morto (crisi strutturale). 77 fabbriche sono state chiuse (e parte dei guadagni riportati nei paesi investitori, altre 53 hanno sospeso le attività, solo dall’inizio del 2009, dicono dal Ministry of Labour , oltre 30.000 persone sono rimaste senza posto di lavoro, cioè circa 150.000 persone senza reddito. Nelle fabbriche tessili lavorano in maggioranza donne (ragazze) che cercano di mantenersi e passare qualche dollaro alle famiglie nei villaggi. Il 56% della popolazione cambogiana è sotto i 25 anni e spera di trovare un futuro.

Quindi, i dance bar  pieni  di di ragazze, più del solito, che cercano di racimolare qualche dollaro (guadagno medio di una bar girls USD 500-600 al mese) o di trovare un fidanzato, possibilmente occidentale. Le tensioni della crisi economica , (la ricchezza vista e non presa, le disparità, e la mancanza di opportunità) scendono nel sociale e aumentano gli episodi di violenza il Ministry of Women Afairs ha dichiarato che rate of domestic and sexual violence is 22 percent and it is increasing. Il Police Blotter (cronaca nera del Phnom Penh Post) aumenta lo spazio e non racconta solo d’efferate vendette a base di acido gettato in faccia ai rivali d’amore o a scannamenti per questioni di gioco o di soldi ma anche di bande armate di AK-47 che assaltano  i negozietti. Four robbers armed with AK-47s robbed a store vendor in Siem Reap province’s ; A man was arrested in Battambang province’s Ratanak Mondol district after he tried to rape a woman who was washing her clothes at a river on Friday; Two men were arrested for beating up a blind beggar in Phnom Penh’s Dangkor district … tosteal him 11,500 riels (USD 3) e così via.

Intanto nelle campagne scoppiano rivolte contadine per impedire che gli portino via la terra, nel povero distretto di Rattanakiri, a Kampong Thom, Oddar Meanchey. E’ il fenomeno del land grabbing, comune a tutti i paesi poveri anche africani, con l’appoggio (pagato) dei governi. Compagnie multinazionali (spesso cinesi),  nazionali ammanicate,  si prendono la terra migliore per sfruttare le risorse naturali (legno, gomma, minerali) o produrre cereali o riso per i loro mercati in deficit alimentare. In Cambogia tutti i documenti legali di proprietà furono distrutti dai Khmer Rossi e, oggi, la terra è di fatto proprietà dello stato che ne fa quello che vuole. Intorno a Shianoukville, immensi appezzamenti sono inutilizzati ma recintati e di proprietà di pezzi grossi legati a Hun Sen, si attende la speculazione turistica per venderli.

Nella capitale, la gente vagola con gli infernali motorini nella più bella stagione dell’anno, i ragazzi si incontrano sotto l’immenso Ananas (il monumento all’amicizia di facciata con il Viet-Nam) prossimo al fiume, il bel mercato in stile coloniale francese ha visto scendere un po’ i clienti, vicino il nuovo Super Store pieno di ragazzini che guardano le ultime novità della moda e della tecnologia. Nessuno parla dello stanco processo ai vecchi Khmer Rossi che si trascina da più di un anno. Pochi parlano dell’ ex-premier thailandese Thaksin, gran riccone, ricercato nel suo paese per corruzione, ed accolto in Cambogia come capo di stato. Qualche storia di spionaggio, un ragazzo thailandese è finito in prigione per aver passato all sua ambasciata gli orari dei voli di Thaksin e, come tradizione, i rapporti con il potente vicino sono diventati pessimi. Addirittura si parla di blocco delle frontiere. Per adesso ci stanno rimettendo solo i contadini delle zone di confine che non riescono più ad esportare la loro povera cassava (mandioca, manioca, tapioca, yucca) nei vicini villaggi thailandesi.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


