FAKE AID: come gira la cooperazione internazionale

Settembre 27, 2009

donna in cambogiaSiamo in fase di valutazione dei bilanci di alcune ONLUS\ONG nostrane e  mi scrive l’amico Max da una Londra finanziaria indispettita: il colosso russo dell’alluminio si farà quotare sulla borsa d’ Hong Kong business saltato di 30 miliardi di USD); il gruppo bancario HSBC muoverà lì la sua direzione operativa. Il mondo si muove verso Oriente. Egoisticamente meglio, gli amici di Max, analisti nella City,  avranno un po’ più di tempo per vedermi i bilanci.

Mi segnala un rapporto Fake Aid (fake è un termine ricorrente quando si analizza tutto ciò che a fare con l’assistenza internazionale) scritto dall’International Policy Network che se la prende con la DFID, l’ente governativo inglese che s’occupa di cooperazione internazionale. L’accusa: aver dato una montagna di soldi a ONGs protette e inserite nel sistema fra cui Oxfam UK, Save the Children UK, ActionAid e Christian Aid. Si parla di oltre 140 milioni di sterline (sufficienti per 230 milioni di trattamenti antimalarici, ricorda il Rapporto) , finite nei tasconi di queste organizzazioni, ovviamente senza alcuna gara (bidding), comparazione di costi e capacità con altri. Come per la più misera cooperazione italiana, chi ha amici e relazioni politico-affaristiche becca i soldi.

Anche in UK si manifesta la più grande delle capacità di molte organizzazioni auto-umanitarie cioè quella di copiare le pratiche peggiori (e dominanti) del sistema delle Nazioni Unite. Il ciclo del progetto è semplice: titolo immaginifico, rapporti e workshop sul problema da sfruttare, miriadi d’incontri fra funzionari delle organizzazioni e le elites dei paesi poveri; obiettivi immensi, irraggiungibili e inquantificabili. Risultati concreti: qualche trainings ai presunti beneficiari e un bel Report finale pieno di foto e paroloni. E’ il “training development “, di moda e utile, perché nessun può verificarne i risultati (basta il numero dei partecipanti, che a volte sono pagati), qualcosa si può dire d’aver fatto. Tutto è sostenibile (ha risultati nel tempo per i beneficiari) come un ghiacciolo nel deserto.
Infatti questi soldi la DFID l’ha dati a questi mangioni allo scopo di “ to promote the human-rights based approach to development”: il Nulla.

Con queste premesse, denuncia il Rapporto: nessuna relazione dettagliata sull’utilizzo dei fondi se non le solite fanfarate che abbiamo già visto per le ONLUS\NGO nostrane: since reporting practices have been characterized by self-reported, inconsistent data, and a lack of external, independent evaluations, again according to a UK government audit and DfID annual reviews. Niente di nuovo come in Italia: il gran fumo (certificazioni, bilanci sociali, cacopardi e immagine) serve a nascondere la mancanza assoluta d’arrosto.

Per dare un esempio concreto del Nulla sono andato a prendere questo training fatto al proprio personale (che è lautamente pagato per saper già fare queste cose) da Organisation Development Centre (una delle centinaia di organizzazioni improvvisate per succhiare soldi ai donatori in Nepal) e proposto a quei polli o complici di CCS Italia (in Nepal).

The core objectives of the proposed Programme are to: Develop conceptual understanding on proposal writing skills

Enhance the proposal writing capacity of staff members through intensive proposal writing so that they are able to write a more effective and efficient project proposal in the future

Develop a common understanding of the proposal writing prospective among the members within the organization (insomma saper leggere e scrivere)

A 5 days training Programme, studiato per una decine di persone (teoricamente pagate per saper fare il lavoro descritto nello stesso), è costato a CCS Italia in Nepal Nrs. 151.000 cioè Euro 1500 (soldi che magari i donatori avrebbero voluto veder usati per i bambini, con famiglie che hanno un reddito medio annuo di euro 450). Bè in Italia, dove c’è più benessere questi training li fanno a Rapallo, gli stessi furbacchioni, spendendo qualche decina di migliaia di euro (tanto sono i soldi dei bambini).

Per non parlare più di questi caltroni del CCS , ma per rimanere in tema, andiamo a ri-pescare l’economista critico (almeno su questi temi) William Easterly che ci porta dal Fake Aid ai Fake Datas (altro terreno già esplorato) cioè i dati su povertà, malattie, etc. propinati dalle organizzazioni internazionali. Su questi dati il sistema dell’assistenza internazionale dovrebbe basare interventi, richiesta di risorse, etc. Il Segretario Generale delle Nu ha sfornato un altro bel Rapporto “Voices of the Vulnerable”, il cui titolo, visto da dove proviene, mi fa vomitare e così non cito neanche il link. Dice il capobastone Ban Ki-Moon “We need to know who is being hurt, and where, so we can best respond” riferendosi ai nuovi poveri e, infatti il Rapporto, cita questi numeri precisi:

Nel 2009: about 100 million more people will be trapped in extreme poverty . Poi si cita un’altro scritto della World Bank che però parlava di additional 89 million people in extreme poverty. Quest’ultimo si riallacciava a una relazione di due economisti (Chen e Ravallion) che stimavano “the crisis will add 53 million people to the 2009 count of the number of people living below $1.25 a day.” Infine il Rapporto citava anche analogo documento dell’ILO (l’inutile International Labour Office) secondo cui “as many as 222 million additional workers worldwide run the risk of joining the ranks of the extreme working poor over the period 2007–2009.” Insomma si balla da 90, 100, 53, 222 milioni.

