La Ruota gira per il Tibet.

Novembre 14, 2009

la Ruota del Dharma-TibetLa visita del Dalai Lama all’antico Gompa di Tawang nel nord-est dell’India (Arunachal Pradesh) ha risvegliato un po’ di tensioni, fra Cina e India, e rimesso all’attenzione la questione, quasi spenta, tibetana.

Tanto, il posto è suggestivo. Tawang un tempo era territorio tibetano, grandi vallate e alte colline con dietro l’Himalaya, abitate dai Monpa (gruppo tribale d’origine tibetana). Per gli indiani  riporta alla memoria il conflitto del 1962 quando truppe cinesi scesero fin qua sotto. Fra colline piene di orchidee, si combattè duramente e gli indiani (fra cui i gurkha nepalesi) riuscirono, finalmente,  a bloccare i cinesi prima che scivolassero nelle piane dell’Assam.

Un armistizio e successivi accordi rimisero tutto come prima, ma la questione dei confini rimane aperta. India vorrebbe indietro 43.180 Kmq in Jammu e Kashmir, più altri 5.180 ceduti al Pakistan nel 1963. La Cina reclama 90.000 chilometri quadrati, cioè gran parte dell’ Arunachal Pradesh.

Ancora prima,  Il grande Gompa bianco di Tawang,  sdraiato ai piedi di una collina,  ospitava 600 monaci della scuola dei Berretti Gialli Geluk Pa (a cui appartiene il Dalai Lama); la leggenda vuole che il luogo in cui fu costruito il monastro-fortezza fu scelto dal V Dalai Lama (siamo intorno al 1680), grande politico e creatore del Tibet moderno, a cui l’attuale sua emanazione Tenzin Gyatso s’ispira.

Un sacco di gente è venuta a salutare il Dalai Lama, bandiere tibetane (subito rimosse dalla polizia) e della preghiera riempivano le strade di montagna che salivano nel remoto West Kameng (il distretto) rimpiazzando i turisti indiani (qui numerosi) e le troupe cinematografiche di Bollywood, che amano queste colline, cascate, ruscelli per ambientare i loro polpettoni.

La diatriba fra Pechino e Delhi è durata poco, gli indiani, astutamente, hanno fatto finta di niente “I do not visualise any conflict on the border dispute between India and China,” ha dichiarato il potente ministro delle finanze Mukherjee “We have an institutional arrangement. Though there are divergences of views but, in the form of the special representatives of the Prime Ministers of both countries, they meet regularly — up to now more than a dozen meetings have taken place,”. “Both prime ministers agreed to maintain peace and tranquillity on the border and our economic cooperation, particularly trade, which is expanding very fast,“. In effetti, essendo merci in competizione, il commercio fra i due giganti asiatici era scarso ma, il mese scorso, il PM Manmohan Singh e quello cinese Wen Jiabao hanno tenuto un incontro in Thailandia per smuoverlo. Intanto il libero mercato sta già operando, con un intenso contrabbando di prodotti elettronici cinesi attraverso le bucate frontiere nepalesi.

Aggiungiamo che il Dalai Lama aveva già visitato Tawang e il vicino Gompa di Urgelling (dove nacque il poeta gaudente VI Dalai Lama) senza tanto chiasso da parte dei cinesi che sembrano, oggi, i migliori propagandisti del governo tibetano in esilio.

La realtà è, come già scritto in altri posts, che la questione tibetana (dal punto di vista politico) è fatta solo di chiacchiere; a nessun governo interessa, crea imbarazzo (vedi visita del Dalai Lama a Roma, il prossimo 18 novembre), e non ha speranza di soluzione se non una progressiva integrazione dei tibetani (in Tibet) nell’economia e amministrazione cinese. . Il tempo per fare qualcosa è finito, per interessi geopolitici, negli anni’60 quando tutti i governi occidentali, l’India e le Nazioni Unite se ne fregarono dell’occupazione cinese.   Anche gli stessi tibetani sono ormai, naturalmente, proiettati nella realtà                     

A Lhasa i giovani tibetani vorrebbero essere integrati nell’ amministrazione pubblica, lavorare o poter migrare in cerca di fortuna. A Dharamsala (sede del governo in esilio) i giovani tibetani hanno gli stessi modelli culturali dei loro coetanei indiani e anche loro vorrebbero andarsene in Europa o USA dove tanti loro connazionali non sela passano male. In Nepal, dove tutti amano il casino, ogni tanto protestano ma poi tornano tranquilli a fare business con successo, chiedendo magari di essere considerati regolari e non discriminati dalla polizia e dalle autorità locali. Lo stesso Karmapa (terza autorità spirituale) Lama Trinley Dorje, 24 anni, s’è impallato con i videogiochi.

