Suona il violino: ONLUS e comunicazione

Ottobre 5, 2009

vilankulos bambino-pescatoreHo cercato di resistere ma non ci sono riuscito. Sono arrivate diverse mail su un articolo comparso sul quotidiano locale di Genova Secolo XIX relativo al CCS ONLUS; un associazione su cui, da tempo, raccogliamo dati e testimonianze non brillanti. Può essere utile, come altre segnalazioni, come esempio per chi vuole conoscere l’ambiente della cooperazione internazionale.

L’articolo è una triste sviolinata senza citare nemmeno un dato. Niente di nuovo, rispondo ai diversi commentatori, rientra nella tradizione della stampa italiana, quella d’ingraziarsi i potenti e di farsi qualche viaggio gratis (in questo caso, probabilmente, almeno due persone a spese dei bambini) e scrivere (?) qualche riga di superficialità per creare un po’ di effetto. Infatti, CCS Italia è stato catturato da una banda di politici genovesi e da qualche avvocato loro consorte (nel senso di consorteria), con parcelle, a carico dei bambini sostenuti, da 80.000 euro, riferisce il vice presidente della ONLUS in un raro momento di lucidità, e, allora, meglio tenerseli buoni.

Se dal 2007 (se non quelle programmate da altra gestione nel 2006) non viene costruita una scuola in Nepal, se i costi di una classe in Cambogia sono paragonabili a quelli di un attico, se in Mozambico i costi delle costruzioni (senza rispettare le normative locali) sono doppi rispetto a quelli di mercato, se spendono  euro 85.569 più euro 28.000 perconsulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassandone euro 9.616 (tutto ciò con schiere di consulenti pagati), se si fanno dei workshop  a Rapallo (oltre euro 20.000), se spalmano le retribuzioni (alte) dei funzionari italiani e le spese generali su quanto destinato ai beneficiari (per cercare di fare bella figura) e, infine, se ai beneficiari arriva realmente meno del 15% di quello donato, è meglio insabbiare.

Si, caro Francesco, l’articolo in questione sembra quelli della vecchia Pravda e poi ci stupiamo se i giornali non li legge più nessuno. Come scritto in altro post, se chiudono mi dispiace solo per gli edicolanti (fortunatamente, per i giornalisti, ci sono le nostre tasse sotto forma di finanziamenti statali, pubblicità dei comuni, etc.).  Giornali di stato e giornalisti statali, quindi si tende all’agiografia. Non è una novità per quanto riguarda la comunicazione sul  mondo dell’assistenza internazionale, poiché la maggioranza delle ONLUS\ONG ha protettori politici.  Il suonatore di violino del Secolo XIX è stato  a Vilankulos, (tra l’altro una delle più belle spiagge del Mozambico) e da Vilankulos, noi, invece, senza suonate a pagamento, preferiamo portare qualche dato, da gente che vive e lavora lì. (questa mail è disponibile per i miscredenti).

ciao enrico . Ieri stavo conversando con il direttore di una scuola qui a Vilankulos, le ho chiesto alcune informazioni di quanto ricevono dal CCS durante l’anno. Inizio anno:  un Kit scolare comprendente 10 quaderni 6 biro 6 matite una scatola di colori gomme e temperini il tutto stimato in 100000 mt (Metical , la moneta mozambicana- € 1= 40 mt); nei mesi successivi hanno comprato delle sementi per l’ortalizia (orto scolastico), 50 galline 2 sacchi di mangime e niente altro. Questa scuola ha 800 bambini apadrinati (sostenuti) ricevono dai padrini 240 euro per 800 cioè euro 192000. Ne spendono: kit 4 dollari galline e altre cose 1 dollaro (in totale USD 200 per tutti i bambini) totale 5 dollari a bambino per 800 da USD 4000 cioè 2600 euro . _Dove vanno a finire gli altri 189000. sul sito del ccs ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240 un abbraccio ciao.

Siamo troppo critici verso il sistema dell’assistenza internazionale? Qualcuno deve pur farlo. E’ brutto sentirsi presi per il culo.


