Bandiere rosse a Kathmandu
Dicembre 22, 2009
Oggi pomeriggio, New Baneshwor, vicino al palazzo della Constituent Assembly, piena di gente e bandiere rosse, come non se ne vedono in nessuna parte del mondo. Kathmandu e tutto il Nepal bloccato per il terzo e ultimo giorno di sciopero generale. Picchetti ovunque per impedire agli uffici d’aprire e ai mezzi di circolare. Chi tenta è malmenato. Sergio, barba e capelli lunghi, si è rimesso l’eskimo del ’68.
Qualche reduce di quei tempi rinasce nel Nepal anacronistico del 2009 (2066 anno locale) e gongola quando il lider maximo Pushpa Kamal Dahal (Prachanda) arringa studenti, contadini, membri della cosiddetta società civile, donne danzanti con gli abiti etnici, e promette di riprendere scioperi ed agitazioni a Natale. Pugni chiusi, falci e martello, tanta demagogia mentre il paese affonda e, come scritto, non solo per colpa dei maoisti.
Dahal è incazzato con gli indiani e riprende un esempio già usato, il governo nepalese è un fantoccio, un robots controlled by remote control, cioè New Delhi. Non ha tutti i torti ma il Nepal non può prescindere dai rapporti con il potente vicino. Le merci arrivano da Calcutta, gli investimenti da Bombay, il 90% delle esportazioni finisce in India, dove si acquista il petrolio (pagato a singhiozzo e ricevuto uguale) e tutto il resto (compreso il riso). Quindi ora dice che non parlerà più con i nepalesi ma, anche lui, andrà a Delhi to hold “decisive talks” with India and not the current “puppet government” to solve the prevailing political deadlock in the country. Lo stesso fanno da mesi i governativi.
“In the past, we wanted to hold talks with the institution of monarchy as it was the lord of the political parties during that time,” grida Prachanda, “India has now become the lord of the ruling political parties, and so we are also ready to hold talks with them.” I rapporti fra maoisti e monarchia durante il conflitto sono ancora tutti da esplorare e, molti, dicevano che fra i due apparenti nemici ci fosse una sorta d’accordo di spartizione per tenere fuori i cosidetti partiti democratici. Si racconta che l’esercito interveniva marginalmente e che era previsto un accordo diretto fra maoisti e sovrano per uscire dal conflitto, prima che nell’aprile 2006 i partiti (con il beneplacito dell’India e degli occidentali) facessero precipitare la situazione a Kathmandu. Infatti, nel resto del paese controllato dai maoisti, poco si mosse e gli stessi non parteciparono, nella prima fase, alla “rivoluzione dei rododendri”.
Ribadisce lo slogan del momento cioè ristabilire la “civilian supremacy” che tradotto significa liberarsi del Presidente della Repubblica (accusato di voler un governo d’emergenza militare), rimettere in circolo la sua Armata Popolare, entrare nel governo. E’ ritornato “feroce” (questo uno dei significati del suo nome) per l’opinione espressa, nei giorni scorsi, dal comandante delle Forze Armate indiano che ha ribadito la contrarietà all’entrata dei maoisti nell’esercito nepalese. Ha pure contestato l’acquisto di armi dall’India ma non quello dalla Cina. Ha ribadito un tema caro ai nepalesi quello antindiano, India is dictating political affairs in Nepal and we continue to fight for national sovereignty and integrity.
Intanto a Sanku, parte orientale della Valle di Kathmandu, gli abitanti stanchi dei blocchi hanno malmenata qualche quadro maoista. La Federation of Nepalese Chambers of Commerce and Industry (FNCCI), ha dichiarato che non verranno pagati I salari degli scioperanti (come richiesto dai maoisti) e ha pubblicato un elenco di imprenditori malmenati in ogni parte del paese per impedirgli di aprire fabbriche e negozi. Il Primo Ministro Madhav Kumar Nepal ha chiamato al telefono Prachanda, invitandolo a riprendere il dialogo. Lo stesso, si racconta, hanno fatto gli onnipotenti indiani dalla loro ambasciata di Lainchour. Il vecchio Palazzo Bianco e decrepito che fu l’ambasciata imperiale inglese vedrà ancora passare la storia del Nepal.
Nepal, maoisti alla carica
Dicembre 21, 2009
Tutto fermo in Nepal durante il secondo giorno (tre previsti) di sciopero generale organizzato dai maoisti. Era stato promesso per il 10 dicembre e poi rinviato per i colloqui (falliti) con i partiti di governo. Sciopero, in Nepal, significa che nessun veicolo può circolare (neanche le moto e a volte i risciò e i carretti); anche le ambulanze, in realtà, spesso, usate come taxi collettivo, sono sottoposte a controlli. Gruppi di manifestanti armati con nodosi bastoni picchettano le strade e gli uffici, bruciano qualche copertone, litigano con quelli che vogliono forzare i blocchi con le scuse più disparate. Ogni tanto si lasciano andare, malgrado le richieste dei vertici, a qualche atto di vandalismo contro le auto, le moto e i negozi. Chiuso tutto, uffici, negozi, teashops, venditori ambulanti. Insomma il deserto.
