Nepal, difficile trovare un respiro

Giugno 22, 2009

budhanilkanta-vishnu-dormiente, l'ecquilibratoreUna ragazza di 18 anni rapita e uccisa a Bungamati (ai margini di Kathmandu, dove risiede l’attualmente venerato e vagante Rato Machendranath). I suoi compagni di scuola che protestano a Kalimati perché siano catturati i delinquenti che hanno fatto a pezzi la giovane Khyati Shestra, arrivata da Biratngar per studiare e lavorare nella capitale. Non è il primo caso di quelli che sono chiamati rapimenti random, in cui i rapitori chiedono il riscatto dopo aver ucciso la vittima. Un brutto segno che conferma disperazione e rottura di sistemi sociali e culturali.

A Baglung, nell’estremo ovest, sono scoppiati violenti disordini a seguito di un matrimonio fra un Dalit e un membro di una casta più elevata. Due persone sono state linciate a Bara (nel Terai centrale) perché accusate di aver ucciso un esponente maoista.

Intanto non piove e si ritarda la semina del riso con inevitabili conseguenze negative sui prossimi raccolti; l’alta temperatura e la mancanza d’acqua rischiano di ridurli del 30-40% con gravi conseguenze sulle scorte alimentari delle famiglie. Nell’estremo ovest (distretto di Achham) già si parla di carestia come preannunciato da tutti (comprese le varie cocche delle NU) da mesi, senza però che dopo gli annunci seguissero i fatti.

Kathmandu è perennemente sconquassata: dai maoisti che, nei giorni scorsi, hanno bloccato gli uffici pubblici, vandalizzato qualche sede degli oppositori. Nel distretto di Dhading gli scontri fra partiti hanno obbligato al coprifuoco. Dai nazionalisti che hanno accolto con bandiere nere il potente emissario del governo indiano Menon, salito a Kathmandu per cercare di convincere i partiti sostenuti (Madhesi, Congresso e UML) a mettersi d’accordo. Impresa difficile ma necessaria per porre le minime basi per rimettere ordine ai confini. Tanto più isto che i maoisti indiani hanno ripreso l’offensiva (11 morti nell’India centrale) e che, addirittura, in Bhutan sono comparsi gruppi armati che si richiamano al vecchio e in disuso (almeno in Cina) Gran Timoniere.

Fra i nazionalisti arrestati (e malmenati) il regista Manoj Pundit, autore del documentario Greater Nepal: In Quest Of Boundary in cui addirittura chiede di ripristinare gli antichi confine del Grande Nepal (prima dell’accordo del 1876 con l’ Impero inglese a Segauli) e che includevano Darjeeling e il Sikkim.

Insomma il solito casino che tende ad aumentare dopo che in 1 mese il governo non è stato neanche in grado di definire i propri ministri, figuriamoci di prendere qualche decisione a beneficio del paese. Nella logica del non c’è mai peggio, qualcuno inizia a rimpiangere i maoisti di Prachanda e a preoccuparsi di una ripresa, in forme diverse, del conflitto.

L’arresto di Manoj introduce, però, qualche avvenimento interessante. Sta girando per il Nepal (145 proiezioni in tutti i distretti) il film Frames of War (visto da decine di migliaia di persone) che racconta in 45 minuti la storia di sette famiglie schiacciate dalle opposte fazioni durante il conflitto civile e il desiderio del paese di chiudere definitivamente quel capitolo durato dieci anni di morti, torture sparizioni e violenze . The testimonies we gathered, the emotions expressed were so raw and so powerful that we felt we have to document them, racconta Kunda Dixit (lo Scalfari del Nepal) e dal suo giro per il paese segnala con preoccupazione “More worryingly, we saw rising ethnic friction. Class war seems to have been replaced by growing ethnic and communal violence.” I registi sono Prem BK and Kesang Tseten.

Si raccontano tragedie non risolte, sfruttate e dimenticate anche nella mostra fotografica aperta a Bhrikuti Mandap Exhibition Hall. Qui 90 fotografi di tutti i paesi hanno portato tristi testimonianze dei disperati del mondo: i milioni di rifugiati Pakistani dell’Afghanistan, dal campo profughi di Mugunda in Congo. Un po’ di speranza la racconta un fotografo nepalese nelle sue foto sui profughi buthanesi As a photographer, I toured the camps in search of sadness but found hope. I searched for photogenic miseries but found bright eyes and easy smiles I searched for fatalism but found a vibrant community.

Un respiro.


India election: stabilizziamoci

Maggio 17, 2009

india-congress-Il Congresso e la sua coalizione (UPA) hanno vinto le elezioni con il doppio dei seggi rispetto alle ultime del 2004. Ne avevamo già parlato quando iniziò la lunga trafileaelettorale. L’India cerca stabilità e ha evitato di rifluire nel fondamentalismo hindu del BJP, sulla demagogia delle sinistre e sul particolarismo della miriade di partiti regionali.

Bastonate alla sinistra nei feudi tradizionali: Calcutta (West Bengala), Kerala. Bastonate anche all’alleata della sinistra, presunto astro nascente, Kumari Mayawati, la milionaria sedicente leader dei Dalit (che, giustamente gli hanno voltato le spalle). Questa sembra la sinistra italiana, finti proclami per le classi disagiati e gran intrallazzi fra di loro. Sale il giovane Rahul Gandhi (figlio di Sonia e Rajiv); hanno successo molti candidati giovani nel paese più giovane del mondo ma con la classe politica più vecchia.

Elezioni sostanzialmente pacifiche, di massa (714 milioni di elettori), incasinate come tante cose in India. Il vecchio Man Mohan Singh, malgrado le critiche per la mancata prevenzione degli attacchi terroristici, per gli scandali finanziari, per la gestione delle crisi nei paesi che circondano l’India è stato premiato, in assenza di alternativi credibili. L’India vuole continuare a muoversi, con i suoi tempi lenti  (tipici di una mastodontica democrazia), nella strada interrotta dello sviluppo. Crede nell’alleanza strategica che è stata costruita con gli USA (fino a pochi anni fa antagonisti e legati strettamente al Pakistan).

India più forte e stabile (si presume) pronta a riprendere in mano le questioni regionali che tanta influenza hanno per la propria sicurezza interna. Speriamo pronta a negoziare con il fragile Pakistan, a mediare nel massacro che sta avvenendo in Sri Lanka, a cooperare per ridare stabilità al Nepal e frenare le manovre di potere e pericolose per la pacificazione del Congresso nepalese.