assorbire & modificare

Luglio 22, 2008

In India come in Nepal sono state giornate di corteggiamenti e intrighi fra i partiti. Oggi il Parlamento indiano ha confermato la fiducia al governo sul controverso accordo con gli USA per tecnologia nucleare. Nei prossimi giorni si concluderà, in Nepal, la spartizione delle cariche nella fragile alleanza appena formata (congresso, UML e Madheshi janadhika Party) con l’elezione di un membro dell’UML come Presidente dell’Assemblea Costituente.
 Per noi italiani, paese avanzato, niente di nuovo, la compravendita di deputati e senatori è parte della consuetudine costituzionale così come prebende, poltrone e promesse per assicurasi voti e benevolenze. L’occidente esporta sempre il meglio dei suoi sistemi politici, così iportatricen India vi è stata l’asta per garantire la sopravvivenza al governo. Poiché hanno più soldi di noi, il costo di un deputato è intorno a USD 6 milioni, come ha dichiarato il leader del Partito Comunista Indiano Ardhendu Bhushan Bardhan Congress was buying votes for about $6 million each (Times of India 17-6-08).
Fuori dai Palazzi la gente comune  cerca d’arrangiarsi fra mango avvelenati dai coloranti, mancanza di benzina e cherosene, shortage di riso e legumi. Nei villaggi  sparsi nel sub-continente, tutti questi intrighi arrivano come un eco lontanissimo e poco concreto.
Come marziani, le mafie istituzionali politico-burocratiche-affaristiche (nazionali e regionali) qui come in Italia, fanno progetti, discorsi e proposte parallele e non convergenti con il mondo reale. Unica nota positiva della crisi, inflazione e mancanza di soldi,  è che le classi spendaccione potranno permettersi qualche telefonino nuovo in meno e, forse, pensare a trovare altre soddisfazioni  oltre al consumo.
L’India assorbe, s’adegua, s’adatta ma sforzandosi di mantenere, preservare, diffondere anche pensieri un pò diversi da quelli proposti dall’Occidente.

