Nepal: il tiraemolla dei maoisti

Novembre 4, 2009

dal Kala Pattar-everestForse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.

In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.

Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.

Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.

Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero  centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.

Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.

In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.

Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.

L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.


Salviamo l’Africa?

Novembre 2, 2009

africaMentre in Italia si parla poco di ONG\ONLUS, cooperazione internazionale, bilanci, progetti, spese,   in Inghilterra non si scherza. Ci informano da Londra di un articolo del Daily Mail. “The Government department in charge of eradicating global poverty spent almost £ 6million of taxpayers’ money on first-class and business-class travel in just one year.”  Cioè 6 milioni di sterline volate vie per i viaggi dei funzionari. Lassù giustamente le associazioni dei consumatori guardano. Si ritorna a parlare del DFID (Department for International Development), l’ente governativo incaricato della cooperazione internazionale che in GB (come del resto gli analoghi altrove) dispensa soldi a destra e sinistra (con priorità ai suoi dipendenti) senza curarsi di come siano spesi.

Tanti soldi in ballo per salvare l’Africa, i poveri del mondo, per eliminare fame, malattie, morte, tutto il male.  Il “big push forward in Africa to end poverty” disse Tony Blair a Davos nel 2005; intenti ribaditi nei G8  a Glebeagles e in Germania a Heiligendamm (2007) e, infine, in Giappone in cui si riaffermò tutto quanto: We are firmly committed to working to fulfill our commitments on ODA made at Gleneagles, and reaffirmed at Heiligendamm, including increasing… ODA to Africa by US$ 25 billion a year by 2010.».  Poi si voleva oltre che eliminare la povertà, making efforts to address civil war and «failed states.

Slogans fatti propri dal gruppo di rockstars capitanate da Geldof  «Make Poverty History»,  addiritturta il patinato Vanity Fair s’è messo in testa di salvare l’ Africa (2007), Madonna và in Malawi,  Bono,  Bill Gates, la Regina di Giordania Rania , tutti vogliono ridurre la povertà in Africa entro il 2015. Gran battage  pubblicitario che ha portato soldi a tutto il sistema dell’industria dell’assistenza (ufficiale, come gli amici del DFID o del World Food Programme e non governativo ONGs, come CCS Italia, Intersos, etc.).

Quando riceviamo dal Mozambico le testimonianze di operatori e beneficiari che ci scrivono:“Sono stato a Beira per mie cose, nel frattempo ho incontrato alcuni lavoratori del ccs, abbiamo parlato delle attivita svolte , non ti dico una vergogna, non hanno combinato niente, piu o meno come a Vilanculo, hanno costruito due case per professori, senza le latrine, per cui l’educazione le ha rifiutate”. Qui a Vilankulos ho incontrato quattro direttori di scuola , loro mi hanno detto che, a parte il kit escolare non hanno ricevuto. sul sito del CCS Italia ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240. Non resta che dire che non sempre un maggior flusso di soldi porta qualcosa ai beneficiari.

 Tesi, in grande,  sostenuta da tempo da molti, fra i più noti l’economista indiano Banerjee «my sense is that {the dramatic reduction in world poverty between 1981 and 2001} was driven largely by events in India and China, where donors had very little impact.» , l’economista zambiana Dambisa Moyo una delle ragioni dell’arretratezza dell’Africa it’s largely aid. You get the corruption—historically, leaders have stolen the money without penalty—and you get the dependency, which kills entrepreneurship. You also disenfranchise African citizens, because the government is beholden to foreign donors and not accountable to its people.

Infine l’amato William Easterly, che ha scritto un lavorone CAN THE WEST SAVE AFRICA?,  in cui si dimostra che, malgrado l’enorme gettito di soldi, incomparabile con altre parti svantaggiate del mondo (gli aiuti sono passati dal 2000 da USD 18 milioni a 38 milioni nel 2006 per un totale di oltre 714 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni),  il divario fra Africa e altre regioni in via di sviluppo si è allargato. Il livello economico complessivo di molti paesi africani nel 2006 e sceso drammaticamente rispetto al 1973, (quando si raggiunse il massimo livello di crescita economica)

Anche i dati sbandierati dai nuovi benefattori come i Gates, sembrano un po’ approssimativi come tutta la politica di cooperazione internazionale. In Ruanda, purtroppo, la malaria non è diminuita del 45% come pubblicizza la Fondazione dei  Gates ma le morti sono aumentate dal 2001 al 2006, scrive un Rapporto del WHO (2008) e in altri paesi citati dalla stessa Fondazione risulterebbe che the effects of malaria control in Zambia were “less clear,” e in  Etiopia, “the expected effects of malaria control are not yet visible.” Lo stesso Rapporto ci  ricorda (come già segnalato in altri posts)  che, date le condizioni ambientali, i metodi di analisi utilizzati e la mancanza di dati sul campo è molto difficile indicare numeri precisi.

Continuando a leggere lo studio di Easterly si scopre che, malgrado i molti problemi del continente africano, molti fundraiser  descrivono una realtà peggiore, piena di stereotipi utili a raccoglier fondi. Gli indicatori relativi a corruzione, governance, guerre non sono molto dissimili da altre regioni povere del mondo.  Non si resiste, sotto natale, a «habitual inflation of estimates of expected deaths” racconta un veterano del settore (Alex de Waal).

Fra i cardini del marketing dell’industria dell’assistenza ci sono i fantasmagorici  MDGs (Millennium Development Goals), i cui obiettivi fissati nel 2000 sono, più o meno,  gli stessi  stabiliti dal colonialista Committee of the African Research Survey nel 1938, in entrambi casi obiettivi irreali e  ben lontani da essere raggiunti. Obiettivi talmente generici che sembrano fatti apposta per fare solo un po’ di spettacolo.

