Nepal, che tempi…

Settembre 12, 2009

indrajatra1Gran folla, come ogni anno all’Indra Jatra, una delle grandi feste che salutano la fine del monsone e la speranza di buoni raccolti. Nella Piazza (Basantapur) tutto il Nepal che conta, compresi i dignitari stranieri, una volta compariva in pompa magna il detronizzato sovrano. Tutti sul balcone colonnato del Gaddi Baitak, l’antica costruzione neoclassica bianca che chiude un lato del vecchio Palazzo Reale. Anche quest’anno le feste porteranno casini.

Il Primo Ministro Madav Kumar Nepal è arrivato dopo essere stato preso a pietronate dai giovani maoisti che contestavano (ormai da mesi) il suo governo e non solo, visto che i poveri preti saliti dall’India del Sud, per gestire lo spirito (e la materia) nella santissima Pashupatinath devono girare sotto scorta. C’è da dire che le critiche al governo sono condivise da tutti. In 100 giorni è riuscito a moltiplicare solo il numero dei ministri per accontentare i 22 partiti e partitini che lo sorreggono. Dei lavori per la nuova costituzione (ragioni delle elezioni dell’Assemblea che lo ha nominato) non si sa più niente, lo zucchero è scomparso in prossimità delle feste e i prezzi decollano. Nelle strade i maoisti imperversano con bandiere nere contro l’evanescente governo e il loro leader tornato il Feroce Prachanda minaccia sommosse di piazza. Come ovunque nel globo la gente sbattuta nelle strade con promesse, aspettative slogan e demagogia (qui altra non può più neanche lavorare per i continui scioperi e manifestazioni).

Sulle note, un po’ scontate d’Image (di John Lennon), l’amico Sanu (in piena festa in quanto Newari d’alta casta) mi diceva che i sognatori nepalesi si sono svegliati e non immaginano più, come negli anni ’90, un paese moderno e socialmente giusto, ma attendono solo l’occasione per migrare. I nepalesi sono alla frutta, compresi quelli ben piazzati.

Nell’ Indra Jatra, la folla cresce con l’avvicinarsi della sera. Intorno ai templi danzano con antiche maschere propiziatrici i sacerdoti della comunità newari (buddhisti e hinduisti tantrici),  i Pulukeshi (danzatori mascherati da elefante) sono inseguiti dai bambini, altri preti (Banda) preparano e benedicono il carro di legno colorato della piccola Kumari che, frastornata, viene trascinata fuori dalla sua dimora. Le grandi facce di Bhairava (emanazione di Shiva), protettore della Valle sono scoperte e oggetto di offerte e venerazioni. Nominalmente è il tradizionale Dio vedico Indra (il faccione è esposto a Indrachowk) al centro della festa, nei tempi antichi egli governava il ciclo delle Acque, il Cielo, Tuoni e Saette. Poi Shiva, Buddha, Vishnu l’hanno fatto diventare una loro emanazione. Per buona parte della notte la piccola Kumari gira sul carro di legno per le strette medioevali del centro cittadino, per confermare l’antico legame fra lei, la Madre Terra, e gli uomini.

La storia non finisce qui poiché fra qualche giorno ( a fine settembre) inizia il Dashain, la più importante festa del Nepal hinduista che, come per noi a Natale, porta al ricongiungimento delle famiglie. Torneranno i migranti carichi di enormi pacchi, televisori, videoregistratori, regali e paccottiglie varie e con qualche soldo per dare respiro alle famiglie rimaste nei villaggi. Troveranno un paese sempre più incasinato che si regge, in gran parte sulle loro rimesse. Se dovranno viaggiare sulla East-West highway (lo stradone che congiunge est e ovest del paese) dovranno stare attenti ai briganti (dacoit), moltiplicati negli ultimi tempi, che saccheggiano bus, camion e macchine. Un altro segno dei tempi.