Contemporaneamente (come accadde in Italia da parte della Lega Nord) sono state proclamate stati autonomi in tutto il Nepal con l’opposizione degli stessi residenti; solo propaganda e pressione.
A Kathmandu le strade sono deserte, ieri qualche tafferuglio con la polizia, pietronate contro l’auto del ministro del turismo Shatrughan Mahato, in viaggio verso l’aeroporto per raccogliere il primo ministro Nepal di ritorno da Copenaghen; durante gli scontri con la polizia a Banashwor sono stati picchiati alcuni giornalisti e un parlamentare del Congresso. Nel pieno centro a Putilasadak (area universitaria), gli studenti del Shanker Dev Campus si sono scontrati con la polizia, una trentina i feriti.
A Dharan (est Nepal) , invece, i militanti maoisti si sono messi a ripulire le strade della città, sorprendendo i poliziotti già pronti alla zuffa. A Parasi (Terai centrale) i commercianti hanno picchettato gli uffici dei maoisti per protestare contro l’ impossibilità di lavorare.
Un bilancio non brillante con una cinquantina di feriti e un centinaio d’arresti nella prima giornata di sciopero, oggi sembra tutto più tranquillo. C’è un senso di disperazione in questa mossa dei maoisti che trova di fronte dei muri di gomma da parte degli altri partiti e una progressiva ostilità delle popolazione che vorrebbe sopravvivere. Irresponsabilità è il commento più diffuso diretto contro tutta la classe politica. Il governo è per definizione responsabile dello stato del paese, dell’eslusione del partito di maggioranza relativa (i maoisti) ma quest’ultimi s’abbandono ad atti di violenza, intimidazione che stanno giustificando la sua esclusione. Continuano, in sordina incontri e colloqui per uscire dalla crisi. Si parla, addirittura, di un governo d’mergenza comandato dal Presidente della Repubblica, il falco Yadav, e appoggiato dall’esercito. Sarebbe la tragedia. Poi si discute del suo relegamento a un ruolo decorativo e a ulteriori concessioni ai maoisti nel disegno della nuova costituzione. Sembra di essere al mercato di Asan Tole dove si contratta e litiga per qualche rupia.
Lo stato del paese imporrebbe un governo di unità nazionale, ma più che una formula servirebbe assunzione di responsabilità da parte dei partiti e la rinuncia a fette di potere. Per adesso non si vede ancora la luce.
In questa situazione d’emergenza istituzionale, sociale ed economica sconcerta vedere che l’unica cosa che si muove è l’acquisto di armi (non-lethal, cioè veicoli, comunicazione, equipaggiamento, etc) sia dalla Cina (vendute oltre Euro 2,5 milioni) e dall’India (pagate cash al 40%) . Ma dove li trovano i soldi e a chi vanno le mazzette.
Qui, come nell’intera Asia, l’armamento è una fonte di potere e di business. L’India ha quasi 4 milioni di soldati (più 1 milioni di paramilatri) e spende USD 33 miliardi all’anno per la difesa. I paesi intorno non scherzano come spese militari: Pakistan $4.8 miliardi, Bangladesh $830 milioni, Nepal $100 milioni e Burma $30 milioni (sorprende un po’ le basse spese di questo stato definito canaglia). Media del 30% della popolazione che vive con meno di USD 2 al giorno, che dire.
Grandi sistemi: fermi
Dicembre 15, 2009
Si fa un gran parlare di ridurre la povertà nel mondo, le disparità fra paesi poveri e ricchi attraverso un commercio internazionale più equo e solidale. L’organismo che dovrebbe lavorare a questo scopo è il WTO (World Trade Organization) che, dopo l’inizio a Doha nel 2001, si era prefissata l’obiettivo entro il 2010 di ridurre barriere doganali, sussidi all’’agricoltura, dazi e balzelli per facilitare il commercio specie dai mercati più marginali.
Un attività importante, specie in questa fase, in cui il commercio internazionale è calato sensibilmente (10% a livello mondiale); nei paesi più poveri si calcola il 40% (dati WTO). I più colpiti i settori ad alta intensità di lavoro (manodopera a basso costo) quali il tessile e il manifatturiero di base. Le conseguenze sono state brutte per i meno garantiti (cioè la maggioranza della popolazione) come abbiamo scritto in altri posts. Le aperture ai commerci e la diminuzione di barriere fisiche e tariffarie richieste dallo stesso WTO a paesi quali la Cambogia e il Nepal negli ultimi anni, li ha resi più vulnerabili alle peripezie dei vampironi di Wall Street (e delle altre borse e banche occidentali). In questi paesi i vantaggi delle liberalizzazioni vanno nelle tasche di pochi e ricchi, gli svantaggi in quelle di tanti e poveri. Niente di nuovo.