Nota, invece Easterly, che cose più concrete e sostenibili nel tempo quali:  qualità dell’educazione (problema da 20 anni scritto in tutti i rapporti senza risultati), controlli sull’utilizzo degli aiuti (studi in Guinea, Cameroon, Uganda, and Tanzania stimano che fra il 30 e 70 % dei medicinali forniti dal governo, tramite aiuti internazionali, finiscano nel mercato nero); nel 2004 un’inchiesta del governo ugandese dimostrò che solo il 13% dei fondi pubblici (in gran parte provenienti da donatori internazionali) raggiungevano le scuole locali a cui erano destinati (fenomeno verificato anche in Nepal e in altri paesi).  Bastò la pubblicazione sui giornali locali delle somme destinate e mai pervenute per mobilitare genitori ed insegnanti perché bastonessero i burocrati locali. Lo stesso stavamo facendo noi in Nepal con i “community auditing”  in cui i dirigenti scolastici dovevano elencare alle comunità donazioni ricevute e spese. In molti casi per far funzionare le cose basta solo un po’ di voglia di lavorare e di fantasia.

Per rimanere nella sanità, segnala giustamente Easterly, che il gran battage sull’AIDS (sicuramente più impressionante per l’opinione pubblica occidentale e donatrice rispetto a TBC, diarrea, difterite) ha distolto risorse «levels of attention and effort directed at preventing the small proportion of child deaths due to AIDS with a new, complex, and expensive intervention.». Mentre l’AIDS causa il 3.7 % della mortalità infantile, per combatterlo viene utilizzato il 25 % degli aiuti sanitari internazionali. Per questo la prestigiosa rivista medica Lancet scrisse che 5.5 million child deaths could have been prevented in 2003.

Mentre si parla e straparla di crisi alimentare sono drammaticamente calati i progetti di sviluppo agricolo (troppo lavoro, risultati nel lungo periodo e poco attrattivi per i donatori), tant’è che la produzione pro-capita di cibo in Africa è calata sotto i livelli degli anni ’70. In molti Rapporti delle Nazioni Unite si legge: “The failure of past initiatives in agriculture led to a reduced confidence among donors in agriculture in the 1980s …and many donors have since turned to other sectors.» FAO (2006) : «Ten years later, we are confronted with the sad reality that virtually no progress has been made towards that objective.»

Gli scritti di Easterly rappresentano l’inefficacia complessiva del  “sistema” dell’industria dell’assistenza, con qualche rara eccezione, da lui stesso segnalata. Sarebbe una sana lettura per i tanti fancazzisti che ciondolano fra Nazioni Unite e INGOs, come lo sarebbe il lavoro di Robert Chambers, Poverty Unperceived che, fra l’altro, riporta alcune pratiche già segnalate in altri posts che si possono riassumere con il tremine fancazzismo, sopra citato.

Cioè, scrive in forma più sfumata Chambers,  i funzionari delle Nazioni Unite e INGOs, vivono, bivaccano nelle capitali dei paesi in cui operano, si autoreferenziano con convegni e workshops in grandi alberghi, non vanno sul campo (nei villaggi e nelle comunità), percepiscono i bisogni dei beneficiari attraverso le elites dei paesi poveri a cui hanno delegato il lavoro.

Semplifichiamo:  gran parte dei problemi di efficacia della cooperazione internazionale, evidenziati dal lavorone di Easterly,  non hanno forse causa nel fancazzismo di chi ci lavora e pensa solo al proprio mantenimento?


Riso marcio dalle Nazioni Unite, confermato da un rapporto governativo

Ottobre 29, 2009

un jeepE’ ora di cena e torniamo a parlare del riso (e lenticchie) marcio distribuito dalle Nazioni Unite in Nepal in diverse occasioni ,  una delle cause dell’esplosione di un epidemia di dissenteria che ha causato la morte di oltre 400 persone nei distretti occidentali del Nepal (60.000 colpiti). Anche in quella circostanza  nessuno ha pensato di distribuire bustine Oral Rehydration Salts che avrebbero salvato (al costo di pochi centesimi di euro a bustina) centinaia di vite.

Ne riparliamo per diverse ragioni. La prima perché il Richard Ragan Country Director di WFP in Nepal non lo sopporto ed è un noto rimbambito (caratteristica che s’unisce alle altre diffuse fra i burocrati delle organizzazioni internazionali: menefreghismo, incapacità e presunzione). La seconda perché questo è un ulteriore esempio dei metodi di lavoro in uso fra chi dice di occuparsi di cooperazione internazionale. La terza perché quanto scritto in precedenti posts è stato messo nero su bianco da un rapporto ufficiale ed è un evento straordinario almeno per il Nepal dove governo, Nazioni Unite, corrotti e corruttori si tengono la mano.

Persistono i dubbi che verranno individuati i colpevoli anche se si sogna che WFP, finisca di sprecare soldi dei contribuenti, che sia chiuso,  il suo direttore mandato a seminare zucche  e  le emergenze alimentari gestite da persone più capaci, magari locali.

Il rapporto è stato scritto dalla National Human Rights Commission (NHRC) e reso pubblico oggi. L’organizzazione governativa ha richiesto un inchiesta giudiziaria per stabilire le responsabilità dello scoppio dell’epidemia, punire i responsabili e identificare corrotti e corruttori. The constitutional human rights body underlined the need of independent commission on judicial inquiry to investigate into the issue of distribution of low quality foodstuff that caused 400 deaths and made over 60,000 people ill.

It was not a small number of deaths. The people’s right to life should not be violated,” ha dichiarato il Presidente Upadhyaya. “Altogether 366 persons had died between midApril and mid-October as per the record of the government but maybe more”.

Riguardo al coinvolgimento del WFP nel Report è scritto: It cannot be said that the food [distributed by WFP) was the only reason that caused diarrhea though the food (rice and pulses) were found polluted and reaching to the people as uneatable food. E continua: it is not the only reason behind the outbreak, multiple lab-tests of WFP-distributed samples of rice and lentil showed the items were contaminated and unfit for human consumption. Cioè, numerosi test di laboratorio hanno dimostrato che riso e lenticchie distribuite da WFP erano contaminate e immangiabili.

Il Rapporto va giù dritto e segnala che  non erano presenti “basic details and information required by the law concerning consumer rights”. Nessun controllo è stato effettuato sulle razioni di cibo e, solo dopo lo scoppio dell’epidemia,  fu fatto il primo test di laboratorio su 16, 5 tonnellate di riso in cui emerse che il cibo non rispettava  gli standard alimentari minimi.

