Forse il Governo nepalese rinuncerà alla riunione prevista a Gorak Sheep, il pianoro sabbioso alle pendici del Monte Everest (Sagarmatha). Un bene anche perché per arrivarci avrebbero dovuto muovere stormi di elicotteri e, forse, a 5300 metri qualche ministro avrebbe tirato le cuoia. Era un modo per spettacolarizzare la crisi dell’ecosistema himalayano (inquinamento, ritirata dei ghiacciai, disboscamento, nubi tossiche) e raccogliere un po’ di soldi dalla nuova moda in voga nella cooperazione internazionale: i cambiamenti climatici.
In realtà, l’ecosistema himalayano è messo in difficoltà dall’uomo che produce inquinando (Cina e India), migra per vivere (villaggi nepalesi), affolla le montagne senza controlli (turismo). Su nessuno di questi fattori, penso, il governo nepalese (né gli altri in realtà) possono e vogliono intervenire. E’ già successa una mezza rivoluzione per il solo blocco al traffico di un pezzo di Thamel a Kathmandu, figuriamoci per cose più importanti.
Come il bilancio dello stato non ancora approvato da 111 giorni, L’esercizio provvisorio impedisce i trasferimenti di denaro per la sanità, l’educazione, lo sviluppo. Alcuni ospedali sono già in shortage di fondi. Il paese è bloccato in tutti i sensi. Il governo non riesce ad agire per sua incapacità, lotte interne, pressioni esterne dei maoisti.
Prachanda sta spingendo per ottenere una fetta di potere; cercano di non esagerare, come dimostra la rinuncia del blocco dell’aereoporto internazionale, ma spesso il controllo sfugge nelle periferie. A Dhankuta (est Nepal) vi è stato proclamato il coprifuoco. L’idea è una progressivo movimento di piazza, blocco delle attività degli enti locali (DAO- district administration offices) e grande manifestazione a Singh Durbar, sede del Parlamento. Lo scopo dimostrare che senza i maoisti nulla si muove e, contemporaneamente, come sta avvenendo trattare con i partiti di governo. Quindi niente paura, i maoisti non esagereranno, tranne qualche segmento incontrollato. I leaders maoisti hanno assaggiato i piaceri del potere, parte della base ha già contestato qualche lusso (macchine, case, scuole private per i figli, viaggi) degli ex-guerriglieri, per cui non torneranno nella jungla. Ricordiamo che, comunque, i maoisti raggiunsero la maggioranza relativa nelle ultime elezioni per l’Assemblea Costituente.
Dall’altra parte è uguale. Si minaccia l’intervento dell’esercito, si allerta la polizia, ma si discute come ridividere il potere. Un continuo tiraemolla che ha rimesso in gioco il grande vecchio della politica nepalese Girija Prasad Koirala, prima contestato dal suo stesso partito per aver piazzato la figlia come v.primoministro e i suoi fedeli nei posti più importanti dello stato. La sua casa di Maharajgunj, dove si festeggiò la caduta del sovrano nell’aprile 2006, è tornato ad essere il vero centro di potere in Nepal. Tutti (il Primo Ministro Nepal e il leader maoista Pushpa Kamal Dahal, fra gli altri) vanno a cercare il suo consiglio\benestare per cercare di trovare forme e modi per re-infilare i maoisti nel governo, senza scontentare l’India e senza perdere troppo potere. Nei colloqui, anche il destino del Presidente della Repubblica (suo medico personale) inviso ai maoisti.
Il problema e la lunghezza delle trattative (che in realtà vanno avanti da un anno) è dovuto alle troppe bocche da sfamare (22 partiti nella coalizione) e, una in più (per di più famelica come quella dei maoisti), rompe tanti equilibri. I partiti Madeshi, un po’ come la nostra Lega Nord, fecero fuoco e fiamme per l’indipendenza del Terai, prima,.durante e immediatamente dopo le elezioni, ora un po’ di potere li ha sedati. Se, in un ipotetico e probabile rimpastone, dovessero perderlo li sentiremo tornare alla carica.
In questa situazione, fortunatamente il turismo regge e per il quinto mese consecutivo aumenta il flusso del 10%. Siamo in alta stagione e i disagi provocati dalla tensione politica faranno arrabbiare un po’ di tour operators. Tutti premono per un governo d’unità nazionale (situazioni già viste) che, per un pò, assicurerà un minimo di tranquillità e poi si spappolerà come è sempre accaduto. L’unica speranza è che si giunga almeno a una Costituzione condivisa (dimenticata), un sistema elettorale maggioritario e che si rifacciano le elezioni, sperando che qualcuno prenda la maggioranza assoluta. Forse ci sarà un pò di stabilità e i nepalesi non dovranna più lottare per riuscire a lavorare, produrre, trasportare le merci, comprare gas e benzina. O continuare a fuggire all’estero.