La questione tibetana è tenuta viva da minoranze d’intellettuali,  politici con i soldi dei  dharma people occidentali, finchè resterà di moda ovvero fino a quando non girerà la Ruota delle Vita e lo spirito dell’attuale Dalai Lama troverà sede nel corpo del suo successore (anche se le profezie dicono che lui sarà l’ultimo Oceano di Salvezza).

Allora saranno problemi. I cinesi, come è accaduto per la seconda autorità religiosa del Tibet (il Panchen Lama) imporranno un loro candidato, la diaspora tibetana si spaccherà fra i filo-cinesi di Shugden e il governo in esilio; finita la querelle la questione tibetana dimenticata. Sarà difficile trovare un personaggio carismatico e intelligente come l’attuale Dalai Lama, un periodo così adatto per diffondere gli insegnamenti di Buddha.

Vediamo cosa sta già accadendo per i musulmani Uighuri (scontri feroci nello scorso luglio nel Xinjiang. Nei giorni scorsi, ufficialmente sono stati condannati a morte 9 manifestanti “The first group of nine people who were sentenced to death recently have already been executed in succession, with the approval of the Supreme Court,” ha dichiarato Hou Hanmin, portavoce del Governo dello the Xinjiang. Qualcuno l’ha saputo, qualcuno ha protestato?                  

  E’ importante che del Tibet rimangono insegnamenti, idee di vita, suggestioni utili per tutti come ricorda il viso rilassato e sorridente del grande Buddha di legno dorato di Tawang, le antiche tanke conservate, l’armonia e bellezza del tempio.


Storie di Yarchagumba, business sull’Himalaya

Luglio 6, 2009

dolpoLe scuole si chiudono per due mesi nei distretti occidentali del Dolpo, nelle alti valli del Manang di Darchula e del Rolpa, tutti, compresi, vecchi donne e bambini salgono montagne e colline per raccogliere il magico (e costoso) fungo-larva del Yarchagumba. Una muffa-fungo, (Cordyceps sinensis) durante i mesi invernali, fagocita il corpo di una specie di bruco\larva (Thitarode) mummificandolo. La reputazione della Yarchagumba come revitalizzante è vecchia di 1500 anni. Nei villaggi tibetani si fanno  fanno infusi nel tè e nelle  zuppe per migliorare le prestazioni sessuali, purificare il fegato e rafforzare l’energia vitale.

Anche in Himachal Pradesh, Uttarakhand, Sikkim and Arunachal Pradesh si trova questa muffa, il cui nome deriva da “estate pianta e inverno insetto”,  anche lì utilizzato dalla medicina tradizionale ed esportato in Cina, Giappone e mezzo mondo. Si lasciano una decina di funghi\muffe biancastre in infusione nel chang (orzo o riso fermentato) per un mese e poi si beve la pozione. Risultati: stile quelli del ginseng, un po’ più di tonicità. Molti, anche fra gli espatriati di Kathmandu, ne parlano come una svirgolata di potenza ma a me non è sembrato.

Queste qualità energetiche (vere o presunte) hanno creato un vasto mercato (enormemente cresciuto dal 2001 quando il governo nepalese liberalizzò la raccolta, chiedendo una tassa formale) portando reddito fra i raccoglitori. Intere famiglie salgono fra le montagne (il fungo nasce fra i 3000-5000 metri), costruiscono tendopoli di plastica o si rifugiano nelle grotte. Lassù fa ancora freddo e c’è rischio di valanghe. Per questo i brokers attendono nei villaggi per poi veicolare la muffa bianca verso il Tibet (Cina), Kathmandu e l’occidente. La Yarchagumba inizia ad essere raccolta quando si scioglie la neve da metà giugno. Non è facile trovarla fra l’erba e deve essere poi ripulita con uno spazzolino da denti. Un chilo viene venduto dai raccoglitori per euro 500 e poi rivenduto per il doppio dai brokers, per finire a un costo finito di oltre euro 15.000 per la migliore qualità. Un chilo è composto da circa 4200 funghetti.         Ogni cercatore si porta a casa una trentina di euro al giorno, se è fortunato, racconta l’amico Gyathsen che arriva da quei villaggi, una cifra enorme che permette di comprare casa, terra, mandare i figli a studiare. Come sempre accade c’è chi la produce in casa con funghi marci e cerca di rivenderla.