L’imbecille,  come sempre Richard Ragan, se ne frega del rapporto (tanto lui mangia bene con euro 15.000 di stipendio mensile e benefits) e ha fatto un battutone: la distribuzione di cibo del WFP “has little to do with either human rights or the epidemic.” Il minimo è augurargli che si sciolga in merda.


Basterebbe poco: i bilanci delle ONLUS

Ottobre 20, 2009

bilancio socialeBasterebbe poco, a una ONLUS\ONG, per fare un bilancio trasparente e tacitare le critiche montanti sull’efficacia e serietà di queste organizzazioni.  Basterebbe scrivere e dettagliare quanto entra, quanto è speso in Italia (per amministrazione, personale, spese generali, comunicazione, convegni e meetings, attività varie, viaggi su e giù), quanto è speso dalle strutture nei paesi sostenuti per le stesse cose, quanto arriva veramente ai beneficiari diretti, dettagliando come questi soldi sono stati utilizzati.

Nessuno lo fa, anzi, negli ultimi anni, è cresciuta la nebbia fatta da certificazioni di bilancio, maquillage dei fundraisers (che guadagnano sui soldi che dovrebbero procurare), comunicatori vari, report fotografici (bilanci sociali). L’impressione è che questa nebbia (costosa e inutile) serva a nascondere alcune cose semplici cioè che gran parte dei soldi donati se li beve (o magna) la struttura in Italia e gli italiani che lavorano nei Paesi sostenuti.  Su quanto valgono le certificazioni ci sarebbe da aprire un capitolo (specie visto il loro passato nel profit) tanto che, nel settore privato, sono considerate un male necessario, un elemento del marketing aziendale, o buoni suggeritori per nascondere le magagne dei bilanci. E’ difficile che chi paga i controllori possa essere controllato.

Il quotidiano il Giornale ha tentato un inchiesta sulle ONLUS ma si è fermato all’apparenza, forse non voleva pestare i piedi a qualcuno. Qualcun altro, nel passato, aveva segnalato che i cooperanti dovevano versare una mazzetta (sottratta dai propri stipendi) all’organizzazione, ed è noto che fra il 10 e il 20% dei soldi impegnati per un progetto finanziato dai donatori istituzionali finisce nelle casse della ONG che se lo accaparra; più un altro 30-40% per le spese di gestione del progetto stesso.

Il grande trucco, segnala Max e i suoi amici analisti da Londra, sta nell’imputare spese di gestione italiane fra i fondi destinati ai beneficiari. E da qui partono, indicandomi alcune stranezze.                                          Tanti bilanci, in realtà, non lo sono in senso tecnico, ma solo una stentata sintesi; pressochè inutile, per comprendere il reale utilizzo dei fondi. Action Aid, AMREF (fra le poche in crescita d’entrate +6%) sono un esempio di questo stile essenziale; Intervita, parla di Conti Chiari (come le banche!) e pubblica quattro numeri. Save the Children Italia e Pangea ONLUS sono rimasti al 2007.  Note segnalate da Londra: meno i bilanci sono trasparenti più crescono le spese di comunicazione e marketing e abbondano le certificazioni.

Altro elemento comune nei bilanci ONLUS\ONG è la loro somiglianza, come allocazione di fondi, a quelli di una holding dove i soldi sono tenuti ben stretti. Nei bilanci di molte ONLUS, BOT, CCT, Fondi d’investimento, conti correnti bancari (le cosiddette disponibilità liquide, che tanto liquide visto la forma d’investimento non sono) bloccano una buona parte di fondi destinati ai beneficiari. (30% delle entrate per Terre des Hommes; 20% CCS Italia).

Poche finiscono in passivo, fra queste c’è, ovviamente,  CCS Italia (- euro 100.621) esempio globale di malagestio,  ripianato con fondi risalenti alle precedenti gestioni; l’ASVI ha un risultato operativo negativo (circa euro 700.000) ripianato da non meglio precisati proventi straordinari

L’ Ai.Bi (Amici dei Bambini) ha il bilancio più trasparente, fra quelli visionati, e, infatti, non ha certificazioni di qualità o finti auditors. Leggendo il bilancio dell’Ai.Bi emerge, correttamente, quello che le altre ONLUS vogliono nascondere cioè che almeno il 60% dei soldi donati finisce nella gestione della struttura italiana (+ un altro 25-30% in quella estera). Per struttura intendiamo affitti, stipendi, viaggi, macchine, workshops, spese generali (consulenze, avvocati, fundraisers, etc.).  L’Ai.Bi, seriamente, dichiara che quasi 3 milioni di euro sono utilizzati per pagare il personale (in Italia e all’estero), euro 804.256 per comunicazione, euro 1.100.000 per spese generali (entrate, in calo di circa il 10% a euro 7.755.000).

Come detto, su queste spese, la maggioranza delle altre organizzazioni fa la furba.  Le spese di gestione (in Italia o per italiani)  sono, nella norma, messe sotto il grande e indefinito tappeto della voce “spese per progetti” come Terre des Hommes, (in calo marginale d’entrate); “oneri per programmi nel sud del mondo” come Action Aid, (in crescita del 5%). Nessuno si prende la briga di specificare come questi soldi siano spesi, quanto per la struttura nel Paese, macchine e benzina, stipendi per i funzionari locali, etc.

Casi misteriosi sono Intersos che dichiara nel suo bilancio sociale di disporre di 94 “operatori umanitari” e 1400 operatori locali ma sbatte tutte le spese (ad occhio e croce euro 10.000.000) negli “oneri per progetti e attività” senza specificare i costi del personale (e quelle di gestione). A qualcuno, forse, farebbe piacere sapere quanto dei 15 milioni di euro incassati (e detratte le spese dichiarate di struttura in Italia :euro 1.500.000) quanto in realtà arriva ai beneficiari finali.

