Nepal e la crisi: squatters, droga e migranti
Dicembre 9, 2009
Prima partiamo con gli aggiornamenti della situazione che ha rischiato di precipitare in Nepal. Fortunatamente i maoisti hanno sospeso lo sciopero generale proclamato dal 10 dicembre. All’ultimo minuto sembra abbia prevalso un po’ di ragione e il primo ministro Nepal e il leader maoista Prachanda hanno ripreso il dialogo, dopo le tensioni e i blocchi seguiti agli scontri di Kailali. Io resto ottimista e credo (spero) in un coinvolgimento dei maoisti nel governo e nelle decisioni strategiche (forma dello stato, sistema elettorale, et.) che dovrebbe, prima o poi, prendere l’Assemblea Costituente (bloccata). Già, per questa, si parla di un prolungamento dei termini. Nei prossimi giorni Nepal volerà in India per avere l’assenso dal Grande Fratello a una soluzione negoziata. Scuole chiuse e studenti che protestano in giro per il Nepal, vorrebbero studiare ma fra feste e scioperi vola via quasi 2/3 dell’anno scolastico. Oggi brutta storia, un’altra giornalista è stata ferocemente picchiata a Rukum ed è in fin di vita. Si tratta di Tirtha Bista che scrive per un giornale vicino al partito di governo UML ch esprime anche il Primo Ministro (Unione Marxista Leninisti- ex comunisti moderati). Durante le elezioni fu ucciso il marito Yadu Gautam candidato per lo stesso partito. La causa del picchiaggio e dell’abbandono della donna creduta morta in una foresta, le critiche scritte contro alcuni esponenti maoisti locali. Ne riparleremo.
Nepal: il tiraemolla dei maoisti
Novembre 4, 2009
Forse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.
In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.
Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.
Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.
Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.
Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.
In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.
Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.
L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.
Il Chhat in Nepal: sole e acqua da ringraziare
Ottobre 26, 2009
Oggi al tramonto finisce il festival del Chhat festeggiato da gran parte degli abitanti hinduisti dell’India settentrionale e dagli abitanti del Terai nepalese. Donne vestite con il sari e uomini cosparsi solo di polvere gialla e rossa si lavano nei fiumi all’alba e al tramonto. Vogliono ringraziare Surya, Vishnu, il Sole prima che vada a riposare per i mesi dell’inverno. Anche a Kathmandu i molti Madhesi migrati vanno al fiume (il putrido Bagmati) o nelle sacra piscina di Rani Pokhari, aperta per l’occasione. La festa dura sei giorni, inizia il sesto giorno del sesto mese Kartik (secondo il calendario lunare).
Stasera al tramonto la festa finisce con l’ultima mangiata vegetariana di thekuwa, banane, canna da zucchero e altri dolci d’origine indiana. Come il buonissimo kheer (budino di riso). Acqua e sole meritano questi festeggiamenti e la devozione della gente del Terai. Mi raccontano dal Nepal che le giornate di festività (Dashain, Tihar, Chhat) sono costate più del doppio dello scorso anno. Solo per il Chhat l’anno scorso si spendeva circa Rs. 800 ques’anno per comprare le cose necessarie per le puja e per i pasti si è speso più di 2.000 rupie. Lo zenzero costava Rs. 30 al Kg. oggi costa 160; un limone costava Rs. 2 oggi 10. Tutto sta aumentando, conclude sconsolato l’amico, tranne i guadagni.
Offerte, preghiere dirette a propiziare gli elementi vitali, il sole e l’acqua dovrebbero aumentare anche nella più mondana e moderna Kathmandu. Il sole è offuscato dallo smog perenne che aleggia sulla Valle, bronchiti, asma, TBC sono le malattie più diffuse. Quello che si coltiva è ammorbato dal piombo e dalla polvere delle automobili. La vita per i pedoni è difficile fra cumuli di spazzatura, pochi e diroccati marciapiedi, file di venditori accovacciati, macchine, camion, tempu che pretendono la precedenza.
