La crisi si sta risolvendo come scritto in altri posts. Il veterano Madhav Kumar Nepal, (nuovo Primo Ministro) uno dei maggiori responsabili dello sfascio del paese dal 1990, è riuscito ad assicurare al suo partito (UML- (Unione dei marxisti leninisti) uscito duramente sconfitto dalle elezione un po’ di potere, sicuramente temporaneo. I maoisti sono incazzatisimi e giudicano il governo un fantoccio (puppet) creato con un alchimia politica da “foreign masters”, cioè India e USA.
Non hanno tutti i torti per entrambe le definizioni, il nuovo governo indiano gongola nel vedere i maoisti isolati, le loro velleità verso la Cina stroncate e il possibile appoggio ai maoisti indiani annullato. Inoltre, il loro protetto il Congresso nepalese, malgrado l’assoluta crisi di leadership (ancora comanda il vecchissimo Koirala), riprende l’iniziativa e il comando, strumentalizzando la voglia di potere del Partito comunista moderato (UML), in perenne competizione con i maoisti.
Prachanda ha fatto, come in tutti questi 9 mesi di governo, la figura del somaro. Sputtanato a livello planetario per lo scandalo del sovra-dimensionamento del suo esercito, dei fondi per i combattenti transitati nelle casse del partito (grazie al fancazzismo e incompetenza delle Nazioni Unite), per il suo piacere manifesto per mangiate, belle macchine e prebende non sarà neanche credibile quando il nuovo governo s’insabbierà nelle lotte di potere e nell’incapacità di governare. I maoisti non sono ricordati positivamente per le loro capacità dalla gente del Nepal. Adesso hanno due strade davanti e un opportunità: cercare di co-partecipare al governo e spingere per la soluzione dei problemi del paese o, come sembra, ricostituire un governo alternativo nei villaggi e nelle città, basato sulla violenza e le minacce. Nel primo caso sarebbe un grande merito da spendere nel secondo un ulteriore spinta verso al disgregazione sociale del paese.
Sabato, il noto Nepal Defence Army (gruppo terroristico hindu) è ricomparso a Kathmandu facendo esplodere una bomba artigianale nell’unica chiesa cattolica della capitale, sede del nuovo vescovado. Due morti, molti feriti. I due ragazzi rimasti uccisi portano nomi occidentali Patric, Celestina. Erano membri della comunità cattolica che è cresciuta negli ultimi vent’anni, da quando fu costruita la strana chiesa di Jawalakhel, sede dell’attentato. I sacerdoti cattolici hanno, lentamente perché in Nepal era vietato fare proselitismo religioso, costruito scuole, centri d’assistenza, muovendosi come operatori sociali . Del resto il Vaticano è la più grande (e forse più efficace) ONLUS\ONG del mondo. In Nepal, poi, l’essere cattolici è diventata una specie di moda, d’avanzamento sociale e d’occidentalizzazione.
La chiesa ha una stravagante architettura, che compare a sorpresa alla fine di uno stretto vicolo. Mischia stili buddhisti, hinduisti e il cupolone è sovrastato da un immenso angelo con un topi (cappello nepalese). Nel compound funzionava una scuola per bambini abbandonati. Father Antony Sharma (nella foto), da un paio d’anni, nominato vescovo è un simpatico vecchietto nepalese che proviene, però, da Darjeeling il centro dell’intellighenzia della diaspora; chiaramente è un brahmino. Con lui iniziammo a lavorare nel 2003, cooperando per la creazione e il sostegno di una scuola a Chitwan per i bambini Chepang.
Dolore, sconforto e preoccupazione sono i sentimenti dominanti nella comunità cattolica (un paio di migliaia di fedeli) e fra i sacerdoti e missionari. Qualche mese fa, si sospetta, fu ucciso un missionario nell’ovest del Nepal dalla Nepal Defence Army che richiede uno stato hindu, il sanscrito obbligatorio nelle scuole, il divieto di altre religioni. Lo stesso gruppo ha rivendicato, nei mesi scorsi, attentati con vittime nel Terai e a Kathmandu. Legati ai gruppi oltranzisti hindu indiani, mano armata dell’ex re Gyanendra in una strategia della tensione; queste sono le voci che circolano. Dato certo che compaiono nei momenti di crisi politica e contribuiscono a rendere il paese pericolosamente fragile.