  Calcutta (Kolkata), Madras (Chennai), Bombay (Mumbai) e anche la tecnologica Bangalare (Bengaluru) hanno ripreso i nomi originari (dalle lingue locali) sostituendo quelli inglesi proprio, da quando è iniziata la modernizzazione (ultime cinque anni). Forse il segnale che si vuole mantenere una propria identità anche aprendosi al mondo globalizzato.
Sono tutte città in fase si enorme espansione e in cui si sta formando una borghesia cosmopolita simile e più dinamica di quella europea. Quando visitai per la prima volta Calcutta (inizi anni ’80) mi sembrò avvolta da una decadenza insuperabile. I palazzi costruiti dagli inglesi erano erosi dall’umidità del monsone e dall’incuria. Per le strade dormivano migliaia di famiglie e la grande stazione centrale (un monumento di ferro spettacolare) ne ospitava altrettanti. Oggi si parla di privatizzarla e di creare un hub turistico-commerciale (come del resto per tutte le ferrovie e stazioni indiane);  le strade principali sono piene di messaggi pubblicitari di banche, compagnie telefoniche ed elettriche, centri commerciali hanno un motivo comune, quello di “stare nel futuro”. calcutta
Lo stesso sta accadendo a Mumbai, sicuramente più dinamica, dove anche gli antichi slum descritti in tanti libri come quello di Dharavi (1 milione di abitanti) stanno per essere sostituiti con complessi residenziali.
According to SRA norms, the slum dweller whose name appear in the voters list as on 01.01.1995 & who is actual occupant of the hutment is eligible for rehabilitation. Each family will be allotted a self contained house of 225 sq.ft. carpet area free of cost. The eligible slum dwellers appearing in Annexure II certified by the Competent Authority will be included in the Rehabilitation scheme. Eligible slum dwellers will be given rehab tenement in Dharavi” www.sra.gov.in/HTMLPages/Dharavi.htm .
L’operazione descritta nel sito è immensa. Nello slum, come altri sparsi nelle grandi città, sono attivi sistemi mafiosi che controllano traffici e comunità, le persone hanno propri ritmi di vita e abitudini, negli slarghi fra le baracche si costruiscono statue, vasi, si riparano macchine vi è un intensa vita sociale. Spostare tutto in casermoni creerà sicuramente tensioni che, nelle intenzioni , sembrano voler essere gestite con il dialogo. L’architetto Mukesh Metha, ideatore del progettone (approvato e discusso con l’autorità comunale), ha più volte dichiarato che niente verrà imposto e il coinvolgimento della comunità è dal satellite lo slum di dharavi-bombayfondamentale in ogni step del progetto.
Ciò non accadde a Nandigram (2007), nei pressi di Calcutta, dove il governo regionale cercò d’imporre una Special Economic Zone (un hub chimico e automobilistico), sul modello cinese. L’intenzione era di creare lavoro a bassa qualificazione (in India manca) per i contadini poveri.
L’idea fu respinta dagli abitanti con scontri durissimi che provocarono 17 morti e centinaia di feriti fra i contadini minacciati di espropriazione. I maoisti Naxaliti parteciparono alla rivolta aumentando la risonanza sulla stampa nazionale a cui seguirono dure critiche e inchieste sulla gestione della crisi da parte dei corpi speciali della polizia. Oggi l’ideatore delle SEZ, il Governatore del West Bengala (West Bengal Chief Minister) Buddhadeb Bhattacharya, finto ascetico, comunista, detto il Buddha Rosso, ha chiesto scusa.
Durante una cerimonia in cui sono stati consegnati i patta (fondamentali diritti di proprietà sulla terra) ai contadini delle comunità ha dichiarato “We have learnt our lesson [from the Nandigram experience] and industries will only be set up where the local people are agreeable,” The Hindu maggio 2008.
In un paese in cui la classe politica (e la relativa amministrazione pubblica) è considerata fra le più corrotte e inefficienti del mondo sono esempi di come il controllo e la pressione della stampa e opinione pubblica è in grado d’esercitare sul potere giudiziario e politico anche in questa fase di liberalizzazione e corsa economica.
Quello che sta accedendo è che il Privato (aziende, giornali, televisioni, gruppi di pressione), come scritto in altro post sui nuovi interventi per la riduzione della povertà delle Corporations indiane, sta esercitando un’influenza positiva, mitigando le tensioni, proponendo percorsi alternativi e concreti di sviluppo, praticando modelli sociali di comportamento, verso il Pubblico.
Il Primo Ministro Manmohan Singh, passato ministro dell’economia, ha aperto l’India al mercato, ha eliminato migliaia di norme che bloccavano lo sviluppo (specie per i piccoli) e rafforzavano l’immensa e vorace burocrazia statale. Ora sta cercando di sfruttare, nei limiti di un sistema politico frammentato e litigioso, il connubio positivo con le idee degli imprenditori più aperti; personaggi apprezzati dall’opinione pubblica. Si discute di aprire ai privati la gestione e ammodernamento del sistema ferroviario (la più grande azienda del paese), degli aereoporti (assolutamente inefficienti) e di altri settori pubblici
. Abbiamo visto come in Nepal la Royal Nepal Airline (stile la nostra Alitalia) aveva, nel 1989, un bilancio positivo per oltre 17 milioni di dollari quando era gestita come un azienda privata. Dal 1990 i partiti sono entrati nella sua gestione e, oggi, non ha un solo aereo funzionante e da sei mesi non vola. Le perdite sono incalcolabili come sprechi e scandali.
Questo per dire che, forse, è possibile inserire gli elementi postivi del capitalismo e della gestione aziendale (etica, professionalità, competenze, attenzione agli sprechi, etc.) anche nel pubblico e nelle politiche di sviluppo, accogliendo principi di partecipazione, trasparenza e condivisione con i beneficiari (stakeholders).
Forse l’India non è più solo il deposito di miti pacifici e antichi ma nel suo millenario rimescolamento, assorbimento e elaborazione di idee sta creando nuove filosofie e pratiche che possono modellare, in meglio, il nuovo ordine economico mondiale in formazione. donna asciuga il sari-benares  

 

 

Malgrado l’aumento dei costi e dei prezzi nessuno vuole fermarsi e il 50% dei CEO delle principali aziende indiane assicurano che non vi saranno diminuzioni nella produzione (e, dunque nello sviluppo). L’Asian Development Bank segnala che, pur calando, i ritmi di crescita in India saranno intorno all’8%. Dunque permane l’ottimismo.
Per questo alcuni studiosi, quali il nuovo iperattivo e onnisciente Guru Dominique Moisi, scrive the United States and Europe are divided by a common culture of fear. On both sides, one encounters, in varying degrees, a fear of the other, a fear of the future, and a fundamental anxiety about the loss of identity in an increasingly complex world….and much of Asia displays a culture of hope”  nel suo linro The Geopolitics of Emotion: How Cultures of Fear, Humiliation, and Hope Are Reshaping the World
Del resto il passato ritorna “With the fall of Rome, Europe entered the Dark Ages, and Asia became the center of world trade, culture, religion, and urban development, scrive in When Asia Was the World,  Stewart Gordon. The caravans that kept the different parts of Asia connected were huge enterprises of over 1,000 people and 3,000 animals. The main capital cities — Baghdad, Beijing, and Delhi — were larger and more impressive than any city in Europe at the time.
Non cambia, però, la tendenza la riarmo quando l’economia si espande. I nuovi imperi, per l’autorevole Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI),  sono i maggiori importatori d’armi: la Cina assorbe il 12% e l’India l8% della produzione mondiale. Chi esporta, per l’80%, sono i grandi moralizzatori occidentali: USA, Russia, Germania, Francia e UK.
Continuano, con qualche insuccesso, i lanci di missili dalla base Shriharikota presso Chennai. Già sede di lancio di satelliti per Israele, Germania, Canada.