Timidamente, dopo decenni d’inutili discorsi e convegni, s’è presa l’iniziativa di bloccare una parte di Thamel (un area di soli 100 metri quadri da Kathmandu Guest House Chowk Narasingha Chowk, nella speranza di felicitare qualche turista) al transito di ogni veicolo ( vehicle-free zone) dal 1 novembre. Il sogno, molti anni fa, era che tutto il cuore vecchio della città (da Thamel, passando per Asan Tole da un lato e Chetrapati dall’altro, fino alla Piazza inclusa) fosse chiuso al traffico veicolare. Solo risciò e portatori avrebbero potuto muoversi nella città medioevale, portando merci e passeggeri (aumentando così il loro reddito). Il sogno prevedeva che le vecchie case fossero ristrutturate con i criteri del passato e magari i lavori finanziati con tasse agevolati da una dei molti donatori internazionali (UNESCO, UNDP) che buttano via i soldi in progetti inutili o non completati. Un sogno che poteva rendere un sacco di soldi, diminuire l’inquinamento della Valle, iniziare una regolazione urbanistica, mantenere il turismo. Salvare la Firenze d’Asia ( come era una volta chiamata Kathmandu) doveva essere uno degli obiettivi degli strateghi dello sviluppo nepalese. Niente si è fatto.
L’acqua è un altro problema mica da ridere. Da aprile-maggio (fine stagione secca) manca in tutta la parte meridionale della Valle, non è potabile e solo il 30% degli alloggi ha acqua corrente. Anche qui le hanno provate tutte, investito fior di milioni di euro, impiegati centinaia di consulenti stranieri, privatizzato, ma il problema è rimasto. La grande diga della Mid- Marsyangdy (fa il paio con quella del Gandaki dove c’era dentro anche la potentissima e protetta Impregilo), finanziata dai tedeschi, è costata più del doppio di quanto previsto, per dire come gira il mondo. Adesso sulla graticola è rimasto qualche funzionario nepalese.
Ma il problemino d’affrontare sembrerebbe, ora, quello del progressivo esaurimento dei depositi d’acqua sotterranei della Valle, ricordo dei tempi mitici in cui Kathmandu era una grande lago con al centro il Buddha Primordiale, sotto forma di loto. Il Boddhisattva Manjustri con il suo spadone aprì una breccia, le acque defluirono dalle gole meridionali di Chobar e si formò l’isola di Swayambunath, finalmente visitabile dai fedeli. Quanto rimane del lago s’esaurirà, secondo un recente studio, fra meno di 100 anni aggravando i problemi idrici della città. Del resto, per rimanere nell’ecosistema fragile e violentato del Nepal anche le tigri stanno scomparendo dalle giungle del Terai, se ne contano meno di 100 esemplari.
I politici che fanno? Hanno ripreso a litigare nell’eterno tira e molla fra partiti di governo e maoisti. Qualche scontro fra opposte fazioni qua e là. Un po’ di ruberie e mafie dei giovani maoisti sempre più fuori controllo. La situazione si rifà tesa. Ci manca solo qualche escorts, trans e ipocrisia.
Jazzmandu
Ottobre 16, 2009
Inizia il Tihar, la festa delle Luci, che conclude i quindici giorni di riunioni famigliari, invocazioni alle divinità, sacrifici e gran mangiate del Dashain. Il Tihar, porta via tutte le feste e anche uno degli avvenimenti più interessanti di questa stagione a Kathmandu, il Jazzmandu: una serie di concerti di jazz e blues iniziati il 7 ottobre con l’ Himalayan Blues Festival.
L’idea di Jazzmandu l’hanno avuta sette anni fa due suonatori nepalesi (fra i pochi) che hanno iniziato lemme lemme a organizzare concerti nella capitale. I due ex-ragazzi organizzatori, Chhedup Bozman e Navin Chettri, suonavano e suonano con un loro gruppo (Cadenza) e, entusiasmati al ritorno dal Palmer Street Festival in Australia hanno provato a replicarlo anche qui a Kathmandu. L’evento è cresciuto, tanta gente partecipa entusiasta ed è stato pure aperto un Kathmandu Jazz Conservatory. Quest’anno sono stati raccolti un bel gruppo di musicisti internazionali e nepalesi. Il Festival si muove fra hall di grandi alberghi ma scende anche nelle strade e uno dei posti più affascinanti per ascoltare la musica è stato, quest’anno, l’antico e restaurato (dai tedeschi) Palazzo Reale di Patan. La parola d’ordine, come negli anni della guerra civile, è Music for peace and compassion.
Un sacco di gente sulla collina di Gokarna, malgrado il monsone interminabile, per ascoltare gli ottimi musicisti nepalesi che mischiano strumenti e suoni tradizionali con la musica dell’occidente come i Gandharva, poi i tranquilli e soavi Simon Fisk e Arron Young. Poi tante suonate in giro per la città con gli olandesi del Yuri Honing Trio, il grande flauto di Jamie Baum, insieme al gruppo Trio Urbano (con Dario Eskenazi e Susan Pereira) e tanti altri sia nepalesi che occidentali. Un avvenimento, sempre per minoranze, che però ha dato fiato alla città schiacciata da una montagna di problemi.