Dai villaggi del Nepal, i disastri delle ONLUS italiane

Aprile 24, 2009

donna-e-bambinoStagione brutta per i raccolti in Nepal, il monsone è stato debole e il mais e il riso sono scarsi. Si stima un calo della produzione agricola intorno al 20-30% cioè due-tre mesi in meno d’autonomia alimentare per le famiglie. Situazione più grave nei distretti collinari centro-occidentali dove è abituale il deficit alimentare. Le solite ragioni: l’agricoltura dipende dalle piogge monsoniche niente è stato fatto malgrado ingenti investimenti internazionale da decenni per migliorare il sistema idrico (conservazione, pozzi, tanks, etc.) e l’ irrigazione dei campi. Il Nepal è uno dei paesi con le maggiori risorse idriche mondiali ma queste non vengono gestite. Un recente studio di un gruppo di economisti nepalesi (Is foreign aid working?) riporta che nel periodo 1990-2005 oltre il 50% degli aiuti internazionali sono stati destinati a sviluppare il settore energetico, l’agricoltura e il water management (7 miliardi di dollari). A Kathmandu si usano le vecchie fontane, la luce manca per 12 ore al giorno, nei villaggi non si riesce a fare raccolti sufficienti per sopravvivere e la gente deve camminare per chilometri per raccogliere l’acqua per bere e fare da mangiare.
Questa è anche la situazione dei villaggi del Timal (Kavre) dove iniziammo a lavorare nel 2003, anche lì è tutto secco e i raccolti sono stati scarsi. Fa caldo, e, forse per questo la gente sembra più incazzata.
Se non altro, prima del 2007, qualche progetto funzionava per assicurare educazione, salute, integrazioni alimentari a bambini e famiglie. L’unico che và avanti un po’ incasinato è quello per portare l’elettricità alle 60.000 persone che vivono in quest’area, solo grazie alle comunità .
Incontro insegnanti, gente dei villaggi con cui abbiamo lavorato e condiviso esperienze per anni e mi parlano con rabbia e amarezza della progressiva chiusura di tutte le attività iniziate allora: niente più distribuzione due volte all’anno di materiale didattico a 6000 bambini; licenziamneto per decine d’insegnanti; fine del progetto sanitario, delle visite mediche e delle analisi fatte a oltre 4000 bambini e 300 famiglie, dell’idea di creare un sistema assicurativo per garantire ricovero ospedaliero gratis, niente più integrazioni alimentari per 850 bambini degli asili, , fine delle classi di sostegno per i ragazzi sponsorizzati da sostenitori italiani iscritti nelle scuole secondarie, fine del supporto all’unica scuola superiore costruita nella regione (10+2) scuole costruite e non finite (come quella di Chapakori, ne avevamo già parlato) e via discorrendo.
Adesso mi raccontano, l’Ospedale di Dhulikel si è stufato di lavorare con questi cialtroni di mandare gruppi di medici a visitare i bambini dei villaggi quindi l’intervento sanitario per i bambini si è ridotto a : “arriva un dentista di una clinica privata di Kathmandu, ci guarda i denti, dice dobbiamo fare questo e quest’altro e poi arco barsa betulla (ci vediamo l’anno prossimo). La gente ride quando li vede arrivare e pensano a quanto questi spendono per non fare niente.
Breve descrizione della situazione in risposta ai numerosi sostenitori di bambini nepalesi che sperano di far qualcosa per i bambini di Kavre (Timal) tramite l’ ONLUS italiana CCS Italia (Centro Cooperazione Sviluppo) nelle scuole di Naryansthan Thulo Parsel Bolde Pediche, Chapakori, Sarsyurkarka. Le sigle sono NCS, NKS, NN (tutte), NSB NSH, NT (tutte), NBD, etc.
Misfatti scritti da tempo dagli operatori locali, alcuni dei quali licenziati per questo, e dallo stesso Social Welfare Council (l’ente governativo, oggi finalmente ristrutturato incaricato di vigilare e controllare le presunte attività delle INGO). Nei giorni scorsi Evaluation Team del Social Welfare Council ha fatto il giro dei villaggi riscontrando e ufficializzando in un rapporto questo disastro e ripetendo cose già scritte l’anno scorso. Gli scrocconi in Italia se ne fregano basta raccogliere soldi.
Eppure i soldi arrivano, come anni orsono, ma si fermano a Kathmandu e in Italia.
Su 100 euro che uno sponsor italiano versa 45 sono usati dalla sede italiana per stipendi, viaggi, meetings, consulenti per la qualità (avanti e indietro per i paesi) per il webmarketing, per la comunicazione, per i progetti, per incontri di team building per decine di persone a Rapallo.
Dei 55 euro che arrivano in Nepal più della metà sono mangiati da una banda di 25 persone locali pagate mediamente (1000 euro+benefits) e da un inutile espatriato o missionario laico (euro 2500 netti+benefits). Questi fanno gran cooperazione a favore degli hotels a 5 stelle con meeting e workshop (basta guardare il sito e le attività contenute nell’AIN, l’associazione delle INGO nepalesi). Dati tratti dal Bilancio 2007 di CCS Italia ONLUS).
Per i bambini dei villaggi ne restano meno di 25 e neanche questi arrivano e non si sa dove vadano a finire.

Poiché parte degli attuali amministratori del CCS fanno parte del sistema politico-affaristico (dal PSI in poi) che ha saccheggiato da decenni l’Italia alla faccia dei cittadini non sorprende che lo stesso avvenga per i beneficiari nepalesi. Applicano gli stessi metodi.
Qua, però, spero che la gente s’incazzi e fortutamente, ciò sta avvenendo.
Un preside mi racconta che la Country Director nepalese tale e furba Chanda Raj (euro 1500 mensili+benefits, (mentre il maoista Prachanda primo ministro ne guadagna 750) si vede 1 volta all’anno, troppa polvere e fatica. E, aggiunge bisognerebbe mandare la sua foto ai sostenitori italiani visto che i soldi destinati ai nostri bambini se li prende lei.
Poi con una faccia di merda, questi delinquenti si presentano nei villaggi e propongono un accordo con le scuole che prevede un versamento annuo (medio) di Rs. 80.000 (euro 800) per assicurare educazione, libri, insegnati magari a 200 bambini sostenuti. Cioè euro 4 per ogni bambino su 252 versati all’anno da un sostenitore italiano.
Questa proposta è fatta dai funzionari nepalesi di CCS Italia che guadagnano, per gozzovigliare a Kathmandu, euro 1000 al mese. (in un paese in cui il reddito procapite è euro 600 all’anno)
Con questi soldi dati alle scuole, mi dice un insegnante questi pagano una persona per fare le lettere e le foto dei bambini sostenuti da spedire in Italia, per raccogliere soldi per stipendi e prebende ai funzionari nepalesi e italiani di CCS Italia.
La gente dei villaggi è presa in giro da un gruppo di delinquenti e incapaci. Mi chiedono cosa possono fare, perchè tutto quello che si faceva prima per bambini e famiglie è stato distrutto.
Non ho parole. Se non contribuire a far conoscere questi misfatti ai sostenitori italiani che già mi hanno scritto esprimendo dubbi sulla capacità e serietà di CCS Italia (del resto basta leggere la pochezza delle attività nel loro giornalino).
Non è facile trovarle, ma sicuramente, ci sono associazioni migliori dove donare ed esprimere solidarietà.


Afghanistan: un altro fiasco delle Nazioni Unite?