Un ragazzo nepalese alla NASA

Febbraio 15, 2009

luna-sull himalayaUn ragazzo nepalese, Rajendra Bhatta (30 anni), ha iniziato a lavorare alla NASA as satellite calibration scientist. Bella e rara storia di migranti che dà un po’ di respiro nella cascata di notizie preoccupanti. Famiglia felice che racconta con orgoglio il percorso di Rajendra, che inizia dalla remota e dimenticata cittadina di Bhimdatta, persa nell’estremo ovest poverissimo nepalese, ricordato solo per gli scontri fra fazioni politiche e i continui blocchi della Mahendra Highway fatti dagli abitanti abbandonati dallo stato.
I giornali riportano la notizia in prima pagina e, nella bella ma incasinata primavera di Kathmandu, la gente ne parla come uno dei pochi successi attuali del paese, tanto più che Rajendra si diplomato al Pulchowk Engineering Campus, un istituto che, faticosamente, cerca di lavorare al meglio.
Certo i Bhatta appartengono alla casta dei brahmini , gli avi erano Pandit (maestri) e, rispetto ad altri, avranno avuto più opportunità per far studiare a Kathmandu il loro ragazzo e, poi, fargli finire gli studi alla South Dakota University. Comunque, non è stato sicuramente un percorso facile.un-nepalese-alla-nasa
Una bella storia che si contrappone alla notizia della chiusura della Momento Apparels Garment Factory, una delle più grandi aziende nepalesi che impiegava 400 persone, in massima parte donne. Aperta 12 anni fa a Jhapa (Nepal orientale) ha fatto la fine di molte aziende più piccole, strozzate dall’aumento dei costi a causa della mancanza d’elettricità (euro 6000 al giorno per diesel), dagli scioperi continui, blocchi delle strade e dall’insicurezza complessiva. Per di più gli USA hanno eliminato il duty free sulle importazioni di tessile dal Nepal. Lunghe file di macchine da cucire ferme e nuovi blue collars costretti, nelle immense difficoltà del momento, a cercare un posto all’estero. Si calcola che oltre 70.000 nepalesi abbiano perso il lavoro nella cd. economia formale (cioè con regolari contratti) e altre decine di migliaia nella più diffusa economia informale.
Le prospettive prevedono una crescita del PIL del 3,5% e un inflazione del 13% che, tradotti, significano perdita di potere d’acquisto e blocco dello sviluppo. I villaggi e i campi torneranno ad essere la principale e unica fonte di reddito e di sopravvivenza per tanti nepalesi.
Come ovunque, la politica si barcamena incapace prima e dopo d’intervenire nella crisi. Come già indicato  s’accentua, nelle difficoltà, l’incapacità della leadership e aumentano le tensioni fra i partiti.
Nei maoisti, come preannunciato, il discusso  ex-ministro Matrika Yadav ha promosso una scissione accusando i maoisti (Unified CPNM) di Prachanda di nepotismo, corruzione e revisionismo. Ha formato un nuovo partito riproponendo il vecchio nome. (Partito comunista maoista-CPN-M), raccogliendo molti scontenti e esclusi.
L’altro maggiore partito della coalizione (UML) affronterà il vicino congresso diviso fra due schieramenti in lotta per il potere. E’ chiaro che tutti queste battaglie frenano, ulteriormente, la capacità già scarsa del governo.
Intanto giù nel Terai, malgrado tante parole, gli alluvionati di quest’estate vivono ancora in capanne nella foresta. Colmo di sfiga un incendio ha bruciato i rifugi di 250 famiglie.
Tutti fuori a Basantapur per prendere il sole e ad assaggiare l’arrivo del caldo, con la preoccupazione che se non pioverà, come è probabile fino ad aprile, mancherà l’acqua e anche l’elettricità.


