Salviamo l’Africa?

Novembre 2, 2009

africaMentre in Italia si parla poco di ONG\ONLUS, cooperazione internazionale, bilanci, progetti, spese,   in Inghilterra non si scherza. Ci informano da Londra di un articolo del Daily Mail. “The Government department in charge of eradicating global poverty spent almost £ 6million of taxpayers’ money on first-class and business-class travel in just one year.”  Cioè 6 milioni di sterline volate vie per i viaggi dei funzionari. Lassù giustamente le associazioni dei consumatori guardano. Si ritorna a parlare del DFID (Department for International Development), l’ente governativo incaricato della cooperazione internazionale che in GB (come del resto gli analoghi altrove) dispensa soldi a destra e sinistra (con priorità ai suoi dipendenti) senza curarsi di come siano spesi.

Tanti soldi in ballo per salvare l’Africa, i poveri del mondo, per eliminare fame, malattie, morte, tutto il male.  Il “big push forward in Africa to end poverty” disse Tony Blair a Davos nel 2005; intenti ribaditi nei G8  a Glebeagles e in Germania a Heiligendamm (2007) e, infine, in Giappone in cui si riaffermò tutto quanto: We are firmly committed to working to fulfill our commitments on ODA made at Gleneagles, and reaffirmed at Heiligendamm, including increasing… ODA to Africa by US$ 25 billion a year by 2010.».  Poi si voleva oltre che eliminare la povertà, making efforts to address civil war and «failed states.

Slogans fatti propri dal gruppo di rockstars capitanate da Geldof  «Make Poverty History»,  addiritturta il patinato Vanity Fair s’è messo in testa di salvare l’ Africa (2007), Madonna và in Malawi,  Bono,  Bill Gates, la Regina di Giordania Rania , tutti vogliono ridurre la povertà in Africa entro il 2015. Gran battage  pubblicitario che ha portato soldi a tutto il sistema dell’industria dell’assistenza (ufficiale, come gli amici del DFID o del World Food Programme e non governativo ONGs, come CCS Italia, Intersos, etc.).

Quando riceviamo dal Mozambico le testimonianze di operatori e beneficiari che ci scrivono:“Sono stato a Beira per mie cose, nel frattempo ho incontrato alcuni lavoratori del ccs, abbiamo parlato delle attivita svolte , non ti dico una vergogna, non hanno combinato niente, piu o meno come a Vilanculo, hanno costruito due case per professori, senza le latrine, per cui l’educazione le ha rifiutate”. Qui a Vilankulos ho incontrato quattro direttori di scuola , loro mi hanno detto che, a parte il kit escolare non hanno ricevuto. sul sito del CCS Italia ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240. Non resta che dire che non sempre un maggior flusso di soldi porta qualcosa ai beneficiari.

 Tesi, in grande,  sostenuta da tempo da molti, fra i più noti l’economista indiano Banerjee «my sense is that {the dramatic reduction in world poverty between 1981 and 2001} was driven largely by events in India and China, where donors had very little impact.» , l’economista zambiana Dambisa Moyo una delle ragioni dell’arretratezza dell’Africa it’s largely aid. You get the corruption—historically, leaders have stolen the money without penalty—and you get the dependency, which kills entrepreneurship. You also disenfranchise African citizens, because the government is beholden to foreign donors and not accountable to its people.

Infine l’amato William Easterly, che ha scritto un lavorone CAN THE WEST SAVE AFRICA?,  in cui si dimostra che, malgrado l’enorme gettito di soldi, incomparabile con altre parti svantaggiate del mondo (gli aiuti sono passati dal 2000 da USD 18 milioni a 38 milioni nel 2006 per un totale di oltre 714 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni),  il divario fra Africa e altre regioni in via di sviluppo si è allargato. Il livello economico complessivo di molti paesi africani nel 2006 e sceso drammaticamente rispetto al 1973, (quando si raggiunse il massimo livello di crescita economica)

Anche i dati sbandierati dai nuovi benefattori come i Gates, sembrano un po’ approssimativi come tutta la politica di cooperazione internazionale. In Ruanda, purtroppo, la malaria non è diminuita del 45% come pubblicizza la Fondazione dei  Gates ma le morti sono aumentate dal 2001 al 2006, scrive un Rapporto del WHO (2008) e in altri paesi citati dalla stessa Fondazione risulterebbe che the effects of malaria control in Zambia were “less clear,” e in  Etiopia, “the expected effects of malaria control are not yet visible.” Lo stesso Rapporto ci  ricorda (come già segnalato in altri posts)  che, date le condizioni ambientali, i metodi di analisi utilizzati e la mancanza di dati sul campo è molto difficile indicare numeri precisi.

Continuando a leggere lo studio di Easterly si scopre che, malgrado i molti problemi del continente africano, molti fundraiser  descrivono una realtà peggiore, piena di stereotipi utili a raccoglier fondi. Gli indicatori relativi a corruzione, governance, guerre non sono molto dissimili da altre regioni povere del mondo.  Non si resiste, sotto natale, a «habitual inflation of estimates of expected deaths” racconta un veterano del settore (Alex de Waal).

Fra i cardini del marketing dell’industria dell’assistenza ci sono i fantasmagorici  MDGs (Millennium Development Goals), i cui obiettivi fissati nel 2000 sono, più o meno,  gli stessi  stabiliti dal colonialista Committee of the African Research Survey nel 1938, in entrambi casi obiettivi irreali e  ben lontani da essere raggiunti. Obiettivi talmente generici che sembrano fatti apposta per fare solo un po’ di spettacolo.

Nota, invece Easterly, che cose più concrete e sostenibili nel tempo quali:  qualità dell’educazione (problema da 20 anni scritto in tutti i rapporti senza risultati), controlli sull’utilizzo degli aiuti (studi in Guinea, Cameroon, Uganda, and Tanzania stimano che fra il 30 e 70 % dei medicinali forniti dal governo, tramite aiuti internazionali, finiscano nel mercato nero); nel 2004 un’inchiesta del governo ugandese dimostrò che solo il 13% dei fondi pubblici (in gran parte provenienti da donatori internazionali) raggiungevano le scuole locali a cui erano destinati (fenomeno verificato anche in Nepal e in altri paesi).  Bastò la pubblicazione sui giornali locali delle somme destinate e mai pervenute per mobilitare genitori ed insegnanti perché bastonessero i burocrati locali. Lo stesso stavamo facendo noi in Nepal con i “community auditing”  in cui i dirigenti scolastici dovevano elencare alle comunità donazioni ricevute e spese. In molti casi per far funzionare le cose basta solo un po’ di voglia di lavorare e di fantasia.

Per rimanere nella sanità, segnala giustamente Easterly, che il gran battage sull’AIDS (sicuramente più impressionante per l’opinione pubblica occidentale e donatrice rispetto a TBC, diarrea, difterite) ha distolto risorse «levels of attention and effort directed at preventing the small proportion of child deaths due to AIDS with a new, complex, and expensive intervention.». Mentre l’AIDS causa il 3.7 % della mortalità infantile, per combatterlo viene utilizzato il 25 % degli aiuti sanitari internazionali. Per questo la prestigiosa rivista medica Lancet scrisse che 5.5 million child deaths could have been prevented in 2003.

Mentre si parla e straparla di crisi alimentare sono drammaticamente calati i progetti di sviluppo agricolo (troppo lavoro, risultati nel lungo periodo e poco attrattivi per i donatori), tant’è che la produzione pro-capita di cibo in Africa è calata sotto i livelli degli anni ’70. In molti Rapporti delle Nazioni Unite si legge: “The failure of past initiatives in agriculture led to a reduced confidence among donors in agriculture in the 1980s …and many donors have since turned to other sectors.» FAO (2006) : «Ten years later, we are confronted with the sad reality that virtually no progress has been made towards that objective.»

Gli scritti di Easterly rappresentano l’inefficacia complessiva del  “sistema” dell’industria dell’assistenza, con qualche rara eccezione, da lui stesso segnalata. Sarebbe una sana lettura per i tanti fancazzisti che ciondolano fra Nazioni Unite e INGOs, come lo sarebbe il lavoro di Robert Chambers, Poverty Unperceived che, fra l’altro, riporta alcune pratiche già segnalate in altri posts che si possono riassumere con il tremine fancazzismo, sopra citato.