Aprile 8, 2009

donna a kabulLa legge, firmata dal Presidente Karzai, per favorire la minoranza Scita afghana (10-20% sui 30 milioni di abitanti) in vista delle prossime elezioni verrà rivista, sotto la pressione internazionale.
In un articolo si riconosceva che il marito aveva the right to have sex every fourth night unless the wife is ill. In pratica si confermavano pratiche già in uso e il disprezzo per ogni diritto delle donne.
La pressione della comunità internazionale ha, almeno in questo caso, avuto successo. Del resto è sorprendente il contrario (la normalità), cioè che uno stato finanziato al 90% (Afghanistan), al 50% (Nepal e Cambogia) non condivida scelte, non sia sottoposto a richieste, non rendiconti le risorse, dei donatori. Sarebbe come se un amministratore delegato di un azienda non rispondesse ai suoi azionisti, non utilizzasse al meglio il denaro affidato, non si sottoponesse a controlli, non condividesse progetti e attività. L’ovvio sarebbe che i finanziamenti siano cancellati o vincolati da precise richieste e adempienze. Questa cosa normale non avviene nel mondo della cooperazione internazionale (grande e piccola), in cui dominano le logiche dell’assistenza, della comunella (fra donatori e beneficiari), del lasciar correre, tanto i soldi sono le tasse dei poveretti o le donazioni dei fiduciosi.
Questo metodo abituale nelle operazioni delle Nazioni Unite e associati (INGO) si sta ripetendo (dopo Cambogia, Darfur, Congo, Nepal, etc.) in Afghanistan, come racconta Ahmed Dawi, giornalista e studioso ben informato e residente a Kabul, in un suo articolo su Himal. Denuncia “che negli ultimi sette anni la comunità internazionale ha speso in Afghanistan fra USD 15 miliardi e 30 milardi (i dati sono impossibili da ricavare) on rebuilding, development and democratisation activities in Afghanistan”.
“Oggi 9 milioni di Afghani soffrono di carestia, altri milioni vivono fra violenza, anarchia e corruzione. Quando gli si chiede dei progressi ottenuti Karzai e gli occidentali recitano un mantra registrato: five million refugees have returned home; over five million children now go to school; an enlightened constitution has been enacted; and elections have taken place, allowing democracy to take root.
Pochi parlano dell’enorme somme di denaro spese, sul misuse dei fondi, sulla corruzione e malgoverno che hanno generato, sulle mafie politico-affaristiche che hanno creato” (del resto in Italia siamo abituati ogni qualvolta scorre denaro pubblico).
Il business delle NGO è esploso nell’Afghnaistan post-talebano. “Centinaia di organizzazioni afghane e internazionali operano nel paese, in massima parte nelle regioni centrali e settentrionali, le più sicure. Governo e agenzie internazionali continuano to claim to have improved living conditions for all. Autocongratulazioni poiché non vi sono dati attendibili sulla situazione sociale ed economica né, addirittura, dati sulla popolazione. In oltre la metà del paese è impossibile fare un censimento, verificare strutture e realtà sociali ed economiche per l’insicurezza e l’assenza di strutture. L’assenza di numeri, rende, ovviamente impossibile valutare l’impatto delle attività e l’utilizzo dei fondi.” In altre parti del mondo, come in Nepal durante il conflitto i dati erano semplicemente inventati per le stesse ragioni.
“Particolarmente fastidioso”, continua Ahmed Dawi, “è la tendenza ad aumentare il numero di espatriati nella già inflazionato circuito dei donatori di Kabul, tanto più che queste organizzazioni non hanno accesso a più della metà del paese. Per esempio la UN Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha deciso, nel 2009, di assumere altri 2000 persone nel suo ben pagato staff di consulenti internazionali. Ineguaglianza fra personale locale e internazionale è strutturale nel sistema delle Nazioni Unite. A parte le spese generali per garantire la sicurezza (scorte, veicoli speciali, case protette, etc.) del personale espatriato, questi guadagnano 10 volte tanto analogo personale locale. Dal 2002 al 2007 più di USD 380 milioni sono stati spesi in technical-assistance activities, meaning the recruitment of advisors. Nello stesso periodo i donatori hanno speso più di USD 150 milioni per voli aerei con la United Nations Human Air Service (UNHAS), a private air-service provider, invece che favorire lo sviluppo della linea area locale Ariana.
Parallelamente, alcune organizzazioni locali (composte da personale Afghano) quali Afghan Red Crescent Society e la the National Disasters Management Authority hanno budget minimi (alla faccia di sviluppare le capacità nazionali). L’ associazione di Kabul Integrity Watch Afghanistan (IWA) ha denunciato che il 90% dei fondi sono stati spesi per importare prodotti e servizi, bypassing equivalent local options. IWA aggiunge che la maggioranza dei fondi torna, attraverso individui, aziende, governi nei paesi d’origine.
La corruzione dilagante, la perenne emergenza , il flusso gigantesco di denaro, l’incapacità e menefreghismo dei controllori internazionali, fa scrivere all’IWA che almeno il 50% dei fondi siano, semplicemente, sprecati”. Anche gli italiani non scherzano come si è visto nel progetto di Intersos.
Problemi rilevati anche a qualche serio operatore e organizzazione internazionale.
Donors, including the UN and the US, have conceded to huge shortcomings in the Afghan aid efforts, with officials admitting to inefficiency, mismanagement, corruption and lack of coordination among the numerous aid actors. To date, no international aid organisation has been held accountable by the administration – including the many UN agencies operating in the country, which have piped in over USD 3 billion since 2003.
A dire il vero,” conclude, Ahmed Dawi” e a parte qualche eccezione, l’esperienza che ho avuto negli incontri con gli espatriati, nei meetings fra i cd. operatori umanitari, i discorsi prevalenti riguardavano i loro benefits, aumento dello staff, i problemi per importare nuove macchine, cibo e poco altro. Per quasi tutti l’ Afghanistan è un opportunità di carriera e una fonte di buoni guadagni e niente di più.”
Cose già viste e sentite in altre parti del mondo.


Vendere la povertà sul Web

Gennaio 19, 2009

redcrossUna recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi  in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUSONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati  con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs,  alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola.
Sembra che stia sviluppandosi un mercato per vendere la povertà, ben strutturato con decine di procacciatori d’affari (fundraisers), workshops, convegni per fundraiserelaborare strategie, etc. Un mercato che ha il fine primo di automantenersi (oltre che autoreferenziarsi) ponendo in secondo piano l’obiettivo principale delle ONGONLUS cioè creare opportunità per i beneficiari. Anche qui qualcuno inzia a porsi qualche domanda etica: questa volta mi chiedo come un consulente possa chiedere decine di migliaia di euro (senza esagerare) ad un’associazione nonprofit che con 1€ nutre un bambino.
Se uno si fa un giro sui siti di fundraising troverà tanti discorsi sulle strategie, sui casi di successo (grande scalpore ha fatto l’accordo Save The Children-Bulgari di 9 milioni di euro), sulle tecniche di vendita (lettere ai donatori, siti, etc.) e niente sul legame che si dovrebbe creare fra donatore, progetti e beneficiari.
Non sarebbe più opportuno concentrare risorse ed energie verso i beneficiari, fare progetti e attività efficaci e, come nelle serie aziende profit, pensare prima alla qualità del prodotto che non alla sua vendita. Visto il basso livello qualitativo delle attività di molte ONG.
re3Sarò retrogrado ma non sarebbe meglio utilizzare gli strumenti del Web per comunicare con efficacia quello che si sta facendo, i progetti e i loro outputs, come sono vissuti nelle comunità, come nascono e come si evolvono, invece di riempire i siti di mappe, appelli emozionali, banner che chiedono versamenti. C’è Medici senza Frontiere, per esempio, che usa i podcast per raccontare cosa accade nelle zone in cui opera.
Queste domande potrebbero avere alcune risposte. Risulta più semplice fare un po’ di spettacolo se non si ha niente da raccontare sulle proprie attività. In molti casi è meglio non raccontarle per non far fuggire i donatori.
Per rimanere sul web, una cosa utile fra tutte le reclames dell’industria dell’assistenza è questo sito in cui è possibile trovare facilmente molti dati (con i dubbi sui sistemi di raccolta) sulla situazione del disagio nel mondo.


