Salviamo l’Africa?

Novembre 2, 2009

africaMentre in Italia si parla poco di ONG\ONLUS, cooperazione internazionale, bilanci, progetti, spese,   in Inghilterra non si scherza. Ci informano da Londra di un articolo del Daily Mail. “The Government department in charge of eradicating global poverty spent almost £ 6million of taxpayers’ money on first-class and business-class travel in just one year.”  Cioè 6 milioni di sterline volate vie per i viaggi dei funzionari. Lassù giustamente le associazioni dei consumatori guardano. Si ritorna a parlare del DFID (Department for International Development), l’ente governativo incaricato della cooperazione internazionale che in GB (come del resto gli analoghi altrove) dispensa soldi a destra e sinistra (con priorità ai suoi dipendenti) senza curarsi di come siano spesi.

Tanti soldi in ballo per salvare l’Africa, i poveri del mondo, per eliminare fame, malattie, morte, tutto il male.  Il “big push forward in Africa to end poverty” disse Tony Blair a Davos nel 2005; intenti ribaditi nei G8  a Glebeagles e in Germania a Heiligendamm (2007) e, infine, in Giappone in cui si riaffermò tutto quanto: We are firmly committed to working to fulfill our commitments on ODA made at Gleneagles, and reaffirmed at Heiligendamm, including increasing… ODA to Africa by US$ 25 billion a year by 2010.».  Poi si voleva oltre che eliminare la povertà, making efforts to address civil war and «failed states.

Slogans fatti propri dal gruppo di rockstars capitanate da Geldof  «Make Poverty History»,  addiritturta il patinato Vanity Fair s’è messo in testa di salvare l’ Africa (2007), Madonna và in Malawi,  Bono,  Bill Gates, la Regina di Giordania Rania , tutti vogliono ridurre la povertà in Africa entro il 2015. Gran battage  pubblicitario che ha portato soldi a tutto il sistema dell’industria dell’assistenza (ufficiale, come gli amici del DFID o del World Food Programme e non governativo ONGs, come CCS Italia, Intersos, etc.).

Quando riceviamo dal Mozambico le testimonianze di operatori e beneficiari che ci scrivono:“Sono stato a Beira per mie cose, nel frattempo ho incontrato alcuni lavoratori del ccs, abbiamo parlato delle attivita svolte , non ti dico una vergogna, non hanno combinato niente, piu o meno come a Vilanculo, hanno costruito due case per professori, senza le latrine, per cui l’educazione le ha rifiutate”. Qui a Vilankulos ho incontrato quattro direttori di scuola , loro mi hanno detto che, a parte il kit escolare non hanno ricevuto. sul sito del CCS Italia ho visto la testimonianza di una signora che si dice molto soddisfatta del CCS penso pero che non sappia che il suo bambino riceve 3 euro mentre lei ne spende 240. Non resta che dire che non sempre un maggior flusso di soldi porta qualcosa ai beneficiari.

 Tesi, in grande,  sostenuta da tempo da molti, fra i più noti l’economista indiano Banerjee «my sense is that {the dramatic reduction in world poverty between 1981 and 2001} was driven largely by events in India and China, where donors had very little impact.» , l’economista zambiana Dambisa Moyo una delle ragioni dell’arretratezza dell’Africa it’s largely aid. You get the corruption—historically, leaders have stolen the money without penalty—and you get the dependency, which kills entrepreneurship. You also disenfranchise African citizens, because the government is beholden to foreign donors and not accountable to its people.

Infine l’amato William Easterly, che ha scritto un lavorone CAN THE WEST SAVE AFRICA?,  in cui si dimostra che, malgrado l’enorme gettito di soldi, incomparabile con altre parti svantaggiate del mondo (gli aiuti sono passati dal 2000 da USD 18 milioni a 38 milioni nel 2006 per un totale di oltre 714 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni),  il divario fra Africa e altre regioni in via di sviluppo si è allargato. Il livello economico complessivo di molti paesi africani nel 2006 e sceso drammaticamente rispetto al 1973, (quando si raggiunse il massimo livello di crescita economica)

Anche i dati sbandierati dai nuovi benefattori come i Gates, sembrano un po’ approssimativi come tutta la politica di cooperazione internazionale. In Ruanda, purtroppo, la malaria non è diminuita del 45% come pubblicizza la Fondazione dei  Gates ma le morti sono aumentate dal 2001 al 2006, scrive un Rapporto del WHO (2008) e in altri paesi citati dalla stessa Fondazione risulterebbe che the effects of malaria control in Zambia were “less clear,” e in  Etiopia, “the expected effects of malaria control are not yet visible.” Lo stesso Rapporto ci  ricorda (come già segnalato in altri posts)  che, date le condizioni ambientali, i metodi di analisi utilizzati e la mancanza di dati sul campo è molto difficile indicare numeri precisi.

Continuando a leggere lo studio di Easterly si scopre che, malgrado i molti problemi del continente africano, molti fundraiser  descrivono una realtà peggiore, piena di stereotipi utili a raccoglier fondi. Gli indicatori relativi a corruzione, governance, guerre non sono molto dissimili da altre regioni povere del mondo.  Non si resiste, sotto natale, a «habitual inflation of estimates of expected deaths” racconta un veterano del settore (Alex de Waal).

Fra i cardini del marketing dell’industria dell’assistenza ci sono i fantasmagorici  MDGs (Millennium Development Goals), i cui obiettivi fissati nel 2000 sono, più o meno,  gli stessi  stabiliti dal colonialista Committee of the African Research Survey nel 1938, in entrambi casi obiettivi irreali e  ben lontani da essere raggiunti. Obiettivi talmente generici che sembrano fatti apposta per fare solo un po’ di spettacolo.

Nota, invece Easterly, che cose più concrete e sostenibili nel tempo quali:  qualità dell’educazione (problema da 20 anni scritto in tutti i rapporti senza risultati), controlli sull’utilizzo degli aiuti (studi in Guinea, Cameroon, Uganda, and Tanzania stimano che fra il 30 e 70 % dei medicinali forniti dal governo, tramite aiuti internazionali, finiscano nel mercato nero); nel 2004 un’inchiesta del governo ugandese dimostrò che solo il 13% dei fondi pubblici (in gran parte provenienti da donatori internazionali) raggiungevano le scuole locali a cui erano destinati (fenomeno verificato anche in Nepal e in altri paesi).  Bastò la pubblicazione sui giornali locali delle somme destinate e mai pervenute per mobilitare genitori ed insegnanti perché bastonessero i burocrati locali. Lo stesso stavamo facendo noi in Nepal con i “community auditing”  in cui i dirigenti scolastici dovevano elencare alle comunità donazioni ricevute e spese. In molti casi per far funzionare le cose basta solo un po’ di voglia di lavorare e di fantasia.