Cadiamo nel ridicolo con CCS Italia in cui i costi di personale sono stati dimezzati dal 2007 al 2008 (passando da 304.000 a 172.095) mentre nella realtà sono fortemente aumentati, portando in deficit l’associazione. Per rimanere su questi, le maestranze sono un battaglione (in proporzione al fatturato) cioè 1 dirigente (euro 90.000 lordi annui con benefits, 2 impiegati a euro 140.000 con benefits, 5 impiegati più sfigati per euro 200.000, 2 apprendisti (euro 30.000); più 17 operatori con contratto a progetto (circa euro 450.000 lordi e con benefits). Infine spariti nelle voci progetti anche un centinaio di operatori locali. Più 5 membri del Consiglio Direttivo, con qualche benefits e magari consulenze pagate.

Gli operatori locali, sui quali giugono voci pessime, guadagnano mediamente quanto il Presidente della Repubblica del loro paese (fra i 1200 e i 1500 euro mensili) per cui stimiamo  una spesa complessiva di euro 90.000 (per stare bassi). Poi aggiungiamo un po’ di consulenti, spariti fra spese generali e di comunicazione (altri euro 50.000). Qualche legale\socio a parcella salata (altri euro 80.000). Anche qui le spese generali sono passate da euro 186.1389 a euro 107.398 (dal 2007 al 2008), guarda caso. In sintesi, le spese superano il 70% delle entrate.                                                Dove hanno nascosto gran parte di queste spese? Semplice come è costume nel settore, nella voce “Uscite per Progetti”.

L’ingenuo sostenitore dice, ma che bravi, hanno dato più soldi ai bambini sostenuti ma, in realtà, se li sono spese per mantenere (e bene) un grosso e inutile manipolo di  italiani (vista la qualità e quantità delle attività, fa anche rima).     Se buttiamo dentro tutte le spese per mantenere il carrozzone (cioè loro stessi) accade che, come nella maggioranza delle ONLUS\ONG, è già un miracolo che su euro 100 versati ne arrivino 20 ai beneficiari sotto forma di progetti, magari qualche visita dentistica o Child Club. Qui si dovrebbe aprire il triste capitolo relativo alla qualità della spesa.

Fanno pena, poi, le giustificazioni per gabbare i lettori. Sempre dal CCS Italia leggiamo, con sconforto:  il risultato negativo  “è dipeso esclusivamente dalle maggiori risorse destinate ai progetti” o “la significativa differenza rispetto all’esercizio precedente è dovuta a una più attenta attribuzione dei costi di pertinenza ai progetti” anche l’Avvocato Azzeccagarbugli ( per rimanere fra i dirigenti dell’associazione) si sentirebbe preso per il culo.

Per finire la carrellata,  segnala l’attento Max, le multinazionali dell’assistenza (Action Aid, Save The Children, TDH) hanno la vita semplificata perchè infilano tutto   nella voce “programmi del network internazionale” o capitoli analoghi, ovviamente nessuno sà come vengono spesi.


Suona il violino: ONLUS e comunicazione

Ottobre 5, 2009

vilankulos bambino-pescatoreHo cercato di resistere ma non ci sono riuscito. Sono arrivate diverse mail su un articolo comparso sul quotidiano locale di Genova Secolo XIX relativo al CCS ONLUS; un associazione su cui, da tempo, raccogliamo dati e testimonianze non brillanti. Può essere utile, come altre segnalazioni, come esempio per chi vuole conoscere l’ambiente della cooperazione internazionale.

L’articolo è una triste sviolinata senza citare nemmeno un dato. Niente di nuovo, rispondo ai diversi commentatori, rientra nella tradizione della stampa italiana, quella d’ingraziarsi i potenti e di farsi qualche viaggio gratis (in questo caso, probabilmente, almeno due persone a spese dei bambini) e scrivere (?) qualche riga di superficialità per creare un po’ di effetto. Infatti, CCS Italia è stato catturato da una banda di politici genovesi e da qualche avvocato loro consorte (nel senso di consorteria), con parcelle, a carico dei bambini sostenuti, da 80.000 euro, riferisce il vice presidente della ONLUS in un raro momento di lucidità, e, allora, meglio tenerseli buoni.

Se dal 2007 (se non quelle programmate da altra gestione nel 2006) non viene costruita una scuola in Nepal, se i costi di una classe in Cambogia sono paragonabili a quelli di un attico, se in Mozambico i costi delle costruzioni (senza rispettare le normative locali) sono doppi rispetto a quelli di mercato, se spendono  euro 85.569 più euro 28.000 perconsulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassandone euro 9.616 (tutto ciò con schiere di consulenti pagati), se si fanno dei workshop  a Rapallo (oltre euro 20.000), se spalmano le retribuzioni (alte) dei funzionari italiani e le spese generali su quanto destinato ai beneficiari (per cercare di fare bella figura) e, infine, se ai beneficiari arriva realmente meno del 15% di quello donato, è meglio insabbiare.

Si, caro Francesco, l’articolo in questione sembra quelli della vecchia Pravda e poi ci stupiamo se i giornali non li legge più nessuno. Come scritto in altro post, se chiudono mi dispiace solo per gli edicolanti (fortunatamente, per i giornalisti, ci sono le nostre tasse sotto forma di finanziamenti statali, pubblicità dei comuni, etc.).  Giornali di stato e giornalisti statali, quindi si tende all’agiografia. Non è una novità per quanto riguarda la comunicazione sul  mondo dell’assistenza internazionale, poiché la maggioranza delle ONLUS\ONG ha protettori politici.  Il suonatore di violino del Secolo XIX è stato  a Vilankulos, (tra l’altro una delle più belle spiagge del Mozambico) e da Vilankulos, noi, invece, senza suonate a pagamento, preferiamo portare qualche dato, da gente che vive e lavora lì. (questa mail è disponibile per i miscredenti).

ciao enrico . Ieri stavo conversando con il direttore di una scuola qui a Vilankulos, le ho chiesto alcune informazioni di quanto ricevono dal CCS durante l’anno. Inizio anno:  un Kit scolare comprendente 10 quaderni 6 biro 6 matite una scatola di colori gomme e temperini il tutto stimato in 100000 mt (Metical , la moneta mozambicana- € 1= 40 mt); nei mesi successivi hanno comprato delle sementi per l’ortalizia (orto scolastico), 50 galline 2 sacchi di mangime e niente altro. Questa scuola ha 800 bambini apadrinati (sostenuti) ricevono dai padrini 240 euro per 800 cioè euro 192000. Ne spendono: kit 4 dollari galline e altre cose 1 dollaro (in totale USD 200 per tutti i bambini) totale 5 dollari a bambino per 800 da USD 4000 cioè 2600 euro . _Dove vanno a finire gli altri 189000. sul sito del ccs ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240 un abbraccio ciao.

