Riso marcio dalle Nazioni Unite, confermato da un rapporto governativo

Ottobre 29, 2009

un jeepE’ ora di cena e torniamo a parlare del riso (e lenticchie) marcio distribuito dalle Nazioni Unite in Nepal in diverse occasioni ,  una delle cause dell’esplosione di un epidemia di dissenteria che ha causato la morte di oltre 400 persone nei distretti occidentali del Nepal (60.000 colpiti). Anche in quella circostanza  nessuno ha pensato di distribuire bustine Oral Rehydration Salts che avrebbero salvato (al costo di pochi centesimi di euro a bustina) centinaia di vite.

Ne riparliamo per diverse ragioni. La prima perché il Richard Ragan Country Director di WFP in Nepal non lo sopporto ed è un noto rimbambito (caratteristica che s’unisce alle altre diffuse fra i burocrati delle organizzazioni internazionali: menefreghismo, incapacità e presunzione). La seconda perché questo è un ulteriore esempio dei metodi di lavoro in uso fra chi dice di occuparsi di cooperazione internazionale. La terza perché quanto scritto in precedenti posts è stato messo nero su bianco da un rapporto ufficiale ed è un evento straordinario almeno per il Nepal dove governo, Nazioni Unite, corrotti e corruttori si tengono la mano.

Persistono i dubbi che verranno individuati i colpevoli anche se si sogna che WFP, finisca di sprecare soldi dei contribuenti, che sia chiuso,  il suo direttore mandato a seminare zucche  e  le emergenze alimentari gestite da persone più capaci, magari locali.

Il rapporto è stato scritto dalla National Human Rights Commission (NHRC) e reso pubblico oggi. L’organizzazione governativa ha richiesto un inchiesta giudiziaria per stabilire le responsabilità dello scoppio dell’epidemia, punire i responsabili e identificare corrotti e corruttori. The constitutional human rights body underlined the need of independent commission on judicial inquiry to investigate into the issue of distribution of low quality foodstuff that caused 400 deaths and made over 60,000 people ill.

It was not a small number of deaths. The people’s right to life should not be violated,” ha dichiarato il Presidente Upadhyaya. “Altogether 366 persons had died between midApril and mid-October as per the record of the government but maybe more”.

Riguardo al coinvolgimento del WFP nel Report è scritto: It cannot be said that the food [distributed by WFP) was the only reason that caused diarrhea though the food (rice and pulses) were found polluted and reaching to the people as uneatable food. E continua: it is not the only reason behind the outbreak, multiple lab-tests of WFP-distributed samples of rice and lentil showed the items were contaminated and unfit for human consumption. Cioè, numerosi test di laboratorio hanno dimostrato che riso e lenticchie distribuite da WFP erano contaminate e immangiabili.

Il Rapporto va giù dritto e segnala che  non erano presenti “basic details and information required by the law concerning consumer rights”. Nessun controllo è stato effettuato sulle razioni di cibo e, solo dopo lo scoppio dell’epidemia,  fu fatto il primo test di laboratorio su 16, 5 tonnellate di riso in cui emerse che il cibo non rispettava  gli standard alimentari minimi.

L’imbecille,  come sempre Richard Ragan, se ne frega del rapporto (tanto lui mangia bene con euro 15.000 di stipendio mensile e benefits) e ha fatto un battutone: la distribuzione di cibo del WFP “has little to do with either human rights or the epidemic.” Il minimo è augurargli che si sciolga in merda.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


Qualche dato dal Nepal

Agosto 17, 2009

undp Fra le poche cose che il magma dei burocrati (e sottoburocrati locali) delle Nazioni Unite è bravo a produrre sono i Reports, annuali, semestrali, di settore, per ogni ente inutile che forma il sistema, normalmente diretti a richiedere più fondi ai governi e ai privati.

Patinati, pieni di foto dei beneficiari (visti solo in queste fotografie) hanno però il pregio di concentrare dati e avvenimenti che permettono di leggere la situazione del paese. I dati sono da prendere con le pinze perché le attività sul campo sono nulle e perciò i dati creati in laboratorio (manipolando ed elaborando le statistiche ufficiali, anch’esse fatte con il mestolo) ma, pur sempre, utili per avere l’idea generale di cosa sta accadendo. Questa moda per intortare i donatori è stata ben presto seguita dallo stuolo implorante delle INGOs

Facevano ridere i reports (e relativi indicatori) scritti durante gli anni del conflitto (1996-2006) quando le agenzie delle NU e gran parte delle INGOs erano state allontanate dall’80% del Nepal, dagli allora incazzati maoisti.

  Oggi è stato presentato in pompa magna l’annuale rapporto su Human Development redatto da UNDP ). Cosa strana e abituale, con tutte le sale di riunioni che hanno, ville e villette devono sempre fare la presentazione (e pagare salatamente) al Soaltee Oberoi (hotel a 5 stelle). Elementi salienti quelli già segnalati in questo blog (e generalmente noti in tutto il Nepal): rimesse degli emigranti e legami con l’India hanno migliorato l’indice generale The Human Development Index (HDI) has increased from 0.471 in 2006 to 0.509 in 2009, il Nepal resta, comunque, il più sfigato dei paesi asiatici. The ‘absence of war’ will alone neither assure a lasting peace nor deliver prosperity. L’attuale fase economica, la crisi sociale, l’inefficacia dell’industria dello sviluppo e il malgoverno hanno aumentato il gap between the advantaged and the disadvantaged regions and caste or ethnic groups is widening or remains the same. Permangono aperte tutte le questioni principali della gestione post-conflitto (malgrado gli enormi esborsi dei vari UNMIN , OHCR e altri enti delle Nazioni Unite, Ineffective government, internally displaced people and frustrated combatants are some of the outcomes of the conflict and these have to yet to be tackled, Comunque, malgrado tutto può avere qualche utilità, eccolo qui.(undpreport09)