India: le immense elezioni

Aprile 17, 2009

elezioniindiaSono iniziate le lunghe elezioni indiane (dureranno un mese). Una riga di candidati (1425) si contende i voti di oltre 700 milioni di persone. Una cosa incredibile se pensiamo che dalle ultime (2004) gli elettori sono aumentati di 42 milioni. I maoisti indiani vogliono imporre il boicottaggio e hanno iniziato ad attaccare seggi e polizia nelle regioni nord-orientali dove sono più forti (16 morti). La gente comunque vota e l’affluenza è alta. Nei villaggi ancora i voti si comprano e vendono:  i potenti minacciano e promettono, i poveri gli toccano i piedi e si fanno imporre le mani sulla testa, biglietti da 100 rupie (1,5 euro) bastano a comprare qualche voto. Nelle città i mezzi sono più moderni: la televisione, i divi di Bollywood e i giocatori di cricket.
Dagli amici indiani (delle città) giungono previsioni a favore del Congresso che, malgrado tutto, dà più garanzie alla borghesia urbana per mantenere il paese sulla strada di un rallentato sviluppo (quest’anno si stima solo 5% di crescita del PIL).
Per me l’India è troppo grossa e queste elezioni paurosamente immense. Centinaia di partiti locali (fra i quali sembra emergere come terzo polo di Kumari Mayawati, la donna che ha governato lo stato più grosso dell’India (Uttar Pradesh) e che dirige il partito dei Dalit (gli intoccabili, 20% della popolazione) il Bahujan Samaj Party. In realtà, nelle liste, ci sono più brahmini che Dalit. E la moltitudine di candidati e di dichiarazioni contraddittorie che fanno già presagire l’abituale compravendita (potere e\o soldi) degli eletti.
Al comando dei due gprincipali partiti e delle rispettive coalizioni, due grandi vecchi: Manmohan Singh (Partito del Congresso), 77 anni, attuale capo del governo e Lal Krishna Advani, capo BJP (Bharatya Janata Party) di 81 anni.
Advani era uno dei leader principali della RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh-Forza vVolontaria Nazionale) una delle organizzazioni nazionaliste hindu che generò il BJP, implicata nella morte del Mahatma Gandhi. In tempi più recenti, Advani marciò su Ayodhya nel 1992, contribuendo a scatenare la ” rivoltà hindu” e il massacro di centinaia di musulmani i nel 1992. Non sorprende che ciò preoccupi per le tensioni che si potrebbero creare se a BJP government will make Christians and Muslims feel like second-class citizens.
Poi c’è la Babi Brigade, tanti giovani candidati che vorrebbero rappresentare gli elettori con meno di 35 anni, il 65% della popolazione.
Anche qui, nella marea, saltano fuori come in un film di Bollywood,  il Buono Rahul Gandhi (Congresso) e il Cattivo Varun Gandhi (BJP). Cugini e ultimi rampolli (sui 35 anni) della dinastia iniziata da Nerhu che ha sempre governato, direttamente o indirettamente l’India. Most are Pamela Andersons of politics, cashing in on the oomph factor. ‘Babewatch’ rules. Pamela had silicone in her breasts. Desi Babes have silicone in their brains, scriveva di luesti ragazzotti  un editoriale del Times of India.
Rahul, bello e solare, fa discorsi di estremo populismo sempre ben accettati nella provincia. Varun è finito in galera per aver minacciato i musulmani di distruzione, con il disco sacro di Vishnu, anche qui un po’ di successo fra le alte caste delle campagne, chs stanno perdendo prestigio, potere e ricchezza.
Varun è figlio di Sunjay Gandhi, il figlio prediletto di Indira, gran trafficone, e istigatore del periodo dell’Emergenza (1975) nel quale preparò le liste degli oppositore da imprigionare o ammazzare. Il grande silenzio della democrazia indiana come lo definì V.S. Naipaul. Anche allora l’altro figlio Rajiv (padre di Rahul) rappresentò il Bene, riportando l’India alla normalità, malgrado il matrimonio con Sonia (“la spia del Vaticano” come è definita dagli ultrà Hindu).
Come nei film e nei cicli cosmici indiani, anche qui, nella mondanità delle elezioni tutto si ripete. Sulle note dell’inno del Congresso, ‘Jai ho…” , la canzone del film Slumdog Millionaire, il Congresso si prepara a vincere, assicurano dall’India, anche se, come scrisse lo scrittore indiano Arundhati Roy dopo la vittoria del Congresso nel 2004, But even as we celebrated, we knew that on nuclear bombs, neoliberalism, privatization, censorship, big dams–on every major issue other than overt Hindu nationalism–the victorious Congress Party and the nationalist Bharatiya Janata Party (BJP) have no major ideological differences. Un po’ come ovunque si celebra il rito ottocentesco della democrazia, forse oggi divenuta forma.
Le elezioni indiani sono attese dai politicanti nepalesi: una vittoria del BJP porterebbe a una ripresa dei fragili tentativi monarchici e a un  inasprimento delle tensioni con il governo maoista; la vittoria del  Congresso è vista con speranza dall’opposizione (Congresso e militari) per avere una forte sponda per proporre alternative al governo. In attesa degli eventi tutti vanno in Cina a cercare soldi ed aiuti, si vocifera di un suggerimento di Pechino per unire i due partiti comunisti al potere (maoisti e UML) per giungere a un forte partito comunista sul modello di quello governante in Cina. In Nepal tutto può accadere anche che i militanti dei due partiti smettano di picchiarsi e s’uniscano per il potere. L’avvicinamento con la Cina non è partito, comunque, bene. Il trattato d’amicizia fra i due paesi proposto e inviato in questi giorni da Pechino, ancora parlava di Kingdom of Nepal, suscitando ilarità nei giornali d’opposizione nepalesi. Sicuramente i cinesi preferivano quel tipo di governo, meno incasinato