Cioè, scrive in forma più sfumata Chambers,  i funzionari delle Nazioni Unite e INGOs, vivono, bivaccano nelle capitali dei paesi in cui operano, si autoreferenziano con convegni e workshops in grandi alberghi, non vanno sul campo (nei villaggi e nelle comunità), percepiscono i bisogni dei beneficiari attraverso le elites dei paesi poveri a cui hanno delegato il lavoro.

Semplifichiamo:  gran parte dei problemi di efficacia della cooperazione internazionale, evidenziati dal lavorone di Easterly,  non hanno forse causa nel fancazzismo di chi ci lavora e pensa solo al proprio mantenimento?


Qua se magna: ong, onlus e bilanci

Settembre 20, 2009

magna-mozambicoQualche anticipazione, in questo post, che approfondiremo in altri. Tanto in Nepal c’è il Dashain (la festa più importante) e tutto si ferma. I maoisti riempiono i mercati insieme ai sostenitori del governo e fermano manifestazioni, scioperi, pietronate ai membri dell’UML e del Congresso (i partiti maggiori che reggono il paese). Il monsone sta finendo (un po’ scarso e arrivato in ritardo) preannunciando una stagione calda e secca, con problemi seri per l’agricoltura. Che sia il surriscaldamento del pianeta? Può darsi ma, per ora risposte certe non ce ne sono. In compenso, il business della cooperazione internazionale si sta già muovendo, come è costume con gran workshops, convegni, reports, in Nepal (come ovunque, (Bangkok, Copenaghen, Bonn, Barcellona, e via per il mondo). Il famelico circo dei burocrati delle Nazioni Unite e delle INGOs ha fiutato il business e un altro settore per mantenersi, quello del climate change. Iniziano a produrre reports, analisi inventate, progetti cartacei per succhiare soldi ai donatori (cioè a noi che paghiamo le tasse e a qualche ingenuo che ci crede e molla qualche soldo). Il Nepal, con i suoi immensi ghiacciai,  che da decenni si stanno restringendo come una maglietta lavata alla temperatura sbagliata, è uno dei palcoscenici centrali per la grande recita. Qualcuno già allarga le tasche come gli inutili della piramide sull’Everest e qualche NGO italiana che s’è attaccata al carro.

Non per niente è sceso in campo il Gran Visir degli scrocconi, l’ex segretario delle Nazioni Unite (super contestato al tempo: gran giro di mazzette per Oil For Food, alla faccia degli iracheni, in cui rimase invischiato anche il figlio Kojo, nome che è tutto un programma). Il furbacchione, come tutti i politicanti bolliti grandi e piccoli (Prodi, Craxi e i meno noti Stefano Zara, Fernanda Contri) s’è infilato in qualche organizzazione umanitaria. Kofi, da buon astuto commerciante, ha fiutato il filone e ha sfornato un bel rapporto (dal titolo immaginifico e con un po’ di morti per condirlo, lui dice 300.000 all’anno per i cambiamenti climatici), per raggranellare qualche spicciolo (e scampoli di visibilità) per il suo fantomatico Global Humanitarian Forum: The report (The Anatomy of a Silent Crisis’) launched by Kofi Annan, President of the Global Humanitarian Forum, in London .

Queste notizie e le prime informazioni che giungono dall’amico Max da Londra su una sua sommaria analisi di alcuni bilanci (appena depositati) da ONLUS\ONG nostrane, spiegano il titolo del post. Ho preso spunto concreto da una NewsLetter (che dovrebbe raccontare le attività dell’Associazione) di CCS Italia Onlus. “Enrico and Andrea si sono “magnati ‘na pasta” con alcuni rappresentanti paese delle principali ONG italiane presenti in Mozambico (CESVI, ISCOS, CIES, Share…) per sentire le loro esperienze nel Paese”. Niente di male, per amordiddio in realtà, ma dà un po’ il senso del sistema. L’originale è a disposizione e mi è stato inviato da un collaboratore pentito (che comunque s’è beccato una lauta liquidazione, tanto sono soldi dei bambini).

Contemporaneamente mi scrive un altro ex collaboratore del CCS dal Mozambico: del ccs le notizie non sono buone, non fanno quasi niente, aiuto ai bambini quasi zero, i soldi se li mangiano in stipendi, affitti di casa e ufficio, automobili diesel, manutenzione. Vuoi sapere l’ultima, un dipendente mozambicano se comprato un land cruiser pajero costo 40000-50000 dollari, benzina, 6 cilindri .Antenna parabolica in casa, e una piccola famiglia da mantenere 10 persone. E aggiunge, parlando della costruzione delle scuole: quando lavoravo io le scuole che costruivamo costavano un terzo rispetto a quelle fatte da loro; i loro costi sono uguali a quelli di un’impresa, ma loro non pagano iva contributi per i lavoratori tasse ecc. Come potresti giustificare i land cruiser costruzione di case e altro?

Dalla Cambogia aggiungono: come è possibile che chiedano ai sostenitori euro 7.000 per costruire 1 (una) classe (vedi loro sito) di 20\30 mq con un costo di euro 280 al mq. (in campagna dove i costi sono più bassi) quando un cambogiano ha un reddito procapite di euro 600 all’anno. Per una famiglia e una casa di 60 mq servirebbe il reddito totale annuo di 30 anni per costruirsela. Notizie tristi che ci inducono a preparare un post con alcune informazioni utili a tutti: quanto costa costruire una scuola in Nepal, Mozambico e Cambogia. Quando lavoravo in Nepal mi ero fatto fare un progetto,  da una società privata,  sul prototipo di una scuola primaria ( 5 classi, aula segreteria, bagni e serbatoi per l’acqua), e il costo totale ammontava (rivalutati) a euro 18.000.( Il progetto è a disposizione). Cosine che è utile sapere quando si guarda un bilancio di una ONLUS\ONG.

Il caro Max mi anticipa che, rispetto alla sua analisi (sempre limitata) fatta lo scorso anno si registrano alcune curiosità: Save The Children Italia ha ancora il bilancio fermo al 2007; Intervita pubblica un dei bilanci più sintetici mai visti (Conti Chiari, hanno il coraggio di scrivere nel sito); quello di CCS Italia è segretato e visibile solo ad utenti dotati di passwords (alla faccia del processo avviato a fine 2006 dal nuovo Consiglio Direttivo e orientato a perseguire la massima trasparenza, come scrivono nel sito). Altri bilanci, in fase d’analisi, sono invece molto descrittivi come quello di TDH e Amici dei Bambini. Almeno fra quelli visionati. La chiarezza formale è già un passo, visto il settore. La sostanza, mi anticipa Max, è spesso e purtroppo un’altra cosa

Registra, inoltre, il dato generale del calo dei finanziamenti, aumento dei costi di marketing, diminuzione dei fondi destinati ai beneficiari, a causa dell’aumento delle spese fisse (in rapporto al calo d’entrate) della struttura. Di gran moda i Bilanci Sociali, carichi di fotografie dei beneficiari e di maree di parole autoreferenzianti, nonché, a volte,  di immani polpettoni, per confondere i donatori; qua c’è lo zampino della schiera di Fund Raisers, professione cresciuta negli ultimi anni e affollata da espulsi dal mondo del lavoro. Scoppiata, anche la moda, delle certificazioni di qualità e degli auditors di bilancio. Un fenomeno già tristemente noto per il profit dove il controllore è pagato dal controllato con i risultati visti (Parmalat, Cirio, banche americane e via discorrendo). Anche qui è l’immagine, la forma e il marketing che impera.

Poi, come anticipazione, ci sono casi tristi come quello dei poveretti (specie i beneficiari e i sostenitori) di CCS Italia e della schiera di consulenti (web marketing, fund raising, comunicazione) che paga con i soldi, teoricamente, destinati ai bambini sostenuti. Lì hanno investito euro 85.569 per una brillante campagna di Direct Mailing (che fa il paio con il Tutti a Tavola dello scorso inverno) ricavandone euro 9.616 (scrivono nel loro bilancio segreto). Eppure avevano usato un testimonial d’eccezione, l’onnipresente (dai socialisti craxiani ai giorni nostri) e inossidabile Fernanda Contri, l’eterno e ben remunerato protettore del sistema genovese. Forse per questo, da quando è Presidente del CCS e testimonial dello stesso, l’organizzazione perde il 20% di sostenitori all’anno. Si dice che sarà la prima poltrona da cui fuggirà per sua volontà. Il resto nei prossimi post.