Tutti a tavola, con FAO e ONLUS

Dicembre 16, 2008

mozambicoPoche chiacchiere sull’abituale Report della FAO sull’aumento della fame nel mondo, ne fanno già tante loro. Un dato spicca: tra il 2005 e il 2007 si è compiuto ‘the bigger jump’, il più grande salto in avanti del numero degli affamati: 75 milioni di persone in più, la maggioranza dei quali si trovano nei Paesi in via di sviluppo (121 milioni in più dal 1990). In tutto 1 miliardo di esseri umani.
Il 2008 ha aggiunto, grazie a hedge found e futures e il relativo e ingovernato (da politica e organizzazioni internazionali) balzo dei prezzi delle materie prime alimentari,  l’arruolamento nell’esercito degli affamati di altre 40 milioni di persone. Il dato nuovo è che nel progressivo appiattimento (in basso) delle condizioni di vita nel mondo, la fame inizia a comparire come problema anche nei paesi “ricchi” (stimate 63 milioni di persone).
Il Rapporto dice poco altro se non sancire il fallimento della FAO (50 anni d’interventi) con il drammatico dato della crescita degli affamati (oltre il 35% della popolazione) in DRC (Congo in cui si sta, ancora una volta impastando l’industria pubblica e privata dell’assistenza), Eritrea, Burundi, Sierra Leone, Ethiopia, Angola, Zimbabwe, Zambia, Central African Republic, Rwanda, Chad, Liberia, Mozambique, Togo, Madagascar and Tanzania. In India, malgrado tutto, è concentrato il 20% degli affamati mondiali. Alla faccia dei MDGs (Millennium Development Goals).
Nel 1992, in Nepal c’erano 3,5 milioni di persone sottonutrite, oggi le persone cronicamente affamate sono più di 5 milioni, cioè circa il 25% della popolazione (specie donne e bambini) non hanno le calorie minime necessarie per combattere le malattie, studiare, lavorare. I Distretti in cui vi è cronica carenza cambogia1alimentare sono passati a 45 su 77.
Il Rapporto si dilunga sulle cause della crescita della disperazione; segnala che l’aumento dei prezzi (rientrato solo del 50% dal picco d’inizio 2008) rimane al 28% superiore rispetto al 2006 (FAO Food Price Index), e che i contadini abbandonano la terra perché non ce la fanno a sostenere i costi, crescenti, delle sementi, dell’irrigazione, dei macchinari per lavorarla; in assenza d’interventi di sostegno da parte dei governi, foraggiati dalla FAO.
Fenomeni che sanno tutti da anni, basta girare per i villaggi dell’Africa o dell’Asia o leggere i giornali. “Hundreds of debt-ridden farmers have committed suicide in Maharashtra over the last few years. In spite of many relief packages announced by the Centre and state governments, suicides are continuing, scriveva il Times of India il 2610 2006. As many as 4,850 farmers have committed suicide during the four-year, solo nello stato indiano del Maharashtra dal 2004 to 2008,  scriveva sempre il Times of India (31102208).
I dati del Report non fanno che confermare l’inutilità e lo spreco di denaro pubblico rappresentato dalla FAO, un’autentica zavorra (per i costi e l’efficacia degli interventi) sui poveri del pianeta.
Il Direttore Jaques Diouf è inamovibile dal 1994 e nel 2005 fu l’unico candidato a presentarsi. Il 70% del personale è stabile a Roma con stipendi che per segretarie e nuovi assunti variano dai euro 65.000 ai 73.000 (netti annui) più caterve di benefits, 1600 dipendenti sono inquadrati come dirigenti direttore-fao-jaques-diouf(guadagnando il doppio).
Nel 2007, un Auditing (nei docs per chi vuole leggerlo) fatto da un gruppo di esperti indipendenti segnalava questi problemi, carenza di efficacia negli interventi e, un generale, mismanagement dei fondi (ma tutti se ne sono fregati). Il budget è di 784 milioni di dollari; 41 vanno all’ufficio di presidenza; 33 ai coordinamenti, decentralizzazioni ed uffici legali;17 alla comunicazione; 31 alla tecnologia; e solo 60 alla sicurezza alimentare; 29 alle politiche dell’alimentazione e l’agricoltura; e 12 alle iniziative contro la fame e la povertà.
E’ rimasto famoso il menù del vertice Fao di Roma, quando fra una discussione sulla fame in Ruanda, sulla desertificazione in Mauritania, fra uno shopping in Via Veneto, l’unico accordo concreto, preso dai delegati, sull’alimentazione fu preso per il menù così composto Foie gras su toast con kiwi/ Aragosta in vinaigrette /Filetto d’anatra con le olive /Verdure di stagione / Composta di frutta alla vaniglia / Vol au vent con mais e mozzarella/ Pasta con crema di zucca e gamberetti /Vitello alle olive con pomodorini e basilico /Macedonia di frutta con gelato alla vaniglia / Orvieto Classico Poggio Calvelli 2005.
tutti-a-tavolaIn questo contesto, l’ ONLUSONG al centro della nostra inchiestina, riesce sempre a distinguersi. Nell’ambito delle attività per raccogliere e mantenere sostenitori per i bambini del Mozambico, Cambogia, Nepal e Zambia spende un bel po’ di soldi (dei bambini sostenuti) per un regalo (distribuito in 20.000 esemplari e chiramente prodotto in Italia), la cui utilità è zero (un segnaposti). Lo splendido regalo ha un invito, non sò se diretto ai bambini beneficiari o ai dirigenti dell’organizzazione: TUTTI A TAVOLA.

N.B.: Non è uno scherzo, ci sono anche le spiegazioni.


Nepal: si chiude?