Si racconta che parte di fondi utilizzati dai maoisti per le armi provenissero dal controllo del commercio della Yarchagumba nelle aree da loro controllate in Rolpa e Dolpo. In Tibet i profitti derivanti dal fungo (nelle poche aree in cui si raccoglei)  hanno provocato, nel luglio 2007, scontri fra cercatori a Dabba (Sichuan) con una decina di morti e qualche centinaio di feriti. In Tibet la raccolta è controllata (almeno dove può, dal Governo) e naturalmente limitata. Durante i giochi olimpici diversi atleti utilizzarono il fungo sollevando qualche problema di anti-doping. Poiché il business non conosce frontiere (specie quelle bucate nepalesi) è iniziato un fiorente contrabbando del fungo verso la Cina (dove vi è grande richiesta e poca produzione) con al centro l’antica città mercato tibetana di Taklakot. Qui si commercia di tutto (illegalmente), pelle di animali protetti, muschio di gazzella, droghe varie e anche la Yarchagumba.

Business crescente e lucroso, tant’è che nello sperduto villaggio di Nar, fra i bellicosi manangi, un gruppo di sette cercatori estranei è stato fatto fuori. Di norma, come in Italia per i cercatori di funghi, si poteva arrivare a qualche bastonata per chi si avventurava a cercare il costoso fungo fuori dalle sue zone. Ma ora con la crescita dei guadagni anche i cittadini (o gli abitanti delle pianure, 2000 solo in quest’area) s’avventurano a cercare fortuna in assenza di opportunità di lavoro e reddito. E’ una lotta per la soppravviveza e, chiaramente,  i montanari s’incazzano dalle botte sono passati a metodi più spicci. La polizia ne ha arrestato 63, la conseguenza sarà proteste a non finire nei prossimi giorni.

Chi vive nelle città nepalesi è un po’ allo stremo con un inflazione (ufficiale) del 13% che si concentra sui generi alimentari primari (riso, verdure, zucchero) dove i prezzi sono aumentati nell’ultimo anno di oltre il 30% e un economia sempre più basata sulle rimesse degli emigranti e gli aiuti internazionali. Lo sviluppo del sistema produttivo, delle piccole medie-industrie, dell’agricoltura moderna sono rimaste nei papiri delle organizzazioni internazionali. L’unica politica economica è “si salvi chi può” come è ben rappresentato dall’affaire Yarchagumba nel Manang.


Naples o Nepal, incredibili storie di migranti

Aprile 10, 2009

somaliI nepalesi, sappiamo, sono abituati a proteste di ogni genere. In questi giorni è il turno dei famigliari di un giovane steso da un auto dell’ Ambasciata americana che chiedono compensi, e lamentano (forse a torto, l” abbandono da parte dell’ investitore. Fatto strano perché di norma le auto degli stranieri dovrebbero essere assicurate. Ma ancora più strano è trovare gruppi di rifugiati somali a protestare davanti alla sede del Governo, il grande (e bello) Palazzo bianco del Singh Durbar, ereditato dai brillanti principi Rana.
La storia ha dell’ incredibile. Un gruppo di 72 per fuggire alla tragedia di Mogadiscio s’ affida a un’ agenzia di trafficanti d’ esseri umani (Hayat Agency) che gli promette, in cambio di una somma di denaro di migrare a Napoli (in inglese Naples), da lì s’ apriva l’ Eldorado della ricca Europa.
Invece di finire a Naples il gruppo di esuli finisce in Nepal per un banale errore di pronuncia,  di comprensione o il solito truffone. I found that I had been cheated only after I had landed in Nepal, a place that I’ve found to be far different from what I’d imagined Italy ’s Naples to be, racconta ai giornali uno degli ingenui migranti.
Ciò accadde nel 2006 e da allora vivono come rifugiati a Kathmandu, sostenuto con un sussidio di Rs. 4500 (euro 45) che permette poco anche  qui.
I loro cartelli chiedono di non essere dimenticati (come sta accadendo da tre anni) e di trovare futuro e lavoro in un posto che dia qualche prospettiva in più del Nepal, anch’ esso terra di poveri migranti.
A Thamel la polizia è intervenuta contro un gruppo di dimostranti tibetani arrestandone una trentina. Protestavano per le sentenze di condanna a morte di due partecipanti alle dimostrazioni del marzo 2008 a Lhasa (l’ auspicio probabile è che verranno tramutate, come per altri 5 condannati , in anni di detenzione).
Il governo cinese sta manovrando con estrema durezza sia in Tibet che nel paludoso mondo della diplomazia internazionale per isolare il Dalai Lama. Anche il bulletto Sarkosy (dopo il Sudafrica) si è umiliato davanti al premier cinese Hu Jintao, firmando una dichiarazione sull’ appartenenza del Tibet alla Repubblica Popolare, nell’ ultimo vertice dei G 20.
Il governo nepalese aveva anticipato, prendendosi una riga d’insulti dai moralisti internazionali, questa politica tragicamente realistica. Come Sarkosy saranno felici anche i tour operator nepalesi che hanno visto un calo del numero dei turisti a causa della chiusura del Tibet, la sua riapertura promette l’ arrivo di qualche dollaro\euro in più.