Qualche dato dal Nepal

Agosto 17, 2009

undp Fra le poche cose che il magma dei burocrati (e sottoburocrati locali) delle Nazioni Unite è bravo a produrre sono i Reports, annuali, semestrali, di settore, per ogni ente inutile che forma il sistema, normalmente diretti a richiedere più fondi ai governi e ai privati.

Patinati, pieni di foto dei beneficiari (visti solo in queste fotografie) hanno però il pregio di concentrare dati e avvenimenti che permettono di leggere la situazione del paese. I dati sono da prendere con le pinze perché le attività sul campo sono nulle e perciò i dati creati in laboratorio (manipolando ed elaborando le statistiche ufficiali, anch’esse fatte con il mestolo) ma, pur sempre, utili per avere l’idea generale di cosa sta accadendo. Questa moda per intortare i donatori è stata ben presto seguita dallo stuolo implorante delle INGOs

Facevano ridere i reports (e relativi indicatori) scritti durante gli anni del conflitto (1996-2006) quando le agenzie delle NU e gran parte delle INGOs erano state allontanate dall’80% del Nepal, dagli allora incazzati maoisti.

  Oggi è stato presentato in pompa magna l’annuale rapporto su Human Development redatto da UNDP ). Cosa strana e abituale, con tutte le sale di riunioni che hanno, ville e villette devono sempre fare la presentazione (e pagare salatamente) al Soaltee Oberoi (hotel a 5 stelle). Elementi salienti quelli già segnalati in questo blog (e generalmente noti in tutto il Nepal): rimesse degli emigranti e legami con l’India hanno migliorato l’indice generale The Human Development Index (HDI) has increased from 0.471 in 2006 to 0.509 in 2009, il Nepal resta, comunque, il più sfigato dei paesi asiatici. The ‘absence of war’ will alone neither assure a lasting peace nor deliver prosperity. L’attuale fase economica, la crisi sociale, l’inefficacia dell’industria dello sviluppo e il malgoverno hanno aumentato il gap between the advantaged and the disadvantaged regions and caste or ethnic groups is widening or remains the same. Permangono aperte tutte le questioni principali della gestione post-conflitto (malgrado gli enormi esborsi dei vari UNMIN , OHCR e altri enti delle Nazioni Unite, Ineffective government, internally displaced people and frustrated combatants are some of the outcomes of the conflict and these have to yet to be tackled, Comunque, malgrado tutto può avere qualche utilità, eccolo qui.(undpreport09)


Dai villaggi del Nepal, i disastri delle ONLUS italiane

Aprile 24, 2009

donna-e-bambinoStagione brutta per i raccolti in Nepal, il monsone è stato debole e il mais e il riso sono scarsi. Si stima un calo della produzione agricola intorno al 20-30% cioè due-tre mesi in meno d’autonomia alimentare per le famiglie. Situazione più grave nei distretti collinari centro-occidentali dove è abituale il deficit alimentare. Le solite ragioni: l’agricoltura dipende dalle piogge monsoniche niente è stato fatto malgrado ingenti investimenti internazionale da decenni per migliorare il sistema idrico (conservazione, pozzi, tanks, etc.) e l’ irrigazione dei campi. Il Nepal è uno dei paesi con le maggiori risorse idriche mondiali ma queste non vengono gestite. Un recente studio di un gruppo di economisti nepalesi (Is foreign aid working?) riporta che nel periodo 1990-2005 oltre il 50% degli aiuti internazionali sono stati destinati a sviluppare il settore energetico, l’agricoltura e il water management (7 miliardi di dollari). A Kathmandu si usano le vecchie fontane, la luce manca per 12 ore al giorno, nei villaggi non si riesce a fare raccolti sufficienti per sopravvivere e la gente deve camminare per chilometri per raccogliere l’acqua per bere e fare da mangiare.
Questa è anche la situazione dei villaggi del Timal (Kavre) dove iniziammo a lavorare nel 2003, anche lì è tutto secco e i raccolti sono stati scarsi. Fa caldo, e, forse per questo la gente sembra più incazzata.
Se non altro, prima del 2007, qualche progetto funzionava per assicurare educazione, salute, integrazioni alimentari a bambini e famiglie. L’unico che và avanti un po’ incasinato è quello per portare l’elettricità alle 60.000 persone che vivono in quest’area, solo grazie alle comunità .
Incontro insegnanti, gente dei villaggi con cui abbiamo lavorato e condiviso esperienze per anni e mi parlano con rabbia e amarezza della progressiva chiusura di tutte le attività iniziate allora: niente più distribuzione due volte all’anno di materiale didattico a 6000 bambini; licenziamneto per decine d’insegnanti; fine del progetto sanitario, delle visite mediche e delle analisi fatte a oltre 4000 bambini e 300 famiglie, dell’idea di creare un sistema assicurativo per garantire ricovero ospedaliero gratis, niente più integrazioni alimentari per 850 bambini degli asili, , fine delle classi di sostegno per i ragazzi sponsorizzati da sostenitori italiani iscritti nelle scuole secondarie, fine del supporto all’unica scuola superiore costruita nella regione (10+2) scuole costruite e non finite (come quella di Chapakori, ne avevamo già parlato) e via discorrendo.
Adesso mi raccontano, l’Ospedale di Dhulikel si è stufato di lavorare con questi cialtroni di mandare gruppi di medici a visitare i bambini dei villaggi quindi l’intervento sanitario per i bambini si è ridotto a : “arriva un dentista di una clinica privata di Kathmandu, ci guarda i denti, dice dobbiamo fare questo e quest’altro e poi arco barsa betulla (ci vediamo l’anno prossimo). La gente ride quando li vede arrivare e pensano a quanto questi spendono per non fare niente.
Breve descrizione della situazione in risposta ai numerosi sostenitori di bambini nepalesi che sperano di far qualcosa per i bambini di Kavre (Timal) tramite l’ ONLUS italiana CCS Italia (Centro Cooperazione Sviluppo) nelle scuole di Naryansthan Thulo Parsel Bolde Pediche, Chapakori, Sarsyurkarka. Le sigle sono NCS, NKS, NN (tutte), NSB NSH, NT (tutte), NBD, etc.
Misfatti scritti da tempo dagli operatori locali, alcuni dei quali licenziati per questo, e dallo stesso Social Welfare Council (l’ente governativo, oggi finalmente ristrutturato incaricato di vigilare e controllare le presunte attività delle INGO). Nei giorni scorsi Evaluation Team del Social Welfare Council ha fatto il giro dei villaggi riscontrando e ufficializzando in un rapporto questo disastro e ripetendo cose già scritte l’anno scorso. Gli scrocconi in Italia se ne fregano basta raccogliere soldi.
Eppure i soldi arrivano, come anni orsono, ma si fermano a Kathmandu e in Italia.
Su 100 euro che uno sponsor italiano versa 45 sono usati dalla sede italiana per stipendi, viaggi, meetings, consulenti per la qualità (avanti e indietro per i paesi) per il webmarketing, per la comunicazione, per i progetti, per incontri di team building per decine di persone a Rapallo.
Dei 55 euro che arrivano in Nepal più della metà sono mangiati da una banda di 25 persone locali pagate mediamente (1000 euro+benefits) e da un inutile espatriato o missionario laico (euro 2500 netti+benefits). Questi fanno gran cooperazione a favore degli hotels a 5 stelle con meeting e workshop (basta guardare il sito e le attività contenute nell’AIN, l’associazione delle INGO nepalesi). Dati tratti dal Bilancio 2007 di CCS Italia ONLUS).
Per i bambini dei villaggi ne restano meno di 25 e neanche questi arrivano e non si sa dove vadano a finire.