Nepal: se la terra trema

Aprile 9, 2009

terremoto a kathmanduIn India e Nepal la stampa ha seguito con partecipazione la tragedia dell’Abruzzo. La gente da queste parti è abituata ai disastri naturali (alluvioni, terremoti, frane), alla necessaria solidarietà che si crea per confortare le vittime e riparare i danni; ad accettare, seppur con dolore, le imprevedibili furie delle natura. Poi, l’Italia è vista con simpatia e, i più cosmopoliti, hanno ricordato il patrimonio storico distrutto, sparso in ogni cittadina e piccolo paese. Qualche citazione per la battuta vivere in tenda come una “vacanza in camping”. I giornali e la gente hanno ricordato i tanti terremoti che hanno distrutto vite e città nel Bihar, nel Bengala, in Nepal.
A Kathmandu, poi, ogni tanto la terra trema. Ultimamente nell’ottobre 2007 e nel febbraio 2009 (intorno al 4-5° Richter). Ancora prima, nel 1998 oltre 500 morti nel Nepal orientale e nel Bihar indiano. Insomma l’arco himalayano (in costante movimento) è una zona ad alto pericolo sismico e la Valle di Kathmandu, per le sue caratteristiche urbanistiche, è considerata ad altissimo rischio, fra le 21 città a più alto pericolo terremoti. Nel 1934 la grande tragedia, solo nella Valle si contarono 5000 morti (su una popolazione di 100.000) ma morirono oltre 15.000 persone nel Nepal orientale (luogo di frattura della crosta terreste) e nel Bihar. Gran parte di Kathmandu, case templi, furono distrutti (nella foto del tempo la Piazza di Basantapur). Allora si raggiunse magnitudo 8.4;  ancora prima terremoti, di cui non si hanno molti dati, nel 1833 e nel 1904.
Oggi, un evento del genere sarebbe una tragedia immane.
Un po’ come in Italia (dagli anni ‘50), negli ultimi 20 anni a Kathmandu si è costruito a raffica senza il minimo criterio. In Italia almeno ci sono leggi che dovrebbero prevedere (spesso solo sulla carta) criteri sensati di costruzione, qui neanche quelle. Vagonate di mattoni, cemento poco armato, case simili a piramidi rovesciate, appoggiate una sull’altra, strade e ponti che si sfaldano già durante il monsone; 3.000.000 di persone accatastate nella parte centrale della Valle. Anche qui centinaia di monumenti e costruzioni storiche a cui nessuno pensa neanche per la manutenzione ordinaria.
In Nepal tutti sono abilissimi a fare dei grandi studi e, perciò, anche sul rischio di un terremoto in molti (enti nazionali ed internazionali) si sono sbizzariti. Una scossa come quella dell’Abruzzo provocherebbe 60.000 morti, il 60% delle case distrutte, il crollo di 12 su 14 strutture ospedaliere, il 50% dei ponti e delle strade distrutte, la distruzione dei già fatiscenti sistemi idrici ed elettrici.
Qui, poi, ci saranno tre autopompe dei pompieri, una cinquantina di ambulanze, e si è visto come è finito, il disaster management nazionale ed internazionale per l’inondazione del Terai.
Non ci sono neanche milioni di euro per strutturare una protezione civile come in Italia e renderla in grado di fare, pur con qualche limite, il suo dovere. Anche qui i membri delle consorterie hanno fatto poco niente per dare regole, definire responsabilità, impedire costruzioni irregolari e pericolose, pubbliche e private. Per fortuna, almeno l’Impregilo (costante attore negli scandali pubblico\privati italiani) è stata cacciata dal Nepal, dopo l’immane vergogna della diga sulla Gandaki (finanziata dalla Banca Mondiale) quando, cercò di appropriarsi di USD 50 milioni adducendo costi aggiuntivi (su un budget complessivo d’asta di 130 milioni). I meccanismi, sistemi, consorterie statali sono identici a quelli della cooperazione internazionale. Speriamo che la diga non si sfaldi come il 90% dell’ospedale di l’Aquila.
Per la prevenzione siamo, poi, senza rete mi racconta Jeevan, che ha lavorato a lungo in diverse organizzazioni operanti nel business solidale del Disaster Management. Disgustato è andato a lavorare in una banca.
Anche qui, controlli zero; case, scuole ed edifici pubblici crepati e dimenticati, nessun intervento strutturale per assicurare l’agibilità di ospedali e centri di soccorso. In compenso un gran proliferare di rapporti, relazioni, piene di sigle, spesso confuse anche per chi le scrive. Stranamente le stesse cose le dice chi dovrebbe fare qualcosa, cioè Robert Piper, UN Resident Coordinator to Nepal We desperately need to put together a plan aimed at reducing the valley’s vulnerability, and preparing the city for the inevitable, explaining that no plan exists “
Jeevan racconta che sono decenni che si parla e scrive sulla prevenzione di un terremoto, sono circolati milioni di euro, sono stati fatti centinaia di meeting e coordinamenti. Però, aggiunge, non risulta che siano previsti punti di raccolta e che su questi sia stata informata la popolazione, né che siano state costituite task forces (pompieri, esercito) con attrezzature adatte ad interventi d’emergenza, né strutture logistiche (acqua, alimentari, pronto intervento sanitario). Però è previsto il 15 gennaio, l’Earthquake Safety Day.