Siamo troppo critici verso il sistema dell’assistenza internazionale? Qualcuno deve pur farlo. E’ brutto sentirsi presi per il culo.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


Trasparenti come bottiglie di latte: onlus, bilanci, comunicazione

Settembre 24, 2009

bambino mozambicoA volte alcune sensazioni, parole, fatti, comportamenti danno il senso di un ambiente, di una tipologia di persone e delle loro teste. Se si finisce in un osteria dove tutti gridano, bestemmiano, s’inciuccano, si danno cazzotti e puzzano come capre, la sensazione è quella che è meglio cambiare posto e che la gente, magari brava, sarebbe comunque da evitare. Questo pensiero me l’ha veicolato una mail di Serena (una ragazza che ogni tanto commenta, con intelligenza questo blog). Leggiamolo:

Ciao Enrico, ieri sera mia sorella Elena viaggiava sul web e ha incontrato il blog di tale Beppe Cacopardo che si autoprofessa “consulente strategico e operativo di Comunicazione, Marketing Sociale e Fundraising, professionale ed etico”. Un po’ trombone, come prima sensazione. Fin qui niente, il Beppe fa un elogio del sito del CCS di cui tu hai parlato nel post scorso e di cui, giustamente, hai segnalato che si fanno tanto chiacchiere su trasparenza e altro ma il bilancio è stato nascosto. Esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare e fanno molte ONLUS e ONG. Poiché questo Beppe è un consulente (si presume pagato) della stessa organizzazione, pubblicizza con enfasi il loro sito e si occupa di queste cose, mia sorella ha messo un commento in cui chiedeva il perché della segretazione del bilancio. Il Beppe non l’ha pubblicato malgrado la sua retorica su trasparenza, comunicazione, etica e via predicando. Tu me lo spieghi? Una battuta: ma questi del CCS fra un Tutti a Tavola e “se sono magnati una pasta“, pensano solo a mangiare?

Cara e paziente Serena di cacopardi è pieno il bel mondo della cooperazione. La prima idea che mi viene è che l’omino (non in senso fisico perché pare ben messo) potendo offrire, come scrive nel suo sito in terza persona, “Come attestano i risultati di numerose case history, l’organizzazione nonprofit che sceglie la sua collaborazione sa di poter contare su una consulenza professionale….” sia stato un po’ intimidito del risultato della brillante campagna di Direct Mail forse dallo stesso partorita e allo stesso retribuita. Il “case history” non è stato incoraggiante: spesi euro 85.569 più euro 28.000 per “consulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassati euro 9.616, Se fossi tu il responsabile di questa operazione non cercheresti di nasconderla anche ai parenti?     Figurati se il cacopardo ti pubblica il commento, lui è un teorico della trasparenza.

Siccome questi dati sono nel bilancio (se così si può definire) di  CCS Italia ONLUS e nessuno lo può vedere (forse solo i sostenitori) noi facciamo liberi tutti e lo pubblichiamo nei docs (a fondopagina)

Ma l’ambiente da osteria non si ferma qui. Ricorderai Andrea di Promodigital , lui si autodefinisce marketing and social media strategist in Linkedin,  in tempi più semplici era un venditore di spazi pubblicitari. Anche lui prometteva mari e monti, chiarezza e trasparenza, informazioni e notizie poi è sparito come un vampiro all’alba. Scriveva il 16 marzo 2009, un po’ piccato: In realtà non c’eravamo dimenticati di te e darti le informazioni che ci hai richiesto e che siamo ben lieti di darti a breve. Infatti siamo riusciti ad organizzare un incontro nella sede di CCS per avere ulteriori informazioni sulla loro causa e abbiamo richiesto la possibilità di avere i bilanci da te domandati…. Andrea”. La campagna di Web Marketing è costata solo euro 29.424 e gli ingenui bloggers,  che hanno copiato  il messaggio del CCS nel loro sito,  pensavano fosse tutta opera pia.  

Cosa strana nel bilancio della ONLUS: oltre le spese sopra elencate, troviamo altri euro 16.693 per “personale di comunicazione” ma cosa vuol dire? Non hanno già 27 persone dichiarate come dipendenti e con stipendi messi a bilancio (in parte spalmati sui progetti per far figurare più fondi ai beneficiari, a dir la verità) e, dunque, questi soldi dove sono finiti?

In sintesi, cara Serena, nel bilancio dichiarano d’aver speso euro 244.236 (oneri di promozione e comunicazione) e nel bilancio sociale di averne incassati 51.000 (altri 102.509 provengono dall’8per mille 2006). Non serve  pagare auditors certificatori come PKF per capire che hanno fatto una bella cazzata,  perdendo  euro 190.000 (soldi che qualche ingenuo sperava di aver inviato a un bambino del Nepal, della Cambogia o del Mozambico). Del resto lo stesso è accaduto l’anno scorso  con una perdita di euro 160.000 (forse anche lì c’era un cacopardo).  

Non sorpende che qualcuno, fra i donatori, se ne accorge e fugge (-20% nel 2007 e 25% nel 2008) e che nuovi non ne arrivino 1775 nel 2007 (risultati da campagne effettuate da altra direzione nel 2006) e 849 nel 2008.  Bilancio fallimentare. E, cara Serena,  il cacopardo (teorico della comunicazione CCS)  non pubblica il gentile messaggio di tua sorella.  

Il resto sono chiacchiere da osteria (o bilanci certificati che è lo stesso).

Notizia dell’ultima ora, il sito del CCS (24/09/09 ore 18) è stato aperto per accedere al bilancio. Siamo i guerriglieri della trasparenza, cara Serena (dopo soli due posts). Quindi, continueremo e terremo i bilanci nel blog. Non si sa mai che ci ripensano.


