Natale a Kathmandu

Dicembre 24, 2009

Stelle di Natale alte come alberi, un pò di freddo, collane di fiori (malla) per augurare buona fortuna a divinità e uomini. Cesti di mandarini (zundalà).


Nepal e la crisi: squatters, droga e migranti

Dicembre 9, 2009
Prima partiamo con gli aggiornamenti della situazione che ha rischiato di precipitare in Nepal. Fortunatamente i maoisti hanno sospeso lo sciopero generale proclamato dal 10 dicembre. All’ultimo minuto sembra abbia prevalso un po’ di ragione e il primo ministro Nepal e il leader maoista Prachanda hanno ripreso il dialogo, dopo le tensioni e i blocchi seguiti agli scontri di Kailali. Io resto ottimista e credo (spero) in un coinvolgimento dei maoisti nel governo e nelle decisioni strategiche (forma dello stato, sistema elettorale, et.) che dovrebbe, prima o poi, prendere l’Assemblea Costituente (bloccata). Già, per questa, si parla di un prolungamento dei termini. Nei prossimi giorni Nepal volerà in India per avere l’assenso dal Grande Fratello a una soluzione negoziata. Scuole chiuse e studenti che protestano in giro per il Nepal, vorrebbero studiare ma fra feste e scioperi vola via quasi 2/3 dell’anno scolastico.  Oggi brutta storia, un’altra giornalista è stata ferocemente picchiata a Rukum ed è in fin di vita. Si tratta di Tirtha Bista che scrive per un giornale vicino al partito di governo UML ch esprime anche il Primo Ministro (Unione Marxista Leninisti- ex comunisti moderati). Durante le elezioni fu ucciso il marito Yadu Gautam candidato per lo stesso partito. La causa del picchiaggio e dell’abbandono della donna creduta morta in una foresta, le critiche scritte contro alcuni esponenti maoisti locali. Ne riparleremo.
In Nepal siamo in perenne bilico fra default e ripresa, situazione che coinvolge speranze e vita di milioni di persone. Anche qui, come in Cambogia, le conseguenze della crisi hanno ridotto i posti di lavoro, chiuso molte fabbriche (e le poche multinazionali). In Nepal, più che altrove, la totale assenza dello stato sta pesando sui più poveri e sulla situazione sociale e di sicurezza del paese. Come scritto nell’altro post su questo piccolo viaggio fra i neo-globalizzati pesa la differenza con quanto sta accadendo fra i protagonisti della crisi stessa: banche, borsa, società finanziarie che non se la passano tanto male. Se uno digita “banche speculano” sul WEB si ritrova una bella mattonata di articoli che riportano dichiarazioni ufficiali (banche centrali e governi) su manager (sempre all’ingrasso), derivati tossici (diffusi negli enti locali italiani per fare cassa e beccare provvigioni), Bad Banks con i soldi della collettività per salvare le banche dei privati. Insomma il sistema resiste e si mantiene ben in piedi, ai suoi margini, più fuori che dentro, la gente si barcamena come può.  

