Gadhimai: dea madre, sacrifici, gran bevute

Novembre 21, 2009

gadhimaiScaduta la tregua, fra maoisti e governo il 20 novembre, continuano le discussioni. Addirittura il leader maoista Prachanda si è recato a Singapore per incontrare il Grande Vecchio del Congresso Koirala (ospedalizzato lì). Tutto si muove verso un accordo (come previsto in altri posts)  proprio nel giorno in cui si festeggia e ricorda la fine della guerra civile (1996-2006) con la firma del Comprehensive Peace Accord (CPA) fra i maoisti e i partiti democratici. Da allora si è mosso poco (stesura costituzione, smantellamento esercito maoista, riforma dello stato, ripresa economica). Si conta su un accordo ma l’attenzione di è già spostata sul piccolo villaggio di  Bariyarpur (Terai) dove stanno giungendo centinaia di migliaia di pellegrini per celebrare il  Gadhimai Mela, uno dei più importanti festival dell’India del nord (e Terai nepalese). che si tiene nel piccolo villaggio ogni  cinque anni. Qualcuno è già morto per aver bevuto come un matto, tradizione della festa, liquori contraffatti.

La zona è già nota per le apparizioni del Buddha Ragazzo e perché sarà il punto d’arrivo della prima strada a quattro corsie che dovrebbe congiungere la Valle di Kathmandu al Terai e India (finanziamenti permettendo). Intorno al villaggio,  piane foreste spelacchiate, qualche coltivazione di riso, mais, fiori gialli di sesamo, tanti bufali gobbuti e povertà. Non distante il confine indiano, la città ponte di Hetauda, grandi traffici e contrabbandi.  Le poche fabbriche del Nepal (chimica, juta, cotone) sono sull’orlo del fallimento o già chiuse come la Palmolive-Colgate e la Everest Polymers. Il distretto industriale ha perso il 45% della produzione (e dei posti di lavoro) a causa della crisi internazionale e dell’assenza di una politica economica del governo.  Qualche anno fa, si tenne una delle rare manifestazioni sindacali (proprio per una chiusura di una fabbrica) che finì con qualche morto fra gli operai.

Questo posto è, da qualche tempo, al centro dell’attenzione della stampa internazionale (specie indiana) per il gran festone del Gadhimai, una tradizione che va avanti da oltre 200 anni. Durante la festa (24-26 novembre) verranno sacrificati oltre 500.000 animali (fra cui 60.000 bufali), importati illegalmente dall’India senza controlli sanitari e doganali). Non è una novità nella tradizione hindu dove la venerazione alle divinità “energetiche” Shiva, Shakty, Kali, Durga, Devi è sempre accompagnata da sangue e morte. Gadhimai, dal volto nero e spettrale e dai grandi occhi bianchi, è una delle molti potenti emanazione dell’Energia Primordiale, Femminile e Generatrice. E’ la Madre Terra cui si deve (come in molte altre civiltà, compresa la nostra idealmente) manetenere viva la Forza offrendo sangue ed energia umana o animale (la Vita). In cambio, l’Umano, ha benefici generali (raccolti, protezione vita) e particolari (figli, mariti, potenza nel mondano, salute). Questo racconta la gente che ogni martedì e sabato sgozza polli e caproni fra gli alberi cupi di Dakshinkali (sui margini meridionali della Valle di Kathmandu), nelle migliaia di templi di Durga durante il Dashain, o sulle rive dei fiumi sacri, come al grande tempio di Kali a Calcutta. Da tempo immemorabile, questo raccontano i sacerdoti nei milioni di villaggi hinduisti del subcontinente e su questo vivono.

Le stesse speranze spingono centinaia di migliaia alla pagoda di Bariyarpur a fine novembre da oltre 200 anni, quando ancora qui governava la dinastia dei Kiranti (11-14 secolo) e Bara era parte del potente regno Mithila. Addirittura, si racconta, che il famoso tempio di Taleju a Kathmandu sia una replica di quello dedicato a Gadhimai e che la stesso culto della Kumari (la Dea Bambina, emanazione di Durga) venga da qui. I sovrani di Kathmandu scendevano nel Terai durante la festa e così fece anche l’ex re Gyanendra che oggi si è pentito e ha richiesto, insieme a animalisti, intellettuali, il Buddha Tamang , Brigitte Bardot, monaci buddhisti,  al governo nepalese (che se ne è impippato) l’abolizione della festa. Un corteo è sfilato nei giorni scorsi a Bara chiedendo di sostituire i sacrifici animali con offerte di frutta e vegetali (quello che fanno buddhisti e vishnuisti).