 

 

 


mondo piatto

Luglio 21, 2008
 uomoL’Authority sulla Privacy ha deciso di nascondere i dati sui redditi, evitando così confronti fra quelli della gente comune impegnata a far quadrare il bilancio e la grande cocca oligarchica (politici, pensionati della Corte Costituzionale e degli altri apparati statali, managers finanziati dalle tasse, imprenditori aiutati dalla politica, etc.). Proteggere i potenti (ricchi) sembra essere lo scopo principale delle inutili Authorities: quella sui prezzi (le mele italiane costano più a Milano che a Francoforte), antitrust (i petrolieri aumentano in sincronia i prezzi della benzina), editoria (canone TV, concentrazione testate), energia (aumenti costanti ei prezzi e nessuna riduzione dell’IVA sul gas e sulla bolletta elettrica), privacy (i ricchi vanno protetti nelle loro ville dalle foto, i poveracci hanno sotto casa orde di giornalisti).
Berlusconi (il Liberista) vuole nazionalizzare l’inutile Alitalia, i sindacati applaudono e si riconferma un’altra consorteria acchiappavoti e potere: lo scarico dei costi sui cittadini. Già oppressi dall’aumento dei prezzi, salari e stipendi fermi e, in generale, da un Azienda paese diretta da cialtroni.
A questo punto cosa differenzia, nella sostanza,  il comune cittadino italiano rispetto a quello di un abitante del terzo mondo? Quali diritti sostanziali in più abbiamo garantiti? Che cosa differenzia il sistema di potere autopreservante (fatto da politici, grandi imprenditori, burocrati, magistratura, giornalisti) che si gode i diritti sostanziali lasciando ai cittadini ipocriti diritti formali (voto senza preferenza, giustizia dis\uguale per tutti, diritti alla salute negati nella prassi, pensioni insufficienti, tutele sociali nulle)? Quanto questa gente sta approfittando, senza governarla, della globalizzazione per i propri interessi e quelli del proprio gruppo?
Gli stessi problemi se li pongono a New York come a Phnom Penh i milioni di cittadini che, in forme diverse, più o meno drammatiche sono esclusi dai diritti sostanziali.
 Il mondo si è appiattito con la globalizzazione e sempre di più i paesi del primo mondo assomigliano a quelli del terzo. Il secondo è sparito. In tutte le città sari, kurta, caffettani colorati si mischiano con vestiti grigi e cravatta. I centri commerciali ai simil-suk, i trasfertisti della Western Union alle banche internazionali, impiegati a portatori.
Il divario fra i ricchi e i poveri s’allarga ovunque, i ricchi (in Italia come in Burkina Faso) possono comprarsi tutti i diritti. Per la salute, le cliniche private o i viaggi all’estero; per la giustizia in occidente basta affittare schiere di avvocati o, come per gli arbitri di calcio, contare sulla soggezione al potere; in Burkina Faso l’operazione è più diretta, si compra un giudice o qualche poliziotto. In Burkina Faso (ma può essere il Nepal, la Cina, o l’Ecuador chi ha i soldi non ha problemi si sicurezza, basta affittare guardiani armati o avere ville super-protette.
La sintesi, per i cittadini normali (o comuni) nel mondo,  è semplice: chi non ha soldi, non conta nulla; nessun diritto economico è stato creato per proteggerlo anzi le ideologie (consumismo) e i valori dominanti (sei ciò che hai) lo fanno sentire anche uno stronzo,  se povero (o mezzo povero).
La grande ipocrisia dei diritti umani, sociali e politici ottocenteschi è, oggi, sbandierata (a Myanmar il boicottaggio economico, alla Cina Sarkosi che non và in tribuna) e strumentalizzata per giustificare qualsiasi atto (economico, politico, militare);  come una volta la diffusione della Fede.
 La globalizzazione, inevitabile ma, non governata, sta disegnando un mondo in cui i nuovi impiegati di New Dheli o di Shangai (figli magari di contadini che sopravvivevano coltivando un campo e qualche gallina) sono simili agli impiegati di Londra o Milano, infilati in palazzoni, con un reddito sufficiente a fare qualche acquisto superfluo. Fra qualche anno non vi sarà differenza fra quanto guadagna un impiegato o un operaio in India e uno negli USA, ma identici saranno i  problemi per sopravvivere con dignità.
Già oggi, per i lavori più umili,  la differenza fra un operaio edile in nero di Milano e quello del suo omologo di Kathmandu (a parità di potere d’acquisto) è minima.
 Le persone si muovono, la gente fugge dai villaggi, abbandona i campi e l’agricoltura (che senza gli investimenti dei governi è rimasta di sopravvivenza) per arruolarsi nei battaglioni dei nuovi schiavi, mentre in Europa continuiamo ad avere le quote agricole, negli USA le sovvenzioni per coltivare meno. Intanto manca il riso (e altri prodotti alimentari di base). E la produzione di riso continua a calare e sempre più paesi sono non auto sufficienti dal punto di vista alimentare (come aveva previsto un rapporto del 1995): http://www.larouchepub.com/other/1995/2249_import_dependency.html
I capitali volano, da una borsa all’altra alla ricerca del profitto, quote s’infilano nelle tasche di pochi potenti in ogni paese ma nessuno è in grado di fermarli su investimenti a lungo termine agricoltura, risorse idriche ed energetiche. FMI, Banca Mondiale, sistema delle NU, in forme e modi diversi, hanno favorito l’ingovernabilità dell’inevitabile globalizzazione.
Condolence Rice dice “‘growing Indian and Chinese appetite is contributing to the global food crisis’  meglio che, come prima, morissero di fame. L’Alitalia è niente e questa gente ci governa.