Per rimanere nella sanità, segnala giustamente Easterly, che il gran battage sull’AIDS (sicuramente più impressionante per l’opinione pubblica occidentale e donatrice rispetto a TBC, diarrea, difterite) ha distolto risorse «levels of attention and effort directed at preventing the small proportion of child deaths due to AIDS with a new, complex, and expensive intervention.». Mentre l’AIDS causa il 3.7 % della mortalità infantile, per combatterlo viene utilizzato il 25 % degli aiuti sanitari internazionali. Per questo la prestigiosa rivista medica Lancet scrisse che 5.5 million child deaths could have been prevented in 2003.

Mentre si parla e straparla di crisi alimentare sono drammaticamente calati i progetti di sviluppo agricolo (troppo lavoro, risultati nel lungo periodo e poco attrattivi per i donatori), tant’è che la produzione pro-capita di cibo in Africa è calata sotto i livelli degli anni ’70. In molti Rapporti delle Nazioni Unite si legge: “The failure of past initiatives in agriculture led to a reduced confidence among donors in agriculture in the 1980s …and many donors have since turned to other sectors.» FAO (2006) : «Ten years later, we are confronted with the sad reality that virtually no progress has been made towards that objective.»

Gli scritti di Easterly rappresentano l’inefficacia complessiva del  “sistema” dell’industria dell’assistenza, con qualche rara eccezione, da lui stesso segnalata. Sarebbe una sana lettura per i tanti fancazzisti che ciondolano fra Nazioni Unite e INGOs, come lo sarebbe il lavoro di Robert Chambers, Poverty Unperceived che, fra l’altro, riporta alcune pratiche già segnalate in altri posts che si possono riassumere con il tremine fancazzismo, sopra citato.

Cioè, scrive in forma più sfumata Chambers,  i funzionari delle Nazioni Unite e INGOs, vivono, bivaccano nelle capitali dei paesi in cui operano, si autoreferenziano con convegni e workshops in grandi alberghi, non vanno sul campo (nei villaggi e nelle comunità), percepiscono i bisogni dei beneficiari attraverso le elites dei paesi poveri a cui hanno delegato il lavoro.

Semplifichiamo:  gran parte dei problemi di efficacia della cooperazione internazionale, evidenziati dal lavorone di Easterly,  non hanno forse causa nel fancazzismo di chi ci lavora e pensa solo al proprio mantenimento?


Basterebbe poco: i bilanci delle ONLUS

Ottobre 20, 2009

bilancio socialeBasterebbe poco, a una ONLUS\ONG, per fare un bilancio trasparente e tacitare le critiche montanti sull’efficacia e serietà di queste organizzazioni.  Basterebbe scrivere e dettagliare quanto entra, quanto è speso in Italia (per amministrazione, personale, spese generali, comunicazione, convegni e meetings, attività varie, viaggi su e giù), quanto è speso dalle strutture nei paesi sostenuti per le stesse cose, quanto arriva veramente ai beneficiari diretti, dettagliando come questi soldi sono stati utilizzati.

Nessuno lo fa, anzi, negli ultimi anni, è cresciuta la nebbia fatta da certificazioni di bilancio, maquillage dei fundraisers (che guadagnano sui soldi che dovrebbero procurare), comunicatori vari, report fotografici (bilanci sociali). L’impressione è che questa nebbia (costosa e inutile) serva a nascondere alcune cose semplici cioè che gran parte dei soldi donati se li beve (o magna) la struttura in Italia e gli italiani che lavorano nei Paesi sostenuti.  Su quanto valgono le certificazioni ci sarebbe da aprire un capitolo (specie visto il loro passato nel profit) tanto che, nel settore privato, sono considerate un male necessario, un elemento del marketing aziendale, o buoni suggeritori per nascondere le magagne dei bilanci. E’ difficile che chi paga i controllori possa essere controllato.

Il quotidiano il Giornale ha tentato un inchiesta sulle ONLUS ma si è fermato all’apparenza, forse non voleva pestare i piedi a qualcuno. Qualcun altro, nel passato, aveva segnalato che i cooperanti dovevano versare una mazzetta (sottratta dai propri stipendi) all’organizzazione, ed è noto che fra il 10 e il 20% dei soldi impegnati per un progetto finanziato dai donatori istituzionali finisce nelle casse della ONG che se lo accaparra; più un altro 30-40% per le spese di gestione del progetto stesso.

Il grande trucco, segnala Max e i suoi amici analisti da Londra, sta nell’imputare spese di gestione italiane fra i fondi destinati ai beneficiari. E da qui partono, indicandomi alcune stranezze.                                          Tanti bilanci, in realtà, non lo sono in senso tecnico, ma solo una stentata sintesi; pressochè inutile, per comprendere il reale utilizzo dei fondi. Action Aid, AMREF (fra le poche in crescita d’entrate +6%) sono un esempio di questo stile essenziale; Intervita, parla di Conti Chiari (come le banche!) e pubblica quattro numeri. Save the Children Italia e Pangea ONLUS sono rimasti al 2007.  Note segnalate da Londra: meno i bilanci sono trasparenti più crescono le spese di comunicazione e marketing e abbondano le certificazioni.

Altro elemento comune nei bilanci ONLUS\ONG è la loro somiglianza, come allocazione di fondi, a quelli di una holding dove i soldi sono tenuti ben stretti. Nei bilanci di molte ONLUS, BOT, CCT, Fondi d’investimento, conti correnti bancari (le cosiddette disponibilità liquide, che tanto liquide visto la forma d’investimento non sono) bloccano una buona parte di fondi destinati ai beneficiari. (30% delle entrate per Terre des Hommes; 20% CCS Italia).

Poche finiscono in passivo, fra queste c’è, ovviamente,  CCS Italia (- euro 100.621) esempio globale di malagestio,  ripianato con fondi risalenti alle precedenti gestioni; l’ASVI ha un risultato operativo negativo (circa euro 700.000) ripianato da non meglio precisati proventi straordinari

L’ Ai.Bi (Amici dei Bambini) ha il bilancio più trasparente, fra quelli visionati, e, infatti, non ha certificazioni di qualità o finti auditors. Leggendo il bilancio dell’Ai.Bi emerge, correttamente, quello che le altre ONLUS vogliono nascondere cioè che almeno il 60% dei soldi donati finisce nella gestione della struttura italiana (+ un altro 25-30% in quella estera). Per struttura intendiamo affitti, stipendi, viaggi, macchine, workshops, spese generali (consulenze, avvocati, fundraisers, etc.).  L’Ai.Bi, seriamente, dichiara che quasi 3 milioni di euro sono utilizzati per pagare il personale (in Italia e all’estero), euro 804.256 per comunicazione, euro 1.100.000 per spese generali (entrate, in calo di circa il 10% a euro 7.755.000).