Si è mossa anche Maneka Gandhi (da sempre ambientalista) vedova del discusso Sanjay Gandhi e pecora nera della potente famiglia con un bello ma fragile articolo. Fragile perché le sue argomentazioni non toccano  i contadini, operai, disoccupati (il proletariato del subcontinente), che non potendo comprare i biglietti della lotteria si affida alla tradizione per continuare a sperare di migliorare le proprie condizioni o di re-incarnarsi in un ricco possidente. Scrive giustamente Maneka del business che sta dietro a tutto questo , (come ad ogni espressione rituale delle religioni), dei venditori di alcol (che s’arricchiscono durante le feste), degli onnipresenti prestasoldi che anticipano le spese dei sacrifici, dell’import ed export di animali, pellami, carne (ciò che resta dei sacrifici), e di sacerdoti che s’ingrassano a Bara come nei villaggi. Addirittua c’è un sito (non funzionante) sulla festa. Questa è ancora l’India, del resto cosa dovrebbero dire i milioni di tacchini uccisi (più o meno nella stessa data) al Thanksgiving nella civilizzata America.

Gli appelli degli intellettuali indiani per sospendere la festa non hanno avuto successo sul governo nepalese allo sbando. Il Buddha ragazzo, Ram Bahadur Bamjan, ha promesso di essere lì durante la festa per impedire le uccisioni. Il gran sacerdote del tempio di Gadhimai, il brahmino Mangal Chaudhari ha assicurato che, progressivamente, il numero di animali sacrificati diminuirà, la polizia ha aumentato il numero di uomini impegnati per evitare che, alle tradizionali botte fra i festeggianti, qualcuno non se la prenda con i contestatori.


Nepal, che tempi…

Settembre 12, 2009

indrajatra1Gran folla, come ogni anno all’Indra Jatra, una delle grandi feste che salutano la fine del monsone e la speranza di buoni raccolti. Nella Piazza (Basantapur) tutto il Nepal che conta, compresi i dignitari stranieri, una volta compariva in pompa magna il detronizzato sovrano. Tutti sul balcone colonnato del Gaddi Baitak, l’antica costruzione neoclassica bianca che chiude un lato del vecchio Palazzo Reale. Anche quest’anno le feste porteranno casini.

Il Primo Ministro Madav Kumar Nepal è arrivato dopo essere stato preso a pietronate dai giovani maoisti che contestavano (ormai da mesi) il suo governo e non solo, visto che i poveri preti saliti dall’India del Sud, per gestire lo spirito (e la materia) nella santissima Pashupatinath devono girare sotto scorta. C’è da dire che le critiche al governo sono condivise da tutti. In 100 giorni è riuscito a moltiplicare solo il numero dei ministri per accontentare i 22 partiti e partitini che lo sorreggono. Dei lavori per la nuova costituzione (ragioni delle elezioni dell’Assemblea che lo ha nominato) non si sa più niente, lo zucchero è scomparso in prossimità delle feste e i prezzi decollano. Nelle strade i maoisti imperversano con bandiere nere contro l’evanescente governo e il loro leader tornato il Feroce Prachanda minaccia sommosse di piazza. Come ovunque nel globo la gente sbattuta nelle strade con promesse, aspettative slogan e demagogia (qui altra non può più neanche lavorare per i continui scioperi e manifestazioni).

Sulle note, un po’ scontate d’Image (di John Lennon), l’amico Sanu (in piena festa in quanto Newari d’alta casta) mi diceva che i sognatori nepalesi si sono svegliati e non immaginano più, come negli anni ’90, un paese moderno e socialmente giusto, ma attendono solo l’occasione per migrare. I nepalesi sono alla frutta, compresi quelli ben piazzati.

Nell’ Indra Jatra, la folla cresce con l’avvicinarsi della sera. Intorno ai templi danzano con antiche maschere propiziatrici i sacerdoti della comunità newari (buddhisti e hinduisti tantrici),  i Pulukeshi (danzatori mascherati da elefante) sono inseguiti dai bambini, altri preti (Banda) preparano e benedicono il carro di legno colorato della piccola Kumari che, frastornata, viene trascinata fuori dalla sua dimora. Le grandi facce di Bhairava (emanazione di Shiva), protettore della Valle sono scoperte e oggetto di offerte e venerazioni. Nominalmente è il tradizionale Dio vedico Indra (il faccione è esposto a Indrachowk) al centro della festa, nei tempi antichi egli governava il ciclo delle Acque, il Cielo, Tuoni e Saette. Poi Shiva, Buddha, Vishnu l’hanno fatto diventare una loro emanazione. Per buona parte della notte la piccola Kumari gira sul carro di legno per le strette medioevali del centro cittadino, per confermare l’antico legame fra lei, la Madre Terra, e gli uomini.