Pensiamo per esempio a 4 milioni di persone senza terra in Nepal (i mitici Sukhumbasi sempre citati in progetti e reports delle NU e ONG da oltre trent’anni), confratelli nella sfiga dei contadini cambogiani che si vedono sfilare via la terra da sotto il naso (land grabbing) da multinazionali in cocca coi governi. Pensiamo che il loro numero aumenta per calamità naturali, sociali (come la guerra civile in Nepal) o crisi economiche. Cosa fareste, non spacchereste tutto visto che nessuno vi sta a sentire. Qualcuno sta cercando di farlo.
Aggiorniamo sul villaggio di Kraya nella Cambogia centrale (famoso per il riso) è diventato uno dei simboli della lotta contadina contro il furto di terra da parte di multinazionali (in questo caso vietnamita, che rende la tensione più alta visto i non buoni rapporti storici con i Khmer).
E’ una storia che va avanti dal 1994, quando a un gruppo di reduci furono date queste risaie (in cambio della pensione) e che si conclude, dopo proteste, botte, arresti, petizioni e altro, con l’intervento in forze della polizia che, a suon di bastonate, stanno cercando di convincere le oltre 50 famiglie a cedere la proprietà in cambio di qualche spicciolo. Però, ed è bello, che i giornali cambogiani hanno scritto di questa gente, hanno creato un caso che, forse, servirà a rendere più consapevoli e forti le migliaia di poveracci che nelle città e nelle campagne si vedono portare via il loro lavoro di anni.
I loro colleghi di Kailali (profondo Nepal occidentale) hanno cercato di fare lo stesso occupando parte di una foresta statale. Scontri con sei morti, sciopero a Kathmandu e blocco della città con 60 arresti, tensione altissima fra maoisti e governo. Accuse ai maoisti e alla loro associazione All Nepal Squatters di aver strumentalizzato ed esacerbato le proteste, che, fra l’altro si stanno estendendo non solo ai poveri e dimenticati distretti vicini (Kanchanpur e Doti) ma anche al resto del Terai più centrale (Rupandehi, Nawalparasi e Kapilvastu). Kailali (e i distretti vicini) sono noti solo per le frane, inondazioni e diarrea che li colpisce. Saranno i maoisti o la disperazione di gente in cerca di qualche sicurezza, visto che senza terra si lavora a giornata per euro 2 o 3 al giorno (semina e raccolti). Le alternative del passato erano le fabbriche del Terai (in gran parte chiuse) o quelle indiane anch’esse ferme.
I più intraprendenti (e con almeno un migliaio di euro per pagarsi visti, intermediari e viaggio) se ne andavano negli emirati, dove la speculazione e riuscita a beccarli anche lì. Ma anche lì, specie nel  Dubai,  gira male per le decine di migliaia di nepalesi, parte degli oltre 3.000.000 di migranti in giro per il mondo. Li’ guadagnavano euro 200-300 al mese (più vitto e alloggio, per così dire), quasi tutti impegnati nella costruzione dei grattacieli rotanti, piste da sci, immensi supermarket, hotels subacquei. .Oggi, molti, sono obbligati a lasciare le palazzine\pollaio nel deserto e tornarsene a casa o imbarcarsi in qualche altra avventura sfruttata.
C’è chi si organizza in altro modo strutturando una delle più fiorenti industrie locali (almeno nel passato) quella della droga. In Nepal, fino alla fine degli anni ’70, la droga era di fatto libera e trafficata in lungo e in largo, poi aiuti internazionali, turismo e criminalità hanno indotto il governo ad intervenire, con decisione contro l’uso e lo spaccio di eroina. Nei primi anni ’80 sono stati espulsi, con retate notturne, gran parte dei variopinti freakkettoni che vivevano e morivano con questi traffici, ripulita Kathmandu, accontendando i paesi occidentali (che vedevano scomparire tanti giovani), tour operators e qualche cittadino stufo di essere rapinato. Sul terreno qualche migliaio di eroinomani nepalesi, che importarono il vizio del buco dagli occientali.
L’hashish ha resistito ancora un po’. Cresce naturalmente in quasi tutto il Nepal tant’è che un tempo le piante più grosse erano utilizzate per segnalare i buchi nelle strade, anche nel centro di Kathmandu. Nel Dolpo è curato e raccolto e viene prodotto una delle migliori qualità mondiali, a Kathmandu si riempivano sculture, sederi, stupa di legno per esportare il mitico polline. I sadhu continuano a fumarselo normalmente, anche se sono stati chiusi i localini che lo vendevano all’ingrosso e al dettaglio e , durante lo Shiva Ratri, sono imitati da migliaia di gaudenti.
Tutto era un po’ improvvisato ma ecco che, oggi, salta fuori un organizzazione nepalese ben strutturata, internazionale, ramificata che non sta subendo la crisi ma solo qualche arresto o uccisione. Anche qui la manodopera arriva dai villaggi e ai migranti più disperati. Non per niente i cognomi più ricorrenti sono Ghale, Tamang, Gurung, quelli dei contadini delle colline nepalesi. Due di loro sono stati condannati a morte da un tribunale malese, e si sospetta che them might be linked to drug syndicates operating with the involvement of or led and fostered by Nepali nationals in foreign lands secondo la United States Drug Enforcement Agency (USDEA).
Si racconta di una mafia, la Crescent Moon, in cui i nepalesi sono utilizzati per spostare eroina dal triangolo d’oro verso i mercati consumatori. Uno dei manovali di punta era  Man Singh Ghale di Nuwakot, ucciso dalla polizia nel 2005 ma ben presto rimpiazzato da altri compaesani. A Karachi opera la madrina Gopi Tamang, (proveniente dal distretto di Dhading) che è riuscita ad allargare il giro al contrabbando di rupie indiane false (forse procurategli dai servizi segreti Pakistani di cui si racconta riuscirono a rubare carta e stampi orginali dalle stamperie ucraine). La 50 enne donnina è riuscita ad estendersi fino alla Tanzania e alla Nigeria. Nel suo giro i numerosi africani che giocavano (prima dell’arresto o espulsione) tutte le mattine a pallone nello spiazzo di Lainchour. Giri simili a Bankhok, Gruppi organizzati sono operativi a Bangkok So far as we know Nepali drug traffickers have spread out as much as the Chinese, Japanese, Afghan and Burmese traffickers,” raccontano i rapporti dell’USDEA. Non per niente l’India è un po’ preoccupata delle migliaia di chilometri di confine, praticamente senza controllo.
E non soprende che la crisi faccia aumentare, come sta accadendo a Kathmandu e a Phnom Penh, gente disperata disposta a tutto per sopravvivere. Specie se i governi sono indifferenti (Cambogia) o inadempienti (Nepal) e se  qualcuno di questi disperati, poi,  fosse in grado di leggere gli articoli di giornale. Come quando si leggono le esortazioni dei principali responsabili dello sfascio come il sempre eterno ex pluri primo ministro e presidente del Congresso nepalese Girija Prasad Koirala che, con le tasche strapiene, per la millesima volta dichiara We need to intensify efforts in the mountains to eradicate poverty and promote basic and primary health, education and economic development programmes”. Ricorda qualche nostra conoscenza. E, poi, subito dopo: Copenhagen carnival is in full swing… that more than 600 Nepali are headed to Copenhagen this week including members of the donor agencies, non-governmental organisations, media and the government. Hopefully, they can all take care of Koirala’s concerns.      


Tutti sull’Everest e di corsa

Dicembre 4, 2009

 Infine partono, un gruppone di 109 ministri e funzionari saliranno (in elicottero) sui 5500 metri di Kala Pattar, lo splendido balcone (pianoro) sul gruppo dell’Everest. Il posto fa piangere per la sua bellezza, circondato da Pumori, Lothse, Nuptse che nascondono il triangolo del Sagarmatha. Una corona di montagne. Sotto, i rifugi di Gorakshep, appoggiati, fra banchi di sabbia, sul pietroso ghiacciaio del Ronbuk. In fondo il Campo Base.

Questo è l’ambiente, freddo e con poco ossigeno (si calcola 1\3 in meno rispetto a Kathmandu), speriamo che nessun dei grandi vecchi ci lasci la pelle. Il percorso prevede Lukla (aeroporto), Tyangboche (monastero e acclimatamento) e infine tutti sul pianoro per poco più di 10 minuti. Lo stesso percorso che i trekkers fanno a piedi in più o meno 5 giorni. Sarà un bel via vai di elicotteri (ogni volo non potrà portare più di 6 persone) che non aiuteranno l’ecosistema che si vuole difendere. L’idea è venuta quando, nello scorso ottobre, una parte (i più sportivi) del governo maldiviano fece un consiglio dei ministri sott’acqua per sensibilizzare sul progressivo annacquamento delle isole. Così il presidente Mohamed Nasheed è stato nominato da Time, “Eroe dell’Ambiente 2009”. Meglio che niente, due guide sherpa, hanno vinto il Climate-for-Life ambassadors del WWF (Apa Sherpa e Dawa Steven Sherpa).