Nepal: se la terra trema

Aprile 9, 2009

terremoto a kathmanduIn India e Nepal la stampa ha seguito con partecipazione la tragedia dell’Abruzzo. La gente da queste parti è abituata ai disastri naturali (alluvioni, terremoti, frane), alla necessaria solidarietà che si crea per confortare le vittime e riparare i danni; ad accettare, seppur con dolore, le imprevedibili furie delle natura. Poi, l’Italia è vista con simpatia e, i più cosmopoliti, hanno ricordato il patrimonio storico distrutto, sparso in ogni cittadina e piccolo paese. Qualche citazione per la battuta vivere in tenda come una “vacanza in camping”. I giornali e la gente hanno ricordato i tanti terremoti che hanno distrutto vite e città nel Bihar, nel Bengala, in Nepal.
A Kathmandu, poi, ogni tanto la terra trema. Ultimamente nell’ottobre 2007 e nel febbraio 2009 (intorno al 4-5° Richter). Ancora prima, nel 1998 oltre 500 morti nel Nepal orientale e nel Bihar indiano. Insomma l’arco himalayano (in costante movimento) è una zona ad alto pericolo sismico e la Valle di Kathmandu, per le sue caratteristiche urbanistiche, è considerata ad altissimo rischio, fra le 21 città a più alto pericolo terremoti. Nel 1934 la grande tragedia, solo nella Valle si contarono 5000 morti (su una popolazione di 100.000) ma morirono oltre 15.000 persone nel Nepal orientale (luogo di frattura della crosta terreste) e nel Bihar. Gran parte di Kathmandu, case templi, furono distrutti (nella foto del tempo la Piazza di Basantapur). Allora si raggiunse magnitudo 8.4;  ancora prima terremoti, di cui non si hanno molti dati, nel 1833 e nel 1904.
Oggi, un evento del genere sarebbe una tragedia immane.
Un po’ come in Italia (dagli anni ‘50), negli ultimi 20 anni a Kathmandu si è costruito a raffica senza il minimo criterio. In Italia almeno ci sono leggi che dovrebbero prevedere (spesso solo sulla carta) criteri sensati di costruzione, qui neanche quelle. Vagonate di mattoni, cemento poco armato, case simili a piramidi rovesciate, appoggiate una sull’altra, strade e ponti che si sfaldano già durante il monsone; 3.000.000 di persone accatastate nella parte centrale della Valle. Anche qui centinaia di monumenti e costruzioni storiche a cui nessuno pensa neanche per la manutenzione ordinaria.
In Nepal tutti sono abilissimi a fare dei grandi studi e, perciò, anche sul rischio di un terremoto in molti (enti nazionali ed internazionali) si sono sbizzariti. Una scossa come quella dell’Abruzzo provocherebbe 60.000 morti, il 60% delle case distrutte, il crollo di 12 su 14 strutture ospedaliere, il 50% dei ponti e delle strade distrutte, la distruzione dei già fatiscenti sistemi idrici ed elettrici.
Qui, poi, ci saranno tre autopompe dei pompieri, una cinquantina di ambulanze, e si è visto come è finito, il disaster management nazionale ed internazionale per l’inondazione del Terai.
Non ci sono neanche milioni di euro per strutturare una protezione civile come in Italia e renderla in grado di fare, pur con qualche limite, il suo dovere. Anche qui i membri delle consorterie hanno fatto poco niente per dare regole, definire responsabilità, impedire costruzioni irregolari e pericolose, pubbliche e private. Per fortuna, almeno l’Impregilo (costante attore negli scandali pubblico\privati italiani) è stata cacciata dal Nepal, dopo l’immane vergogna della diga sulla Gandaki (finanziata dalla Banca Mondiale) quando, cercò di appropriarsi di USD 50 milioni adducendo costi aggiuntivi (su un budget complessivo d’asta di 130 milioni). I meccanismi, sistemi, consorterie statali sono identici a quelli della cooperazione internazionale. Speriamo che la diga non si sfaldi come il 90% dell’ospedale di l’Aquila.
Per la prevenzione siamo, poi, senza rete mi racconta Jeevan, che ha lavorato a lungo in diverse organizzazioni operanti nel business solidale del Disaster Management. Disgustato è andato a lavorare in una banca.
Anche qui, controlli zero; case, scuole ed edifici pubblici crepati e dimenticati, nessun intervento strutturale per assicurare l’agibilità di ospedali e centri di soccorso. In compenso un gran proliferare di rapporti, relazioni, piene di sigle, spesso confuse anche per chi le scrive. Stranamente le stesse cose le dice chi dovrebbe fare qualcosa, cioè Robert Piper, UN Resident Coordinator to Nepal We desperately need to put together a plan aimed at reducing the valley’s vulnerability, and preparing the city for the inevitable, explaining that no plan exists “
Jeevan racconta che sono decenni che si parla e scrive sulla prevenzione di un terremoto, sono circolati milioni di euro, sono stati fatti centinaia di meeting e coordinamenti. Però, aggiunge, non risulta che siano previsti punti di raccolta e che su questi sia stata informata la popolazione, né che siano state costituite task forces (pompieri, esercito) con attrezzature adatte ad interventi d’emergenza, né strutture logistiche (acqua, alimentari, pronto intervento sanitario). Però è previsto il 15 gennaio, l’Earthquake Safety Day.


Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

Aprile 8, 2009

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.


Il Nepal come il Ruanda?

Marzo 24, 2009

dollaroHa girato per Kathmandu, una delle gran sacerdotesse dei diritti umani, Navi Pillay (UN High Commissioner for Human Rights). Un giudice che si è fatto le ossa nei periodi duri dell’apartheid sud-africano difendendo i prigionieri politici, poi le brutte compagnie nelle Nazioni Unite l’hanno, forse,  un po’ deragliata.
A Kathmandu ha fatto diversi dichiarazioni apparentemente disomogenee: ha paragonato la situazione dei diritti umani a quella del Ruanda e ha richiesto il prolungamento della missione dell’ OHCHR (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights), uno dei molti enti inutili che permettono ai turisti della cooperazione di beccarsi lauti stipendi senza combinare niente. Questo ente s’affianca a OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), UNMIN (UN Mission in Nepal) e ai soliti UNDP, UNHCR e UNICEF nel teorico compito di difendere i diritti umani, moltiplicando e duplicando progetti.
Tutti questi enti non sono ancora giunti, in anni di apparente lavoro,  ad un identificazione precisa del numero delle persone scomparse (ad opera di maoisti, esercito e polizia) durante il conflitto (il numero varia da 500 a 1000 persone) ma, cose ancor più grave, non è stata data alcun compensazione a chi è stato espropriato di terra e casa né individuato alcun colpevole.
Non per niente le vittime protestano (davanti ai cancelli sbarrati delle UN), chiedono giustizia e non ottengono nulla. L’unico processo che si è aperto a carico di un funzionario di polizia è dovuto all’opera di un avvocato privato.
Navi Pillay aveva lavorato nel Tribunale sul genocidio in Uganda, il solito carrozzone che in dieci anni di presunte attività ha scovato cinque colpevoli per massacri, stupri e violenze che, in 100 giorni, hanno provocato fra gli 800.000 e il 1.000.000 di morti.
La tragedia del Ruanda ha in comune con il Nepal solo l’ inutile presenza delle Nazioni Unite; qui, fortunatamente, pur con le gravi conseguenze del conflitto, non si è giunti alla distruzione morale e fisica di un popolo.
Inoltre, in Nepal, il problema della difesa dei diritti umani è, certamente, il riconoscimento delle vittime e dei colpevoli nella fase conflittuale ma, è altrettanto prioritario l’oggi,  mi diceva l’amico avvocato Sapkota, “qui la gente è priva della protezione dello stato, deve affrontare da sola bande di criminali, estorsori, diritti elementari negati in un clima di assenza di legge e di impunità generale“. Abbiamo, poi,  dei casi clamorosi in tema di diritti fondamentali negati (cibo, lavoro, casa) come quelli dei Kamaya, gli schiavi liberati nel 2000, con grandi feste delle ONG e dei difensori dei diritti umani. Da anni i poveri Kamaya, protestano costantemente, perché sono rimasti sì, senza padrone, ma anche senza la terra promessa malgrado i milioni di dollari spesi per progetti, training e reports sulla loro condizione. (ne parleremo in un prossimo post). Il richiamo al Ruanda può servire per rendere la situazione più appetibile per i donatori internazionali; se chiude la OHCHR, il dipartimento della Pillay perde soldi e potere.
Nelle scorse settimane si era, inoltre, aperta una battaglia  (fra le varie agenzie delle Nazioni Unite) per accaparrarsi i fondi (euro 12 milioni dell’Unione Europea di cui 5 all’OHCR nel 2006 e USD 5 milioni nel 2007 per UNDP) per “gestire” la fase post-conflitto, finanziare la NHRC (Nepal Human Right Commission) e pagare gli stipendi ai funzionari internazionali (a casa c’è la crisi). La chiusura dell’OHCHR sarebbe manna per le altre agenzie, di qui il viaggio lampo della Pillay, per mettere pace fra i vari capibastone e premere sui poveri nepalesi per richiedere l’estensione del truffone.
Hanno fatto qualcosa questa gente (compresa la super-finanziata NHCR)? Magari non sono obiettivo, vediamo cosa si dice in giro: When OHCHR produced a report about disappearances it was very comprehensive, although many people remain missing,” dice Bhola Bhattarai, di Amnesty International.
E’ la solita politica delle NU e affini, segnalare il problema, raccogliere fondi e non risolverlo.
But, the answer is quite clear. It does nothing. Except for preparing and publicizing long boring reports with numbers and digits and recommendations with “should must and ought”, OHRC absolutely does nothing.
Lo stesso presidente della National Human Rights Commission (NHRC) Kedar Nath Upadhyaya, ha riconosciuto la sua impotenza the lack of implementation of NHRC’s recommendations and the continued indifference towards those recommendations have raised question over the utility and need of the commission itself . E qui balla qualche milione di euro.
Il Dr. Rokaya, membro della NHRC aggiunge In the changed context, we can manage even in the absence of the OHCHR-N. The role of UN body was not much effective, as no right violator was punished under its recommendation. E qui ballano altri milioni di euro.
acquaA Kathmandu per fortuna è piovuto ma la gente continua a rimanere senza acqua, la società (KUKL) che provvede alla distribuzione (affidata ad esperti stranieri) dichiara che la rete idrica è sfasciata, inquinata, e strutturata per servire 1\3 della popolazione. La parziale privatizzazione ha reso le cose peggiori, fortunatamente continuano a funzionare le antiche dhara (le fontane pubbliche) costruite 1000 anni fa. In questi giorni le NU stanno celebrando la giornata dell’acqua (e dei soldi buttati, USD 300 milioni in progetti inutili solo in Africa secondo l’International Institute for Environment and Development)


Si vende la povertà sul Web?