La storia non finisce qui poiché fra qualche giorno ( a fine settembre) inizia il Dashain, la più importante festa del Nepal hinduista che, come per noi a Natale, porta al ricongiungimento delle famiglie. Torneranno i migranti carichi di enormi pacchi, televisori, videoregistratori, regali e paccottiglie varie e con qualche soldo per dare respiro alle famiglie rimaste nei villaggi. Troveranno un paese sempre più incasinato che si regge, in gran parte sulle loro rimesse. Se dovranno viaggiare sulla East-West highway (lo stradone che congiunge est e ovest del paese) dovranno stare attenti ai briganti (dacoit), moltiplicati negli ultimi tempi, che saccheggiano bus, camion e macchine. Un altro segno dei tempi.


Povero Risab

Agosto 16, 2009

rainFinalmente piove, fin troppo in certe zone. Gli allagamenti non fermano, però, proteste, scioperi e manifestazioni in gran parte gestite dai maoisti. Un amico che vende ortaggi (il Nepal è autosufficiente solo per il 30%) dice che i prezzi sono aumentati del 100% nell’ultimo anno, in gran parte a causa delle difficoltà dei trasporti e del relativo aumento dei costi. La benzina va e viene e quando manca il mercato nero prospera. I vegetali sono parte integrante nella dieta nepalese, basata su daal (lenticchie), bat (riso) e tarkari (verdure), nelle feste i polli (a rischio febbre) e nei villaggi qualche montone (sacrificato durante il Dashain).

La pioggia attuale, seppur erratica, produce disastri ma limita i danni all’agricoltura dovuti dal ritardi del monsone e dall’assenza di piogge pre-monsoniche. Anche se il Ministero dell’Agricoltura scrive oggi  This year, over 20 cultivable rice fields are barren in Chitwan following prolonged drought. Un pò di pioggia calmerebbe anche  gli elefanti selvatici che saltano fuori al Parco di Chitwan mezzi matti e distruggono villaggi e raccolti. In altre parti del Nepal, la pioggia blocca strade e sentieri, fa straripare fiumi e provoca frane sulle colline deforestate e abbandonate dagli agricoltori (diventati poveri migranti) ma non ferma il pellegrinaggio (curiosità) al povero Risab il bambino di otto mesi nato malforme. Vive fra i contadini di Ramechap (Tamang, Dalit, qualche Chetri) e i genitori, malgrado la disgrazia, contano sul piccoletto per sopravvivere. Ha avuto la sfiga di un raro evento “ il gemello parassitario” per cui è nato con 4 braccia, 4 gambe e due stomachi. Caso analogo accadde in India l’anno scorso quando una bambina nacque con un duplicazione cranio-facciale. Per entrambi possibilità di sopravvivenza è meno del 25%. Per entrambi grande e strana devozione (come spesso accade): i bambini sono considerati emanazioni di qualche divinità. Cosa curiosa che fra i criteri di selezione della Kumari (la Dea Bambina presente in molti villaggi e quella ex-Reale a Kathmandu) deve essere assente ogni malformazione.

Comunque il povero Risab è considerato, in questa fase di crisi generale del Nepal, una emanazione di Ganesh il Dio elefante, simbolo di prosperità e risabbenessere. Anche lui nato dall’innesto di una testa del pachiderma (quello di Indra il Dio vedico retrocesso con questo gesto) sul corpo del primo figlio di Shiva e Parvati, decapitato per errore da uno sguardo di Saturno. I templi di Ganesh sono ovunque, è una delle divinità più venerate nel grande mondo hinduista e tantissime persone portano il suo nome. Anche lui ha quattro mani (generalmente): una atteggiata nel mudra abhaya (protezione), una che tiene un dolce (modaka), simbolo della sua compassione, una a volte un cappio (pasha, ad indicare l’attaccamento alla materia da superare) nell’altra l’ ankusha (la picca per guidare elefanti e umanità). Il pancione indica l’abbondanza della natura, è segno di protezione e di dispensatore di benessere. Con quest’ultima capacità raccoglie la maggioranza della venerazione.