Tornando al viaggio sull’Everest lo organizza un amico, Suman Pandey, ben introdotto tour operator nepalese (qualche italiano magari l’ha conosciuto per le sue frequentazione al BIT di Milano) ed ex-presidente della potente Trekking Agencies Association. Lui dispone di qualche elicottero e di ottime conoscenze per cui sarà uno dei beneficiari degli oltre euro 100.000 spesi nell’operazione. L’obiettivo primario è sensibilizzare i donatori perché investano nel nuovo business del climate change, come ha già fatto la cooperazione inglese (DFID) con un versamento di 50 milioni di sterline. Obiettivi secondari, come descritto, fra le righe dal Tourism Board, fare un po’ di pubblicità all’industria turistica in lenta ripresa. Infine, tanto che ci siamo, ricordare il Nepal nel prossimo vertice mondiale sul clima di Copenaghen. Quello che penso io (e tanti nepalesi) è che l’operazione sia la solita buffonata dei politici.

Tanto il paese si sta sfaldando se il governo non scenderà a patti con i maoisti che hanno proclamato dal 10 dicembre sciopero nazionale e proclamazione di regioni autonome. Quindi sarà difficile intervenire su qualsiasi, dei molti e vitali, problemi sul tappeto. Se ciò accadrà il paese si ri-bloccherà e con esso sviluppo, interventi ecologici e tutto il resto. Nella pratica, malgrado discorsi e piani, Kathmandu è di nuovo in shortage d’acqua, benzina e gas per i l riscaldamento (almeno proteggiamo così il clima), e la spazzatura diventa incontrollabile. Anche il sacro fiume Bagmati non riesce più a contenerla e , come sempre, con poca acqua diventa una grande fogna a cielo aperto. Le macchine e i bus riempono la Valle di smog. Neanche si riesce a chiudere il centro storico. Tutti argomenti da decenni al centro del dibattito fra ONG, UN e politici senza risolvere un fico secco. Se invece di parlare del clima globale s’iniziasse a fare interventi concreti su queste questioni magari, qualcosa, inizierebbe a migliorare.

Certo i ghiacciai diminuiscono, il monsone è sempre più erratico e sega i raccolti agricoli, i fiumi straripano durante i monsoni;  ma, anche qui, nelle campagne non si fanno piccoli interventi (dighe, sistemi d’irrigazione, argini, pozzi) che potrebbero beneficiare l’ecosistema e chi ci vive e ci campa. Anche perché le conseguenze dei mutamenti climatici colpiscono, duramente, persone già al limite della sopravvivenza. E’ il caso delle vittime dello straripamento del Saptakoshi (come tutte le altre) che da decenni attendono qualche aiuto dopo che il fiume ha portato via terra e case e ora hanno bloccato i lavori di ripristino degli argini. Speculazione, povertà, corruzione spiegano perché nelle foreste del Terai sono aumentati i tagli illegali di legno pregiato (e no) e il contrabbando verso l’India degli alberi di sakhu (utilizzato per le costruzioni). Tutto in cocca con le autorità locali (magari finanziate da qualche donatore per piantarli); nei villaggi (anche dove le comunità funzionano per controllarne l’utilizzo) è sempre la legna il principale combustibile. I rinoceronti sono accoppati e venduti ai cinesi, in montagna si costruiscono strade, spesso inutili e dannose per il business del turismo, nessuno controlla, gestisce l’impatto dei trekkers ed alpinisti  (inquinamento, combustibile, cibo, plastica ) sull’ecosistema. Anche su questi temi si parla e scrive, da decenni, ma nulla si fa.

Quindi tutti a Copenaghen (summit sul clima dal 7 al 18 dicembre) a parlare e a leggere rapporti e statistiche ( già sentite a Bangkok). Rimane il fatto che i paesi ricchi (che non possono rinunciare ai consumi) e i paesi poveri (che vogliono diventare ricchi e dunque produrre) non riusciranno a trovare piattaforme comuni. Se non The “cap-and-trade” schemes, which allow countries to trade allowances and permits for emitting carbon dioxide, are “fundamentally wrong” and compare to “indulgences, come scrivono molti scienziati che ritengono le uniche proposte valutate nei lavori preparatori inutili perché inefficaci. Proprio sull’Himalaya comparve, nei mesi scorsi, un enorme nuvola di smog made in Cina, paese che ha superato gli USA nella produzione, anche, biossido di carbonio (il 24% della produzione mondiale, USA 22%). Anche l’India contribuisce, per adesso, con solo l’8%. Un’ipotesi avanzata da alcuni scienziati è che con questo ritmo (destinato ad aumentare) nel 2050 vivremo tutti più al caldo (+2 gradi).

I ricchi, dappertutto, aumenteranno la potenza dei condizionatori, i poveri avranno a che fare con raccolti più bassi, qualche inondazione, un po’ di siccità. Anche i paesi neo-globalizzati e dirigenti futuri del pianeta hanno imparato che, nella politica, bisogna fare grandi proclami per poi non fare nulla. E, infatti, l’India dichiara che sta preparando una normativa per elevare fuel efficiency standards, an increase in solar and wind energy. L’idea è di raggiungere il 5% dei bisogni energetici (che salgono annualmente del 10). Questo è l’impegno ma non accetterà nessun taglio imposto a livello internazionale. Uguale la Cina, che ha promesso un bel 15% (entro il 2020) di produzione d’energia rinnovabile, più o meno pari alla crescita dei bisogni energetici annui. Cioè tutto come prima, ma basta vedere i fumi dei carburanti delle macchine e dei bus indiani, nepalesi e cinesi per capire che anche nel piccolo (controllo benzina adulterata, obbligo di marmitte antinquinanti, gestione del traffico, mezzi pubblici), le dichiarazione udite nel pre-Copenaghen resteranno lì.

Qualche speranza c’è la dà il mercato. Case automobilistiche, elettriche, etc. devono rinnovare produzioni e smuovere il mercato. Il risparmio energetico (spinto dai governi per le stesse ragioni) può essere un nuovo strumento di marketing. Se la pubblicità e i condizionamenti muoveranno il consumatore in questa direzione sarà un buon business per i produttori (si rinnoverà il parco macchine) ma anche per il pianeta.