Migranti a casa, le conseguenze della crisi

Febbraio 4, 2009

donnaVillaggi svuotati dai giovani, donne e vecchi al lavoro nei campi, bambini, fortunatamente, messi nei nostri asili (almeno nel Timal, dove li avevamo costituiti). Questo era il panorama in gran parte dei villaggi del Nepal fino a pochi mesi orsono, i giovani eramo migrati, le famiglie divise.
I dati ufficiali raccontano di 500.000 nepalesi che lavorano in Malesia, 300.000 negli Emirati, un altro milione sparso per il resto del mondo. Incalcolabile il numero dei migranti in India dove le frontiere aperte impediscono ogni conteggio. Incalcolabile il numero dei migranti clandestini. Si ritiene, in assenza di dati precisi, che circa il 10% del Nepal sia all’estero (2.500.000 persone) e, un altro 10% sia piombato, nell’ultimo decennio, a Kathmandu dando il colpo finale all’equilibrio sociale ed urbanistico della capitale. Tutti vengono dai villaggi, in gran parte da quelli delle colline, con conseguenze sociali ed ecologiche negative anche lì.
Per la contabilità nazionale del Nepal questa massa di sfruttati (12.000 migranti al mese) produceva il 15% del PIL e generava importazioni, attività, consumi e, quindi, tasse, nonché un aggiustamento della bilancia dei pagamenti con l’estero. I programmi proclamati dal governo e dal Ministro delle Finanze Bhattarai (maoista) rischiano d’impantanarsi nelle conseguenze del gran truffone globale che ha provocato la crisi finanziaria ed economica. Il Nepal, nella sua strutturale arretratezza, sta risentendo in ritardo degli effetti. Già l’annunciato progetto “Free Maternity Service” e la distribuzione di medicine gratuite alle migliaia di Health Posts sparsi nei villaggi non funziona, come del resto non funzionava nel passato. Gli interventi per ridurre la mortalità infantile (60.000 bambini sotto i 5 anni all’anno) e delle madri (6500 morti all’anno, dati fra i più alti del mondo), rimarranno sulla carta ( e sui Report delle ONG) con la diminuzione delle entrate e le priorità energetiche e di sicurezza.
In questo contesto è abbastanza ripugnante vedere progetti sulla salute dei bambini e delle madri sviluppati con serie strutture comunitarie (quali l’ospedale di Dhulikel) abbandonati da parte di NGO italiane in Nepal (vedi post CCS Italia) per incapacità, spese di struttura, cialtroneria varia.
Come detto, il governo di PKD (Pushpa Kamal Dahal) come adesso la stampa chiama il buon Prachanda si troverà ad affrontare un calo, attualmente del 40% delle remittance degli emigrati e il blocco della migrazione verso alcuni paesi (Malesia, EAU, S.Korea) che hanno consentito di assorbire manodopera e diminuire la disoccupazione in Nepal (si contano circa 70.000 perdite di lavoro negli ultimi a mesi per le difficoltà produttive docute alla mancanza d’energia e alla chiusura di fabbriche per tensioni sindacali e ordine pubblico). Il ritorno nei villaggi e la perdita d’integrazione del reddito derivante dalle rimesse rischia d’aggravare la situazione alimentare di molte famiglie contadine, i cui raccolti permettono d’arrivare al settimo mese dell’anno.
In Cina, il Governo ha allertato l’esercito per prevenire tensioni e disordini derivanti dal ritorno nelle campagne di milioni di lavoratori (in massima parte giovani e scolarizzati). Si calcola che il 15% degli oltre 130 milioni di migranti interni stia tornando a coltivare il riso o non sia rientrato nelle città dopo le feste d’inizio anno.  Se la crescita del PIL cinese sarà del 7% annuo è insufficiente per assicurare un flusso socialmente sostenibile (minime strutture abitative e igieniche) dalle campagne, come è avvenuto negli ultimi 20 anni. Lo stesso, con numeri minori sta avvenendo in Nepal e si attendono dati dalla più elastica India.
Già si sentono storie tristi sui rientri. Ram Bahadhur Tamang, 25 anni, è partito dal suo villaggio di Arunthakur (Distretto di Sindhuli) sei mesi fa per la Malesia. Ha iniziato a lavorare in un azienda che fabbricava containers che l’ha rispedito indietro quando la produzione è diminuita.
L’agenzia di collocamento nepalese gli ha chiesto Nrs. 100.000 (euro 1000) più il biglietto aereo, coperti da un prestito al 60% annuo. Senza salario (euro 300 al mese) non è in grado di ripagare il prestito e peserà sulla famiglia di contadini rimasta a coltivare i campi di mais. Già una cifra bassa, visto che ad altri sono stati chiesti fino a Nrs. 150.000.
Tante storie di gente partita per guadagnare qualche soldo per assicurare il futuro ai figli, comprare una casa o un pezzo di terra e che ora tornano indebitati. Nei villaggi il tasso medio è il 40% annuo.
Le compagnie di Manpower sono state più volte assalite per le fregature che hanno dato ai migranti e non è escluso che accada di nuovo.
Circa 2000 lavoratori rientrati chiedono la restituzione delle somme pagate per lavori persi in pochi mesi.
Le compagnie si appellano al governo We cannot afford compensation for all as the jobs of 2000 other Nepalis we sent are also vulnerable,but, we are ready to pay them reasonable compensation if there is a government decision regarding this.
Nei paesi musulmani si racconta che tanti Tamang, Magar, Madeshi (buddhisti e induisti) si convertono all’Islam per aver assicurato il posto di lavoro e migliori condizioni.
Il problema è generale. L’ILO stima in 20 milioni ( su un totale di 100 milioni) gli emigranti dei paesi poveri (India, Sri Lanka, Bangladesh,Nepal per rimanere in Asia) che saranno obbligati a tornare a casa.
In più aumenterà lo sfruttamento di quelli che riusciranno a tenere il lavoro e, di conseguenza, diminuiranno i già scarsi diritti.
Le decine di organizzazione internazionali che si occupano del problema hanno banchettato nei giorni scorsi a Manila nel Second Global Forum on Migration and Development (GFMD). Hanno discusso di decine di convenzione mai applicate e concluso con l’ennesimo invito ai governi di varare instruments that promote and protect migrants’ rights. A nessuno è venuto in mente, come per altri settori, di vincolare gli aiuti internazionali a normative concrete e applicate dai governi per proteggere questo mercato di esseri umnai.