Dal villaggio del piccolo e sfortunato Risab se ne sentono di tutti i colori. Il piccolo stava per essere ucciso perché considerato portatore di sfortuna, fra l’altro non pioveva. La madre Januk è considerata una mezza strega. Forse, adesso, il flusso turistico-religioso farà cambiare idea ai contadini del villaggio e magari consentirà di raccogliere qualche soldo per cercare di curare il bambino. Segnaliamo, infine, che la stampa italiana torna a ricordarsi del Nepal, come è suo stile abituale per curiosità e gossip.

La sanità pubblica in Nepal è un disastro malgrado sia speso circa il 20% del budget nazionale (in gran parte finanziato dai donatori internazionali). Anche e specie in questo settore si fanno grandi discorsi e conferenze (hotels a 5 stelle) da parte di Nazioni Unite e ONG ma poco di concreto. Gli Health Posts piazzati in molti villaggi sono disertati dal personale, le medicine scarseggiano e gli ospedali distano, spesso, ore di cammino a piedi. Poche le strutture accettabili, fra queste l’Ospedale di Dhulikel (che segue anche Ramechap) con il quale era stato implementato un progetto per assicurare ospedalizzazione, safe-water e medicine per i bambini del distretto di Kavre, poi affossato dai mangiasoldi di CCS Italia.

Mi scrive Ramesh che mentre i politici di Kathmandu e gli espatriati discutevano dei massimi sistemi, già tre mesi fa la gente iniziava a morire di diarrea, colera e altre malattie intestinali in tutti i distretti collinari centro-occidentali (compreso Ramechap e Kavre). Le medicine e gli ospedali costano e i più colpiti sono i poveri e le caste marginali (Dalit, Tamang). Racconta Ramesh che a Jajarkot su 152 persone morte 72 erano Dalit. Come ovunque il Primo Ministro Madhav Kumar Nepal ha promesso Rs. 15.000 (euro 150) per le famiglie vittime del colera e il Ministro della Sanità qualche chilo di riso e lenticchie (speriamo non marcio come quello  distribuito dalle Nazioni Unite). Nessuno ha visto niente.

Io me ne scendo in Africa per una quindicina di giorni, vediamo cosa succede là sotto.


Kathmandu: Lo sciopero della Dea Bambina (Kumari)