In Nepal: studenti in piazza, politici in India

Marzo 20, 2009

pneumaticoFra meno di un mese ci saranno elezioni integrative dell’Assemblea Costituente, un buon test per vedere se i partiti di governo e, specialmente, i maoisti subiranno perdite di consensi dopo i primi 10 mesi di governo, non brillanti.
In questi giorni fra immensi disordini, scontri e qualche bomba (il tutto ha provocato un morto a Jhapa (Terai orientale) hanno avuto luogo le elezioni dell’ Free Students’ Union, organizzazione rappresentativa degli oltre 400.000 studenti delle università pubbliche: Tribhuvan University (TU) e Mahendra Sanskrit University (MSU), composte, rispettivamente, da 160 colleges e 13 affiliati, distributi a Kathmandum Pokhara e nel Terai.
La FSU fu costituita nel 1979 e fu, un primo segnale, dell’inizio del processo di democratizzazione in Nepal concluso con la costituzione del 1990. Allora, migliaia di studenti, protestarono in tutto il paese, si picchiarono con polizia ed esercito per chidere la fine del regime monarchico senza partiti del Panchayath.
Oggi, con la democrazia, le cose sono cambiate e si picchiano fra di loro. Scontri, abbastanza regolari, fra le tre sigle principali in cui si riuniscono gli studenti NSU (partito del Congresso), ANNISU-R (Maoisti) and ANNFSU (UML-comunisti moderati). Anche se gli ultimi due sono insieme al governo non hanno risparmiato pestaggi trasversali.
Ai gruppi tradizionali si sono uniti gli studenti etnici: Limbuwan Students’ Council (LSC) che per non restare indietro ha distrutto il Campus di Panchtar; altri gruppi  chiedevano rappresentanze su base proporzionale e regionale.
Insomma, una settimana di scontri anche con la polizia che hanno bloccato la Valle di Kathmandu e molte città e strade del Terai.
I risultati delle elezioni segnalano un fatto significativo, cioè la vittoria degli studenti affiliati all’UML, i comunisti moderati dati per eterni sconfitti dopo le scorse elezioni; membri del governo ma in posizione spesso dissidente.
Segnali che vedremo se saranno confermati nelle prossime elezioni di medio-termine di aprile, importanti per capire quanto i maoisti abbiano stancato la gente e quanto l’opposizione può premere.
In questo contesto s’inserisce l’ andirivieni di esponenti politici nepalesi e dell’ex-re Gyanendra in India. Anche lì ci saranno a breve le più importanti elezioni generali.
I nazionalisti hindù del BJP fanno, come tradizione, sponda a Gyanendra che spera in un appoggio indiano per rimettere in pista il piccolo principe Hridayendra principe Hridayendra come futuro e potenziale nuovo sovrano al posto del pazzo Paras (figlio di Gyanendra). Il piccoletto è ben visto dalla popolazione e, forse, se questa operazione fosse stata fatta un anno orsono, la monarchia sarebbe ancora, almeno formalmente, al potere. Il sovrano ha avuto incontri con Sonia Gandhi e  con diversi esponenti politici del Congresso indiano.
Anche l’ex-primo ministro Koirala e la sua corte è sceso in India per tramare qualche piano, visto il soggetto. Questi movimenti hanno insospettito i maoisti che li hanno ripetutamente bollati come richiesta d’ingerenza negli affari nazionali, fino a convocare l’ambasciatore indiano e nominare un maoista (ex preside di una scuola) ambasciatore del Nepal in India, scontentando tutti.
Si sussurra che l’opposizione (Congresso, esercito e, in futuro partiti Madhesi) stiano cercando un appoggio indiano per dare una spallata vigorosa al governo maoista, contando sulla crescente disaffezione della gente e sul caos che regna nel paese. Anche l’altro partner di governo l’UML (ancor più oggi con il successo fra gli studenti) sembra pronto a lasciare la barca, piena d’acqua,  guidata dal maoista Prachanda.
Malgrado quanto scritto in giro, la Cina se ne impippa del Nepal e dei maoisti al governo. Certo, cerca, d’infastidire l’India, di allargare i commerci della sua spazzatura, di non avere fastidi dai tibetani\nepalesi, di esercitare un certa influenza (che, comunque, ha da secoli sempre esercitato); ma solo pochi pazzi possono pensare a un estensione del suo controllo\egemonia sul Nepal. Troppi i legami sociali, culturali, geografici, linguistici, ed economici con l’India. Infatti non lo pensano neanche i maoisti che hanno sempre cercato di rassicurare l’India durante le loro stravaganti manovre con i cinesi (esercito, ferrovia, zone economiche, trattato d’amicizia). Per cui Congresso ed esercito possono lavorare tranquilli.


Nepal incastrato

Marzo 1, 2009

museoSembra che, come due immense tenaglie, Cina ed India stiano tirando da una parte all’altra il piccolo ed incasinato Nepal. Sono finiti i tempi in cui il Paese poteva giocare, con astuzia, su due tavoli prendendo da una parte e dall’altra, grazie all’abilità politico\ diplomatica di uomini capaci, come furono molti di quelli che collaborarono con i passati sovrani, Birendra, Mahendra, Tribhuvan.
Negli anni ‘60 il Nepal riuscì a strappare utili trattati di transito e commercio, finanziamenti per le strade e lo sviluppo dall’India solo importando qualche cannoncino cinese. Poi forzò la mano dando il permesso di costruire la prima strada carrabile che passa l’Himalaya (l’Arniko Highway da Kathmandu a Lhasa) creando panico fra gli indiani che già s’immaginavano i carri armati cinesi sul Gange.
Nazionalismo, dichiarazioni potenti quali la Nepal Zone of Peace, dichiarata equidistanza dai due potenti vicini (malgrado gli obbligati legami con l’India per la gestione delle acque e dei transiti) sono state le chiavi della politica estera nepalese per quasi cinquant’anni. Dal 1996, il conflitto civile, nel 2001 la strage di Palazzo (aperto in questi giorni come museo al prezzo di Rs. 500 per i turisti e affollatissimo di nepalesi) e la morte di Re Birendra (sulla quale si vuole riaprire le indagini) sono stati gli eventi che, insieme agli immensi cambiamenti culturali e sociali del mondo (e, dunque nel Nepal) hanno spezzato questa abile trama.
Già la scorsa estate (probabilmente ancora nei prossimi giorni) abbiamo visto la polizia nepalese picchiare gli esuli tibetani con violenta allegria (in Italia le immagine furono spacciate come riprese a Lhasa), i giovani maoisti aggregarsi ai picchiaggi e l’ambasciata cinese che premeva sul governo per impedire le manifestazioni.
Un copione che sembra riproporsi con l’avvicinarsi del 19 marzo. Visita di speciali rappresentanti cinesi e promessa d’aiuti per armi (euro 2 milioni), per infrastrutture (progetto idroelettrico di Narsinghad) e, a maggio, un trattato d’amicizia. Si parla addirittura di una non precisata Special Economical Zone (stile Macao?).
Subito i cinesi vogliono that Nepal would not allow any anti-China activities in Nepali Soil. Subito sono state vietate le manifestazioni in un raggio di 200 metri dall’ambasciata di Baluwatar, arrestati 30 attivisti tibetani e intensificati i controlli ai confini. Bodhnath, sede della diaspora sta già ribollendo e preparandosi per le manifestazioni.
Lassù, fra i passi himalayani, si consumano storie tristi: i militari e poliziotti nepalesi e cinesi dei confini saccheggiano e si spartiscono i pochi beni dei tibetani (profughi e viaggiatori) che scendono per festività o fuga, con il beneplacito dei superiori. E’ comparso un bel articolo di Raimondo Bultrini sulla situazione a Lhasa in questi giorni.
I cinesi non hanno mai supportato i maoisti anche durante il conflitto preferendogli la monarchia nazionale, considerata più solida e nazionalista, ma, in questa fase di debolezza e confusione politica, cercano di muovere qualche cauto passo per estendere la loro influenza sul Nepal.
L’India è infastidita. Nelle 12.000 pagine del Rapporto Investigativo sull’attacco a Mumbai di novembre si parla di Kathmandu come uno dei centri in cui fu pianificato dai due terroristi islamici indiani, Fahim Ansari and Sabauddin Ahmed. Il rapporto è da prendere con le pinze poiché in India si accusa il Pakistan di ogni malefatta compresa l’insurrezione del militari in Bangladesh. Ma è ormai da anni che gli indiani esprimono preoccupazioni per l’assenza di governo nel Terai (la fascia meridionale ai confini con l’India) e il proliferare di gruppi terroristici e mafiosi. La scissione a sinistra dei maoisti e il nuovo partito formato dall’ex-ministro Yadav (forte nel Terai) pone altri problemi all’India per il rischio di legami con i combattenti maoisti indiani.
Intanto l’ex-sovrano Gyanendra andrà in India per un matrimonio fra passati Rajà suoi parenti. Una visita bollata dal Primo Ministro Pushpa Kamal Dahal, come politica. Gli indiani smentiscono. L’esercito nepalese che sembra sempre più autonomo sta a guardare. Con l’appoggio del filo-indiano partito del Congresso, impegnato in una dura e profittevole (come consensi) opposizione.