Finisce la storia di Babu, il clochard di Genova

Gennaio 17, 2009

villaggi

Mi sembrava giusto completare la storia di  Babu Raya Khadka, il clochard nepalese di 43, morto di freddo prima di Capodanno, sotto i portici del teatro cittadino.
Da Genova  segnalano che oggi il poveretto è stato cremato e le sue ceneri verranno trasportate in Nepal. Ai funerali erano presenti ben due assessori comunali. Tutte le spese (compreso il viaggio del figlio) sono state sostenute da un Associazione di nepalesi di Milano.
Babu era un contadino impoverito di una sotto-casta dei Chetri (un tempo i guerrieri) sparsi nei villaggi collinari del Nepal e nel Terai. Non vedeva la sua famiglia da 10 anni come tanti migranti nepalesi, magari più fortunati di lui, sparsi in India, negli Emirati, in Malesia, negli USA e in Europa.
L’amico di Genova si chiede, perchè appena sei morto saltano fuori nome, cognome, nazionalità, si presentano assessori e associazioni; quando sei vivo non hai cittadinanza, lavoro, parenti, sostegno.
Oggi, molti di questi migranti, stanno rifluendo dalle città e dai paesi più ricchi verso le campagne da cui erano partiti. Solo in Cina si calcola che il 10% dei 130 milioni di persone (una delle più imponenti migrazioni dell’umanità) corsi nelle città per costruire case, ponti, strade stia tornando nei villaggi a coltivare il riso per sopravvivere. Stessi fenomeni sono segnalati in India e in altri paesi asiatici.
Una domanda sarà se  gli stati poveri, i villaggi, e le famiglie da cui provenivano saranno in grado di reggere la fine delle “remittance” e riconvertire, nuovamente, l’agricoltura per sfamare i nuovi arrivati.