Come detto, su queste spese, la maggioranza delle altre organizzazioni fa la furba.  Le spese di gestione (in Italia o per italiani)  sono, nella norma, messe sotto il grande e indefinito tappeto della voce “spese per progetti” come Terre des Hommes, (in calo marginale d’entrate); “oneri per programmi nel sud del mondo” come Action Aid, (in crescita del 5%). Nessuno si prende la briga di specificare come questi soldi siano spesi, quanto per la struttura nel Paese, macchine e benzina, stipendi per i funzionari locali, etc.

Casi misteriosi sono Intersos che dichiara nel suo bilancio sociale di disporre di 94 “operatori umanitari” e 1400 operatori locali ma sbatte tutte le spese (ad occhio e croce euro 10.000.000) negli “oneri per progetti e attività” senza specificare i costi del personale (e quelle di gestione). A qualcuno, forse, farebbe piacere sapere quanto dei 15 milioni di euro incassati (e detratte le spese dichiarate di struttura in Italia :euro 1.500.000) quanto in realtà arriva ai beneficiari finali.

Cadiamo nel ridicolo con CCS Italia in cui i costi di personale sono stati dimezzati dal 2007 al 2008 (passando da 304.000 a 172.095) mentre nella realtà sono fortemente aumentati, portando in deficit l’associazione. Per rimanere su questi, le maestranze sono un battaglione (in proporzione al fatturato) cioè 1 dirigente (euro 90.000 lordi annui con benefits, 2 impiegati a euro 140.000 con benefits, 5 impiegati più sfigati per euro 200.000, 2 apprendisti (euro 30.000); più 17 operatori con contratto a progetto (circa euro 450.000 lordi e con benefits). Infine spariti nelle voci progetti anche un centinaio di operatori locali. Più 5 membri del Consiglio Direttivo, con qualche benefits e magari consulenze pagate.

Gli operatori locali, sui quali giugono voci pessime, guadagnano mediamente quanto il Presidente della Repubblica del loro paese (fra i 1200 e i 1500 euro mensili) per cui stimiamo  una spesa complessiva di euro 90.000 (per stare bassi). Poi aggiungiamo un po’ di consulenti, spariti fra spese generali e di comunicazione (altri euro 50.000). Qualche legale\socio a parcella salata (altri euro 80.000). Anche qui le spese generali sono passate da euro 186.1389 a euro 107.398 (dal 2007 al 2008), guarda caso. In sintesi, le spese superano il 70% delle entrate.                                                Dove hanno nascosto gran parte di queste spese? Semplice come è costume nel settore, nella voce “Uscite per Progetti”.

L’ingenuo sostenitore dice, ma che bravi, hanno dato più soldi ai bambini sostenuti ma, in realtà, se li sono spese per mantenere (e bene) un grosso e inutile manipolo di  italiani (vista la qualità e quantità delle attività, fa anche rima).     Se buttiamo dentro tutte le spese per mantenere il carrozzone (cioè loro stessi) accade che, come nella maggioranza delle ONLUS\ONG, è già un miracolo che su euro 100 versati ne arrivino 20 ai beneficiari sotto forma di progetti, magari qualche visita dentistica o Child Club. Qui si dovrebbe aprire il triste capitolo relativo alla qualità della spesa.

Fanno pena, poi, le giustificazioni per gabbare i lettori. Sempre dal CCS Italia leggiamo, con sconforto:  il risultato negativo  “è dipeso esclusivamente dalle maggiori risorse destinate ai progetti” o “la significativa differenza rispetto all’esercizio precedente è dovuta a una più attenta attribuzione dei costi di pertinenza ai progetti” anche l’Avvocato Azzeccagarbugli ( per rimanere fra i dirigenti dell’associazione) si sentirebbe preso per il culo.

Per finire la carrellata,  segnala l’attento Max, le multinazionali dell’assistenza (Action Aid, Save The Children, TDH) hanno la vita semplificata perchè infilano tutto   nella voce “programmi del network internazionale” o capitoli analoghi, ovviamente nessuno sà come vengono spesi.


FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


Trasparenti come bottiglie di latte: onlus, bilanci, comunicazione

Settembre 24, 2009

bambino mozambicoA volte alcune sensazioni, parole, fatti, comportamenti danno il senso di un ambiente, di una tipologia di persone e delle loro teste. Se si finisce in un osteria dove tutti gridano, bestemmiano, s’inciuccano, si danno cazzotti e puzzano come capre, la sensazione è quella che è meglio cambiare posto e che la gente, magari brava, sarebbe comunque da evitare. Questo pensiero me l’ha veicolato una mail di Serena (una ragazza che ogni tanto commenta, con intelligenza questo blog). Leggiamolo:

Ciao Enrico, ieri sera mia sorella Elena viaggiava sul web e ha incontrato il blog di tale Beppe Cacopardo che si autoprofessa “consulente strategico e operativo di Comunicazione, Marketing Sociale e Fundraising, professionale ed etico”. Un po’ trombone, come prima sensazione. Fin qui niente, il Beppe fa un elogio del sito del CCS di cui tu hai parlato nel post scorso e di cui, giustamente, hai segnalato che si fanno tanto chiacchiere su trasparenza e altro ma il bilancio è stato nascosto. Esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare e fanno molte ONLUS e ONG. Poiché questo Beppe è un consulente (si presume pagato) della stessa organizzazione, pubblicizza con enfasi il loro sito e si occupa di queste cose, mia sorella ha messo un commento in cui chiedeva il perché della segretazione del bilancio. Il Beppe non l’ha pubblicato malgrado la sua retorica su trasparenza, comunicazione, etica e via predicando. Tu me lo spieghi? Una battuta: ma questi del CCS fra un Tutti a Tavola e “se sono magnati una pasta“, pensano solo a mangiare?

Cara e paziente Serena di cacopardi è pieno il bel mondo della cooperazione. La prima idea che mi viene è che l’omino (non in senso fisico perché pare ben messo) potendo offrire, come scrive nel suo sito in terza persona, “Come attestano i risultati di numerose case history, l’organizzazione nonprofit che sceglie la sua collaborazione sa di poter contare su una consulenza professionale….” sia stato un po’ intimidito del risultato della brillante campagna di Direct Mail forse dallo stesso partorita e allo stesso retribuita. Il “case history” non è stato incoraggiante: spesi euro 85.569 più euro 28.000 per “consulenza di comunicazione” (tutti soldi donati per i bambini ); incassati euro 9.616, Se fossi tu il responsabile di questa operazione non cercheresti di nasconderla anche ai parenti?     Figurati se il cacopardo ti pubblica il commento, lui è un teorico della trasparenza.