I Giganti

Luglio 21, 2008

Nelle scorse settimana si è aperto a Delhi il primo summit fra India e Africa diretto ad incrementare le relazioni d’affari e il commercio (materie prime).

Questa mossa cerca di contrastare, un po’ in ritardo, l’arrembante politica estera cinese già presente con progetti, prestiti convenienti, partnership in molti paesi dell’Africa ricchi di materie prime (Angola, Mozambico, Tanzania). Lo stesso ritardo indiano s’avverte in Asia dove Birmania, Cambogia, Laos (grazie anche la diaspora cinese) e Kazakhstan sono, ormai, nell’area economica di Pechino.
Delhi cerca di approffitare delle critiche mosse al modello di cooperazione cinese con i paesi africani che è molto semplice: voi datemi le materie prime io finanzio quello che volete, senza controlli su come e da chi sono utilizzati i denari. Se vi è corruzione, se i soldi finiscono in Svizzera, se vengono comprate armi o se i recipienti sono dittatori pazzi ai Cinesi non interessa.
Comunque a Delhi il primo ministro Manmohan Singh (nel suo elegante turbante pastello), di fronte a 24 rappresentanti dell’Africa, ha promesso “the least 500 million dollars over the next five years, to be used for projects and services in Africa, and has also pledged to bring financing from the 2.15 billion dollars of the past five years (electrical grids in Mozambique and Ethiopia, railways in Senegal and Mali, cement factories in Congo, construction projects in Ghana, military structures in Sierra Leone, technology training centres in Lesotho) to more than 5.4 billion.” 
Una guerra commerciale, a suon di promesse, sta aprendosi per le immense riserve di gas e petrolio dell’Angola e della Nigeria e in Venezuela.
LA Cina è riuscita a sfruttare il credito derivante dagli aiuti dati a molti movimenti di liberazione in Africa durante gli anni e il suo commercio con l’Africa cresce più del 100% annuo.
Per entrambi i giganti questo periodo è movimentato. La crescita dei costi delle materie prime aumenta i costi di produzione (+8% a maggio) come mai era accaduto in questi anni determinando un calo delle esportazioni e un aumento dell’inflazione.
Entrambi i paesi hanno ancora la maggioranza della popolazioni al limite della soglia di povertà e gli aumenti dei prezzi dei beni primari in assenza di ogni meccanismo di protezione dei salari rischia di creare enormi tensioni sociali.