Come detto il WTO dovrebbe avere un compito decisivo e concreto quello di smuovere merci, persone e servizi, di creare un nuovo sistema del commercio internazionale diretto a favorire, per lo sviluppo, i paesi più arretrati. Dovrebbe essere seguito, pressato da tutti i combattenti a favore dei poveri (ONG, UN, etc.), invece, il vertice di Ginevra ha raccolto l’attenzione solo di quale giramondo della contestazione, pochi giornalisti. Tutto il mondo della cooperazione, dell’industria dell’assistenza e dei difensori dei poveri aveva gli occhi e le tasche aperte sul nuovo business del climate change e sui milioni di dollari che pioveranno da Copenaghen.
Anche gli svizzeri se ne sono impippati del vertice. A Ginevra sono abituati al via vai dei burocrati delle Nazioni Unite (hanno un sacco d’uffici lì) e poi, da qualche tempo, gli svizzeri sono un po’ assediati da chi vuole svuotare le loro banche per riportare a casa i soldi dei propri cittadini, da scudi fiscali europei, da compravendite dei nomi di correntisti\evasori dai paesi vicini. All’inizio di dicembre (quando è iniziato il vertice WTO) stavano preparando il referendum sui minareti che s’è rivelato un ulteriore disastro per l’immagine del paesino del cioccolato e delle banche. Con imbarazzo, il governo ha cercato di sminuire l’effetto, di giustificare il voto per non far incazzare gli esportatori di petroldollari. La stessa opinione pubblica più sensata (che non è andata a votare) è rimasta esterefatta. Gli italiani (i ticinesi) hanno dato l’esempio votando per 2\3 a favore del blocco dei minareti.
Quindi la riunione ministeriale ha seguito l’esempio di tutti e si è conclusa, come spesso accade, nothing substantive was done to resolve the differences to free global commerce. If we don’t make progress soon, we will miss our 2010 target and that would be a great loss for the global economy and the world’s poorest come hanno dichiarato, fra gli altri, gli indiani. Tutti hanno puntato il dito sul caro Obama che ha altre priorita (Afghanistan, sanità USA, etc.). I bei discorsi fatti su un nuovo ordine economico mondiale sono rimasti fermi. Tanto gli indiani dei villaggi, che non riescono a pagare gli usurai e si buttano nei fiumi, non sono suoi elettori.
Risultato ufficiale dell’incontro “ ci vediamo fra tre mesi” per un nuovo Round (qui li chiamano così) per ridiscutere se e quando togliere, per esempio, i sussidi all’agricoltura in USA e UE che sono una delle cause principali del distorsioni nel mercato alimentare, per le quali a rimetterci sono, ovviamente, i più deboli.
Anche a Copenaghen, poco si sta muovendo Cina e USA litigano, i rappresentanti (numerosissimi) dei paesi marginali (guidati dagli africani) hanno abbandonato i lavori, They refused to continue negotiations unless talks on a second commitment period to the Kyoto Protocol were given priority over broader discussions on a “long-term vision” for cooperative action on climate change. Possiamo prevedere che, l’unico risultato concreto, sarà lo stanziamento di qualche miliardo di Euro per sanare la coscienze dei paesi inquinatori, saziare un po’ di governanti di quelli in via di sviluppo, creare qualche nuova agenzia delle NU e far contente un po’ di NGO che hanno fiutato la preda. Come scritto in altro post le cose piccole e concrete (pozzi, acqua potabile, controllo del traffico e dei combustibili, argini nei fiumi, risboscamenti comunitari, sostituzione del legno per cucinare e riscaldare, etc) non fanno spettacolo.
E’ partito anche il primo ministro nepalese Nepal a capo di una delegazione di 90 persone (costo USD 150.000), l’India ha 34 delegati e la Cina 38. Il PM Nepal ha risposto contrariato a un giornalista che chiedeva spiegazioni sul gruppone, we paid for so many delegates since we wanted Nepal to make a good impression. Ah, va bè.
Adozioni in Nepal, riparte la compravendita?
Dicembre 11, 2009
Frank non se la passa male, lavora in un ambasciata fino alle 13, segue il noioso processo dei visti ai nepalesi ma il lavoro sporco (proteste, preghiere, assilli, timbri e moduli) lo svolge il personale locale. Di bello c’è che, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, lui è contento di stare in Nepal e dedica il suo enorme tempo libero a girare per il paese e ad informarsi su di esso.