La grande fuga

Luglio 31, 2008

Il povero Rajesh non ce la fa più, moglie tre figli, laureato, 35 anni vuole scappare via dal Nepal e come lui tanti altri giovani della middle-class di Kathmandu.

Eppure a Rajesh non và malissimo, lo assunsi nella INGO, buon lavoro e buon salario (Nrs. 25.000\ca.€ 250 al mese), un sistema di previdenza sociale e malattia per i dipendenti e le famiglie e, dunque, assolutamente privilegiato rispetto ad altri settori (e anche ad altre INGO). Mi dice che il lavoro è diventato burocratico, che i beneficiari hanno visto ridotti drammaticamente gli interventi e che l’ufficio è stato riempito da fannulloni d’alta casta. L’ONLUS italiana che finanzia i progetti è finita in mani di politicanti bolliti e in fase di progressivo sfascio e i nuovi dirigenti non sanno neanche dov’è il Nepal. Mi dice che quando viene qualcuno dall’Italia si fa un bel trekking, qualche riunione inutile e neanche và nei villaggi sede dei progetti, troppo scomoda la strada e la permanenza.

Il lavoro lo deprime ma, più importante, è Kathmandu che gli sta stretta. Mi elenca i noti problemi: non c’è benzina, gas e cherosene (per cucinare), l’energia elettrica è tagliata per sei ore al giorno, i costanti bhanda (scioperi) e julus (manifestazioni) impediscono di muoversi e di lavorare, se, come probabile, la INGO fallisce, non ci sono prospettive di lavoro; affitto, cibo e scuola portano via il 90% del salario. Ma sopratutto non vede prospettive, non riesce ad immaginare il Nepal fuori dal costante casino che blocca tutto da oltre 12 anni, come tanti ha perso speranza nel suo paese. Mi dice, prima l’instabilità politica (11 governi in 10 anni), poi il conflitto, la rivoluzione del 2006 ora di nuovo assenza di governo e solo marasma.

Stessa storia per molti medici, laureati, esperti informatici, professori che fuggono dal paese, grazie ai network professionali e famigliari e trovano buone occasioni in occidente o in India, svuotando il Nepal di competenze e opportunità. Quando non emigrano loro spediscono i figli studiare all’estero.

Questi, come Rajesh, sono i privilegiati conoscono l’inglese, hanno un network di conoscenze, qualche soldo, una cultura. Poi ci sono gli altri (circa 10.000 al giorno) che lasciano i villaggi, le famiglie e il contesto sociale in cui sono sempre vissuti per l’avventura. Centinaia di migliaia sono finiti in India attraversando i confini aperti senza problemi, chi vuole andare da qualche altra parte deve faticare mesi per ottenere un passaporto, il contratto di lavoro e il visto.

Ogni tanto fuori dall’ambasciata americana di Kathmandu bivaccano intere famiglie in attesa di una green card o per protestare perché non concessa. Le agenzie di lavoro, cresciute come funghi e senza controlli, smerciano gli esseri umani negli Emirati, Malesia, Filippine, Giappone. Le tariffe sono intorno a 60.000 rupie (€ 600), le truffe non si contano e, ogni tanto, gruppi di nepalesi con visti e contratti fasulli sono abbandonati negli aeroporti in attesa che la famiglia faccia un altro prestito ad usura, per pagare il biglietto di ritorno. Tornati a Kathmandu distruggono l’agenzia poco onesta.