Poiché parte degli attuali amministratori del CCS fanno parte del sistema politico-affaristico (dal PSI in poi) che ha saccheggiato da decenni l’Italia alla faccia dei cittadini non sorprende che lo stesso avvenga per i beneficiari nepalesi. Applicano gli stessi metodi.
Qua, però, spero che la gente s’incazzi e fortutamente, ciò sta avvenendo.
Un preside mi racconta che la Country Director nepalese tale e furba Chanda Raj (euro 1500 mensili+benefits, (mentre il maoista Prachanda primo ministro ne guadagna 750) si vede 1 volta all’anno, troppa polvere e fatica. E, aggiunge bisognerebbe mandare la sua foto ai sostenitori italiani visto che i soldi destinati ai nostri bambini se li prende lei.
Poi con una faccia di merda, questi delinquenti si presentano nei villaggi e propongono un accordo con le scuole che prevede un versamento annuo (medio) di Rs. 80.000 (euro 800) per assicurare educazione, libri, insegnati magari a 200 bambini sostenuti. Cioè euro 4 per ogni bambino su 252 versati all’anno da un sostenitore italiano.
Questa proposta è fatta dai funzionari nepalesi di CCS Italia che guadagnano, per gozzovigliare a Kathmandu, euro 1000 al mese. (in un paese in cui il reddito procapite è euro 600 all’anno)
Con questi soldi dati alle scuole, mi dice un insegnante questi pagano una persona per fare le lettere e le foto dei bambini sostenuti da spedire in Italia, per raccogliere soldi per stipendi e prebende ai funzionari nepalesi e italiani di CCS Italia.
La gente dei villaggi è presa in giro da un gruppo di delinquenti e incapaci. Mi chiedono cosa possono fare, perchè tutto quello che si faceva prima per bambini e famiglie è stato distrutto.
Non ho parole. Se non contribuire a far conoscere questi misfatti ai sostenitori italiani che già mi hanno scritto esprimendo dubbi sulla capacità e serietà di CCS Italia (del resto basta leggere la pochezza delle attività nel loro giornalino).
Non è facile trovarle, ma sicuramente, ci sono associazioni migliori dove donare ed esprimere solidarietà.


Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

Aprile 8, 2009

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.


Nepal: ex schiavi fregati

Aprile 2, 2009

dalitIl 17 luglio 2000, il parlamento libera dal lavoro obbligato (schiavitù), a volte di generazioni, oltre 100.000 Kamaiya (solo 40.000 ufficialmente riconosciuti). “Mio padre, e suo padre prima di lui lavoravamo la terra del padrone, gli dovevamo molti soldi (Rs. 20.000- euro 200). Ci pagava circa Rs. 100 (1 euro) al giorno, qualcosa meno per le donne e i bambini. Tutto andava per mangiare, dormire e ripagare il debito” mi raccontava Patu Tharu, uno dei  bonded agricultural worker.
Siamo a Tinkune, fra tende di plastica, in uno spiazzo non distante dall’Assemblea Costituente, in una delle zone più trafficate di Kathmandu. Qui vivevano 300 famiglie, ogni tanto altre arrivano e partiva una dimostrazione, le più intense e quotidiane nel 2007. Le famiglie sono state scacciate sulle rive del Bagmati, oggi secco e pieno solo di spazzatura, continuano a vivere in capanne coperte di teli di plastica. Qui con nulla, Patu Tharu, chiede solo un pezzo di carta che lo autorizzi a possedere un pò di terra, lavorarla e avere da mangiare e qualcosa per far studiare i suoi figli. Non è molto ma dal 2000, governi, donatori, ONG non sono riusciti a darglielo e con lui ad altre decine di migliaia di ex-schiavi che, forse, stavano meglio con il loro padrone.
Hanno speso milioni di dollari senza mantenere quanto promesso, cioè il minimo vitale: 5 kattha di terra (600 mq), un po’ di legna per costruire una casa e Rs. 10.000 (euro 100). Tanti training, qualche libro, file di reports come hanno spesso denunciato i capi e gli avvocati delle organizzazioni delle comunità: Many NGOs and INGOs have also spent huge amounts in the name of Kamaiyas but have nothing much to show, The ministry and NGOs has spent most of the allocated money in the name of skill development training.
Pashupati Chaudhary è il presidente della Freed Kamaiyas Society e più volte ha dichiarato: Though Human right organizations and several NOGs and INGOs have been coming up with the support for Kamaiys, they are not satisfied to some NGOs misusing the issue of Kamaiyas and funding.
Meno di un terzo ha avuto qualche pezzo di terra, in molti casi lande desolate su cui era impossibile raccogliere qualcosa.
La loro storia era già cominciata male: le schiere di NGOs e donatori, che si erano gloriati per la loro liberazione (un evento naturale e già previsto con l’avvento della democrazia nel 1990), avevano diviso i Kamaiya in due liste in un caotico processo di riabilitazione. La maggior parte sono Tharu che abitano nei distretti sud-occidentali di Dang, Banke, Bardiya, Kailali, e Kanchanpur, Bardya ma cisono anche Dalit e migranti delle colline.
Da allora sembra, perché non vi sono (come per altri settori) statistiche attendibili, che 20,000 siano in attesa di ricevere qualche aiuto perché inseriti nelle liste, 10.000 sono in giro per il Nepal disperati (molti sono tornati con la coda fra le gambe dal vecchio padrone), 5000 hanno ricevuto terra insufficiente per sopravvivere, 4000 sono i fortunati che hanno un pezzo di terra e il prezioso certificato di proprietà. Altre migliaia di disperati sono forse migrati in India o raminghi per il Nepal.
Il Nuovo Nepal, è sempre diretto, fra le alte caste,  dai grandi proprietari  Yadav, da sempre, e ancor oggi, trasversalmente le elites dei partiti Madhesi, maoisti e del Congresso eletti nel Terai, continuano a promettere soluzioni e tenersi ben stretto il potere.
Migliaia di bambini continuano a lavorare come prima del 2000 in famiglie private come servi, in hotels, ristoranti, piccole fabbriche senza accesso all’educazione. L’ILO ha fondi (USD 600.000 nel 2008) per intervenire tramite il International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) ma i risultati sono minimi a parte la celebrazione, in pompa magna, il 17 luglio, del Kamaiya Liberation Day.
Stessa storia per le bambine (kamalari), vendute\affittate durante il festival invernale del Maaghi, con un contratto di leasing d’importo variabile fra Rs. 4.000-6.000 (euro 40-60). Il contratto è per un anno e le bambine vanno a lavorare nelle case dei ricchi, nei tea-shops, nei ristoranti, nelle fabbriche di tappeti e pashmine, qualcuna sparisce nei bordelli dell’India.
I parenti spiantati mantengono il contatto con la bambina solo tramite il middleman e, normalmente, continuano ad affittarla per sopravvivere. Le storie sono sempre uguali, per la dote, per comprare attrezzi o sementi, per far studiare un figlio, per un monsone stanco si chiede un prestito di poche centinaia di euro. Se non si è in grado di restituirlo si affittano i figli o si vende la terra e la casa, il che è la fine. Un contadino salariato guadagna Rs. 150 (euro 1,5) al giorno che non gli consente di vivere.
Poi, appuntamento il 17 luglio, tutti con il vestito della festa, per andare ai parties dell’ ILO (International Labour Office) per celebrare la loro liberazione e, tanto che ci sono, a uno dei numerosi workshops sui diritti umani.
In Italia raccoglie soldi e dichiara di lavorare a favore dei Kamaiya l’ONLUS Action Aid.