Non si lamenta di cibo e sporcizia, non conta i giorni della fine del servizio nella “sede disagiata” (ma ben pagata), non scappa in Europa nei due mesi di vacanza, non ciondola nei parties negli hotels o nelle case blindate dei suoi colleghi. Il personale espatriato delle ambasciate (e delle Nazioni Unite) sono un mondo a parte, come nella maggior parte dei paesi poveri, sfrecciano in jeeponi con autisti, vivono in ghetti di lusso, hanno rapporti solo con i locali privilegiati al loro servizio. La città la vivono in pochi posti: hotels e ristoranti esclusivi, campi da golf. Il lavoro è un hobby, noia e alcol dilagano. Gli americani hanno propri club esclusivi, centri sportivi e un enorme costruzione simile a un forte costata oltre USD 90 milioni, tutti si domandano cosa se ne fanno. Ogni tanto gli ambasciatori, vanno dai frastornati politici nepalesi, a spiegargli come ridurre la povertà, l’impunità, creare un sistema democratico. Durante il conflitto spiegavano a gente assediata, come risolverlo, suscitando fastidio nei nepalesi più sensati. Fortunatamente gli italiani hanno chiuso l’inutile e costosa ambasciata e, come altri paesi, lasciato solo un console onorario, uno dei 27 che hanno fatto anche un associazione.
Questa premessa per dire che, Frank suggerisce, è stato sorprendente l’intervento coordinato fatto da 12 ambasciate occidentali sui problemi (già segnalati in altri posts) dell’adozione internazionale. Cioè gli espatriati hanno lavorato. Le ragioni, spiega, sono dovuti alle pressioni (che gli hanno imposto di lavorare) da parte dei genitori adottivi (specie anglosassoni) in attesa e dalle Organizzazioni (sempre occidentali) che devono incassare dalla transazione.
Il comunicato mette, di fatto, in dubbio tutta la nuova legge e la sua applicazione, ri-suscitando preoccupanti interrogativi sull’adozione internazionale in Nepal. Confermando che la trasparenza dei procedimenti d’adozione (malgrado la nuova legge) è ben lontana da essere raggiunta.
Ancor più grave è la conferma che gli orfanotrofi nepalesi autorizzati a dare i bambini in adozione internazionale, hanno raggiunto il tutto esaurito. Nessuno sa se sono veramente orfani o comprati da famiglie in difficoltà dagli intermediari come è accaduto nel passato. Dice il comunicato: “The number of adoptable children dropped when adoption was suspended in 2007. But we have noticed a sudden rise in the number of such children in child homes and orphanages after the inter-country adoption was resumed in January 2009 .
Leggendo la nota verbale al governo nepalese si legge: inter-country adoptions from Nepal were not meeting international standards and practices determined by the Hague Convention” Cioè svolta nel massimo interesse per il il bambino. Cioè la legge non funziona. In effetti i meccanismi e gli organi che dovrebbero evitare la compravendita di bambini del passato sono solo sulla carta ( e le condizioni generali del Nepal non facilitano l’applicazione).
Il Ministero Ministry of Social Affairs è allo sbando, il lavoro è affidato a dubbi e diversi comitati che dovrebbero controllare i processi pre e ante. La Child NGO Federation, parte dei processi di selezione e controllo, è una lobby votata al business e portata a favorire le adozioni incontrollate per finanziare le Home e gli orfanotrofi da cui dovrebbero partire i bambini. Come s’intende, fra le righe del comunicato, International standards require that there should be no representation of a federation of child NGO that also represents children´s homes and orphanages. Da più parti sono stati segnalati forti dubbi sulla veridicità dei documenti dei bambini proposti per l’adozione.
Insomma, è il previsto gran casino in cui a rimetterci sono i bambini nepalesi (realmente da adottare o no) e i genitori adottivi che investono in speranze e denaro. Dietro le quinte c’è chi manovra e guadagna, spacciandosi per benefattore. La nota è stata sottoposta dall’ambasciata tedesca a nome di 12 paesi fra cui l’Italia.
Nepal e la crisi: squatters, droga e migranti
Dicembre 9, 2009
Prima partiamo con gli aggiornamenti della situazione che ha rischiato di precipitare in Nepal. Fortunatamente i maoisti hanno sospeso lo sciopero generale proclamato dal 10 dicembre. All’ultimo minuto sembra abbia prevalso un po’ di ragione e il primo ministro Nepal e il leader maoista Prachanda hanno ripreso il dialogo, dopo le tensioni e i blocchi seguiti agli scontri di Kailali. Io resto ottimista e credo (spero) in un coinvolgimento dei maoisti nel governo e nelle decisioni strategiche (forma dello stato, sistema elettorale, et.) che dovrebbe, prima o poi, prendere l’Assemblea Costituente (bloccata). Già, per questa, si parla di un prolungamento dei termini. Nei prossimi giorni Nepal volerà in India per avere l’assenso dal Grande Fratello a una soluzione negoziata. Scuole chiuse e studenti che protestano in giro per il Nepal, vorrebbero studiare ma fra feste e scioperi vola via quasi 2/3 dell’anno scolastico. Oggi brutta storia, un’altra giornalista è stata ferocemente picchiata a Rukum ed è in fin di vita. Si tratta di Tirtha Bista che scrive per un giornale vicino al partito di governo UML ch esprime anche il Primo Ministro (Unione Marxista Leninisti- ex comunisti moderati). Durante le elezioni fu ucciso il marito Yadu Gautam candidato per lo stesso partito. La causa del picchiaggio e dell’abbandono della donna creduta morta in una foresta, le critiche scritte contro alcuni esponenti maoisti locali. Ne riparleremo.