Le statistiche governative delle UN variano e come sempre non sono attendibili; quindi si può stimare che all’estero vivano oltre 2 milioni di nepalesi, circa il 10% della popolazione. Nel passato i nepalesi andavano a Hong Kong, Singapore, India per lavorare come poliziotti, militari o nella security (gurkha), nelle piantagioni di tè dell’Assam, nelle famiglie di Dheli o Bangalore nei “dance bar” più scadenti di Sonarchi o Golpitha (le sex aerea di Calcutta e Bombay). Fino al 1990, per ottenere il passaporto bisognava conoscere mezzo governo del Nepal e pagare suntuose tangenti. Dopo, con la “democrazia” e la globalizzazione, è diventato più facile spostarsi e la fuga è diventata irrefrenabile.

Nei villaggi circa il 30% delle famiglie ha un membro che è andato all’estero a cercare fortuna e quando torna con un cellullare, un lettore di DVD portatile, una macchina fotografica digitale invoglia altri giovani alla partenza. If he can earn such money, why not me? But lured by dalals (agents), or by returning migrants sharing their experiences, these boys inevitably do not understand the real economic and psychological price they will have to pay in bidesh (estero), mi racconta un giornalista nepalese.

Ma, più che per le sirene del consumo, è la mancanza di opportunità e di sviluppo personale che fa scappare la gente dai villaggi (che formano il 70% del Nepal), dove spesso non vi è neanche una strada carrabile, una scuola secondaria, servizi sanitari, elettricità. Fermarsi lì significherebbe fare il contadino per sempre o correre il rischio che un monsone troppo forte o troppo debole distrugga il raccolto, che l’usuraio porti via la terra, e che i pochi soldi racimolati volino via per la dote di una figlia\sorella. Poco si sta facendo per migliorare la vita nei villaggi e dare opportunità alla gente che li abita e il successo durante il conflitto ed elettorale dei maoisti è, così. spiegato. Gruppi di ragazzi, i futuri lahure (dai vecchi migranti a Lahore), si raggruppano, timidi e impauriti, nella aeroporto. Tutti con un cappellino colorato dell’agenzia di collocamento e una grossa Tika rossa sulla fonte, a proteggerli nelle “terre impure”.

Oggi una delle mete più frequentate è Doha (in genere gli Emirati) dove stanno costruendo grattacieli, fabbriche, piste di sci. Nello stesso aeroporto la maggior parte dei camerieri nei bar è nepalese e, può essere il primo incontro del turista che viene da occidente. Solo nel Qatar vivono oltre 300.000 nepalesi che lavorano nelle costruzioni, come domestici, commessi e baristi e sono considerati poco più degli intoccabili in India. Molti abitano fuori dalla città nei campi fatti da una moltitudine di casette di due piani dove vivono in sei per stanza. Quando sono in festa mangiano nei ristoranti nepalesi in città e s’incontrano a Nepali Chowk per parlare, comprare merce e giornali importati dal Nepal. Quando risparmiano qualche soldo, dopo aver spedito gran parte alla famiglia, si comprano una bottiglia di liquore locale ( ca. 1 settimana di salario) e lo scolano in compagnia dei colleghi dello stesso villaggio o gruppo etnico o comprano un lettore di DVD e si annichiliscono con i film di Bollywood. Ogni anno circa 160 nepalesi muoiono solo a nel Qatar per incidenti sul lavoro. Il salario medio è € 600 al mese (+ vitto e alloggio).

Nel 2008 è stato siglato un accordo fra Nepal e Qatar per limitari i diritti assoluti dello sponsor (padrone, kafil), migliorare le condizioni di vita e garantire l’accesso ai diritti fondamentali dei migranti (che possono essere espulsi in ogni momento su volere del padrone). In alcuni campi (quelli delle multinazionali occidentali) qualche miglioramento è avvenuto. Quando le condizioni diventano insopportabili esplodono violenti tumulti come lo scorso novembre a Dubai. Malgrado questo accordo, in questo mercato di esseri umani, le ambasciate nepalesi, gli emigranti e neppure il governo ha nessun potere.