L’Out-Let della cooperazione internazionale: i Millenium Development Goals (MDGs)

Novembre 26, 2008

mdgNon è mica del tutto vero che la maggioranza dei funzionari delle Nazioni Unite (UN) sono raccomandati con stipendi d’oro e fancazzisti, che il rapporto fra soldi investiti (le nostre tasse) e risultati è desolante (anche perché una minima parte, stimata nel 5%, raggiunge i beneficiari), tranne qualche intervento nelle emergenze. Anche nelle UN ci sono dei geni, almeno nel marketing.
Pochi sanno, e quelli che lo sanno se ne fregano, che le UN (in concorrenza con i Santi della chiesa) hanno creato una riga di International Day, ben 91 all’anno (uno ogni quattro giorni): the World Water Day on March 22, World Environment Day on June 5, Condom Day on 18 October, World AIDS Day on December 1 and International Human Rights Day on December 10 are marked to raise awareness of the respective issues. International Women’s Day on March 8, November 25 is marked as International Day for Elimination of Violence against Women, May 3 is celebrated as the World Press Freedom Day and May 17 as the World Information Society Day and November 21 as World Television Day, UN Peacekeepers Day (May 29) and UN Public Service Day (June 23), International Mother Language Day on February 21 and International Day for the Elimination of Racial Discrimination on March 21, the Week of Solidarity with the People Struggling against Racism and Racial Discrimination from March 21 to 28, Week for Solidarity with the People of Non-Self Governing Territories (May 25-June 1), World Maritime Week (last week of September), World Space Week (October 4-10), Disarmament Week (October 24-30) and the Week for Solidarity with People Struggling against Racism and Racial. La loro utilità è nulla se non una buona occasione per una mangiata e un bel discorso. tutti al lavoro
Ma il vero genio (o i geni) è quello che ha inventato i MDGs (Millennium Development Goals), una serie di obiettivi (spalmati in 448 interventi) per ridurre povertà, malattie, infelicità, bruttezza, morte e guerra. Chi è fuori dal coro (cioe chi non sta ruminando nella greppia delle UN e affini) li ha i giudicati confusi, privi di riscontri, irrealizzabili, frammentati. Per vedere la pubblicità: www.un.org/millenniumgoals . Some goals cannot be met, others cannot even be measured. Poor countries collect no reliable numbers on deaths from malaria or from childbirth-although the goals are helping to stir a welcome interest in generating better figures. And sometimes what is measured (number of children enrolled in school) is not what counts (the number who learn anything). Scriveva l’Economist nel 2007 
Ma l’operazione non aveva lo scopo di portare qualche beneficio ai più poveri del pianeta (come del resto la maggioranza delle attività delle UN) ma di creare le condizioni per giustificare nuovi flussi di finanziamenti per mantenere la struttura e le mafie collegate.
Un’operazione di marketing sostenuta da promozioni pubblicitarie, conventions, giornalisti foraggiati, giochi, fumetti, siti. In cui vi è un committente (l’industria grande e piccola della mdg2cooperazione, un target (i consumatori che donano con tasse ai governi o con donazioni private) e un prodotto (tanta povera gente). Per vedere gli strumenti di marketing e il business: http://www.mdgmonitor.org/; http://www.unmillenniumproject.org/goals/index.htm; http://mdg.onlinegeneration.com/en/home/; e altri. Nelle foto tutti al lavoro per raggiungere i MDGs.
Tutto questo battage, inoltre, consolida e autoreferenzia metodi, strumenti e principi della cooperazione internazionale che si sono dimostrati inefficienti e, spesso, divergenti dai bisogni dei beneficiari.
Molti studiosi, sostengono, che l’enorme flusso di finanziamenti iniziato nel 2000 (circa USD 72 miliardi all’anno), con l’inizio della pubblicità MDGs , ha portato pochissimi risultati concreti nelle economie e sistemi politici dei paesi beneficiari. I miglioramenti sono stati nulli (o per certe componenti negativi) in Africa mentre gli unici paesi in cui qualche obiettivo è raggiungibile sono quelli dell’Asia, dove la crescita è stata sostenuta dal mercato (India, Cina, Thailandia, Viet-Nam, le Tigri) dove gli aiuti internazionali sono stati, da sempre, minimi.mdg-fin-nardos
La stessa Unione Europea in un recente Rapporto  in Africa staying behind because little has been done to ensure aid programs are drawn up better to address specific problems they face.It also urged donors to start drawing up aid goals beyond the 2015 target, warning that many of the poorest countries will not be able to meet the goals in seven years time.
Malgrado ciò l’industria della cooperazione (UN e INGO) continuano a chiedere soldi mascherando i loro interessi diretti (finanziamento delle rispettive organizzazioni) con il ritardo nel raggiungimento degli obiettivi.
Dai giornali si legge che “Nelle ultime settimane da parte delle organizzazioni non governative italiane è stata fatta un’azione di pressione presso il governo italiano per trasferire maggiori fondi per la cooperazione allo sviluppo italiana” (cioè a loro stesse).
“In realtà, le grandi Ong, ben lungi dall’opporsi sistematicamente agli attori pubblici istituzionali e ai loro metodi, collaborano strettamente con loro, con forme complici di interdipendenza, fino a diventare in taluni casi addirittura il prolungamento della politica dello stato “con altri mezzi“. Scrive Marc-Olivier Padis e Thierry Pech su Le multinazionali del cuore (Feltrinelli ed.)
Il “sistema della cooperazione” tiene, dunque, duro per rastrellare soldi e automantenersi anche se ” Nel caso dell’Africa, il numero di persone costrette a vivere sotto la soglia della povertà è aumentato di 140 milioni tra il 1990 e il 2002. Uno dei fallimenti più clamorosi degli MDGs, è il divario crescente nei paesi del Sud del mondo tra una minoranza di benestanti sempre più minoritaria e un esercito indistinto di miserabili.
“I vantaggi della crescita economica nei paesi in via di sviluppo non sono stati distribuiti in maniera equa” sottolinea il rapporto Onu. “Tra il 1990 e il 2004, la ricchezza nazionale del 20% della popolazione più povera è calata dal 4,6% al 3,9%”.
Scriveva il 10 luglio 2007, Le Monde, in un articolo titolato “Pauvre Monde“.
Bisognerebbe interrogarsi, si domanda il dirigente pentito della Banca Mondiale William Easterly (I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene -Bruno Mondadori ed.) perché l’Occidente “abbia speso 2300 miliardi di dollari negli ultimi 50 anni, senza riuscire a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria o dare i tre dollari a ogni neomadre per prevenire cinque milioni di decessi neonatali”.
Libro e critiche che fanno il paio, fra le molte,  con quelle espresse dall’altro pentito della Word Bank Joseph Stiglitz, premio Nobel e Guru morbido dei No-Global.
Easterly ricorda che i MDGs non sono il primo grande piano messo sulla carta dai burocrati degli aiuti internazionali: nel 1990 la grancassa dell’ ONU ha suonato (come i tamburelli delle INGO) per raggiungere l’accesso universale all’educazione entro il 2000; nel 1977 per assicurare l’accesso all’acqua entro il 1990, etc.

Easterly dice, in sostanza, che gli aiuti sono giusti e doverosi ma sono male utilizzati dalla burocrazia della cooperazione, in cui prevalgono i Pianificatori, personaggi a metà fra un burocrate breznieviano e Fantozzi, ma con lo stipendio di un manager dell’Alitalia. ”I Pianificatori elevano le aspettative ma non si assumono le responsabilità di soddisfarle; I Pianificatori stabiliscono cosa fornire, i Cercatori cercano di scoprire cosa serve; i Pianificatori applicano ricette globali, i Cercatori adattano gli interventi alle condizioni locali; i Pianificatori non s’interessano di quello che avviene alla base né se quello che hanno programmato ha soddisfatto i bisogni. Un Cercatore crede che solo chi vive il problema dall’interno abbia le conoscenze necessarie per trovare una soluzione”. Non è facile trovare cercatori nel gran circo della cooperazione internazionale.
Discorsi che abbiamo fatto, in piccolo, quando si parlava nei posts precedenti delle malpractices delle ONLUS (vedi tage di come sembra che le INGO, che dovrebbero rappresentare, un approccio diretto ai bisogni delle persone stiano replicando le grandi agenzie, conformandosi agli usi e costumi negativi. (come scrivono Anthony J. Bebbington, Sam Hickey and Diana C. Mitlin, Can NGOs Make a Difference? The Challenge of Development Alternatives).
Fa, dunque, pena leggere (su un sito di una di queste, aggiornato a metà settembre) un unico progetto (anche sensato) per assistenza a 50 mamme sieopositive: Il progetto concorre al raggiungimento degli obiettivi nazionali dello Zambia per quanto riguarda la lotta alla diffusione di AIDS e HIV: prevenzione del virus tra madre e figlio; consulenza e test volontario; supporto a orfani e vulnerabili. Contribuisce inoltre agli Obiettivi del Millennio (Millennium Developmente Goals, MDG), in particolare: ridurre la mortalità infantile (MDG n°4); migliorare la salute materna (MDG n°5); combattere AIDS e HIV (MDG n°6).
Poveri coatti, come quelli in coda la domenica pomeriggio per andare agli out-let.
Rimane comunque interessante approfondire la moda dei MDGs e il brand che hanno creato e che tutti, (come i fabbricanti cinesi di firme contraffatte) infilano nei loro prodotti. E cercare di comprendere se una delle più imponenti e dispendiose campagne pubblicitarie del mondo porterà vantaggi solo all’industria (grande e piccola) dell’assistenza allo sviluppo o se qualcosa arriverà ai tanto sbandierati beneficiari.