Altra ipotesi sarebbe, come dicono in molti, iniziare a smettere di correre e rallentare, ma nessuno ne ha voglia e neanche ce lo lasciano fare. Rallentare per se stessi e il pianeta è esattamente l’opposto di quanto stanno facendo i politici nepalesi, che invece di una bella e salutare camminata volano lassù in elicottero. Si perdono, fra l’altro, una grande e faticosa gioia.


Gadhimai: dea madre, sacrifici, gran bevute

Novembre 21, 2009

gadhimaiScaduta la tregua, fra maoisti e governo il 20 novembre, continuano le discussioni. Addirittura il leader maoista Prachanda si è recato a Singapore per incontrare il Grande Vecchio del Congresso Koirala (ospedalizzato lì). Tutto si muove verso un accordo (come previsto in altri posts)  proprio nel giorno in cui si festeggia e ricorda la fine della guerra civile (1996-2006) con la firma del Comprehensive Peace Accord (CPA) fra i maoisti e i partiti democratici. Da allora si è mosso poco (stesura costituzione, smantellamento esercito maoista, riforma dello stato, ripresa economica). Si conta su un accordo ma l’attenzione di è già spostata sul piccolo villaggio di  Bariyarpur (Terai) dove stanno giungendo centinaia di migliaia di pellegrini per celebrare il  Gadhimai Mela, uno dei più importanti festival dell’India del nord (e Terai nepalese). che si tiene nel piccolo villaggio ogni  cinque anni. Qualcuno è già morto per aver bevuto come un matto, tradizione della festa, liquori contraffatti.

La zona è già nota per le apparizioni del Buddha Ragazzo e perché sarà il punto d’arrivo della prima strada a quattro corsie che dovrebbe congiungere la Valle di Kathmandu al Terai e India (finanziamenti permettendo). Intorno al villaggio,  piane foreste spelacchiate, qualche coltivazione di riso, mais, fiori gialli di sesamo, tanti bufali gobbuti e povertà. Non distante il confine indiano, la città ponte di Hetauda, grandi traffici e contrabbandi.  Le poche fabbriche del Nepal (chimica, juta, cotone) sono sull’orlo del fallimento o già chiuse come la Palmolive-Colgate e la Everest Polymers. Il distretto industriale ha perso il 45% della produzione (e dei posti di lavoro) a causa della crisi internazionale e dell’assenza di una politica economica del governo.  Qualche anno fa, si tenne una delle rare manifestazioni sindacali (proprio per una chiusura di una fabbrica) che finì con qualche morto fra gli operai.

Questo posto è, da qualche tempo, al centro dell’attenzione della stampa internazionale (specie indiana) per il gran festone del Gadhimai, una tradizione che va avanti da oltre 200 anni. Durante la festa (24-26 novembre) verranno sacrificati oltre 500.000 animali (fra cui 60.000 bufali), importati illegalmente dall’India senza controlli sanitari e doganali). Non è una novità nella tradizione hindu dove la venerazione alle divinità “energetiche” Shiva, Shakty, Kali, Durga, Devi è sempre accompagnata da sangue e morte. Gadhimai, dal volto nero e spettrale e dai grandi occhi bianchi, è una delle molti potenti emanazione dell’Energia Primordiale, Femminile e Generatrice. E’ la Madre Terra cui si deve (come in molte altre civiltà, compresa la nostra idealmente) manetenere viva la Forza offrendo sangue ed energia umana o animale (la Vita). In cambio, l’Umano, ha benefici generali (raccolti, protezione vita) e particolari (figli, mariti, potenza nel mondano, salute). Questo racconta la gente che ogni martedì e sabato sgozza polli e caproni fra gli alberi cupi di Dakshinkali (sui margini meridionali della Valle di Kathmandu), nelle migliaia di templi di Durga durante il Dashain, o sulle rive dei fiumi sacri, come al grande tempio di Kali a Calcutta. Da tempo immemorabile, questo raccontano i sacerdoti nei milioni di villaggi hinduisti del subcontinente e su questo vivono.

Le stesse speranze spingono centinaia di migliaia alla pagoda di Bariyarpur a fine novembre da oltre 200 anni, quando ancora qui governava la dinastia dei Kiranti (11-14 secolo) e Bara era parte del potente regno Mithila. Addirittura, si racconta, che il famoso tempio di Taleju a Kathmandu sia una replica di quello dedicato a Gadhimai e che la stesso culto della Kumari (la Dea Bambina, emanazione di Durga) venga da qui. I sovrani di Kathmandu scendevano nel Terai durante la festa e così fece anche l’ex re Gyanendra che oggi si è pentito e ha richiesto, insieme a animalisti, intellettuali, il Buddha Tamang , Brigitte Bardot, monaci buddhisti,  al governo nepalese (che se ne è impippato) l’abolizione della festa. Un corteo è sfilato nei giorni scorsi a Bara chiedendo di sostituire i sacrifici animali con offerte di frutta e vegetali (quello che fanno buddhisti e vishnuisti).

Si è mossa anche Maneka Gandhi (da sempre ambientalista) vedova del discusso Sanjay Gandhi e pecora nera della potente famiglia con un bello ma fragile articolo. Fragile perché le sue argomentazioni non toccano  i contadini, operai, disoccupati (il proletariato del subcontinente), che non potendo comprare i biglietti della lotteria si affida alla tradizione per continuare a sperare di migliorare le proprie condizioni o di re-incarnarsi in un ricco possidente. Scrive giustamente Maneka del business che sta dietro a tutto questo , (come ad ogni espressione rituale delle religioni), dei venditori di alcol (che s’arricchiscono durante le feste), degli onnipresenti prestasoldi che anticipano le spese dei sacrifici, dell’import ed export di animali, pellami, carne (ciò che resta dei sacrifici), e di sacerdoti che s’ingrassano a Bara come nei villaggi. Addirittua c’è un sito (non funzionante) sulla festa. Questa è ancora l’India, del resto cosa dovrebbero dire i milioni di tacchini uccisi (più o meno nella stessa data) al Thanksgiving nella civilizzata America.