Marzo 13, 2009

money-exchange-africa“Puntare assolutamente sull’online e puntare sulla moltitudine dei piccoli donatori. Internet rappresenta di gran lunga il modo più economico per gestire la donazione. Non svendersi, mostrare come in un periodo in cui tutti gli investimenti prospettano ritorni bassissimi, la propria causa è senza prezzo e garantisce un ritorno altissimo con l’idea di aver fatto qualcosa di buono“. Scrivono gli esperti americani di fundraising .                                                                                                                                In un altro, più nostrano,  leggo:  quando uno ha i soldi spende e compra senza nemmeno pensarci, quando uno non li ha, vuole mille spiegazioni e fa mille confronti prima di spendere e decidersi, ecco perchè nel fundraising in periodi di crisi bisogna allungare il brodo /ho dei test che mi dicono che nelle classi meno evolute mettere troppe scelte fa calare le donazioni perchè confonde. Stile un po’ vecchio, emozionale da azienda di prosciutti anni ‘90, oggi anche le aziende profit pensono più a pubblicizzare la qualità del prodotto, il valore aggiunto anche alle “classi meno evolute“, che la crisi sta rendendo più consapevoli.
Questo è il mondo in cui vivono alcuni dei fundraiser (raccoglitori di soldi) per ONLU\ONG, non sorpende che poi compaiono campagne come quella già segnalata del Tutti a Tavola: sono in un altro mondo. I meccanismi e le mentalità che stanno dietro alla vendita della povertà sul WEB non sembrano tanto dissimili dalle pubblicità commerciali o dalle vendite piramidali
Che se ne impippa della partecipazione, consapevolezza, legame con il donatore (di spazio sul blog, di denaro o di tempo), di dare informazioni, spiegare i progetti, le finalità, i risultati, basta allungare il brodo. D’altro canto il cliente dona e si libera la coscienza (“ho contribuito alla salvezza del mondo”) come un tempo le Dame di Carità. Meglio di niente, ma poi non ci si può lamentare se i propri soldi sono male utilizzati, finiscono al 70% nelle spese di gestione, o i progetti non portano alcun aiuto ai beneficiari.
I bloggers sono uno dei canali oggi di moda per la pubblicità dell’industria dell’assistenza. Sono economici, un po’ vanesi e, forse, sperano in altri spot retribuiti. Qualcuno accetta per togliersi dai piedi il richiedente come quando si regala qualche centesimo al povero postulante che ti bussa al finestrino. Qualcuno, quando si rende conto del nulla che pubblicizza, si pente.
Le aziende di webmarketing setacciano i blog, senza neanche guardarli e offrono, come spot di detersivi, progetti, bambini, povertà.
L’esempio. Dopo aver espresso dubbi su  questa forma di pubblicità, parlando di due soggetti: Promodigital (società di webmarketing) e CCS Italia (cliente), mi arriva una bella mail da una ragazza di Promodigital:
“una delle cose che facciamo è mettere in contatto i brand con i blogger. In questo periodo abbiamo pensato di appoggiare una ONLUS che si occupa di migliorare le condizioni di vita dei bambini all’interno della comunità in cui vivono. (copiato dal sito dell’organizzazione). CCS ITALIA ONLUS con il nostro aiuto – mio e mi auguro anche tuo – e grazie ai blogger più influenti (l’ego s’arrapa) vuole sensibilizzare il “popolo della Rete” ponendo l’attenzione sulle problematiche che ancora oggi affliggono i Paesi più poveri.”
Poi vengono al sodo: “Per creare un effetto virale (?) all’iniziativa abbiamo anche preparato un banner che puoi adottare nel tuo blog. Il buzz (?) in questo caso non è tanto un modo per promuovere un marchio (senso di colpa) quanto un’occasione per dare il tuo aiuto ad una nobile (enfasi) causa”.
Un po’ intimidito da buzz e viral rispondo: “Sarò pagato se piazzo il banner o (conoscendo il marketing dell’ONLUS) riceverò un bambino in omaggio? E’ possibile avere dettagli, bilanci o altro sull’effettiva capacità dell’organizzazione. Io per esempio sono interessato al Nepal e mi piacerebbe sapere cosa fanno in quel paese e avere una rendicontazione delle spese effettuate e come. Questo per poter aderire in forma più coinvolta nell’iniziativa. Sono ben lieto di ospitare il CCS sul mio blog anche gratuitamente se mi fornisce informazioni dettagliate sulle sue attività. Sai non vorrei fare brutte figure”.
Il giorno dopo mi rispondono: “ti dico subito che noi teniamo a non pagare nessuno di coloro che parlano delle nostre iniziative per non influenzare il loro giudizio (?)…Quello che posso fare è informarmi direttamente con la ONLUS CCS per avere queste informazioni ed eventualmente rispondere alle tue domande. Spero di poterti rispondere in modo esaustivo”. Era il 10 febbraio 2009 e da allora sono in attesa delle informazioni richieste per offrire il mio blog in modo consapevole.
Forse è lo stesso buconero in cui finisce ogni richiesta rivolta a CCS Italia ONLUS, come quella dell’ingenuo Matteo (vedi commenti) disposto a chiedere spiegazioni sulle malpractices segnalate ai cd. “saggi” che dovrebbero dirigere l’ente.
Nello stesso buconero sono però finiti purtroppo, una quindicina di insegnanti e qualche collaboratore locale (da qualche giorno licenziato per le critiche espresse), un blog, qualche progetto a favore dei bambini.