Nessuno, in realtà, se ne impippa di quanti siano i poveri e i morti di fame; questa pioggia convulsa di dati ha il solo scopo di chiedere la creazione di un’altra baracca come quella dei Millennium Development Goals cioè a Global Impact and Vulnerability Alert System (GIVAS). E per far questo, concludeva, il capobanda Ban Ki-Moon: “il sistema richiede risorse” (le nostre tasse).


L’Out-Let della cooperazione internazionale: i Millenium Development Goals (MDGs)

Novembre 26, 2008

mdgNon è mica del tutto vero che la maggioranza dei funzionari delle Nazioni Unite (UN) sono raccomandati con stipendi d’oro e fancazzisti, che il rapporto fra soldi investiti (le nostre tasse) e risultati è desolante (anche perché una minima parte, stimata nel 5%, raggiunge i beneficiari), tranne qualche intervento nelle emergenze. Anche nelle UN ci sono dei geni, almeno nel marketing.
Pochi sanno, e quelli che lo sanno se ne fregano, che le UN (in concorrenza con i Santi della chiesa) hanno creato una riga di International Day, ben 91 all’anno (uno ogni quattro giorni): the World Water Day on March 22, World Environment Day on June 5, Condom Day on 18 October, World AIDS Day on December 1 and International Human Rights Day on December 10 are marked to raise awareness of the respective issues. International Women’s Day on March 8, November 25 is marked as International Day for Elimination of Violence against Women, May 3 is celebrated as the World Press Freedom Day and May 17 as the World Information Society Day and November 21 as World Television Day, UN Peacekeepers Day (May 29) and UN Public Service Day (June 23), International Mother Language Day on February 21 and International Day for the Elimination of Racial Discrimination on March 21, the Week of Solidarity with the People Struggling against Racism and Racial Discrimination from March 21 to 28, Week for Solidarity with the People of Non-Self Governing Territories (May 25-June 1), World Maritime Week (last week of September), World Space Week (October 4-10), Disarmament Week (October 24-30) and the Week for Solidarity with People Struggling against Racism and Racial. La loro utilità è nulla se non una buona occasione per una mangiata e un bel discorso. tutti al lavoro
Ma il vero genio (o i geni) è quello che ha inventato i MDGs (Millennium Development Goals), una serie di obiettivi (spalmati in 448 interventi) per ridurre povertà, malattie, infelicità, bruttezza, morte e guerra. Chi è fuori dal coro (cioe chi non sta ruminando nella greppia delle UN e affini) li ha i giudicati confusi, privi di riscontri, irrealizzabili, frammentati. Per vedere la pubblicità: www.un.org/millenniumgoals . Some goals cannot be met, others cannot even be measured. Poor countries collect no reliable numbers on deaths from malaria or from childbirth-although the goals are helping to stir a welcome interest in generating better figures. And sometimes what is measured (number of children enrolled in school) is not what counts (the number who learn anything). Scriveva l’Economist nel 2007 
Ma l’operazione non aveva lo scopo di portare qualche beneficio ai più poveri del pianeta (come del resto la maggioranza delle attività delle UN) ma di creare le condizioni per giustificare nuovi flussi di finanziamenti per mantenere la struttura e le mafie collegate.
Un’operazione di marketing sostenuta da promozioni pubblicitarie, conventions, giornalisti foraggiati, giochi, fumetti, siti. In cui vi è un committente (l’industria grande e piccola della mdg2cooperazione, un target (i consumatori che donano con tasse ai governi o con donazioni private) e un prodotto (tanta povera gente). Per vedere gli strumenti di marketing e il business: http://www.mdgmonitor.org/; http://www.unmillenniumproject.org/goals/index.htm; http://mdg.onlinegeneration.com/en/home/; e altri. Nelle foto tutti al lavoro per raggiungere i MDGs.
Tutto questo battage, inoltre, consolida e autoreferenzia metodi, strumenti e principi della cooperazione internazionale che si sono dimostrati inefficienti e, spesso, divergenti dai bisogni dei beneficiari.
Molti studiosi, sostengono, che l’enorme flusso di finanziamenti iniziato nel 2000 (circa USD 72 miliardi all’anno), con l’inizio della pubblicità MDGs , ha portato pochissimi risultati concreti nelle economie e sistemi politici dei paesi beneficiari. I miglioramenti sono stati nulli (o per certe componenti negativi) in Africa mentre gli unici paesi in cui qualche obiettivo è raggiungibile sono quelli dell’Asia, dove la crescita è stata sostenuta dal mercato (India, Cina, Thailandia, Viet-Nam, le Tigri) dove gli aiuti internazionali sono stati, da sempre, minimi.mdg-fin-nardos
La stessa Unione Europea in un recente Rapporto  in Africa staying behind because little has been done to ensure aid programs are drawn up better to address specific problems they face.It also urged donors to start drawing up aid goals beyond the 2015 target, warning that many of the poorest countries will not be able to meet the goals in seven years time.
Malgrado ciò l’industria della cooperazione (UN e INGO) continuano a chiedere soldi mascherando i loro interessi diretti (finanziamento delle rispettive organizzazioni) con il ritardo nel raggiungimento degli obiettivi.
Dai giornali si legge che “Nelle ultime settimane da parte delle organizzazioni non governative italiane è stata fatta un’azione di pressione presso il governo italiano per trasferire maggiori fondi per la cooperazione allo sviluppo italiana” (cioè a loro stesse).
“In realtà, le grandi Ong, ben lungi dall’opporsi sistematicamente agli attori pubblici istituzionali e ai loro metodi, collaborano strettamente con loro, con forme complici di interdipendenza, fino a diventare in taluni casi addirittura il prolungamento della politica dello stato “con altri mezzi“. Scrive Marc-Olivier Padis e Thierry Pech su Le multinazionali del cuore (Feltrinelli ed.)
Il “sistema della cooperazione” tiene, dunque, duro per rastrellare soldi e automantenersi anche se ” Nel caso dell’Africa, il numero di persone costrette a vivere sotto la soglia della povertà è aumentato di 140 milioni tra il 1990 e il 2002. Uno dei fallimenti più clamorosi degli MDGs, è il divario crescente nei paesi del Sud del mondo tra una minoranza di benestanti sempre più minoritaria e un esercito indistinto di miserabili.
“I vantaggi della crescita economica nei paesi in via di sviluppo non sono stati distribuiti in maniera equa” sottolinea il rapporto Onu. “Tra il 1990 e il 2004, la ricchezza nazionale del 20% della popolazione più povera è calata dal 4,6% al 3,9%”.
Scriveva il 10 luglio 2007, Le Monde, in un articolo titolato “Pauvre Monde“.
Bisognerebbe interrogarsi, si domanda il dirigente pentito della Banca Mondiale William Easterly (I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene -Bruno Mondadori ed.) perché l’Occidente “abbia speso 2300 miliardi di dollari negli ultimi 50 anni, senza riuscire a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria o dare i tre dollari a ogni neomadre per prevenire cinque milioni di decessi neonatali”.
Libro e critiche che fanno il paio, fra le molte,  con quelle espresse dall’altro pentito della Word Bank Joseph Stiglitz, premio Nobel e Guru morbido dei No-Global.
Easterly ricorda che i MDGs non sono il primo grande piano messo sulla carta dai burocrati degli aiuti internazionali: nel 1990 la grancassa dell’ ONU ha suonato (come i tamburelli delle INGO) per raggiungere l’accesso universale all’educazione entro il 2000; nel 1977 per assicurare l’accesso all’acqua entro il 1990, etc.