NGO, Onlus, adozione a distanza (7)

Novembre 10, 2008

 cooperazione-di-subash-raiSonia e Giorgio, il film di  Peter Brock mi spingono a ri-scrivere sul  mondo delle ONLUS\NGO che  è sottoposto, a livello complessivo, a critiche crescenti. Non è bello generalizzare ma le esperienze personali, raccontate e che arrivano a questo blog sono, purtroppo, abbastanza univoche. Partendo dal piccolo e particolare (vedi tag ONLUS) vediamo che la realtà descritta nei post precedenti rispecchia un andazzo abbastanza generale come descritto da diverse ricerche internazionali (vedi pagina Docs).

Un primo pensiero: ormai è difficile credere che le ONLUS\ONG rappresentino un approccio alternativo alla cooperazione internazionale, più efficace per i beneficiari rispetto alla cooperazione ufficiale. Le critriche mosse all’ODA (Official Development Assistance), i cui fondi normalmente finiscono nei baskets dei governi supportati, e alle NU, dove il 90% delle risorse sono destinati a rimpinzare la struttura, sono estensibili anche al bel mondo delle NGO. (In questo senso gli studi di Dirk-Jan Koch, Axel Dreher, Peter Nunnenkamp, Rainer Thiele in pagina Docs)
La teoria prevederebbe che le ONLUS\Ngo dovrebbero operare direttamente con i beneficiari, lavorare con e nelle comunità, favorendo così una  loro diretta partecipazione in tutte le fasi (studio, implementazione, valutazione e modifica) dei progetti. In questo modo, contrariamente alla cooperazione istituzionale, i fondi sarebbero utilizzati pienamente per i poveri da sostenere,  con pochi passaggi intermedi e meno costi di struttura.
Ricercare, pensare, condividere, implementare e valutare i progetti con le comunità beneficiarie accresce il loro capitale umano e sociale. Per fare questo bisogna, prima di tutto lavorare duramente, impegnarsi, delegare risorse e potere per far crescere e coinvolgere contadini, giovani e insegnanti come attori dei progetti. (vedi lo studio nella pagina Docs su Social Capital)
Questo è l’unico modo perchè le attività d’aiuto internazionale siano efficaci, cioè dirette a soddisfare le vere necessità dei beneficiari, perchè siano sostenibili (anche al termine dei finanziamenti) grazie alla creazione di capacità autonome di gestione e di attivazione delle istituzioni locali o nazionali. Nell’esperienze da me fatte, le comunità partecipavano con lavoro volontario o contributi economici alle costruzioni di scuole, al pagamento degli insegnanti, al finanziamento delle cooperative e questo rendeva le realizzazioni non un regalo ma una cosa propria e voluta.  Ciò perchè il personale incontri-nelle-comunitaimpegnato nei progetti era in gran parte proveniente dalle stesse comunità in cui si operava, formatosi con impegno e pazienza. Disposto a impegnarsi, avendo acquisito gli strumenti, per lo sviluppo dei villaggi in cui erano nati.

Poichè l’obiettivo delle NGO non prevede l’efficacia dei progetti ma solo la loro spendibilità verso i donatori, ecco perchè l’impegno, l’intelligenza, il committment richiesto per  sviluppare le attività in reale partnership con i beneficiari, sono eventi rari. Perciò i progetti che più spesso hanno efficacia concreta sono quelli tecnici (medico-sanitari, infrastrutture) o gli interventi nelle emergenze sanitarie. Nel piccolo, poi, funzionano i micro-progetti gestiti da associazioni di volontari e da missionari e diretti a gruppi ristretti di persone o a individui se non s’inseriscono pasticcioni, finti missionari laici e lestofanti come è accaduto in alcune situazioni in Nepal.
Internet è pieno d’esempi di malpractices dell’ industria dell’assistenza e in Bangladesh, addirittura, un rapporto diTransparency International (nella pagina Docs) racconta che i wrongdoings riguardano l’85% delle ONG operative nel paese. In Cambodia, donors spent between $50m and $70m on 700 international consultants – equivalent to the wage bill for 160,000 Cambodian civil servants, ci ricorda il premio Nobel Amatya Sen per concludere poco.

Sarebbe interessante fare una statistica della provenienza dei dirigenti delle ONLUS/INGO, forse, si scoprirebbe che li si rifugiano ex-sindacalisti, politici fuori gioco o alla ricerca di visibilità, cariatidi della cooperazione di stato e del no-profit consumati nella ricerca di contratti e sovvenzioni, dame di carità, qualche filantropo. Rari, almeno per l’Italia, sono le persone che hanno maturato esperienze nel settore privato e che, per libera scelta, hanno deciso di trasferire competenze ed esperienze nel no-profit.

Per rimanere nell’esempio raccontato nei posts precedenti, la ONLUS descritta ha un Comitato Direttivo formato da due politici, ormai fuori gioco e lì collocati per accontentare il loro ego insaziabile su cui è cresciuta la loro carriera (uno dalla corte di Salvo Andò), il terzo è un trapassato ex consulente UNDP (che riesce così a continuare a prendere qualche bella consulenza e a farsi qualche viaggio) e, infine, da due poverelli senza arte né parte nel settore. Tutta questa gente se ne impippa dei progetti e della loro efficacia e lascia la gestione a una marea di consulenti mercenari. Poi ci sono le multinazionali gestite da manager del marketing la cui priorità è l’immagine e la conseguente raccolta fondi. Praticanti del dogma diffuso da Jeffrey Sachs to Bob Geldof, the new orthodoxy asserts that more money will solve Africa.s problems, come scrive nel suo studio Michael Edwards (in pagina Docs). Infine ci sono i volentorosi, animati da buone intenzioni, ma, spesso, grandi pasticcioni.
Questo accade perchè, specialmente In Italia,  i meccanismi dei finanziamenti hanno determinato le strutture e le politiche delle NGO. Quelle tradizionali sono finanziate dal MAE e dall’UE. Quindi si devono adeguare a procedure, metodi, obiettivi dei donatori e anche a un organizzazione che tende più alla forma che alla sostanza. Cioè conti formalmente in regola, reports ben confezionati, grandi chiacchiere e workshops per vendere l’immagine. E, dati i canali di finanziamento, legami e clientele politiche. Questa situazione ha determinato la formazione e la selezione del personale che lavora nelle ONG .