Dicembre 9, 2008

pashmine-per-filareAvvolti in una bella pashmina tessuta a mano e da lui prodotta (e vendutami al non modico costo di euro 70), discuto con Ram Dangol, newari di casta contadina, divenuto imprenditore nei mitici anni ‘90 nepalesi. A Kathmandu inizia a far freddo.
Allora mi racconta, come, in quegli anni, tutto sembrava possibile. Centinaia di fabbriche di tappeti (spesso sfruttando contadini, bambini e donne aggiungo io), di pashmine, di magliette e pantaloni furono aperte. La gente vendeva la terra di famiglia ai costruttori e investiva negli affari. Esportazioni, apertura del sistema bancario e finanziario, denaro pubblico a fiumi (aiuti internazionali) portarono all’incredibile crescita del PIL nepalese del 10% per quasi due anni nel 1992-1994.
La gente iniziò ad investire in immobili (facendosi prestare soldi al 50% d’interessi) per ospitare i contadini che accorrevano nella Valle di Kathmandu per essere sfruttati nelle nuove fabbrichette. I soldi fecero nascere i super store, ristoranti moderni per nepalesi, canali televisivi (grazie alla pubblicità) nuovi consumi e modelli di vita. Le macchine e le case riempirono la Valle.pashmina2
Tanti soldi aguzzarono gli appetiti dei politici che iniziarono a combattere per avere la fetta più grossa della torta producendo un’interminabile instabilità che impedì di legiferare le norme necessarie per guidare il libero mercato in esplosione.
Ben presto la bolla iniziò a sgonfiarsi, risucchiata dalla crisi di liquidità, aumento dei prezzi, corruzione, sprechi, investimenti speculativi, assenza di programmazione e dal calo delle esportazioni (mercati ben presto saturi).
Gli investitori internazionali progressivamente si ritirarono; la guerriglia maoista ( fu il simbolo delle enormi disparità create dal boom economico) e l’adesione al WTO (senza intervento regolatore dello stato) fecero il resto.
La classe politica (gli attuali Koirala, Nepal, Deuba, etc.) scelse, come accade quasi ovunque, d’incassare i dividenti del boom tramite corruzione, nepotismo e accaparramento di risorse pubbliche e donazioni internazionali. Il caso della compagnia di stato Royal Nepal Arirline, è esemplare: in attivo prima dell’avvento della democrazia multipartitica (1990) e in fallimento nel 2001, dopo 13 Consigli d’Amministrazione in 8 anni. (le analogie con l’Alitalia sono evidenti, per dire che il Nepal non è molto arretrato o l’Italia solo formalmente un paese politicamente moderno).
In sintesi dal 1996 la bolla era già svanita e anche il povero Ram Dangol dovette fare i conti con la realtà di un paese senza governo, regole e leggi e perdipiù in conflitto civile. Resistette grazie alla qualità dei suoi prodotti mentre centinaia di piccole industrie iniziarono a chiudere. I contadini chiamati dai villaggi, dove abbandonarono l’agricoltura e un ambiente sociale in cui sopravvivevano dignitosamente per l’avventura industriale, furono spediti nelle fabbriche di mattoni che sono, tuttora, le uniche che continuano a produrre. fabbrica-di-mattoni
Molte famiglie Tamang, dei villaggi in cui lavoravamo, sono finite in monostanze schifose o baracche di fortuna, senza scuola, sanità, sostegno comunitario a Bhaktapur e dintorni. Ogni giorno (quando sono chiamati), vanno a fare mattoni (con mogli e bambini) nelle fabbriche medioevali che riempiono la parte orientale della Valle. Salario massimo 2 euro al giorno.
Quando ancora l’organizzazione italiana Centro Cooperazione Sviluppo di Genova (vedi post ONLUS) faceva progetti invece di sprecare il denaro, Salam Singh Tamang  e la sua seria organizzazione locale propose di fare asili, assicurare l’istruzione ai bambini Tamang esiliati con le famiglie nelle fabbriche di Bakthapur, per togliergli da posti di lavoro insalubri e offrire un vecchio e bambinoopportunità. Niente. Anzi di fronte alle critiche per sprechi ed incapacità a danno dei beneficiari, gli   hanno tagliato i fondi (e, dunque, i progetti), così non protesta più. Chi s’ostina viene licenziato o minacciato di esserlo, così possono andare avanti  a far nulla se non a mettersi in tasca alti salari in barba ai bambini e agli sponsors italiani, mi racconta uno dei futuri licenziati Dhane Lama. I critici, addirittura,  pensano di fare causa alla squinternata ONLUSNGO italiana, per non aver rispettato gli accordi firmati sui progetti.

Ma, tornando a Ram Dangol, la sua situazione non è affatto migliorata con la fine del conflitto (fine 2006). Pensa, mi dice, oggi è bloccata la strada che da Kathmandu porta a Dhulikel (una delle più importanti) dopo disordini seguiti a un incidente stradale (evento ricorrente) e i contadini sono arrivati a piedi con il doko (gerla) sulle spalle come si usava 50 anni orsono. I containers sono bloccati lungo la Koshi Highway (Terai) perché i camionisti protestano contro le rapine continue, a Rajapur (Bardya, Terai occidentale) e a Morang (Jante) tutto è fermo da settimane per feroci scontri fra attivisti dell’UML e dei giovani maoisti, con in mezzo i contadini, a Rolpa (roccaforte dei maoisti durante il conflitto) un nuovo gruppo armato incita alla rivolta contro i traditori maoisti, a Kathmandu quasi ogni giorno vi è un bandha e nessuno può circolare, oppure manca la benzina e l’elettricità (36 ore alla settimana senza luce). Non riesco a immaginare come un azienda, seppur piccola, possa produrre e muovere le merci in queste condizioni. Aggiunge: a Kavre i giornalisti chiedono il porto d’armi per potersi difendere dalle minacce, ogni volta che scrivono un articolo critico contro qualcuno e nel vicino distretto di Sindhuli si è costituito un Governo dei Disoccupati con tanto di ministri che ogni tanto blocca le strade verso il Terai
La conclusione: Ram vuole chiudere tutto e andarsene all’estero, crisi economica mondiale permettendo, gestire un benzinaio, un tabacchino e al diavolo le belle pashmine fatte sul telaio a mano. Tanto, mi dice, adesso le fanno tutti a macchina, con lana di scarto (cinesi, indiani e nepalesi) e le vendono a 2 euro.