Tutti sull’Everest e di corsa
Dicembre 4, 2009
Infine partono, un gruppone di 109 ministri e funzionari saliranno (in elicottero) sui 5500 metri di Kala Pattar, lo splendido balcone (pianoro) sul gruppo dell’Everest. Il posto fa piangere per la sua bellezza, circondato da Pumori, Lothse, Nuptse che nascondono il triangolo del Sagarmatha. Una corona di montagne. Sotto, i rifugi di Gorakshep, appoggiati, fra banchi di sabbia, sul pietroso ghiacciaio del Ronbuk. In fondo il Campo Base.
Questo è l’ambiente, freddo e con poco ossigeno (si calcola 1\3 in meno rispetto a Kathmandu), speriamo che nessun dei grandi vecchi ci lasci la pelle. Il percorso prevede Lukla (aeroporto), Tyangboche (monastero e acclimatamento) e infine tutti sul pianoro per poco più di 10 minuti. Lo stesso percorso che i trekkers fanno a piedi in più o meno 5 giorni. Sarà un bel via vai di elicotteri (ogni volo non potrà portare più di 6 persone) che non aiuteranno l’ecosistema che si vuole difendere. L’idea è venuta quando, nello scorso ottobre, una parte (i più sportivi) del governo maldiviano fece un consiglio dei ministri sott’acqua per sensibilizzare sul progressivo annacquamento delle isole. Così il presidente Mohamed Nasheed è stato nominato da Time, “Eroe dell’Ambiente 2009”. Meglio che niente, due guide sherpa, hanno vinto il Climate-for-Life ambassadors del WWF (Apa Sherpa e Dawa Steven Sherpa).
Tornando al viaggio sull’Everest lo organizza un amico, Suman Pandey, ben introdotto tour operator nepalese (qualche italiano magari l’ha conosciuto per le sue frequentazione al BIT di Milano) ed ex-presidente della potente Trekking Agencies Association. Lui dispone di qualche elicottero e di ottime conoscenze per cui sarà uno dei beneficiari degli oltre euro 100.000 spesi nell’operazione. L’obiettivo primario è sensibilizzare i donatori perché investano nel nuovo business del climate change, come ha già fatto la cooperazione inglese (DFID) con un versamento di 50 milioni di sterline. Obiettivi secondari, come descritto, fra le righe dal Tourism Board, fare un po’ di pubblicità all’industria turistica in lenta ripresa. Infine, tanto che ci siamo, ricordare il Nepal nel prossimo vertice mondiale sul clima di Copenaghen. Quello che penso io (e tanti nepalesi) è che l’operazione sia la solita buffonata dei politici.
Tanto il paese si sta sfaldando se il governo non scenderà a patti con i maoisti che hanno proclamato dal 10 dicembre sciopero nazionale e proclamazione di regioni autonome. Quindi sarà difficile intervenire su qualsiasi, dei molti e vitali, problemi sul tappeto. Se ciò accadrà il paese si ri-bloccherà e con esso sviluppo, interventi ecologici e tutto il resto. Nella pratica, malgrado discorsi e piani, Kathmandu è di nuovo in shortage d’acqua, benzina e gas per i l riscaldamento (almeno proteggiamo così il clima), e la spazzatura diventa incontrollabile. Anche il sacro fiume Bagmati non riesce più a contenerla e , come sempre, con poca acqua diventa una grande fogna a cielo aperto. Le macchine e i bus riempono la Valle di smog. Neanche si riesce a chiudere il centro storico. Tutti argomenti da decenni al centro del dibattito fra ONG, UN e politici senza risolvere un fico secco. Se invece di parlare del clima globale s’iniziasse a fare interventi concreti su queste questioni magari, qualcosa, inizierebbe a migliorare.
Certo i ghiacciai diminuiscono, il monsone è sempre più erratico e sega i raccolti agricoli, i fiumi straripano durante i monsoni; ma, anche qui, nelle campagne non si fanno piccoli interventi (dighe, sistemi d’irrigazione, argini, pozzi) che potrebbero beneficiare l’ecosistema e chi ci vive e ci campa. Anche perché le conseguenze dei mutamenti climatici colpiscono, duramente, persone già al limite della sopravvivenza. E’ il caso delle vittime dello straripamento del Saptakoshi (come tutte le altre) che da decenni attendono qualche aiuto dopo che il fiume ha portato via terra e case e ora hanno bloccato i lavori di ripristino degli argini. Speculazione, povertà, corruzione spiegano perché nelle foreste del Terai sono aumentati i tagli illegali di legno pregiato (e no) e il contrabbando verso l’India degli alberi di sakhu (utilizzato per le costruzioni). Tutto in cocca con le autorità locali (magari finanziate da qualche donatore per piantarli); nei villaggi (anche dove le comunità funzionano per controllarne l’utilizzo) è sempre la legna il principale combustibile. I rinoceronti sono accoppati e venduti ai cinesi, in montagna si costruiscono strade, spesso inutili e dannose per il business del turismo, nessuno controlla, gestisce l’impatto dei trekkers ed alpinisti (inquinamento, combustibile, cibo, plastica ) sull’ecosistema. Anche su questi temi si parla e scrive, da decenni, ma nulla si fa.