Marzo 7, 2009

kumari-bahal-assediato-dalle-nuove-costruzioniSegni di sfiga, raccontano i vecchi Newari, stanno continuando a manifestarsi in Nepal. La controversia sulla sacra città di Pashupatinath, il pinnacolo mobile di Machendranath caduto e, infine, la rottura del carro cerimoniale che trasporta la Kumari, protettrice del Paese da secoli e emanazione terrena di Kali Durga, terrifica e benigna Dea Madre. 
La causa dell’ultima disgrazia è la finale di Indian Idol 4, quando migliaia di persone si sono radunate (causa mancanza di elettricità) a Basantapur per guardare da un maxi schermo (in realtà neanche tanto grande) la trasmissione. Nel grandissimo casino, la giovane Kumari non ha potuto dormire, ma, più grave, qualcuno ha danneggiato il sacro carro con cui la Dea Bambina è trasportata (la tradizione vieta alla Kumari di toccare terra)  durante le ricorrenze religiose. Giustamente i sacerdoti Newari che accudiscono la 14° Kumari, Matina Shakya (età 4 anni e nominata  l’anno scorso) hanno lanciato imprecazioni contro il già malandato governo che aveva permesso l’evento.
La Piazza di Kathmandu è rimasto uno dei pochi luoghi (pur attaccato da speculazione edilizia e traffico) in cui rimane, quasi intatto, l’antico fascino della  capitale. Statue, pagode, il vecchio Palazzo Reale e, appunto, la casa della Kumari (Kumari Bahal), costruita nel 1775 dall’ultimo Re Malla, Jayaprakash, (sconfitto e scacciato dalla dinastia Shah a cui apparteneva l’ultimo Re Gyanendra). Malgrado un’infinità di piani dell’UNESCO, visite di esperti internazionali, progetti vari, l’antica costruzione, tipica dei monasteri buddhisti Newari sparsi in tutta la Valle, fu restaurata l’ultima volta solo nel 1966.
La Piazza, da qualche anno, è a pagamento per i turisti (Rs.300\€ 3) ma i soldi provenienti da questo business chissà dove sono finiti, But none of the money is spent on the historic monuments. There is no renovation, no security and even no lights in the square, dichiarano i residenti.
La dimora della Kumari, come altri monasteri, palazzi e templi di Kathmandu, è coperta da intricate e bellissime decorazioni di legno e ottone, statue di divinità, potenti serpentoni protettori (Makara). Le entrate sono sovrastate da grandi Torana, archi di legno (in altri templi di argento, bronzo dorato, rame dorato) scolpito di estrema bellezza e tipiche dell’antica arte dei Newari, esportata in tutta l’Asia.
Nell’ultimo anno due torana sono stati rubati mentre un altro tentativo di furto è avvenuto la notte dell’Indian Idol. Fenomeno storico: dal Nepal e specialmente dalla Valle di Kathmandu, sono sparite migliaia d’opere d’arte nell’ultimo trentennio, spesso con la complicità delle “valigie diplomatiche” di personale delle ambasciate o delle NU o con la corruzione dei doganieri.
Diversi libri  riportano le foto dei reperti spariti. Raccontano i rigattieri che,  nell’ultimo anno (grazie all’insicurezza e impunità diffusa),  i furti sono ricominciati in maniera massiccia. L’unico intervento fatto dalle autorità e dall’UNESCO (che ha dichiarato la Valle e i suoi templi, ironicamente, Patrimonio dell’Umanità) è produrre dichiarazioni, grandi progetti e piani mai realizzati. L’unico intervento concreto l’hanno fatto i Guthi (parrocchie) che hanno protetto con grate di ferro statue e torana dei loro templi.
Per reazione a questa situazione d’abbandono, la Kumari ha iniziato uno sciopero bianco e non si presenta più a benedire fedeli e turisti (a cui è stato anche vietato l’ingresso nel Palazzo). Rimonta la tensione che portò, prima dello scorso Indra Jatra di ottobre, a duri scontri di piazza fra polizia e giovani Newari, che protestavano per i tagli di fondi, decisi  dal governo,  per la celebrazione della grande e antica festa dei raccolti e del saluto del monsone.
La sfiga tende, però ad allargarsi: è scoppiato un sexigate che coinvolge politici e un ministro (dopo le prediche e la minacciata chiusura dei sexibar); come in Italia si fanno grandi prediche e poi si razzola male.
Ben più grave, continua da quattro giorni la protesta dei Tharu nel Terai, proprio nei pressi del Parco naturale di Chitwan e della scuola dei Chepang, da noi costruita e gestita da Padre Michael a Tandi. Già si contano tre morti ed è stato decretato il coprifuoco nell’area. I Tharu, maggioranza etnica della regione, protestano per la loro inclusione nel gruppone dei Madhesi e conseguente perdita d’identità e posti pubblici in base alle quote.  (torneremo su questa notizia).


che botto

Ottobre 10, 2008

 

Tutto finto: persone, norme, leggi, sistemi finanziari, rating, “patti chiari”, certificazioni. E tutto si spantega, lasciando l’Occidente ansioso e depresso.
Il mondo reale e la gente normale non conta niente, come scritto in altri posts, e deve solo subire, come nel Medioevo, i giochi dei potenti.
In Occidente le banche e le istituzioni finanziarie spazzano via risparmi, lavoro, casa come nelle campagne dell’India o del Nepal gli usurai e i latifondisti.
La crescita economica si blocca in Occidente e rallenta in Oriente dove Cina e India dovrebbero, comunque, continuare a crescere (rispettivamente +9% e +7% del PIL); i paesi asiatici hanno, come scrive il Bangkok Post “un ombrello protettivo” per le loro economie.
Del resto, in Asia, il 70% della popolazione dei villaggi se ne impippa dei bonds, futures, e le uniche stock options che vede sono quelle (forse calanti) dei famigliari migrati all’estero. Per loro nulla cambia dopo il gran botto, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, magari non si potranno comprare un nuovo bufalo (se le rimesse diminuiscono).
Si ritarderà di qualche decennio il loro ingresso nell’economia globalizzata, ma questa gente è abituata da centinaia di generazioni a coltivare la terra, allevare le bestie, raccogliere le sterpaglie e portarsi a casa l’acqua nelle brocche. Ansie e depressioni che stanno allargandosi fra i frequentatori degli Out Let in Occidente non li sfiorano neanche.
Per di più, in Nepal, la piccola Borsa è chiusa, la gente ancora festeggia il raccolto del riso nel lungo ponte del Dashain.
Bufali, capre, galline sono state sgozzate, come è giusto che sia, per donare un possesso materiale alle divinità e ringraziarle per mantenere intatto il ciclo della natura. Qui la gente sacrifica una parte di ciò che possiede per qualcosa che considera superiore alla materia (le divinità) e non come da noi per riempirsi la pancia. Poi, i buddhisti facciano il loro lavoro riempendo di bandiere della preghiera le colline sopra Dakshinkali (il tempio di Durga-Kali centro dei sacrifici) e proteggere i loro Gompa dalle energie negative.
Il gran capo dell’Associazione degli Oracoli aveva indicato il 9 ottobre, fra le 11, e le 11.30 AM, il momento ideale per scambiarsi lil segno di benedizione della tika. Così è avvenuto a Nirmal Niwas in Maharajgunj, dove l’ex sovrano ha posto la pasta rossa sulla fronte di migliaia di fedeli. Non distante anche il nuovo Presidente della Repubblica ha fatto lo stesso.