Easterly dice, in sostanza, che gli aiuti sono giusti e doverosi ma sono male utilizzati dalla burocrazia della cooperazione, in cui prevalgono i Pianificatori, personaggi a metà fra un burocrate breznieviano e Fantozzi, ma con lo stipendio di un manager dell’Alitalia. ”I Pianificatori elevano le aspettative ma non si assumono le responsabilità di soddisfarle; I Pianificatori stabiliscono cosa fornire, i Cercatori cercano di scoprire cosa serve; i Pianificatori applicano ricette globali, i Cercatori adattano gli interventi alle condizioni locali; i Pianificatori non s’interessano di quello che avviene alla base né se quello che hanno programmato ha soddisfatto i bisogni. Un Cercatore crede che solo chi vive il problema dall’interno abbia le conoscenze necessarie per trovare una soluzione”. Non è facile trovare cercatori nel gran circo della cooperazione internazionale.
Discorsi che abbiamo fatto, in piccolo, quando si parlava nei posts precedenti delle malpractices delle ONLUS (vedi tage di come sembra che le INGO, che dovrebbero rappresentare, un approccio diretto ai bisogni delle persone stiano replicando le grandi agenzie, conformandosi agli usi e costumi negativi. (come scrivono Anthony J. Bebbington, Sam Hickey and Diana C. Mitlin, Can NGOs Make a Difference? The Challenge of Development Alternatives).
Fa, dunque, pena leggere (su un sito di una di queste, aggiornato a metà settembre) un unico progetto (anche sensato) per assistenza a 50 mamme sieopositive: Il progetto concorre al raggiungimento degli obiettivi nazionali dello Zambia per quanto riguarda la lotta alla diffusione di AIDS e HIV: prevenzione del virus tra madre e figlio; consulenza e test volontario; supporto a orfani e vulnerabili. Contribuisce inoltre agli Obiettivi del Millennio (Millennium Developmente Goals, MDG), in particolare: ridurre la mortalità infantile (MDG n°4); migliorare la salute materna (MDG n°5); combattere AIDS e HIV (MDG n°6).
Poveri coatti, come quelli in coda la domenica pomeriggio per andare agli out-let.
Rimane comunque interessante approfondire la moda dei MDGs e il brand che hanno creato e che tutti, (come i fabbricanti cinesi di firme contraffatte) infilano nei loro prodotti. E cercare di comprendere se una delle più imponenti e dispendiose campagne pubblicitarie del mondo porterà vantaggi solo all’industria (grande e piccola) dell’assistenza allo sviluppo o se qualcosa arriverà ai tanto sbandierati beneficiari.