 

 


Maoisti e separatisti ai confini dell’India

Febbraio 10, 2009

treninoAi margini del Nepal, nella Gorkhaland (lo stato indiano del West Bengala) e nel turbolento Bihar c’è movimento.
Nella regione del Dooars sono riprese le proteste del Gorkha Janamukti Morcha (GJM), uno dei gruppi politico-militari che chiede uno stato autonomo per gli indiani d’origine nepalese. I giornali raccontano che un gruppo di locali contrari al GJM ha attaccato con frecce, lance e bastoni gli attivisti del GJM, 100 case distrutte, prima dell’intervento dell’esercito. Un centinaio di donne arrestate a Siliguri durante gli scioperi degli autonomisti.
Abbiamo raccontato la storia della Gorkhaland, parte di quello che era un tempo il Grande Nepal. A metà giugno l’intera regione di Darjeeling, Kalimpong, Bagdogra, Siliguri (colline e piane intorno al fiume Tista) ai confini nord-orientali del Nepal (nord Bengala), è stata bloccata dagli attivisti del Gorkha Yanamukti Morcha, il movimento che rappresenta la maggioranza nepalese nell’area. Anche allora scontri con la minoranza bengalese (Jana Chetana) che non vuole lo stato autonomo.
Qui i nepalesi vivono da centinaia di anni e sono maggioranza. Parlano un nepalese più morbido e allungato di quello originario e da portatori, soldati e lavoranti nelle piantagioni hanno raggiunto un relativo benessere grazie al commercio con la madrepatria. Lepcha e tibetani sono altre piccole minoranze con un unico antogonista: i bengalesi che controllano politica ed economia.
I nepalesi di Darjeeling hanno sempre mantenuto rapporti, politici, economici e culturali, con Kathmandu. Arrivavano nella capitale nei mesi estivi un po’ altezzosi verso i cugini originari. Disponevano di più opportunità (educazione), denaro e anche di costumi più liberi (specie le ragazze si raccontava) rispetto al Nepal di qualche anno fa.
Il posto è bello: una lunga strada s’arrotola fra le colline e congiunge la pianura, Siliguri, alle città arrampicate di Darjeeling, Kalimpong e Gangtok, la capitale del Sikkim. Il fiume Tista ha aperto la strada che sale quasi a raggiungere l’immensa montagna del Kanchenjunga, il Protettore.
Queste terre appartenevano al Grande Nepal prima degli accordi con l’Impero anglo-indiano nel 1860 e da queste parti si firmo il trattato di Sigauli che fissò gli attuali confini del Nepal. Fra le varie clausole anche l’impegno del Regno himalayano a fornire un certo numero di soldati mercenari, poi chiamati Gurkha storpiando il nome della cittadina\regno da cui partirono i sovrani Shah unificatori del Nepal. Ciò confermò la fedeltà del Regno himalayano all’Impero britannico già dimostrata durante l’Ammutinamneto del 1856.
Già negli anni ‘80 scoppiò una violenta protesta autonomista, schiacciata dall’esercito. Oggi il movimento è ripreso con vigore riaprendo una spinosa questione per il Governo indiano quella delle minoranze etniche, castali e religiose presenti nei grandi stati dell’Unione che, in molte situazioni, chiedono autonomia. Ogni tanto i separatisti bloccano la National Highway; che, oltre che impedire i rifornimenti verso il Sikkim, dove i locali nepalesi vorrebbero unirsi alla Gorkhaland, sospende le principali attività economiche della regione cioè il commercio di tè e il turismo (in massima parte indiano) che considera, malgrado l’eterna pioggia, Dajeerling una meta di villeggiatura (come già fu per gli inglesi).
Fermato anche il trenino, il Toy Train, risalente alla colonizzazione, che sale a passo d’uomo ripidi tornanti da Siliguri, Kurseong, Ghoom fino a Darjeeling.