In questi giorni di mangiate e bevute in famiglia, i fatti salienti sono scampoli di un passato affascinante: la nuova Kumari ex reale (selezionata dopo una lunga ricerca anche quella di Bakthapur) e la detronizzazione del Raja del Mustang.La storia della Kumari (vedi post del 27-7-08) è anch’essa la storia di un sacrificio, quello di una bambina che è destinata ad incarnare una dea, protettrice ed equilibratrice. Per gli storici abitanti di Kathmandu (i Newari) è ancora un simbolo della loro cultura e tradizione. La bambina, come una antica principessa o una moderna Star, godrà dei vantaggi e svantaggi della sua posizione. E’ uno degli ultimi scampoli di un passato glorioso e di una cultura a cui è utile, per i nepalesi, guardare in questa fase di difficile e caotica transizione.
Lo stesso è per l’anziano Re Jigme Palbar Bista, anche lui poco più di un simbolo per il suo paese. Il Mustang è isolato dietro l’Himalaya, un pezzo di Tibet insinuato nel Nepal. Paese lunare, di ampie, valli secche, forti e monasteri che, faticosamente, sta collegandosi alla modernità. Prima con le migrazioni, poi con la striscia di strada che scende dalla Cina e che dovrebbe collegarsi a quella che sale dalla Kali Gandaki. Ogni anno 80 camions scendono dal Tibet portando cianfrusaglie cinesi.
L’ex Raja si dice contento “Sometimes people get sick and die because they can’t get treatment in time, and the road might change this” ha dichiarato in una rara intervista. Ma, allora, più della strada servirebbero ospedali, scrivono gli oppositori. Anch’io penso che la strada che sale fra i villaggi della Kali Gandaki e che dovrebbe raggiungere Lo Mantang (capitale del Mustang) sia un impresa bizzarra: il terreno rende difficile il suo mantenimento, non vi è niente da portare verso i mercati di Kathmandu, si distrugge uno dei  percorsi di trekking più belli (con relative perdite economiche per le attività locali).
I nepalesi sperano che con la strada salgano a vedere l’Annapurna e i monasteri del Mustang e di Muktinath comitive di giapponesi e cinesi in bus. Intanto permane il trekking permit a USD 100 al giorno, diretto, formalmente, a preservare il patrimonio artistico e naturalistico del Mustang e a limitare le presenze di turisti (ma, come detto, non di camionisti cinesi).
Il vecchio Raja (colonello dell’esercito e pensionato dallo stesso) ha accettato la decisione ufficiale del Governo nepalese di togliergli ogni potere formale (con lui anche i raja fantasma di Salyan, Jajarkot and Bajhang, tutti parenti poveri dell’ex-sovrano Shah) e, anche, il Mustang perderà il titolo sfruttato di “Regno Proibito“.
Il sovrano  “still addresses small disputes, but if anything major happens we refer it to the chief district officer in the district headquarters”, ha dichiarato, spiegando la sua funzione negli ultimi anni.
Giuseppe Tucci nel passato e Peter Matthiessen negli anni ‘60 hanno scritto della storia e delle tradizioni di quest’area. Alla fine del 18° secolo il Mustang fu incorporato nel nascente regno del Nepal e perdette la sua indipendenza (pur sotto la protezione del Tibet) che risaliva al 1450, quando il mitico guerriero Ame Pal raccolse le tribù delle vallate e creò il regno.
Nei secoli passati, famosi pittori e scultori nepalesi, passarono per il Mustang nei loro viaggi decennali per creare le immagini delle diìvinità nei ricchi Gompa tibetani. Alcuni si fermarono e affrescarono i monasteri della regione, che, grazie al loro isolamento, hanno mantenuto pitture antiche e rare, risalenti alle prime scuole buddhiste. Altri pezzi d’arte, sculture, bronzi, legni, sono spariti e rivenduti all’estero.
E’ in corso, da qualche, anno un importante lavoro di restauro ad opera della American Himalayan Foundation, a cui collaborano alcuni bravi e simpatici italiani. Durante questi lavori sono state riscoperti antichi dipinti, non unici nelle alti valli dell’Himalaya, in alcune grotte nei pressi della capitale con dipinta la vita di Siddharta Gautama.
Il terrore di questi ragazzi è che le case in pietra di lo Mantang diventino bordelli e karaoke per i camionisti cinesi e che il fragile ecosistema delle vallate sia pestato da file di camions puzzolenti. Con la buona pace del vecchio Raja.