Cambogia: tamburi di guerra

Ottobre 16, 2008

Fighting erupts on border , titola oggi il Phnom Penh Post. Un elicottero thailandese ha sparato sulle linee cambogiane che hanno risposto con missili. Anche nelle scorse settimane qualche scaramuccia era accaduta e tre soldati furono feriti. Continuo a pensare, visto l’assoluta inutilità del territorio per cui si combatte, che sotto ci sia ben altro e che la questione sia destinata a chiudersi.
Probabilmente i ben più lauti giacimenti petroliferi in acque contese (vedi post precedenti) e l’intenzione di sviare l’attenzione delle rispettive opinioni pubbliche sui problemi interni. Come segnala The Nation nel suo titolo Hun Sen bangs the war drum too early (15 ottobre).
La crisi si è allungata e dilatata oltremisura per la crisi politica thailandese. Ormai da mesi l’opposizione chiede le dimissioni del governo con grandi manifestazioni di piazza che dalla capitale si sono allargate al resto del paese, con le prime vittime. Il parlamento e il governo non sono, dunque tecnicamente, nelle condizioni di prendere decisioni quali la definizione dei confini.
Three protesters have been killed and hundreds of others injured, including at least 40 police officers, and more violence in Bangkok is feared. In the most recent bout of serious violence, on October 7, police tried to disperse 2,000 anti-government protesters in front of Parliament using teargas and rubber bullets. Witnesses told Human Rights Watch that they heard loud explosions when police charged the protesters. The blasts nearly severed the leg of one PAD protester, while many others suffered deep wounds and burns.
Since the standoff began in late May 2008, pro-government groups have attacked about a dozen rallies across Thailand organized by the PAD. Human Rights Watch found that many of these attacks were financed and coordinated by members of the governing People’s Power Party (PPP). For example, on July 24, more than 1,000 members of the pro-government Khon Rak Udorn Club, led by Kwanchai Praipana and Uthai Saenkaew (the younger brother of Theerachai Saenkaew, who was then the agriculture minister) used force to break up a peaceful rally of about 200 PAD supporters in Udorn Thani province
.  (The Nation, 15\10; cito le fonti per rispettare le giuste richieste di un gentile commentatore)
L’opposizione ha addirittura chiesto all Forze Armate d’attuare un colpo di stato morbido come avvenne nel 1976.
Le tensioni economiche degli ultimi giorni, i ritardi d’interventi strutturali sui mercati finanziari (speculazione monetaria e sulle materie prime) da parte dei governi prima del grande botto, sono costati meno cari in Oriente ma, anche lì, la crescita si è rallentata. Con tutte le conseguenze sui più deboli.
In Cambogia vi è grande preoccupazione poiché la crisi economica internazionale, partita dal settore immobiliare, rischia di ridurre pesantemente i grandi investimenti per costruzioni che la Cambogia sta ricevendo (vedi post precedenti). In Cambogia non c’è la Borsa che si prevede creare nel 2009 con l’aiuto dei sud-coreani.
Ecco allora Hun Sen che chiede un prestito alla Cina di USD 300 milioni “We need some hundreds of millions … $300 million is a small amount for China” ha dichiarato. Nello scorso anno già USD 600 milioni sono stati prestati dai cinesi.
Nei giorni scorsi ha ricevuto usd 35 milioni dall’Asian Development Bank e 9 dall’ UN World Food Program. Gli obiettivi: intervenire nella crisi alimentare che sta investendo i 500.000 abitanti del bacino del lago Tonle Sap, i cui redditi e alimentazione dipendono dal pescato, insufficiente per acquistare il riso (il cui prezzo è raddoppiato nell’ultimo anno) e integrare la dieta.
“Our target is to get food on the plate within three weeks, but we need to make sure the system is fully transparent first,” dice il Country Director dell’ADB, Arjun Goswami.
Mentre tuttti chiedono, da anni, maggiore trasparenza al governo, la Cambogia è ulteriormente scesa nella classifica sulla corruzione stilata dall’autorevole Transparency International, passando dal 162 posto nel 2007 al 166 nel 2008; cioè il quarto posto fra i paesi più corrotti del mondo.
Eppure, l’attuale sistema politico, è stato costruito anche grazie a una delle operazione più brillanti delle NU (come è stata da loro stessi definita); una specie di governo diretto delle stesse UN per circa due anni (1992-1994), dopo il ritiro delle truppe vietnamite. Per consolidare l’operazione (UNTAC, costata USD 1.6 miliardi di allora, con oltre 20.000 funzionari e militari internazionali), la Cambogia ha continuato ad essere uno dei paesi più aiutati del mondo (in proporzione al numero degli abitanti) con oltre USD 800 milioni annui.
L’industria dell’assistenza è, infatti, una delle principali del Paese; sono presenti tutte le sigle delle UN e ben 450 NGO, molte delle quali con propri ristorantini, cafeteries, bakery, discoteche, aperte (esentasse) nel centro di Phnom Penh.
Questo schieramento di finanziatori non ha impedito (ma ha forse favorito) il crescere della corruzione e malgoverno propedeutica ad enormi diseguaglianze di reddito, persistente povertà (33% degli abitanti con meno di USD 600 annui) e disgregazione sociale (prostituzione e sex trafficking).
Fattori che sembrano confermare la teoria sempre più diffusa secondo cui l’attuale “sistema” della cooperazione internazionale crea più danni che benefici.
Più soldi arrivano, più Hun Sen e la sua banda sono contenti, poi, forse, qualcosa rimarrà anche per le centinaia di famiglie di Borei Keila (molte con famigliari sieropositivi), che stanno per essere scacciate da Phnom Penh, o per le 1000  di Kandal, che come tanti contadini cambogiani, si vedranno portare via la terra a beneficio di qualche multinazionale.
                                                        Meglio suonare i tamburi di guerra e attaccare la Thailandia.


Buon Dashain

Ottobre 4, 2008

Il riso è stato raccolto, la terra deve riposare per la prossima semina e nei villaggi si festeggia il Dashain. I sacrifici di bufali, capre, galline servono a ringraziare gli Dei per i raccolti, le piogge, chiedere che il ciclo della natura si mantenga regolare.
Le colline del macai (frumento) hanno raccolto un po’ prima ma si uniscono alla festa. E’ stato un anno buono per i raccolti, poi è finita la guerriglia e i taglieggiamenti, le uccisioni, le sparizioni che hanno accompagnato la vita dei contadini per 11 lunghi anni.