Altre entrate che aumentano sono quelle degli aiuti internazionali, che seppur sparsi fra le diverse consorterie locali, affitti, acquisti d’automobili di lusso, salari ai privilegiati, generano, comunque, reddito. Lo spreco è immane tant’è che iniziano a denunciarlo anche i nepalesi. The country’s dependency on foreign aid has not only been restricting the country from utilising its resources back home, but such innumerable international projects have also been failing to yield satisfactory outcome. Ha dichiarato Dinesh Kumar Thapaliya, portavoce del Ministry of Local Development. Aggiunge . Indu Ghimire (dello stesso ministero), Nessuno have any special records of development progress from the foreign aids. “Worse, the National Planning Commission and the Ministry of Finance too have not maintained the record of total foreign aids given to Nepal and development statistics”. Insomma nessuno sà dove vanno a finire i soldi. O meglio: “Every year, the same road is repeatedly made, which is the misuse of loans,” finisce Thapaliya, aggiungendo che oltre il 15% delle somme sono spese per consulenti stranieri invece che locali.
L’Himalayan Times chiude l’articolo citando A representative of a donor agency, on condition of anonymity, admitted the ineffectiveness of foreign grants that has been fuelling dependency and misuse of development budget. Poco sotto leggiamo questa bella notizia: a Chitwan, Thaguwa Mahato, 45 anni ha venduto un figlio (Rs. 10.000, euro 100) e una figlia (Rs. 18.000, euro 180) perché non riusciva a mantenerli.
Pubblicato da crespi enrico 
Pubblicato da crespi enrico 
Pubblicato da crespi enrico 

presenza nel paese si manifesta solo nei party organizzati negli hotels a cinque stelle, quando si presenta vestito come un ballerino anni ’50 con al collo un colorato farfallino. Di questo tizio se ne raccontano di tutti i colori. Eppure è sempre lì a fare disastri. Nessuno del suo staff muove la minima critica (paura di perdere il lauto stipendio), nessuno controlla i “contractors” da cui si compra (a prezzi spaziali) il riso, lenticchie e altro cibo marcio veicolato ai poveracci. Atteggiamenti comuni nel mondo dell’assistenza internazionale.

















Un pezzo di Nobel in Nepal
Novembre 8, 2009La Olstrom ha girato in lungo e in largo il Nepal (dalla fine degli anni’80) e ha notato che se l’idea comune è che, in assenza di precise norme e diritti di proprietà, le risorse comune sono sfruttate fino all’esaurimento dall’individualismo sfrenato (the tragedy of commons) ciò può anche non accadere. Ha notato che le comunità possono creare regole efficaci e procedure rispettate e condivise per un utilizzo controllato delle risorse naturali e per la loro preservazione. L’autogoverno, specie in aree remote, lavora meglio che non regole imposte da lontano. Un modello che permette di sviluppare capacità nei villaggi, sia individualmente che collettivamente, e generare ciò che è definito capitale sociale e umano.
Un modello di gestione che in Nepal continua a funzionare e regola l’utilizzo delle risorse naturali (legno, erbe medicinali, foraggio, acqua, pietre, sabbia) nelle comunità collinari dove vive il 70% del Nepal. Andiamo in un villaggio del Nepal, sulle colline, per costruire le case (e noi per le scuole) usano fango, pietre e legno, sabbia per il cemento; per cucinare i bambini vanno nelle foreste a raccogliere sterpaglie, tronchetti, rami secchi, il cherosene costa caro è trasportato a piedi, il gas non esiste così come l’elettricità. Alla sera e al mattino le bambine e le donne vanno nelle sorgenti comuni a prendere l’acqua in grandi brocche di rame (i più poveri in vecchie tanche); poi s’incontrano cespugli umani, sempre donne e bambini, con le gerle cariche fino all’inverosimile di erba e foglie per il foraggio degli animali. Gli uomini, nelle stagioni, lavorano nei campi, mettono a posto i canali, aggiustano le pipeline che portano acqua nei pressi delle case e che arriva da fumi o sorgenti. Quanto si raccoglie nelle risorse naturali comuni rappresenta il 10% del reddito di una famiglia contadina nepalese.