Con il finire delle feste, infatti, si rimuovono i politici con le loro interminabili beghe inconcludenti. Adesso si è aperto lo scandalo Koirala (l’ottuagenario e potentissimo ex-primo ministro, una specie d’Andreotti locale) accusato di undemocratic decisions” and engaging in nepotism, per aver piazzato, fra l’altro, la figlia come vice-primio ministro. Ha scontentato qualche potente del suo partito e sono iniziate, come già nel passato, le divisioni interne che si sommano a quelle esterne, come gli estenuanti incontri per far entrare i maoisti nel governo. Niente di nuovo, tutto come previsto, i partiti ripetono il passato e non riescono a governare. La gente si barcamena e cerca di andarsene, cosa non facile perché sono finiti i passaporti (veramente).
Nepal, difficile trovare un respiro
Giugno 22, 2009
Una ragazza di 18 anni rapita e uccisa a Bungamati (ai margini di Kathmandu, dove risiede l’attualmente venerato e vagante Rato Machendranath). I suoi compagni di scuola che protestano a Kalimati perché siano catturati i delinquenti che hanno fatto a pezzi la giovane Khyati Shestra, arrivata da Biratngar per studiare e lavorare nella capitale. Non è il primo caso di quelli che sono chiamati rapimenti random, in cui i rapitori chiedono il riscatto dopo aver ucciso la vittima. Un brutto segno che conferma disperazione e rottura di sistemi sociali e culturali.
A Baglung, nell’estremo ovest, sono scoppiati violenti disordini a seguito di un matrimonio fra un Dalit e un membro di una casta più elevata. Due persone sono state linciate a Bara (nel Terai centrale) perché accusate di aver ucciso un esponente maoista.
Intanto non piove e si ritarda la semina del riso con inevitabili conseguenze negative sui prossimi raccolti; l’alta temperatura e la mancanza d’acqua rischiano di ridurli del 30-40% con gravi conseguenze sulle scorte alimentari delle famiglie. Nell’estremo ovest (distretto di Achham) già si parla di carestia come preannunciato da tutti (comprese le varie cocche delle NU) da mesi, senza però che dopo gli annunci seguissero i fatti.
Kathmandu è perennemente sconquassata: dai maoisti che, nei giorni scorsi, hanno bloccato gli uffici pubblici, vandalizzato qualche sede degli oppositori. Nel distretto di Dhading gli scontri fra partiti hanno obbligato al coprifuoco. Dai nazionalisti che hanno accolto con bandiere nere il potente emissario del governo indiano Menon, salito a Kathmandu per cercare di convincere i partiti sostenuti (Madhesi, Congresso e UML) a mettersi d’accordo. Impresa difficile ma necessaria per porre le minime basi per rimettere ordine ai confini. Tanto più isto che i maoisti indiani hanno ripreso l’offensiva (11 morti nell’India centrale) e che, addirittura, in Bhutan sono comparsi gruppi armati che si richiamano al vecchio e in disuso (almeno in Cina) Gran Timoniere.
Fra i nazionalisti arrestati (e malmenati) il regista Manoj Pundit, autore del documentario Greater Nepal: In Quest Of Boundary in cui addirittura chiede di ripristinare gli antichi confine del Grande Nepal (prima dell’accordo del 1876 con l’ Impero inglese a Segauli) e che includevano Darjeeling e il Sikkim.
Insomma il solito casino che tende ad aumentare dopo che in 1 mese il governo non è stato neanche in grado di definire i propri ministri, figuriamoci di prendere qualche decisione a beneficio del paese. Nella logica del non c’è mai peggio, qualcuno inizia a rimpiangere i maoisti di Prachanda e a preoccuparsi di una ripresa, in forme diverse, del conflitto.
L’arresto di Manoj introduce, però, qualche avvenimento interessante. Sta girando per il Nepal (145 proiezioni in tutti i distretti) il film Frames of War (visto da decine di migliaia di persone) che racconta in 45 minuti la storia di sette famiglie schiacciate dalle opposte fazioni durante il conflitto civile e il desiderio del paese di chiudere definitivamente quel capitolo durato dieci anni di morti, torture sparizioni e violenze . The testimonies we gathered, the emotions expressed were so raw and so powerful that we felt we have to document them, racconta Kunda Dixit (lo Scalfari del Nepal) e dal suo giro per il paese segnala con preoccupazione “More worryingly, we saw rising ethnic friction. Class war seems to have been replaced by growing ethnic and communal violence.” I registi sono Prem BK and Kesang Tseten.