Nei distanti villaggi sulle colline poco importa e poco si capisce dei giochi che avvengono nella capitale, della nuova costituzione ferma, di Prachanda e delle NU. Lì interessa che le piogge siano regolari e che ci sia da mangiare per tutto l’anno. Nella gran parte dei villaggi del Nepal non si è mai contato su nessuno (governo e organizzazioni internazionali) ma solo sulla famiglia e , da qualche anno, sui giovani che sono andati a lavorare all’estero.
Quando c’è qualche disastro, come nel Nepal occidentale o nel Terai, allora non c’è neanche da mangiare e sui giornali, abituali litanie, si legge “Hundreds of flood affected people here in Kanchanpur district are still deprived of relief materials. Locals claim that the local level relief distribution committee led by the VDC secretary did not work efficiently for immediate distribution of relief”.
Invece, indifferente,  Kathmandu s’ingolfa. Il traffico è perennemente bloccato intorno alle aree centrali e anche a piedi è difficile camminare sull’asse New Road- Asan Tole. I poveri vigili non reggono e se la prendono con i venditori si strada che stendono per terra ogni genere di prodotti, quasi sotto le ruote delle macchine. L’Associazione dei venditori di strada ha protestato contro i vigili. 
Come nel nostro Natale la gente fa acquisti, si moltiplicano le pubblicità sui giornali e gli sconti, l’inflazione è ormai al 13% (con un PIL che sale solo del 5%). Tanti migranti sono tornati dall’estero con immensi scatoloni con televisori, stereo, forni a microonde e affollano le corriere per i villaggi. Centinaia di persone sono in coda davanti alle banche per cambiare la vecchia cartamoneta in nuova, prendere piccoli tagli per fare offerte e regali.
Exhibition Road, vicina ad alcune facoltà universitarie è chiusa al traffico e riempita di capre e caproni da sacrificare e mangiare. Una capra costa Nrs. 7000 (euro 70) e i rifugiati vittime dei maoisti accampati sul fetido Bagmati a Bankali (circa 700 persone) non hanno i soldi per comprarla. Ogni tanto, per far vedere che esistono, salgono nella città (maledetti dagli automobilisti) a chiedere al governo denaro e protezione per tornare nei loro villaggi.
Il governo se ne frega anche se sulla carta prevede un pacchetto (finanziato da UN) con: Rs. 60 (€ o,60) al giorno per quattro mesi per persona, spese di trasporto al villaggio, Nrs. 20.000 (€ 200) per la costruzione di una casa, Nrs. 2400 (€ 24) per spese educative per bambini sotto i 16 anni.

Cifre ridicole che, unite alla paura di  essere nuovamente minacciati o socialmente isolati, pochi hanno utilizzato. Nei villaggi i maoisti continuano a farla da padroni e la YCL (giovani maoisti) non disdegna di bastonare i dissidenti.

Chi ha finanziato il governo con oltre USD 125 milioni “per favorire il reinsediamento dei rifugiati“, cioè le NU e gli altri donatori internazionali, se ne sono infischiati, come sempre, di come, dove e quando, i loro soldi (che sono poi le nostre tasse) venivano utilizzati. UNHCR, UNMIN, OHCR, OCHA, etc.,  e agli altri enti inutili della cooperazione internazionale nemmo sanno quanti rifugiati ci sono: il governo dice 27.000, altri fra i 50.000 e i 70.000. Per anni INGO e NU hanno parlato di IDP (Internally Displaced People), fatto piani e reports. Hanno creato una categoria utile per raccogliere finanziamenti ma, dopo anni di parole, la gente che ne fa parte non ha neanche i soldi per comprarsi una capra, tornare ai suoi campi e festeggiare come si deve il Dashain. Per fortuna, in questi giorni tutti i salvatori dell’umanità sono in festa; le loro ferie sommano quelle del  calendario nepalese (103) a quelle  previste in occidente (54).

Gyanendra (ex sovrano) è ricomparso in buona forma a Thimi, il villaggio delle terraccotte, ha incontrato un Guru,  inseguito dalla stampa e dai fotografi. Quest’anno la tika, la benedizione del potere , che fa parte delle tradizioni del Dashain (Vijaya Dashami) , è stata distribuita dal presidente Yadav.


La grande fuga

Luglio 31, 2008

Il povero Rajesh non ce la fa più, moglie tre figli, laureato, 35 anni vuole scappare via dal Nepal e come lui tanti altri giovani della middle-class di Kathmandu.

Eppure a Rajesh non và malissimo, lo assunsi nella INGO, buon lavoro e buon salario (Nrs. 25.000\ca.€ 250 al mese), un sistema di previdenza sociale e malattia per i dipendenti e le famiglie e, dunque, assolutamente privilegiato rispetto ad altri settori (e anche ad altre INGO). Mi dice che il lavoro è diventato burocratico, che i beneficiari hanno visto ridotti drammaticamente gli interventi e che l’ufficio è stato riempito da fannulloni d’alta casta. L’ONLUS italiana che finanzia i progetti è finita in mani di politicanti bolliti e in fase di progressivo sfascio e i nuovi dirigenti non sanno neanche dov’è il Nepal. Mi dice che quando viene qualcuno dall’Italia si fa un bel trekking, qualche riunione inutile e neanche và nei villaggi sede dei progetti, troppo scomoda la strada e la permanenza.

Il lavoro lo deprime ma, più importante, è Kathmandu che gli sta stretta. Mi elenca i noti problemi: non c’è benzina, gas e cherosene (per cucinare), l’energia elettrica è tagliata per sei ore al giorno, i costanti bhanda (scioperi) e julus (manifestazioni) impediscono di muoversi e di lavorare, se, come probabile, la INGO fallisce, non ci sono prospettive di lavoro; affitto, cibo e scuola portano via il 90% del salario. Ma sopratutto non vede prospettive, non riesce ad immaginare il Nepal fuori dal costante casino che blocca tutto da oltre 12 anni, come tanti ha perso speranza nel suo paese. Mi dice, prima l’instabilità politica (11 governi in 10 anni), poi il conflitto, la rivoluzione del 2006 ora di nuovo assenza di governo e solo marasma.