Non è un bel periodo per le ONLUS\NGO, calo delle donazioni, disincanto per la poca trasparenza ed efficacia delle stesse. Elementi che s’ingigantiscono quando l’industria dell’assistenza privata si mischia con quella pubblica (donatori statali e Nazioni Unite) e girano tanti soldi come in Afghanistan, e in altre parti del mondo.

E’ scoppiata una querelle giudiziaria fra il Guardian (un articolo\video un po’ confuso) e la ONG italiana Intersos. Il motivo: la spese relative alla riabilitazione e ampliamento dell’ospedale Khair Khana di Kabul. La storia era già girata sul sito di una ONG  di donne afghane e sulla stampa locale  (interessanti anche i commenti) e, ancora prima, nel blog di Dr. Ramazan Bashardost (ex Planning Minister e candidato alle prossime presidenziali dallo scorso ottobre.                              Per smentire i racconti, Intersos ha messo sul sito, evento raro che dovrebbe essere normale e generalizzato, i capitoli di spesa (in forma sintetica) del progetto.
Il progetto di riabilitazione e ampliamento dell’ospedale (finanziato dalla Cooperazione italiana, cioè le nostre tasse) è costato USD 1.930.000 per 52 posti letto. I lavori sono iniziati nell’agosto 2002 e l’ospedale inaugurato nel maggio 2003, quindi molto veloci e affidati a società di costruzioni afghane.
Ogni posto letto è costato, dunque, circa USD 38.000 (il reddito pro-capite annuo, anche grazie al flusso d’aiuti internazionali, in Afghanistan è di USD 1000).
Questi i costi:  ma, purtroppo l’ospedale funziona male e sta già perdendo qualche pezzo riportano le cronache e conferma Intersos: “E’ stato fatto un errore di valutazione. Purtroppo, l’Amministrazione di Kabul non ha provveduto ai lavori di sua competenza e il Ministero della Sanità non ha assicurato sostegno, formazione e assistenza all’ospedale.”
Diciamo che a prescindere dall’articolo del Guardian e dall’uso formalmente corretto dei fondi come dichiara Intersos vi è un problemino relativo alla sostenibilità del progetto (come s’usa dire nel bel mondo della cooperazione riferendosi al suo funzionamento una volta concluso l’intervento del donatore) e alla sua utilità per i beneficiari.
Le diverse amministrazione afgane, che Intersos ritiene responsabili del mancato funzionamento corretto dell’ospedale dipendono per ogni spesa (e, dunque attività), dai donatori internazionali che buttano nel paese 8 miliardi di dollari ogni anno. Poiché il progetto vedeva Intersos operare insieme a diverse agenzie delle Nazioni Unite risulta stravagante (ma abituale) che nessuno si è preso la briga di verificare l’implementazione del progetto e di premere sulle autorità locali per la sua corretta gestione.