Pubblicato da crespi enrico 
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Nepal: senza luce arriva il baby boom
Febbraio 7, 2009Si stanno riparando i piloni nel Terai (distrutti dall’alluvione di agosto) recuperando 60MW. Ha preso il via l’impianto idroelettrico sul fiume Marsyangdi, nella splendida valle che porta al Manaslu, aumentando la produzione elettrica di 48MW. Serve ancora molta elettricità per assicurare il fabbisogno minimo per cittadini ed industrie e iniziare a sfruttare l’enorme potenziale idroelettrico calcolato in 42.000 MW di cui oggi prodotti solo 300 (ne servirebbero 770).
La gente ha imparato a vivere senza elettricità (14 ore al giorno circa), dimostrando che è possibile organizzarsi anche senza servizi primari. Atteggiamento che rientra nella culturale e tradizionale accettazione che rende l’Asia piacevolmente statica. Qualcuno, però, ha fatto i conti su questo progetto idroelettrico finanziato dai precisissimi tedeschi.
Per costruire la centrale sono serviti il doppio degli anni previsti (8 anni) e più del doppio dei soldi (da 130 a 233 milioni di euro). Purtroppo adesso, come sempre, inizia a mancare l’acqua nei fiumi e nelle case fino al prossimo monsone e anche gli impianti idroelettrici producono meno e due centrali private sono saltate; una (Indrawani) bloccata dagli abitanti che dicono la centrale è nostra e non vogliamo dare in giro l’elettricità, vogliamo guardare Indian Idol 4 senza tagli.
Il bottone che fece partire la centrale sul Marsyangdi fu schiacciato, a dicembre, dal Primo Ministro PKD (Pushpa Kamal Dahal) che è stato uno dei responsabili dei ritardi nella costruzione, bloccando i lavori e chiedendo donazioni, durante gli anni del conflitto. Allora minacciava disastri e accusava i gestori del progetto di corruzione e non aveva tutti i torti perché il raddoppio delle spese è finito nelle tasche della nomenklatura nepalese (e non solo). Ormai però tutto è fatto, perché cercare i colpevoli e, come insegna l’antica scienza della politica italiana, oggi a me domani a te.
Del resto Eighty percent of the world’s governments fail to provide adequate information for the public to hold them accountable for managing their money, according to the Open Budget Index 2008. Il Nepal ha un indice di 43, la Cambogia di 11 (su un massimo di 100) (l’Italia non è stata valutata, forse è meglio così).
Il caso della centrale sul Marsyangdi ripropone la grande questione degli aiuti internazionali e del loro utilizzo. Se ne fa un gran parlare nel 2005 è stata addirittura fatta una la Dichiarazione di Parigi sull’efficacia degli aiuti, oltre 100 Paesi donatori e partner si sono impegnati a organizzare in modo più efficace la cooperazione allo sviluppo. Alla revisione di tali accordi è dedicato il vertice di Accra (Ghana nello scorso settembre) ancora riga di chiacchiere e dichiarazioni d’intenti. Si rilevano i problemi (100 miliardi di aiuti internazionali si perdono nelle melme burocratiche e corrotte dei paesi donatori e riceventi). Poi il solito scaricabarile “ corruzione e sprechi soprattutto nei Paesi dell’Africa riducono l’efficacia degli interventi“. Ma se ci sono corrotti, che ogni tanto saltano fuori, ci saranno anche corruttori (protetti dalle mafie delle organizzazioni internazionali) che avranno dei vantaggi e maggiori responsabilità, visto che fanno girare i soldi
A questo proposito ieri grande spolvero di falci e martello (sarebbe da organizzare una gita, se si mettessero d’accordo almeno sugli orari, dello spezzatino di
Sul palco belli grassi, una sfilza di brahmini (bhaun), chetri, newari che alla faccia della fine del feudalesimo e alla cacciata del sovrano continuano a malgovernare il paese. Un po’ come in Italia anche se le caste, lì, non sono sempre determinate dalla nascita ma dalla capacità di servire fedelmente.
Una bella notizia il mandarino Ian Martin, uno dei capi della cupola delle NU, gran spendaccione (delle nostre tasse) e principale creatore di disastri post-conflitto, se n’è finalmente andato.