Stessa storia per molti medici, laureati, esperti informatici, professori che fuggono dal paese, grazie ai network professionali e famigliari e trovano buone occasioni in occidente o in India, svuotando il Nepal di competenze e opportunità. Quando non emigrano loro spediscono i figli studiare all’estero.

Questi, come Rajesh, sono i privilegiati conoscono l’inglese, hanno un network di conoscenze, qualche soldo, una cultura. Poi ci sono gli altri (circa 10.000 al giorno) che lasciano i villaggi, le famiglie e il contesto sociale in cui sono sempre vissuti per l’avventura. Centinaia di migliaia sono finiti in India attraversando i confini aperti senza problemi, chi vuole andare da qualche altra parte deve faticare mesi per ottenere un passaporto, il contratto di lavoro e il visto.

Ogni tanto fuori dall’ambasciata americana di Kathmandu bivaccano intere famiglie in attesa di una green card o per protestare perché non concessa. Le agenzie di lavoro, cresciute come funghi e senza controlli, smerciano gli esseri umani negli Emirati, Malesia, Filippine, Giappone. Le tariffe sono intorno a 60.000 rupie (€ 600), le truffe non si contano e, ogni tanto, gruppi di nepalesi con visti e contratti fasulli sono abbandonati negli aeroporti in attesa che la famiglia faccia un altro prestito ad usura, per pagare il biglietto di ritorno. Tornati a Kathmandu distruggono l’agenzia poco onesta.

Le statistiche governative delle UN variano e come sempre non sono attendibili; quindi si può stimare che all’estero vivano oltre 2 milioni di nepalesi, circa il 10% della popolazione. Nel passato i nepalesi andavano a Hong Kong, Singapore, India per lavorare come poliziotti, militari o nella security (gurkha), nelle piantagioni di tè dell’Assam, nelle famiglie di Dheli o Bangalore nei “dance bar” più scadenti di Sonarchi o Golpitha (le sex aerea di Calcutta e Bombay). Fino al 1990, per ottenere il passaporto bisognava conoscere mezzo governo del Nepal e pagare suntuose tangenti. Dopo, con la “democrazia” e la globalizzazione, è diventato più facile spostarsi e la fuga è diventata irrefrenabile.

Nei villaggi circa il 30% delle famiglie ha un membro che è andato all’estero a cercare fortuna e quando torna con un cellullare, un lettore di DVD portatile, una macchina fotografica digitale invoglia altri giovani alla partenza. If he can earn such money, why not me? But lured by dalals (agents), or by returning migrants sharing their experiences, these boys inevitably do not understand the real economic and psychological price they will have to pay in bidesh (estero), mi racconta un giornalista nepalese.

Ma, più che per le sirene del consumo, è la mancanza di opportunità e di sviluppo personale che fa scappare la gente dai villaggi (che formano il 70% del Nepal), dove spesso non vi è neanche una strada carrabile, una scuola secondaria, servizi sanitari, elettricità. Fermarsi lì significherebbe fare il contadino per sempre o correre il rischio che un monsone troppo forte o troppo debole distrugga il raccolto, che l’usuraio porti via la terra, e che i pochi soldi racimolati volino via per la dote di una figlia\sorella. Poco si sta facendo per migliorare la vita nei villaggi e dare opportunità alla gente che li abita e il successo durante il conflitto ed elettorale dei maoisti è, così. spiegato. Gruppi di ragazzi, i futuri lahure (dai vecchi migranti a Lahore), si raggruppano, timidi e impauriti, nella aeroporto. Tutti con un cappellino colorato dell’agenzia di collocamento e una grossa Tika rossa sulla fonte, a proteggerli nelle “terre impure”.

Oggi una delle mete più frequentate è Doha (in genere gli Emirati) dove stanno costruendo grattacieli, fabbriche, piste di sci. Nello stesso aeroporto la maggior parte dei camerieri nei bar è nepalese e, può essere il primo incontro del turista che viene da occidente. Solo nel Qatar vivono oltre 300.000 nepalesi che lavorano nelle costruzioni, come domestici, commessi e baristi e sono considerati poco più degli intoccabili in India. Molti abitano fuori dalla città nei campi fatti da una moltitudine di casette di due piani dove vivono in sei per stanza. Quando sono in festa mangiano nei ristoranti nepalesi in città e s’incontrano a Nepali Chowk per parlare, comprare merce e giornali importati dal Nepal. Quando risparmiano qualche soldo, dopo aver spedito gran parte alla famiglia, si comprano una bottiglia di liquore locale ( ca. 1 settimana di salario) e lo scolano in compagnia dei colleghi dello stesso villaggio o gruppo etnico o comprano un lettore di DVD e si annichiliscono con i film di Bollywood. Ogni anno circa 160 nepalesi muoiono solo a nel Qatar per incidenti sul lavoro. Il salario medio è € 600 al mese (+ vitto e alloggio).

Nel 2008 è stato siglato un accordo fra Nepal e Qatar per limitari i diritti assoluti dello sponsor (padrone, kafil), migliorare le condizioni di vita e garantire l’accesso ai diritti fondamentali dei migranti (che possono essere espulsi in ogni momento su volere del padrone). In alcuni campi (quelli delle multinazionali occidentali) qualche miglioramento è avvenuto. Quando le condizioni diventano insopportabili esplodono violenti tumulti come lo scorso novembre a Dubai. Malgrado questo accordo, in questo mercato di esseri umani, le ambasciate nepalesi, gli emigranti e neppure il governo ha nessun potere.