Lo stesso pensano molti piccoli imprenditori che non sono riusciti a salvare l’artigianato di qualità privi dell’aiuto finanziario e di regole dell’insistente governo e delle migliaia di organizzazioni internazionali che buttano via i soldi per scrivere, insieme a burocrati statali foraggiati, mai applicati Piani pluriennali di programmazione in tutti i settori dell’economia. In questi giorni già si riparla di un nuovo misuse di fondi internazionali che tratteremo in un prossimo post.
Anche il settore turistico sta soffrendo, malgrado, la ripresa degli arrivi. 60 hotels a Nagarkot hanno dovuto chiudere sotto pressione delle Unions maoiste, proprio durante l’alta stagione. Tensioni fra albergatori e maestranze sono diffuse e ogni tanto esplodono anche a Kathmandu, Dhulikel e Pokhara.
Le uniche e poche grandi industrie sono in serrata da mesi: la Biratnagar Jute Mills, Asia Distillery, progetto idroelettrico di Gamgadh (nel remoto Mugu, la Colgate Palmolive.
Malgrado l’ottimismo del governo (anche qui si ricorda l’Italia) la Camera di Commercio e industria Nepalese (FNCCI) ricorda che 20 entrepreneurs have been murdered, 53 businessmen kidnapped, 54 companies closed and there have been 62 shutdowns since elections in April, solo nel Terai, senza contare le estorsioni richieste dai numerosi gruppi armati. Mentre la concorrenza fra i sindacati maoisti e quelli dell’UML (comunisti moderati) ha portato a un esplodere delle vertenze sindacali, in condizioni generali d’assoluta insicurezza.

manakamanaAddirittura è stata chiusa per mesi (aperta solo ieri) la funivia di Manakamana, frequentata dagli sposini nepalesi in viaggio di nozze che salgono sulla collina che ospita la pagoda della divinità che “esaudisce i desideri del cuore”. Qua, per fortuna, si è giunti a un accordo increasing the monthly salary by Rs 1300 (euro13), providing Rs 1000 for each person as a special allowance package and Rs 500 as brunch allowance, one month salary for Dashain allowance, and availing eighteen cable car tickets every year for an employee. Meglio che polo con elefantiniente.
Gli unici che sembra non aver problemi sono i pazzi di Meghauli (a Chitwan), giunti da tutto il mondo, che, come ogni anno, giocano a polo sugli elefanti.


NGO, Onlus, adozione a distanza (7)

Novembre 10, 2008

 cooperazione-di-subash-raiSonia e Giorgio, il film di  Peter Brock mi spingono a ri-scrivere sul  mondo delle ONLUS\NGO che  è sottoposto, a livello complessivo, a critiche crescenti. Non è bello generalizzare ma le esperienze personali, raccontate e che arrivano a questo blog sono, purtroppo, abbastanza univoche. Partendo dal piccolo e particolare (vedi tag ONLUS) vediamo che la realtà descritta nei post precedenti rispecchia un andazzo abbastanza generale come descritto da diverse ricerche internazionali (vedi pagina Docs).

Un primo pensiero: ormai è difficile credere che le ONLUS\ONG rappresentino un approccio alternativo alla cooperazione internazionale, più efficace per i beneficiari rispetto alla cooperazione ufficiale. Le critriche mosse all’ODA (Official Development Assistance), i cui fondi normalmente finiscono nei baskets dei governi supportati, e alle NU, dove il 90% delle risorse sono destinati a rimpinzare la struttura, sono estensibili anche al bel mondo delle NGO. (In questo senso gli studi di Dirk-Jan Koch, Axel Dreher, Peter Nunnenkamp, Rainer Thiele in pagina Docs)
La teoria prevederebbe che le ONLUS\Ngo dovrebbero operare direttamente con i beneficiari, lavorare con e nelle comunità, favorendo così una  loro diretta partecipazione in tutte le fasi (studio, implementazione, valutazione e modifica) dei progetti. In questo modo, contrariamente alla cooperazione istituzionale, i fondi sarebbero utilizzati pienamente per i poveri da sostenere,  con pochi passaggi intermedi e meno costi di struttura.
Ricercare, pensare, condividere, implementare e valutare i progetti con le comunità beneficiarie accresce il loro capitale umano e sociale. Per fare questo bisogna, prima di tutto lavorare duramente, impegnarsi, delegare risorse e potere per far crescere e coinvolgere contadini, giovani e insegnanti come attori dei progetti. (vedi lo studio nella pagina Docs su Social Capital)
Questo è l’unico modo perchè le attività d’aiuto internazionale siano efficaci, cioè dirette a soddisfare le vere necessità dei beneficiari, perchè siano sostenibili (anche al termine dei finanziamenti) grazie alla creazione di capacità autonome di gestione e di attivazione delle istituzioni locali o nazionali. Nell’esperienze da me fatte, le comunità partecipavano con lavoro volontario o contributi economici alle costruzioni di scuole, al pagamento degli insegnanti, al finanziamento delle cooperative e questo rendeva le realizzazioni non un regalo ma una cosa propria e voluta.  Ciò perchè il personale incontri-nelle-comunitaimpegnato nei progetti era in gran parte proveniente dalle stesse comunità in cui si operava, formatosi con impegno e pazienza. Disposto a impegnarsi, avendo acquisito gli strumenti, per lo sviluppo dei villaggi in cui erano nati.

Poichè l’obiettivo delle NGO non prevede l’efficacia dei progetti ma solo la loro spendibilità verso i donatori, ecco perchè l’impegno, l’intelligenza, il committment richiesto per  sviluppare le attività in reale partnership con i beneficiari, sono eventi rari. Perciò i progetti che più spesso hanno efficacia concreta sono quelli tecnici (medico-sanitari, infrastrutture) o gli interventi nelle emergenze sanitarie. Nel piccolo, poi, funzionano i micro-progetti gestiti da associazioni di volontari e da missionari e diretti a gruppi ristretti di persone o a individui se non s’inseriscono pasticcioni, finti missionari laici e lestofanti come è accaduto in alcune situazioni in Nepal.
Internet è pieno d’esempi di malpractices dell’ industria dell’assistenza e in Bangladesh, addirittura, un rapporto diTransparency International (nella pagina Docs) racconta che i wrongdoings riguardano l’85% delle ONG operative nel paese. In Cambodia, donors spent between $50m and $70m on 700 international consultants – equivalent to the wage bill for 160,000 Cambodian civil servants, ci ricorda il premio Nobel Amatya Sen per concludere poco.

Sarebbe interessante fare una statistica della provenienza dei dirigenti delle ONLUS/INGO, forse, si scoprirebbe che li si rifugiano ex-sindacalisti, politici fuori gioco o alla ricerca di visibilità, cariatidi della cooperazione di stato e del no-profit consumati nella ricerca di contratti e sovvenzioni, dame di carità, qualche filantropo. Rari, almeno per l’Italia, sono le persone che hanno maturato esperienze nel settore privato e che, per libera scelta, hanno deciso di trasferire competenze ed esperienze nel no-profit.