Gli appelli degli intellettuali indiani per sospendere la festa non hanno avuto successo sul governo nepalese allo sbando. Il Buddha ragazzo, Ram Bahadur Bamjan, ha promesso di essere lì durante la festa per impedire le uccisioni. Il gran sacerdote del tempio di Gadhimai, il brahmino Mangal Chaudhari ha assicurato che, progressivamente, il numero di animali sacrificati diminuirà, la polizia ha aumentato il numero di uomini impegnati per evitare che, alle tradizionali botte fra i festeggianti, qualcuno non se la prenda con i contestatori.


Maoisti in Nepal, scoppia la rissa

Novembre 13, 2009

maoisti novembre 2009Aggiornamento 13\11: Oggi si è conclusa, con una grande manifestazione la seconda fase delle proteste di piazza dei maoisti, bloccata gran parte ella città con un corteo stimato in qualche decina di migliaia di persone. Tutto in ordine e prefettamente organizzato, gruppi di ragazzotti in maglietta rossa hanno vigilato. Nel resto della città, la vita è proseguita più o meno regolarmente e la gente ha pensato a sbarcare il lunario, anche qui la politica è un pò distante dalle aspettative della gente comune. Il comizio del leaderissimmo Prachanda ha entusiasmato la folla: una tregua fino al 20 novembre e poi inizierà la terza fase, pura e dura, con un bello sciopero generale. Alternativa, tornare nell’Assemblea Costituente e mettere sotto accusa il Presidente della Repubblica Yadav, ritenuto insieme a Koirala il grande manovratore dell’esclusione dei maoisti dal governo e del mezzo colpo di stato (appoggiato dall’esercito) che lo provocò.

maoisti in nepal dai villaggiBotta da orbi oggi intorno a Singh Durbar, l’enorme Palazzo Bianco che un tempo ospitava i Principi Rana ed oggi sede di numerosi ministeri. Come ai vecchi tempi, quando i maoisti erano appena usciti dalla clandestinità, sono arrivati i bus dai villaggi di Kavre, Ramechap, Gorkha, carichi di contadini e ragazzini che sembrano in gita scolastica. Per sicurezza scuole chiuse.

Prima dell’alba, nel nebbione invernale, sono entrati nel compound del Palazzo ministri, segretari e travet per sfuggire al blocco (gherao) dei maoisti. Poi qualche migliaio di persone ha bloccato la zona, batti e ribatti e, come sempre, accade dalla parole si è passati ai fatti e sono iniziati a mulinare i bastoni (lathi) dei poliziotti.

 Gli scontri si sono estesi a tutta l’area centrale di Kathmandu e hanno coinvolto attivisti, parlamentari e leaders dei maoisti, una cinquantina ricoverati in ospedale. Nel resto del Nepal circondati e bloccati i gli uffici pubblici. Prima, dice Prachanda, una tregua per continuare le trattative poi, se non c’è accordo, inizierà la terza fase della protesta e la formazione di un governo alternativo.

Gli interlocutori (i principali leaders governativi) sono bloccati dall’influenza suina che ha colpito il Primo Ministro Nepal (ha addirittura rinunciato all’abituale gozzoviglia prevista alla FAO di Roma, per parlare, guarda un po’, degli effetti del clima sull’agricoltura) e la mummia Koirala, gran burattinaio della politica nepalese da decenni. Quelli in salute vanno e vengono da Delhi, dove l’India non sa più che fare.

Il  Grande Fratello, secondo me, vorrebbe che si mettessero tutti d’accordo per iniziare a stabilizzare il paese. Per gli indiani, con importanti investimenti, moltitudine di migrati e migliaia di chilometri di frontiera, sarebbe importante che il Nepal raggiunse, dopo 15 anni, un minimo di stabilità, che dalle sue frontiere bucate non transitassero più droga, armi, denaro falso, medicine contraffatte. I maoisti, e c’è da crederci visto i problemi che hanno, dicono che non hanno rapporti e collegamenti con i loro colleghi indiani, che sono uno dei grandi problemi della sicurezza per Delhi. La necessità di non far precipitare la situazione, le pressioni internazionali (nè alla Cina nè all’India piace l’instabilità alle frontiere), la voglia di pace della gente comune mi fà continuare ad essere ottimista su una prossima soluzione negoziata. Due segnali sembrano confermarlo: il governo ha ritirato il blocco alle manifestazioni nella capitale minacciato e la Corte Suprema ha iniziato a valutare la costituzionalità degli atti del Presidente della Repubblica  Dr Ram Baran Yadav (del Congresso e amico personale di Koirala) relativamente al suo supporto al generale Katawal entrambi invisi ai maoisti. Certo che non è facile rinunciare a parte del potere per far posto ai maoisti a parte degli attuali goevrnanti.

Ma la stampa internazionale e specie quella indiana più dell’interminabile crisi politica si è occupata del Nepal per la Grande Gadhimai Mela che si terrà a Bara (nel Terai). Fra l’altro qui è progettato che arriverà l’unica strada a quattro corsie del Nepal, collegando Kathmandu al Terai. Bara è stata anche famosa perché nelle foreste che la circondano meditava il Buddha Ragazzo. Comunque il 24 e 25 novembre arriveranno centinaia di migliaia di pellegrini (specie indiani) per il quinquennale auspicio di Gadhimai, una delle tante forme della Dea Madre, dell’energia creativa, di Kali, Durga. Durante la festa, come tradizione, verranno sacrifica milioni d’animali, fra cui, si parla, di oltre 60.000 bufali. La storia è un po’ strana per il business che ci sta dietro, decine di personaggi (fra cui il Buddha Ragazzo) hanno firmato articoli e petizioni di protesta, oggi migliaia di persone sono sfilate mangiando vegetali e chiedendo che al posto di galline, capre e bufali vengano offerte alla Dea banane e spinaci. Che in effetti sarebbe meglio. Ma ne parleremo in un altro post.


Nepal: il tiraemolla dei maoisti

Novembre 4, 2009

dal Kala Pattar-everestForse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.

In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.

Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.

Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.

Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero  centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.

Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.

In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.

Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.