Nella generalità dei casi il sogni di comprare una casa o della terra al villaggio, di mandare a studiare i figli a Kathmandu, di assicurare una dote alla figlia si avvera, con immense fatiche e sofferenze e dopo almeno 10 mesi di lavoro per ripagare il prestito per la partenza. Come i loro avi quando andavano a combattere per gli stranieri o coltivare i campi degli inglesi o degli indiani, quando i migranti tornano ai villaggi vestiti come occidentali poveri e con una cinepresa digitale sono eroi, raccontano storie e trasferiscono nuove idee e suggestioni.

Dhane torna a Thulo Parsel, remoto villaggio nel Distretto di Kavre, dopo due anni di lavoro in Malesia. Finalmente può mangiare la polenta (dido) con verdure e un bel pollastro. Alla famiglia racconta storie che qui sono fantastiche, tunnel per le macchine, grattacieli, scalemobili, il mare, le navi. Fa vedere con orgoglio a parenti e amici le foto della sua casa e del suo lavoro. Chi è rimasto lì (le donne) ha curato il campo, venduto il mais, raccolto l’acqua e la legna, dimentica per qualche serata le fatiche durissime e l’attesa del suo ritorno. Non distante a Chapakori, Nirmala e i suoi tre figli sono stati abbandonati dal marito che si è ricostruito una vita nelle Filippine, non ha più inviato soldi, pagato il debito con l’usuraio e la famiglia ha dovuto vendere i pochi ropani di terra con i quali sopravvivevano. I suoceri, malvolentieri, l’hanno accolta, i figli non possono più studiare.

Secondo le statistiche e i sistemi elaborati dalla Banca Mondiale e degli altri “succhiapoveri”, le remittance degli emigrati hanno consentito di ridurre la povertà, in cui vivono il 33% dei nepalesi, che resistono con meno di 1 USD al giorno, del 4.5% . Chi ha un famigliare all’estero riesce ad integrare (e a investire in nuova terra, strumenti agricoli, educazione) il magro reddito famigliare che per la pura sopravvivenza è calcolato in ca. 60.000 rupie (circa € 600) all’anno. Per questo le NU e soci dicono che la povertà è diminuita in Nepal di oltre il 10% negli ultimi dieci anni. I dati sono inventati, vecchi e tesi a dimostrare che la loro attività porta qualche risultato e che i MDG (Millenium Development Goals) si avvicinano.

Gente più seria può solo stimare, in base all’esperienza sul campo (parola che per NU e molte INGO compare solo nei reports) che la povertà è notevolmente aumentata e s’aggira intorno al 60% delle famiglie che raggiungono a stento la quota di sopravvivenza fissata in 2 USD al giorno. Il conflitto, l’aumento costante dei prezzi, il reddito stagnante della produzione agricola sono le cause.

Basterebbe stare per qualche giorno in un villaggio e vedere che per comprare cherosene, sale, tè, e altri generi alimentari non agricoli una famiglia spende in media 300\400 euro all’anno annue a cui bisogna aggiungere sementi e materiale agricolo, animali (altri 200 senza disgrazie), educazione (nelle scuole primarie ca. 40 euro a figlio nelle primarie), più qualche vestito, medicina, qualche spostamento in città. Ballano oltre 1000\1200 euro l’anno  che nei villaggi li hanno visti solo gli usurai e qualche fortunato.

Questo spiega alcuni dati e le ragioni della fuga: il 50% dei nepalesi non sa scrivere né leggere, su 100 bambini iscritti alle scuole primarie solo 30 raggiungono le secondarie, il 50% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione.

Per il Nepal, le remittance sono l’unica entrata in forte crescita e rappresentano ca. il 25% del PIL e ca. il 35% proviene dagli Emirati e il 25% dall’India (dove vi è il 60% della migrazione nepalese); questo spiega perché i voli economici della Emirates Airline sono sempre pieni.


NU: un bel “sistema”