Per rimanere nell’esempio raccontato nei posts precedenti, la ONLUS descritta ha un Comitato Direttivo formato da due politici, ormai fuori gioco e lì collocati per accontentare il loro ego insaziabile su cui è cresciuta la loro carriera (uno dalla corte di Salvo Andò), il terzo è un trapassato ex consulente UNDP (che riesce così a continuare a prendere qualche bella consulenza e a farsi qualche viaggio) e, infine, da due poverelli senza arte né parte nel settore. Tutta questa gente se ne impippa dei progetti e della loro efficacia e lascia la gestione a una marea di consulenti mercenari. Poi ci sono le multinazionali gestite da manager del marketing la cui priorità è l’immagine e la conseguente raccolta fondi. Praticanti del dogma diffuso da Jeffrey Sachs to Bob Geldof, the new orthodoxy asserts that more money will solve Africa.s problems, come scrive nel suo studio Michael Edwards (in pagina Docs). Infine ci sono i volentorosi, animati da buone intenzioni, ma, spesso, grandi pasticcioni.
Questo accade perchè, specialmente In Italia,  i meccanismi dei finanziamenti hanno determinato le strutture e le politiche delle NGO. Quelle tradizionali sono finanziate dal MAE e dall’UE. Quindi si devono adeguare a procedure, metodi, obiettivi dei donatori e anche a un organizzazione che tende più alla forma che alla sostanza. Cioè conti formalmente in regola, reports ben confezionati, grandi chiacchiere e workshops per vendere l’immagine. E, dati i canali di finanziamento, legami e clientele politiche. Questa situazione ha determinato la formazione e la selezione del personale che lavora nelle ONG .

Poiché l’obiettivo principale dei progetti così finanziati non è l’efficacia ma l’adempimento delle regole e delle procedure formali richieste dai donatori, ogni contatto, coinvolgimento, partnership con le comunità e i beneficiari è escluso. Troppo pericoloso, troppo lavoro, poco controllo. Così sono nati i travet dell’industria dell’assistenza sparsi in ogni angolo del globo che hanno copiato le pratiche consolidate dai burocrati delle NU.
I poveri, i marginali, gli esclusi sono così diventati invece che i soggetti delle attività di aiuto, gli oggetti, a volte mai visti,  di reports, relazioni, workshops. Anzi più li si teneva distanti meglio era: rischiano di macchiare le relazioni colorate.
Questa attitudine universale ha prodotto, nei paesi aiutati, la nascita di nuove professioni e caste: i development brokers. Sono proliferate NGO  per intercettare i finanziamenti, spesso costituite dai politici locali. Le ricerche hanno definito questo fenomeno “elite capture” cioè le classi dirigenti dei paesi poveri sono diventate i referenti o i funzionari strapagati, delle NGO internazionali. (vedi l’esempio dell’ONLUS studiata nei precedenti posts)
This has been recognized by even donors. According to a DFID report, Society’s caste employment and income inequalities are indeed strikingly reflected in many agency structures, which are dominated by the Brahmin and bambino-pescatore-mozambicoChettri castes and the Newarigroup. In spite of the emphasis given to rural employment, the management of programmes is still overwhelmingly placed in the hands of a ‘gate keeper’ group. (Critical reflections on INGO and NGO relations in Nepal in pagina Docs)
I travet internazionali hanno preferito operare tramite i maneggioni locali (impedendo e non favorendo il crescere dei soggetti marginali) the shortcut of trying to mobilize rural people from outside through leaders, rather than taking the time to gain direct understanding and support from members, is likely to be unproductive or even counterproductive, entrenching a privileged minority and discrediting the idea of group action for self-improvement”. The risk of misappropriation of aid resources by unscrupulous leaders is aggravated when educated and well-connected persons usually with an urban background succeed in gaining access to leadership positions in village-level associations (scrivono in  di Rural Development, Esman and Uphoff, nella pagina Docs).
I travet hanno così ridotto la cooperazione internazionale in un copia e ricopia di progetti, spesso inutili, ma di facile appeal per raccogliere fondi o nella dilagante training and seminar cooperation (comunitari, health, disaster, capacity, rule of law, oral care, etc.) facili da organizzare (pagando i partecipanti) e con risultati facilmente dimostrabili (il numero degli stessi) ma la cui utilità è prossima allo zero se non per gli hotels a cinque stelle in cui vengono presentati i risultati. Fear of jeopardizing their own funding possibilities results in the unwillingness to share grant ideas and rather than building networks and developing publics, groups consciously retain small memberships, withhold and stash information, duplicate each other’s projects.

Poiché ho conosciuto molti di questi travet dell’industria dell’assistenza ricavo (un po’ generalizzando il che non è un bene) un ritratto. Persone con scarsa esperienza professionale, piovute nel paese senza conoscerlo né apprezzarlo, caricate di potere (soldi), con capacità scarse non spendibili in Occidente, interessati a mantenere il salario e i privilegi. E’ troppo?
Ciò implica che s’astengono da ogni critica, ricerca, iniziativa per non scontentare l’Head Quarter (che chiede solo immagine pena  rischi nella raccolta fondi); diciamo che è umano.
bambino-cambogiaQuesta è già una risposta a Giorgio che si domanda perché vi è un omertà diffusa: nessun vuole perdere il posto di lavoro. Aggiungiamo che lo stesso meccanismo muove giornalisti e operatori locali che rischiano di perdere i foraggiamenti dall’industria, grande e piccola, dell’assistenza che, in molti paesi, è dominante. Se uno si legge i blogs dei paesi sostenuti e la percezione della gente comune sul lavoro e l’efficacia delle INGO, trova facile conferma di questa realtà.
Quando, come negli ultimi anni, i finanziamenti statali sono diminuiti le NGO tradizionali sono partite alla caccia delle donazioni private e hanno cercato d’inserirsi nel grande mercato dell’adozione (sostegno) a distanza.
Purtroppo, pur raccogliendo anche questi fondi non vincolati a obiettivi e procedure, non hanno cambiato il loro metodo di lavoro anzi l’hanno esteso (tramite la migrazione di travet da ONG in crisi) a molte organizzazioni del sostegno a distanza, importando anche lì inefficienza.
Per questo l’ONLUS esemplare di cui abbiamo parlato e di cui pubblichiamo a fondo pagina (su richiesta) i bilanci commentati negli altri posts) continua a sprecare.
Caro Giorgio tu giustamente ti lamenti ma cosa dovrebbero dire i bambini cambogiani. Da quel paese mi arriva la notizia che per gestire un budget di circa euro 200.000, spendono euro 70.000 per due espatriati (con casa e altri benefits), euro 20.000 (per 8 impiegati locali), euro 15.000 per spese amministrative e consulenze (case e uffici), euro 25.000 per mezzi di trasporto. Cioè su un budget di euro 200.000 (che era circa 410.000 prima del prelievo del 55% per spese di gestione in Italia), i poveri sostenitori vedono arrivare ai bambini sostenuti euro 65.000.
Cosa ci possiamo fare se non sperare nell’occhio lungo dei donatori e, anche, in questo caso di Yama.