L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.


Il Chhat in Nepal: sole e acqua da ringraziare

Ottobre 26, 2009

tramonto sulle colline del nepal Oggi al tramonto finisce il festival del Chhat festeggiato da gran parte degli abitanti hinduisti dell’India settentrionale e dagli abitanti del Terai nepalese. Donne vestite con il sari e uomini cosparsi solo di polvere gialla e rossa si lavano nei fiumi all’alba e al tramonto. Vogliono ringraziare Surya, Vishnu, il Sole prima che vada a riposare per i mesi dell’inverno. Anche a Kathmandu i molti Madhesi migrati vanno al fiume (il putrido Bagmati) o nelle sacra piscina di Rani Pokhari, aperta per l’occasione. La festa dura sei giorni, inizia il sesto giorno del sesto mese Kartik (secondo il calendario lunare).

Stasera al tramonto la festa finisce con l’ultima mangiata vegetariana di thekuwa, banane, canna da zucchero e altri dolci d’origine indiana. Come il buonissimo kheer (budino di riso). Acqua e sole meritano questi festeggiamenti e la devozione della gente del Terai. Mi raccontano dal Nepal che le giornate di festività (Dashain, Tihar, Chhat) sono costate più del doppio dello scorso anno. Solo per il Chhat l’anno scorso si spendeva circa Rs. 800 ques’anno per comprare le cose necessarie per le puja e per i pasti si è speso più di 2.000 rupie. Lo zenzero costava Rs. 30 al Kg. oggi costa 160; un limone costava Rs. 2 oggi 10. Tutto sta aumentando, conclude sconsolato l’amico, tranne i guadagni.

Offerte, preghiere dirette a propiziare gli elementi vitali, il sole e l’acqua dovrebbero aumentare anche nella più mondana e moderna Kathmandu. Il sole è offuscato dallo smog perenne che aleggia sulla Valle, bronchiti, asma, TBC sono le malattie più diffuse. Quello che si coltiva è ammorbato dal piombo e dalla polvere delle automobili. La vita per i pedoni è difficile fra cumuli di spazzatura, pochi e diroccati marciapiedi, file di venditori accovacciati, macchine, camion, tempu che pretendono la precedenza.

Timidamente, dopo decenni d’inutili discorsi e convegni, s’è presa l’iniziativa di bloccare una parte di Thamel (un area di soli 100 metri quadri da Kathmandu Guest House Chowk Narasingha Chowk, nella speranza di felicitare qualche turista) al transito di ogni veicolo ( vehicle-free zone) dal 1 novembre. Il sogno, molti anni fa, era che tutto il cuore vecchio della città (da Thamel, passando per Asan Tole da un lato e Chetrapati dall’altro, fino alla Piazza inclusa) fosse chiuso al traffico veicolare. Solo risciò e portatori avrebbero potuto muoversi nella città medioevale, portando merci e passeggeri (aumentando così il loro reddito). Il sogno prevedeva che le vecchie case fossero ristrutturate con i criteri del passato e magari i lavori finanziati con tasse agevolati da una dei molti donatori internazionali (UNESCO, UNDP) che buttano via i soldi in progetti inutili o non completati. Un sogno che poteva rendere un sacco di soldi, diminuire l’inquinamento della Valle, iniziare una regolazione urbanistica, mantenere il turismo. Salvare la Firenze d’Asia ( come era una volta chiamata Kathmandu) doveva essere uno degli obiettivi degli strateghi dello sviluppo nepalese. Niente si è fatto.

L’acqua è un altro problema mica da ridere. Da aprile-maggio (fine stagione secca) manca in tutta la parte meridionale della Valle, non è potabile e solo il 30% degli alloggi ha acqua corrente. Anche qui le hanno provate tutte, investito fior di milioni di euro, impiegati centinaia di consulenti stranieri, privatizzato, ma il problema è rimasto. La grande diga della Mid- Marsyangdy (fa il paio con quella del Gandaki dove c’era dentro anche la potentissima e protetta Impregilo), finanziata dai tedeschi, è costata più del doppio di quanto previsto, per dire come gira il mondo. Adesso sulla graticola è rimasto qualche funzionario nepalese.

Ma il problemino d’affrontare sembrerebbe, ora, quello del progressivo esaurimento dei depositi d’acqua sotterranei della Valle, ricordo dei tempi mitici in cui Kathmandu era una grande lago con al centro il Buddha Primordiale, sotto forma di loto. Il Boddhisattva Manjustri con il suo spadone aprì una breccia, le acque defluirono dalle gole meridionali di Chobar e si formò l’isola di Swayambunath, finalmente visitabile dai fedeli. Quanto rimane del lago s’esaurirà, secondo un recente studio, fra meno di 100 anni aggravando i problemi idrici della città. Del resto, per rimanere nell’ecosistema fragile e violentato del Nepal anche le tigri stanno scomparendo dalle giungle del Terai, se ne contano meno di 100 esemplari.

I politici che fanno? Hanno ripreso a litigare nell’eterno tira e molla fra partiti di governo e maoisti. Qualche scontro fra opposte fazioni qua e là. Un po’ di ruberie e mafie dei giovani maoisti sempre più fuori controllo. La situazione si rifà tesa.  Ci manca solo qualche escorts, trans e ipocrisia.


Jazzmandu

Ottobre 16, 2009

jazzmanduInizia il Tihar, la festa delle Luci, che conclude i quindici giorni di riunioni famigliari, invocazioni alle divinità, sacrifici e gran mangiate del Dashain. Il Tihar, porta via tutte le feste e anche uno degli avvenimenti più interessanti di questa stagione a Kathmandu, il Jazzmandu: una serie di concerti di jazz e blues iniziati il 7 ottobre con l’ Himalayan Blues Festival.