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Spiragli (2)

Luglio 21, 2008

Giornate tese a Kathmandu bloccato per le proteste. Studenti, autotrasportatori, dealers del petrolio (tutti abituati a benzina sotto costo) scendono nelle piazze e impediscono la circolazione di macchine e camion. Gli studenti ne hanno incendiano qualcuna.
Nepal bloccato dalla progressiva divergenza fra maoisti e congresso sulle cariche dello stato e dell’importante National Security Council. Che dovrà controllare le forze armate e la sorte dei militari\militanti maoisti da inserire nell’esercito (dopo 11 anni di conflitto con le stesse forze armate) o da infilare nei soliti “lavori socialmente utili”.
Sale la preoccupazione fra le persone per il perdurare dell’inconcludente classe politica (anche quella nuova) e l’incapacità di riportare il Paese nella normalità. I maoisti usciti dal governo, l’alleanza in nuce fra maoisti e comunisti moderati (UML) e i costanti incontri fra il Primo Ministro Koirala e il capo delle forze armate destano preoccupazioni.
Qualcuno pensa che lo stesso processo di pace sia in pericolo e che si profili una sorte di dittatura maoista, mentre l’insicurezza e il disordine crescono. A Banke un battaglione della APF (Armed Police Force) s’è ammutinato; i giovani dell’UML (partito comunista moderato) ha costituito la Youth Force (sullo stile degli aggressivi giovani maoisti), sciopero anche dei dipendenti pubblici (il ministro maoista Yadav ha minacciato e rinchiuso in una stanza un dipendente di Patan). Le attività degli uffici in 3915 VDCs (comuni\villaggi), 18 municipalità (le grandi città), 75 Distretti (regioni) sono rimaste ferme per giorni.
La mancanza di governo raffredda le aspettative della gente comune di un ritorno alla normalità e quelle del Paese di rimettersi in cammino e infilarsi nel canalone della globalizzazione per approfittare di qualche occasione di sviluppo economico, individuale e collettivo.
Intanto piove e il monsone si preannuncia più forte del solito provocando frane e alluvioni. Si legge sui giornali la storia di una famiglia di Piprahawa (profondo Terai) che è inseguita dalle acque del fiume Rapti. L’anno scorso fuggì dallo straripamento del fiume che gli distrusse la casa e i campi, quest’anno anche. Questo per dire che i problemi (frane e alluvioni e malattie connesse) sono ricorrenti e che, malgrado centinaia di esperti, meetings e organizzazioni dedicate al “disaster risk management” tutto è sempre uguale.
Lì sotto, nel Terai profondo, la gente vive in capanne di arbusti con qualche metro di campo per sopravvivere, e tutto sembra immutabile. La politica e i reports sui Millenium Development Goals non giungono né influiscono sulla loro esistenza (come in quella di milioni di contadini del sub-continente indiano) portatori
Del resto la leadership della capitale, da anni, non riesce a cogliere neanche qualche frammento d’opportunità derivante, almeno per alcuni settori economici, dal nuovo ruolo dinamico di Cina e India nel mercato globale.
Politica debole, prezzi alle stelle e cumuli di spazzatura nelle strade di Kathmandu questo è quanto è arrivato, almeno per ora, dal mercato globale.
Per altri va meglio. Il multimiliardario Mukesh Ambani (secondo Forbes fra i primi ricconi del mondo) ha messo su casa (senza mutuo): un bel grattacielo di 27 piani nel centro di Bombay. Costo come il PIL annuo delle Maldive. Non se la passa male neanche la Bharti Airtel che si è comprata la Telecom sudafricana sborsando USD 75 milioni (PIL annuo del Bangladesh). In sintesi le 10 compagnie indiane più grandi hanno un fatturato pari a quello di Nepal, Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan messi insieme. Il potere è dunque lì.
Una nuova “spending class” sta facendo la fortuna di questi gruppi in tutta l’Asia e i nepalesi vorrebbero farne parte.
Cambiano anche le teste. Un tempo per un indiano (o nepalese) il posto di lavoro più ricercato era nello stato e file interminabili di postulanti chiedevano un posto di maestro o impiegato negli uffici dei burocrati
. Addirittura nei palazzi governativi più antichi ci sono appositi rifugi per ospitare richiedenti e famiglie. Oggi lo status e condizioni di vita migliori si hanno con un MBA o con la fortuna di entrare a Bollywood o incidere un CD. Il barbiere diventa hair stilist e il sarto dress designer e, positivamente, anche i lavori più umili e da bassa casta diventano socialmente accettati.