Nelle zone più fortunate, cioè dove vi sono più alberi il legno è venduto così come la resina dei pini o le piante medicinali. Tutte queste risorse sono comuni, ancor oggi, nel 70% del Nepal dove questa è la vita di tutti i giorni degli abitanti dei villaggi. Le foreste occupano ancora, malgrado tutto, il 40% del territorio nepalese (una parte sono ghiacciai e aree d’alta montagna sopra i 4000 metri) e sono concentrate al 50% nelle zone collinari che attraversano da est a ovest gran parte del Nepal.
Un tempo c’erano i Talukadar (capi comunitari), magari qualche brahmino che sapeva scrivere e leggere o possedeva più terra degli altri, incaricato di gestire le risorse comuni. Non sempre tutto filava liscio e come sempre i più ricchi, più ammanigliati, i più istruiti comandavano e approfittavano. Ma in genere, lontani giorni di cammino dal potere, con leggi sconosciute e vaghe, la gestione comunitaria (mukhiya) nei villaggi nepalesi ha, più o meno, da sempre funzionato adattandosi alle diverse disponibilità di risorse naturali e alle strutture sociali locali.
I villaggi composti da 500-600 famiglie avevano tutto l’interesse a evitare conflitti e a gestire con buon senso i beni naturali comuni. Il sistema ha funzionato meglio nelle colline dove la proprietà è spezzettata, l’economia agricola di sopravvivenza e i villaggi (geograficamente) più isolati. Nel Terai pianeggiante, c’erano altri interessi e altri poteri più forti e i latifondisti hanno vinto creando grandi estensioni coltivabili, disboscando, alla faccia delle comunità. Progressivamente, con la strutturazione dello stato nepalese si è cercato di regolamentare la gestione comunitaria in un processo non semplice e contrastato.
Nel 1951 sono state nazionalizzate tutte le foreste e si è entrati in un regime di “liberi tutti” che favoriva i potenti (specie nel Terai); nei primi anni ’70 si è iniziato a parlare di participatory forestry management (PFM) con alcuni progetti di gestione comunitario nel distretto di Sindhupalchok; con la prima Costituzione negli anni ’90 si è formalizzata l’istituzione degli Forest User Groups, cioè istituzioni di villaggio incaricati di gestire le risorse naturali; con il Local Self Governance Act 1998, è stato dato alle organizzazioni comunitarie (scuole, risorse, agricoltura, etc.) grandi e teoriche autonomie.
Quando la gestione comunitaria orizzontale è stata rimpiazzata da sistemi più moderni (irrigazione su vasta scala), scrive la Olstrom, questi strumenti si sono rivelati meno efficienti (anche dal punto di vista economico) per la diminuzione degli incentivi sociali (il bene non è più mio) che favorivano la produttività e il mantenimento. La fine della gestione comunitaria, continua il premio Nobel, ha anche provocato la dispersione di capitale umano e sociale formatosi per gestire nei villaggi le risorse..
Non sempre tutto funziona bene, scrive uno degli studiosi nepalesi più attenti, Y.B. Malla “ In some places local elites and government officials continue to work togheter in limiting the access to the poor forest users, often with the tacit support of donors and NGOs”. Dove questo accade i povri sono esclusi, il legname pregiato contrabbandato e i villaggi impoveriti. La migrazione di giovani all’estero aumenta questi problemi. Ma, in genere, valanghe di studi dimostrano che il sistema di gestione comunitario funziona, non solo per le risorse naturali ma anche per le scuole (School Management Commitee), per costruire generatori o reti elettriche (programma governativo l’elettrificazione rurale), per la costruzione o mantenimento delle strade, pozzi (ogni villaggio costruisce o ripara il suo pezzo), nelle opere d’arte (con l’antica istituzione dei Guthi, incaricati di gestire i templi).
La potente FECUFON (Federation of the Community Forest Users) raccorda migliaia di comitati comunitari (CFUG-Community Forest Users Groups) e tratta con il governo su norme e prelievi fiscali. La gestione orizzontale delle risorse naturali permette un uso controllato e obbliga, anche per legge oltre che per buon senso. le persone ad assumere comportamenti cooperativi e a rimboscare, controllare, spingere per l’utilizzo corretto. Nei villaggi dove i CFUG funzionano nuovi alberi sono piantati regolarmente, l’utilizzo delle risorse idriche controllato, i dirigenti sottoposti a auditing sociali.
Quando lavoravo a Kavre, i maoisti imposero una donazione ai CFUG locali e contemporaneamente, per impedirla, il governo bloccò i loro conti bancari, la cosa durò poco perché questi non erano i fighetti della cosiddetta società civile di Kathmandu, ma contadini incazzati che lavoravano, duramente, per mangiare.