Processo ai Khmer Rouge: entrino gli imputati

Febbraio 16, 2009

cambogiaPoco interesse fra la gente comune desta la prossima apertura del processo ai superstiti Khmer Rouge, altri sono i problemi per i pratici e concreti cambogiani, impegnati a sopravvivere nella crisi economica che ha segato via le industrie tessili e il turismo. La Corte, inoltre, riscuote poca credibilità e appare come un invenzione della burocrazia internazionale per fare un po’ di spettacolo per i media, placare qualche coscienza e rastrellare un po’ di soldi dai donatori. La sequela di scandali che l’hanno investita è diretta conseguenza del comitato incaricato di formarla e gestirla composto dal Governo Cambogiano (11 su 100 nella classifica mondiale della trasparenza) e le Nazioni Unite (su cui c’è poco da dire).
La banda che ha gestito la Corte (vedi glossario) è dall’inizio sottoposta a continue denunce di corruzione che, dato i gestori, sono state costantemente insabbiate. Ultimamente la Phnom Penh Municipal Court ha sospeso il processo per corruzione in corso e, ancora più clamoroso, la delegazione delle UN incaricata di investigare sulle accuse non ha reso pubblico il rapporto né fatto una conferenza stampa ma solo emesso il solito comunicato generico: the parties agreed on the need to strengthen the ECCC’s human resources management, including anti-corruption measures (10\12\2008). Per riassicurare i donatori e convogliare nuovi fondi, il bilancio della Corte è stato sottoposto ad uditing della Deloitte (nota per le certificazioni in Italia per Parmalat, Cirio, Volare, Freedomland) che ha riscontrato il solito ordine perfetto.
Queste premesse rafforzano il disinteresse  della gente cambogiana che tende a vivere il presente e a dimenticare quegli anni terribili. In 20 anni di guerre sono state falciate vie intere generazioni, storia, documenti pubblici, cultura, sistema sociale e chi è sopravvissuto, e le nuove generazioni, hanno sviluppato, nel bene e nel male, un istinto pratico, basato su poche priorità: avere soldi e qualche potere. Per questo, a me è sempre sembrato, di vivere in un paese liquido dove tutto è in vendita: territorio, esseri umani, politici, stato, rapporti sociali. Valori, tradizioni, cultura, regole sono secondarie e ininfluenti di fronte alla priorità della sopravvivenza, possibilmente al meglio. La Cambogia non ha neanche una propria moneta (si usa il dollaro). Rimane il mito della Grande Cambogia, dell’impero Khmer, da sempre sfruttato dai governanti (compresi i Khmer Rouge) per smuovere la gente.
Già nel 1991, Terzani scriveva ” il sistema economico che è stato introdotto nel paese è un assoluto laisser faire capitalista, La sola ideologia è la sopravvivenza“. Leggere gli articoli di Tiziano Terzani (nel libro Fantasmi) si percorre la triste storia recente della Cambogia raccontata con amore e stupore doloroso e si comprende l’attualità del paese e della sua gente.
Si coglie, anche, l’inutile ipocrisia del processone che si sta aprendo a Phnom Penh che, come scrive Philip Short (autore della monumentale biografia di Pol Pot e fra studioso della storia cambogiana) “If reconciliation were the aim, there are other ways of going about that, as South Africa has shown,” “This tribunal has nothing to do with reconciliation. How can the condemnation of a few elderly men, no matter how appalling their acts, reconcile people in the villages with those who, during KR times, murdered their relatives, and who still live a few houses away from them.
Ripercorerre la storia della Cambogia negli ultimi 20 anni, insieme a Terzani, è utile per inquadrare il presente. Fra il 1970 e il 1973, i B52 americani spazzavano, in una guerra non dichiarata, i villaggi della Cambogia (la prima delle tante war of terror) provocando almeno 1 milioni di morti e la conseguente vittoria dei Khmer Rouge. Due milioni di morti (presunti) durante la pazzia di Pol Pot (1975-79), poi ancora guerra nel 1979 con l’arrivo dei vietnamiti e l’insediamento del governo di cui faceva parte l’attuale Hun Sen. Per altri 14 anni è continuata la guerra civile con gran parte del Paese sotto il controllo di gruppi armati: Khmer Rouge, repubblicani di Sao Sann, e guerriglieri di Re Shianouk.
Questi gruppi hanno operato grazie agli aiuti occidentali, cinesi e thailandesi (solo gli USA spendevano USD 20 milioni all’anno) mentre fino al 1991 il resto del paese era sottoposto ad embargo.
Eserciti e Signori della Guerra, racconta Terzani, in un suo articolo al Corriere della Sera nel 1991, che hanno il solo interesse a mettere le mani su questo fiume di dollari che gli occidentali fanno arrivare ai profughi.
E’ utile ricordare che l’appoggio dato dalle potenze occidentali (e dalla Cina) ai Khmer Rouge è stato finanziario, militare e politico e che le Nazioni Unite hanno visto fino al 1990 un Khmer Rouge a rappresentare la Cambogia nel bel Palazzo di Vetro quale rappresentanti del Coalition Government of Democratic Kampuchea di cui ministro degli esteri era l’imputato Khieu Samphan.
Lo stesso Khieu Samphan, e altri dirigenti dei Khmer Rouge, è stato protetto dalle NU quando una folla infuriata cercò di linciarlo a Phnom Penh nel 1991. Fino all’ultimo minuto l’UNTAC (l’organo delle NU incaricato di organizzare le elezioni in Cambogia) ha trattato con i Khmer Rouge nell’intento di farli partecipare alle prime elezioni democratiche (tenute nel 1993). La decisione di continuare la guerriglia portò allo dissoluzione dell’ Angkar (“l’organizzazione” come era chiamata durante il terrore) nel 1998. Allora morì Pol Pot e i suoi complici s’arresero. Chissà se avessero partecipato alle elezioni delle NU forse qualche imputato sarebbe ancora al governo, come accadde per molti Khmer Rouge di secondo piano e terzo piano (fra cui l’attuale primo ministro Hun Sen).
Non sorprende che, con questo passato, a pochi cambogiani interessi il processo, gestito dai complici degli accusati e organizzato per soddisfare l’opinione pubblica e la stampa internazionale. Tutti sanno, in Cambogia, che Hun Sen ha mercantaggiato per limitare l’azione del tribunale e il numero degli accusati. E, che, forse il convertito cristiano Duch (Kaing Guek Eav), il pazzo (teneva dettagliati archivi delle vittime) di Tuol Sleng , sarà l’unico che verrà processato. Per gli altri, vecchi e svaniti, sarà stato l’opportunismo e l’ipocrisia a prescrivere i  reati.
Il Human Rights Centre dell’ University di Berkeley ha condotto un sondaggio in Cambogia (settembre-ottobre 2008, oltre 1000 interviste in 24 province) rivelando che che l’85% degli intervistati ha “little or no knowledge“sull’attività della Corte; e il 23% la ritiene corrotta. Questo considerando che, tutte le famiglie cambogiane, hanno almeno un congiunto vittima dei Khmer Rouge.
L’esempio della Extraordinary Chambers of the Courts of Cambodia ( ECCC) sta, inoltre, dando un pessimo modello di giustizia internazionale e conferma la fragilità del sistema giudiziario cambogiano.
Centinaia si persone del villaggio di Lor Peang (Provincia Banteay Meanchey), senza alcuna speranza nella giustizia, come migliaia d’altri nelle medesime condizioni in tutta la Cambogia, hanno organizzato riti collettivi per lanciare una maledizione a chi gli aveva rubato la terra (in questo caso la compagnia KDC, intrallazzata con il governo). We prayed and burned incense and cursed whoever stole our land to perish” ha dichiarato uno dei partecipanti al Post. “One person who stole our land died in a traffic accident last year after we made a similar curse,” . La giustizia non funziona e si ricorre ai metodi tradizionali, che sia questo un modello da esportare.