Passiamo al Bihar, dove le zone confinanti con il Nepal sono un centro di contrabbando di uomini, merci (addirittura preservativi) e armi. Gli indiani sono preoccupati per il passaggio di armi e terroristi destinati ad alimentare i molti gruppi separatisti, integralisti, estremisti che si muovono nell’India dei contrasti.
Oggi un gruppo di 200 Naxaliti (i maoisti indiani) ha attaccato un contingente di polizia nel villaggio di Mahuliatand uccidendo 10 militari. Armi automatiche nuovissime, perfetta organizzazione militare ha portato a uno dei più sanguinosi attacchi degli ultimi anni.
Siamo in periodo elettorale e tutti si agitano, compresi gli integralisti hindu nella loro violenta battaglia contro i pub e la festa di S. Valentino.
La ripresa delle attività dei maoisti indiani ripropone l’eterna questione delle fonti d’approvvigionamento. C’è chi dice che dietro vi sia la Cina, chi addirittura il Nepal, altri la rete internazionale del terrorismo islamico.
Io escluderei la Cina, che neppure aiutò i maoisti nepalesi strategicamente più utili ma, anzi, fornì armi all’esercito di Re Gyanendra (unici al mondo durante l’anno di stato d’emergenza); escluderei anche il Nepal, almeno a livello ufficiale, poiché sarebbe un rischio troppo grosso ed inutile per il fragile governo di Prachanda. Fra l’altro ieri è stato gambizzato il segretario particolare (Shakti Bahadur Basnet) del Primo Ministro proprio sotto casa. Molte le ipotesi: gruppo terrorista del Terai, vendetta di qualche famigliare di scomparso durante il conflitto o di qualcuno a cui non sono state restituite le proprietà, vendetta privata.
Quindi il Nepal ha problemi più gravi che non aiutare i Naxaliti; può darsi che qualche ex-guerrigliero senza lavoro e senza speranze abbia ingrossato le file dei maoisti indiani. Più probabile che, per vie traverse, magari passanti per i confini bucati del Nepal, arrivino armi dalle reti pakistane-kashmire-afghane.

La storia dei maoisti indiani e il loro nome Naxaliti deriva dalla rivolta di Naxalbari, in Andhra Pradesh del 1967.
Contadini, Dalit (intoccabili) e Adivasi (abitanti delle foreste) sotto la guida dei maoisti occuparono terre e crearono una specie di repubblica comunista che resistette mesi agli attacchi della polizia e delle milizie dei proprietari terrieri. Il movimento, diviso come tante cose in India, si sviluppò in tutta l’area nord orientale dell’India (Bihar, Orissa, Bengala) e, con fasi, alterne portò all’unificazione dei vari gruppi regionali nel Partito Comunista Maoista Indiano -CPI (M) che continua a combattere la sua guerra contro polizia, milizie speciali (Greyhound), esercito.
Un libro del premio Nobel d’origine indiana Naipaul (Semi Magici) racconta la storia di un bollito indiano anglicizzato che torna in India e si mette a vagare nelle foreste con un gruppo di questi guerriglieri.
Secondo I dati ufficiali, oggi i maoisti controllano un corridoio di foreste e villaggi che va dai confini orientali del Nepal fino all’India centrale e il governo definisce il movimento “single biggest internal security challenge
Questo corridoio è fatto di migliaia di villaggi e foreste dove l’India democratica non è mai arrivata e il potere è nella mani dei proprietari terrieri e di  funzionari corrotti. I fattori che hanno portato al successo dei maoisti in Nepal (aumento del divario fra ricchi e poveri, corruzione, inefficienza del governo, centralismo, disinteresse verso le aree più povere) sono, in India, su scala continentale.
Negli ultimi mesi, l’intelligence indiana (fra i settori governativi più criticati dopo Mumbai) ha indicato i confini del Bihar con il Nepal come una delle aree più pericolose. Gli indiani hanno fatto, da sempre pressioni sul Nepal per controllare le moschee nelle aree di confine, proliferate negli ultimi anni, per limitare le molte organizzazioni musulmane caritative del Terai e hanno spesso compiuto operazioni di polizia contro delinquenza comune e politica fregandosene dei confini. Addirittura hanno preso possesso di alcune aree nelle regione orientali, oggi al centro di una disputa. Poi fanno sempre saltar fuori qualcosa per rinforzare le loro richieste di controlli. Nei giorni scorsi, un ex-militare indiano accusato di un attentato nel Maharastra, ha confessato, fra l’altro, che fu scritturato da Re Gyanendra (malvisto dagli indiani come tutta la dinastia) per formare un gruppo armato diretto a costituire uno stato Hindu in Nepal.
Insomma, per gli indiani, il piccolo e incasinato vicino è una altra fonte d’insicurezza che aumenta l’instabilità dell’intera regione


Finti laptop da 10 dollari e altri strani progetti in India e Nepal

Febbraio 5, 2009

lavagnaSe la ridono, in India,  del minicomputer da 10 dollari (500 rupie) tanto pubblicizzato e inventato dal Vellore Institute of Technology, Indian Institute of Science, Bangalore, IIT-Madras, UGC University Grants Commission) e MHRD (Ministry of Human Resource Development). Il Times of India titola oggi Govt’s much-awaited $10 laptop turns out be a joke.
Il giochetto non ha niente a che fare con un laptop ma è una cd. computer device con poca memoria e un video che fa perdere diottrie agli utilizzatori.
Il governo indiano, promotore dell’iniziativa, stà già facendo una imbarazzata retromarcia dicendo che questo è un primo passo diretto a colmare il divario digitale fra ricchi e poveri, città e campagne. Nel giocattolo, 2 GB di memoria, è stato copiato il portale educativo gestito dal ministero dell’educazione Sakshat, già di per sé essenziale.
Qualcosa di simile ogni tanto accade anche in Nepal quando qualche turista della cooperazione s’inventa stravaganti progetti senza futuro né sostenibilità. E’ il caso della superfinanziata Nepal Open Learning che ha iniziato a dispensare in alcune scuole di Kathmandu una specie di laptop lanciato da Nichols Negroponte in una strombazzata campagna mondiale One-laptop-per-child (OLPC). Il costo dello strumento USD 100, non è poco per un giocattolo nei paesi poveri e rappresenta il 20% del reddito procapite di un nepalese.
Strumenti che hanno dimostrato la loro inutilità e che, specie nel caso nepalese, hanno destato sospetti per lo sfruttamento commerciale di un presunto progetto umanitario. C’è chi dice che l’iniziativa di Negroponte sia diretta a propagandare il suo sistema operativo I hate Windows as much as anyone (and more than most) but does this not kind of lay bare a really unpleasant truth about the OLPC project — namely that it was never about education or poverty or helping kids and was, rather, all about a bunch of amateur techies trying to prove that they could make a better computer than Microsoft and Intel?
La cosa certa è che entrambi i progetti latitano di buonsenso. Molti hanno ricordato che la maggior parte dei villaggi non ha elettricità né alcun collegamento ad internet <(c’è un idea adesso di un satellite finanziato da Israele). Anche fornire un vero computer alle scuole sarebbe insufficiente senza un preventivo e lungo lavoro di sensibilizzazione e formazione sul suo utilizzo. Chi lavora nelle aree rurali ricorda che vi è un analfabetismo (per la lingua nazionale) del 40%, che su 100 studenti iscritti al primo anno della scuola primaria solo 30 finiscono il primo ciclo, che l’inglese (con cui lavorano i sistemi operativi) non è parlato né dagli insegnanti nè dagli studenti e che, in molte areeil-giocattolo mancano banchi, libri, quaderni, penne e insegnanti e anche scuole decenti.
Dove lavoravamo noi a Kavre (ma il fenomeno è diffuso in tutta l’Asia) i bambini parlavano la lingua locale (il Tamang) e impiegavano anni per imparare il nepalese. Certo se questi progettini, come l’ OLPC fatto in Nepal, si limita a spedire qualche turista nelle scuole di Kathmandu e a regalare dei giocattolini colorati, niente di male, ma spacciarlo come cosa utile è un’altra cosa.