Poiché l’obiettivo principale dei progetti così finanziati non è l’efficacia ma l’adempimento delle regole e delle procedure formali richieste dai donatori, ogni contatto, coinvolgimento, partnership con le comunità e i beneficiari è escluso. Troppo pericoloso, troppo lavoro, poco controllo. Così sono nati i travet dell’industria dell’assistenza sparsi in ogni angolo del globo che hanno copiato le pratiche consolidate dai burocrati delle NU.
I poveri, i marginali, gli esclusi sono così diventati invece che i soggetti delle attività di aiuto, gli oggetti, a volte mai visti,  di reports, relazioni, workshops. Anzi più li si teneva distanti meglio era: rischiano di macchiare le relazioni colorate.
Questa attitudine universale ha prodotto, nei paesi aiutati, la nascita di nuove professioni e caste: i development brokers. Sono proliferate NGO  per intercettare i finanziamenti, spesso costituite dai politici locali. Le ricerche hanno definito questo fenomeno “elite capture” cioè le classi dirigenti dei paesi poveri sono diventate i referenti o i funzionari strapagati, delle NGO internazionali. (vedi l’esempio dell’ONLUS studiata nei precedenti posts)
This has been recognized by even donors. According to a DFID report, Society’s caste employment and income inequalities are indeed strikingly reflected in many agency structures, which are dominated by the Brahmin and bambino-pescatore-mozambicoChettri castes and the Newarigroup. In spite of the emphasis given to rural employment, the management of programmes is still overwhelmingly placed in the hands of a ‘gate keeper’ group. (Critical reflections on INGO and NGO relations in Nepal in pagina Docs)
I travet internazionali hanno preferito operare tramite i maneggioni locali (impedendo e non favorendo il crescere dei soggetti marginali) the shortcut of trying to mobilize rural people from outside through leaders, rather than taking the time to gain direct understanding and support from members, is likely to be unproductive or even counterproductive, entrenching a privileged minority and discrediting the idea of group action for self-improvement”. The risk of misappropriation of aid resources by unscrupulous leaders is aggravated when educated and well-connected persons usually with an urban background succeed in gaining access to leadership positions in village-level associations (scrivono in  di Rural Development, Esman and Uphoff, nella pagina Docs).
I travet hanno così ridotto la cooperazione internazionale in un copia e ricopia di progetti, spesso inutili, ma di facile appeal per raccogliere fondi o nella dilagante training and seminar cooperation (comunitari, health, disaster, capacity, rule of law, oral care, etc.) facili da organizzare (pagando i partecipanti) e con risultati facilmente dimostrabili (il numero degli stessi) ma la cui utilità è prossima allo zero se non per gli hotels a cinque stelle in cui vengono presentati i risultati. Fear of jeopardizing their own funding possibilities results in the unwillingness to share grant ideas and rather than building networks and developing publics, groups consciously retain small memberships, withhold and stash information, duplicate each other’s projects.

Poiché ho conosciuto molti di questi travet dell’industria dell’assistenza ricavo (un po’ generalizzando il che non è un bene) un ritratto. Persone con scarsa esperienza professionale, piovute nel paese senza conoscerlo né apprezzarlo, caricate di potere (soldi), con capacità scarse non spendibili in Occidente, interessati a mantenere il salario e i privilegi. E’ troppo?
Ciò implica che s’astengono da ogni critica, ricerca, iniziativa per non scontentare l’Head Quarter (che chiede solo immagine pena  rischi nella raccolta fondi); diciamo che è umano.
bambino-cambogiaQuesta è già una risposta a Giorgio che si domanda perché vi è un omertà diffusa: nessun vuole perdere il posto di lavoro. Aggiungiamo che lo stesso meccanismo muove giornalisti e operatori locali che rischiano di perdere i foraggiamenti dall’industria, grande e piccola, dell’assistenza che, in molti paesi, è dominante. Se uno si legge i blogs dei paesi sostenuti e la percezione della gente comune sul lavoro e l’efficacia delle INGO, trova facile conferma di questa realtà.
Quando, come negli ultimi anni, i finanziamenti statali sono diminuiti le NGO tradizionali sono partite alla caccia delle donazioni private e hanno cercato d’inserirsi nel grande mercato dell’adozione (sostegno) a distanza.
Purtroppo, pur raccogliendo anche questi fondi non vincolati a obiettivi e procedure, non hanno cambiato il loro metodo di lavoro anzi l’hanno esteso (tramite la migrazione di travet da ONG in crisi) a molte organizzazioni del sostegno a distanza, importando anche lì inefficienza.
Per questo l’ONLUS esemplare di cui abbiamo parlato e di cui pubblichiamo a fondo pagina (su richiesta) i bilanci commentati negli altri posts) continua a sprecare.
Caro Giorgio tu giustamente ti lamenti ma cosa dovrebbero dire i bambini cambogiani. Da quel paese mi arriva la notizia che per gestire un budget di circa euro 200.000, spendono euro 70.000 per due espatriati (con casa e altri benefits), euro 20.000 (per 8 impiegati locali), euro 15.000 per spese amministrative e consulenze (case e uffici), euro 25.000 per mezzi di trasporto. Cioè su un budget di euro 200.000 (che era circa 410.000 prima del prelievo del 55% per spese di gestione in Italia), i poveri sostenitori vedono arrivare ai bambini sostenuti euro 65.000.
Cosa ci possiamo fare se non sperare nell’occhio lungo dei donatori e, anche, in questo caso di Yama.

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No-Profit? Per i beneficiari. Onlus, stipendi, consulenze (5)

Ottobre 5, 2008

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 Qualcuno si annoierà e i sonni di sostenitori a distanza e di sponsors saranno, spero, un pò turbati. Ma mi tocca tornare sul tema ONLUS (è ormai il 5° posts sull’argomento). E’ iniziata una specie di caccia al tesoro per identificare l’organizzazione di cui stiamo vedendo bilanci e attività. Ricordiamo che tutto è partito dalle segnalazioni giunte dal Nepal e relative al progressivo affossamento di progetti e organizzazioni locali che, fatto raro, stavano lavorando con serietà, professionalità e dedizione. Un lavoro che durava da anni, in aree disagiate, durante il conflitto per utilizzare al meglio, per i beneficiari, i denari provenienti da migliaia di famiglie italiane.

 Abbiamo visto che la ragione dell’affossamento è semplice e, purtroppo, abbastanza generalizzata nel settore: il fatale incontro fra incapacità, sprechi e formalismi.  Nel frattempo mi  ha scritto Francesca, una ragazza che ha collaborato con l’Associazione di cui ho parlato nei posts precedenti. La poverella ha avuto una triste esperienza durante uno stage (idee poche ma confuse da parte dello staff italiano nel paese) e, visto che non c’era niente da fare se n’è andata a fare un bel trekking. Esperienza bella ma stage inutile.
Ragazza precisa, puntualizza: tu hai riportato il loro Bilancio 2007, in cui scrivono che hanno speso in Oneri diretti (cita il Bilancio: “riguardano principalmente il costo delle campagne nazionali di distribuzione volantini effettuate nei mesi di novembre e dicembre 2007″) la bella cifra di oltre euro 473.000 (15% dell’intero budget dell’Organizzazione) e che, grazie a questa campagna durante l’esercizio 2007 il numero delle nuove adesioni è stato di 1.775 unità” (e cita il post del 18 settembre); il costo è stato di euro 226 per ogni ogni nuovo sostenitore che però versa in media euro 170 (all’anno). Per cui, scrive impietosa, hanno fatto un bel investimento a spese dei sostenitori e dei beneficiari, con una perdita secca di euro 160.000.
Inoltre mi segnala “ guarda che le ONLUS (come quella descritta) che aderiscono al Forum SAD (http://www.forumsad.it/) non avrebbero bisogno di tante certificazioni ISO, costose da aziende private (anche lei condivide l’inutilità), ma basterebbe che rispettassero il Codice Etico sottoscritto nel 2000 da 82 Organizzazioni del settore (fra l’altro l’organizzazione di cui parliamo è stata fra le promotrici).
E mi cita dal testo disponibile sul sito: Le Organizzazioni si impegnano con i Sostenitori:
- a esplicitare quale percentuale viene utilizzata per le spese di gestione e di ogni altro genere,
- ad attivare tutti gli strumenti possibili per contenere al minimo le spese e a inviare ai beneficiari almeno l’80% dei fondi raccolti per i progetti SAD (Sostegno a Distanza).
Consiglio di andare sul sito a vedere i bilanci delle organizzazioni aderenti perché ognuno si renda conto del divario che spesso esiste fra forma e sostanza.
Ma Francesca è impietosa e scrive “sai perché nel bilancio 2007 (depositato a giugno 2008) questa ONLUS ha inviato nei paesi sostenuti solo il 55% dei fondi raccolti (e aggiungo io il 30% sono stati spesi per stipendi e struttura in Nepal: vedi post del 16 settembre) perché ha il personale pagato come l’Alitalia”
Esagerata, ma poi leggo:
quasi fallitiSegretario Generale (come il vecchio PCUS): euro 3000 al mese x 14 mensilità (che con i contributi fanno oltre 90.000 euro annui)
Direttore ufficio euro 2200 al mese X 14 mensilità (altri euro 60.000)
E poi altre 6-7 persone più una decina di consulenti (formazione, marketing, fundraising, comunicazione, certificazione, etc.)  Aggiungiamo telefonini gratis, buoni pasto; viaggi su e giù per i paesi (anche per qualche membro astuto del CDA, pagato come consulente) e si spiega tutto.
Visto che due direttori non bastano, aggiunge Francesca, stanno prendendone un altro per controllare i progetti; la maligna aggiunge “chissà quali” ( e via altri euro 70.000 annui). Io ho mandato il curriculum ma, come in altri casi, prenderanno amici degli amici.
Adesso capisco perché in Nepal pagano salari da nababbi a 22 funzionari (vedi post del 7 settembre) spendendo così euro 150.000 sui 350.000 a disposizione per progetti a favore dei bambini. Lo fanno per favorire la partnership.