Luglio 21, 2008
Ian Martin, forse si considera, come è tradizione per I mandarini delle Nu in Nepal, una sorta di Rais. Con qualche posto di lavoro per i nipoti, qualche jeep ai figli e un po’ di soldi regalati per progetti finti, i mandarini delle Un sono stati fra i più grandi responsabili dell’inefficienza della burocrazia nepalese e della corruzione e inefficienza che ha bloccato lo sviluppo del Paese. I maoisti dovrebbero ringraziare le NU per il successo ottenuto.
Ma, forse, qualcosa, sta cambiando anche in questo settore. Gajurel, uno dei leader maoisti, ha risposto alla richiesta del Martin di prolungare la missione dell’inutile UNMIN (United Nation Mission in Nepal) con un no grazie, possiamo farcela da soli.
Il Martin vagheggiava una grande mangiatoia come quella fatta in Cambogia post-conflitto e raccontata come un grande successo, in cui il Nepal sarebbe diventato un protettorato delle NU e lui il Grande Rais, dispensatore di prebende.
Gajurel, come per altre questioni, ha pienamente interpretato il sentimento delle persone che hanno visto solo grandi sprechi, macchinoni, e poca efficienza. Cose che i giornali raccontano da mesi.
   Had there been an acceptable alternative to multilateral monitoring, the term of UNMIN would probably have been allowed to lapse. So UN SUVs with proboscis antennae will continue their high visibility presence outside famous eateries along national highways for at least another six months.
The mission’s high visibility (the takeover of one of Kathmandu’s grandest buildings for its office, its host of cars, jeeps, helicopters and planes that have become a constant feature of the Nepali landscape regardless of bandas or fuel shortages) contributes to the illusion that it was a force far more powerful than any indigenous political party or institution. (Nepal Times 10\2007)
 In reality, UNMIN has proven itself worse than even the simple International Non Governmental Organizations (INGO) in Nepal. At least the INGOs are trying to meet some of the aspirations of ailing Nepalese souls. But, UNMIN, in contrast is rather fully and solely occupied with its own survival and expansion and is slandering the hopes of the Nepalese people.  UNMIN officials have often been censured for not doing the jobs they are expected to do and for entering areas where they are not supposed to intervene (South Asia 12\2007)
 Il ruolo dell’UNMIN è stato quello di esortare e pubblicare la solita immensa mole di rapporti e di organizzare meetings e conferenze. Nel concreto il suo lavoro dovrebbe essere vigilare sui cantonamenti in cui erano rinchiusi i militari del PLA (esercito del popolo maoista) e impedirgli di partecipare alla competizione politica. Cosa che non è avvenuta. Cosi come censirli, non si sa ancora adesso l’esatto numero. Vigilare sulla regolarità del periodo pre-elettorale dove sono accaduti un sacco di disordini e una mezza rivoluzione nel Terai.
Non può quindi sorprendere che un nuovo corso chieda la chiusura di questa greppia di cui non si riesce a conoscere bilanci, personale impiegato, salari, attrezzature. I dati li hanno, forse, seppelliti nella montagna di siti e pagine delle NU. Ricordiamo che oltre l’UNMIN operano in Nepal in campi simili UNDP (che ha ricevuto finanziamenti per il processo elettorale; OHCHR, grandi discorsi sui diritti umani; UN OCHA Coordinamento degli Affari Umanitari (?). Grandi jeeps con antennoni in giro per Kathmandu (raramente fuori), spesso parcheggiati nei grandi hotels (meetings e trainings).

i Protettori

Luglio 21, 2008

UNDP, OHCHR, UN OCHA, UNV sono le sigle dei Protettori dei Diritti Umani e dei Garanti di libere elezioni in Nepal. Come scritto nel blog precedente della loro scarsa utilità e del loro ruolo autoreferenziante, i maoisti ne sono consapevoli. Forse sta cambiando l’attitudine supina dei governanti nepalesi verso questi dispensatori di soldi e favori, prelevati senza consenso e poco controllo dalle tasche dei contribuenti. 

In Nepal sono tanti e hanno creato un mercato drogato: aumento degli affitti in alcune zone, sperequazione dei salari fra dipendenti locali delle NU e settori pubblico e privato; grande arruolamento di parenti dei dirigenti pubblici; zone privilegiate e off-limits. Cioè è stato creato un sistema in cui i grandi burocrati dello stato erano in cocca con i mandarini delle NU per autosostenersi. I progetti generavano un reddito per tutti, meno che per i beneficiari. I controlli che dovrebbero essere fatti dai mandarini o dai burocrati erano inesistenti e una piramide di favori è stata creata. I villaggi sono troppo lontani dalle comodità della capitale, le strade scassate o inesistenti, per cui i progetti erano si fatti, ma sulla carta.

Leggiamo una bella storiella, che rappresenta questo sistema, anche ai livelli più bassi, cioè gli UNV , i volontari delle NU (spesso un mezzo per entrare a pianta stabile nel sistema ma non si capisce perchè chiuso ai nepalesi). Nel dicembre 2007 e anche in seguito per fare gli osservatori elettorali tanti giovani nepalesi sono corsi, nel dicembre 2007, alla Giornata del Volontariato su invito delle NU o a far le code nei palazzoni UN.  Racconta il giovane e brillante giornalista Nepalese Dinesh Wagle:

There were a few foreign UN “Volunteers” wandering around and I found their presence at the venue a little bit ironic. These young foreign “volunteers” are supposed to contribute in a meaningful way in Nepali society. I wondered what experience they have for such contribution. If UN were to “employ” Nepali boys and girls as “volunteers” for jobs inside Nepal, I feel, that would be more effective. One foreign volunteer told me that he was “sacrificing him time” to “volunteer”. Oh come on, I wanted to tell him, be realistic and think about the “living allowance” that the UN provides to you

I know it’s a futile effort to talk about reforms in a UN agency but my feeling is that a Nepali “volunteer” doesn’t need the same amount of allowance that is provided to a foreigner for the same job that is done inside the country. [That is, of course, in the case that they keep paying volunteers! Even if they don’t pay, I am sure, many youths are ready to volunteer for the sake of experience and exposure to the UN systems.] And I bet the national “volunteers” will perform the job better than any foreigners (with some exception of course). Not to forget that if the local youth are “hired as volunteers” (providing the even half of what foreign volunteers get is equivalent of hiring them), that will certainly contribute in solving the growing unemployment problem in countries like Nepal.
I remember what a top Election Commission official had told me a couple of months ago about the usefulness of foreigners. “We have the fifty-year-long history of organizing and managing multiparty elections in Nepal and here some rookie foreigners who have hardly participated in the election process in their country come as election experts and lecture us how to conduct an election,” the official had told me. He was talking about the army of foreign “election experts” from the electoral department of United Nations Mission in Nepal (UNMIN), some of whom were working at that time in a building in the Election Commission complex. “They don’t know how things work in Nepal and this has become a learning experience for them rather than us benefiting from their presence.”
Ricordiamo che un UNV guadagno circa 1000 dollari al mese cioè il doppio del reddito pro-capite di un contadino nepalese.
 

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