Siccome questi dati sono nel bilancio (se così si può definire) di  CCS Italia ONLUS e nessuno lo può vedere (forse solo i sostenitori) noi facciamo liberi tutti e lo pubblichiamo nei docs (a fondopagina)

Ma l’ambiente da osteria non si ferma qui. Ricorderai Andrea di Promodigital , lui si autodefinisce marketing and social media strategist in Linkedin,  in tempi più semplici era un venditore di spazi pubblicitari. Anche lui prometteva mari e monti, chiarezza e trasparenza, informazioni e notizie poi è sparito come un vampiro all’alba. Scriveva il 16 marzo 2009, un po’ piccato: In realtà non c’eravamo dimenticati di te e darti le informazioni che ci hai richiesto e che siamo ben lieti di darti a breve. Infatti siamo riusciti ad organizzare un incontro nella sede di CCS per avere ulteriori informazioni sulla loro causa e abbiamo richiesto la possibilità di avere i bilanci da te domandati…. Andrea”. La campagna di Web Marketing è costata solo euro 29.424 e gli ingenui bloggers,  che hanno copiato  il messaggio del CCS nel loro sito,  pensavano fosse tutta opera pia.  

Cosa strana nel bilancio della ONLUS: oltre le spese sopra elencate, troviamo altri euro 16.693 per “personale di comunicazione” ma cosa vuol dire? Non hanno già 27 persone dichiarate come dipendenti e con stipendi messi a bilancio (in parte spalmati sui progetti per far figurare più fondi ai beneficiari, a dir la verità) e, dunque, questi soldi dove sono finiti?

In sintesi, cara Serena, nel bilancio dichiarano d’aver speso euro 244.236 (oneri di promozione e comunicazione) e nel bilancio sociale di averne incassati 51.000 (altri 102.509 provengono dall’8per mille 2006). Non serve  pagare auditors certificatori come PKF per capire che hanno fatto una bella cazzata,  perdendo  euro 190.000 (soldi che qualche ingenuo sperava di aver inviato a un bambino del Nepal, della Cambogia o del Mozambico). Del resto lo stesso è accaduto l’anno scorso  con una perdita di euro 160.000 (forse anche lì c’era un cacopardo).  

Non sorpende che qualcuno, fra i donatori, se ne accorge e fugge (-20% nel 2007 e 25% nel 2008) e che nuovi non ne arrivino 1775 nel 2007 (risultati da campagne effettuate da altra direzione nel 2006) e 849 nel 2008.  Bilancio fallimentare. E, cara Serena,  il cacopardo (teorico della comunicazione CCS)  non pubblica il gentile messaggio di tua sorella.  

Il resto sono chiacchiere da osteria (o bilanci certificati che è lo stesso).

Notizia dell’ultima ora, il sito del CCS (24/09/09 ore 18) è stato aperto per accedere al bilancio. Siamo i guerriglieri della trasparenza, cara Serena (dopo soli due posts). Quindi, continueremo e terremo i bilanci nel blog. Non si sa mai che ci ripensano.


Qua se magna: ong, onlus e bilanci

Settembre 20, 2009

magna-mozambicoQualche anticipazione, in questo post, che approfondiremo in altri. Tanto in Nepal c’è il Dashain (la festa più importante) e tutto si ferma. I maoisti riempiono i mercati insieme ai sostenitori del governo e fermano manifestazioni, scioperi, pietronate ai membri dell’UML e del Congresso (i partiti maggiori che reggono il paese). Il monsone sta finendo (un po’ scarso e arrivato in ritardo) preannunciando una stagione calda e secca, con problemi seri per l’agricoltura. Che sia il surriscaldamento del pianeta? Può darsi ma, per ora risposte certe non ce ne sono. In compenso, il business della cooperazione internazionale si sta già muovendo, come è costume con gran workshops, convegni, reports, in Nepal (come ovunque, (Bangkok, Copenaghen, Bonn, Barcellona, e via per il mondo). Il famelico circo dei burocrati delle Nazioni Unite e delle INGOs ha fiutato il business e un altro settore per mantenersi, quello del climate change. Iniziano a produrre reports, analisi inventate, progetti cartacei per succhiare soldi ai donatori (cioè a noi che paghiamo le tasse e a qualche ingenuo che ci crede e molla qualche soldo). Il Nepal, con i suoi immensi ghiacciai,  che da decenni si stanno restringendo come una maglietta lavata alla temperatura sbagliata, è uno dei palcoscenici centrali per la grande recita. Qualcuno già allarga le tasche come gli inutili della piramide sull’Everest e qualche NGO italiana che s’è attaccata al carro.

Non per niente è sceso in campo il Gran Visir degli scrocconi, l’ex segretario delle Nazioni Unite (super contestato al tempo: gran giro di mazzette per Oil For Food, alla faccia degli iracheni, in cui rimase invischiato anche il figlio Kojo, nome che è tutto un programma). Il furbacchione, come tutti i politicanti bolliti grandi e piccoli (Prodi, Craxi e i meno noti Stefano Zara, Fernanda Contri) s’è infilato in qualche organizzazione umanitaria. Kofi, da buon astuto commerciante, ha fiutato il filone e ha sfornato un bel rapporto (dal titolo immaginifico e con un po’ di morti per condirlo, lui dice 300.000 all’anno per i cambiamenti climatici), per raggranellare qualche spicciolo (e scampoli di visibilità) per il suo fantomatico Global Humanitarian Forum: The report (The Anatomy of a Silent Crisis’) launched by Kofi Annan, President of the Global Humanitarian Forum, in London .

Queste notizie e le prime informazioni che giungono dall’amico Max da Londra su una sua sommaria analisi di alcuni bilanci (appena depositati) da ONLUS\ONG nostrane, spiegano il titolo del post. Ho preso spunto concreto da una NewsLetter (che dovrebbe raccontare le attività dell’Associazione) di CCS Italia Onlus. “Enrico and Andrea si sono “magnati ‘na pasta” con alcuni rappresentanti paese delle principali ONG italiane presenti in Mozambico (CESVI, ISCOS, CIES, Share…) per sentire le loro esperienze nel Paese”. Niente di male, per amordiddio in realtà, ma dà un po’ il senso del sistema. L’originale è a disposizione e mi è stato inviato da un collaboratore pentito (che comunque s’è beccato una lauta liquidazione, tanto sono soldi dei bambini).