A Kathmandu i bambini più fortunati (cioè iscritti nelle scuole migliori (dove opera OLPC) possono accedere senza difficoltà a computers veri, per la maggioranza i problemi sono gli stessi delle aree rurali. Le priorità nei sistemi educativi indiano e nepalese sono altre e lì dovrebbero concentrarsi attenzione, risorse ed energie Per farsi un po’ di pubblicità basterebbe regalare qualche computers vero agli istituti universitari pubblici tecnici e scientifici dove non hanno neanche le lavagne.
Comunque, almeno in Nepal dove qualcosa è arrivato, tutti contenti (insegnati, autorità scolastiche) quando viene regalato qualcosa senza impegno né lavoro.
Qualche anno fa distribuimmo in molte scuole un kit regalatoci da UNICEF contenente dizionari, libri per gli insegnanti, vocabolari e diverso materiale didattico per rendere più interessanti le lezioni. Avevamo visto che qualche mese prima analogo materiale distribuito in villaggi vicini da Save the Children per gli asili era diventato cibo per i topi, perchè nessuno aveva seguito gli insegnanti nella sua utilizzazione.
Noi cercammo di coinvolgere gli insegnanti (già generalmente scazzati per i bassi salari e l’assenza di motivazioni e formazione) nell’utilizzo del kit, fare training sul materiale, lavorare insieme per migliorare la qualità dell’insegnamento e, dunque, il loro lavoro. A qualcosa servì.


Lanka: Le Tigri sono in gabbia, e dopo…

Febbraio 2, 2009

buddhaIl punto sullo Sri Lanka parte dalla caduta di Killinochi (ottobre 2008), la capitale del Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE).
Poi, in questi giorni, è toccato al villaggio di pescatori di Mullaittivu, sulla costa settentrionale, già devastato dallo tsunami nel 2004 e oggi dall’attacco delle forze governative, dal mare e dal cielo. La guerra sta continuando intorno alla cittadina di Vishuamadu.
Sembra che il governo di Mahinda Rajapaksa, sempre più incurante di leggi e diritti,  stia scrivendo la parola fine alla guerriglia più longeva del sub-continente. I bombardamenti dell’artiglieria pesante (da 10 giorni) hanno provocato circa 400 morti e 1500 feriti, tant’è che il vescovo di Jaffna,  Thomas Saundaranayagam, ha iniziato uno sciopero della fame, insieme a qualche centinaio di fedeli, per chiedere la fine dei bombardamenti.

I Tamil, che le Tigri vorrebbero riuniti in uno stato indipendente, sono la più grande maggiornza nello Sri Lanka. Favoriti durante il regime coloniale inglese furono discriminati quando la maggioranza buddhista singalese ottenne l’indipendenza. I disordini univeristari del 1983, i picchiaggi contro studenti Tamil rafforzarono il LTTE sotto la leadership di Vellupillai Prabhakaran.
Negli anni occuparono, con sostanziale stabilità, vaste aree nelle regioni nord-orientali dell’isola, eliminato gli oppositori e si autoproclamarono difensori dei Tamil. La guerra è costata oltre 70.000 morti.
Ben organizzati dal punto di vista militare, sono stati l’unico gruppo terroristico mondiale che disponeva di una marina e di un sommergibile Sri Lankan forces on Thursday seized a submarine-type craft , scrive oggi il Times Of India. Si sospetta che ambienti Tamil governativi indiani l’abbiano supportati e sicuramente, con le buone o con le cattive, la diaspora Tamil sparsa per il mondo.
A Madras (Chennai), la capitale del Tamilnadu, sono iniziate le manifestazioni contro “il massacro dei Tamil a Sri Lanka“; un giovane si è dato fuoco per protesta.
Il Ministro degli Esteri Indiano, Pranab Mukherjee, si è recato a Colombo per chiedere moderazione a attenzione verso i civili e un processo di pace che non porti a discriminare i Tamil. Il governo singalese và dritto ed è intenzionato a dare il colpo finale ai guerriglieri, e, come accade ovunque, i morti civili sono ininfluenti danni collaterali.
Le cause del crollo delle Tigri sono molteplici, mi scrive la gentile amica Nirmala da Colombo. La dittatura imposta nelle aree controllate, gli attentati sanguinosi e indiscriminati, la morte di alcuni leaders storici, la defezione del tristemente famoso Colonello Karuna (Vinayagamoorthy Muralitharan) e delle sue bande.
Il colonello, cooptato dal governo nel Parlamento, è accusato di una moltitudine di crimini contro i diritti umani, d’uccisioni di soldati e poliziotti a sangue freddo, d’arruolamento di bambini. Nel 2008 è stato arrestato a Londra.
Nirmala, aggiunge, che se ogni guerra deve avere un simbolo, quella dello Sri Lanka è il bulldozer distrutto sull’ Elephant Pass nel 1991, quando l’esercito si ritirò. La sua conquista, in questi giorni, da parte dei governativi ha costretto le tigri superstiti nelle foreste settentrionali , dove non hanno speranza di resistere a lungo.bandiere-delle-tigri-a-elephant-pass
Come in ogni guerra vi è un massacro di civili. 250.000 persone vivono dove infuriano i combattimenti, senza protezione né “safe zones” rispettate , le ambulanze sono colpite (l’esercito accusa le Tigri) e non si possono muovere, qualche giorno fa 250 bambini e feriti sono stati messi in salvo da Puthukkudiriruppu. Diverse fonti hanno confermato che i bombardamenti d’artiglieria stanno continuando sulla città, malgrado la tregua umanitaria di 48 ore proposta dal governo, e che si stanno contando le vittime, numerose, dell’ospedale cittadino più volte colpito.
Come sempre i combattenti si rimbalzano le colpe. Le Tigri denunciano Sri Lanka Army (SLA) stepped up indiscriminate artillery barrage towards the heart of ’safety zone’ since Thursday noon killing at least 44 civilians and causing injuries to 178, initial reports from Vanni said. The shelling has targeted Chuthanthirapuram 100-housing scheme, where at least 8 civilians were reported killed. Five civilians were killed near St. Antony’s Church in Chuthanthirapuram
A Colombo si è festeggiato con i fuochi artificiali la caduta di Killinochi e la borsa è salita del 5%.
Nirmala spera che la sconfitta militare delle Tigri non porti alla disperazione che si concretizza in un aumento degli attacchi terroristici verso la gente inerme.
Qui sta la grande incognita del governo di Mahinda Rajapaksa e del Freedom Party che vinse le elezioni, nel 2005, promettendo di revocare le «eccessive concessioni» fatte al LTTE, nei negoziati mediati dalla Norvegia. Il voto fu boicottato dalle Tigri con l’invocazione del Tamil Eelam, o la Patria Tamil o niente cooperazione.
Il Governo è accusato di limitare la libertà di stampa, di nascondere le notizie e d’infischiarsene dell’opposizione. Il 9 gennaio fu assassinato Lasantha Wickrematunga, il coraggioso giornalista dell’indipendente del The Sunday Leader che, in più articoli, aveva richiamato il suo vecchio amico Mahinda al rispetto delle leggi. Vi è una deriva di violenza politica impunita nel paese, molto pericolosa, segnala la preoccupata Nirmala.
In un suo ultimo articolo scrisse, relativamente all’attacco contro le Tigri : “But to do so by violating the rights of Tamil citizens, bombing and shooting them mercilessly, is not only wrong but shames the Sinhalese, whose claim to be custodians of the dhamma is forever called into question by this savagery, much of which is unknown to the public because of censorship.
Qui sta il problema, conclude Nirmala, se il Governo non considererà le provincie del nord “terre occupate” e sarà in grado di far entrare, con diritti e potere, la comunità Tamil nella gestione dello stato.
L’opposizione (United National Party e altri), che fino ad oggi sembrava rispecchiare l’antico detto Sinhalaya Modaya, Kavum Kande Yodhaya (i singalesi sono tonti e con il solo interesse per i kavum -frittelle di riso) sta ora svegliandosi e, forse, è un buon segno per una soluzione ragionevole della questione “Tamil”.