Qua se magna: ong, onlus e bilanci

Settembre 20, 2009

magna-mozambicoQualche anticipazione, in questo post, che approfondiremo in altri. Tanto in Nepal c’è il Dashain (la festa più importante) e tutto si ferma. I maoisti riempiono i mercati insieme ai sostenitori del governo e fermano manifestazioni, scioperi, pietronate ai membri dell’UML e del Congresso (i partiti maggiori che reggono il paese). Il monsone sta finendo (un po’ scarso e arrivato in ritardo) preannunciando una stagione calda e secca, con problemi seri per l’agricoltura. Che sia il surriscaldamento del pianeta? Può darsi ma, per ora risposte certe non ce ne sono. In compenso, il business della cooperazione internazionale si sta già muovendo, come è costume con gran workshops, convegni, reports, in Nepal (come ovunque, (Bangkok, Copenaghen, Bonn, Barcellona, e via per il mondo). Il famelico circo dei burocrati delle Nazioni Unite e delle INGOs ha fiutato il business e un altro settore per mantenersi, quello del climate change. Iniziano a produrre reports, analisi inventate, progetti cartacei per succhiare soldi ai donatori (cioè a noi che paghiamo le tasse e a qualche ingenuo che ci crede e molla qualche soldo). Il Nepal, con i suoi immensi ghiacciai,  che da decenni si stanno restringendo come una maglietta lavata alla temperatura sbagliata, è uno dei palcoscenici centrali per la grande recita. Qualcuno già allarga le tasche come gli inutili della piramide sull’Everest e qualche NGO italiana che s’è attaccata al carro.

Non per niente è sceso in campo il Gran Visir degli scrocconi, l’ex segretario delle Nazioni Unite (super contestato al tempo: gran giro di mazzette per Oil For Food, alla faccia degli iracheni, in cui rimase invischiato anche il figlio Kojo, nome che è tutto un programma). Il furbacchione, come tutti i politicanti bolliti grandi e piccoli (Prodi, Craxi e i meno noti Stefano Zara, Fernanda Contri) s’è infilato in qualche organizzazione umanitaria. Kofi, da buon astuto commerciante, ha fiutato il filone e ha sfornato un bel rapporto (dal titolo immaginifico e con un po’ di morti per condirlo, lui dice 300.000 all’anno per i cambiamenti climatici), per raggranellare qualche spicciolo (e scampoli di visibilità) per il suo fantomatico Global Humanitarian Forum: The report (The Anatomy of a Silent Crisis’) launched by Kofi Annan, President of the Global Humanitarian Forum, in London .

Queste notizie e le prime informazioni che giungono dall’amico Max da Londra su una sua sommaria analisi di alcuni bilanci (appena depositati) da ONLUS\ONG nostrane, spiegano il titolo del post. Ho preso spunto concreto da una NewsLetter (che dovrebbe raccontare le attività dell’Associazione) di CCS Italia Onlus. “Enrico and Andrea si sono “magnati ‘na pasta” con alcuni rappresentanti paese delle principali ONG italiane presenti in Mozambico (CESVI, ISCOS, CIES, Share…) per sentire le loro esperienze nel Paese”. Niente di male, per amordiddio in realtà, ma dà un po’ il senso del sistema. L’originale è a disposizione e mi è stato inviato da un collaboratore pentito (che comunque s’è beccato una lauta liquidazione, tanto sono soldi dei bambini).

Contemporaneamente mi scrive un altro ex collaboratore del CCS dal Mozambico: del ccs le notizie non sono buone, non fanno quasi niente, aiuto ai bambini quasi zero, i soldi se li mangiano in stipendi, affitti di casa e ufficio, automobili diesel, manutenzione. Vuoi sapere l’ultima, un dipendente mozambicano se comprato un land cruiser pajero costo 40000-50000 dollari, benzina, 6 cilindri .Antenna parabolica in casa, e una piccola famiglia da mantenere 10 persone. E aggiunge, parlando della costruzione delle scuole: quando lavoravo io le scuole che costruivamo costavano un terzo rispetto a quelle fatte da loro; i loro costi sono uguali a quelli di un’impresa, ma loro non pagano iva contributi per i lavoratori tasse ecc. Come potresti giustificare i land cruiser costruzione di case e altro?

Dalla Cambogia aggiungono: come è possibile che chiedano ai sostenitori euro 7.000 per costruire 1 (una) classe (vedi loro sito) di 20\30 mq con un costo di euro 280 al mq. (in campagna dove i costi sono più bassi) quando un cambogiano ha un reddito procapite di euro 600 all’anno. Per una famiglia e una casa di 60 mq servirebbe il reddito totale annuo di 30 anni per costruirsela. Notizie tristi che ci inducono a preparare un post con alcune informazioni utili a tutti: quanto costa costruire una scuola in Nepal, Mozambico e Cambogia. Quando lavoravo in Nepal mi ero fatto fare un progetto,  da una società privata,  sul prototipo di una scuola primaria ( 5 classi, aula segreteria, bagni e serbatoi per l’acqua), e il costo totale ammontava (rivalutati) a euro 18.000.( Il progetto è a disposizione). Cosine che è utile sapere quando si guarda un bilancio di una ONLUS\ONG.