Nella generalità dei casi il sogni di comprare una casa o della terra al villaggio, di mandare a studiare i figli a Kathmandu, di assicurare una dote alla figlia si avvera, con immense fatiche e sofferenze e dopo almeno 10 mesi di lavoro per ripagare il prestito per la partenza. Come i loro avi quando andavano a combattere per gli stranieri o coltivare i campi degli inglesi o degli indiani, quando i migranti tornano ai villaggi vestiti come occidentali poveri e con una cinepresa digitale sono eroi, raccontano storie e trasferiscono nuove idee e suggestioni.

Dhane torna a Thulo Parsel, remoto villaggio nel Distretto di Kavre, dopo due anni di lavoro in Malesia. Finalmente può mangiare la polenta (dido) con verdure e un bel pollastro. Alla famiglia racconta storie che qui sono fantastiche, tunnel per le macchine, grattacieli, scalemobili, il mare, le navi. Fa vedere con orgoglio a parenti e amici le foto della sua casa e del suo lavoro. Chi è rimasto lì (le donne) ha curato il campo, venduto il mais, raccolto l’acqua e la legna, dimentica per qualche serata le fatiche durissime e l’attesa del suo ritorno. Non distante a Chapakori, Nirmala e i suoi tre figli sono stati abbandonati dal marito che si è ricostruito una vita nelle Filippine, non ha più inviato soldi, pagato il debito con l’usuraio e la famiglia ha dovuto vendere i pochi ropani di terra con i quali sopravvivevano. I suoceri, malvolentieri, l’hanno accolta, i figli non possono più studiare.

Secondo le statistiche e i sistemi elaborati dalla Banca Mondiale e degli altri “succhiapoveri”, le remittance degli emigrati hanno consentito di ridurre la povertà, in cui vivono il 33% dei nepalesi, che resistono con meno di 1 USD al giorno, del 4.5% . Chi ha un famigliare all’estero riesce ad integrare (e a investire in nuova terra, strumenti agricoli, educazione) il magro reddito famigliare che per la pura sopravvivenza è calcolato in ca. 60.000 rupie (circa € 600) all’anno. Per questo le NU e soci dicono che la povertà è diminuita in Nepal di oltre il 10% negli ultimi dieci anni. I dati sono inventati, vecchi e tesi a dimostrare che la loro attività porta qualche risultato e che i MDG (Millenium Development Goals) si avvicinano.

Gente più seria può solo stimare, in base all’esperienza sul campo (parola che per NU e molte INGO compare solo nei reports) che la povertà è notevolmente aumentata e s’aggira intorno al 60% delle famiglie che raggiungono a stento la quota di sopravvivenza fissata in 2 USD al giorno. Il conflitto, l’aumento costante dei prezzi, il reddito stagnante della produzione agricola sono le cause.

Basterebbe stare per qualche giorno in un villaggio e vedere che per comprare cherosene, sale, tè, e altri generi alimentari non agricoli una famiglia spende in media 300\400 euro all’anno annue a cui bisogna aggiungere sementi e materiale agricolo, animali (altri 200 senza disgrazie), educazione (nelle scuole primarie ca. 40 euro a figlio nelle primarie), più qualche vestito, medicina, qualche spostamento in città. Ballano oltre 1000\1200 euro l’anno  che nei villaggi li hanno visti solo gli usurai e qualche fortunato.

Questo spiega alcuni dati e le ragioni della fuga: il 50% dei nepalesi non sa scrivere né leggere, su 100 bambini iscritti alle scuole primarie solo 30 raggiungono le secondarie, il 50% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione.

Per il Nepal, le remittance sono l’unica entrata in forte crescita e rappresentano ca. il 25% del PIL e ca. il 35% proviene dagli Emirati e il 25% dall’India (dove vi è il 60% della migrazione nepalese); questo spiega perché i voli economici della Emirates Airline sono sempre pieni.