Contemporaneamente mi scrive un altro ex collaboratore del CCS dal Mozambico: del ccs le notizie non sono buone, non fanno quasi niente, aiuto ai bambini quasi zero, i soldi se li mangiano in stipendi, affitti di casa e ufficio, automobili diesel, manutenzione. Vuoi sapere l’ultima, un dipendente mozambicano se comprato un land cruiser pajero costo 40000-50000 dollari, benzina, 6 cilindri .Antenna parabolica in casa, e una piccola famiglia da mantenere 10 persone. E aggiunge, parlando della costruzione delle scuole: quando lavoravo io le scuole che costruivamo costavano un terzo rispetto a quelle fatte da loro; i loro costi sono uguali a quelli di un’impresa, ma loro non pagano iva contributi per i lavoratori tasse ecc. Come potresti giustificare i land cruiser costruzione di case e altro?

Dalla Cambogia aggiungono: come è possibile che chiedano ai sostenitori euro 7.000 per costruire 1 (una) classe (vedi loro sito) di 20\30 mq con un costo di euro 280 al mq. (in campagna dove i costi sono più bassi) quando un cambogiano ha un reddito procapite di euro 600 all’anno. Per una famiglia e una casa di 60 mq servirebbe il reddito totale annuo di 30 anni per costruirsela. Notizie tristi che ci inducono a preparare un post con alcune informazioni utili a tutti: quanto costa costruire una scuola in Nepal, Mozambico e Cambogia. Quando lavoravo in Nepal mi ero fatto fare un progetto,  da una società privata,  sul prototipo di una scuola primaria ( 5 classi, aula segreteria, bagni e serbatoi per l’acqua), e il costo totale ammontava (rivalutati) a euro 18.000.( Il progetto è a disposizione). Cosine che è utile sapere quando si guarda un bilancio di una ONLUS\ONG.

Il caro Max mi anticipa che, rispetto alla sua analisi (sempre limitata) fatta lo scorso anno si registrano alcune curiosità: Save The Children Italia ha ancora il bilancio fermo al 2007; Intervita pubblica un dei bilanci più sintetici mai visti (Conti Chiari, hanno il coraggio di scrivere nel sito); quello di CCS Italia è segretato e visibile solo ad utenti dotati di passwords (alla faccia del processo avviato a fine 2006 dal nuovo Consiglio Direttivo e orientato a perseguire la massima trasparenza, come scrivono nel sito). Altri bilanci, in fase d’analisi, sono invece molto descrittivi come quello di TDH e Amici dei Bambini. Almeno fra quelli visionati. La chiarezza formale è già un passo, visto il settore. La sostanza, mi anticipa Max, è spesso e purtroppo un’altra cosa

Registra, inoltre, il dato generale del calo dei finanziamenti, aumento dei costi di marketing, diminuzione dei fondi destinati ai beneficiari, a causa dell’aumento delle spese fisse (in rapporto al calo d’entrate) della struttura. Di gran moda i Bilanci Sociali, carichi di fotografie dei beneficiari e di maree di parole autoreferenzianti, nonché, a volte,  di immani polpettoni, per confondere i donatori; qua c’è lo zampino della schiera di Fund Raisers, professione cresciuta negli ultimi anni e affollata da espulsi dal mondo del lavoro. Scoppiata, anche la moda, delle certificazioni di qualità e degli auditors di bilancio. Un fenomeno già tristemente noto per il profit dove il controllore è pagato dal controllato con i risultati visti (Parmalat, Cirio, banche americane e via discorrendo). Anche qui è l’immagine, la forma e il marketing che impera.

Poi, come anticipazione, ci sono casi tristi come quello dei poveretti (specie i beneficiari e i sostenitori) di CCS Italia e della schiera di consulenti (web marketing, fund raising, comunicazione) che paga con i soldi, teoricamente, destinati ai bambini sostenuti. Lì hanno investito euro 85.569 per una brillante campagna di Direct Mailing (che fa il paio con il Tutti a Tavola dello scorso inverno) ricavandone euro 9.616 (scrivono nel loro bilancio segreto). Eppure avevano usato un testimonial d’eccezione, l’onnipresente (dai socialisti craxiani ai giorni nostri) e inossidabile Fernanda Contri, l’eterno e ben remunerato protettore del sistema genovese. Forse per questo, da quando è Presidente del CCS e testimonial dello stesso, l’organizzazione perde il 20% di sostenitori all’anno. Si dice che sarà la prima poltrona da cui fuggirà per sua volontà. Il resto nei prossimi post.


Povero Risab

Agosto 16, 2009

rainFinalmente piove, fin troppo in certe zone. Gli allagamenti non fermano, però, proteste, scioperi e manifestazioni in gran parte gestite dai maoisti. Un amico che vende ortaggi (il Nepal è autosufficiente solo per il 30%) dice che i prezzi sono aumentati del 100% nell’ultimo anno, in gran parte a causa delle difficoltà dei trasporti e del relativo aumento dei costi. La benzina va e viene e quando manca il mercato nero prospera. I vegetali sono parte integrante nella dieta nepalese, basata su daal (lenticchie), bat (riso) e tarkari (verdure), nelle feste i polli (a rischio febbre) e nei villaggi qualche montone (sacrificato durante il Dashain).

La pioggia attuale, seppur erratica, produce disastri ma limita i danni all’agricoltura dovuti dal ritardi del monsone e dall’assenza di piogge pre-monsoniche. Anche se il Ministero dell’Agricoltura scrive oggi  This year, over 20 cultivable rice fields are barren in Chitwan following prolonged drought. Un pò di pioggia calmerebbe anche  gli elefanti selvatici che saltano fuori al Parco di Chitwan mezzi matti e distruggono villaggi e raccolti. In altre parti del Nepal, la pioggia blocca strade e sentieri, fa straripare fiumi e provoca frane sulle colline deforestate e abbandonate dagli agricoltori (diventati poveri migranti) ma non ferma il pellegrinaggio (curiosità) al povero Risab il bambino di otto mesi nato malforme. Vive fra i contadini di Ramechap (Tamang, Dalit, qualche Chetri) e i genitori, malgrado la disgrazia, contano sul piccoletto per sopravvivere. Ha avuto la sfiga di un raro evento “ il gemello parassitario” per cui è nato con 4 braccia, 4 gambe e due stomachi. Caso analogo accadde in India l’anno scorso quando una bambina nacque con un duplicazione cranio-facciale. Per entrambi possibilità di sopravvivenza è meno del 25%. Per entrambi grande e strana devozione (come spesso accade): i bambini sono considerati emanazioni di qualche divinità. Cosa curiosa che fra i criteri di selezione della Kumari (la Dea Bambina presente in molti villaggi e quella ex-Reale a Kathmandu) deve essere assente ogni malformazione.