Tibet, il muro non s’incrina

Marzo 11, 2009

tibetaniPacifici hanno pregato a Bodhnat, i tibetani della diaspora, sorprendendo, almeno fino ad ora, tutti. Per i nepalesi La festa chiassosa dell’Holi, gli spruzzi d’acqua colorata e di polvere rossa, l’assalto alle ragazze sono stati in tono minore per la situazione nel Terai e le forze anti-sommossa nelle strade.
Il centro di Kathmandu è presidiato per impedire ogni manifestazione in un raggio di 200 metri dall’Ambasciata cinese e dall’Ufficio Visti (sede la scorsa estate di interminabili scontri ed arresti). Almeno per adesso tutto scorre senza incidenti, come avevano richiesto i funzionari cinesi, giunti in forze nei giorni scorsi. Il blocco di Kathmandu si coniuga, un po’ tristemente, con quello dell’intero Tibet, delle province limitrofe e dei confini (per evitare infiltrazioni di tibetani dissidenti dall’India e dal Nepal). Espulsi i pochi giornalisti che s’aggiravano intorno al monastero di Rongwo (nel Qinghai), una delle zone più esplosive e sede di qualche scontro e arresto di monaci negli scorsi giorni.
In verità la Regione Autonoma (il Tibet propriamente detto) non è mai stata ufficialmente aperta ai giornalisti e i turisti dovevano partire da Kathmandu ( o da altri posti) in gruppo con un permesso speciale (oltre che al visto cinese). Il Tibet fu aperto, liberamente, solo per uno sprazzo temporale nel lontano 1987.
L’efficiente servizio d’informazioni del Governo tibetano in esilio non ha segnalato particolari violenze in questi giorni ma, la rivolta di Lhasa del 1959 durò dieci giorni e si concluse con centinaia di vittime, arresti e la distruzione di mezza città. Poi, si deve attendere, la provocatoria  Festa della Liberazione del Tibet (28 marzo), voluta dal governo di Pechino,  per vedere se rabbia o rassegnaziaone preverranno fra i tibetani sull’altopiano e della diaspora.
Oggi in tutto il mondo ci sono state manifestazioni per ricordare l’inizio della rivolta del ‘59 e le molte persone che persero la vita lo scorso anno; la stampa internazionale attendeva il disastro.  Il Losar, invece, sta scivolando via, senza enfasi nè problemi; a Dharmasala qualche cinese della Federation for a Democratic China, ha celebrato, insieme ai tibetani.
Ma l’impressione (segnalata in altri post) permane, che stia diffondendosi un po’ di rassegnazione (o buddhista accettazione della realtà) fra i tibetani della diaspora (ormai sparsi e integrati in tutto il mondo) e quelli del Tibet (impegnati a combattere le limitazione imposte dagli Han e raccogliere qualche dividendo dall’esplosiva economia cinese). I duri scontri dello scorso anno, la visibilità olimpica delle proteste non ha portato, ancora una volta, a nessun cambiamento istituzionale. Solo un pò più d’attenzione verso i problemi sociali e qualche beneficio economico per i tibetani, ma anche tanti arresti e sparizioni nei mesi passati.
Cinquant’anni d’occupazione (e di storia) hanno cambiato gran parte del Tibet (e dei tibetani). Lo stesso Dalai Lama non riconoscerebbe Lhasa e le principali città e il suo impegno, anch’esso un po’ rassegnato, per un minimo d’autonomia regionale e di riconoscimento (linguistico, culturale, economico) del suo popolo rimasto sull’altopiano non sembra aver incrinato il solid Great Wall for combating separatism and safeguarding national unity, so as to promote a long-term stability in the region, voluto dal Presidente Hu Jintao e dai suoi predecessori.


Vecchie immagini del Tibet, Nepal e Cambogia

Marzo 5, 2009

Girando su Youtube se ne trovano di tutti i colori ma a volte splendide sorprese come questi tre documentari che raccontano il Tibet e i templi di Angkor Wat negli anni ‘30 e il Nepal (Kathmandu) nel 1954. Si vola indietro.