Quindi tutti a Copenaghen (summit sul clima dal 7 al 18 dicembre) a parlare e a leggere rapporti e statistiche ( già sentite a Bangkok). Rimane il fatto che i paesi ricchi (che non possono rinunciare ai consumi) e i paesi poveri (che vogliono diventare ricchi e dunque produrre) non riusciranno a trovare piattaforme comuni. Se non The “cap-and-trade” schemes, which allow countries to trade allowances and permits for emitting carbon dioxide, are “fundamentally wrong” and compare to “indulgences, come scrivono molti scienziati che ritengono le uniche proposte valutate nei lavori preparatori inutili perché inefficaci. Proprio sull’Himalaya comparve, nei mesi scorsi, un enorme nuvola di smog made in Cina, paese che ha superato gli USA nella produzione, anche, biossido di carbonio (il 24% della produzione mondiale, USA 22%). Anche l’India contribuisce, per adesso, con solo l’8%. Un’ipotesi avanzata da alcuni scienziati è che con questo ritmo (destinato ad aumentare) nel 2050 vivremo tutti più al caldo (+2 gradi).
I ricchi, dappertutto, aumenteranno la potenza dei condizionatori, i poveri avranno a che fare con raccolti più bassi, qualche inondazione, un po’ di siccità. Anche i paesi neo-globalizzati e dirigenti futuri del pianeta hanno imparato che, nella politica, bisogna fare grandi proclami per poi non fare nulla. E, infatti, l’India dichiara che sta preparando una normativa per elevare fuel efficiency standards, an increase in solar and wind energy. L’idea è di raggiungere il 5% dei bisogni energetici (che salgono annualmente del 10). Questo è l’impegno ma non accetterà nessun taglio imposto a livello internazionale. Uguale la Cina, che ha promesso un bel 15% (entro il 2020) di produzione d’energia rinnovabile, più o meno pari alla crescita dei bisogni energetici annui. Cioè tutto come prima, ma basta vedere i fumi dei carburanti delle macchine e dei bus indiani, nepalesi e cinesi per capire che anche nel piccolo (controllo benzina adulterata, obbligo di marmitte antinquinanti, gestione del traffico, mezzi pubblici), le dichiarazione udite nel pre-Copenaghen resteranno lì.
Qualche speranza c’è la dà il mercato. Case automobilistiche, elettriche, etc. devono rinnovare produzioni e smuovere il mercato. Il risparmio energetico (spinto dai governi per le stesse ragioni) può essere un nuovo strumento di marketing. Se la pubblicità e i condizionamenti muoveranno il consumatore in questa direzione sarà un buon business per i produttori (si rinnoverà il parco macchine) ma anche per il pianeta.
Altra ipotesi sarebbe, come dicono in molti, iniziare a smettere di correre e rallentare, ma nessuno ne ha voglia e neanche ce lo lasciano fare. Rallentare per se stessi e il pianeta è esattamente l’opposto di quanto stanno facendo i politici nepalesi, che invece di una bella e salutare camminata volano lassù in elicottero. Si perdono, fra l’altro, una grande e faticosa gioia.
Tutti zitti: lettera di Fernanda Contri
Novembre 30, 2009
E’ dura la vita dei blogger, specie quando si muovono politici, magari un po’ scaduti, ma sempre ben installati nei sistemi di potere che collegano e muovono affari, giustizia, politica, stampa, in un ambiente piccolo e ben organizzato come Genova.
L’avvocato Contri mi scrive come Presidente di CCS Italia ONLUS, una delle sue numerose cariche, associazione che ha subito qualche critica (come altre ONLUS) in questo blog. L’avvocato Contri è più nota per la sua lunga carriera politica, nelle varie istituzioni divise fra partiti, fra cui la prestigiosa e ben remunerata Corte Costituzionale.
Vediamo cosa scrive la lettera arrivata il 18/11/09:
Egregio Sig. Crespi
Ci risulta che è in atto da tempo da parte Sua un’opera di denigrazione nei confronti della nostra Associazione e dei nostri collaboratori attraverso ripetuti contatti con i nostri partner istituzionali, oltre che con una attività di comunicazione sul canale internet.
Le rendiamo noto sin d’ora che una volta raccolte le prove di questo Suo comportamento non potremo tollerare la prosecuzione di questa Sua illecita attività.
Le ricordiamo che Ella ha da poco concluso una transazione col CCS e che questa la impegna a un comportamento corretto nei nostri confronti.