Cambogia: un pò di spettacolo

Dicembre 13, 2008

royal-palaceDue grandi spettacoli in Cambogia negli ultimi giorni. Il più importante quella del Primo Ministro Hun Sen che è riuscito barcamenandosi fra Cina e Occidente a fare il pieno di aiuti internazionali. USD 215 milioni dalla Cina e, in risposta, USD 1 miliardo (USD 690 milioni nel 2008) dal gran cenacolo (UE, WB; ADB, UN) dei donatori occidentali.
La Cina, come è consuetudine in tutti i paesi in cui fa donazioni, non chiede niente in cambio riguardo alla gestione dei fondi se non vantaggi per le sue industrie nello sfruttamento delle materie prime nazionali e negli investimenti.
Infatti, l’astuto Hun Sen per giustificare l’arrivo del denaro cinese e in base alle esperienze del passato si è subito affrettato ad assicurare che the government would not grant any new land concessions for logging e proteggerà le risorse naturali nazionali (legname, pesca, aree protette).
Infatti, la colpa della depredazione passata l’ha girata al suo vecchio alleato, il Principe Norodom Ranariddh che, per smantellare il suo partito Funcipec, è stato accusato di ogni crimine negli ultimi anni, fino a costringerlo all’esilio. “We are better off to keep the forests as a national reserve, and not try to get money from logging.” He blamed his previous coalition government allowing the government to fall into anarchywith profit-making schemes such as logging.
A differenza dei cinesi, la gran consorteria dei donatori occidentali (EC, WB, ADB, UN, etc.) è costante, ogni anno nel richiedere leggi contro la corruzione, controlli nella gestione degli aiuti, procedure e norme. Un rituale tanto scontato quanto inutile che ha fatto ridere anche i beneficiari cambogiani. But the donors’ requests for reform and the government’s promises of action sound sadly familiar, indicating that a decade-old pattern of rewarding inaction with aid has not been broken, scrive il Post.cambogia
L’annuale meeting (Cambodia Development Cooperation Forum) dei donatori a Phnom Penh è stato il solito teatrino d’avanspettacolo, con vecchi attori scoppiati a furia di ripetere le stesse battute. Speaking on behalf of donors, Cambodia’s World Bank country manager, Qimiao Fan, urged the government to quickly pass the anti-corruption law and to use the pledged aid effectively. Abbiamo visto l’efficienza della ADB in un post passato.
Prime Minister Hun Sen on Thursday opened the meeting with a new promise to donors that he would fight corruption by passing long-awaited anti-graft legislation as soon as possible. (Dal Phnom Penh Post).
C’è da dire che al teatrino, come è diffuso globalmente (il 50% dei progetti della WB ha come partners ONG, 1500 ONG fanno parte dell’Ecosoc UN e partecipano ai vertici come quello di Davos), erano presenti anche le ONG, dimostrando l’abituale subalternità e dipendenza dal denaro pubblico (le nostre tasse).
“They said exactly the same things last year, the language is the same, the outcome is always the same – we finish the ritual with a stamp of approval [on the government's development plans] and then its back to business as usual, scrivono i giornali cambogiani.
Qualcuno ha storto il naso: il principale ( e unico) oppositore Sam Rainsy ha dichiarato che l’enorme flusso di aiuti internazionali, aumenterà “a beggar mentality that makes Cambodia remain irresponsible and corrupt”.
L’autorevole economista cambogiano Sok Sina “A real friend who cares helps a country help itself. It’s not about giving money to a country to spend however it wants. I think [donors] don’t see that a lot of assistance has not been effectively used. How can the country be improving if it requires more assistance?” Yet, neither questions of the efficiency of aid nor a looming global recession that is hitting many of Cambodia’s key donors hard are likely to spark a drop-off in aid. Che altro dire.
Qualcos in effetti c’è. L’inutile torero Rafael Dochao Moreno, (capo missione della European Commission in Cambogia) puntualizza “The EC presence here in Cambodia shows one of the European values and principles: solidarity.”
Dimentica d’aggiungere che l’aumento degli aiuti dipende essenzialmente dalla competizione con la Cina per il futuro controllo degli ingenti giacimenti petroliferi e di gas scoperti al largo di Shianoukville.
Per rimanere negli sprechi della banda dei donatori internazionali, continua il processo agli ottuagenari superstiti Khmer Rouge. E’ una cosa patetica e una sampanvergogna assistere alla sfilata di anziani ormai svaniti e malati come è accaduto l’altro ieri per Ieng Sari, vice-primo ministro e ministro degli esteri durante la dittatura di Pol Pot.
Mentre va avanti la farsa, le NU tengono segreto il rapporto relativo ai casi di corruzione fra i funzionari del processo, già scritto e consegnato a settembre da una speciale commissione.
cambogia-rockMeglio vedere l’altro spettacolo avvenuto fra gli antichi templi di Angkor Wat, dove hanno suonato i The Click Five, le rockstars cambogiane Pou Khlaing, Meas Soksophea, Sokun Nisa e Chorn Sovanreach. Poi Placebo con i classici “Meds” e “Teenage Angst”. Il tour, hanno cantato anche Shianoukville, è stato organizzato da MTV per raising awareness and increasing prevention of human trafficking. Gran festa fra gli oltre 2000 giovani cambogiani presenti..


Yama alle Nazioni Unite

Novembre 1, 2008

Ieri ultime riunioni famigliari per celebrare il Bhai Tika, la benedizione delle sorelle ai fratelli. La tika rossa viene messa sulla fronte dei maschi della famiglia, poi scambio di regali (normalmente piccole somme di denaro) e, infine tutti a mangiare un bel daal bhat. Gli astrologi hanno determinato l’orario propizio per (11,45-11,55) e in tutto il paese, buddhisti ed hinduisti, hanno compiuto questo antico rituale destinato a propiziare Yama, il Signore del Tempo e della Morte , per assicurare salute e prosperità ai maschi produttori. Gli uomini, concludono le feste del Tihar, riunendosi a giocare a carte; qualche volta scoppia un rissone come a Bharatichowk in Bara e a Pitauli con 11 feriti fra cui alcuni gravi. 