Comunque il povero Risab è considerato, in questa fase di crisi generale del Nepal, una emanazione di Ganesh il Dio elefante, simbolo di prosperità e risabbenessere. Anche lui nato dall’innesto di una testa del pachiderma (quello di Indra il Dio vedico retrocesso con questo gesto) sul corpo del primo figlio di Shiva e Parvati, decapitato per errore da uno sguardo di Saturno. I templi di Ganesh sono ovunque, è una delle divinità più venerate nel grande mondo hinduista e tantissime persone portano il suo nome. Anche lui ha quattro mani (generalmente): una atteggiata nel mudra abhaya (protezione), una che tiene un dolce (modaka), simbolo della sua compassione, una a volte un cappio (pasha, ad indicare l’attaccamento alla materia da superare) nell’altra l’ ankusha (la picca per guidare elefanti e umanità). Il pancione indica l’abbondanza della natura, è segno di protezione e di dispensatore di benessere. Con quest’ultima capacità raccoglie la maggioranza della venerazione.

Dal villaggio del piccolo e sfortunato Risab se ne sentono di tutti i colori. Il piccolo stava per essere ucciso perché considerato portatore di sfortuna, fra l’altro non pioveva. La madre Januk è considerata una mezza strega. Forse, adesso, il flusso turistico-religioso farà cambiare idea ai contadini del villaggio e magari consentirà di raccogliere qualche soldo per cercare di curare il bambino. Segnaliamo, infine, che la stampa italiana torna a ricordarsi del Nepal, come è suo stile abituale per curiosità e gossip.

La sanità pubblica in Nepal è un disastro malgrado sia speso circa il 20% del budget nazionale (in gran parte finanziato dai donatori internazionali). Anche e specie in questo settore si fanno grandi discorsi e conferenze (hotels a 5 stelle) da parte di Nazioni Unite e ONG ma poco di concreto. Gli Health Posts piazzati in molti villaggi sono disertati dal personale, le medicine scarseggiano e gli ospedali distano, spesso, ore di cammino a piedi. Poche le strutture accettabili, fra queste l’Ospedale di Dhulikel (che segue anche Ramechap) con il quale era stato implementato un progetto per assicurare ospedalizzazione, safe-water e medicine per i bambini del distretto di Kavre, poi affossato dai mangiasoldi di CCS Italia.

Mi scrive Ramesh che mentre i politici di Kathmandu e gli espatriati discutevano dei massimi sistemi, già tre mesi fa la gente iniziava a morire di diarrea, colera e altre malattie intestinali in tutti i distretti collinari centro-occidentali (compreso Ramechap e Kavre). Le medicine e gli ospedali costano e i più colpiti sono i poveri e le caste marginali (Dalit, Tamang). Racconta Ramesh che a Jajarkot su 152 persone morte 72 erano Dalit. Come ovunque il Primo Ministro Madhav Kumar Nepal ha promesso Rs. 15.000 (euro 150) per le famiglie vittime del colera e il Ministro della Sanità qualche chilo di riso e lenticchie (speriamo non marcio come quello  distribuito dalle Nazioni Unite). Nessuno ha visto niente.

Io me ne scendo in Africa per una quindicina di giorni, vediamo cosa succede là sotto.


Un bel anno, almeno per questo blog

Agosto 10, 2009

incontro con le scuole a SarsyurkarkaSi scivola nell’estate, fra piogge dei monsoni in calo (circa il 50% in molti distretti in India e Nepal) che prefigurano crisi idriche e alimentari per il prossimo futuro. Dove piove la diarrea imperversa insieme alle frane. Tutto sempre e troppo uguale. I fancazzisti delle consorterie internazionali sono tornati a casa per le vacanze, nessuno ne sente la mancanza se non i bordelli di Phnom Penh e i casinò e hotels di Kathmandu.
L’Asia si ferma nel caldone e il Nepal, già immobile, non riesce a governarsi lasciando ingigantire i problemi: di sicurezza (hanno chiuso le imprese di Balaju a Kathmandu), di gestione della cosa pubblica (scuole, sanità, leggi). I maoisti scendono nelle strade, i 400 morti di diarrea sono finiti in trafiletti nelle pagine interne dei giornali, i prezzi aumentano sganciando tante persone dal sistema economico.
E’ questo un problema globale: i prezzi dei generi di prima necessità sono aumentati del 50% nel mondo nell’ultimo anno, tanta gente, ovunque,  non c’è la fa più. Chi ha privilegi, potere, soldi li difende con le unghie e se ne impippa del resto. In questo senso tutto il mondo è paese.
Ci rifugiamo nel nostro blog, per ringraziare gli oltre 27.000 visitatori di questo primo anno riempiendoli di statistiche.
Ci hanno visitato da 83 paesi: in testa Italia, Nepal, USA (stranamente), Cambogia, India, Mozambico e tutti i paesi europei. Poi spicca Hong Kong, la Thailandia e paesi sorprendenti: Libano, Senegal, Georgia, Lituania, Russia, Giappone, la Città del Vaticano, l’Afghanistan, il Congo.
Tante persone hanno visitato i post sull’adozione a distanza e sul triste (per i beneficiari) sistema delle ONLUS\ONG. In testa alla classifica compare anche quello sul film Slumdog e quello sul pezzo di sistema politico-affaristico che succhia nel pubblico e anche in una ONLUS a Genova.
Tanti anche i commenti, con qualche poverello come i contaballe di Promodigital e qualche ingenuo difensore della congrega di politici che sta distruggendo, prima della fuga, l’ONLUS CCS.
Questo è tutto, ho scritto il post come  forma indiretta di ringraziamento per chi lo segue, e fluisce anche sulle tante persone che hanno collaborato agli articoli e che stanno lavorando, malgrado mafie e consorterie, per i beneficiari.


Anche in Mozambico non si scherza

Luglio 7, 2009

mozambicoSono andato qualche volta in Mozambico dove si respira un aria mista, un po’ europea almeno nelle città. Beira sembra appena uscita dalla guerra (del resto durata ufficialmente fino al 1992) s’aggirano vecchi portoghesi residui dell’impero, poco traffico, strade dissestate. Questi mangiano montagne di verdure bollite (specie patate) nei baretti ex-coloniali, quando possono corrono a Maputo ad ascoltare il fadoVillankulos e Pemba (e le stupende isolette vicine) sono state scoperte dal turismo e i sud-africani hanno costruito belle lodges. Maputo e l’area circostante è stata trainata dallo sviluppo del vicino Sud-Africa e le case sul lungomare fra cui la residenza di Mandela (e, si dice della sua amante) sono state occupate dai burocrati ( e amici) del Frelimo, il movimento marxista (ora convertito al libero mercato) che vinse la guerra. All’opposizione il Renamo, un tempo appoggiato da USA, cinesi e Sud-Africa per constratare la forte spinta sovietica nella regione. Oggi i cinesi sono i veri vincitori: costruiscono strade, sfruttano le risorse minerarie, fanno commerci, danno aiuti vincolati al business. Non solo in Mozambico ma in quasi tutta la regione sub-sahariana.