L’idea di Jazzmandu l’hanno avuta sette anni fa due suonatori nepalesi (fra i pochi) che hanno iniziato lemme lemme a organizzare concerti nella capitale. I due ex-ragazzi organizzatori, Chhedup Bozman e Navin Chettri, suonavano e suonano con un loro gruppo (Cadenza) e, entusiasmati al ritorno dal Palmer Street Festival in Australia hanno provato a replicarlo anche qui a Kathmandu. L’evento è cresciuto, tanta gente partecipa entusiasta ed è stato pure aperto un Kathmandu Jazz Conservatory.  Quest’anno sono stati raccolti un bel gruppo di musicisti internazionali e nepalesi. Il Festival si muove fra hall di grandi alberghi ma scende anche nelle strade e uno dei posti più affascinanti per ascoltare la musica è stato, quest’anno, l’antico e restaurato (dai tedeschi) Palazzo Reale di Patan.                   La parola d’ordine, come negli anni della guerra civile, è Music for peace and compassion.

Un sacco di gente sulla collina di Gokarna, malgrado il monsone interminabile, per ascoltare gli ottimi musicisti nepalesi che mischiano strumenti e suoni tradizionali con la musica dell’occidente come i Gandharva, poi i tranquilli e soavi Simon Fisk e Arron Young.  Poi tante suonate in giro per la città con gli olandesi del Yuri Honing Trio, il grande flauto di Jamie Baum, insieme al gruppo Trio Urbano (con Dario Eskenazi e Susan Pereira) e tanti altri sia nepalesi che occidentali.              Un avvenimento, sempre per minoranze, che però ha dato fiato alla città schiacciata da una montagna di problemi.

Con il finire delle feste, infatti, si rimuovono i politici con le loro interminabili beghe inconcludenti. Adesso si è aperto lo scandalo Koirala (l’ottuagenario e potentissimo ex-primo ministro, una specie d’Andreotti locale) accusato di undemocratic decisions” and engaging in nepotism, per aver piazzato, fra l’altro, la figlia come vice-primio ministro. Ha scontentato qualche potente del suo partito e sono iniziate, come già nel passato, le divisioni interne che si sommano a quelle esterne, come gli estenuanti incontri per far entrare i maoisti nel governo. Niente di nuovo, tutto come previsto, i partiti ripetono il passato e non riescono a governare. La gente si barcamena e cerca di andarsene, cosa non facile perché sono finiti i passaporti (veramente).


Nepal, difficile trovare un respiro

Giugno 22, 2009

budhanilkanta-vishnu-dormiente, l'ecquilibratoreUna ragazza di 18 anni rapita e uccisa a Bungamati (ai margini di Kathmandu, dove risiede l’attualmente venerato e vagante Rato Machendranath). I suoi compagni di scuola che protestano a Kalimati perché siano catturati i delinquenti che hanno fatto a pezzi la giovane Khyati Shestra, arrivata da Biratngar per studiare e lavorare nella capitale. Non è il primo caso di quelli che sono chiamati rapimenti random, in cui i rapitori chiedono il riscatto dopo aver ucciso la vittima. Un brutto segno che conferma disperazione e rottura di sistemi sociali e culturali.

A Baglung, nell’estremo ovest, sono scoppiati violenti disordini a seguito di un matrimonio fra un Dalit e un membro di una casta più elevata. Due persone sono state linciate a Bara (nel Terai centrale) perché accusate di aver ucciso un esponente maoista.

Intanto non piove e si ritarda la semina del riso con inevitabili conseguenze negative sui prossimi raccolti; l’alta temperatura e la mancanza d’acqua rischiano di ridurli del 30-40% con gravi conseguenze sulle scorte alimentari delle famiglie. Nell’estremo ovest (distretto di Achham) già si parla di carestia come preannunciato da tutti (comprese le varie cocche delle NU) da mesi, senza però che dopo gli annunci seguissero i fatti.

Kathmandu è perennemente sconquassata: dai maoisti che, nei giorni scorsi, hanno bloccato gli uffici pubblici, vandalizzato qualche sede degli oppositori. Nel distretto di Dhading gli scontri fra partiti hanno obbligato al coprifuoco. Dai nazionalisti che hanno accolto con bandiere nere il potente emissario del governo indiano Menon, salito a Kathmandu per cercare di convincere i partiti sostenuti (Madhesi, Congresso e UML) a mettersi d’accordo. Impresa difficile ma necessaria per porre le minime basi per rimettere ordine ai confini. Tanto più isto che i maoisti indiani hanno ripreso l’offensiva (11 morti nell’India centrale) e che, addirittura, in Bhutan sono comparsi gruppi armati che si richiamano al vecchio e in disuso (almeno in Cina) Gran Timoniere.

Fra i nazionalisti arrestati (e malmenati) il regista Manoj Pundit, autore del documentario Greater Nepal: In Quest Of Boundary in cui addirittura chiede di ripristinare gli antichi confine del Grande Nepal (prima dell’accordo del 1876 con l’ Impero inglese a Segauli) e che includevano Darjeeling e il Sikkim.

Insomma il solito casino che tende ad aumentare dopo che in 1 mese il governo non è stato neanche in grado di definire i propri ministri, figuriamoci di prendere qualche decisione a beneficio del paese. Nella logica del non c’è mai peggio, qualcuno inizia a rimpiangere i maoisti di Prachanda e a preoccuparsi di una ripresa, in forme diverse, del conflitto.

L’arresto di Manoj introduce, però, qualche avvenimento interessante. Sta girando per il Nepal (145 proiezioni in tutti i distretti) il film Frames of War (visto da decine di migliaia di persone) che racconta in 45 minuti la storia di sette famiglie schiacciate dalle opposte fazioni durante il conflitto civile e il desiderio del paese di chiudere definitivamente quel capitolo durato dieci anni di morti, torture sparizioni e violenze . The testimonies we gathered, the emotions expressed were so raw and so powerful that we felt we have to document them, racconta Kunda Dixit (lo Scalfari del Nepal) e dal suo giro per il paese segnala con preoccupazione “More worryingly, we saw rising ethnic friction. Class war seems to have been replaced by growing ethnic and communal violence.” I registi sono Prem BK and Kesang Tseten.