Nepal incastrato

Marzo 1, 2009

museoSembra che, come due immense tenaglie, Cina ed India stiano tirando da una parte all’altra il piccolo ed incasinato Nepal. Sono finiti i tempi in cui il Paese poteva giocare, con astuzia, su due tavoli prendendo da una parte e dall’altra, grazie all’abilità politico\ diplomatica di uomini capaci, come furono molti di quelli che collaborarono con i passati sovrani, Birendra, Mahendra, Tribhuvan.
Negli anni ‘60 il Nepal riuscì a strappare utili trattati di transito e commercio, finanziamenti per le strade e lo sviluppo dall’India solo importando qualche cannoncino cinese. Poi forzò la mano dando il permesso di costruire la prima strada carrabile che passa l’Himalaya (l’Arniko Highway da Kathmandu a Lhasa) creando panico fra gli indiani che già s’immaginavano i carri armati cinesi sul Gange.
Nazionalismo, dichiarazioni potenti quali la Nepal Zone of Peace, dichiarata equidistanza dai due potenti vicini (malgrado gli obbligati legami con l’India per la gestione delle acque e dei transiti) sono state le chiavi della politica estera nepalese per quasi cinquant’anni. Dal 1996, il conflitto civile, nel 2001 la strage di Palazzo (aperto in questi giorni come museo al prezzo di Rs. 500 per i turisti e affollatissimo di nepalesi) e la morte di Re Birendra (sulla quale si vuole riaprire le indagini) sono stati gli eventi che, insieme agli immensi cambiamenti culturali e sociali del mondo (e, dunque nel Nepal) hanno spezzato questa abile trama.
Già la scorsa estate (probabilmente ancora nei prossimi giorni) abbiamo visto la polizia nepalese picchiare gli esuli tibetani con violenta allegria (in Italia le immagine furono spacciate come riprese a Lhasa), i giovani maoisti aggregarsi ai picchiaggi e l’ambasciata cinese che premeva sul governo per impedire le manifestazioni.
Un copione che sembra riproporsi con l’avvicinarsi del 19 marzo. Visita di speciali rappresentanti cinesi e promessa d’aiuti per armi (euro 2 milioni), per infrastrutture (progetto idroelettrico di Narsinghad) e, a maggio, un trattato d’amicizia. Si parla addirittura di una non precisata Special Economical Zone (stile Macao?).
Subito i cinesi vogliono that Nepal would not allow any anti-China activities in Nepali Soil. Subito sono state vietate le manifestazioni in un raggio di 200 metri dall’ambasciata di Baluwatar, arrestati 30 attivisti tibetani e intensificati i controlli ai confini. Bodhnath, sede della diaspora sta già ribollendo e preparandosi per le manifestazioni.
Lassù, fra i passi himalayani, si consumano storie tristi: i militari e poliziotti nepalesi e cinesi dei confini saccheggiano e si spartiscono i pochi beni dei tibetani (profughi e viaggiatori) che scendono per festività o fuga, con il beneplacito dei superiori. E’ comparso un bel articolo di Raimondo Bultrini sulla situazione a Lhasa in questi giorni.
I cinesi non hanno mai supportato i maoisti anche durante il conflitto preferendogli la monarchia nazionale, considerata più solida e nazionalista, ma, in questa fase di debolezza e confusione politica, cercano di muovere qualche cauto passo per estendere la loro influenza sul Nepal.
L’India è infastidita. Nelle 12.000 pagine del Rapporto Investigativo sull’attacco a Mumbai di novembre si parla di Kathmandu come uno dei centri in cui fu pianificato dai due terroristi islamici indiani, Fahim Ansari and Sabauddin Ahmed. Il rapporto è da prendere con le pinze poiché in India si accusa il Pakistan di ogni malefatta compresa l’insurrezione del militari in Bangladesh. Ma è ormai da anni che gli indiani esprimono preoccupazioni per l’assenza di governo nel Terai (la fascia meridionale ai confini con l’India) e il proliferare di gruppi terroristici e mafiosi. La scissione a sinistra dei maoisti e il nuovo partito formato dall’ex-ministro Yadav (forte nel Terai) pone altri problemi all’India per il rischio di legami con i combattenti maoisti indiani.
Intanto l’ex-sovrano Gyanendra andrà in India per un matrimonio fra passati Rajà suoi parenti. Una visita bollata dal Primo Ministro Pushpa Kamal Dahal, come politica. Gli indiani smentiscono. L’esercito nepalese che sembra sempre più autonomo sta a guardare. Con l’appoggio del filo-indiano partito del Congresso, impegnato in una dura e profittevole (come consensi) opposizione.

 

 