Fra qualche mese, ad ottobre, le elezioni,  che si faranno, anche qui, in presenza di una strisciante crisi economica. Le esportazioni sono calate del 36% (primo trimestre 2009), specialmente quelle di alluminio la principale, gestita dalla potentissima Mozal (ben messa con il governo, i donatori internazionali e d’origine anglo-australiana). 1000 dipendenti fra i meglio pagati in questa parte di mondo. La Mozal dovrebbe trainare investimenti stranieri in nuovi grossi impianti localizzati nel Beluluane Industrial Park, l’area industriale appena costruita nei pressi della capitale. Lodi e critiche al progetto: scuole, sanità, assistenza sociale sono assicurate ai dipendenti (prossimi per l’intera area a 5000); niente ricadute sulle aziende locali (e , dunque, sullo sviluppo economico diffuso) perché tutti i materiali ed esperti arrivano dal Sud- Africa o dall’estero.

La Mozal è una potenza: l’alluminio pesa per i 2\3 sulle esportazioni mozambicane e copre la metà della crescita del PIL (che nel 2008 è stato un bel 7%). Armando Guebuza (presidente) e il potentissimo e inossidabile Joaquim Chissano guardano con preoccupazione al crollo dell’alluminio, del gas naturale (-50%) e dei prodotti agricoli (cotone, noci, tabacco, legname, -30%) e al coseguente dimezzamento della crescita del PIL (si preannuncia un PIL in crescita per il 2009 solo del 4%), non sufficiente a ridurre la povertà, combattere l’aids (1,5 milioni affetti) e la malaria (5 milioni colpiti), estendere l’educazione nelle aree rurali (2\3 della popolazione) come era nelle intenzioni di governanti e donatori. Aumenta la migrazione verso il Sud Africa e scoppiano disordini con i locali (22 stranietri uccisi nell’ultimo mese).

Quindi, malgrado il naturale sviluppo dell’economia e del mercato: trasporti, comunicazione, conoscenze, reddito, educazione, sanità, permangono elevati gli indicatori di povertà che pongono il paese, malgrado l’enorme sviluppo degli ultimi anni, in fondo alla classifica dei paesi più sfigati: 167 su 179. In teoria, accanto al mercato, avrebbe dovuto agire la gran ghenga della cooperazione internazionale che qui ha riversato fiumi di miliardi e innumerevoli politici (molti dei quali italiani, dato che il Mozambico è il paese che riceve, tramite le ONG, il più alto obolo dalla cooperazione italiana).

Uno spicchio di cosa fanno questi proviene da un collaboratore italiano, che lavorò per 10 anni per CCS Italia (abituale esempio citato dell’inefficienza e cialtroneria delle ONG). Leggiamo cosa mi scrive (la sua mail è disponibile per i malfidenti) e per quei poveretti di Promodigital (spariti dala circolazione dopo le promesse di documentazione) che hanno pubblicizzato questi succhia soldi.

“Sono 3 anni non hanno fatto quasi nulla bel modo di fare cooperazione fanno una o due distribuzioni l’anno 50 o 60 mila meticais. 20 dollari (in Italia raccolgono euro 250 a bambino ndr) circa questo piu o meno l’aiuto che riceve un bambino all’anno. Tempo fa c’erano qui degli ispettori (i perdigiorno della teorica, ma costosa certificazione di qualità ndr) per vedere se tutto era in regola hanno dichiarato che tutto era perfetto chissa a chi hanno chiesto informazioni forse in qualche hotel a 5 stelle a Maputo. comunque questa è la cooperazione che fa il CCS (Centro Cooperazione Sviluppo ONLUS) qui in Mozambico”.

Questa mail fa mucchio con quelle provenienti dal Nepal e con l’incredibile storia dei Boat INGO People dalla Cambogia (progetti per favorire l’ammortizzamento di barche dei cooperanti come si legge). Per farci qualche altra risata aspettiamo il bilancio, che per vergogna forse, quest’anno è stranamente in ritardo.