AGGIORNAMENTO AL 9 FEBBRAIO. Inizia il dopo. La sconfitta militare delle Tigri rischia, come suggerito dagli amici di Colombo, di generare disperazione, violenza e attentati. Oggi a Vishvamadu, una ragazza si è fatta esplodere,  28 morti (quattro sono bambini) numerosi feriti, fra i profughi in fuga dalla zona del conflitto. 


Da Mumbai, ancora su Slumdog e le famiglie

Gennaio 29, 2009

dharaviL’amico Sunil, da Bombay, vuole dire nuovamente la sua sulla nuova querelle relativa al film Slumdog, coincidente con il successo del film.
Tanto la notizia, che nasce da un inchiesta del Telegraph inglese che riporta le proteste dei genitori dei bambini protagonisti del film Rubina Ali (la bambina Latika) e Azharuddin Ismail (il bambino Salim) was paid 500 pounds for a year’s work while Azharuddin, who acted as Salim, received 1,700 pounds.
I titoli dei giornali di tutto il mondo (riportano l’articolo senza commenti e con titoli uguali e divisi in due categorie: Slumdog…’ children were under-paid, allege parents o Slumdog Millionaire bosses defend young Indian actors pay, fantasia poca.

Secondo Sunil la storia è andata così. Qualcuno di Bolliwood ha fatto il casting e ha scelto i due ragazzini. I genitori erano felici come  pasque, hanno visto circolare un po’ di soldi. Già contenti così,  hanno firmato il contratto senza pensare (conoscere) che potevano chiedere di più. I soldi sono volati via subito (magari il padre se l’è bevuti insinua il malizioso Sunil). Quando si sono accorti di aver fatto la figura dei polli (magari consigliati da uno delle migliaia di azzegarbugli che affollano il foro di Mumbay) e visto il successo del film (non necessariamente previsto) stanno cercando di tirar su qualche soldo in più. Tutto legittimo e naturale, senza tanti moralismi.
Gli amici bloggers di Sunil seguono questa sua lettura. To me, it seems as if the parents thought their kids would be their meal ticket and once that didn’t pan out, they are crying foul….and if anyone was exploiting their kids, I think it’s the parents… Feel the parents are just trying to get more money now that they have spent watever was given . Its best to make a scholarship for the kids than give money to these parents…..
The money should not be given to the kids parents but to a trusted advocate or lawyer who can see to it that the kids get the proper education and basic neccesaties till they are 18 or 21 and then the kids can make their own decisionsI fear that the parents will take their money and leisurely spend it for their benefit.
Questa è l’India, e, infatti, i giornali indiani hanno dato poco risalto alla vicenda.
A quanti turisti è accaduto di fissare un prezzo per una macchina con autista e poi trovarsi a litigare in mezzo a una pianura desolata con il guidatore che chiedeva più soldi per la benzina, le gomme, e minacciava di lasciarli lì. Lo stesso  accade ai trekkers più sprovveduti in Nepal che, se non pagano soldi in più rispetto agli accordi, si vedono mollare i bagagli in cima a un passo dai portatori.
Cose che succedono quando il divario economico fra chi paga e chi fornisce il servizio è enorme. Lo stesso, possiamo pensare, sta succedendo  intorno al film.
Le risposte dei produttori non mi sembrano assurde. Come per ogni intervento di aiuto ai bambini (vedi il sostegno a distanza) non si dovrebbero dare i soldi alle famiglie ma assicurare l’accesso all’educazione, alla sanità e a bisogni di base del bambino. Ciò  sembra fatto dai produttori di Slumdog per i due bambini.
Visto il successo economico  potrebbero fare un ulteriore, sensato, passo, come suggerito dal giornalista del Telegraph che ha fatto l’inchiesta, cioè creare un Slumdog Foundation diretta a promuovere l’educazione dei bambini degli slums. Visto il successo, un pò sorprendente del film, basterebbe il 5% dei profitti.