Si raccontano tragedie non risolte, sfruttate e dimenticate anche nella mostra fotografica aperta a Bhrikuti Mandap Exhibition Hall. Qui 90 fotografi di tutti i paesi hanno portato tristi testimonianze dei disperati del mondo: i milioni di rifugiati Pakistani dell’Afghanistan, dal campo profughi di Mugunda in Congo. Un po’ di speranza la racconta un fotografo nepalese nelle sue foto sui profughi buthanesi As a photographer, I toured the camps in search of sadness but found hope. I searched for photogenic miseries but found bright eyes and easy smiles I searched for fatalism but found a vibrant community.
Un respiro.

Pubblicato da crespi enrico
Pubblicato da crespi enrico
Scaduta la tregua, fra maoisti e governo il 20 novembre, continuano le discussioni. Addirittura il leader maoista Prachanda si è recato a Singapore per incontrare il Grande Vecchio del Congresso Koirala (ospedalizzato lì). Tutto si muove verso un accordo (come previsto in altri posts) proprio nel giorno in cui si festeggia e ricorda la fine della guerra civile (1996-2006) con la firma del 

Pubblicato da crespi enrico 















Tutti sull’Everest e di corsa
Dicembre 4, 2009Questo è l’ambiente, freddo e con poco ossigeno (si calcola 1\3 in meno rispetto a Kathmandu), speriamo che nessun dei grandi vecchi ci lasci la pelle. Il percorso prevede Lukla (aeroporto), Tyangboche (monastero e acclimatamento) e infine tutti sul pianoro per poco più di 10 minuti. Lo stesso percorso che i trekkers fanno a piedi in più o meno 5 giorni. Sarà un bel via vai di elicotteri (ogni volo non potrà portare più di 6 persone) che non aiuteranno l’ecosistema che si vuole difendere. L’idea è venuta quando, nello scorso ottobre, una parte (i più sportivi) del governo maldiviano fece un consiglio dei ministri sott’acqua per sensibilizzare sul progressivo annacquamento delle isole. Così il presidente Mohamed Nasheed è stato nominato da Time, “Eroe dell’Ambiente 2009”. Meglio che niente, due guide sherpa, hanno vinto il Climate-for-Life ambassadors del WWF (Apa Sherpa e Dawa Steven Sherpa).
Tornando al viaggio sull’Everest lo organizza un amico, Suman Pandey, ben introdotto tour operator nepalese (qualche italiano magari l’ha conosciuto per le sue frequentazione al BIT di Milano) ed ex-presidente della potente Trekking Agencies Association. Lui dispone di qualche elicottero e di ottime conoscenze per cui sarà uno dei beneficiari degli oltre euro 100.000 spesi nell’operazione. L’obiettivo primario è sensibilizzare i donatori perché investano nel nuovo business del climate change, come ha già fatto la cooperazione inglese (DFID) con un versamento di 50 milioni di sterline. Obiettivi secondari, come descritto, fra le righe dal Tourism Board, fare un po’ di pubblicità all’industria turistica in lenta ripresa. Infine, tanto che ci siamo, ricordare il Nepal nel prossimo vertice mondiale sul clima di Copenaghen. Quello che penso io (e tanti nepalesi) è che l’operazione sia la solita buffonata dei politici.
Tanto il paese si sta sfaldando se il governo non scenderà a patti con i maoisti che hanno proclamato dal 10 dicembre sciopero nazionale e proclamazione di regioni autonome. Quindi sarà difficile intervenire su qualsiasi, dei molti e vitali, problemi sul tappeto. Se ciò accadrà il paese si ri-bloccherà e con esso sviluppo, interventi ecologici e tutto il resto. Nella pratica, malgrado discorsi e piani, Kathmandu è di nuovo in shortage d’acqua, benzina e gas per i l riscaldamento (almeno proteggiamo così il clima), e la spazzatura diventa incontrollabile. Anche il sacro fiume Bagmati non riesce più a contenerla e , come sempre, con poca acqua diventa una grande fogna a cielo aperto. Le macchine e i bus riempono la Valle di smog. Neanche si riesce a chiudere il centro storico. Tutti argomenti da decenni al centro del dibattito fra ONG, UN e politici senza risolvere un fico secco. Se invece di parlare del clima globale s’iniziasse a fare interventi concreti su queste questioni magari, qualcosa, inizierebbe a migliorare.