Il caro Max mi anticipa che, rispetto alla sua analisi (sempre limitata) fatta lo scorso anno si registrano alcune curiosità: Save The Children Italia ha ancora il bilancio fermo al 2007; Intervita pubblica un dei bilanci più sintetici mai visti (Conti Chiari, hanno il coraggio di scrivere nel sito); quello di CCS Italia è segretato e visibile solo ad utenti dotati di passwords (alla faccia del processo avviato a fine 2006 dal nuovo Consiglio Direttivo e orientato a perseguire la massima trasparenza, come scrivono nel sito). Altri bilanci, in fase d’analisi, sono invece molto descrittivi come quello di TDH e Amici dei Bambini. Almeno fra quelli visionati. La chiarezza formale è già un passo, visto il settore. La sostanza, mi anticipa Max, è spesso e purtroppo un’altra cosa

Registra, inoltre, il dato generale del calo dei finanziamenti, aumento dei costi di marketing, diminuzione dei fondi destinati ai beneficiari, a causa dell’aumento delle spese fisse (in rapporto al calo d’entrate) della struttura. Di gran moda i Bilanci Sociali, carichi di fotografie dei beneficiari e di maree di parole autoreferenzianti, nonché, a volte,  di immani polpettoni, per confondere i donatori; qua c’è lo zampino della schiera di Fund Raisers, professione cresciuta negli ultimi anni e affollata da espulsi dal mondo del lavoro. Scoppiata, anche la moda, delle certificazioni di qualità e degli auditors di bilancio. Un fenomeno già tristemente noto per il profit dove il controllore è pagato dal controllato con i risultati visti (Parmalat, Cirio, banche americane e via discorrendo). Anche qui è l’immagine, la forma e il marketing che impera.

Poi, come anticipazione, ci sono casi tristi come quello dei poveretti (specie i beneficiari e i sostenitori) di CCS Italia e della schiera di consulenti (web marketing, fund raising, comunicazione) che paga con i soldi, teoricamente, destinati ai bambini sostenuti. Lì hanno investito euro 85.569 per una brillante campagna di Direct Mailing (che fa il paio con il Tutti a Tavola dello scorso inverno) ricavandone euro 9.616 (scrivono nel loro bilancio segreto). Eppure avevano usato un testimonial d’eccezione, l’onnipresente (dai socialisti craxiani ai giorni nostri) e inossidabile Fernanda Contri, l’eterno e ben remunerato protettore del sistema genovese. Forse per questo, da quando è Presidente del CCS e testimonial dello stesso, l’organizzazione perde il 20% di sostenitori all’anno. Si dice che sarà la prima poltrona da cui fuggirà per sua volontà. Il resto nei prossimi post.


Africa in movimento

Settembre 9, 2009

poorTorno dall’Africa con un po’ d’ottimismo. Giro breve, niente di approfondito ma quando si va in un paese (o in un continente) si respira l’aria, si sente il sottofondo fatto di persone e cose. Poi si legge e si cerca d’informarsi. Alcuni paesi hanno ridotto (quasi dimezzandola) la percentuale di affetti da HIV (Malawi Tanzania). Nel dimenticato Gabon (perso nell’Africa occidentale) il presidente Omar Bongo (nome da favola) è rieletto e, malgrado qualche critica, senza violenze. In Kenya stanno lanciando telefonini a ricarica solare. Il Mozambico resiste, malgrado un sistema finanziario inefficiente, con tassi di crescita asiatici (+7%) e sta scoprendo (per venderlo) ingenti riserve di carbone che potranno assicurare redditi enormi per il paese.

Domanda ovvia, che si pongono anche in Ghana, quanto resterà per la gente comune e quando verrà incamerato dai potenti locali? I Ghanesi are also not excited because years of gold, diamond, cocoa, timber and other mineral exports has not brought any benefit to them rather they are still wallowing in chronic poverty with no access to water, healthcare, education, electricity with transport and other infrastructures crumbling. The question is will the people benefit from the oil if they could not benefit from gold and other minerals? Is there any guarantee that the people will benefit from the oil proceeds when it begins to flow in 2010? C’è da dire che in Angola, Gabon, Equatorial Guinea, Libia, Algeria, Sud Africa e anche in Mozambico (con alluminio) il drenaggio fatto dai governanti dei profitti ha, comunque, permesso che un minimo di ricchezza si diffondesse fra la gente comune, in forma ineguale e parziale ma questi sono fra i paesi con gli indici di sviluppo (e, dunque, di servizi) migliori dell’Africa.

La stessa domanda se la pone la donna nella fotografia, simile a migliaia di altre che compaiono sulle brochure delle varie agenzie e INGOs. Does she look like someone whose government has received billions of dollars in loans and grants from the World Bank or the IMF? Does she look like someone who has received financial or material help from US, Japan, Germany, Britain, France or Italy? Does she look like someone whose government receives billions of dollars in revenue from gold, oil, gas, coltan, diamond, timber, cocoa, cotton, tea, coffee, bauxite and uranium every year? Scrive Lord Aikins Adusei , critico giornalista africano.

Tutto vero ma sarà per la stagione buona e fresca ma la gente, almeno nelle città e nelle zone di costa (con più opportunità) sembra muoversi con speranza. Qualche amico africano segnala che, malgrado i drammi del continente tutt’ora aperti, il credit crunch che ha appassito le economie occidentali qui non si è sentito (anche per la povertà delle economie) a parte in Nigeria dove è scoppiato un bello scandalo bancario (con le solite implicazioni con i manovratori occidentali). Non sentendo la botta si sta proseguendo con lentezza, sussulti e rallentamenti verso un generale miglioramento delle economie e, dunque, delle condizioni primarie di vita. Gli Africani sono ormai 1 miliardo, in 2050, the African continent is expected to have 349 million youths, or 29 per cent of the world’s total, a notable rise from the nine per cent of the world’s youth in 1950. Forse, anche questo dato, tanti giovani in giro dà un immagine di speranza. Da qui un po’ di ottimismo malgrado anche in Africa, le piogge sono state scarse e i Masai del Kenia e della Tanzania sono dovuti andare a prendere qualche soldo per le famiglie (anche qui lasciate nei villaggi) negli hotels del Kenia o di Zanzibar a fare i guardiani. Ci sono i disastri non risolti, proprio dove è più attiva la cooperazione internazionale e i soldi (per i funzionari) scorrono a fiumi. 300.000 profughi somali che marciscono nei campi, il sud del Sudan dove migliaia di soldati delle Nazioni Unite, e altrettanti di funzionari di tutte le organizzazioni non riescono a fermare qualche banda di banditi che massacra donne e bambini. I jeepponi e gli alberghi costruiti in Mauritania per ospitare le bande di espatriati spediti lì a far carriera e soldi e per salvare qualche Tuareg che se la cava meglio da solo

Infatti è proprio questo il concetto, gli africani se la cavano meglio da soli, quando riescono a far funzionare il mercato e svicolare fra le mafie e i corrotti che li governano, spesso con l’appoggio della cooperazione internazionale. Esempio il capoccione Mugabe nello Zimbabwe che dopo aver fatto sparire USD 1 miliardo d’aiuti internazionali dalle casse statali e ridotto il paese in fallimento, riceve ulteriori USD 400 milioni dalla Banca Mondiale; il menzionato Omar Bongo che risulta possedere 70 conti bancari, 59 case di lusso e 18 macchine in Francia (che lo appoggia) o l’altro, Denis Sassou Nguesso del Congo che ha aperto 122 conti e possiede 24 ville in Francia e Svizzera. E via discorrendo.