Nepal: ex schiavi fregati

Aprile 2, 2009

dalitIl 17 luglio 2000, il parlamento libera dal lavoro obbligato (schiavitù), a volte di generazioni, oltre 100.000 Kamaiya (solo 40.000 ufficialmente riconosciuti). “Mio padre, e suo padre prima di lui lavoravamo la terra del padrone, gli dovevamo molti soldi (Rs. 20.000- euro 200). Ci pagava circa Rs. 100 (1 euro) al giorno, qualcosa meno per le donne e i bambini. Tutto andava per mangiare, dormire e ripagare il debito” mi raccontava Patu Tharu, uno dei  bonded agricultural worker.
Siamo a Tinkune, fra tende di plastica, in uno spiazzo non distante dall’Assemblea Costituente, in una delle zone più trafficate di Kathmandu. Qui vivevano 300 famiglie, ogni tanto altre arrivano e partiva una dimostrazione, le più intense e quotidiane nel 2007. Le famiglie sono state scacciate sulle rive del Bagmati, oggi secco e pieno solo di spazzatura, continuano a vivere in capanne coperte di teli di plastica. Qui con nulla, Patu Tharu, chiede solo un pezzo di carta che lo autorizzi a possedere un pò di terra, lavorarla e avere da mangiare e qualcosa per far studiare i suoi figli. Non è molto ma dal 2000, governi, donatori, ONG non sono riusciti a darglielo e con lui ad altre decine di migliaia di ex-schiavi che, forse, stavano meglio con il loro padrone.
Hanno speso milioni di dollari senza mantenere quanto promesso, cioè il minimo vitale: 5 kattha di terra (600 mq), un po’ di legna per costruire una casa e Rs. 10.000 (euro 100). Tanti training, qualche libro, file di reports come hanno spesso denunciato i capi e gli avvocati delle organizzazioni delle comunità: Many NGOs and INGOs have also spent huge amounts in the name of Kamaiyas but have nothing much to show, The ministry and NGOs has spent most of the allocated money in the name of skill development training.
Pashupati Chaudhary è il presidente della Freed Kamaiyas Society e più volte ha dichiarato: Though Human right organizations and several NOGs and INGOs have been coming up with the support for Kamaiys, they are not satisfied to some NGOs misusing the issue of Kamaiyas and funding.
Meno di un terzo ha avuto qualche pezzo di terra, in molti casi lande desolate su cui era impossibile raccogliere qualcosa.
La loro storia era già cominciata male: le schiere di NGOs e donatori, che si erano gloriati per la loro liberazione (un evento naturale e già previsto con l’avvento della democrazia nel 1990), avevano diviso i Kamaiya in due liste in un caotico processo di riabilitazione. La maggior parte sono Tharu che abitano nei distretti sud-occidentali di Dang, Banke, Bardiya, Kailali, e Kanchanpur, Bardya ma cisono anche Dalit e migranti delle colline.
Da allora sembra, perché non vi sono (come per altri settori) statistiche attendibili, che 20,000 siano in attesa di ricevere qualche aiuto perché inseriti nelle liste, 10.000 sono in giro per il Nepal disperati (molti sono tornati con la coda fra le gambe dal vecchio padrone), 5000 hanno ricevuto terra insufficiente per sopravvivere, 4000 sono i fortunati che hanno un pezzo di terra e il prezioso certificato di proprietà. Altre migliaia di disperati sono forse migrati in India o raminghi per il Nepal.
Il Nuovo Nepal, è sempre diretto, fra le alte caste,  dai grandi proprietari  Yadav, da sempre, e ancor oggi, trasversalmente le elites dei partiti Madhesi, maoisti e del Congresso eletti nel Terai, continuano a promettere soluzioni e tenersi ben stretto il potere.
Migliaia di bambini continuano a lavorare come prima del 2000 in famiglie private come servi, in hotels, ristoranti, piccole fabbriche senza accesso all’educazione. L’ILO ha fondi (USD 600.000 nel 2008) per intervenire tramite il International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) ma i risultati sono minimi a parte la celebrazione, in pompa magna, il 17 luglio, del Kamaiya Liberation Day.
Stessa storia per le bambine (kamalari), vendute\affittate durante il festival invernale del Maaghi, con un contratto di leasing d’importo variabile fra Rs. 4.000-6.000 (euro 40-60). Il contratto è per un anno e le bambine vanno a lavorare nelle case dei ricchi, nei tea-shops, nei ristoranti, nelle fabbriche di tappeti e pashmine, qualcuna sparisce nei bordelli dell’India.
I parenti spiantati mantengono il contatto con la bambina solo tramite il middleman e, normalmente, continuano ad affittarla per sopravvivere. Le storie sono sempre uguali, per la dote, per comprare attrezzi o sementi, per far studiare un figlio, per un monsone stanco si chiede un prestito di poche centinaia di euro. Se non si è in grado di restituirlo si affittano i figli o si vende la terra e la casa, il che è la fine. Un contadino salariato guadagna Rs. 150 (euro 1,5) al giorno che non gli consente di vivere.
Poi, appuntamento il 17 luglio, tutti con il vestito della festa, per andare ai parties dell’ ILO (International Labour Office) per celebrare la loro liberazione e, tanto che ci sono, a uno dei numerosi workshops sui diritti umani.
In Italia raccoglie soldi e dichiara di lavorare a favore dei Kamaiya l’ONLUS Action Aid.


Basta prender soldi: no profit e banche

Marzo 21, 2009

citi-bankWall Street è ripiegato su se stesso, anche i ristoratori indiani, al centro del boom economico e delle frequentazioni delle schiere di managers, analisti, venditori di titoli, stanno un po’ boccheggiando. Questa gente sfila per le strade come ladri beccati in castagna, con le teste basse e il viso segnato. Tanto, iniziano a perdere il posto di lavoro, fra i primi,  i colletti bianchi high-tech, giunti dall’India e dall’Europa. Si è salvato Vikram Pandit, dal 2007 CEO della Citi Bank, e uno dei primi americani d’origine indiana a salire così in alto nel sistema bancario USA. Un ipotesi, che l’abbiano messo lì per fargli la festa, visto che, secondo Clara (e i suoi conoscenti) non avrebbe l’esperienza per gestire la più grande banca del mondo.
Clara vive a New York, sta facendo uno stage in una banca e mi scrive un po’ preoccupata dal suo ufficio di Manhattan: un pò meno lavoro, meno soldi circolanti e dunque rischio di tornarsene a casa. E’ diminuito lo stress delle trimestrali che hanno obbligato tutti, per anni, a concentrarsi sui risultati a breve e non a lungo termine: una delle cause del botto finanziario. Ha letto il post su banche, dittatori e criminali di stato, ladri di risorse naturali, distruttori di ecosistemi (alcuni dei quali con i conti nella Citi Bank) e vuole dire la sua.
Clara racconta che  Citi Bank era già nota (anche in Italia) per una certa disinvoltura del suo management e il rapporto Undue Diligence: How banks do business with corrupt regimes, ben s’inserisce nel suo ruolo nello scandalo Parmalat e nella condanna per la truffa (USD 14 milioni) ai danni dei propri correntisti, scoperta in California nel luglio 2008.
Fra le Zombie Bank che sono moltiplicate negli USA, la Citi è il caso più clamoroso e quella che s’è beccata USD 50 miliardi (+ garanzie per 301). In a better world, Citi would have long ago been put into bankruptcy, scriveva il Wall Street Journal senza aggiungere che questa banca, come altre, non era stata sottoposta a nessun controllo grazie ai contatti con la mafia politica di Washington.
Fortunatamente, dopo aver perso nel 2008, l’87% del suo valore in titoli ha riscoperto la social responsability cancellando l’ordine per l’acquisto di jets privati per i suoi top executives, ma non sembra però aver rinunciato, malgrado il giusto linciaggio mediatico, alla ristrutturazione degli uffici (sempre per i top) per USD 20 milioni. Alla faccia dei contribuenti americani, dei profughi di Wall Street e dei milioni di persone a cui è stata pignorata la casa.
Con questo curriculum ecco comparire la Citi Bank nel sito Una buona causa.it, in cui una ventina di ONLUSNGO (fra cui quelle citate in questo blog:  CCS Italia Intersos) cercano di rastrellare qualche spicciolo. Poi da chi arriva non ha importanza.
La schiera di fundraiser, che rispondono un pò piccati, a qualche critica sul web marketing delle organizzazioni no-profit (ONP), saranno sicuramente in grado di  collegare il curriculum della Citi Bank a “Vuoi rendere il mondo un posto migliore? Combattere i cambiamenti climatici? Migliorare il benessere degli animali? Combattere le malattie?”
Lo slogan straordinariamente definito di Una buona causa.it (shopping per un mondo migliore). Clara ed io pensiamo, sempre. di stare in un altro mondo.