Certo i ghiacciai diminuiscono, il monsone è sempre più erratico e sega i raccolti agricoli, i fiumi straripano durante i monsoni; ma, anche qui, nelle campagne non si fanno piccoli interventi (dighe, sistemi d’irrigazione, argini, pozzi) che potrebbero beneficiare l’ecosistema e chi ci vive e ci campa. Anche perché le conseguenze dei mutamenti climatici colpiscono, duramente, persone già al limite della sopravvivenza. E’ il caso delle vittime dello straripamento del Saptakoshi (come tutte le altre) che da decenni attendono qualche aiuto dopo che il fiume ha portato via terra e case e ora hanno bloccato i lavori di ripristino degli argini. Speculazione, povertà, corruzione spiegano perché nelle foreste del Terai sono aumentati i tagli illegali di legno pregiato (e no) e il contrabbando verso l’India degli alberi di sakhu (utilizzato per le costruzioni). Tutto in cocca con le autorità locali (magari finanziate da qualche donatore per piantarli); nei villaggi (anche dove le comunità funzionano per controllarne l’utilizzo) è sempre la legna il principale combustibile. I rinoceronti sono accoppati e venduti ai cinesi, in montagna si costruiscono strade, spesso inutili e dannose per il business del turismo, nessuno controlla, gestisce l’impatto dei trekkers ed alpinisti (inquinamento, combustibile, cibo, plastica ) sull’ecosistema. Anche su questi temi si parla e scrive, da decenni, ma nulla si fa.
Quindi tutti a Copenaghen (summit sul clima dal 7 al 18 dicembre) a parlare e a leggere rapporti e statistiche ( già sentite a Bangkok). Rimane il fatto che i paesi ricchi (che non possono rinunciare ai consumi) e i paesi poveri (che vogliono diventare ricchi e dunque produrre) non riusciranno a trovare piattaforme comuni. Se non The “cap-and-trade” schemes, which allow countries to trade allowances and permits for emitting carbon dioxide, are “fundamentally wrong” and compare to “indulgences, come scrivono molti scienziati che ritengono le uniche proposte valutate nei lavori preparatori inutili perché inefficaci. Proprio sull’Himalaya comparve, nei mesi scorsi, un enorme nuvola di smog made in Cina, paese che ha superato gli USA nella produzione, anche, biossido di carbonio (il 24% della produzione mondiale, USA 22%). Anche l’India contribuisce, per adesso, con solo l’8%. Un’ipotesi avanzata da alcuni scienziati è che con questo ritmo (destinato ad aumentare) nel 2050 vivremo tutti più al caldo (+2 gradi).
I ricchi, dappertutto, aumenteranno la potenza dei condizionatori, i poveri avranno a che fare con raccolti più bassi, qualche inondazione, un po’ di siccità. Anche i paesi neo-globalizzati e dirigenti futuri del pianeta hanno imparato che, nella politica, bisogna fare grandi proclami per poi non fare nulla. E, infatti, l’India dichiara che sta preparando una normativa per elevare fuel efficiency standards, an increase in solar and wind energy. L’idea è di raggiungere il 5% dei bisogni energetici (che salgono annualmente del 10). Questo è l’impegno ma non accetterà nessun taglio imposto a livello internazionale. Uguale la Cina, che ha promesso un bel 15% (entro il 2020) di produzione d’energia rinnovabile, più o meno pari alla crescita dei bisogni energetici annui. Cioè tutto come prima, ma basta vedere i fumi dei carburanti delle macchine e dei bus indiani, nepalesi e cinesi per capire che anche nel piccolo (controllo benzina adulterata, obbligo di marmitte antinquinanti, gestione del traffico, mezzi pubblici), le dichiarazione udite nel pre-Copenaghen resteranno lì.
Qualche speranza c’è la dà il mercato. Case automobilistiche, elettriche, etc. devono rinnovare produzioni e smuovere il mercato. Il risparmio energetico (spinto dai governi per le stesse ragioni) può essere un nuovo strumento di marketing. Se la pubblicità e i condizionamenti muoveranno il consumatore in questa direzione sarà un buon business per i produttori (si rinnoverà il parco macchine) ma anche per il pianeta.
Altra ipotesi sarebbe, come dicono in molti, iniziare a smettere di correre e rallentare, ma nessuno ne ha voglia e neanche ce lo lasciano fare. Rallentare per se stessi e il pianeta è esattamente l’opposto di quanto stanno facendo i politici nepalesi, che invece di una bella e salutare camminata volano lassù in elicottero. Si perdono, fra l’altro, una grande e faticosa gioia.