Insomma per gestire circa 3.5 milioni di euro (una piccola azienda) sono impiegati con stipendi o consulenze (fra i 2000 e i 3000 euro mensili) circa 20 persone in Italia e una decina all’estero (oltre un centinaio di personale locale).
Si capisce anche perché sono stati costretti a tagliare le integrazioni alimentari giornaliere da Nrs. 2.5 a Nrs. 1 (Euro 0,1) a 800 bambini degli asili, a licenziare 15 insegnanti, a non distribuire più materiale didattico a 5000 bambini e a non finire la scuola elementare di Chapakori. Fra certificazioni ISO, direttori, consulenti, Country Directors e Deputy Country Directors bisogna risparmiare.  Soluzione “certificata ISO”: togliamoli a chi ne ha bisogno.


Strane ONLUS: diritti del lavoro in Nepal

Settembre 24, 2008
scuola nei villaggiChandra Mainali è un bhaun (brahmino) povero; faceva l’insegnante in una scuola secondaria in un villaggio sperduto fra le colline di Kavre, ha tre figli che studiano, una moglie, un pezzetto di terra in cui coltiva mais, una mucca (per il latte per lui sacro) e qualche gallina. Guadagnava Nrs. 7500 al mese (75 euro) e s’impegnava nel suo lavoro d’insegnante, nelle ore libere collabora con la ONLUS di cui abbiamo parlato (quando era ancora una cosa seria), distribuiva libri e faceva un po’ di training ai suoi colleghi, spiegava alla gente dei villaggi il senso e le opportunità dei progetti, insomma era una persona che voleva partecipare. Ora è stato licenziato (su due piedi, tanto per esportare i diritti del lavoro) e come lui altre 12 insegnanti (con famiglie hanno perso reddito circa 60 persone).
L’ho incontrato abbattuto in un bhatti (tea shop) nel villaggio, cercava spiegazioni. Gli ho solo potuto dire che cercerò di far conoscere ciò che è successo, sperando che chi dona continui a donare ma controllando, verificando chiedendo spese e risultati. Molti dei dati che ho scritto in questi 4 posts sono disponibili a tutti coloro che finanziano questa ONLUS e che dovrebbero essere gratificati non solo dall’idea di sostenere un bambino ma anche dal voler conoscere il Paese, i problemi delle comunità in cui il bambino sostenuto vive e, più importante, i risultati dei soldi donati.
A questo proposito Salam mi chiede di pubblicare queste due foto, la prima è la scuola primaria Saraswati (Bolde Pediche-Kavre) costruita nel 2006 quando tutto funzionava (in Italia e in Nepal); la seconda è la scuola Radha Krishna di Chapakori la cui costruzione decisa nel 2006 non si è ancora completata e non si prevede si completerà, lasciando i muri a secco e a rischio di crollo. La ragione mancanza di soldi per sprechi, stessa ragione per i licenziamenti (vedi posts precedenti)scuola radha krishna non finita.
scuola saraswati-bolde pediche 2006
Voglio raccontare qualche altra storia per concludere il triste ciclo.
Nel 2004 una multinazionale del sostegno a distanza iniziò un progetto a Kavre in collaborazione con il locale DEO (District Education Office) e una ONG di Kathmandu capeggiata da parenti di potenti politici (fortunatamente poi espulsa dalla zona dai maoisti per sospetta corruzione). Il progetto era diretto “for the promotion of quality primary education, and creating opportunities for younger children to enjoy positive early childhood environment at different settings“, il nulla. E si aggiungeva “increased partecipation of community and parents and schools to create replicate model program (sottolineato nell’originale).
Per fare queste cose spendevano euro 100.000 anno e l’unico obiettivo concreto in cinque anni sarebbe stato di  arredare e dotare di materiale didattico 13 asili. Gran parte dei soldi sono finiti in District Level Workshops, Inservice Training (?), Salary (riporta il budget allegato).
I villaggi sede del progetto erano Meche e Chapakori (ca. 8000 abitanti e 200 bambini in età d’asilo), sempre a Kavre-Thimal. Di questo progetto non è rimasto niente, due solo asili più o meno funzionanti e gli stessi insegnanti sottoposti a trainings ripetuti sono stati spostati in un’altra area per fare i facilitatori per altri insegnanti.
Non distante da questi villaggi, altri squilibrati hanno costruito toilets per circa 600 famiglie, senza richiedere contributi delle comunità, senza badare al reddito dei beneficiari (l’hanno costruita anche in una casa di un ministro che abita stabilmente a Kathmandu). La gente era abituata a farla nei campi e ha continuato a farla lì, utilizzando le toilets come depositi; i pochi che hanno usato le nuove costruzioni hanno avuto problemi di inquinamento dell’acqua domestica e malattie derivate. La cosa stravagante è che nelle scuole mancano servizi igienici adeguati e controllo delle acque bevute dai bambini, ma questi somari neanche ci hanno pensato.
Potrei continuare per giorni, raccontando le false Home per i bambini di strada di Kathmandu, ONG nepalesi comprate da stranieri per spillare quattrini con falsi progetti, finte coltivazioni di funghi a Pinthali, i Off-season vegetable Training a Bhimkori, e via discorrendo. Per rimanere nelle INGO/ONLUS e non andare nelle più grandi finzione del “sistema delle NU”.
C’è poi chi s’inventa progetti in partnership con cliniche private come mi racconta Sujan, direttore dei programmi comunitari dell’Ospedale di Dhulikel (una delle più serie e funzionali strutture ospedaliere no-profit del Nepal.
This strange fellows of the italian ONLUS organized some dental camps with a private clinic, People Dental CollegePvt. Ltd” giving a lot of money to the owners, which are Shestra” e se la ride, ricordando che molti dei nuovi funzionari della ONLUS hanno questo nome.
direttore clinica privatapresidente clinica privataMi sono preso la briga di dare un occhiata al sito (commerciale) e scaricare le foto dei proprietari (a sinistra), dai quali, non per essere lombrosiano, non comprerei neanche una bicicletta.
Ma, continua il medico serio e preparato, “they visited 350 children, they organized training and meetings, they produced unusefull papers but there is no chance to give any treatments to the patients“. Sujan continuò spiegando che i programmi dentali nelle aree remote sono fra le cose più inutili poiché ci sono altre gravi priorità (vermi, sottonutrizioni, malattie della pelle, emergenze sanitarie), perché è impossibile intervenire nelle malattie dentali per assenza di attrezzatura e perché gli interventi sarebbero in ogni caso costosissimi.laboratorio d
In effetti l’ONLUS italiana ha speso per tutta questa montatura oltre euro 20.000 e la cosa è finita lì, i bambini sono rimasti con le loro bocche aperte, con le carie, con i denti storti o mancanti. L’unico risultato se l’è portato a casa l’ONLUS italiana che ha pubblicato sul bel giornale quadricromico (e perciò costoso) un articolo dal titolo sublime Nepal, Le carie sono avvisate. Rimangono, infatti solo, avvisate.
Speriamo che Salam (vedi posts precedenti) si trovi un lavoro nel profit, sarebbe più redditizio per lui e, sicuramente avrebbe a che fare con persone più serie.

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