il sorriso della Kumari: una risorsa

Luglio 27, 2008

 Si è concluso il grande festival di Rato (Rosso) Machendranath, il Dio Indra per i Newari di Kathmandu, gran Controllore delle Pioggie del Monsone. Un grande carro da due mesi gira per la Valle per compiere qualche decina di chilometri da Bungamati a Patan. nell’antica capitale della Valle, la Kumari accoglie la divinità e i governanti per sancire il legame fra divino e terreno. Un tempo erano i sovrani, oggi i nuovi eletti rappresentanti del popolo. Il trittico si è presentato al gran completo: il Presidente Ram Baran Yadav (3° da sinistra), il Vice Presidente (super contestato) Parmananda Jha (2° da sinistra) e l’inossidabile Primo Ministro Girija Prasad Koirala, che sta intrigando per una nuova riconferma. Gli ingenui maoisti continuano a sbraitare e a porre condizioni ma, per ora, nessuno li ascolta. Rimane aperta la grande questione del Capo del Governo che la cui soluzione si preannuncia molto laboriosa. Grande partecipazione di folla a conferma che tradizioni e feste sono sempre amate dai nepalesi. Negli ultimi giorni è saltata fuori un’altro elemento unificante, l’antipatia per l’India. Un atteggiamento sempre presente che ogni tanto esplode come nel 2001 quando le dichiarazioni negative di un attore indiano sul Nepal, fecero scoppiare una sommossa con 8 morti e decine di negozi indiani distrutti. Oggi è stato il discorso ufficiale del Vice Presidente, pronunciato in Hindi, che sta scatendando proteste in tutto il Nepal. Gli studenti di Kathmandu in perenne stato d’agitazione hanno aggiunto alle proteste contro gli aumenti dei trasporti pubblici (che in realtà sono privati) quelle contro Parmananda Jha a cui è stato impedito di raggiungere il suo ufficio. Decine di manichini a sua effige sono stati bruciati.

 

 

Presidente e Vice presidente, Primo Ministro

Vice presidente, presidente, primo ministro

 La ragione per cui ha pronunciato il discorso d’investitura in Hindi non è chiaro (se non che la sua testa è simile a quella di Bossi) e ciò ha rafforzato i sentimenti anti-indiani e nazionalisti già smossi dall’elezione a due delle più alte cariche dello stato di esponenti Mahadeshi, cioè nepalesi d’origine indiana. Tanto più che la madrelingua di Jha è il Maithili e nel Terai solo lo 0.05 degli abitanti parla Hindi. I nepalesi lo conoscono perchè è lingua franca nelle soap opera e nei films trasmessi dalle televisioni.

Lo spettro di un annessione strisciante (stile Sikkim anni ‘60) si ripresenta nei commenti dei giornali e la gente ribadisce che gli indiani si sentono superiorri, trattano malissimo i migranti nepalesi in India, continuano a comprare terre, fabbriche per sfruttare la monodopera a basso costo e esportare i profitti in India. La poca fiduzia nei governanti aumenta quando il nuovo ambasciatore indiano Rakesh Sood sembra dirigere la strategia politica, intrigare nuove alleanze con una presenza costante nei palazzi del potere

Le giustificazioni del Vice Presidente: Hindi has become indispensable for us ,” ha dichiarato, “for the glory of the region and people I represent and also as per the policy of my party Madhesi Janadhikar Forum I had taken the oath in Hindi.” Intanto il caso è finito alla Suprema Corte.