La avvertiamo pertanto che nel caso in cui Lei non desistesse, ci vedremo costretti a procedere nei Suoi confronti
La Presidente (di CCS Italia)
Fernanda Contri
Sarò un po’ prevenuto verso chi nella vita si è mosso solo nel sistema politico, sbaglierò. Ma il tono della lettera e il grande timbro minaccioso che chiude la sentenza\proclama, mi sembrano un po’ arroganti, “non potremo tollerare la prosecuzione”. E simbolici. per politici abituati a ritenersi onnipotenti, viziati dallo stuolo di portaborse e clientes che li circonda e adula per qualche prebenda o protezione. Alla mente arrivano anche i toni usati dal governo cinese, sudanese o iraniano quando “avvertivano” della censura sul Web.
La lettera dimentica alcuni diritti (che certi chiamano fondamentali): la libertà di esprimersi, scrivere, pensare e parlare. Cosine scritte nella costituzione italiana, convenzioni europee e internazionali. Infine, la lettera\editto mi ricorda, quando gli appartenenti alle varie alte caste dicono ai vigili che gli danno una multa meritata: Lei non sa chi sono io (“la avvertiamo”)
Posso immaginare che, l’avvocato Contri e i suoi amici (alcuni inseriti con parenti nella ONLUS) siano stati disturbati dalle critiche sulla capacità e efficienza del CCS; ma, da persone democratiche, di sinistra, liberali e impegnate nel sociale e nella politica, un cittadino s’aspetterebbe una replica, magari dura, sugli argomenti trattati. E’ triste, non tanto per me, quanto per la democrazia (sempre santificata) sentirsi intimidito, quasi minacciato, specie da persone che hanno potere e lo possono usare nelle forme più diverse.
Altra cosa un po’ triste è che la Contri (e i suoi apostoli) non sembrano tanto interessati agli argomenti sollevati da questo blog (che vorrebbero censurare). Non hanno mai risposto, nel merito, quanto e se i soldi donati al CCS siano utilizzati bene a favore dei bambini del Nepal, della Cambogia o del Mozambico, non scrivono al blog, magari incazzati, per contraddire, rettificare, discutere (come hanno fatto altre Associazioni).
L’impressione è che il fastidio (e relative intimidazioni) sia generato dai danni (potenziali) alla loro immagine pubblica di santoni, garanti, salvatori dell’umanità. E, per inciso e nel merito, la “transazione conclusa” non prevede, per me, impegni di nessuna natura, oltre che relativi agli aspetti economici e lavorativi della stessa. Insomma, sembra che s’arrabattino per sfuggire al confronto sulle critiche avanzate.
Nel blog è semplicemente scritto o riportato quanto visto, segnalato, da “partners istituzionali”, operatori, gente dei villaggi o valutato e criticato quanto riportato nei numeri scritti nel loro bilancio . Nessuno ha mai risposto sui conti (che ci appaiono un pò stravaganti); perchè le spese di struttura sono aumentate fino a creare una perdita; perchè sono dettagliate spese di comunicazione incredibilmente elevate in rapporto a entrate ridicole. Consideriamo che eventuali sprechi ed inefficienza non provocano danni alla Contri (e ai suoi amici) ma ai bambini e alle comunità del Nepal (e di altri paesi). Nessuno li obbliga a rispondere su queste opinioni, ma almeno che non vogliano censurarle.
E’ questa l’ “illecita attività” di cui parla la lettera. Cosa vorrebbe la Contri, che buttassi le lettere nel cestino, che non parlassi più del CCS (o altre onlus), che non esprimessi le mie (e di altri) opinioni. Vuole che chiuda questo blog o vuole che qualcuno del suo giro si muova per chiuderlo.
Io so cosa vorrei dalla Contri, semplicemente che rispondesse, nel merito, alle opinioni e fatti scritti nel blog, come si usa fra persone civili in un paese democratico. Evitando, se possibile, intimidazioni e censure. Lo spazio del blog è sempre aperto. Se no, buona notte alla trasparenza (sempre sbandierata sul sito del CCS e del settore umanitario) e ai diritti dei cittadini.
Spero che l’avvocato Contri capisca che le cose scritte sulle ONLUS non mi portano nessun beneficio, carriera, immagine, non ho necessità di file di poltrone o persone adulanti per sostenere il mio ego. Vorrei solo dire la mia e dare spazio a quella povera gente che il CCS ha deluso, riducendo opportunità e speranze. Sperando che le critiche avanzate producano qualche cambiamento nei metodi del CCS (e di altre ONLUS) e un po più di benefici per bambini e persone dei villaggi. Questa gente, con cui ho lavorato, ha dignità e merita di avere spazio, parola almeno in questo blog. Perché non hanno potere, devono parlare sottovoce per non perdere lavoro o finanziamenti per i progetti che, loro, hanno costruito.
La Contri non ha bisogno di “raccogliere prove” di quella che lei definisce “attività illecita”, gliele dò io (per ragioni di spazio solo una minima parte).