Curioso notare come su diversi siti di giornali italiani è comparsa (identica per tutti) una descrizione della festa del Kukur (cane) Tika, uno dei giorni del Tihar: La festa trae origine da una leggenda narrata nel poema epico indù Mahabharata, secondo la quale un cane era il fedele accompagnatore di un santo indù nel suo viaggio verso la vita eterna. Un po’ di superficialità e inesattezza, evento ricorrente quando vengono trattati fatti e tradizioni di queste parti (e non solo) da molti dei giornalisti italiani. Ricordiamo, fra l’altro, le immagini dei poliziotti nepalesi che picchiavano i tibetani spacciate come riprese in Tibet, il processo di selezione della Kumari, etc. 

 In realtà la benedizione del Kukur Tika, rientra nell’ antica venerazione di Yama (Panchak Yama, i 5 giorni di Yama), il terrifico Signore della Morte; figura che risale ai Veda che parlano di Yama come il primo essere umano che morì. Le fedi dell’Asia (buddhismo e hinduismo) hanno poi elaborato la sua figura e significato rendendolo un’emanazione di Shiva, il Signore del Tempo (Kala) e Vajrabhairava e Shinè per i buddhisti.

La storia sarebbe lunga ma questa è la sintesi. La sua venerazione assicura lunga vita e prosperità e favorisce il passaggio senza sofferenza nei diversi regni del Samsara da lui controllati, e l’eventuale fuoriuscita nel Nirvana, cioè il superamento del Tempo. Lui giudica e controlla, tenendo fra i suoi dentoni la Ruota della Vita (Bhavacakra), una delle più antiche e potenti rappresentazioni cosmologiche dell’Asia. Due insaziabili cani con quattro occhi e denti enormi sorvegliano l’entrate dei suoi mondi. Da qui, per evitare problemi, le offerte ai cani e ai messaggeri del Signore della Morte, i corvi. Il Tihar raccoglie tutte queste tradizioni e le collega attraverso mitici racconti

Il fratello di Jamuna era mortalmente malato ed ecco giungere Yama a prendere la sua anima, la giovane chiese al Dio di attendere per concludere le complicate cerimonie prescritte dalle scritture. La giovane continuò, per un anno, a venerare il fratello con continue offerte di fiori, incensi, preghiere. Quando Yama tornò, il giorno del Bhai Tika, fu impressionato dalla devozione di Yamuna concesse la vita terrena al fratello. Interi libri sono stati scritti sulle storie e leggende che sottostanno alle molte feste del Nepal e dell’India. Con l’avvento della Repubblica, sono state introdotte molte altre feste nazionali: l’Eid islamico (quest’anno festeggiato con pacifico sincretismo durante il Dashain hinduista), il Natale, il Losar (capodanno tibetano), le date dell’ elezione della Costituente, del Presidente della repubblica, dei Civil Servants (dipendenti pubblici) e continuano ad esserci richieste per nuove festività dai diversi gruppi etnici e castali. Già il Nepal era il paese delle feste con circa 90 giorni, in cui uffici e scuole sono chiuse.

Quest’anno il Tihar sì è allungato con l’arrivo di Ban Ki-Moon, l’invisibile (diplomaticamente) e cereo segretario generale dell’ONU.   Il Gran Signore delle Donazioni è stato accolto con fiori e preghiere dai bisognosi governanti nepalesi. Fra gli argomenti in discussione la partecipazione di militari nepalesi in peace keeping operations delle NU in Somalia e Chad. Si ricorda che Prodi, da mesi impegnato all’allenamento per la maratona di New York, dovrebbe essere lo speciale rappresentante delle NU (come un tempo Craxi) per queste attività in Africa. Ma, nessuno ha notato né segnalato che, tanto per cambiare, “The United Nations has wasted tens of millions of dollars in its peacekeeping operations in Sudan over the past three years, according to the findings of U.N. auditors examining the financial practices of the global body’s overseas missions” scriveva il Washington Post dello scorso 10 febbraio. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/02/09/AR2008020902427.html?wpisrc=newsletter

 I controlli sono stati effettuati sulle operazioni che dal 2005 sono in corso in Sudan e Darfur dove, malgrado 20.000 uomini delle NU, continuano massacri e genocidi con oltre 2 milioni di morti. Il Darfur, come è noto, è uno dei più utilizzati strumenti pubblicitari per raccattare soldi da parte dell’industria dell’assistenza internazionale (grande e piccola). Fra finti progetti, contratti falsi e gonfiati, sprechi vari, che hanno arricchito il sistema mafioso che abitualmente ruota intorno alle NU diretto da funzionari delle stesse (che già rastrellano inutili stipendi d’oro) si legge: U.N. officers in Sudan have squandered millions by renting warehouses that were never used, booking blocks of hotel rooms that were never filled, and losing thousands of food rations to theft and spoilage, according to several internal audits by the U.N. Cioè mentre si chiede al mondo di inviare aiuti per chi muore di fame “si perdono migliaia di razioni di cibo”. Traduco per essere chiaro.  

La risposta delle NU ” This is seen as a witch hunt that is not warranted given the fluidity and complexity of that mission“.

La fluidità della missione… Speriamo che Yama se li porti via.