Gli ideali parsimoniosi e socialisteggianti di Nerhu sono stati sostituiti, con l’apertura dell’India ai mercati internazionali (1990), dagli ideali pratici e materiali dei nuovi ricchi; il Nepal, sub-integrato all’India, ha, per ora, assorbito solo le aspettative.
Un quadro fatto più di colori scuri che chiari quello che mi sembra emergere dal mondo, inevitabilmente, dominato dalle corporations e dai modelli di consumo e di gestione del potere da esse proposto.
L’Asia cerca, faticosamente, d’inserire qualche tratto di colore.
A parte i menù vegetariani di Mac Donalds, il contesto di diffusa povertà in cui le grandi corporations indiane producono e vendono sta inserendo alcuni elementi nuovi nelle loro politiche commerciali e industriali.
La novità, segnalata da qualche studioso indiano, è che alcune multinazionali indiane (e in qualche misura asiatiche) hanno inserito nei loro progetti azioni dirette a ridurre la povertà e promuovere uno sviluppo generale sia attraverso la produzione di prodotti specifici a costi sostenibili sia con investimenti sociali.
Logica determinante è l’allargamento dei propri mercati ma la cd. “corporate social opportunity” può divenire uno strumento a disposizione degli attori istituzionali dello sviluppo (governi, organizzazioni internazionali, ONG e gruppi locali) , se esistessero le capacità di sfruttarla e guidarla da parte di quest’ultimi.
Sono citati gli esempi della ITC con il progetto E-Coupal (azienda vincitrice del premio Stockholm Challenge 2006 per l’utilizzo di information technology per lo sviluppo economico delle comunità rurali), stesso impegno per Unilever India e Shakty. Nei portali web di queste aziende si legge l’impegno per
“ widening its farmer partnerships to embrace a host of value-adding activities: creating livelihoods by helping poor tribals make their wastelands productive; investing in rainwater harvesting to bring much-needed irrigation to parched drylands; empowering rural women by helping them evolve into entrepreneurs; enhancing livestock quality to significantly improve dairy productivity; providing infrastructural support to make schools exciting for village children”.
Lo stesso avviene in Nepal, con le consociate locali, attraverso la diffusione di prodotti per l’igiene (Unilever Nepal), interventi nei villaggi (Surya Nepal-ITC), e alcune banche che sostengono progetti educativi e sanitari.
L’obiettivo sarebbe sviluppare la PPP (Public Private Partnetship) in cui aziende, governo e ONG/gruppi locali e comunità siano coinvolti in progetti di sviluppo di strutture (strade, scuole, energia, agricoltura e allevamento, sistemi idrici) e servizi (educazione, accesso alla sanità, prevenzione). Health Project a Kavre
Qualche timido tentativo lo tentammo in Nepal, coinvolgendo una struttura privata (l’Ospedale di Dhulikel) e le comunità (tramite i Comitati Scolastici) per assicurare attraverso una specie di schema assicurativo l’ospedalizzazione dei bambini in alcuni villaggi di Kavre; costituendo una cooperativa locale (finanziata dalle famiglie) che in partnership con la Nepal Electricity Authority e altri soggetti privati deve costruire e poi gestire un grid elettrico nelle comunità interessate; cerare le condizioni di mercato e sviluppare marketing di qualità per i prodotti confezionati da gruppi di donne detenute con cui iniziammo un progetto nelle prigioni femminile di Kathmandu.
La capacità di sfruttare per i settori socialmente più marginali le opportunità del mercato globale e degli interessi delle companies è un opportunità. L’hanno capito anche i maoisti nepalesi che nel loro programma econnegozio di fruttaomico hanno dato enfasi alla PPP.
Altra opportunità per l’integrazione nei mercati mondiali di stati marginali e deboli (e quindi dei loro cittadini) può venire dal grande disegno di creare una sorte di Unione Europea in Asia con un’unica moneta, la Rupa.
Il Nepal, per esempio, ha beneficiato del tasso di cambio fisso con la Rupia indiana stabilizzando la propria moneta in un periodo di tracollo economico. In generale un blocco regionale di libero transito di merci e persone (stile Unione Europea) consentirebbe un maggior controllo delle risorse e dei processi economici per i paesi membri rispetto ad affrontare il mercato globale singolarmente.
Dall’Asia s’apre, forse, qualche spiraglio perché anche gli esclusi, dall’apparente, uniforme e appiattito grigiore del sistema economico globale, possano infilarsi e metterci un po’ di colore.