Tibet chiuso fino ad aprile

Febbraio 25, 2009

tibetCome previsto, la Cina ha chiuso per un mese il Tibet ai turisti stranieri. Questo riportano gli operatori nepalesi che operano da Kathmandu, piuttosto depressi per il calo degli affari. Authorities asked tour agents to stop organising foreigners coming to Tibet for tours until April 1. Già avevamo parlato di una progressiva chiusura del Tibet a testimoni stranieri (diventa complicato anche per i giornalisti) in previsione del 50enario della Rivolta di Lhasa del marzo ‘59.
Anche i turisti presenti a Lhasa devono lasciare la città. Come spesso accade il Tibet non è ufficialmente chiuso ma entrarci è impossibile.
Dall’altopiano giungono notizie di una crescente tensione non limitata dai regali fatti dal governo regionale alle famiglie tibetane per festeggiare il Losar, le statistiche diffuse sull’aumento dei redditi dei tibetani, sullo sviluppo della Regione Autonoma, sulle case nuove consegnate ai nomadi dell’Est. Le Forze di sicurezza aumentano nelle città, dopo scontri registrati a Litang e in alcuni centri del Quinquai.
La chiusura ai turisti, o l’ordine alle agenzie di Lhasa di non organizzare viaggi o il blocco di fatto dei permessi, testimonia le difficoltà cinesi a controllare pacificamente la situazione, del resto già preannunciata dal Dalai Lama, un mese orsono e ribadita nel suo comunicato in occasione delle festività.
Per i tibetani tutto diventa difficile in questo Losar, premuti dagli attivisti del boicottaggio e dai cinesi. Gli amici riportano che a Lhasa si festeggia in tono minore, con un po’ di paura e di tristezza per l’impossibilità di risolvere pacificamente la questione tibetana, e per le vittime immolate per questo obiettivo.


I cinesi stanno chiudendo il Tibet

Febbraio 13, 2009

potala

24\2\2008 : ll messaggio del Dalai Lama per il Losar

Il Governo cinese sta progressivamente chiudendo il Tibet in previsione del 50° anniversario della rivolta anticinese del 1959. Ulteriore tensione nasce dalla loro intenzione di proclamarla Festa della Liberazione.

Agli inizi di marzo del 1959, dopo 9 anni d’occupazione cinese, tensioni e scontri, crisi alimentari, arresti e uccisioni, tentativi di mediazione con le truppe occupanti, a Lhasa si sparse la voce che i cinesi volevano rapire il Dalai Lama.
La cronaca di quei giorni è raccontata dallo stesso Dalai Lama, allora bambino, nelle decine di biografie pubblicate.
Circa 30.000 tibetani si riunirono, il 16 marzo, intorno alla residenza estiva (Norbulinka) per proteggere il Dalai Lama; il giorno successivo un’altra dimostrazione di massa si tenne sotto il Potala. Il 17 marzo i cinesi iniziarono a sparare colpi di artiglieria contro la folla riunita al Norbulinka e il Dalai Lama fuggì in India, su consiglio del suo Cabinetto e del potente oracolo di Stato.
Nei giorni sucessivi scontri e battaglie coinvolsero tutta Lhasa e i monaci dei grandi monasteri nei pressi della città. Da mesi la guerriglia del popolo Kham (Tibet orientale) combatteva contro i cinesi.
I monasteri di Lhasa furono bombardati. Secondo le fonti tibetane in esilio circa 87.000 persone furono uccise, 25.000 arrestate e iniziò una dura repressione nel Tibet occupato. Migliaia di tibetani seguirono l’esempio del Dalai Lama e si rifugiarono in India e Nepal.
I cinesi accusarono la CIA di aver fomentato i disordini e, in realtà, gli americani per una decina d’anni finanziarono gruppi guerriglieri Tibetani che operarono dal Nepal e nel Tibet orientale. Finanziamenti che cessarono, bruscamente, con l’inizio della politica del ping-pong e l’avvicinamento USA-Cina nei primi anni ‘70.
Ogni ann0, con particolare violenza lo scorso, nelle aree tibetane vengono ricordati questi avvenimenti e si assiste a scontri fra tibetani (specie giovani) e polizia.
Quest’anno i cinesi stanno preparandosi per tempo e hanno vietato agli stranieri l’accesso alle province occidentali del Gansu, Sichuan and Qinghai epicentro dei disordini dello scorso anno, con almeno centinaio di vittime (i cinesi riconoscono 22 morti).
Come avevamo segnalato in altri post, nei giorni scorsi sono aumentati i  controlli della polizia a Lhasa in prossimità del Losar, i controlli nelle lodges, hotels, internet cafès, conclusi con l’arresto di un centinaio di persone. La giustificazione cinese è stata la lotta all criminalità (ben presente a Lhasa a dire il vero) ma il successivo obbligo di registrazione degli stranieri ha chiarito lo scopo finale dell’iniziativa.