Brani tratti da alcune mail o lettere inviatemi da operatori, organizzazioni locali, persone dei villaggi del Nepal, della Cambogia e del Mozambico (prove a disposizione)
“They said (gli abitanti dei viallaggi ndr) to Simone, why you cut our +2 teachers, copy, book etc and so on. Simone said them, now country director is Mrs. Chanda Rai. And they said who is Chanda Rai, they said we don’t know because she never visit our schools and our community”.
“Now it’s hard for me to work in ccs”
“people from CCS Projects is making money”
“I told some positive things and more negative things, especially the number of staff in Katmandu.”
“CCS stop the donation with out any reason. Now change new committee. all are political man. they not good.
“they all are eating money and using for staff facility”
“I met some of the previous officers (del SWC, l’organismo governativo che controlla l’operato delle ONG in Nepal, ndr) who have seen our Child health and Shakti Electricity projects from SWC. The evaluation what have done is not satisfied”
“The original image of CCS is being changed and a new image is being emerged which is not creating a very happy feeling in us”
“they want to discontinue all the salaries paid by us to teachers and hostel staff”.
“If you are succeeding to find out some other organization to support us, we will surely leave partnership with CCS”.

Pubblicato da crespi enrico
Pubblicato da crespi enrico
Pubblicato da crespi enrico
Scaduta la tregua, fra maoisti e governo il 20 novembre, continuano le discussioni. Addirittura il leader maoista Prachanda si è recato a Singapore per incontrare il Grande Vecchio del Congresso Koirala (ospedalizzato lì). Tutto si muove verso un accordo (come previsto in altri posts) proprio nel giorno in cui si festeggia e ricorda la fine della guerra civile (1996-2006) con la firma del 














Quando il Natale è difficile, ONLUS italiane in Nepal
Dicembre 18, 2009Mi chiedono se le parole intimidatorie dell’avvocato (di sinistra, liberale, difensore dei diritti) hanno provocato un autocensura, preventiva alla minacciata censura promessa nello scritto. Bè, direi di no. Scrivo quanto accade qualcosa o qualcuno mi induce a farlo con informazioni e\o commenti. Poi, nello specifico, riguardo alla gestione triennale di CCS Italia Onlus (con la presidenza Contri e amici), ho già prodotto documenti e testimonianze a sufficienza su ciò che giudico (come tanti beneficiari e sostenitori) pessima sia per la qualità che quantità di spese a favore dei bambini di Nepal, Cambogia e Mozambico.
E, infatti, ecco che sento una ragazza nepalese di nome Dikchhpa, presidente di una piccola ONG di Kathmandu che raccoglie bambini abbandonati nella capitale ma anche in posti lontani come il Dolpo, Rukum, li porta nella sua piccola Home , cerca di farli studiare e di dare qualche opportunità. Dikchhpa è una ragazzona d’alta casta che proviene da una cittadina delle colline, si muove freneticamente per andare da una parte all’altra del Nepal, dove la chiamano per raccogliere bambini orfani, abbandonati, al limite della sopravvivenza. Lei li ospita in un piccolo appartamento e cerca di assicurargli un po’ di affetto e di speranza. Non è organizzata, è fuori dai circuiti delle ONG popolari e d’immagine, non fa grandi cose, non è brava a pubblicizzarsi come altre nepalesi impegnate nella cooperazione, non ha rapporti con occidentali, non parla bene l’inglese, fa quello che può. Ha iniziato con qualche soldo della sua famiglia, con molta fatica, poi i parenti l’hanno considerata una figlia perduta (non si sposa, è impallata con i bambini, non cerca d’entrare nelle Nazioni Unite o in qualche grossa ONG) e la famiglia l’ha abbandonata.
L’avevamo fatta entrare in un circuito di ONG locali che gli assicurava qualche aiuto per mantenere i 19 bambini della sua Home, avevamo ricevuto promesse d’appoggio da parte delle donne in carriera di altre organizzazioni, ma tutto è finito nel nulla (chi è introdotto pensa solo a sé stesso anche in Nepal e in questo settore). CCS Italia ONLUS, mi scrive, ha cessato di finanziare la sua associazione, non ha proseguito nel lavoro di networking per rafforzarla, insomma, come la sua famiglia, l’ha abbandonata. Non c’è immagine da vendere.
When you worked in NGO in Kathmandu , Nepal at that time you help my organization . I found you are so kind, helpful… Still there is not any support from INGO but i am doing work. CCS also stopped support. yes they all are eating money and using for staff facility. they changed all staff. CCS Italy stop the donation with out any reason. Now change new committee. all are political man. they not good. so i am facing big problem, . now 17 kids are going school . but no school bag, no shoes , no stationary , no admission , no tifin.
Giro queste mail alla cara Contri, che magari potrebbe usare il suo tempo, invece di scrivermi, per verificare queste situazioni, come le molte altre segnalate direttamente alla sua organizzazione da beneficiari e sostenitori. Le mail di Dikchhpa sono disponibili come “prove dell’opera di denigrazione”.
Buon Natale ai bambini di Dikchhpa.