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vengono per aiutarci

Novembre 8, 2008

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Sonia e Giorgio hanno lasciato i loro commenti sul deprimente tema della qualità e quantità degli aiuti che le ONLUS/NGO riescono a dispensare ai beneficiari (vedi Tag ONLUS).
I commenti confermano la percezione diffusa, specie fra la gente comune dei paesi beneficiari (basta vedere i blogs da quei paesi sull’argomento) della scarsa efficacia (e incapacità progettuale) di molte organizzazioni dell’industria dell’assistenza e dei travet che vi lavorano. E’ un argomento su cui tornerò in un prossimo post anche perché i metodi e le pratiche seguite dall’ONLUS studiata sono, purtroppo, malpractices generalizzate, come stanno iniziando a dimostrare alcuni studi internazionali sulla qualità degli interventi delle ONG.
Per Sonia e Giorgio e per il loro conforto sottopongo la storia del ventiduenne studente, Peter Brock, che come tanti giovani che ho conosciuto, è partito entusiasta per un esperienza di volontario internazionale . E’ andato in Sierra Leone, il secondo paese più povero del mondo (secondo la classifica UN).
E’ tornato con qualche dubbio sulla capacità dei mediatori dell’assistenza (le NGO) a trasformare i fondi copiosi che ricevono da privati, aziende, governi dei paesi ricchi, into concrete improvements in the lives of the world’s poor, racconta nella descrizione del suo film\esperienza.
Peter (come il nostro commentatore Giorgio) non si è lasciato irretire dagli alti salari, dal poco lavoro e dalla mancanza di alternative che sostengono i travet della cooperazione internazionale e ha preferito raccontare la verità, dalla prospettiva della gente che vive nei paesi teoricamente aiutati.
Giustamente non si è fidato dei reports often written to please the donors who sponsored the project in question e ha scoperto che the opinions I heard differed substantially from the hopeful and often self-glorifying accounts given by NGO reports and UN documentaries
Vediamoci il suo film. http://www.baibureh.org/


una lettera: ONLUS e credibilità (6)

Ottobre 14, 2008
 mozambico bambiniHo ricevuto una mail, che pubblico integrale, da Claudio, un sostenitore di alcuni bambini, dell’organizzazione di cui ho parlato nei posts precedenti (vedi tag ONLUS)
Mi sembra che l’Associazione di cui hai parlato nei tuoi posts precedenti sia quella di cui alcuni miei amici ed io siamo dal 2005 sostenitori di bambini in Nepal e Mozambico (ne avevamo uno anche in Angola ma, dopo anni di versamenti ci hanno detto che era stato tutto chiuso). Ho visto poi nel tuo posts in che modo.
Quello che hai scritto ha confermato ciò che già pensavamo cioè che questa Associazione non lavora bene e che fa tante chiacchiere poco credibili.
Noi riceviamo ogni quattro mesi il loro giornale che racconta ciò che stanno facendo e che conferma questa mia impressione. Inoltre il giornale, che prima era più semplice e meno patinato (nelle forme e nei contenuti), è oggi pubblicato tutto a colori e con una spesa sicuramente maggiore. Come tu hai sottolineato non è certo indice di buona gestione aumentare le spese in Italia a detrimento dei progetti per i beneficiari, tanto più che a causa della crisi economica, probabilmente, il numero dei sostenitori è destinato a diminuire. Perdipiù non ho più ricevuto la lettera dei bambini sostenuti a Pasqua, cambiata con un generico polpettone sulle comunità in cui loro vivono.
Ho, inoltre, letto con attenzione, come è giusto per un finanziatore (anche se piccolo) di una ONLUS, il trimestrale associativo e ho rilevato quanto segue, per il periodo settembre 2007-settembre 2008.
Oltre alle usuali distribuzione di materiale didattico ai bambini (che fra l’altro ho anch’io notato che non sono state più fatte in Nepal) ben poco è stato fatto e ti dettaglio le attività.
-10 aule complete a Vilankulos (Mozambico ) per una spesa totale di 56.000 euro (in parte finanziata dal governo italiano)
-un Centro medico a Mchini (Zambia) attrezzato e che distribuisce medicine a donne affette da HIV-
-2 aule in una scuola dello Zambia-
-un training center in Nepal (che dal tuo post leggo che è in realtà è stato pagato da un contadino)-
-2 asili in Cambogia-
-la conclusione della costruzione di una scuola a Jasse (Mozambico) risulterebbe però iniziata e finanziata nel 2006.
-un corso per 30 falegnami in Mozambico-
-il finanziamento di una ONG locale in Nepal per la costruzione di una centro per bambini-
-distribuzione di zanzariere in Cambogia a qualche centinaio di famiglie.
-visite dentistiche a 350 bambini in Nepal (di cui tu hai parlato in un posts precedente).
E, poi, di concreto e utile per i bambini poco altro, come si vede anche dal loro nuovo sito. bilancio onlus
Come, giustamente, hai scritto in un anno questa ONLUS dispone circa di euro 3.750.000, anche se ne spende, come ho visto nel loro bilancio, il 55% per le spese di struttura in Italia, con il rimanente mi sembra che, francamente, facciano molto poco e neanche tanto bene, cioè utile per i beneficiari..
Questa lettura e questa analisi, magari non è generosa, ma ritengo che la credibilità di una ONLUS si consolidi su quello che fa per i beneficiari e non sulle tante parole che i funzionari scrivono sul giornale su rinnovamento, certificazioni, etc.
Io sono un piccolo imprenditore è capisco quando c’è fumo o arrosto.
Dalla lettura del loro giornali e dal loro bilancio, abbiamo deciso di spostare i pochi soldi che donavamo su un’altra organizzazione, sperando che questi siano utilizzati con più efficacia.
Ho tagliato saluti e complimenti.