Il Losar, capodanno dei popoli tibetani

Gennaio 27, 2009

donne tamang

24\2\2008 : ll messaggio del Dalai Lama per il Losar

E‘ iniziato il Losar, il capodanno delle molte etnie d’origine tibetana (tamang, sherpa, dolpali, manangi, mustangi e tibetani della diaspora). Le date sono differenti come i nomi per la diverse comunità (Tola Lhosar, Sonam Lhosar, Lochar e Gyalpo Lhosar). Per esempio i Gurung l’hanno celebrato venti giorni fa. Tutti, comunque, festeggiano anche le feste della tradizione hindu, come il Tihar. Oggi è il Sonam Losar, e un corteo di Tamang in abiti tradizionali è sfilato per Kathmandu. Losar la jyabadanba.
Qualche problema per il cibo dopo l’esplosione dell’aviaria nei distretti orientali e la paura di contagio da  polli, base della dieta festiva dei nepalesi. L’epidemia (oltre 40.000 polli uccisi) sembra provenire dagli allevamenti indiani del confinante Bihar. Non sono segnalati contagi agli umani ma, come accadde nel 2006, si è diffusa un po’ di preoccupazione.
Altro colpo ai festeggiamenti è il bando dei famigerati Khukri Rum e Virgin whisky, bevande\veleni fondamentali per lo sballo dei più poveri. La qualità già pessima nel passato sembra ulteriormente peggiorata e i misteriosi ingredienti con cui sono preparati hanno provocato una vittima e diversi ricoveri in ospedale negli scorsi giorni.
Verrà sostituito con la grappa dei villaggi (chang), riso, orzo o mais fermentato che scioglie lo stomaco.
Dopo decenni di vendita (e avvelenamenti) appare miracoloso il loro ritiro dal mercato, che sarà momentaneo,  visto che le Gorkha Distellery,  che produce  i veleni, è  insieme alla Surya Company (sigarette) fra le poche industrie che  tirano in Nepal.
Sono riprese a esplodere le bombe nel Terai con un morto e un bambino ferito gravemente, strategia diretta a fare pressione sul governo mentre sta trattando con diversi gruppi separatisti\terroristi. Il Primo Ministro Prachanda ha fatto il primo discorso alla nazione, conciliante verso gli altri partiti; ha riconosciuto l’inesperienza del suo staff, e le difficoltà incontrate a trasferire i proclami nella pratica. Acknowledging the “bitter experiences” of five months at the helm, the prime minister attributed lack of desired progress in the direction of dramatic reforms, to the traditional structure of the state, culture, and manner, and lack of experience in running the government, including the transitional phase within his party and limitations of a coalition government.
Al conciliante discorso del premier s’è contrapposto quello del Ministro della Difesa Ram Bahadur Thapa warned of ‘dire situation’ if the Nepal Army did not immediately stop its ongoing recruitment process. “External forces (India ndr) are trying to play with the relation between army and the government,”.
Siamo entrati nell’anno lunare del bue, della terra, della solidità e della pazienza, attitudini utili in questa fase mondiale e nepalese.
I cinesi hanno già iniziato  con grandi festoni e il Dalai Lama ha confermato, nel suo messaggio augurale, che, malgrado tutto, spera più nel popolo che nel governo di Pechino Last year, many Chinese intellectuals came out with a number of articles and other campaign activities, calling for freedom, democracy, justice, equality and human rights in China. Particularly in a recent development, we saw an increasing number of people from all walks of life signing up to an important document called the Charter ‘08, il manifesto per i diritti umani e delle nazionalità firmato da molti intelletuali cinesi (qualcuno fra i firmatari è stato arrestato nei giorni scorsi).
Il Losar, ben presto, si dipanerà in tutta Kathmandu e nel resto delle comunità d’origine tibetana sparse nel mondo e durerà, secondo la tradizione, due settimane.
Grandi mangiate in famiglia, scambio di regali, visite ai monasteri e ai grandi stupa di Bodhnat e Swayambhu (rinnovati e riempiti di bandiere della preghiera), offerte d’incenso, ginepro e riso, preghiere e incontri con i Lama.
I bambini (e i grandi) si papperanno un sacco di Khapse fritti (biscotti) secondo la tradizione scesa dal Tibet. Lo stesso avviene nei villaggi delle colline e delle montagna.
Per i Tibetani il Losar inizia il 2 febbraio e lo concluderanno con la tradizionale grande preghiera del Monlam.
All’interno della comunità tibetana s’è aperto un dibattito The No Losar Celebration, fra chi vuole trasformare, nel mondo, questa celebrazione in un evento di protesta, ricordo e preghiera e chi dice if we dont celebrate our culture then China Wins again. It is what they exactly want. Non sembra che il governo di Dharamsala sia orientato per il boicottaggio. Il Dalai Lama, nel suo piccolo regno globalizzato, accoglierà i dharmapeople mondiali e i coraggiosi tibetani che scenderanno dalle montagne. Bello è il libro di Pico Iyer che racconta, senza la solita retorica abituale sul Tibet, il buddhismo tibetano della diaspora e l’esistenza, ormai un po’ stanca, del suo simbolo, il Dalai Lama.tibetano
Intanto i cinesi hanno lanciato in grande stile il turismo in Tibet per il Losar e s’aspettano (da gennaio a marzo) oltre 800.000 visitatori (100.000 solo con la nuova ferrovia). Le proteste che hanno contrassegnato il periodo olimpico hanno portato a una forte riduzione del flusso turistico (in massima parte interno) da 4 milioni di visitatori nel 2007 a 2 nel 2008. Per questo le agenzie cinesi praticano the promotion and offered discounts su trasporti e hotels a Lhasa. Per calmare gli animi, il Governo della TAR (Tibet Autonomous Region) ha previsto un aumento del reddito regionale di oltre il 10%.
I tibetani festeggieranno il Losar come sempre e i turisti cinesi fotograferanno i pellegrini giunti dai villaggi sparsi sull’altipiano, genuflessi intorno al sacro tempio del Jokhang, le grandi thanke dispiegate sui muri dei monasteri, corse di cavalli e preghiere incessante dei monaci. I giovani di Lhasa, in attesa di opportunità di fuga in India e in Occidente, si berranno fiumi di birra a basso prezzo nei karaoke della capitale. Qualcuno cercherà di raggiungere Dharamsala e ricevere la benedizione del Dalai Lama o i grandi monasteri di Bodhnath a Kathmandu.
La tradizione sta evaporando e non ci resta che leggerla nei vecchi racconti dei coraggiosi missionari italiani del ‘700 che cercarono, senza alcun successo, di conciliare la Trinità cattolica con il Buddha, Sangha e Dharma del buddhismo dell’altipiano.
Tutte le dame si posero in gala caricandosi di perle, coralli, ambre et altre pietre preziose e si posero da un lato nel lungo cammino che frammezza il Putalà e Giokang. Religiosi e popolo tenevano in mano rami di sabina, altri amaranto. La città era decorata a festa per la venuta del loro nume (il Dalai Lama). I racconti continuano con le danze rituali (chaam) nei monasteri, le maschere terrifiche , gli splendidi vestiti di broccato, l’Oracolo di Stato di Nechung in forsennata comunicazione con le divinità.
Il Losar segnava la fine dell’inverno e la ripresa dei lavori nei campi che dovevano essere propriziati con immense bevute e mangiate per prepararsi alla fatica e  con offerte alle divinità regolatrici dei cicli naturali. Quando la religione animista Bon fu soverchiata dall’organizzato buddhismo,  nell’altipiano la gente adottò il calendario lunare cinese,  ma non perse l’occasione per festeggiare i primi boccioli di pesco che compaiono, in questi giorni, in Tibet.