Nepal: ex schiavi fregati

Aprile 2, 2009

dalitIl 17 luglio 2000, il parlamento libera dal lavoro obbligato (schiavitù), a volte di generazioni, oltre 100.000 Kamaiya (solo 40.000 ufficialmente riconosciuti). “Mio padre, e suo padre prima di lui lavoravamo la terra del padrone, gli dovevamo molti soldi (Rs. 20.000- euro 200). Ci pagava circa Rs. 100 (1 euro) al giorno, qualcosa meno per le donne e i bambini. Tutto andava per mangiare, dormire e ripagare il debito” mi raccontava Patu Tharu, uno dei  bonded agricultural worker.
Siamo a Tinkune, fra tende di plastica, in uno spiazzo non distante dall’Assemblea Costituente, in una delle zone più trafficate di Kathmandu. Qui vivevano 300 famiglie, ogni tanto altre arrivano e partiva una dimostrazione, le più intense e quotidiane nel 2007. Le famiglie sono state scacciate sulle rive del Bagmati, oggi secco e pieno solo di spazzatura, continuano a vivere in capanne coperte di teli di plastica. Qui con nulla, Patu Tharu, chiede solo un pezzo di carta che lo autorizzi a possedere un pò di terra, lavorarla e avere da mangiare e qualcosa per far studiare i suoi figli. Non è molto ma dal 2000, governi, donatori, ONG non sono riusciti a darglielo e con lui ad altre decine di migliaia di ex-schiavi che, forse, stavano meglio con il loro padrone.
Hanno speso milioni di dollari senza mantenere quanto promesso, cioè il minimo vitale: 5 kattha di terra (600 mq), un po’ di legna per costruire una casa e Rs. 10.000 (euro 100). Tanti training, qualche libro, file di reports come hanno spesso denunciato i capi e gli avvocati delle organizzazioni delle comunità: Many NGOs and INGOs have also spent huge amounts in the name of Kamaiyas but have nothing much to show, The ministry and NGOs has spent most of the allocated money in the name of skill development training.
Pashupati Chaudhary è il presidente della Freed Kamaiyas Society e più volte ha dichiarato: Though Human right organizations and several NOGs and INGOs have been coming up with the support for Kamaiys, they are not satisfied to some NGOs misusing the issue of Kamaiyas and funding.
Meno di un terzo ha avuto qualche pezzo di terra, in molti casi lande desolate su cui era impossibile raccogliere qualcosa.
La loro storia era già cominciata male: le schiere di NGOs e donatori, che si erano gloriati per la loro liberazione (un evento naturale e già previsto con l’avvento della democrazia nel 1990), avevano diviso i Kamaiya in due liste in un caotico processo di riabilitazione. La maggior parte sono Tharu che abitano nei distretti sud-occidentali di Dang, Banke, Bardiya, Kailali, e Kanchanpur, Bardya ma cisono anche Dalit e migranti delle colline.
Da allora sembra, perché non vi sono (come per altri settori) statistiche attendibili, che 20,000 siano in attesa di ricevere qualche aiuto perché inseriti nelle liste, 10.000 sono in giro per il Nepal disperati (molti sono tornati con la coda fra le gambe dal vecchio padrone), 5000 hanno ricevuto terra insufficiente per sopravvivere, 4000 sono i fortunati che hanno un pezzo di terra e il prezioso certificato di proprietà. Altre migliaia di disperati sono forse migrati in India o raminghi per il Nepal.
Il Nuovo Nepal, è sempre diretto, fra le alte caste,  dai grandi proprietari  Yadav, da sempre, e ancor oggi, trasversalmente le elites dei partiti Madhesi, maoisti e del Congresso eletti nel Terai, continuano a promettere soluzioni e tenersi ben stretto il potere.
Migliaia di bambini continuano a lavorare come prima del 2000 in famiglie private come servi, in hotels, ristoranti, piccole fabbriche senza accesso all’educazione. L’ILO ha fondi (USD 600.000 nel 2008) per intervenire tramite il International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) ma i risultati sono minimi a parte la celebrazione, in pompa magna, il 17 luglio, del Kamaiya Liberation Day.
Stessa storia per le bambine (kamalari), vendute\affittate durante il festival invernale del Maaghi, con un contratto di leasing d’importo variabile fra Rs. 4.000-6.000 (euro 40-60). Il contratto è per un anno e le bambine vanno a lavorare nelle case dei ricchi, nei tea-shops, nei ristoranti, nelle fabbriche di tappeti e pashmine, qualcuna sparisce nei bordelli dell’India.
I parenti spiantati mantengono il contatto con la bambina solo tramite il middleman e, normalmente, continuano ad affittarla per sopravvivere. Le storie sono sempre uguali, per la dote, per comprare attrezzi o sementi, per far studiare un figlio, per un monsone stanco si chiede un prestito di poche centinaia di euro. Se non si è in grado di restituirlo si affittano i figli o si vende la terra e la casa, il che è la fine. Un contadino salariato guadagna Rs. 150 (euro 1,5) al giorno che non gli consente di vivere.
Poi, appuntamento il 17 luglio, tutti con il vestito della festa, per andare ai parties dell’ ILO (International Labour Office) per celebrare la loro liberazione e, tanto che ci sono, a uno dei numerosi workshops sui diritti umani.
In Italia raccoglie soldi e dichiara di lavorare a favore dei Kamaiya l’ONLUS Action Aid.