La “relazione speciale” fra i due paesi non è, comunque, servita a evitare il blocco delle esportazioni di petrolio che ha prosciugato il Nepal di benzina malgrado l’aumento di circa il 30% (da 75 a 100 Rupei=1 euro) e, di conseguenza, i prezzi del diesel cherosene e bombole di gas per cucinare (da 900 a 1200 rupie). Aumenti non sufficienti per rimettere in piedi la NOC (Nepal Oil Corporation) in costante debito con l’India. Per fortuna fa caldo, ma per l’inverno si preannunciano altri rincari. Poche le proteste perché la gente, chi poteva, comprava già al mercato nero.
Nè gli investimenti indiani hanno favorito la crescita del 
reddito procapite annuo, che, secondo un ultima stima, rimane sul desolante USD 470, con divari enormi fra la capitale e il reddito di mera sussistenza dei villaggi.

In queste condizioni sperare nelle tradizioni e nel sorriso di una bambina può essere una risorsa per il Nepal.la kumari di bungamati (1998)

La Kumari di Patan

A Bakhtapur si sta scegliendo, secondo tradizione, la Kumari una delle 11 che emanazioni della Dea Madre che proteggono gli abitanti originari della Valle di Kathmandu, i Newari divisi e sincretici fra buddhismo e induismo tantrico.
La più importante, e un tempo venerata, è la Kumari Reale di Kathmandu che riceveva popolo, ministri e sovrani nella sua splendida Ghar (casa) a Basantapur. Oggi ci si interroga sul suo futuro e sul perdurare del rito antico che la voleva conferma divina, in occasione dell’Indra Jatra, del potere del sovrano l’apposizione del simbolo rosso della tika. Una conferma alla dinastia direttamente dall’emanazione di Kali Durga, la dea-madre.
La sua storia è singolare, affascinante e crudele. Esce dalla sua dimora, Kumari Ghar a Basantapur, solo in rare occasioni, la più importante è la grande festa dell’Indra Jatra, che saluta e ringrazia la pioggia dei monsoni. Il sovrano s’inchina davanti alla Bambina Sacra, come fece il fondatore della dinastia Pritvi Narayan Shah nel 1679, per poter essere riconosciuto dai Newari di Kathmandu legittimo sovrano.
La Dea Bambina è trasportata su un carro di legno e sembra che l’intera città voglia abbracciarla. E’, forse, la festa più bella e partecipata della Valle. La Bambina rappresenta l’energia (Shakty) che dà vita al cosmo, la fonte della vita cioè la Madre Terra, è la Dea Madre che per gli induisti è Kali, Durga, Taleju, Bhavani e per i buddhisti Vajra Yogini, Vajra Devi, Tara, etc.
Il suo processo di selezione è complesso ed avviene nel grande Tempio di Taleju che chiude a nord la Piazza. La Bambina selezionata fra le famiglie sacerdotali di Patan deve avere i 32 segni della perfezione “2 occhi scuri ed allungati, capelli neri come le ali di un corvo, mani e piedi piccoli come conchiglie…”, non avere paura del sangue e non avere ferite o segni sul corpo. Regnerà fino alle prime mestruazione quando lascerà il posto ad un’altra bambina.
 fra una vita isolata e il ritorno fra la gente, come la sua infanzia, straordinaria nelle vesti di una Dea, si fosse, in parte, perduta.

Incontrai Prem Shakya, che fu Kumari dal 1984 al 1991, mi raccontò quanto fosse traumatico il passaggio fra una vita isolata e il ritorno fra la gente, come la sua infanzia, straordinaria nelle vesti di una Dea, si fosse, in parte, perduta.
C’è da dire che Sajani Shakya, ex-Kumari di Bakthapur, sta già vivendo l’oggi: è stata in USA durante un  contestato viaggio che ha fatto fremere gli ortodossi. Mentre la Corte Suprema, spinta dai membri della onnipresente “società civile”,  ha contestato la figura anti-femminista della Dea. Gran parte dei kathmanduties la ignorano solo i grupponi dei turisti continuano a fotografarla. Se un tempo la gente pagava per farsi toccare il capo e ricevere una tika beneagurante, oggi si discute, blandamente, sulla sua attualità, anche se, penso, nulla cambierà nel suo ruolo: è rimasto l’unico simbolo vivente e regnante del Nepal della tradizione.
Poi il sorriso di una bambina è sempre necessario.