Aggiornamento: Negli ultimi giorni, probabilmente per prevenire disordini durante il Losar, la polizia cinese ha iniziato controlli serrati su case in affitto, hotels karaoke, internet cafès,  lodges. Circa 6000 persone sono state controllate, qualcuna rispedita alla sua residenza. Anche gli stranieri devono registrarsi alla polizia se si fermono in città per più di tre giorni.


Tibet: c’è poco da fare

Novembre 23, 2008

lama-tibetano

 Per fortuna i vecchi saggi di Dharamsala, guidati dal Dalai Lama, non hanno ceduto alle pressioni di parte dei giovani di Free Tibet (in gran parte residenti in occidente) e dei tanti dharma-people occidentali pronti a disotterrare l’ascia di guerra contro la Cina (a parole).
I 600 delegati del Kashag (parlamento) hanno preso atto della realtà, purtroppo triste
, The majority were for a continuation of the ‘middle way’ policy” of compromise with Chinese authorities, ha dichiarato Karma Chophel, portavoce degli esiliati.
La realtà è semplice: nessun governo occidentale (nè l’India) ha riconosciuto il governo di Dharamsala e l’appoggio, a parole, è dovuto solo alla personalità del Dalai Lama, al suo messaggio spirituale e, al fashion-buddhism modaiolo.
Ogni richiesta di autodeterminazione e indipendenza si scontrerebbe contro un muro di pietra (i cinesi) e di gomma (i governi occidentali e indiano) e si risolverebbe in un peggioramento delle condizioni di vita (già inferiori rispetto ai cinesi Han) dei tibetani in Tibet.
Non penso neanche che la maggioranza dei tibetani in Tibet approverebbe una scelta radicale che comporterebbe tensioni, scontri e blocco dello sviluppo economico sull’altipiano. L’obiettivo di chi vive in Tibet è superare le discriminazioni (educazione, posti pubblici, aiuti economici pro-Han, etc.) che li rendono più poveri, rispetto agli emigranti Han, nel loro paese. (vedi tag Tibet)
Parlare di mettere
Tibet ’s cause to the forefront of the world’s human rights agenda, come scrivono tanti sostenitori del Tibet Fashion occidentali è uno slogan già più volte fallito e demagogico. La Via di Mezzo è fatta di pazienza e di accettazione.