Si raccontano tragedie non risolte, sfruttate e dimenticate anche nella mostra fotografica aperta a Bhrikuti Mandap Exhibition Hall. Qui 90 fotografi di tutti i paesi hanno portato tristi testimonianze dei disperati del mondo: i milioni di rifugiati Pakistani dell’Afghanistan, dal campo profughi di Mugunda in Congo. Un po’ di speranza la racconta un fotografo nepalese nelle sue foto sui profughi buthanesi As a photographer, I toured the camps in search of sadness but found hope. I searched for photogenic miseries but found bright eyes and easy smiles I searched for fatalism but found a vibrant community.

Un respiro.


Kathmandu di notte

Giugno 16, 2009

3081879398_48f5638e4fNon si riesce a fare un governo decente, sono passate due settimane e l’elencodei ministri si fa e si disfa ogni giorno, cercando di conciliare le necessità dei 22 partiti che formano la coalizione.I maoisti accentuano la pressione per non restare fuori, bloccando Kathmandu, molti distretti del Terai (e dunque i trasporti dall’ India) e ricostituendo strutture di governo indipendenti.

I micidiali militari indiani delle Forze di frontiera spazzano via interi villaggi nel Nepal occidentale (già sfigato e povero) per allargare i confini dell’India in attesa della firma del trattato (fermo da un anno) da parte dei fantomatici governi nepalesi.

I partiti Madhesi vogliono tutto e subito: ministri, loro uomini nelle forze armate, autonomia del Terai e già protestano nell’Assemblea e nelle piazze. Nel gran baillame ne approfittano i mangiasoldi delle Nazioni Unite e ottengono il prolungamento dei mandati per due enti inutili, dannosi e costosi:Office of the High Commissioner for Human Rights, Nepal (OHCHR-Nepal) e lavergognosa UNMIN. Il mancato rinnovo degli accordi con questi qua avrebbe portato danni non solo agli espatriati e locali foraggiati per far nulla (o danni) qualche migliaio, ma anche al fiorente mercato della bella vita notturna, condito con prostituzione e sexi (dance)bar .

In questo settore, esploso, negli ultimi 5 anni lavorano oltre 5000 persone (fra cui si racconta qualche centinaio di ragazzini\ragazzine). Thamel, i grandi alberghi, i casinò sono i pilastri della nuova night life della capitale. I tristi bar/bordelli di Thamel con incredibili insegne luminose o dipinte a mano; i sorpassati full massage, unici centri di diffusione del sesso a pagamento fino a pochi anni orsono; gli occulti giri d’alto bordo negli hotels a 5 stelle e nei casinò. In ordine: nepalesi, turisti ed espatriati il mercato.

Pensare che fino a pochi anni orsono, tutto si spegneva alle 22 (anche i pochi televisori che esaurivano programmi di ballo e soap opera indiane). Strade deserte, solo il sabato s’aggirava qualche ubriacone magari uscito dai ristoranti indiani che vendevano alcol e propinavano un po’ di musica. Bisognava stare attenti alle alle ronde costanti dei poliziotti intabarrati in paurosi mantelli verdi.

Negli ultimi anni, al sabato e al venerdì il centro di Kathmandu è pieno di gente. Ragazze e butta dentro cercano d’infilare gente negli afosi bar che hanno ripreso a funzionare a pieno ritmo, malgrado ordinanza e proclami. Nel settembre 2008, il ministro degli interni Bam Dev Gautam, chiuse per 15 giorni i i dance bars. Poi manifestazioni delle lavoranti, proteste della potente lobby dei gestori, interventi dellepotenti mafie Tamang, Manangi e tibetane che procurano voti e stipendi a mezzostato hanno fatto arretrare il governo.

Gli unici che ci hanno rimesso in questa tentata ondata moralizzatrice sono stati i travestiti che hanno abbandonato Tridevi Marg (troppo centrale) e si sono piazzati all’angolo buio di Lazimpath.  I baretti hanno continuato come prima. Le donnine d’alto bordo che s’aggirano negli hotels per gli espatriati se ne sono fregate alla grande delle parole del ministro, contano su protezioni più potenti. Qualche parlamentare e ministro è stato beccato nei bordelli ma tutto è finito nel gossip popolare (evento di cui l’Italia è campione) senza alcuna conseguenza per i protagonisti.

Per certi versi è vero quello che dichiarò il ministro restaurants and bars have encouraged youths to criminal activities, leading the society to chaos; e d è vero che la mentalità dei nepalesi è cambiata velocemente nell’ultimo decennio. Luoghi considerati da fuori casta (bar e discoteche) sono oggi frequentati dalla buona società nepalese;  le ragazze che ci lavorano, un tempo socialmente emarginate, iniziano ad essere accettati. Non si raggiunge il livello della Cambogia dove tutto e in ogni luogo è in vendita ma il trend sembra questo.

Chi rischia di stare fuori dal giro chiaramente ne soffre e s’incazza. Per bere, andare ai rave party, rimorchiare qualche ragazza servono soldi,macchine, telefonini (gli espatriati danno l’esempio) che non si fanno coltivando i campi della famiglia, vendendo cipolle, lavorando nelle fabbrichedi tappeti. Chi non ha i soldi, come ovunque, dà via di matto ed ecco fatti fino a pochi anni orsono impensabili. Alle 9 di sera, una donna è stata assalita nel centralissimo Ratna Park, a pochi metri dalla stazione di polizia. Non si contano le rapine violente nelle strade e i furti ngli appartamenti.

Dl resto servono bei soldi per andare nei locali, come ovunque. Tanti ragazzi s’affollano nei luoghi cult: il Platinum allo Yak and Yeti (che se ne impippa dell’obbligo di chiusura alle 23), al vicino Lakhey a Durbar Marg. Al Fire Club nel centro di Thamel che sembra esplodere per la musica sparata e a decine d’altri che diventano cool in base a stagioni e mode, come ovunque. Ogni tanto la polizia interviene bastona qualcuno, chiede una mancia e si ritira. Le ragazze si cambiano nelle toilette dei locali perché non possono uscire di casa con minigonne e abiti scollati, i ragazzi, come ovunque, tendono più al trash.

La mano d’opera, nei locali, è gente arrivata dai villaggi, facce da contadini, che malgrado la maschera di malizia e furbizia mi sembrano ancora fuori posto.